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Posts Tagged ‘dramma’

tazzina di caffèAvevo strappato i giorni. Uno ad uno. Lentamente, ma deciso. Un foglio al giorno. E ne restavano sempre meno. Ma sono gli anni quelli che contano. Quelli che pesano. Questo pensava il vecchio Piero. Certo, anche l’età è una consuetudine, un pensiero, solo un concetto. C’era ancora chi pensava all’amore e chi si abbandonava alla rassegnazione, chi si lavava spesso e chi era incontinente, chi teneva i denti nel bicchiere e chi ghignava con l’ultimo traballante, chi aveva ancora voglia di leggere e chi nemmeno cambiava canale. Certo la tele era il più frequente motivo per litigare. Piccola umanità. C’era chi riceveva spesso visite e chi, come la vecchia Elvira, guardava assorta sempre la stessa foto. Chi si cantava in silenzio una vecchia canzone muovendo solo le labbra. Ci avrebbe seppellito tutti la vecchia Elvira. E le si girava distanti per non sentire ancora quella storia. Lui, a volte si faceva rapire dai ricordi o rapinare da essi. Restava muto con lo sguardo fisso davanti a sé perso nel nulla. C’erano spesso attimi di mutismo assoluto, dove bastava una mosca a fare un rumore assordante. Non durava mai molto. Poi si alzava un brusio. O esplodeva la confusione, persino le baruffe, improvvise. Nemmeno si ricordava perché se l’era presa l’ultima volta. Qual era il motivo. Poi la sua acqua l’aveva ritrovata. L’aveva solo scambiata di posto.
Guardò l’orologio, il vecchio Piero, anche se non aspettava nessuno. Che poi doveva saperlo perché in quel momento c’era il giro delle pastiglie. Le mise nella scatoletta, ogni pillola nella sua cella. Riusciva a distinguerle per colore e dimensione. Gli occhi non l’aiutavano più molto. Quando iniziava il giro Gilberto diceva sempre: «Ecco l’elisir per l’eternità.» e poi rideva da solo. Ma il povero Gilberto se n’era andato in silenzio due giorni prima. Non era di grande compagnia e non aveva il senso della battuta, il povero Gilberto. Aveva lasciato solo le sue ciabatte e i suoi ultimi odori. Il suo letto era rimasto vuoto per poche ore. Era ancora caldo. Con quello nuovo il vecchio Piero non era ancora riuscito a parlarci. Quasi sempre i primi giorni si fatica a trovare un argomento, anche una sola parola. Era stato così anche per lui. Tanto tempo che non cercava di ricordarsi nemmeno quanto.
«Viene a prendere un caffè»?
«Sai che non posso. Sai… le ragadi».
La macchinetta, come il solito, era fuori servizio. E l’uomo non si vedeva. Che poi faceva un caffè che te lo raccomando. Era una sciacquatura che nemmeno ai morti. No! non l’avresti servita nemmeno al tuo peggior nemico in un momento di completo odio. Era solo per fare due passi. Possibile che a Marchesini glielo dovesse sempre precisare. Che si poteva prendere anche un bicchiere di niente; e senza limone. Aveva bisogno di andare al bagno.

