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Posts Tagged ‘dopo’

Come dice anche una canzone “non aveva più voglia di fare la guerra”. Non ne aveva più bisogno. Il suo era il coraggio di essere donna. Se anche quella storia era finita un’altra sarebbe venuta, o nessuna. Forse non aveva più bisogno di storie. Forse poteva farne senza. Suo figlio ormai era grande, e avrebbe capito. E a guardarsi allo specchio sapeva di non potersi amare perché era da troppo tempo che non lo faceva. Il viso lo solcavano solo rughe e quelle rughe erano un disegno mesto. Gli occhi erano due opachi timori, parevano rassegnarsi. I capelli ormai, senza l’aiuto del parrucchiere, erano più bianchi che biondi. Ed era da troppo tempo che non guardava la bilancia. Forse un po’ era stata anche colpa sua. Come poteva un uomo amare una donna che si era lasciata così invecchiare? Ma in fondo era quello in suo dubbio: forse non le era mai importato. Prima sì, ma poi le era interessato solo darsi. Pensare a lui. Veramente era quello che aveva sempre fatto. Anche col suo primo marito. E con il secondo. Ma allora credeva ci fosse ancora un futuro. Di avere qualcosa davanti. Non era certa di quella differenza. Con lui era stata quasi da subito solo una convivenza. Due destini che si sfiorano. Forse la ragione è nel fatto che due disperazioni mescolate non formano mai una felicità. Ma è facile dire che è stupido dopo.
Quando se n’era andato non aveva nemmeno più voglia di piangere. Le era stato quasi indifferente. Aveva giù sofferto e pagato. Ci si abitua a tutto, anche al troppo. E forse lui era sempre stato come l’aveva visto alla fine. Come lo vedeva. E poi il tempo passato non ne vuole sapere di tornare. Si sentiva vecchia e stanca. Non abbastanza vecchia ma molto stanca. E poi per ogni cosa c’è il suo momento. Forse l’errore era stato mettersi con uno più giovane. Forse l’errore è amare, se amore era quello. Era voler fuggire la solitudine. Era quello stramaledetto bisogno di combattere quel silenzio, di una carezza, di un gesto, di sentirsi ancora. Di riconoscersi. Tutto per niente. Non ricordava nemmeno più da quanto tempo tornava a casa di malavoglia. Lo evitava ed evitava di parlargli. Lui aveva provato a continuare a fingere, maldestramente. Lei sapeva dell’altra. Non aveva fatto nulla per trattenerlo. Che senso aveva? Era questo il patto che s’erano dati fin dall’inizio. Convinti che sarebbe durato solo finché fosse durato. Lo aveva voluto proprio lei. Non aveva provato né amarezza né rabbia, solo quasi una muta indifferenza. Non capiva però perché lui avesse testardamente e inutilmente cercato di continuare a negarlo. Forse perché davanti ai fallimenti nessuno vuole vedersi colpevole o responsabile. Forse perché tutti hanno il bisogno di perdonarsi e credersi vittime. Ma ne aveva parlato fin troppo. E il silenzio la offendeva meno di quanto avrebbe potuto supporre.
E’ così che decise di mettere ordine nella sua vita. Svuotò gli armadi e ne riempì alcune valigie con i suoi ultimi abiti. Mise le altre sue cose in alcuni scatoloni. Era quasi sicura che lui non sarebbe mai passato a riprendersele. Non che le facesse male ritrovare oggetti che le parlassero di lui. Semplicemente voleva riprendersi la sua vita. E la sua casa. Semplicemente era una questione di ordine e di spazio. E svuotò sul tavolo i cassetti dove teneva tutte le foto. Nelle più vecchie era ancora bambina, nemmeno riusciva a stare sulle gambe. Erano ancora in bianco e nero. Si rese conto che dentro c’era tutta la sua storia, la sua vita, come fossero state scattate per quello. Tutte assieme facevano un bel mucchio, erano un numero impressionante. Quante saranno potute essere? Semplicemente tantissime. Strano, perché lei non amava farsi fotografare Farle, quello sì; le fotografie. Infatti tra le più recenti in poche c’era. C’erano paesaggi e persone. Le persone della sua vita; delle sue vite. Solitamente lei era dietro la macchina, a ritrarle.
