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Posts Tagged ‘domande’

Bicchiere dove viene versano del vino rossoIl fumo odorava di buono. Ho preso posto in un tavolo d’angolo. Alcuni avventori s’accorsero della mia presenza e subito presero a ignorarmi. Non doveva passare spesso un foresto. Si avvicinò l’oste. Allontanò le briciole con un gesta calmo della mano e imbandì il tavolo, se così si può dire, con un foglio di carta; di quella in cui da ragazzo avvolgevano gli alimenti. Non aveva bisogno di prendere nota; gridava le comande direttamente alla cucina. Ordinai salsicce con funghi e polenta. Poi carognescamente gli chiesi se aveva del Dolcetto della Tenuta di Colle frondoso. Lui mi osservò senza fare una piega e, con mia sorpresa, chiamò il cameriere dicendogli di controllare se ce n’era rimasta ancora una bottiglia: “Guarda nel solito scaffale”. E quello, un tipo alto e segaligno, col mento mal rasato e la carnagione cupa, si allontanò pigramente e, con altrettanta mia sorpresa, dopo un po’ tornò con la bottiglia e me la stappò davanti. Era proprio lui, il Dolcetto; forse leggero per quel desinare. Il padrone mi chiese cortese se era di mio gusto. Ero senza parole, sono il rappresentante della tenuta per tutto il Veneto, Friuli Venezia Giulia e l’Alto Adige e l’Osteria non era tra i miei clienti; strano e poi smisi di pensarci. Rubavo frammenti di dialogo qua e là, dai tavoli, e sbirciavo la mano di carte. Lentamente la testa si svuotare e mi godevo la pigrizia. Il fuoco sul cammino faceva compagnia, era come un abbraccio. A parte l’accostamento il vino scivolava giù che era un piacere e dopo un’altra bottiglia e dopo mi devo essere fatto certamente anche qualche paio di grappe; sarebbe un impresa al di là della portata umana ricordare quante. A guardare l’orologio s’era fatto piuttosto tardi. Mi alzai sulle gambe traballanti per raggiungere l’uscita. Un avventore mi fece un cenno con uno strano sorriso e l’oste si preoccupò se era stato tutto di mio gradimento. Gli altri presenti nemmeno alzarono gli occhi. Farfugliai un sì ed uscii all’aria fresca, aveva cominciato a scendere un leggero nevischio e il vento era stato come uno schiaffo in faccia. Raggiunsi la macchina incastrando la testa tra le spalle e affondando le mani nelle tasche; ricordo ancora tutto come ora. La chiavi mi caddero in quella poltiglia ghiacciata. Non ebbi il tempo di rendermi conto che la serratura era stata forzata né quello di percepire alcuna presenza alle mie spalle, fui colpito e caddi sotto una gragnola di colpi. Credevo che non ne sarei uscito vivo quando una voce gridò: “Basta così, è solo uno schifoso maiale” e mi ritrovai nel silenzio immenso di quella notte.  Mi doleva da per tutto, probabilmente c’era anche qualcosa di rotto. Raccolsi le chiavi e mi trascinai a fatica fino al posto di guida. Controllai che i documenti fossero ancora nel vano cruscotto. Nel portafoglio non erano stati risparmiati che pochi spiccioli. Delle bottiglie non c’era più traccia, naturalmente, e le avevo pagate anche care. Fu un calvario guidare fino all’albergo per poi sentirmi raccontare che non c’era nessuna stanza a mio nome. Tornare a casa in quelle condizioni era rischiare la vita una seconda volta. E non è vero che io non reggo il vino.

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Foto ravvivinata di un bacioEra ormai rassegnata che non accadesse. Per tutta la sera non era successo niente. Non che ne fosse rimasta delusa. Forse solo un po’. Si era convinta di non mettersi ansia. Un poco ci aveva sperato. Poi finalmente alla fine: le aveva preso la mano e l’aveva baciata. Poi la fatica di salutarsi davanti al portone. Non era il primo eppure era stato diverso. Non che… invece sì! Le era piaciuto di più. Certo anche gli altri erano stati belli. Ognuno a modo suo. Baciare è bello. Solo era diverso. Era come se… non cercasse sensazioni; ascoltasse quello che le diceva il bacio. Era con lui che era stato diverso. Aveva stretto forte gli occhi e vinto la tentazione di guardarlo. Di accertarsi che anche i suoi fossero chiusi. E poi si era trovata avvolta in un silenzio che la cullava. Non avrebbe mai creduto che fosse così. Che fosse quello. Non si chiedeva perché. Era e questo le bastava. Prima di lasciarlo restò lunghi attimi senza sapere. S’era fatto tardi. Perché non ci aveva pensato prima? Quanto sono stupide le cose. Pensò che gli innamorati hanno mille piccoli segreti che vorrebbero gridare al mondo. Aveva già voglia di parlargli. Di dirglielo. Aveva quella strana euforia dentro che non la faceva stare ferma. Eugenia non sapeva se per tutti era così ma per lei lo era. Era stato goffo. Quando aveva avvicinato le sue labbra. L’aveva quasi implorata. Aveva sbagliato il momento. Il tempo. A lei non era importato. Era stato meravigliosamente goffo. Pensò che gli innamorati scrivono bollette spropositate del telefono. Si ricordò di non avergli chiesto niente, nemmeno quello.