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Franca a Spigone (RE)Quelle parole uscivano direttamente strappate dal cuore, brandelli sanguinolenti. E non erano distanti nello spazio né nel tempo. Erano oggi. Erano vive. Banchettavano sulla loro pelle. Il passato si faceva presente. Strani paesaggi i ricordi. Scelgono; lo possono fare. Scelgono in tutta autonomia. Annebbiano certi luoghi, stendono una foschia fino a quasi renderli fusi e confusi, cancellano altri indirizzi. Erano molte le cose che lui lottava ma non riusciva a ricordare. Ma altri li rendono, improvvisamente o per sempre, vividi; crudeli, affascinanti, dolorosi. E lui lo sapeva, Lei non poteva farci nulla, era indifesa. E Lei era tutto; ma lui avrebbe potuto essere il suo presente, non avrebbe potuto cambiare il suo passato. E si trovò confuso, disorientato. Non era mai stato geloso, nemmeno delle piccole cose. Il suo modo di dire liberava semplicemente le cose dall’estraneità. Non sapeva possedere, tanto meno una persona. Era incapace di egoismo, di invidia. Era lui cioè quello che sapeva essere. Tutto quello era troppo poco per trasformarsi in una ferita destinata a non guarire. Lui aveva avuto solo un grande amore. Certo, altri amori; ma quello era stato uno solo: il grande amore. Quello per sempre. Il segreto mal custodito. Il compagno di viaggio. Il suo rifugio. La sua serenità. La sua allegrezza. Per Lei non era così. Tutto ciò lui lo provava stupito, lo sapeva, non poteva farci nulla. L’uomo è un animale stupido. Avrebbe voluto essere là, in quel posto che non aveva mai visto, tranne che nei films. Avrebbe voluto lottare, ma non si lotta contro il passato. Avrebbe voluto gridare. Non c’è fiato abbastanza per assordare l’assenza. C’erano solo loro: come avrebbe detto allora: “quelle parole, massimo asprore”. Perché si sentiva colpevole anche di quelle che non aveva visto la sua presenza? Perché tutto quello? Era sempre stato così. Eppure nessuno può cambiare le case veramente, può cambiare il disfarsi del tempo. E certamente Lei avrebbe negato, trovato un motivo valido, non era così. Lui non aveva strumenti per capire, aveva amato solo così, con tutto sé stesso. Con le sue paure, con i suoi timori, nei dubbi, nelle speranze, gettandosi in quella storia; storia che ancora gli sembrava troppo grande. Ma allora cosa rimane alla fine di un amore. Si infilò le mani in tasca. Gli faceva orrore quella parola, fine. Gli faceva terrore. Non voleva arrendersi. La voleva lì, subito, e per sempre. Si versò del the. Aprì la finestra. Era un automa. Si accorse che i suoi occhi erano umidi. Si accorse di non poter decidere delle proprio decisioni. Nemmeno delle proprie emozioni. Anche se non lo voleva era arrabbiato, era deluso, era sconfitto. Guardò dove volavano i gabbiani. Ricordò uno spazio largo, all’improvviso, un paesaggio marino, una spiaggia, una giornata uggiosa. Un silenzio pieno di parole. Un sussurro del vento. Ricordò con testardaggine, quello che voleva ricordare, quello che gli serviva, cercando di fuggire, di guarire di sé. Eppure era una storia che conosceva, Lei non gli aveva mai nascosto nulla. Sapeva che avrebbe trovato pronto in tavola come sapeva che sarebbe tornato di cattivo umore. Entrò in un bar solo per perdere tempo, la cena si sarebbe freddata nel piatto ma almeno avrebbero avuto altro di cui discutere che non della sua stupidità.

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Pioggia dietro i vetriCazzo cioè cavolo, arrivo per accorgermi che si son persi le valigie. Non ho con me nemmeno lo spazzolino né un paio di mutande di ricambio. Scendo all’albergo e mi dicono che non hanno nessuna prenotazione. Provo a telefonare senza beccare la linea. Aspetto al bar mentre prendo un caffè e butto un occhio alle ultime sul giornale. Quando comincia non smette mai e le strade sono il primo posto da evitare. Mi dicono con rincrescimento che hanno solo una camera libera, spetterebbe a me ma, da cavaliere, la cedo alla mia compagna di viaggio. Mi dice di chiamarsi Nadia e insiste perché per una notte possiamo anche accomodarci, se io le prometto… La lascio insistere per un po’, sempre per quel fattore della cortesia, ma alla fine mi arrendo. Le cedo il passo e ho un’ulteriore conferma che non avrebbe avuto nessun bisogno di insistere, e mi risparmia delle promesse. Lei preferisce la destra e io gliela lasciò volentieri; mai fatto questioni di principio su queste cose. Ci sentiamo entrambi stanchi per il lungo viaggio. Ha anche un bel sorriso: “Faccio in un attimo!” Si mette un pigiama a fiori e se lo lascia subito togliere ancora davanti al frigo-bar. Se ne resta lì un attimo vestita solo di sé e di un velo di inimitabile pudicizia. Nel periodo dei monsoni è facile scambiare il giorno per la notte, la pioggia sembra non smettere mai e il giorno avere fin troppe ore. Cerco di dimenticare e di far trascorrere ad entrambi la maggior parte di questa maledetta stagione scacciando i malumori. Quando spengo la luce fuori è sempre quello stesso grigio, il colore non si da pena di spiegare se è alba o pomeriggio; è solo antracite. Mi sveglio come avessi dormito cent’anni e fuori piove ancora. Il rumore è un ronzio che invita alla pigrizia. La cerco vicino e non la trovo. Nel cuscino c’è ancora il suo profumo. Nel portafoglio c’è solo il mio bigliettino da visita. Sopra ci ha stampato le sue labbra con il rossetto.