Cominciò con il mettere da parte quelle meno significative. Quelle che in fondo non le ricordavano nulla e non erano che foto. Di queste fece un pacco che legò con un nastro rosso. E anche quello andò direttamente in soffitta. Delle altre… c’erano i posti che aveva visitato. I suoi compagni. I suoi amori o presunti tali. I suoi amici. I suoi genitori e i suoi fratelli, quanto le mancava suo padre. Le divise e raggruppò per periodo, senza pensarci, senza motivo. Aveva una strana inquietudine ma riusciva a domarla con poca fatica. E aveva il suo lavoro ad aiutarla. E voleva avere la mente completamente sgombra per quel lavoro. Finalmente libera. A lui non doveva più niente e non aveva diritto a niente, nemmeno al più piccolo spazio nei suoi pensieri. Gettò tutti i posacenere. Brutto vizio il fumo. Non lo aveva mai sopportato. E le stanze avevano già un’altra aria. Insomma ne aveva tutti i diritti di riprendersi quelle stanze. Di tenere spalancate quelle finestre, le sue finestre. Era sempre stata la sua casa ed era tornata finalmente ad esserlo; solo sua.
Poi una sera decise senza pensarci, le capitava spesso, faceva parte di lei, e forse era anche quello essere donna. Scese quando nessuno la poteva vedere e scavò piccole buche, una affianco all’altra, prima che facesse completamente buio e vi seppellì quegli involucri di foto. Si sentì meglio. Poteva sembrare un gesto stupido. Forse non era nemmeno dimostrativo eppure man mano le sembrava di sentirsi meglio. Seppelliva il suo passato, completamente e definitivamente, sotto un palmo di buona terra. Vicino cresceva alta una pianta di rose selvatiche. Tornò che era stanca ma soddisfatta. Aveva le mani e la gonna sporca e un grande appetito. Dopo cena aveva guardato un dibattito politico senza dover sorbire le sue lamentele e senza dover andare fino in salotto. Lasciò i piatti da lavare, in fondo l’avrebbe potuto fare anche l’indomani. Lesse più del solito prima di prendere sonno ma il romanzo continuava a non piacerle.
Il sonno venne senza fatica ma non la riposò. Un sogno l’aveva angosciata, un sogno che ricordava ancora al mattino perfettamente mentre cercava di mettersi in ordine per uscire. Doveva passare per la banca ma non riusciva a togliersi dalla testa le immagini della notte. Sotto quelle piccole fosse qualcosa pareva lievitare, riprendere vigore. Le persone delle foto stavano tornando in vita uscendo dalle stesse immagini. E tornavano trovandosi sotto quel palmo di terra umida. E allora cominciavano a graffiare disperatamente le zolle per trovare aria; aria e luce. Cercavano di gridare con le gole soffocate. Ne uscivano solo lamenti muti. E tutto era così vivido da sembrare più che reale. Si sentì male, colpevole. Nello stomaco le uscì un buco. Non riusciva a fissarsi su quello che faceva, né riuscì a mangiare. Aspettò con impazienza e alle prime ombre scese in giardino. Nulla sembrava come prima. Ogni buca ricoperta s’era gonfiata come un ventre di donna. Si chiese cosa avrebbe trovato lì sotto. Si diede un attimo sospeso di pausa. Forse aveva avuto troppa fretta. Forse ci vuole solo un po’ più di tempo per imparare a vivere con la solitudine e per tornare a parlare con se stessa. Ma forse era troppo tardi eppure lo doveva fare. Con una grande pena nel cuore si mise a scavare.

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteSi guardò indietro: non aveva portato nulla con sé.
Strano viaggio la vita. Non capiva. Si era sentito confuso. E non aveva voluto crederci. Non poteva finire. Non lo voleva. Eppure era finito. E finito da tempo. Aveva lottato. Aveva difeso quel sentimento. Le aveva provate tutte. Almeno così credeva. E alla fine era stata lei a dire basta. Come fosse una decisione leggera. Lui aveva sbagliato risposta.