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Foto di una scollatura generosaSe parliamo di donne allora parliamo di Donne. Cioè di tette e culi. Senza andar tanto per il sottile. Irene chiese se volevo limone o latte. Non l’ho mai preso con il latte. Si chinò per servirmi. Qualsiasi donna dovrebbe fare attenzione prima di sbatterti le tette sotto gli occhi o di strusciartele sulla spalla. Forse c’era un significato recondito nelle sue parole che non riuscivo a cogliere. E forse ad un altro poteva anche darla a bere, ma una donna è sempre consapevole di sé; concede per quello che vuole. Il suo gesto era eloquente. Non sono io; è la realtà ad essere irritante e non è poi che il tè mi faccia impazzire. Affondai la mano ed erano di carni molli. Lei finse sorpresa ma non si inquietò se un po’ si versava sul tavolinetto di palissandro. Rise di quel riso che solo le donne, in certe occasioni, conoscono. Cercò di abbassare gli occhi e di guardare alla finestra. Cercò di dire molti suoni di no. Ne trovai le labbra e fu sullo stesso divano. La luce del giorno non è momento adatto ai miracoli. Quella luce infieriva sulle sue rughe e sul suo passato. Priva della minima menzogna; nemmeno di indulgenza. Non c’era sentimento. Non c’era trasporto. Non c’era nemmeno vera passione. C’era solo carne e sesso; muscoli e sangue. Davanti c’era solo lei in tutta la sua vanità disarmante e disarmata. Quella sua decenza, la sua ipocrisia, la sua insolenza e il suo garbo spogliati. Anche se continuava ad inanellare quei no e lo nominò più volte e voleva fingere di dover essere convinta, alle cinque del pomeriggio, in agosto, non poteva essere che sudata e puttana.