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I due protagonisti della vicenda sono un uomo ed una donna, approssimativamente una coppia. Entrano in scena e l’eco dei loro passi sul tavolato tradisce il carattere di rappresentazione. In platea si interrompe il chiacchiericcio, si fa silenzio. L’attenzione va ai due che si studiano, alla luce che li mette in mostra, che ne sottolinea il minimo gesto, le espressioni.
Il povero autore ha cercato di rendere i dialoghi credibili; se non veri almeno verosimili. La cosa non si è mostrata completamente agevole. La comunicazione orale fa poca attenzione alla grammatica; incespica, usa termini gergali, sbaglia. L’esigenza di parole e suoni, la fobia di una disputa porta i dialoganti, più che altro duellanti, ad interrompersi l’un l’altro. E’ soprattutto l’uomo ad avvalersene. Per minore pazienza. Per maggiore arroganza. Non sta a queste pagine cercare una verità non sempre rintracciabile. E poi hanno l’ambizione di entrare nella parte. Di trasmettere emozioni. E da lì che si preannuncia il dramma. Non era questo che voleva.
Si può persino supporre che ormai sia nelle dispute che trovano più passione. O che si trovi solo lì la passione. I nostri protagonisti infatti non sono più ragazzi. Stanno assieme da tempo, tanto che quel tempo li ha stancati. Si guardano con sospetto prima ancora che cominci la disputa. Il pubblico si divide a metà; come sempre. Chi fa il tifo per lei. Chi per l’uomo. Solo le ragioni distinguono uno dall’altro. Ma sulle ragioni è meglio soprassedere. Scopriremmo che qualcuno lo fa solo perché lei, sotto l’occhio di bue, sul palco, sembra certamente bella. O perché lui è lui cioè un marito. E un marito ha pure dei diritti. Cioè per futili motivi. E poi le donne debbono imparare a stare al loro posto. Nel contempo lui ha tuffato l’attenzione dentro il giornale. C’è forse un’offesa maggiore?
L’attore appese il cappello all’attaccapanni. Lei si sistema una calza. La platea è in visibilio. E’ chiaro che lei pensa ad un altro. Che ha un altro. Che vuole rovinare la vita al pover’uomo. La moglie in prima fila pianta il gomito nel fianco del compagno. Da dietro rimbomba un colpo di tosse. Fuori dalle finestre del palco scoppia un temporale. Le disgrazie non vengono mai da sole. La radio è una radio di guerra. Vecchio modello e vecchi stridii di voci del passato.
Quell’attore è un cane. Suona tutto falso nella sua voce. Lei, invece, sembra comprendere completamente la parte. Avere quella pazienza stanca è provata. Sa cosa vorrebbe il pubblico. Per quello un po’ di pepe non le parrebbe inopportuno. In fondo un centimetro di pelle in più o in meno non ha mai fatto del male a nessuno. Povero illuso. Ed è come se conoscesse perfettamente l’argomento. E forse è proprio perché l’ha vissuto e lo sta vivendo. E’ sempre così. Fuori dal palco nulla finisce, e la rappresentazione continua. Forse quella disputa non è mai finita, e non c’è rappresentazione che la contenga. Forse stanno continuando un argomento spuntato dal nulla già durante la colazione; chi può dirlo. L’unico spettacolo che non si chiude con la parola fine è la vita. Persino quando una persona viene a mancare lo fa a metà di una frase, nel bel mezzo di un gesto, lasciando un sacco di cose e di parole a metà; in sospeso. Sarebbe troppo facile. Piomba il silenzio.