La sua domanda era stata: “Perché non possiamo restare come amici”? Poco importava che non ne sarebbe stata capace. Poco importava che non poteva finire così. Che erano stati insieme una vita. Lui aveva sbagliato quella risposta: “L’amore o è o non può essere”. E si era trovato messo alla porta. Con tutto il suo orgoglio. Con tutta la sua testarda convinzione. Con una briciola di arroganza. Poche cose in una valigia e un addio al telefono.
Strana donna Margherita. Ma quale donna non è strana. Non le aveva mai capite le donne. Eppure le considerava ancora creature magiche. Ma in fondo chi non è a suo modo strano. Lui stesso era un enigma complicato e irrisolvibile per sè. Così attraversò la porta e si sentì libero. Stranamente libero. Il passato alle spalle. Il passato non sarebbe mai potuto tornare. Non così. E ogni altra promessa sarebbe stata vana.
Si sistemo in quel piccolo appartamento provvisorio. Un vero buco. Ci sarebbe stato da piangere. Sessant’anni e ricominciare. Si sentì vecchio. Sistemò le sue poche cose. Un po’ di abiti. Nessun disco. Nessun libro. Tutto era rimasto là. Eppure era stato fortunato a trovare quella soluzione. Lui non sarebbe tornato da sua madre. Si sarebbe arrangiato. Si cucinò una cena frugale. Mise la tovaglia. Preparò tavola. Non voleva lasciarsi andare.
La forchetta si fermò a mezz’aria. Il caldo era afoso. Avevano vissuto assieme trent’anni. Alcuni buoni, altri meno. Ad essere onesto metà di questi e metà di quelli. Esattamente metà. I primi, naturalmente, buoni. Forse qualcosa di più. I secondi… molto difficili. Incomprensioni. Solo difficili amarezze. E li aveva unicamente subiti. Con la decisione, che non era mai venuta meno, di non arrendersi. In situazioni simili ci si trova sempre davanti ad un resoconto? Il suo diceva che era stato fortunato. In fondo quindici anni di felicità sono molti. Ricordava alcuni di quei momenti. La nascita della loro bambina. Una notte di passione. Una precisa notte, quella. Un paio di viaggi. Altre cose. Tutte legate a giorni felici. Non ricordava altro.
Si guardò intorno. Le pareti erano spoglie. Si sentì nudo. Pensò che la vita gli aveva dato molto: quei quindici anni. Se lo ripeté. Si sentiva di aver vissuto. Non solo del loro rapporto. Soprattutto di quello. In fondo non si aspettava più niente dalla vita. Si sentiva arrivato. Troppo stanco per un altro viaggio. Troppo deluso per potersi fidare ancora di qualcuno. Ma lui aveva ancora i suoi amici. Il suo mondo. Aveva avuto molto. Aveva ancora molto. Ma si sentiva meno fragile di quanto si sarebbe aspettato. Con il rumore della televisione si preparò a lavare i piatti. La pigrizia non avrebbe vinto. Non si sarebbe lasciato andare. Nemmeno un attimo. Nessun tentennamento.
Non gli restava niente di quello che era stato. Non certo le cose che aveva amato. Nemmeno una foto. Nemmeno un libro sul comodino. E quel comodino, e quel letto non erano suoi. Era un uomo senza passato. E il materasso era scomodo e duro. Ma tanto non aveva sonno. Poteva restare a dormire l’indomani mattina. Non aveva fretta coricarsi. Forse, ne avrebbe avuto conferma solo dopo, aveva timore di quel silenzio. Di quel silenzio completo. Di quell’assenza di rumore che significava vera solitudine. Cercò con tenacia di rimandare il momento. Il più possibile. Ma la mente andava anche dove non avrebbe voluto. Alla fine non gli restò che cedere.
Spense la luce. Improvvisamente riconobbe un sentimento mai provato: la paura. Una strana paura. Riaccese. Tornò ad alzarsi. Andò alla porta. Girò la chiave sulla toppa. Si rese conto del gesto e della sua tragicità. Non l’aveva mai fatto. Non aveva mai chiuso la porta di casa a chiave per la notte. Chiuse anche le imposte. Era una strana paura. Nemmeno una vera paura. Gli dava un senso di vuoto. Di spazio. Di vertigine. Era forse quello il modo in cui ci si sente veramente soli?
