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Posts Tagged ‘doveri’

Immagine di donna dopo una violenza«E’ già un po’ di giorni ch’è strana. Che la vedo strana. Non può farmi salire e poi trattarmi così. Un sacco di chiacchiere, inutili. Un sacco di bla bla e bla blo. Di io qui e io là. Di capricci. Di io non credevo. Io non volevo. Cosa crede che sia venuto a fare? Appunto. Per i suoi begli occhi? E no, cara! Sa che mi piace andare al sodo. E l’uomo è uomo. E il suo bel culo mi fa dare di matto. Sono pazzo di lei. Gliele scaldo io le mutandine. Cos’è: è tornata pudica. Cazzo! cosa vuol dire non ne ho voglia? “Cosa vuol dire non ne ho voglia”? Mi fa andare la mosca al naso.
Io la voglia ce l’ho adesso. Cosa c’entra s’è mattina. Non quando va alla tua testa matta. E poi con chi ti vuol bene. Che discorsi sono? Sono il tuo uomo. Tua madre non torna fino al pomeriggio. Sono venuto apposta. Per stare soli. Te lo faccio io battere il cuore. Altro che balle. Altro che romanticismo. Un uomo non può essere sempre solo dolce. Sempre essere paziente. Va bene il rispetto, ma… Ha bisogno delle sue soddisfazioni. Un uomo. Ha bisogno che la sua donna lo faccia sentire uomo. E dammi questa mano. Adesso te lo do. Mi hai fatto venire voglia. Sei stata tu. Lo so che ti piace. Come piace a me. Anche di più. M’è venuta voglia prima ancora di vederti.
Vuole solo farmi incazzare. Quando è così lo fa apposta. Noi ci vogliamo bene. Le dico “Ti amo”. Lei continua testarda. Cos’è cambiato da ieri? E dall’altro giorno? Non so cos’è questa novità. Non ha mai fatto la ritrosa. Sei stata tu ad allungare la mano. O no? Quella volta. Perché ti piace come il mio. Bello e vivo. Tu ne vai pazza. Ammettilo. E io ti faccio diventare matta. E’ inutile che protesti, tanto non ti può sentire nessuno. E poi in fondo cos’è? Una in più o una in meno. E poi con me? Quando c’è l’amore. Quando c’è l’amore la voglia c’è sempre. Cosa ti sei messa in testa. Guarda che io ti sposo.
Cosa vuol dire? Non ci si può lasciare dopo quello che c’è stato. Tra noi. No? Mica si fa così. Sei la mia donna. Garda che… no! Te lo faccio dentro. Così impari. Vai a piangere per il mondo. Dove vai dopo con un bambino? Dove vai dopo con un bambino a fare la puttana? Perché tu lo sei per vocazione; puttana. Ma a me piaci così. Io non sono mica come quelli che ne approfittano e poi spariscono. Io non ho preteso di essere il primo. E adesso fai queste storia. Non sono forse stato buono? Non ho avuto pazienza, con te? E poi… insomma sei la mia donna. La mia donna. Niente balle. Non c’è nulla di cui dobbiamo parlare. Domani andiamo in centro e ti prendo un bel regalo.
Questo è il mondo dei più forti. Cerca di essere carina. In fondo me lo merito. O no? Stai ferma. Stai buona. Vedrai che dopo la voglia viene. Te lo tolgo io quello sguardo di sfida. Te li faccio abbassare, cazzo, quegli occhi indomiti. So io come piegarti. A colpi di questo. Di cazzo. “Adesso te lo do. Mi hai fatto venire voglia. Sei stata tu a provocarmi”. E vallo a dire a qualcun altro. A qualche fesso. Che non volevi. Si vuole i due. E poi cos’è questa storia. Questo “dovremmo parlare”. Non c’è molto da dire. Mi va. E se non ti va te la faccio venire io la voglia. Lo so che sei porca. Che sei porca dentro. Dovevi pensarci prima. Quando una donna va con un uomo è di quell’uomo. Cosa sono queste storie? Ti sei alzata con la luna storta? Sei indisposta in testa? Ma vuoi prendermi per il culo? Sai che così… non farmi essere cattivo.
E apri queste cazzo di gambe. Come se fosse la prima volta. Con tutte le volte che l’abbiamo fatto. L’uomo ha bisogno della sua soddisfazione. Sai che ne ho diritto. Come se non sentissi. Lo sento che ti stai già bagnando. Non è bello. Lo vuoi proprio. Guarda che me lo tiri fuori. Anche se non l’ho mai fatto. Anche se deve essere la prima volta. Vuoi prenderti uno sganassone? Non essere testarda. Sai quanto mi piace. Dai che sei brava. Vedi che se fai la brava… Cazzo sono quelle lacrime. Ecco! Basta che stai ferma. Faccio tutto io. Vedi com’è bello. In fondo ci amiamo. Dillo che piace anche a te. Tanto lo so. Non fare la testarda. Ammettilo. Siamo uno per l’altra. Dove lo trovi uno come me? Sono proprio della misura giusta. Solo un attimo. Uno che ti vuole così bene. Vedrai che faccio presto. Guarda che scherzavo. Starò attento. Fai la brava. Così! Se una non vuole non vuole. Non c’è verso. Così vuol dire che volevi. Vedi che avevo ragione. “Un uomo è un uomo”.»

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Nello studio tutto ordinato il giovane avvocato, con un aria molto paziente, si rivolge alla sua prima cliente: “Mi chiami pure avvocato”.
La sposina è una giovane donna elegante, bella della sua giovinezza, ma dall’aspetto un poco freddo e accigliato: “Avvocato devi chiederlo a Lui, al mio signor marito, se non è tutto vero. Chiediglielo e poi ridiamo. E’ proprio tutto da ridere. Se non fosse che mi ha rovinato la vita: Anzi no, lasciamo perdere, meglio che parli io”.
Il marito può avere, su per giù, la stessa età della donna; magro e abbastanza alto, curato anche nei particolari, porta occhiali con montatura leggera in metallo: “Che parole grosse per niente. Lo so che la faccenda sembra strana. Tutte le cose che non sono frequenti, che escono dai comportamenti di tutti i giorni, possono sembrare strane. Ma strano poi perché? Strano è solo che tu, cara, abbia voluto fare tutto questo polverone e mettere di mezzo estranei. Sbattere i nostri panni in strada. Scusi sa! non per lei avvocato. Se permette le spiego; almeno per quello che consta a me”.
L’avvocato guarda entrambi con un sorriso comprensivo: “Niente! non è niente! Eppure sembrate persone tanto ragionevoli, possibile che non si possa addivenire ad un accordo. Dirimere la questione in via amichevole e trovare un modo di pacificazione? Io sono sicuro che troveremo assieme un punto di riconciliazione”.
La sposina ha il pepe addosso; lampi di rabbia ne illuminano gl’occhi dando luce all’intorno. Perde piccoli sorrisi sarcastici che lancia al marito e sorrisi di cortesia per l’avvocato. Tutto questo da vivacità e significato a quel viso; gli dona ricchezza e movimento: “Lui spiega. Ma cosa spiega Lui? E’ ridicolo. Ma come si può avere la spudoratezza di parlare. E tu, fai presto tu, avvocato a parlare, ma con chi stai? e non fare l’avvocato; vorrei vederti te nei miei panni; pur con tutte quelle tue parole. E allora vedere se parli così”.
Il giovane avvocato si difende spostando e rispostando distrattamente le poche cartelline pressoché vuote accatastate davanti a lui, sulla pesante scrivania: “Andiamo con ordine, per favore; cominciamo dall’inizio e con calma. Se non vi dispiace vi chiedo io… perché vorrei capirne qualcosa di questa ingarbugliata storia. Al di là di quello che lei, signora, mi ha detto per telefono e anche delle aride parole scritte che molto non dicono e che sembrano scritte per non far capire e che poi non ho neanche avuto il tempo di guardare”.