Mai più marito e moglie a interpretare un marito e una moglie. Lui fa a brandelli il giornale. Lei gli confessa un tradimento. Gli rinfaccia cose irripetibili. Sbatte un piatto vuoto sulla tavola. Finalmente è riuscita a lasciarlo esterrefatto. La luna spegne la giornata sul fondo, dietro quell’unica finestra. Si ode un guaito. Forse nelle sue corde viene più naturale una storia d’amore. Un pizzico di romanticismo. Ma l’autore si reputa una persona impegnata. E per questo verga il suo biglietto col sangue delle proprie vene.

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Non ne aveva mai fatta una; e la fretta non era stata certo buona consigliera. Aveva avuto solo il tempo di preparare le valigie, frettolosamente, e di rubare un taxi sotto il naso ad una coppia di turisti tedeschi. Ancora nella scaletta e già le gambe frenavano e si sentì perso al suono della sirena. Appena partito aveva telefonato per tranquillizzare a casa e Susanna l’aveva ringraziato e gli aveva spiegato di essere dalla parrucchiera e l’aveva invitato a divertirsi. Si era limitato a mettere la giacca a rinvenire all’aria e a controllare il bagno, poi era uscito a prendere possesso di quel nuovo piccolo mondo. Si chiedeva se non era stato un pazzo ad accettare quel viaggio premio con i colleghi delle assicurazioni; la crema della crema. Degli enormi rompiballe che si sarebbe dovuto sorbire a turno continuo per tutti i giorni della crociera ventiquattro su ventiquattro.
L’aveva già notata da subito durante la sua prima perlustrazione e se la trovò al tavolo quando raggiunse la sala ristorante per pranzare. Alberica, che voleva essere chiamata Alba, per quel viaggio era in compagnia di un industriale tessile o qualcosa di simile che ne pareva orgoglioso e cercava di non perderla mai di vista. Per l’occasione indossava un vestito rosso sgargiante, forse un po’ troppo impegnativo in una simile circostanza, con ampia scollatura e scarpe decolté di identica tinta, naturalmente, muovendosi disinvolta su quei tacchi altissimi. Tra i due doveva esserci qualcosa più che delle chiacchiere anche dal modo in cui lui era estremamente premuroso verso la compagna e da come l’aveva aiutata a prendere posto.
Lui cancellò quel pensiero che gli sembrò non fargli onore e cominciò a scorrere la carta dei vini. Quella vacanza non sarebbe passata indolore. Si trovò a parlarci senza accorgersene. Non era donna comunque da passare inosservata, sembrava conoscere tutto e tutti e avere molta dimestichezza con qualsiasi argomento, era cioè di piacevole conversazione. Di tanto in tanto si tormentava l’orecchio e l’orecchino e muoveva a destra e a sinistra il naso in un quasi tic. Come se il suo accompagnatore non ci fosse non faceva che parlare del marito che pare fosse nei preziosi, qualcuno diceva preziosi e burro ma lui ignorava il nesso tra le due cose, ed elogiarlo per dire quanto lo amava. E quando lo diceva una strana luce le brillava negli occhi come se solo allora vi si riflettessero i lampadari del salone. Strana donna quella donna, misurato e intrigante e perfetto equilibrio di fascino e di eleganza.
Avrebbe avuto il tempo per conoscerla? e nel chiederselo progettava le proprie curiosità. Alba era anche in una certa confidenza con il direttore generale immaginifico. Su quel “certa” aleggiava nelle voci un tono poco chiaro e leggermente allusivo. La cosa poteva rivelarsi di una qualche utilità e, distratto dalla luce dei suoi gioielli, non poteva credere a tutte quelle chiacchiere, era una di quelle donne maritate ed innamorate, e poi quel brusio di sussurri non poteva soffermarsi su una persona sola; nemmeno fosse stata una folla.
Aveva appena cominciato a frequentarla e già ne imparava tante storie che avrebbero potuto riempire una intera saga, anche se non poteva negare che emanasse un notevole fascino. Era più portato a credere nell’esagerazione presumibilmente mossa anche da frustrazioni e rifiuti consapevole che l’uomo non ha mai imparato a ingoiare nessun insuccesso. Lei non faceva che immaginificare i luoghi in cui erano diretti, doveva averli già visti, sapeva proprio tutto. Gli spiegò che non poteva proprio perdere di scendere a terra con lei a Lindos di cui nessuno parla e che sarebbe stata invece un’ottima occasione per recarsi assieme in un magnifico mare. E poi di tutto il resto e di tanto altro. Simulò indifferenza, non era disposto ad ammettere apertamente e davanti a tutti di non averne nemmeno mai sentito parlare. Decise che forse avrebbe potuto aiutarlo a sconfiggere la noia.