Anche i sogni li aveva chiusi fuori. E da fuori non giungeva nessun rumore. Come se anche tutto il resto del mondo fosse finito.

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Credo sia pazza. Una pazza scatenata. Non fa ormai che chiamare. Non so proprio come liberarmene. Per fortuna non ha quello di casa. Mi dovrò inventare qualcosa. Non è stata che una piccola storia. Cosa ci posso fare se lei s’è messa in testa… s’è messa a sognare? Se mi ha scambiato per un altro. Se s’è fissata che era la sua favola che aspettava. In fondo è stato bello. E’ stato bello finché è durato. Come sempre. Per sempre non esiste. Forse nemmeno con Elena. Non ci voglio pensare. Dovrebbe essermene grata. Non c’è stato nessuno prima. Probabilmente non ci sarà nessuno dopo. E chi se la sarebbe presa? Con quella faccia. Con quell’aria da ultima spiaggia. Da suffragetta. Subito pronta a illudersi. A credere. A sognare. Cosa ci posso fare io? Le conosco quelle come lei, ed è questo che mi piace in quelle donne. Il loro essere indifese. Già il primo complimento le colpisce allo stomaco, duro. Non è che te ne vai a vantare, ma le facili prede hanno almeno quello di bello: non costano troppa fatica. Cerchi la scopata e sembrano là ad attenderla. Basta dir loro che sei quello che stavano aspettando. A volte basta una semplice cortesia.
Non per vantarmi ma ho esperienza per le donne indifese. E’ stato esattamente così. Mi faceva allegria. Mi scappava da ridere. Seduta nel silenzio del suo giornale. Il parco. Gli occhiali e la sua aria intellettuale. Il suo pranzo frugale: un panino. Tutta attenta a coprire le gambe e ai suoi infiniti rossori. “Scusi, è libero”? Era come se la conoscessi già; da sempre. “Posso sedere”? Quella sua aria di sospetto. Certo sono frasi stupide. Non è che una panchina, ai giardini, possa essere prenotata. E come si può dire di no? L’approccio è sempre fatto di parole stupide. Del tempo di studio; cauto. La diffidenza che si stempera. Era buffa. E se non avesse voluto avrebbe potuto ritirarsi già da allora. In fondo forse mi stava veramente aspettando. Quel suo giornale progressista. Non me ne frega niente, ma se serve credo anch’io alle libertà, ai principi; a quello che vuole. Alle baggianate di ogni giornale. Se serve al mio scopo. Basta fingere di leggere proprio quello che sta leggendo, con interesse. Non è la prima né l’ultima. E sapeva di bucato. E di donna romantica.
Le avevo già messo gli occhi addosso. Ero certo che non mi sarebbe sfuggita. Non aveva bisogno che di un po’ d’attenzione. Di essere ascoltata. Di farsi illudere. Avevo capito immediatamente che voleva sentire parlare d’amore. Che le sarebbe bastato. L’avevo capito guardandola. Quei capelli e quei vestiti fuori moda. Alla fine non ci vuole molto a dire quello che una così vuole sentirsi dire. Per poi fissarla negli occhi. E leggerle dentro. Quella sua ansia. Quei suoi tremori. E timori. Incatenarla ad uno sguardo di velluto. Lei che implora una piccola attenzione. Le donne sono donne; soprattutto quelle. E lei non aveva che il bisogno di sentirsi donna; finalmente. Credo sia il tipo che si innamora del suo direttore. Molte impiegate lo fanno. Si innamorano della figura dell’uomo. Di chi le sa comandare. E’ questo che vogliono: sentirsi dire quello che devono essere. E soprattutto come non devono essere.