La sposina sorride solo a lui e insuperbisce il volto nell’ignorare volutamente il marito rappresentando melodrammaticamente il ruolo di chi detesta: “Fai pure; come vuoi”.
L’avvocato sembra rasserenato d’aver trovato una prima soluzione, d’aver messo ordine nella tempesta che sembrava per scoppiare. Sa che finché parla lui gli sarà più facile mantenere ordine e governare la situazione: “Allora da quanto tempo è che siete sposati”?
Il marito parla molto composto misurando le parole e centellinandole come un vino prezioso: “Anch’io continuo a pensare che tutto non si possa che riaggiustare. Certo è un piccolo capriccio di donna anche se non me lo aspettavo proprio da mia moglie. E’ una donna molto sensibile, lei non può nemmeno immaginare quanto. Con lei riesco a parlare di tutto ma proprio di tutto. Ci siamo sposati circa tre mesi fa. Ci siamo maritati esattamente il 2 novembre”…
La sposina, che esaurisce velocemente la sua pazienza condita di commiserazione, lo interrompe bruscamente: “Tu, avvocato, devi dire a quello… al mio signor marito che deve lasciare parlare me. Non sono forse io che… la parte in causa. Si! quel disgraziato giorno è stato proprio circa tre mesi or sono; il due di novembre. Una giornata di… ricordo ancora che pioveva …e poi dicono sposa bagnata”…
Il marito sembra in grado di continuare a controllare completamente le proprie reazioni: “Non mi sembra il caso, cara, che fai così. Tutta questa acredine e realmente esagerata e immotivata. Non vedi che rischi di sfiorare il ridicolo e farci ridere dietro. E poi il signor avvocato finirà con il non capire niente”.
La sposina, come fosse indignata, non regala uno sguardo al marito: “Ridicolo un corno. E poi tu, avvocato, digli che non si deve intromettere e che non si deve più rivolgere a me”.
L’avvocato ancora paziente: “Calmatevi, per favore, e parliamo uno alla volta. Mi spieghi lei allora, signora, che forse è meglio”. E si sbottona la giacca.
La sposina liscia la gonna, la corta gonna che finisce poco sopra le ginocchia, e si dà un contegno: “Bene. Allora, stavo dicendo prima di essere interrotta da… da quell’essere infame”.
Il marito sorride alla moglie che visibilmente fugge lo sguardo girando violentemente il capo: “Non ti sembra di essere eccessiva; cara”?
La sposina sembra sul punto di infuriarsi: “Lo senti? lo senti? avvocato, se poi vengo interrotta sempre, forse è meglio… forse… non riesco a spiegarti. Eccessiva… poi. Come tutte le donne, qual’è quella donna –e la voce si fa concitata– che non lo sogna? Ho sognato tutta la vita il matrimonio in chiesa, l’abito bianco, la gente che ti guarda con ammirazione e che piange perché ti vuole bene, i fiori e la chiesa preparata a festa, e tanti fiori, e gli invitati al pranzo con i brindisi, e tutte quelle cose lì; insomma. Mi ero già raffigurata tutto”.
Il marito, mentre scrocchia nervosamente le dita in segno di imbarazzo, cerca un sorriso molle per la donna senza riuscire ad incrociare il suo sguardo: “E non lo hai avuto; tutto questo? Con quello che ci è costato… un abito bello come il tuo non si vedeva da anni”.
La sposina indispettita si alza, fa due passi attorno alla sedia, torna a sedersi; la gonna le lascia leggermente scoperte le gambe: “Vuoi farlo stare zitto; insomma. E poi i soldi, dei soldi si preoccupa Lui. Fossero i soldi”…
Il marito paziente, anzi servile: “Vorrei solo aiutare e capire cosa veramente mi si può rimproverare”.
L’avvocato interrompe l’uomo: “La prego! lasci parlare sua moglie”. e si allenta la cravatta.
La sposina ha un sorriso di trionfo verso l’avvocato: “Ecco, bravo! finalmente hai capito. Lo vedi avvocato, lo sa, lo sa bene –e sussurra– quel verme, –poi riprende col tono precedente– lui, avvocato, lo sa benissimo cosa c’è che non va. Lo sa benissimo e poi fa finta di non capire e fa quella faccia da finto tonto che mi da tanto sui nervi”.
L’avvocato le sorride e sprofonda nello schienale della poltrona con l’aria di chi si accinge ad ascoltare con tutta la propria comprensione una lunga spiegazione: “La prego! non si interrompa, signora. Vada avanti e cerchi di essere il più chiara possibile. Cosa c’era che non andava nella cerimonia”?
La sposina fulmina il marito con un unico sguardo d’acciaio e si aggiusta il collo della camicetta con civetteria tornando a rivolgersi all’avvocato: “Ecco, vedi, scusami ma mio marito fa di tutto per confondere le cose e per non farti capire. Poi io passo per una povera scema e Lui, quel coso…. alla fine spera di aver ragione”.
La sposina alzandosi: “No! no! per carità! nella cerimonia è andato tutto bene e tutti hanno pianto e dovevi vedere anche tu, avvocato, con quanto impegno tutti piangevano. E io ho lanciato i fiori ad Elvira; ma chissà se mai li raccoglierà per davvero quella stupida che, certo che anche con quel fisico, ma aspetta sempre l’uomo che non c’è e io gliel’ho detto sempre che deve prendere le occasioni al volo altrimenti il tempo vola prima ancora che se ne possa accorgere e poi si ritrova sola e inacidita dentro. Non ritieni anche tu avvocato? non ho forse ragione? Ma lei è testarda, sai avvocato come sono testarde quelle donne che non hanno mai imparato a camminare coi piedi per terra, mentre io… non per dire. –Si accosta a un quadro appeso alla parete– E’ originale questo o è una stupida copia? Intendevo dire che ci vuole praticità nella vita”.
L’avvocato segue con lo sguardo la donna e ne valuta la figura impreziosita dal vestito elegante: “E allora, signora, cosa c’era che non andava? Mi faccia capire”.
La sposina tornando sui suoi passi: “Di solito sono una ragazza calma; calma e riflessiva. Ma anche tu avvocato, se ti fossi preso la briga di leggere, non dico tanto, avremmo fatto certo più in fretta. Ora almeno cerca di portare un po’ di pazienza e di prestarmi ascolto. Se ti ci metti anche tu non riuscirò mai a spiegarmi”.
La sposina sedendosi: “In chiesa è andato tutto bene, ancora mi commuovo a pensarci; che mi viene una rabbia… E il prete ha fatto un bellissimo sermone. Si! si! per quello che conta, per tutta la vita ha detto; anche al ristorante è andato tutto bene, tutto a base di pesce, tante portate che si era perso il conto, e un torta enorme e tutti contenti a gridare e a inventare brindisi e a lanciare le solite frasi sibilline, anzi proprio esplicite, proprio questo, e giù tutti a ridere e alla fine eravamo anche noi un po’ brilli. E’ stato dopo. Tutto è cominciato dopo. Per meglio dire tutto è finito; dopo”.
L’avvocato mostrando di sforzarsi per capire: “Come dopo? Si spieghi meglio signora”.
La sposina assume brevemente un’aria di sufficienza: “Dopo. Per dopo intendo dopo. Dopo vuol dire solo dopo. Ne più ne meno dopo. Come faccio a spiegartelo? non fare l’ingenuo più ancora di quello che veramente sei. Quello che non ha funzionato è quello che è successo dopo. O per meglio dire quello che non è successo dopo. Mi spiego meglio. Come dicevo tutte le donne sognano il giorno del loro matrimonio tutta la vita ed è un giorno importante”.
