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Posts Tagged ‘domani’

poesiaDi questo mio povero blog. Così trascurato. Così Abbandonato. Dove il silenzio non è nemmeno uno spazio chiuso. E’ solo immobilità. Fissità. E’ ieri senza un oggi. Come un rumore che si fa bisbiglio. Un bisbiglio che diventa silenzio. Che si trasforma in sbadiglio. Il canto muto di un menestrello senza idee. E piango e RIMpiango. Così come uno specchio. Leggi quello che vuoi. Cerca. Cercati. Non ho mai pensato di possedere delle risposte. Ho solo domande. Ho solo dubbi. Qualche vecchia canzone che mi ronza in testa. Una solitaria voglia di ricominciare. Di ritrovare. E invece è solo spazio. Fuori. Dentro. Anzi non solo quello. Ma il mondo corre; in fretta. Passano i minuti. E ti prende la voglia di vita. Sempre più vita. Sarà l’età? Forse. Una cosa è certa: AMO LA VITA. Niente è più prezioso di un sorriso. Di un abbraccio. E di parole si bagna già il mondo. Esonda. Le parole in fondo sono facili. Semplici. Si può dire tutto. E il suo contrario. Farsi belli. Non provarne nemmeno vergogna. Di loro si può spingere. Fingere. La sofferenza delle parole non è mai vera sofferenza. E’ alle porte della notte. Oltre c’è solo un buio; il nulla. E’ facile dire amore. Il difficile deve venire. Il difficile è amare (e AMO). Non mi piango addosso. Non parlo di me. Di me io taccio. Nel grande ventre della terra il seme secca. Resta solo sabbia. Pietra e pietrisco. E uomini senza senno vendono il domani. Il mio domani. Anche il tuo. Perdonami. Il tacere è complice. Basta sangue. E allora torno perché ho bisogno di poesia. E vi lascio una poesia. Ce n’è tanta al mondo, basta saperla trovare.
Esistono molte solitudini intersecate – dice –
sopra e sotto
ed altre in mezzo;
diverse o simili, ineluttabili, imposte
o come scelte, come libere – intersecate sempre.
Ma nel profondo, in centro,
esiste l’unica solitudine – dice;
una città sorda, quasi sferica, senza alcuna
insegna luminosa colorata,
senza negozi, motociclette,
con una luce bianca, vuota, caliginosa,
interrotta da bagliori di segnali sconosciuti.
In questa città
da anni dimorano i poeti.
Camminano senza far rumore, con le mani conserte,
ricordano vagamente fatti dimenticati, parole,
paesaggi,questi consolatori del mondo,
i sempre sconsolati, braccati dai cani,
dagli uomini, dalle tarme, dai topi, dalle stelle,
inseguiiti dalle loro stesse parole,
dette o non dette.

(Ghiannis Ritsos)


Questa versione in italiano, un po’ discutibile, me l’ero persa.