Bisogna saperci fare. Basta un po’ di parlantina. Così l’ho tenuta lì incollata. Tutta attenta. Dopo i primi momenti le parole fluivano naturali; come i cenni suoi del capo, di assenso. E’ così che il tempo passa che nemmeno te ne accorgi. Naturalmente ho evitato di controllare l’orologio. Sono piccole precauzioni; elementari. Con l’uso diventano spontanee. E’ nel gioco delle parti; dargli attenzione. Farle sentire che esistono. Basta molto poco. “Una cena”? Era fatta. Le avevo già sfiorato la mano. I suoi occhi s’erano incantati. Eppure, istintivamente, una cena le sembrava una cosa eclatante, assurda; compromettente. Certo lo è. Deve sapere cosa c’è dietro; dopo. Non ho colpa se una finge di non saperlo. Ed erano gli stessi suoi occhi a chiedermelo; ad implorarmi. E dopo la cena… non sono abituato a gettarli per niente. Non è mai successo che una vanifichi il mio investimento. Interessato, certo. Finalizzato.
Dopo è stato solo pieno di quello che viene dopo. E di un bicchiere di buon vino. Col senno di poi paiono avere un altro senso. Le carinerie divengono parole da sole. A chi non è mai successo? Certe cose si dicono: le parole sfuggono. Vengono da sé. Fanno parte dello spettacolo. Non si può star lì a pensarci. Sei con una donna e le racconti; le dici quello che si aspetta di sentirsi dire. E non lo nego certo: gliel’avrò anche detto. Ascoltando il suono della mia voce. Quale donna non vuole illudersi di essere bella? Che è unica. E allora le dici che è unica. Ma solo per quello. E’ il gioco della seduzione. Poi smetti di parlare. Glielo dici coi baci. Con delle piccole studiate tenerezze. La avvolgi nelle tue braccia. Chi non lo sa? La vita va così. La vita è quella che è. Non potevo immaginare che lei credeva a tutto. In verità era un problema solo suo. Niente dura tutta una vita, figuriamoci l’incontro di una sera. L’avventura per qualche sera. L’ho lasciata pagare. Si è offerta: ero certo che l’avrebbe fatto. Alla fine era un po’ brilla. Io le so fare le mie cose. Ma quale orgoglio. L’ho lasciata credere che gradivo la sua generosità, il suo gesto. L’ho fatta sentire orgogliosa, di sé.
Che poi spogliata non era niente male. Ha il corpo maturo di una donna nel momento più bello della sua vita. Quasi quasi lo rimpiango. E non lo nego che mi è proprio piaciuto. E non ho nemmeno fatto molta fatica. Certo che lei avrebbe voluto che finisse allo stesso modo: in modo romantico; magari, al massimo, in un alberghetto. Meglio a casa mia. Insomma una cosa con tutti i crismi. Ma io non posso permettermi di gettarli. E poi alla fine avevo un po’ di fretta. E assolutamente non è vero che le ho giurato. Evito queste esagerazioni. E non le è bastato vergognarsene. “Ci possono vedere”. Nemmeno ho dovuto insistere più di tanto. Come l’ho baciata si è lasciata andare; almeno quasi subito. Certo che me la sono guadagnata, ma avrei pensato che sarebbe stato più difficile. Ed ora viene a raccontarmi le sue fole. Le sue paranoie. Al telefono. Certo che ho dovuto insistere. E anche energicamente. Cosa centra? Me la facevo più difficile. Che se una se le vuole proprio tenerle addosso, le mutandine, non c’è verso; niente gliele può fare togliere. Se l’ha fatto è perché lo voleva fare. Al di là delle parole. Certe cose le hai dentro. E dentro lei è quello che non vorrebbe essere. Quello che si è sempre mentita. E poi me ne frega.
Ma perché sto qui a raccontarmi queste cose? Non potevo certo dirle che era solo un capriccio. Il gusto della caccia. Della preda. Che io una donna mia ce l’ho. E che lei mi aspetta a casa. L’ho trattata come una signora. E non si può certo lagnare. Devo ammetterlo: uno come me non si trova tutti i giorni. Con una donna, non per vantarmi, ma ci so fare. E poi… quale ragazza? Una donna non è mai ragazza. E poi alla sua età. Le ho semplicemente fatto un favore. E’ stata quasi un’opera di bene. Cioè… non mi piace essere volgare. Non è proprio nel mio stile. Certo che per essere alla prima era disponibile. Fin troppo arrendevole. Così remissiva. E pronta ad imparare. Ma come si può credere a tutto? E’ perché si vuole.