L’avvocato: “Continuo a non capire”. E slaccia il bottone del colletto della camicia.
La sposina in modo indisponente; gira un tagliacarte fra le dita poi, parlando, lo ripone sulla scrivania: “Ma ci fai o ci sei? Ogni donna sogna tutta la vita il giorno del suo matrimonio, ma… come dire, sogna il giorno ma anche la notte. Quella che chiamano luna di miele. Quella maledetta prima notte. Il giorno tutto bene, dicevo, ma la notte niente”.
L’avvocato scotendo leggermente la testa come cominciasse a sentirsi confuso: “Vuole dire… niente”?
La sposina ancora più indisponente: “Ecco, bravo il mio avvocato, vedi che se hai pazienza, e ti impegni, cominci a capire anche tu. Allora, …senza essere volgare, ce ne siamo andati in macchina, fra i lazzi e gli schiamazzi degli amici e dei parenti, come ti ho detto e come si può immaginare, trascinando i soliti barattoli (una catena lunga alcune centinaia di metri almeno) e durante tutto il viaggio avevo continuato a fantasticare, si! era stato un viaggio sufficiente per sognare quella notte tanto che quello che mi aspettava mi aveva riempito la testa, dietro i barattoli ballonzolavano e richiamavano l’attenzione della gente, e il portiere dell’albergo ci aveva lanciato un signori e un sorriso carichi di malizia, e la direzione era stata tanto carina e ci aveva inviato una bottiglia di spumante buono che tanto dopo ce l’hanno fatto pagare, questo è certo, e quando siamo stati soli ho chiesto di andare in bagno e tutti i miei sogni si sono ripetuti in un solo istante dentro quella stanzetta nascosta dalla porta e mi sono lavata e profumata che dovevo sembrare una di quelle, senza togliermi il trucco perché volevo apparirgli bella il più possibile, e mi sono messa una vestaglia che avrebbe fatto risuscitare anche un morto e quando mi sono guardata allo specchio ero bella che adesso può anche non sembrare forse ma ero bella sul serio perché ero ancora tutta preparata mentre oggi sono uscita di fretta così com’ero, ma quando sono uscita, ci avrò magari messo anche molto, ma quando sono uscita …insomma niente. Lui ha continuato a leggere e basta”.
L’avvocato mostra sorpresa: “Mi sembra di capire che lei rimprovera qualcosa a suo marito per la prima notte di nozze”?
La sposina spalanca gl’occhi: “Qualcosa per la prima notte di nozze? Io rimprovero a …quell’ …uomo tutto, altro che la prima notte di nozze. Rimprovero la sua indifferenza. Rimprovero la sua crudeltà. Lo rimprovero di non avermi guardata punto come fossi trasparente di cristallo. Ma non corriamo troppo”.
Il marito sembra annoiarsi: “Niente! non mi sembra proprio preciso; anzi esauriente. Si può anche pensare che non ti abbia guardata nemmeno”.
La sposina con un lampo degl’occhi, talmente rapido da essere quasi impercettibile, uccide il marito che finge di continuare a vivere solo per far lei dispetto: “Sentitelo! Mi ha detto qualcosa del genere che non gli sembrava il caso, con tutta l’indifferenza di cui può essere capace un verme. Che non lo trovava necessario, capisci? Anzi, non mi ha detto proprio niente. I suoi occhi fatui e vuoti si sono alzati solo un attimo e non mi ha nemmeno veduta ed è tornato a leggere. Provai un’enorme stretta al cuore. Non so se si può dire, si! l’avvocato è come il confessore infondo, mi sono rimessa le mutandine e sono andata anch’io a dormire; spero solo che tu possa capire cosa vuol dire questo per una donna”?
L’avvocato stacca gl’occhi della donna per guardare verso l’uomo in modo impreciso: “Vagamente. Credo di sì”. E si asciuga il sudore dalle mani con un fazzoletto di carta profumata che estrae da un distributore in cartone leggero appoggiato sopra il tavolo.
La sposina pretende l’attenzione dell’uomo di legge tutta su di sé: “Credi? Proprio un uomo mi doveva capitare. Voi credete sempre di capire ma poi… sempre uomini siete. Insomma mi sono detta sarà la prima sera, forse è in qualche modo imbarazzato, e che ne sò cosa può passare per la testa di un novello sposo, e poi nemmeno io ero mai stata sposata. Forse è emozionato. Certo che non è una grande consolazione. E allora ho provato ad aiutarlo. Gli sono anche andata vicina, veramente mi sono proprio attaccata a lui, gli sono andata addosso e gli ho strusciato il seno sulla schiena, e ho un seno che è bello sodo, non c’è che dire –e con fare provocante si rassetta la camicetta sul seno– ma di questo mi devi credere sulla parola, comunque non sono certo tette –col palmo della mano accarezza la stoffa e anzi la fa aderire alla forma del corpo per mettere in evidenza le rotondità del suo seno e poi si slaccia un bottone– che si possono ignorare ma, se anche poi il messaggio non lo avesse capito, nel dubbio, l’ho persino toccato. E’ stato allora e solo allora che mi ha detto quella cosa come ‘non mi sembra il caso’. Ma cosa vuol dire non mi sembra il caso? Tutto e niente. E’ stata una notte d’inferno e ho anche faticato a prendere il sonno e lui gentilino gentilino mi chiede con quel fare cortesemente stupido se la luce mi da fastidio. «Vuoi che la spenga? cara!» mi dice l’imbecille sdolcinato”.
Il marito verso la donna in modo suadente: “Ti prego di non fare così! cara. Non essere volgare con l’avvocato. Mi chiedo che idea si può fare di noi”.
La sposina scuote la testa in un colpo secco come a cacciare le parole del marito: “Se intendi delle mie tette non si può che fare una bella idea, se invece intendi di qualcos’altro non si può che fare l’idea di quello che sei. Ma perché proprio a me poi doveva capitare un uomo… un uomo… così? –solo allora si rende conto di essersi rivolta direttamente al marito e ha un moto di stizza– Avvocato! come te lo devo dire che non voglio essere interrotta da lui e che non gli voglio parlare? Insomma, lasciamo stare il mio petto. Non è poi questo che qui conta ma volevo solo farti capire che non ho nulla di cui rimproverarmi. Poi proprio a Venezia dovevamo andare. Venezia, non so se ci sei mai andato, è una città che non perdona. Ci sono solo amanti, cioè innamorati, e gondolieri. Non per niente tutti lo sanno che è una città puttana”.
L’avvocato: “Se mi vuoi aiutare –ma subito si corregge– …signora, se mi vuol fare capire, cerchi di attenersi ai fatti”.
La sposina ha un sorriso diabolico: “E questi che cosa sono se non fatti? Avrei dovuto sospettarlo durante quando eravamo fidanzati che tutti gli altri non se lo erano mai fatto ripetere. Ma pazienza la prima notte. Sarà stata la prima notte, mi son detta. E così andiamo in giro come sposini e come turisti per questa città che come ho detto è… ti affascina sempre. Andiamo in giro tutto il giorno con gl’occhi pieni di meraviglia, stavo dicendo, e lui è stato tanto premuroso e coccolo ma poi la notte niente; anche la seconda notte niente. Avevo fatto tutto anche meglio della sera prima e anche se non era proprio la prima ed era invece la seconda mi sarei accontentata lo stesso e sarebbe stata ugualmente la nostra prima notte. E invece niente. Eh no! dico io. Mi ero proprio indispettita. Va bene una ma anche la seconda; questo non lo potevo proprio sopportare. Gli ero andata addosso con il mio respiro sul collo, dentro le orecchie, in lui e ancora lo avevo toccato e provocato che più di così non si può e, non per modestia, ma ci so fare quando mi ci metto. Mi devi ancora credere. Ma lui niente. Mi ha detto «stai buona, cara» e che non lo trovava necessario. E io continuavo a dirmi che tanto ogni notte era buona per essere la prima notte ma cominciavo a sospettare di illudermi e che qualcosa non andasse”.