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E intorno solo mare. Annegarsi di birra e di rum al primo porto. A scaricare la rabbia sulla prima parola. Aspettare una lettera che non arriva né può arrivare. Non scendi mai in quel porto. E allora tanto vale, cercare due braccia per nascondersi, lasciarsi consolare a poco prezzo cercando di illudersi. Gridano tutte le sirene. E poi cercare un nuovo imbarco, perché se lo hai fatto vuole dire che non puoi farne a meno, che non hai altra scelta, che è una condanna e un destino. Il mare.
La pelle seccata dal sale e incisa dal sole. Gli occhi arrossati a guardare sempre oltre e, per molti come me, a cercare di scordare. A cosa serve, qui, una storia? Mesi e anni di sole onde e schiume. Non una donna. Pioggia e notte. Vento e freddo che taglia in gola le parole. E solo mare intorno. Ma come fanno i marinai? Ed è di tutto questo vuoto che i ricordi si fanno enormi e indelebili.
Non è questa la fuga. Non è la vita più facile la vita del mare. E alla fine puoi contare solo sulle tue forze e sulle tue mani. Ti toglie tutto e quello che ti da ti sfugge tra le dita. Non rincorri le leggende, le senti solo raccontare; aspettando la notte. O mentre stavi aspettando un nuovo imbarco. E poi tutto intorno così immenso che lascia a volte senza fiato e altre senza speranze. Immenso persino il silenzio. Lì, a giocare con una voce più grande di te. Ed è allora che ti rifugi cantandoti una canzone. Perché per me c’era il fascino ma soprattutto non c’è nessuno che mi aspetta.
Siamo tutti una sola cosa. Tutti imprigionati in una stanza vuota, senza mura. Con la notte ch’è solo buio; quasi nero completo. Non fosse per le stelle, quando ci sono le stelle. E allora ti fermi a fissarle. E allora mi fermo a fissarle. E loro tacciono o si raccontano le poche cose che sanno dire. E se cerchi il sonno lo cerchi con fatica. E la fatica te lo toglie, il sonno. Sei troppo stanco per pensare, per sognare, per solamente dormire. E’ in quelle ore che prendo la penna. Che cerco di scrivere la lettera che non finirò mai. Una lettera che nessuno leggerà. E’ solo la stanchezza a guarirmi. Poi è solo perché i giorni sono sempre diversi e tutti uguali.
Di cosa è fatto il mare? Il mare è fatto di onde adulte, e delle sue infine storie. Chi si ricorda quella più alta? Ogni uomo sa dar spazio alla propria immaginazione e bara un po’ per essere ammirato. Come se fosse stata solo sua quell’onda. Se solo lui l’avesse cavalcata. Con la nave a vibrare come pronta a squassarsi sotto il peso e la furia degli elementi. E infine le tempeste. Quelle che ti spaccato il respiro nel petto e ti strappano le pupille. A cui resisti con solo la voglia di lasciarti andare. E ancora una volta ti senti solo davanti a quell’immane universo. Ad un vento senza rispetto che ti schiaffeggia e ti vuole trascinare con se. E lo vorresti. Vorresti lasciarti andare. E allo stesso tempo ne hai paura. Quella paura che non puoi e non vuoi ascoltare. Eppure ti parla; nitidamente. Ti reggi al cordame che ti strappa dalle mani la pelle. E tutta la pelle la raffica sembra volerti strappare.
E’ l’oceano Pacifico questo. Lo guardavo e mi faceva paura. Il comandante è un santo o un pazzo, non fa differenza. E’ semplicemente il messia; mentre rimpiangiamo già anche solo i fari di Cape Cod. Tutti noi siamo nelle sue mani. E’ allora che mi sono distratto per tornare a guardare il mio compagno. Lui scuote forte il bicchiere di cuoio; piccoli rumori secchi sbatacchiati. Poi lascia ruzzolare le ossa sul tavolato. Velocemente allora le ho sistemate come le avevo viste cadere quella sera. Non abbastanza velocemente perché non se ne accorga. Perché io ho una enorme memoria fotografica. Potrei tracciare una mappa precisa dopo aver solo scorto una costa per un attimo.
In quella sua maschera appare una sorta di sorriso. E in quel sorriso ne corregge una: “Dove hai imparato questo gioco”?
Provo una sorta di vergogna, come se potessi pretendere di ignorare il mio tentativo smascherato di barare: “Ti ho osservato mentre in taverna. Un uomo se la destina la propria fortuna”.
Improvvisamente c’è un grande tramestio intorno perché in quel momento un grido da prora avverte che è stato avvistato il mostro.