E sarei io lo stronzo.

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yin-yangLascio in coda quello che mi va poco di fare. Credo sia un classico. Credo sia per tutti così. Ad esempio ci sono cosa che stanno lì da mesi. Che non trovano mai il loro adesso. Certe pratiche antipatiche del loro. La disdetta dell’abbonamento. Certa corrispondenza. Eppure lo so che le devo fare. Giro per le stanze. Apro il frigo per vedere cosa mi ha lasciato per stasera la donna. Guardo qualsiasi cosa per distrarmi. E rimando: lo farò dopo. Per quelle cose, per quella telefonata, per quella mail, cioè per quella persona o quel problema c’è sempre un dopo. Un dopo che non arriva. Hai mai visto un dopo che non abbia a sua volta un più tardi. Non c’è un più tardi solo quando si è a letto o pensi lo possa essere la persona che cerchi di evitare. O comunque farlo non sarebbe adatto all’ora. L’ultimo dopo è che dovrei invitare Alice a cena ma s’è fatto tardi. Sarebbe da veri cialtroni invitarla a cena dopo l’ora di cena. Magari lei poi pensa ad un dopocena; un dolcetto, un bicchierino, un digestivo, un po’ di musica, ginnastica della mente, e non, non è proprio il caso. Ci mancherebbe che questa. Era la volta buona che avrei potuto fare una grassa porca figura. L’arrosto era quello che si chiama arrosto. Col vino si sposava una meraviglia. Già! si sposava bene. Rimandando rimandando sei sotto le coperte. Mica puoi dirle di raggiungerti direttamente in pigiama. Magari ti prende sul serio. Magari lo fa. Magari prende un taxi e fa in un attimo. Te la vedi arrivare prima ancora di abbassare il ricevitore. Mentre stai ancora parlandole al telefono. Magari di toglierlo in ascensore; il pigiama. Vestita solo di cinque gocce di Chanel n. 5. L’ho già sentita. E poi te la riesci ad immaginare? La Alice, con tutte le sue arie, senza trucco, slavata? Senza tacchi? Col culo che scopa terra? E le ginocchia rosse? E te ne stai lì al calduccio. Ci pensi. Glielo avevi promesso. Ti coccoli. Magari ci aveva anche creduto. Sperato. Magari dirle di restare lì sulla porta. Guardarla per bene finché lei non lo capisce. Da come fatichi a trattenere una risata. Sarà per domani. Anche in questo caso c’è sempre in domani in cui rifugiarsi. Lo pensi e già non ci credi.
A proposito di donne ieri ci mancava proprio lei. Proprio il giorno adatto. Con tutta quella cataratta di pioggia e lei che chiama. Sono Valeria. Quando ho visto il numero sul display sono stato tentato di non rispondere. E’ stato un attimo. Ho fatto male a non ascoltarmi. Il suo ultimo viaggio. La sua ultima fiamma. Lei ne ha sempre una ultima. Tra l’ultimo e il prossimo. E gli acciacchi della madre. Con l’età che ha è normale. Sua madre ne ha sempre una; povera donna. Si potrebbe riempire un’intera biblioteca. Non si fa mancare nulla. Che poi il suo vero male è che è da sola. L’ho conosciuta. Ha bisogno di parlare. Di sentirsi pietire. Di confidarsi con qualcuno. Certe cose è certo che se le inventa proprio. Solo per dirle. Hanno bisogno di parlare; madre e figlia. Ciao Valeria. Vorrei proprio esserci. Sentire quando lo fanno tra loro. Quando ogn’una rovescia sull’altra la propria esondazione di parole. Sfoga la propria libidine del raccontare. Dove trovano tanta fantasia? Solo una donna può parlare quanto una donna. Quando comincia non finisce più. Non ha pietà nemmeno per la segreteria telefonica. E’ che quest’ultima non ha una pazienza umana. E’ una macchina. Un nastro. E’ temporizzata; a scadenza. Le sue registrazioni finiscono tutte con una parola a metà. Di un discorso monco. E’ Stata una vera fatica; un lavoro. Lei parla e mi accendo una sigaretta. Non la finiva più. Mentre parla mi ricordo di Selmo. Dovrei proprio chiamarlo. Glielo devo. Questo lo devo proprio fare. Non si scappa. Ci dovevamo vedere per un aperitivo. Quand’era? Il fatto è… da quando s’è lasciato con Marina, insomma è stata lei, non fa niente. Il fatto resta. Non fa che parlarne. Non si parla d’altro. Lei qui, lei là. Lei è là, con quello. Lo so che non è facile. Ma non riesce a farsene una ragione. E’ insopportabile. Devo ricordarmi di prendere il pane. Se non lo prendo alla solita ora rischio di scordarmene. E’ stato lui a insistere. Siamo saliti. Non aveva nemmeno srotolato il tappeto. Parlavo piano per non alzare polvere. C’era da per tutto la mancanza di lei. Della stronza. Ormai la chiama solo così. Quasi. Poi lì a rimpiangere. A giù con Fagottino. E Marina diventa un sospiro. Il nome diventa una preghiera. Una invocazione. L’amore che ottunde. Fortunato quando il discorso non finisce con le lacrime. Dice che non è vero ma continua ad aspettarla. Lei s’è portata via persino il cardellino. Che una volta era anche un bel parlare a parlarci.
Puttana, lei, lo è sempre stata. Magari di fretta. Come con me. Senza perdere tempo. Tra un ti va? e un ne avevo proprio bisogno. Cosa vuol dire? Quasi bastasse. Quasi fosse sufficiente. Quasi fosse un buon motivo. Che poi il suo cara diventa persino imbarazzante. Avrei dovuto dirglielo. Fargli aprire gli occhi. Ma come fai a dirlo a uno che non vuole sentirselo dire? Che non vuole sapere? Rischi di non essere nemmeno creduto. Certo che siamo tutti uno diverso dall’altro. Mi stai ad ascoltare? Fossi pazzo. Ma certo che ti ascolto. Sono qui. Mi sono perso quando ancora stava disfacendo le valigie. O forse quando ha cominciato a spiegarmi quanto lui è carino. Nemmeno lo conosco. Non sono abbastanza veloce per tenermi aggiornato. Stavolta è stata a Sherm el Sheick. Sai che novità? Ormai ci vanno tutti. E’ anche il tono della voce. Valeria è micidiale. Come fa poi a fingere così tanto bene un eccesso di entusiasmo? Sarà la sua decima volta. Col rischio di trovare la stessa vana umanità di tutte le mattine; che incontri al bar. Come fai a far credere ancora dell’entusiasmo? Come può pretendere che le si creda? Solo lei può pretendere che sia tanto stupido. E poi che me ne frega che lui sia stato galante. Che sia arrivato con i fiori. Che ne so? Forse Valeria vale un mazzo di fiori. Io non posso giudicare; la conosco dalle medie. E’ una maledizione che mi porto da sempre. Allora non le aveva ancora. Sparisce e poi ricompare. All’improvviso. La stronza. Ha sempre fatto così. E non sente nemmeno il dovere di chiedere scusa. Tanto per tutto avrebbe quella buona; scusa. E come la vedessi. Scuotere la testa e far dondolare i capelli. Sorridersi soddisfatta. Sorridere; come potesse prendersi gioco assieme a te del mondo intero. Orgogliosa di tutto e delle sue tette. Dondolare sui tacchi. Dobbiamo proprio rivederci. Uno di questi giorni. Fare una bella rimpatriata. Ti ricordi… Quando s’era ancora assieme, cioè quando ci si vedeva più spesso, se le toccava più lei di quanto lo lasciasse fare a me. Strana donna, Valeria. Ogni volta pretendeva mille gentilezze. Gli piaceva essere corteggiata. Poi, se tardavi un po’, se perdevi l’attimo, eccola subito là: cosa c’è? Non ti va proprio, oggi? Che poi cosa poteva pretendere. Mai stati una vera coppia. Solo due amici. Due amici che lo facevano. E poi nemmeno così spesso. Forse ieri aveva l’ambizione di farmi ingelosire; povera cocca.