Il marito mostra un ombra di sorpresa: “Io non vedo niente di strano. E di illuderti poi non ci ho mai provato”.
L’avvocato distratto dall’uomo: “Scusi, taccia lei e lasci parlare la signora”. E ha un gesto sfuggente d’intesa con la giovane sposa.
La sposina lo coglie al volo e trionfa: “Ecco! bravo, lo faccia star zitto; finalmente. Necessario… un boia, dico io, certo che è necessario e allora lui mi rigira con un mare di parole e con un’infinità di discorsi pieni di assurde scuse, come sa fare bene e ha sempre fatto, e io penso che forse forse sono stata cattiva con lui e troppo severa e che qualcosa non va e che bisogna avere pazienza; ma quale pazienza? Tutta la luna di miele, di miele –e ha un tono fortemente derisorio nella voce– la chiamano, è stata così: di giorno Venezia e di notte niente. E di notte pazienza. E dopo il ritorno così ancora; una vita completamente senza sale. Ogni sera c’era una scusa nuova, non proprio una vera scusa ma, insomma, riusciva in qualche modo a trovare il modo di non farlo. E non che io non ci abbia provato in tutti i modi. Una donna non dovrebbe essere costretta a tanto. All’inizio con modi più velati, per esempio lo pregavo di porgermi l’asciugamano, che fingevo di scordare, mentre in bagno mi facevo la doccia ed ero tutta nuda ma lui era come se non vedesse. Oppure lo pregavo di insaponarmi la schiena e lui ancora niente; proprio come se non capisse, come se parlassi in arabo, e le sue mani fossero insensibili, guantate di guanti che non lasciano filtrare nessun calore ne forma, eppure sono una donna… e allora dopo la schiena anche il resto. In tutti i modi ho cercato di provocarlo. Mi vergogno, e ne arrossisco, solo a pensarci. Poi sono stata anche più esplicita”.
L’avvocato poggia lo sguardo sulle ginocchia della donna: “Più esplicita quanto? Mi scusi signora, ma …prima”?
La sposina si accorge degl’occhi dell’avvocato con palese soddisfazione: “Esplicita esplicita. Gliela ho messa in mano nel vero senso della parola, proprio in mano e lui come se niente fosse dopo un attimo di indifferenza si è scostato. E poi prima? Prima, mi sembra un secolo fa. Prima era stato come e fra tanti i fidanzati come ho già accennato. Era stato sempre caro e dolce, molto comprensivo e corretto. Forse un po’ troppo corretto e noioso. Ma eravamo fidanzati. Non che fosse la mia prima volta. E’ naturale che avevo avuto altri prima di lui e sapevo bene come vanno le cose, si non ero proprio una novellina. Anche in base a questo posso affermare che quelle notti le ho provate tutte. Avevo avuti altri, dicevo, ma lui era così per bene che piaceva tanto anche a casa, aveva una buona posizione e come parlava bene. Ecco, maledette le parole. E io stupida l’avevo preso per rispetto e allora mi ero rassegnata e mi ero detta tanto vale; non che fosse stato facile e che in cuore mio avessi messo così facilmente da parte ogni speranza ma poi non sò nemmeno io come ma è andata così. Quanto meglio era… lasciamo stare, almeno lui non parlava punto e andava subito al sodo. E invece, con questo qui non si arrivava mai al sodo; cazzo! Ecco, cazzo, questo era il punto, si parlava tanto e poi si parlava ancora e se ne restava lì moscio e io con un pugno di mosche in mano; anzi con il pugno di pelle di niente, in mano”.
L’avvocato cerca di sostenere lo sguardo della donna: “Vuole dire che né prima né in tre mesi…”?
La sposina divertita: “Proprio così, spero che adesso cominci a capire. In tre mesi niente. Nisba! Tre mesi di giorni ma soprattutto tre mesi di notti e niente. Glielo proprio sbattuta in faccia, e mica faccio per dire, mica a parole. Le ho provate tutte”.
Poi l’avvocato si rivolge all’uomo che infondo rimane di una tranquillità impassibile: “Ma lei… insomma”?
Il cadavere del marito imperturbabile; incapace di emozione: “Mi si lasci parlare; finalmente. Posso spiegare. No! non credo di aver nessun problema, anzi ne sono sicuro, sono un uomo normalissimo. Mia moglie non è la prima donna della mia vita, non è la prima neanche per me, ci mancherebbe altro. Ci conoscevamo da tre anni e con lei mi sono sempre trovato bene ma non so come spiegare… Lei sapeva ascoltare bene e anche quando parlava non era mai sciocca. Ammetto che non è facile trovare una donna come lei, almeno così mi sembrava, e ancora adesso lo credo. Lei non solo mi sa ascoltare con attenzione e pazienza ma mi sa anche capire, e sa rispondermi cose sensate e sembra amare le stesse cose che amo io. E’ per questo che mi sembra tutto tanto assurdo. Come posso essermi sbagliato? In certi momenti provavo quasi più piacere ad ascoltarLa che a parlare. Ma, lo dica lei, cos’è una moglie se non la migliore delle amiche possibili? Non è forse qualcosa che sta là in alto, sopra ogni cosa; quella persona a cui puoi dire anche le cose che hai sempre nascosto in fondo a te stesso? C’è qualcosa di più? Non deve essere forse questo una moglie”?
L’avvocato con fare di rimprovero: “In linea di massima o di principio non posso darle torto. Ma non pensa che una moglie può non essere solo questo”?
Il marito indifferente, le pupille vuote, il corpo comincia a esalare i fetidi vapori funerei: “Non riesco a capire? Mi sembra così semplice eppure così naturale. Possibile che neanche lei non riesca a capire. Mia moglie per me è una grande amica. Certo la più grande delle amiche. Una donna a cui non potrei mai mancare di rispetto. Si può amare con tanta forza, tanto intensamente e venire rimproverati per questo? Si può rimproverare un amore tanto grande fino a trasformarlo in colpa e usarlo per mandare a monte un matrimonio, per chiedere una separazione, che poi è una cosa sempre dolorosa per tutti? E’ una colpa amare tanto”?
La sposina ormai trionfa sulla morte: “Naturale e semplice un paio di balle. Amica! sai dove me l’attacco quella amica? Lo puoi immaginare avvocato dove io mi attacco quella amica? Certo che lo sai dove che me la attacco. Non sei un ragazzino più nemmeno tu. E poi, per dirla tutta ha anche una pronuncia francese che fa schifo. I maudit vuole citare e quando lo fa è la loro maledizione. Lo chiami amore questo amore? dove non si fa mai all’amore? Ma almeno tu mi vuoi capire”?
La sudorazione dell’avvocato è diventata una tempesta: “Signora io capisco ma la prego di controllarsi”.