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yin-yangLascio in coda quello che mi va poco di fare. Credo sia un classico. Credo sia per tutti così. Ad esempio ci sono cosa che stanno lì da mesi. Che non trovano mai il loro adesso. Certe pratiche antipatiche del loro. La disdetta dell’abbonamento. Certa corrispondenza. Eppure lo so che le devo fare. Giro per le stanze. Apro il frigo per vedere cosa mi ha lasciato per stasera la donna. Guardo qualsiasi cosa per distrarmi. E rimando: lo farò dopo. Per quelle cose, per quella telefonata, per quella mail, cioè per quella persona o quel problema c’è sempre un dopo. Un dopo che non arriva. Hai mai visto un dopo che non abbia a sua volta un più tardi. Non c’è un più tardi solo quando si è a letto o pensi lo possa essere la persona che cerchi di evitare. O comunque farlo non sarebbe adatto all’ora. L’ultimo dopo è che dovrei invitare Alice a cena ma s’è fatto tardi. Sarebbe da veri cialtroni invitarla a cena dopo l’ora di cena. Magari lei poi pensa ad un dopocena; un dolcetto, un bicchierino, un digestivo, un po’ di musica, ginnastica della mente, e non, non è proprio il caso. Ci mancherebbe che questa. Era la volta buona che avrei potuto fare una grassa porca figura. L’arrosto era quello che si chiama arrosto. Col vino si sposava una meraviglia. Già! si sposava bene. Rimandando rimandando sei sotto le coperte. Mica puoi dirle di raggiungerti direttamente in pigiama. Magari ti prende sul serio. Magari lo fa. Magari prende un taxi e fa in un attimo. Te la vedi arrivare prima ancora di abbassare il ricevitore. Mentre stai ancora parlandole al telefono. Magari di toglierlo in ascensore; il pigiama. Vestita solo di cinque gocce di Chanel n. 5. L’ho già sentita. E poi te la riesci ad immaginare? La Alice, con tutte le sue arie, senza trucco, slavata? Senza tacchi? Col culo che scopa terra? E le ginocchia rosse? E te ne stai lì al calduccio. Ci pensi. Glielo avevi promesso. Ti coccoli. Magari ci aveva anche creduto. Sperato. Magari dirle di restare lì sulla porta. Guardarla per bene finché lei non lo capisce. Da come fatichi a trattenere una risata. Sarà per domani. Anche in questo caso c’è sempre in domani in cui rifugiarsi. Lo pensi e già non ci credi.
A proposito di donne ieri ci mancava proprio lei. Proprio il giorno adatto. Con tutta quella cataratta di pioggia e lei che chiama. Sono Valeria. Quando ho visto il numero sul display sono stato tentato di non rispondere. E’ stato un attimo. Ho fatto male a non ascoltarmi. Il suo ultimo viaggio. La sua ultima fiamma. Lei ne ha sempre una ultima. Tra l’ultimo e il prossimo. E gli acciacchi della madre. Con l’età che ha è normale. Sua madre ne ha sempre una; povera donna. Si potrebbe riempire un’intera biblioteca. Non si fa mancare nulla. Che poi il suo vero male è che è da sola. L’ho conosciuta. Ha bisogno di parlare. Di sentirsi pietire. Di confidarsi con qualcuno. Certe cose è certo che se le inventa proprio. Solo per dirle. Hanno bisogno di parlare; madre e figlia. Ciao Valeria. Vorrei proprio esserci. Sentire quando lo fanno tra loro. Quando ogn’una rovescia sull’altra la propria esondazione di parole. Sfoga la propria libidine del raccontare. Dove trovano tanta fantasia? Solo una donna può parlare quanto una donna. Quando comincia non finisce più. Non ha pietà nemmeno per la segreteria telefonica. E’ che quest’ultima non ha una pazienza umana. E’ una macchina. Un nastro. E’ temporizzata; a scadenza. Le sue registrazioni finiscono tutte con una parola a metà. Di un discorso monco. E’ Stata una vera fatica; un lavoro. Lei parla e mi accendo una sigaretta. Non la finiva più. Mentre parla mi ricordo di Selmo. Dovrei proprio chiamarlo. Glielo devo. Questo lo devo proprio fare. Non si scappa. Ci dovevamo vedere per un aperitivo. Quand’era? Il fatto è… da quando s’è lasciato con Marina, insomma è stata lei, non fa niente. Il fatto resta. Non fa che parlarne. Non si parla d’altro. Lei qui, lei là. Lei è là, con quello. Lo so che non è facile. Ma non riesce a farsene una ragione. E’ insopportabile. Devo ricordarmi di prendere il pane. Se non lo prendo alla solita ora rischio di scordarmene. E’ stato lui a insistere. Siamo saliti. Non aveva nemmeno srotolato il tappeto. Parlavo piano per non alzare polvere. C’era da per tutto la mancanza di lei. Della stronza. Ormai la chiama solo così. Quasi. Poi lì a rimpiangere. A giù con Fagottino. E Marina diventa un sospiro. Il nome diventa una preghiera. Una invocazione. L’amore che ottunde. Fortunato quando il discorso non finisce con le lacrime. Dice che non è vero ma continua ad aspettarla. Lei s’è portata via persino il cardellino. Che una volta era anche un bel parlare a parlarci.