Eppure ebbe la sensazione di aver suscitato nella donna dell’interesse. La cosa non mancò di lusingarlo anche se trovava il tutto banale. In fondo anche quell’uomo era stato gentile con lui e non cercava di complicarsi la vita, avrebbe voluto che finisse quanto prima. Si perse più volte, il senso di orientamento non era la sua maggiore virtù, alla fine riuscì a trovare il distributore delle sigarette e a tornare alla cabina. Si fece la barba e annegò di dopobarba la pelle del viso e poi preferì rilassarsi in cuccetta aspettando l’ora per avviarsi. La sera, per merito di Alba, cenarono tutti al tavolo del comandante e forse profittò fin troppo del vino gradevole e fresco. In effetti un poco la testa cominciò a girargli e si sentiva leggero di una euforia sottile e strisciante che aiutava la voce a liberarsi. Cercava invano di stare attento a quelle parole e ai suoi gesti che gli parevano comunque goffi.
Alba continuava a parlargli del più e del meno, ma molto più del primo. Il vestito era ancora rosso ma non era lo stesso, attorno alla scolatura, ancora più profonda, correva una passamaneria dorata. Parlava e si muoveva senza preoccuparsi della scollatura e sotto si sarebbe detto che non portasse nient’altro che, come s’usa dire, chanel. Gli orecchini dondolavano lampeggiando mettendo a prova gli occhi e gli stomaci dei presenti. Tra tante cose gli aveva comunicato, eccentricamente mortificata, che al primo scalo sarebbe stata raggiunta dalla figlia, ma lui non aveva prestato molta attenzione alla cosa. Insomma dopo un po’ lui aveva smesso di ascoltarla e s’era immerso nelle dovute riflessioni. Temette di essersi mostrato sgarbato anche con il comandante.
Lei stava dicendo che sarebbe stata contenta se gli avesse potuto dedicare qualche minuto solo per lei per spiegarle dei dubbi che aveva su una polizza vita stipulata dal marito. Aveva pensato di essersi sottratto precisando che si occupava di mutui, ma lei lo aveva rintuzzato subito dicendo “meglio!” e aveva aggiunto sottovoce che era preferibile che si incontrassero da lui. Si era giustificata spiegando che era una donna libera, almeno per il tempo della traversata, a parte la presenza della figlia, ma che era una questione di convenienza, che sarebbero stati più tranquilli, che ci teneva al proprio onore e non voleva pettegolezzi e che non sarebbero stati disturbati. Erano stati interrotti dal ritorno dell’amico della donna. Si scusò, non aveva dato alcun peso alle ultime osservazioni, aveva solo voglia di rifugiarsi nella cuccetta anche se avrebbe preferito un vero letto. Lei, sotto il tavolo, aveva allungato la mano e l’aveva sfiorato.
Le spiegò che non era particolarmente affascinato dal progetto di andare a annegarsi di sudore in una palestra. Era intrigato e stava valutando se era più conveniente abbandonarsi all’istinto e seguire il proprio desiderio accettando la sfida e ingaggiando quella lotta di provocazioni e malizie e sottintesi, o se non fosse meglio sottrarsi per la presenza di tutte quelle attenzioni che quella donna naturalmente provocava e di cui si nutriva e perché qualcosa in lui si trasformava in avvisaglia. In più c’era la presenza del suo accompagnatore, una presenza un po’ troppo invadente. Aveva preferito andarsi a lavare le mani e rinfrescarsi il viso cercando di riordinare le idee che gli tumultuavano in testa con il sospetto infondato di soffrire improvvisamente di mal di mare. Dovette accomiatarsi con gentilezza ma anche con una certa fretta.