La sposina si accalda: “Ascolta me ora, pezzo di pervertito, e ascoltami anche tu avvocato, come posso controllarmi? Fosse facile eppure le senti le idiozie che dice?Rispetto. Amica. Amica un piffero. Io non sono Carlotta, ne tanto meno Madre Teresa di Calcutta, e non lo voglio essere; perdio. Sono una donna giovane e sana. Una donna –la sposina si alza– che le ha tentate tutte. Tutte per un amore da niente e non mi sono mai sentita così sporca; anzi –la voce si trasforma e passa dai toni freddi e taglienti a toni morbidi e suadenti fino a toni morbidissimi e fascinanti– così porca. Una troia, una troia sono diventata per lui e lui manco mi guardava. Ma come puoi capire tu, avvocato. Ecco! guarda. si può rinunciare a gambe come queste? hanno qualcosa che non va queste gambe? –e si alza con una lentezza esasperante le gonne per scoprire le gambe– Non sono forse perfette? Io non ho niente di cui vergognarmi. Posso mostrarle, io, le gambe e anche il resto”.
L’avvocato, nell’avvicinarsi della donna, è visibilmente imbarazzato, la sua bocca è secca e si rintana nella poltrona senza riuscire a fuggire: “No! certo che no! ma la prego signora”…
La moglie sempre avanzando lentamente verso l’avvocato è costretta a girare torno alla scrivania e continua a sollevare le gonne: “Lo vedi come sono perfette, e senti che carni sode che hanno. Io sono una gran donna e lui mi getta via e mi tratta come una puttana. Manco mi guarda il mandrillo. Ma si può rinunciare a una donna come me? E il meglio devi ancora vederlo; te lo giuro. Più su è ancora meglio; adesso ti faccio vedere io avvocato il paradiso. Il mio amore non è mica una di quelle passerine tutte raggrinzite o tutte pasticciate. E’ carne di prima scelta, senti qua. –la voce della donna perde veemenza e diventa suadente e morbida– Però, guarda il signor avvocato come suda. E come si è fatto rosso. E come si fatto gonfio il porcellino. –ormai è sopra l’avvocato– E dire che non si sarebbe pensato proprio. E come si è fatto grosso. Chi l’avrebbe mai detto. E come ti si è fatto duro. Fammi sentire e non fare il villano. E senti che buon sapore hai, sapore di avvocato. Non avevo mai assaggiato un avvocato. Non mi scappi più caro mio”.
L’avvocato guarda implorante verso il marito poi gl’occhi si fanno una polla d’acqua ferruginosa e lo sguardo si perde nel niente: “Devo dirvi la verità: voi siete i primi clienti della mia vita, e vorrei tanto accontentarvi, in qualche modo esservi utile. Ma anche lei, benedetto uomo, possibile che non possa fare un piccolo”…
Il marito ora sembra sicuro di sé e parla più tranquillo anche sfruttando della distrazione della moglie: “Ho provato, ho provato, ho provato a dirglielo in tutti i modi. Lo vede ora, caro avvocato, lo vede anche lei com’è la situazione. Mia moglie ne sta facendo una malattia per niente. Povera cara, forse è stata la tensione delle nozze, ma credo che lei ne abbia fatto una fissazione. Ma di cosa si può lamentare? non le manca niente. Non ci manca niente. Io la amo troppo. Ho cercato di spiegarglielo in tutti i modi. Io la amo più della luce dei miei occhi, parlerei con lei notti intere perché nessuno è mai stato come lei per me ma come faccio a farglielo capire se lei non mi vuole più parlare”?
C’è un interminabile attimo di silenzio, rotto solo dai sospiri affannati dell’avvocato, poi la donna si alza, si passa il dorso della mano sulle labbra e guarda i due uomini con uno sguardo chetato: “Forse hai ragione avvocato e io sono proprio una stupida. Sono proprio contenta di essere venuta da te. Forse ho esagerato ma cerca di capire, mettiti nei miei panni, anzi lascia stare perché nelle mie mutandine non saresti proprio una bella figura; ma dimmi allora, a parte gli scherzi, una ragazza seria sogna il matrimonio tutta la vita e poi si trova fra i piedi questo schifo qua. Cosa deve fare? Allora perché ha sognato tanto? Una donna a modo dovrebbe farlo solo col proprio marito, farlo e non andarlo a raccontare in giro, io.. io mi trovo a raccontare che non lo faccio, e invece io proprio con lui non lo posso fare e lui mi ha sposato. Ma si! forse a volte sono solo convenzioni; –e si rivolge al marito– e tu sbrigati che dobbiamo andare”.
Lei si è rassettata e mentre marito e moglie si alzano per uscire l’avvocato senza potersi alzare dalla sedia: “Ma signori, e per la parcella”?
La moglie girandosi brevemente e lanciandogli un ampio e luminoso sorriso: “Lasciamo stare, avvocato per oggi offre la ditta. Vorrà dire che anche questa volta l’ho fatto gratis e non sarà certo questo a rovinarmi. Tanto… Sarà per la prossima volta. Arrivederci. Ricordati di rimetterlo via e di chiuderti i calzoni. –ridacchia prima di proseguire- Nel contempo cerca una soluzione per il mio piccolo problema perché non può continuare così e non è che poi neanche tu alla fine, con tutte le tue …parole, mi hai convinto troppo”. E strizza l’occhio.
Solo dopo che la coppia è uscita dall’ufficio l’avvocato cerca di ricomporsi: “Vediamo il prossimo, il secondo cliente della mia vita; e speriamo bene”. Ma i suoi occhi sono rossi e stanchi.¹


1] scritto circa il 20 marzo 2002

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Forse dovrei sentirmi in colpa? Non provo che un senso di liberazione. Effimero, certo. Poi il niente. Mi sento solo vuota. Svuotata. Vuota e stanca. Solo questa frustrazione. Questa attesa. E un altro mattino comincia. La casa. Il lavoro. Già non ne potevo più. Questa vita non è vita. Non è quello che volevo. Certo non era quello che sognavo. Lo so che i sogni sono solo sogni. Ma qual è quella donna che non ci si è mai nascosta dentro? Cosa ci resterebbe? Le donne e i sogni sono sempre andati d’accordo. Solo che nulla è come sembra. E adesso niente mi spinge a continuare. Qualcosa si è rotto. Rotto per sempre. So che non può tornare. Io non ci volevo uscire per quella maledetta cena. “Ho visto come lo guardavi”.
Non l’ho mai sopportato quand’è così. Lui aveva bevuto. Beve sempre per quelle occasioni. Poi diventa così. Poi è così. Lui è sempre così. Prima tutto gentile ed educato. Poi trova il coraggio di essere uomo; cioè torna bestia. Allora la alza quella voce. Allora comanda. E diventa sgarbato. Lo sapevo già. Non sarei più tornata a casa. Stavolta lo sapevo che non sarebbero bastate le scuse. Sapevo che era un “Basta”! Dovevo pensarci prima. Ma viene quel momento. E’ il momento che non si torna indietro. Ha cominciato in macchina. Ma le mani no. Dovevo andarmene prima che succedesse. Certo non mi avrebbe lasciata andare. Certo mi avrebbe supplicata. Certo poi mi avrebbe inseguita. Si sarebbe fatto forza di quel coraggio. Cos’ero per lui? Quello che sono sempre stata. Quella che non può dire di no. “Sei mia moglie”. Sono quella che ti stira le camicie. Quella che lavora e corre a casa per farti la cena. Quella che è lì quando hai la voglia. Solo quando te ne ricordi e hai la voglia.
La so la sua risposta. Me l’ha gridata tante volte. Prima “Ma io ti amo”. Poi il suo amore è quella cosa sputata addosso. Le sue offese. Il dialogo finisce lì. Ma quello no. Non è giusto. Non si doveva permettere. E ho cercato solo di essere gentile. Era lui che l’aveva voluto. Era sua la cena. Suoi i colleghi. Giovanni è stato solo cortese. E se proprio lo voleva sapere… Sarei dovuta essere così. Per meritarselo se lo meritava. Non li potevo sopportare più i suoi sospetti. Era da tempo. Quando le cose finiscono si dovrebbero lasciare lì. E’ finita e basta. Me ne dovevo tornare dai miei. Niente sarebbe stato peggio di questo. “Sono stanca”.