Puttana, lei, lo è sempre stata. Magari di fretta. Come con me. Senza perdere tempo. Tra un ti va? e un ne avevo proprio bisogno. Cosa vuol dire? Quasi bastasse. Quasi fosse sufficiente. Quasi fosse un buon motivo. Che poi il suo cara diventa persino imbarazzante. Avrei dovuto dirglielo. Fargli aprire gli occhi. Ma come fai a dirlo a uno che non vuole sentirselo dire? Che non vuole sapere? Rischi di non essere nemmeno creduto. Certo che siamo tutti uno diverso dall’altro. Mi stai ad ascoltare? Fossi pazzo. Ma certo che ti ascolto. Sono qui. Mi sono perso quando ancora stava disfacendo le valigie. O forse quando ha cominciato a spiegarmi quanto lui è carino. Nemmeno lo conosco. Non sono abbastanza veloce per tenermi aggiornato. Stavolta è stata a Sherm el Sheick. Sai che novità? Ormai ci vanno tutti. E’ anche il tono della voce. Valeria è micidiale. Come fa poi a fingere così tanto bene un eccesso di entusiasmo? Sarà la sua decima volta. Col rischio di trovare la stessa vana umanità di tutte le mattine; che incontri al bar. Come fai a far credere ancora dell’entusiasmo? Come può pretendere che le si creda? Solo lei può pretendere che sia tanto stupido. E poi che me ne frega che lui sia stato galante. Che sia arrivato con i fiori. Che ne so? Forse Valeria vale un mazzo di fiori. Io non posso giudicare; la conosco dalle medie. E’ una maledizione che mi porto da sempre. Allora non le aveva ancora. Sparisce e poi ricompare. All’improvviso. La stronza. Ha sempre fatto così. E non sente nemmeno il dovere di chiedere scusa. Tanto per tutto avrebbe quella buona; scusa. E come la vedessi. Scuotere la testa e far dondolare i capelli. Sorridersi soddisfatta. Sorridere; come potesse prendersi gioco assieme a te del mondo intero. Orgogliosa di tutto e delle sue tette. Dondolare sui tacchi. Dobbiamo proprio rivederci. Uno di questi giorni. Fare una bella rimpatriata. Ti ricordi… Quando s’era ancora assieme, cioè quando ci si vedeva più spesso, se le toccava più lei di quanto lo lasciasse fare a me. Strana donna, Valeria. Ogni volta pretendeva mille gentilezze. Gli piaceva essere corteggiata. Poi, se tardavi un po’, se perdevi l’attimo, eccola subito là: cosa c’è? Non ti va proprio, oggi? Che poi cosa poteva pretendere. Mai stati una vera coppia. Solo due amici. Due amici che lo facevano. E poi nemmeno così spesso. Forse ieri aveva l’ambizione di farmi ingelosire; povera cocca.
Il ricordo comincia a latitare. Certo che averla al telefono è peggio che averla davanti, di persona. Molto peggio. Al telefono non sai come limitarla. Come chiuderle le fauci. Fortunato se non ha qualche malumore da sfogare. Da riversare irritazione o rabbia su qualche presunto torto, o sgarbo. Su qualche rivale. Solitamente sono le ex. Alla fine ho cenato alle dieci. Ecco perché continui a rimandare certe cose. Ne esci sfiancato; affaticato, ti lasciano il segno. Rimandi tutto ciò che non ti da direttamente piacere. Rimandi tutto ciò che puoi rimandare. La fretta non è mai una buona confidente. Il subito non funziona quasi per niente. Rimando Alice, rimando Valeria, rimando Selmo; nel caso di Valeria è un caso a parte. E’ lei che chiama, Non la puoi rimandare. Ci sono riuscito si e no un paio di volte. La scusa sono occupato, ti richiamo dopo ha funzionato. Si può usare solo con parsimonia. E’ una scusa che però con Filippa non attacca. Lei non si fa rimandare. Devo decidermi a dirglielo. Non ho più l’età per certe stupidaggini. Per stare al telefono a sentirle fare l’eterna ragazzina. La fidanzatina. A chiedere mi pensi? Cosa gli vuoi dire? Ma certo che ti penso. Non faccio altro, da mattina a sera. Come non avessi altro da fare. E quanto mi pensi? Non faccio altro che pensare a lei e a come togliermela dalla testa. Tanto. Tanto quanto? Al diavolo tutto. Come si può essere così stupidi. Niente riesce ad essere più stupido di una donna stupida. Di una donna così. Certo che quando sono stronzo sono proprio stronzo. E mica glielo posso dire a come la penso, quando la penso. Non sarebbe educato. Magari domani chiamo proprio lei. Mi rompe le palle andare a quella presentazione da solo. Infondo è decorativa. Vada per Filippa. Domani. Potessi rimanderei anche quello. Farò bene a ricordarmi di passare a prendere un po’ di contanti, prima. Mi rode solo sentirla continuamente dire, con quel tono chioccio, Piacere Filippa. Sono la sua fidanzata. E nessuno mai lì pronto a rapirsela. Guardare la guardano. E’ da guardare. La guardano e forse pensano al rapimento del giorno dopo. Vada per Filippa. Domani. E’ lavoro. E il lavoro, quello, mica lo puoi rimandare. E’ l’unica cosa che non mi posso permettere di rimandare. Avrei proprio bisogno di qualche giorno di vacanza. Però potrei disdire il contratto del fisso; domani.

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Vorrei non amarti per come ti amo
– di questo doloroso amore che non da abbandono –
non soffrire le tue pene
non interrogarmi sulla tua strada
per vederti esposto ai banchetti dell’usato,
toccato da tutti e da tutto, stropicciato
con panni logori e consunti
venduto ad un prezzo di saldo
sicuro solo di non avere alcuna sicurezza
svuotato dalla paura di incontrare un’idea
rifugiarti dentro ad una confortevole solitudine.
Vorrei ritrovarti nell’orgoglio e nel sogno
sgranare tutti i grani dei tuoi giorni
con il coraggio di guardare la faccia negl’occhi
dando credito che domani può succedere
che un altro qualcosa ti aspetta.
Vorrei… ma non posso
e non è giusto desiderare;
bisogna sapersi misurare e accettare
e tacere ogni mia vigliaccheria.

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