Gli avevano detto che era una pazzo perché quella donna era una strega e ne aveva rovinati molti, di uomini, per poi buttarli metaforicamente (è l’occasione per precisarlo) a mare. Gli avevano detto che era una pazzo perché quella donna era una strega e ne aveva fatti impazzire molti, di uomini, trascinandoli in un vortice di piacere impossibile da descrivere. In verità lui solo non era stato niente; niente di tutto quello e pertanto smise di chiedersi le cose. Faticò a lavarsi i denti e prepararsi per la notte vinto dalla stanchezza. Lesse tre volte la stessa riga per capire che non c’era verso e così accettò e spense la luce per rifugiarsi in un sonno che lo sballottò come nel mezzo di un uragano. Rinunciò all’invito di andare a visitare i resti di Olimpia, non era la giornata adatta e decise che poi in fondo non erano che pietre. Restò in nave a smaltire gli eccessi, non ne aveva mai fatta una e probabilmente non ne avrebbe mai più fatta un’altra.
Lui se n’era completamente scordato, quel mattino gli era difficile ogni pensiero, ma la nave era ancora in porto e Faustina, come gli era stato anticipato dalla madre, doveva essere salita prima che lui uscisse per la colazione. Lo fece con un ritardo colpevole e non gli riuscì di mandar giù che alcuni sorsi di caffè amaro mentre resisteva al panico; il mare era minaccioso e indifferente, laggiù, in basso, una presenza quasi estranea, se non una non presenza priva di alcun fascino. Per quanto gli riguardava Katakolon avrebbe potuto restarsene lì per sempre, non vedeva l’ora di poterla guardare dalla poppa, non avrebbe avuto nemmeno la forza di muovere un passo. Si prese una sdraio e cercò la sopravvivenza maledicendo a minuti alterni la propria stupidità, nel tempo che gli rimaneva cercava di annegarla nell’alka-seltzer.
Il pomeriggio andava già meglio, una buona pennichella era stata un ottimo toccasana. Le incontrò che uscivano dal corridoio che portava alla loro cabina e si rigirò a guardarle di spalle mentre salivano la scala, Alba aveva un culo impegnativo che sussurrava ad ogni gradino aneddoti sfiziosi ma forse troppo lascivi e ormai fuori tempo, probabilmente avvertiva lo sguardo dell’uomo su di sé. Quella ragazza invece era la primavera. Vederle vicine, una accanto all’altra, forse, a parte l’età, sarebbero state uguali, come a volte avviene tra madre e figlia, non fosse che la madre era troppo preoccupata a nascondere gli anni. Aveva capelli di inaridita paglia e un mimica che snaturava i sorrisi in rattrappite smorfie. Il rossetto non riusciva a coprire l’avviluppato nido di rughe e il seno era esagerato ed esageratamente soddisfatto. La figlia era coperta da un abitino corto in cotonina che si appoggiava pigro alla pelle. Aveva solo un’avvisaglia di seni e gli occhi sgranati nella curiosità, ancora colmi di quella petulanza da bambina; quasi inutili nella mancanza di trucco e di vera malizia. In un attimo capì che l’eccessiva e arrogante innocenza di quella ragazza erano già un’ossessione.
Aveva visto troppi film di mare e di pirati oppure troppo pochi, non era come se l’era immaginato: tutto era immobile e l’unico assente era il mare. Si sentiva ingabbiato in una cabina che sembrava una prigione, non avvertiva nemmeno la presenza nell’aria della salsedine, solo gusto di chiuso e di uno strano vuoto senza gusto tranne che per quel po’ di sapore metallico, più che altro rugginoso. Le ritrovò mentre gironzolava, un po’ per caso e molto poco no, e gli venne chiesto se era così cortese di farle una foto con la figlia. Si erano appoggiate al parapetto con il paesaggio che si allontanava alle spalle, si vedeva solo un cenno della scia bianca tra le onde e più in fondo la meraviglia del canale di Corinto.
Un leggero vento fece sventolare la bandiera e le loro gonne e mise a nudo le gambe e lei lo lasciò guardare abbondantemente ridendo prima di coprirle goffamente con un gesto pieno di malizia e gli occhi pieni di promesse fingendo che fossero infastiditi dal sole. Si strinse la figlia al seno quasi volesse soffocarla e per dirgli che avrebbe voluto stringere lui. Lui continuò a scattare: la ragazza era un vero amore, un bocciolo; lo zoom le scivolò dosso fino a un ritratto in primo piano. Alla fine Alba si rivolse alla ragazza e riuscì a farsi fotografare con lui passandogli una mano alla vita e profittando di sfiorarlo dietro, sembrava continuare a divertirsi molto. Non s’era arrischiato di chiederne una con la ragazza e si mordeva la lingua. La nave naturalmente batteva una bandiera che non conosceva.