Perché le parole non le sputa da un’altra parte. Vorrei non mi stesse addosso. Adesso… non voglio le sue mani. Cosa fa? Cosa crede? E’ tardi. Questo senso di nausea. Quel vino. E ho anche mal di testa, veramente. Una cosa così, quando succede torna a succedere. Poi non te la puoi scordare mai. Ma chi si credeva?
Stanca un cazzo! adesso me la devi dare”…
Non ti devo niente”.
Sono tuo marito. E volevi farlo con quello. Con lui sì e”…
Questa volta no. Sono stanca. Stanca delle sue sfuriate. Stanca delle sue mani addosso. Stanca di essere cosa. Stanca di tutto. Di vivere. Il nostro tempo è finito. Non devi gridare; capisci? Non ti permetto di… Il suo tempo è finito. Non farlo. Non c’è una ragione ma non lo posso sopportare ancora. Cosa fai?
Se non stai buona ne prendi un altro”.
Sia quel che sia. Arriva sempre quel punto in cui… non puoi più tornare. Non avrei mai creduto di raggiungerlo. Eccomi qui. Eccolo lì. Sembra quasi che stia dormendo. Non mi fa pena. Mi fa ancora schifo. Una donna non può solo perché è donna. Dovevo andarmene quella prima volta. Ho voluto credergli. Sono solo una stupida. Non me ne frega di quello che diranno. L’inferno era la mia vita. Quell’inferno è finito, finito per sempre. Finalmente. Lo so che mi sono presa la sua vita, ma io non potevo togliergliela che una volta mentre lui mi ha tolta la dignità e me l’ha tolta per ogni giorno a venire.

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4.Ora cos’è che non va? Lo so che non ci dobbiamo mescolare ma io mica mi solo mescolato; almeno per ora. Mi sono limitato a… a… quello”.
In fondo non è colpa mia se ho gli occhi. E di quello che mi è capitato nemmeno lo so cosa mi è capitato. E’ che provo per lei qualcosa di strano dentro di me, ma non è colpa mia. Non so cos’è né com’è successo. E’ un qualcosa di simile a quello che gli umani chiamano approssimativamente “amore”; e, nel mio caso, per giunta del terzo tipo. Gli umani sono sempre così approssimativi nel loro linguaggio. Io non so come altro definirlo ma è come uno strano calore che mi prende quando le sono vicino, quando me la vedo davanti. Più precisamente delle vampate che se lei mi potesse vedere le distinguerebbe perché danno colore alle mie gote. Mi salgono dallo stomaco e mi scombussolano tutto che comincio a sudare. Non è bello perché dopo mi sembra anche di sentire quello stesso odore. Non quello che dopo traspira lei che è sempre così profumata. Piuttosto quello che traspirano gli uomini come se fossero stati costretti ad una fatica immane. Tra di noi non ho mai sentito parlare di nulla di simile. Credo ci sia qualcuno che sa, ma si guardano bene di parlare con me. Mi trattano tutti un po’ come se fossi sempre un bimbo.
In verità a me era stato affidato Gustavo, cioè Gustavino, il suo piccolo o, come lo chiama lei, il suo “angioletto”, scusatemi se mi lascio prendere dall’allegria. Un marmocchio che non se ne sta tranquillo un istante neanche a sedarlo. Lo so già che qualcuno bisbiglierà che l’ho trascurato, ma sono solo diffamazioni e io non mi occupo di simili insinuazioni. Non mi fanno né caldo né altro. Io la so la verità, non ho mai tolto gli occhi di dosso a quella peste. Almeno quasi; salvo per qualche breve attimo, poca roba, ma solo quando dorme o quasi. E poi, in quei momenti, mi accerto che non corra nessun pericolo. Per il resto l’ho sempre vigilato, cioè custodito, con la massima attenzione. Giorno e notte. Salvo, appunto, quei brevi attimi quasi sempre notturni. E’ che sei sempre lì e vedi tutto quello che ti succede intorno. E sei lì anche in quei momenti. Ma anche se non avessi mai voluto vedere avrei dovuto comunque vedere. Come dicevo non è certo un mestiere facile quello dell’angelo custode. Invece di questa aureola preferirei un cappello a tesa stretta. Piuttosto di questa specie di saio preferirei un bel paio di calzoni. Piuttosto che queste ali che nemmeno so usare preferirei, di gran lunga, niente che mi muovo agevolmente con i mezzi di trasporto pubblico.
E’ che sei lì a guardare il terremoto e non puoi, guardando lui, ignorare cosa gli sta intorno. E una madre è una madre. E lei gli è sempre sopra come ogni madre, cioè come la migliore delle madri; piena di attenzioni. E’ lui che non smette mai di piangere e frignare, nemmeno quando gli infili il ciuccio in bocca che mi verrebbe di spingerglielo fino in gola. E’ lui che ha sempre fame nei momenti meno opportuni o male al pancino ad ogni sospiro. E’ che, a proposito di sospiri, con le persone, dopo un po’, ci si può anche affezionare. Sei lì e sei come uno di famiglia anche se non sei proprio della famiglia; o no? In fondo non sono un po’ come una babysitter? Io mi prendo cura, come posso, della piccola carogna. Vorrei fare anche di più ma faccio quello che posso e che mi è permesso di fare. Se distraggo un occhio da lui tolgo solo un occhio. Se poggio quello distratto su qualcosa che richiama la mia attenzione, per esempio lei, si può star certi che con l’altro continuo a fargli da balia. E non ho trovato nulla che mi potesse distrarre quando lei. Non so proprio come fare ma è una miniera di distrazioni e di curiosità, per me, e di sorprese.
Lei era, cioè è una donna buona; buona e generosa. Con degli occhi grandi e benevoli. E se parlassi solo degli occhi le farei torto perché dentro i vestiti, ma anche quando non li ha addosso, ha tante di quelle belle cose e qualità da far perdere la testa. E tanti sono quelli che quella, la testa, la perdono. E per tutti lei trova sempre una parola o un gesto. E io sono certo l’ultimo a poter giudicare. E’ che non voglio né posso soffermarmi su questi particolari irrilevanti, anche se proprio irrilevanti non sono, altrimenti di cose da raccontare ne avrei talmente tante che non mi basterebbe tutto il tempo a disposizione. E cose che a dirle si fatica persino a crederle. E poi non è certo colpa mia se quei momenti lì succedono anche in ore che non sono ore della notte. Magari Gustavino è a giocare nel box o è imbragato nel passeggino davanti alla veranda oppure è incatenato dalla cintura nella sua culla con il carillon che suona la sua musichetta malinconica e lenta. Ho imparato a mettermi seduto. Mi alzo solo se ho bisogno di vedere meglio. Anche se a me quel guardare comincia a essere accompagnato da un rimescolamento, come se una mano mi frughi dentro allo stomaco. Questo ha cominciato a manifestarsi non da subito ma col tempo. Inizialmente era semplicemente proprio come solo una strana vorace curiosità.