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Foto di una scollatura con collanaSi chiamava Erika. Ma perché devo essere sempre così laconico? Si chiamava Erika, sì! con la Kappa. Cioè si chiama Erika e la conoscono tutti. Di un rosso vivo e falso ha sempre un sorriso e una battuta per ognuno. Ma forse quella kappa era stata solo un suo vezzo, una delle sue tante civetterie, che poi si è trovata addosso. Sposata con due figli ormai grandicelli, maschio e femmina, pare non volersi liberare di quella patina da ragazza impertinente.
Erika doveva essere stata una bella donna, certamente lo era stata ma gli anni non perdonano nessuna distrazione, ma è ancora oggi una donna con un suo intrigante fascino, un sorriso malizioso sempre pronto e una sua grande sicurezza, insomma è simpatica e divertente. E’ così con tutti ovvero ogni suo gesto è colmo di quella provocazione femminile e le sue parole piene di più o meno sfacciati e sfaccettati sottintesi. Provocare le è naturale come tante cose che entrano dentro nella pelle e si fanno come parte di te senza nemmeno lasciarti il tempo di accorgertene. Le è facile entrare in confidenza e giocare con senso di complicità e di intimità.
Avevo sentito delle chiacchiere nei suoi confronti ma io non sono tipo da dar retta alle chiacchiere e avevo sempre pensato che il suo era solo tanto fumo; fumo senza arrosto. Lei cura ancora molto la sua persona e anche il suo vestire che spesso sembra studiato ad attirare la curiosità maschile e soprattutto ad imbarazzare e provocare; a mostrare magari quanto più si può senza raggiungere la sconvenienza ma esaltando le sue grazie. Magari cose corte e/o attillate, bottoni che sono rimasti come casualmente slacciati, malizie tutte al femminile anche un po’ inadatte alla sua età, ma non è raro trovare nelle donne vanità simili. Lei è sempre al centro di ogni occasione così come in queste parole che girano su loro stesse. Pareva allora inoltre divertirsi particolarmente con me. Per dirla tutta spesso avevo avuto l’impressione che si spingesse anche un po’ oltre, ma alla sua allegria viene perdonato quasi tutto. Ne avevo parlato in varie occasioni, ora non più, con Vittoria, mia moglie, certo glissando su alcune cose o senza scendere troppo nei particolari; parlarne non mi sarebbe stato comunque facile, soprattutto con una donna e ancora di più con una moglie, ma i miei dubbi restavano. Non era insolito che le sentissi fare apprezzamenti pesanti, allusioni a prestazione e cose di questo genere, con quell’espressione soddisfatta in volto, quasi in una sfida. Ma perché parlare tanto, troppo, di lei quando nella realtà lei è sempre una che va direttamente al nocciolo delle cose, pronta a dire pane al pane, eccetera? Perché per lunghi tratti del nostro lavorare nella stessa sede lei mi è stata parecchie volte di vero imbarazzo e non solo se restavamo un attimo da soli. Come quando sembrava fantasticare proprio su di me o mi provocava chiedendomi “non vuoi vedere cosa ho indossato sotto? son certa ti piacerebbe.” o altre amenità simili come quando mi assicurava che lei era rossa naturale e mi chiedeva se non le credevo e se volevo controllare.
Non che fosse mai successo molto anzi nulla perché il suo sembrava restare un gioco e il suo divertimento non chiedere altro e non andare oltre. Infatti se si accorgeva che soffermavo troppo il mio sguardo dentro la sua scollatura o sulle sue gambe, invero un po’ massicce, o, che ne so? sulle natiche di quel suo sedere abbondante, non le sfuggivano certo le cose, o se nei miei occhi appariva, come diceva dopo lei, quell’interesse che sfiorava la libidine, lei non perdonava mai una virgola, prima ancora che completassi un gesto di allungare le mani o che ne so ma anche subito a ridosso delle sue più ardite provocazioni, lei scivolava via soddisfatta ridendo con quel suo singhiozzo cantilenante un po’ sguaiato canzonandomi dopo il suo solito “dimmi cosa mi faresti”?
Scappava; ed io restavo lì come un imbecille; questa è la sacrosanta assoluta verità. Un imbecille come un sedicenne e questo doveva divertirla molto. Mi son sempre chiesto se il mio atteggiamento partecipasse a quello che era lei, se in qualche modo collaboravo, magari inconsapevolmente, a quel suo gioco e se era quel rossore che riusciva a darmi a renderla così spavalda, persino sfacciata, perché le sue domande potevano diventare delle vere e proprie staffilate come quando mostrava curiosità indiscreta e spudorata delle mie intimità. Io non cerco casini perché di quelli ne ho già abbastanza ma mi sembra ancora che con gli altri non si spingesse a tanto, ma questa può essere solo una mia confortante considerazione. E’ per tutto questo e anche per quello che non ho ricordato di rammentare che sono restato di sasso ieri mattina quando le mie solite attenzioni su di lei, la scollatura era veramente generosa anche se il suo seno abbondante comincia a mostrare segni di cedevolezza, non hanno provocato la solita fuga. Tutto poteva rimanere in quell’atmosfera di eccitato solito cameratismo un po’ spinto invece… Me ne vergogno a raccontarlo perché io sono un uomo assolutamente discreto e del tutto diversamente da lei, ma tanta è stata la mia sorpresa quando è andata come al solito alla porta ma stavolta diversamente ha fatto girare la chiave nella toppa chiudendoci soli all’interno e stavolta non ha detto la solita frase lasciandomi allibito. Il suo sorriso era diverso ieri, in quel momento, era solo ammiccante e sembrava seriamente curiosa e dalle sue labbra è uscita come una promessa e una sfida stavolta una frase nuova il cui suono non le avevo mai sentito: “dimmi cosa mi farai!”. A dare ascolto le chiacchiere di prima avrebbe dovuto saperne una più del diavolo…

