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Posts Tagged ‘dolore’

Disegno in BN

Sospettava un sospetto. La girava, la voltava tra le dita ma una corda non restava nient’altro che una corda. Filamenti erano rimasti nel collo; niente di alcuna utilità. Dopo il minuzioso sopraluogo si alzò deluso. L’unica certezza era che quella corda gli aveva tolto la vita. Era un’indagine che poteva apparire complessa quella dello strangolatore di Arcave. Lui aveva un corpo e mille ragioni per un delitto ma niente in mano; già! tranne l’arma: la corda. Nessuno, naturalmente, aveva visto niente. Non c’erano testimoni attendibili, solo voci e chiacchiere e parole di impacciato imbarazzo e conforto per Giulia. “Cara… non faccia così. Vedrà. La vita continua”. Lei non aveva che lui. Carlo Spillare non sapeva come dirglielo ma lui la pensava così e ormai ne era quasi certo. Lo strangolatore di Arcave non era nemmeno uno strangolatore. Si poteva supporre che ne fosse rimasto impigliato da solo. I gatti sono animali strani: cadono sempre con le zampe, hanno quell’aria felina che sembrano sempre in caccia, vedono le cose molto da distante e quando noi non le possiamo vedere e poi finiscono sotto una stupida macchina o impiccati ad una corda dei panni. “Venga, l’accompagno per un pezzo. Le posso… magari un caffè”?

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Franca subito dopo quel noi. Peccato, era bellissima.Forse inopportuna per festeggiare una donna e tutte le donne. Forse fin troppo vera, nel mio caso. Ci sono canzoni, e questa è una di quelle, che a volte senza un perché, ma non è questo il caso, che quando sentivo la loro musica di distruggevano dentro, mi straziavano il cuore, anche quando la nostra era una storia finita. In fondo fanno ancora male ma questo è un tributo ad un amore: il nostro. Hanno accompagnato molte mie ore. E mi hanno fatto sempre pensare a te. E’ strano ma non pretendo tutte le risposte, so solo che è. La dedico a te per quello cha ha rappresentato e a tutti quelli che hanno avuto un amore sfortunato e a quelli che ora hanno un amore felice. Non provo nessuna vergogna ad essere romantico. Ci sono sicuramente cose peggiori nella vita. E non ho altri pudori: TI AMO.lei sta con te..lei vuole te
e ti dirà che tu sei stato il primo che ha mai amato..
ma tu non sai niente di lei…
se ti amerà come tu vuoi ricorda che lei l’ha imparato da me…
lei sta con te…lei vuole te
se piangerà senza un perché..allora ricordati che lei pensa a me…

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I grandi amori non si scordano mai, almeno è così per me. Ed è bello ritrovarli. Allora torno a pubblicare grande poesia. La metto qui e da Lei. Qui semplicemente come poesia, da Lei come Materiale Resistente a testimoniare la Sofferenza e appunto la Resistenza; anche nella poesia.

Non gridate più – Giuseppe Ungaretti

Cessate di uccidere i morti
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo.

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QUASI D’AMORE

Sussurra pressoché muta la
sigaretta King Size filter
evade l’idea, adagio srotola
di fumo sottili filamenti lo
sguardo scruta più oltre
–la strada costeggiata di
cipressi– dondolano nell’aria
frementi frasche vola un uccello
attraverso il divieto metallico
(grida soffuse l’aria che spettina
le frasche) luce diviene colore
in tutto un che d’impaccio nel
l’attesa schiaccia il resto della cicca

Si acquieta il camminare: sei barra
to sfregare di ruvide catene, ferro
vecchio, catenaccio:
Tu ti ricordi Anna – obliterare
il piatto destino – i foglietti.
Leggero dondolio come borbottare
richiude la porta frantumare di
immagini: Tu ti ricordi Anna.