Da quel momento non aveva avuto altro pensiero che restare solo con Faustina. Quella lussuria dell’innocenza, così diversa da quella della madre, così piena di sensualità e di ignara impudicizia; ma altrettanto licenziosa, ancora più perversa, lo faceva impazzire. Nella ragazza tutto era ancora naturale e lui non pensava ad altro che sporcare quel sorriso che sfidava ogni cosa e qualsiasi pericolo e patto. Si inventò frasi coraggiose e allusive e persino romantiche da dire alla giovane e poi ripeterle in privato. Si annotò il numero della cabina e scoprì che era troppo prossimo a quello della madre e dell’amico della donna. Provò una gelosia rancorosa e altrettanto stupida per quell’uomo che non aveva nessun diritto. Studiò i percorsi per aumentare le probabilità di incrociarla e le possibilità di parlarle in modo appartato.
Gli avevano detto che madre e figlia erano rientrate presto e poi s’erano dirette in piscina. Lui aveva chiesto tutti i particolari giacché s’era attardato per prendere un ricordo per Susanna e uno per la sua piccola e per la curiosità di vedere Licabetto. Niente di ché e non capiva gli elogi sperticati che la donna gli aveva dedicato per poi non andarci. Le aveva raggiunte, ch’era quasi ora di andarsi a cambiare, ancora vestito com’era tornato a bordo. S’era pentito d’essere sceso a terra con tanto ritardo da non poter godere della loro compagnia e s’era scusato. Aveva proposto una bibita e aveva provato giustamente ad insistere ma entrambe avevano rifiutato con la ragione dell’ora e per rispetto di chi le stava aspettando. Il tessile se ne stava lì di controllo nascondendo la faccia quasi completamente dietro le quotazione della borsa enfatizzate nel quotidiano, gli fece appena un cenno e ripiegò il giornale per richiamare le due donne. La ragazza ebbe un solo attimo di incertezza, attorno alla testa aveva un foulard a fiori con trasparenze quasi impalpabili da cui pendevano alcuni cuoricini dorati e un costume minuscolo con molto blu e molto verde. Aveva un corpo flessuoso e si muoveva come una sirena. Era un miraggio; scappò dietro la madre che la chiamava e quell’uomo orribile. Lui decise che l’indomani sarebbe sceso a Rodi con loro.
Fino ad allora era riuscito bellamente ad evitare di farsi coinvolgere dal cameratismo appiccicoso dei colleghi nonostante i reiterati tentativi. Aveva saputo solo che c’era stato qualcosa tra Lorenza e Giuliano, pareva una notte di fuoco, e tutti ne parlavano. Non volle sapere atri particolari. Aveva sbagliato il suo giudizio sulla donna e anche sul compagno di lavoro, gli era sempre sembrata una sempre sulle sue, senza grilli tra i riccioli, solo dedita al lavoro e alle pratiche e poi era anche al di là della più indomita e bieca tentazione. Pensò che era stata quasi un’opera pietevole di volontariato simbolo di altruismo, di coraggio e di abnegazione e sorrise dentro di sé, ma al tavolo trovò la sorpresa, era stato messo distante sia dalla madre che da Faustina. La cena fu di una noia mortale mentre tendeva le orecchie per sentire i discorsi lontani e non vedeva l’ora che finisse e anche i piatti gli sembrarono preparati con meno perizia. Fece però molta attenzione alle bevande che con quel caldo facevano presto a tagliare le gambe e a tradire l’uomo notando su di sé come il dopobarba fosse una pratica distintiva degli assicuratori. Fu una liberazione quando si spostarono tutti di là per avvicinarsi alla pista da ballo, si ricordò solo allora di aver ricevuto da Alba un largo sorriso e che poi la donna aveva alzato il calice e fatto un cenno con il capo come a dargli un appuntamento per quel dopo.