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Mica lo sapeva perché la mamma volesse che lui… insomma… La storia era fatta di grandi che si mangiavano l’un l’altro: mica era un bell’esempio; di grandi come i soldatini. Lui non lo sapeva se voleva diventare grande e se voleva imparare tutte quelle cose; non gli sembravano un gran che belle ne importanti. I numeri che andavano con i numeri e tutto che diventava una noiosa filastrocca. E non sapeva cosa provava per la bella professoressa perché era una emozione nuova ma la guardava in silenzio e nemmeno respirava ma non riusciva a sentirla, era come se parlasse parole di vento. Certo stava diventando grande perché si sentiva diverso e anche la scuola non era la stessa delle elementari che lì sei proprio bambino. Così Giovanni viveva il suo mondo e cercava di costruirlo intorno. Quando gli avevano dato il tema, che lo avevano chiamato elaborato (quella mania di chiamare le cose con un altro nome quando le cose restavano le stesse), di raccontare della sua famiglia lui aveva raccontato di una famiglia che sognava. Sua madre era paziente con lui e ancora giovane e suo padre mica beveva e stava ancora con loro. Si chiedeva se era più veloce lui o se cambiava più in fretta il mondo. Questo si gli pareva un pensiero da grandi e non gli sembrava poi così difficile essere grandi.

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raccontiPerché parlare a mazzo? Lui era Giuseppe. Un nome qualunque; se vogliamo. Conosceva il suo dolore. Conosceva l’immenso dolore del suo dolore. E quel gusto di dirselo. E di pensarlo. Quel pensiero non gli lasciava scampo. Non avrebbe voluto ma non aveva alternativa. Cercò di salutare le cose e quasi gli venne da piangere. Non per le cose. Non gli era, in realtà, difficile staccarsene. Era qualcosa che non riusciva ad esprimere. Forse la desuetudine a non combattere. Forse la stanchezza che nel tempo l’aveva infiacchito. In fondo lui era suo. Se lo ripeteva. Era come se non lo fosse. Non aveva voluto parlarne con Marilisa. Sapeva che nemmeno lei l’avrebbe capito. In verità aveva provato. Subito aveva desistito. L’aveva pregata di rimboccargli le coperte. Eppure avrebbe voluto stringerla a sé. Abbracciarla ancora una volta. L’aveva pregata di raderlo appena gli era andata vicina. Voleva essere in ordine. Anche il cielo fuori era grigio come fosse imbronciato. D’un tratto gli parve annoiato. Lei gli fece la stessa domanda che gli ripeteva ormai da mesi. Lui non poteva avere altra risposta. Tutti avevano voluto decidere tutto della sua vita e anche allora pretendevano di cibarsi del suo dolore, per la loro pietà.

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Affrontava la giornata come fosse una pena ineluttabile. Aspettava che finisse il lavoro. Aspettava l’ora di cena. Aspettava il sonno che tardava ad arrivare. Aspettava. Non pensava al giorno seguente perché il suo futuro era di giorni uguali. Di attese. Non gli restava che aspettare e pensare e non sapeva fare altro. A volte quei pensieri erano folla. A volte gli erano di imbarazzo. Altre volte gli sembrava che lo facessero impazzire. Ad ogni domanda trovava mille risposte e nessuna (che poi è anche la stessa cosa). Nessuno gli avrebbe creduto, anche se lui l’avesse detto e giurato, che lo sapeva già da prima di porsi davanti a quell’attesa, che avrebbe aspettato. Non importava quanto. Non importava come. Nemmeno dove. Alla fine nemmeno perché. Non aveva nessun altro appuntamento.

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La domenica a ridosso di ferragosto. Chi è quel pazzo che non ha di meglio da fare che navigare in rete? La sensazione è di poter essere solo. E’ questo che mi da il coraggio e la sfacciataggine. Questo senso di poter passare innosservato. E allora fingo una sfrontatezza che non ho, dimentico il pudore, e inserisco, immodestamente, una piccola e modesta cosa mia di questi giorni, senza valore; assolutamente senza arroganza. Senza volermi prendere troppo sul serio. E’ passato fin troppo tempo da allora.

A te che hai detto addio e avresti voluto dirlo
di silenzio, quasi costretta,
ma a te lo avevi già detto, senza
misurare. E allora le parole non sono parole ma
emozioni contundenti, pietre (lanciate)
come strappate di dentro, grida,
che sia così o no, mi hanno colpito
ferite profonde come squarci; ferite
hanno aperto la carne.
Eppure tutto sembra ancora così
inverosimile (ti aspettano ancora i miei silenzi), incredibile,
(tutto come sempre) e assurdo. Com’è possibile
fingere di non aver vissuto? Com’è
invano? Non c’è vuoto, non c’è tempo
(anche se si da tempo al tempo), che possa
disporre gli oggetti del passato,
fornire le risposte. Le risposte, quelle risposte, tutte
le risposte, ogni risposta
hanno un’unica possibilità di alleviare
la sofferenza; basta non porre le domande
eppure
se alzi gli occhi stiamo interrogando lo stesso cielo.

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