Di questo mattino finestre sono
immagini veloci la strada
ci corre incontro.      –Un me
dico uccide mogli
e figlio, poi ri
volge l’arma (lucida; s
oggetto il freddo meccanismo
perfetto del
la folli
a) su se stesso – tu ti ricordi,

ripetuto ossessivo suono
ritrovato il mattino, –Tu ti ricordi
Anna i foglietti che ti passavo
in classe       sotto
il banco
(note di notte
quel quotidiano rintracciare
una storia diversa, un
verbo lontano: quotidiano) –Ti
disegnavo un fiore
… la folla s’af
folla di chiaro
scuro vestita cinta e bagli
ori di luce brucia
no e stracci
ano contorti spazi
e ti respira d
osso senza sincronia (uni
verso circonciso di rosso) suoni
e immagini      per esserci,
monotono paesaggio ossessionato, uguali:
un ridere dispettoso, una
parola      con l’erre che striscia di
vocaboli di saliva      atomizzata,
un filo di ciuffo le graffia la guancia
e parla con piacere
che sembra un gioco
Luisa ama Maria –la
scritta A–cerchiata tira su
con il naso       poi
passa il dorso della mano
sopra il labbro
(il polsino
è logoro) lo sguardo è
spento      paesaggio in frantumi
è made in italy,
reggersi agli appositi sostegni
.
Grande edificio incasellato
il minimarket gazzetta: auto
nomi a sos
pendere lo sciopero
vessillo bandi
era      occupata l’
ambasciata: sei gio
vani non voglio
no

:in car
cere      il mare
crolla impalcatura
secolare albero
inquinato lungo la
costa       muore il
mare      sul lavoro
cadendo (bagliori di
segatura e schegge) lievi scosse sismiche

(non si sa il numero delle
vittime:      incidenti al con
certo:      note
voli danni materiali
(nascosti
e muti pesci) finché
la violenza
(natura o qualità
coazione fisica o morale,
indurre) dello stato si chiamerà giusti
zia
(
o) la giustizia del proletaria
to si chiamerà
(ripensando
ad un film di Bunuel)
violenza. Firmato
Una Falcemartello
.

Tutto morso qua
e là      a piccoli sorsi, in piccoli
furti (armonia molecolare) e
parentesi fugaci il cibo tedesco gli
odori      i volti:
ha gl’occhi acquosi
di palude tranquilla
un nero sottile baffo
che gli piove sul labbro
capelli ritti che si diradano
unti      un tic sottile quasi
disinvolto      l’ultimo uomo,
ha uno sguardo di
malizia e di malizia
seni lovable impertinente sul
capo riflessi di corteccia e
negl’occhi (gazzella leggera
) per sorridere rag
grinza tutto il viso
torno il naso,
fragile e lunga come
un giunco, ha
occhi neri e nei capelli,
ha jeans stinti, ha
occhi e capelli, ha occhi
ali con montatura dorata.

Suono il clacson      stridore
di freni       le gomme graffiano
(inchiodano) l’asfalto brusco
frenare scompiglia
sentimenti      incompiuti: hai
visto quel modello di Courlan
de, di–sgraziato      anche ieri
guarda quel figlio
di puttana       guarda la strada
carino      mi ha detto
Ti prego non farti      Luigi
di silenzio       si infrange il suono
frenare: farsi più vicini
ancora di più,      ancora
il gomito sulle costole
lo stesso respiro      la
borsa sul ginocchio      la
tesa      del cappello che
acceca.