Non è una bella vita la sua anche se cerca di non subirla, ma con un marito come quello: sempre in casa, non una distrazione tranne quelle visite; le sue amicizie. Lui, Giovanbattista, non a caso il nome che hanno dato a quel demonietto comincia con quella G, è uno di quegli uomini che non hanno altro per la testa che se stessi. Gran lavoratore, certo, ma non pensa che al lavoro e crede che il lavoro sia vita, e quando torna non ha nemmeno la forza per guardare sua moglie. E poi ha il calcio. E le carte all’osteria con gli amici ogni sera. E non per essere pettegolo ma è uno che non si tira certo indietro quando ha davanti un buon bicchiere di vino. Anche ieri è rincasato cantando e sono convinto che poi nemmeno aveva coscienza di quello che faceva né può portarne ricordo. Non per questo lei si è rifiutata di fare quello che ogni buona moglie ha il dovere di fare con il marito; come con gli amici. Mi chiedo solo, ma lo faccio tra me è me, in silenzio, cosa la fa essere così sensibile e gentile da fare il suo dovere di moglie anche con uomini con i quali quel dovere dovrebbe essere rispettato dalle loro mogli? Forse per qualche motivo che non posso conoscere quelle loro mogli non possono farlo o forse sono semplicemente donne aride. E forse lei lo fa per quel destino insondabile che lega le donne ad un ruolo prestabilito. Non lo so ma lei riesce ad essere una buona moglie per Giovanbattista e per tutti gli altri. Non deve essere la cosa più facile. A volte è così spossata che sembra priva di forze, in certi momenti i suoi occhi si assentano e pare priva di sensi, ma sa riprendersi rapidamente.
E’ lei il vero angelo. Mai spaventata dalla fatica. E quelli, i suoi amici, sembrano apprezzare molto la sua disponibilità ed esserle grati. Lei, come detto, ha attenzioni per tutti e non sempre è facile. Anche ieri, quando lui è rientrato in anticipo e ubriaco, lei è stata costretta a salutare frettolosamente Piergiorgio Giordano che lui nemmeno ha avuto il tempo di accomiatarsi come si deve e ringraziarla né di finire di ricomporsi. E lei si è infilata sotto le coperte come se stesse già aspettandolo con quel piacere che una donna dovrebbe avere di aspettare un buon marito e non un etilista da par suo; con il fiato che puzza. Un rantolo ancora le rantolava in gola, ma ha saputo controllare e governare quell’affanno ricacciandolo in petto. Certo non ha poi potuto avere lo stesso impeto che quella intempestiva venuta aveva interrotto, ma non è lui la persona più adatta a stimolarlo. Non è certo il tipo, quel marito, che ti mette addosso quella voglia di collaborare e stare in compagnia. Non avrebbe potuto rimproverarglielo comunque, ma lo vedevo da me che lei non poteva avere più quell’entusiasmo.
Se una colpa mi si può imputare è quella di essermi lasciato prendere da questa cosa che mi sento scaldare dentro quando i miei occhi la vedono, ma soprattutto quando li vedono. Lo chiamano privato ma per uno che fa il mio mestiere non c’è privato che tenga, tutto quello che riguarda la vita ti scorre sotto gli occhi e, come per il resto, non puoi farci niente. Nemmeno i miei colleghi possono non vedere quello che ti si para davanti e che sei costretto a vedere. Ti senti uomo anche tu quando un uomo fa ciò che solo un uomo può fare. Vorrei vedere qualcun altro al posto mio, ma comincio a pensare che forse, spiegandolo bene, mi si possa anche capire. In fondo non ho chiesto io di fare l’angelo custode e se è per me posso anche rassegnare le mie dimissioni. Che poi io sono anche una sorta di apprendista, solo un ancora angelo di secondo livello; e della carriera oggi mi interessa meno di niente. Se mi viene data la possibilità di scegliere vorrei scegliere di non essere più puro spirito e di poter fare l’uomo o meglio l’amico. Sono certo che troverei in lei quella cordialità che mi farà passare quello che mi ha preso come una malattia. E se non me lo farà passare almeno lo allevierà e allevierà anche questa mia curiosità.

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3.Per quella che definisce la mia seconda volta ho già pagato abbastanza a star lì ad ascoltare quello che aveva da dirmi per una bazzecola simile”.
Come facevo a saperlo; pareva più morto che vivo. Con un piede già di là e quell’odore addosso. Ci avrei giurato che era già pronto per concimare il suo ultimo pezzetto di terra. Lo so anche io da solo che dovrei mostrarmi solo quando sono sicuro che la persona che mi è stata affidata è proprio destinata al suo destino. Ma come potevo immaginare che non era il suo ultimo momento ma solo il penultimo. Che quello, dopo una vita dissipata e poi il coma, prende e si risveglia e torna anche a parlare. Sembra che più sono mascalzoni e più il cielo li aiuta. Ne aveva già fatte tante che anche metà erano più che sufficienti. Da non credersi. Apre gli occhi, alla sua età che lui la preistoria la potrebbe raccontare per averla visita di persona, e ancora allunga le mani sull’infermiera. Certo non va a raccontare di avermi visto a gatti e maiali e trote, cioè al mondo intero, a tutto il creato, ma non sa trattenersi dal confidarlo almeno alle amicizie più care. Ha anche una memoria incredibile persino per i particolari. Per fortuna anche loro lo prendono per matto e pensano ad un delirio nel male. Mi sarei perdonato anch’io di uno sbaglio tanto veniale. Direi piuttosto che se una colpa c’è la colpa è sua che si è aggrappato così testardamente alla vita e che si è rifiutato di accettare la sua ora. O che almeno mi si possa considerare come particolarmente sfortunato.
Giuro che un attimo prima aveva gli occhi vitrei e la bava alla bocca anche se un attimo dopo era vispo e arzillo come appena uscito da un sonno ristoratore. S’è persino fatto portare una porzione abbondante di pasticcio chiamando il ristorante con il cellulare di quella infermiera. Lei l’ha presa ridendo portando pazienza per la sua età senza trovarci nulla di male, nemmeno nel dargli il cellulare. Si era limitata ad una breve frase, mentre faceva il gesto di sottrarsi, in quella lingua ormai quasi sconosciuta negli ospedali che è l’italiano. Anzi dopo se n’è andata come se quello le avesse restituito un poco di orgoglio. Strane creature le donne. Non finirò mai di capirle. Ma io non ero certo lì per capire le donne, ma solo per assistere un moribondo. E torno a parlare solo di lui perché voglio aggiungere che il fatto stesso che sia un moribondo lascia supporre che sia lì solo per aspettare la morte. Quello invece si era solo preso una pausa dalla vita e ora mangiava la sua pietanza con un gusto che sembrava fossero mesi che non toccava cibo, mentre era sempre stato alimentato con flebo fino ad un attimo prima. Si infila persino le ciabatte e se ne va da solo a orinare che mi ha lasciato lì con tanto di naso. Quando mi ha chiamato per farmi rapporto non ho potuto evitare la ramanzina ma le ho ben cantate le mie ragioni. Dico mi mandate da uno che aspetta la morte come se aspettasse il tram e quello decide di farsela a piedi o di prendere un taxi lasciandomi lì come un baccalà. Se avessi potuto gli avrei stretto io stesso le mani torno al collo. Se uno non sta ai patti ci dovrebbe essere concesso di poter farglieli rispettare se è il caso anche con mezzi energici. Che poi bastava che appena arrivato gli staccassi la spina. Una cosa tanto semplice che potrebbe farla anche un bambino. Semplice e, quasi sempre, indolore. No! Lui no. Avevo anche proposto di riparare; potevo sempre provare a fargli incontrare un incidente con la macchina. Gli avevano ritirato la patente e poi mi ha ripetuto sgarbatamente che quello non era compito mio. Fosse stato solo per la giuria non me la sarei cavata con una semplice lavata di capo. Quelli sono sempre pronti a giustiziare il primo che gli capita sotto le unghie. Fai una norma e la prendono per un comandamento. Di quelli dieci ce ne sono e a nessuno viene in mente di aggiungerne altri.