Il ricordo comincia a latitare. Certo che averla al telefono è peggio che averla davanti, di persona. Molto peggio. Al telefono non sai come limitarla. Come chiuderle le fauci. Fortunato se non ha qualche malumore da sfogare. Da riversare irritazione o rabbia su qualche presunto torto, o sgarbo. Su qualche rivale. Solitamente sono le ex. Alla fine ho cenato alle dieci. Ecco perché continui a rimandare certe cose. Ne esci sfiancato; affaticato, ti lasciano il segno. Rimandi tutto ciò che non ti da direttamente piacere. Rimandi tutto ciò che puoi rimandare. La fretta non è mai una buona confidente. Il subito non funziona quasi per niente. Rimando Alice, rimando Valeria, rimando Selmo; nel caso di Valeria è un caso a parte. E’ lei che chiama, Non la puoi rimandare. Ci sono riuscito si e no un paio di volte. La scusa sono occupato, ti richiamo dopo ha funzionato. Si può usare solo con parsimonia. E’ una scusa che però con Filippa non attacca. Lei non si fa rimandare. Devo decidermi a dirglielo. Non ho più l’età per certe stupidaggini. Per stare al telefono a sentirle fare l’eterna ragazzina. La fidanzatina. A chiedere mi pensi? Cosa gli vuoi dire? Ma certo che ti penso. Non faccio altro, da mattina a sera. Come non avessi altro da fare. E quanto mi pensi? Non faccio altro che pensare a lei e a come togliermela dalla testa. Tanto. Tanto quanto? Al diavolo tutto. Come si può essere così stupidi. Niente riesce ad essere più stupido di una donna stupida. Di una donna così. Certo che quando sono stronzo sono proprio stronzo. E mica glielo posso dire a come la penso, quando la penso. Non sarebbe educato. Magari domani chiamo proprio lei. Mi rompe le palle andare a quella presentazione da solo. Infondo è decorativa. Vada per Filippa. Domani. Potessi rimanderei anche quello. Farò bene a ricordarmi di passare a prendere un po’ di contanti, prima. Mi rode solo sentirla continuamente dire, con quel tono chioccio, Piacere Filippa. Sono la sua fidanzata. E nessuno mai lì pronto a rapirsela. Guardare la guardano. E’ da guardare. La guardano e forse pensano al rapimento del giorno dopo. Vada per Filippa. Domani. E’ lavoro. E il lavoro, quello, mica lo puoi rimandare. E’ l’unica cosa che non mi posso permettere di rimandare. Avrei proprio bisogno di qualche giorno di vacanza. Però potrei disdire il contratto del fisso; domani.

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Scartare, per così dire, Claudia non gli era costato troppo tempo, quasi quanto quello che lei aveva impiegato per chiedergli un poco credibile “cosa fai?” Se lo aveva fatto lentamente era stato solo per la propria vanità. Per chiedersi se era sprezzante del pericolo. E perché aveva voluto guardarla e conoscerla bene. E poi lei, per gli occhi, ne valeva la pena.
Dopo si era acceso una sigaretta. Non l’aveva ancora spenta e lei aveva già esaurito ogni argomento. E fosse stato, almeno, solo silenzio. Invece si sentiva, forse, come in dovere; stesa, quasi a cercare comunque una posa fotografica. Non che lui si aspettasse di più. E nemmeno era molto interessato, ormai. Poteva al massimo dirsi lusingato. Di una lusinga esile. Che forse avrebbe ritrovata il mattino. Con l’odore di lei.  Ma non era andato certo lì per un dopo. Infondo è sempre meglio un buon libro per prepararsi al sonno. Si chiese se si sarebbe dovuto vestire per riaccompagnarla e si sentiva impigrito.


La Colonna sonora di questo mese su fulminiesaette è:

Il rimmel sognante

(Joni Mitchell: God must be a boogie man) [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/briciole/BoogieMan.mp3”%5D

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