Poi…
lenta
mente…
il corpo sudato
si bagna
di sudore, sudore
mescola
(perle bianche
come
denti di cane)
sulle mani
si intrecciano
le dita,
anche il
ferro
freddo e decoroso
trasuda

leggera convessità del ventre
allusione di mussolina
sfiora       e      morbido il seno
seno ri
gonfio l’estate
veste sottile
quasi come      gusto di
cipria       e i merletti
polvere      di già stato
colmo il ventre
la coscia soda lancia
lungo la coscia      trapela
il dialogo      e soffice il
seno eppure elastico
eppure
preme lungo il braccio
forma distinta      quasi precisa ri
gonfia      e i sottili tentacoli
del sottile formichio       lenta
mentre percorre il percorso
quasi un percorso intero
delle tepidità      senza voce
un’espressione      quasi distratta
mentre corre      la strada e s
corre      sul seno pieno, sul sole, sui
tratti, su quei piccoli indici turgidi
espressi,      sulle grafie murali, a
tratti      lungo il fianco, sulle cinque
cento,      sul ventre con un dolce
foro in centro,      pallottola di Cristo, sulle
grafie morali,      sul ventre che s’affonda
sulla mano che suda       e sul ventre
(e tutto riconosce      e tutto ignora)
e sul ventre       che si discosta lenta
mente
Tu ti ricordi Anna

L’estate (se vuoi)
era un cornetto dolce col cuore di panna¹


1] 16 agosto 1978

Con questa finisce la raccolta di poesie di allora composta sotto il titolo Settembre

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Quarantadue

Anzi quarantadue di quarantadue biglietti in bocca alla statua di creta. Tieni presente amico che quelle parole sono la vita. E nessuno è solo davanti al bisogno di quelle parole. Lui, l’altro, credeva che ci fosse qualcosa dopo ma poco importava. Non è questo il momento dei sofismi. Chi sa ascoltare aguzza l’attenzione. Nessuno, quella sera, lo poteva fare. Era troppo il frastuono, troppo dolorosa la voce. Era il tempo di lasciare l’innocenza e lui la appese appena entrato dalla porta. La sua donna vestiva la carne del ricordo, quando ricordare è terribile e fragile e crudele. Si chiedeva ancora perché il silenzio avesse tanti suoni e odori e una luce senza pazienze. E il lago raccontava un’altra storia, la sua storia. Quella donna non aveva rimpianti e guardava avanti con gli occhi fieri e lucidi. Lui la prese tra le braccia e nascose il suo viso in lei. Avrebbe voluto non vedere più, ma era armato di occhi aguzzi. C’è sempre qualcuno che parte ma ci sono mille modi di accomiatarsi. Quel dio bizzarro aveva un’altra ragione per nascondere il volto. Potessimo almeno aiutarci a vicenda a credere. Nella conca dove il lago affondava la sera aveva nascosto il suo pudore dietro un velo spesso di ombra¹. Era stato figlio e fragile una volta ancora.


1] Scritta, per l’esattezza, lunedì 29 ottobre 2007

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PAESAGGIO E LUCE

Come sirene ossessionate
–suono compiuto; materia– le grida del mattino
i gabbiani (squittio, volo di cera)
che si conficcano nelle nubi,
che di nubi si bagnano le ali,
suicidi.      Al vento giacciono
come leggeri segreti, presaghi; tempo assoluto
–terra, mesi, ansie–
batte fulvo ai polsi in saracinesche si sole
batte sull’incudine dura dei segni
i rintocchi suoi gravi,      disfa
la tepida matassa:       i bimbi
anelli incastonati portano
di fantasia      e catene d’oro.
Colmi di se negl’occhi
(credenza onirica e laica l’infanzia)
umidi di sorrisi      –curvi di giochi–
consumano risa di mattino
raccogliendo rugiada nel vento, muta
passa: il paesaggio
i suoi contorni confonde       e fonde.¹

Fateli tacere.
Quasi fastidio è
il loro gioco.


1] 21 agosto 1972 (?)

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IL MURO

Queste pareti
queste mura che luce
soffrono, angoscia racchiudono.

Apre miopi finestre.

Segna il tempo
i coricarsi amari
stanchi ed esuli di gesti.

Consuete ombre
le ore ritraggono
in consuete pose

o si confondono
in ciò che solo riesci ad immaginare.¹


1] 21 agosto 1973

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