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2.In fondo come si potrebbero considerare e chiamare gravi precedenti due piccoli episodi senza vere conseguenze come quelli che mi sono successi”?
Andiamo con ordine. Meglio aspettarsi il peggio, in questi casi. Sì! va bene, ma era la mia prima missione. E non è certo un mestiere facile il nostro. Puoi vedere tutto e gli altri non ti possono vedere. Dovresti prenderti cura di una persona a cui nemmeno puoi parlare. Puoi certo cercare di muovere il loro buon senso o la loro coscienza. Chi ascolta oggi la propria vocina dentro? Tutti a correre dietro a tutto e al primo impulso. Tutti disposti a tutto per il primo piacere, anche se piccolo e volatile. Mi dice “Guarda quel Enrico Maria e non perderlo d’occhio mai”; sempre a me poi capitano questi nomi che non sai mai se hai a che fare con uno o con una folla. Che fosse depresso lo vedevo anche se non me l’avesse detto. Come faccio a sapere cosa passa per la testa di uno in quella condizione. Per guardarlo lo guardo ma lui nemmeno una parola. Ho chiesto in giro e mi hanno spiegato che già da prima, e da sempre, era un tipo taciturno; che non si confidava mai con nessuno. Che poi ero appena subentrato a quello stesso che mi aveva spiegato chi era il soggetto che nemmeno lui ci capiva più di me. A chi potevo andare a chiedere? Così quando mi ha passato le consegne mi sono informato di tutto quello che in quel momento mi passava per la testa e mi sembrava utile. Ma chissà perché a lui gliel’hanno tolto per mettere nei guai me. Dovresti difenderli da se stessi ma come puoi fare bene il tuo lavoro se non li puoi nemmeno sfiorare?
C’è per tutti una prima volta. Non puoi certo aver paura del fuoco prima di scottarti. Gli avessero fatto un’analisi seria si sarebbero accorti che era stato avvelenato e il veleno stava per fare il suo mestiere. Ma chi si prende la briga di fare le analisi a uno che si butta dal settimo piano? Lui era salito per farlo e fino a poco prima ero certo che era deciso e l’avrebbe fatto. Poi si ferma lì, sul cornicione, a pensarci. E’ facile dire che davanti al vuoto, alla fine, ci avrebbe ripensato ma chi può dire cosa sarebbe successo se non fosse successo quello che è successo? Dicono anche che così un assassinio e rimasto innocente e non si è potuto perseguire un crimine. E’ stato il più banale degli incidenti. Avessi potuto l’avrei trattenuto. E’ quello che ho cercato di fare nonostante fossi a conoscenza del divieto di intervenire. Si dovrebbe lasciar fare a chi deve fare. Aspettare la polizia e i vigili del fuoco. Credevo che non ci fosse più tempo per aspettare, e poi non è forse vero il detto che detta che “chi ha tempo non deve aspettare che passi”? C’era quella maledetta base dell’antenna che sporgeva e non si vedeva. Non l’ho fatto apposta ad incespicare, ma giuro che l’ho appena sfiorato. Quello m’è caduto giù gridando prima ancora che potessi allungare le mani. E tutti a dire che s’era buttato e a chiedersi perché. Ma io stesso non avrei sospettato la presenza nello stomaco di quel veleno né che si fosse buttato contro la sua volontà. Avevo visto sua moglie affaccendarsi ma niente era diverso da altri giorni. Non mi potevo certo insospettire solo non vedendola assaggiare se andava di sale. Forse l’unica cosa che ho trascurato è stata di dare fede alla sue parole. La credevo solo una burlona. Anche se credo che la sua ultima volontà era quella di buttarsi.

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Ancora un racconto che si dilunga, l’indulgere nel piacere a susseguirsi in momenti successivi.

1.Questa volta temo non me la farà passare liscia come le altre volte; credo”.
Lo so cosa dicono quelle che si chiamano malelingue, li ho sentiti bisbigliarlo dietro le spalle. E nemmeno si fanno troppi riguardi, ma non sono l’ultimo degli stupidi. Li conosco quei tipi lì. Sono solo chiacchiere. Hanno il cattivo gusto di esistere solo di invidia e di calunnie. Hanno il cattivo gusto di dire che lui ha un occhio di riguardo, diciamo così, per me. Mormorano, ma nemmeno troppo, che Lui, il “capoufficio”, io lo chiamo scherzosamente così, lo fa perché ha avuto una simpatia per mamma. Insomma una simpatia anche ricambiata. Sono solo volgari insinuazioni. So che non è così perché Lui non le farebbe mai queste cose. E’ così serio e preso dalla sua autorità che non te lo puoi nemmeno immaginare. E poi con tutto quello che pontifica sul galateo non può certo essere Lui. Deve dare quel minimo di esempio. Non l’ha forse anche detto di “Non dire agli altri quello che non vuoi sentirti rimproverare”. Forse è solo perché mamma è sempre stata gentile con tutti. La gente è solita ricambiarti così. E se lo in codesto modo, confidenzialmente e spiritosamente, è per puro spasso e mica Lo chiamo così in sua presenza.
Il fatto è che ci sono troppe regole e io non riesco proprio a ricordarle tutte. Non sono mai stato troppo capace di stare alle regole; gliel’ho sempre detto a mamma. Mi sono persino preso appunti. Alla fine anche quelle che ricordo all’ultimo me le scordo. Alcune sono così poco adatte che al momento creano solo confusione. Se cominci a pensare a tutto finisce che stai ancora pensando quando è già passata l’occasione o l’emergenza. Tutto ha il suo tempo e il suo momento. Tra tutti i lavori che ci sono in giro proprio questo dovevo trovarmi. Forse è solo che non sono tagliato per farlo. Mi spiace solo che ho dovuto lasciare i bucatini a freddarsi sulla tavola. Par colpa sua. Cos’è tutta questa fretta? Come se tutto fosse urgente e se non potesse proprio aspettare per dirmi quello che mi deve dire. Se vedo che si mette al peggio io faccio come al solito. Lo so che poi mi chiudo a riccio, è nel mio carattere. Ma cosa vuoi risponderGli? Alla fine è Lui che comanda. Nel bene e nel male è Lui che comanda. Alla faccia di quelli che vogliono darsi tante arie. E meglio Lui che un altro.
Non ho fretta di arrivare ma non c’è niente da fare: per andarci ci devo andare. Ne farei volentieri di meno ma non posso. Non che sia uno che si sottrae al dovere e alle responsabilità, è solo che trovo tutto questo così inutile e stupido e noioso che mi sembra solo una perdita di tempo. Per me e per Lui. Poteva dirmi al telefono quello che ha da dirmi. Tanta etichetta ma la sostanza non cambia. Se non sapessi chi è direi che non so nemmeno perché mi ha convocato. Invece è il solito vecchio trombone. Non che sia cattivo. Brontola ma alla fine non morde, almeno non l’ha mai fatto. Probabilmente, fosse solo per lui, per quello che lo conosco, finirebbe tutto con una alzata di spalle, dicendosi che deve portare pazienza. Sono quelli, gli altri, che si intromettono. Potrebbero mica starsi zitti? C’è sempre qualcuno che non è disposto a farsi solo i casi propri. In fondo non tolgo niente a loro. Non fanno le cose per me. Ogn’uno fa la sua strada. Oggi sono io e magari domani è un altro sulla lingua di tutti. Che poi che gusto c’è a parlare degli altri? In tasca ti ci restano i buchi che hai. O quelle trenta monete. E io, possono dire quello che vogliono, ma non sono stato io a dire a mamma di telefonare.

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