Aveva pensato che avrebbe dovuto guardarsi dal medico di bordo ma l’uomo era stato interpellato d’urgenza e aveva dovuto lasciare la compagnia e, seppure con evidente malincuore, il braccio della ragazza. Non gli restava che guardarsi dalla mamma guardinga, impicciona e gelosa. Non che amasse particolarmente quel tipo di mondanità ed il ballo, ma in quel momento era costretto ad essere grato a questo e a quello e al camiciaio, la coppia ballava parlottando e bisticciando. Rubata ad un secondo lungo e dinoccolato Faustina si lasciava trasportare e trascinare sbadata e non aveva molto da dire mentre i suoi occhi gironzolavano disattenti ubriachi di novità. Al momento opportuno aveva potuto così approfittare della distrazione di Alba per lasciare le danze e allontanarsi con Faustina dal salone fin troppo abbagliante prendendola sottobraccio e non lasciandole nemmeno il tempo per prendere la borsa. Lei era un incredibile animaletto mansueto, lui aveva trovato la scusa di soffermarsi a vedere la luna riflettersi su quella tavola buia di mare e poi lei l’aveva seguito docile e rassegnata nella sua cabina.
Appena il tempo di cominciare a rubarle un primo bacio guardingo ma curioso e per saggiare quelle carni sode che stavano sbocciando, quando era tornata la luce nell’abitacolo ed era entrata indispettita la madre. La ragazza non portava reggiseno e non ne aveva bisogno tanto erano ancora acerbi e appena abbozzati quei seni. Si maledì per avere avuto appena la possibilità di cominciare a forzare la resistenza di quella esile mano e pensò a come lei avesse l’incantevole indiscrezione di chi non sa e vorrebbe tutto scoprire e come mantenesse ancora la meraviglia innocente ed incosciente per ogni cosa come una bambina. Se avesse trovato il modo di pensarci avrebbe concluso che quel fugace bacio aveva il meraviglioso fascino dell’inconsistenza; che era bello proprio perché così incerto e impacciato e improbabile. Quando ormai era nella sua mano s’era sentito svuotare dalla delusione e maledì quella madre con tutte le sue forze. Restò da solo, desolato guardando Alba dargli le spalle e, senza un fiato, trascinarsi dietro sua figlia.
Le due donne avrebbero avuto bisogno di una spiegazione, non ci voleva pensare. Non sapeva quale e non gli riuscì di ridere soddisfatto né di essere lusingato della contesa e decise, com’è ragionevole, che non voleva arrendersi e cercò di calmare l’emozione. Poi, una buona doccia riesce a cancellare molte cose, fece tutto senza fretta pensando che ne aveva avuto abbastanza di confusione, per quel giorno, ma che la notte era giovane. Rimise il pigiama sull’ometto appeso nell’armadio, si riguardò allo specchio e prima di coricarsi ascoltò le notizie alla televisione senza degnarla di un solo sguardo; controllò l’orologio e mise sotto carica il telefonino. Avrebbe voluto raggiungere il ponte per un’ultima sigaretta ma vi rinunciò, si sentì d’improvviso pigro e poi non voleva sfidare la sorte, anche se era certo di una sola cosa: che se doveva succedere avrebbe dovuto aspettare ancora un po’. Non aveva nessuna certezza tranne una percezione così, come aveva detto alla ragazza sfiorandola sul ponte, aveva lasciato la porta della cabina aperta ma probabilmente si era addormentato. Fu richiamato in sé da quella breve luce che era balenata e scivolata nella stanza angusta, ma era stato meno che un attimo, e poi aveva udito prima il fruscio di qualcuno che bisbigliava passi silenziosi sulla moquette e poi quello di un corpo che si liberava degli abiti in un’attesa snervante e febbrile. Era venuta, il suo udito frugava quel silenzio aspettandola, ancora un poco sopito e bagnato in preda del sogno recente aveva provato subito desiderio per la visitatrice e lei gli era già accanto scostando le coperte. Quando le unghie della donna scivolarono sul suo petto non riuscì a trattenere il gemito; non avrebbe voluto mai deluderla.
Aveva allora cercato di allungare la mano per raggiungere l’interruttore ma lei l’aveva trattenuto. Si abbandonò alle sapienti attenzioni della femmina. Quel corpo nudo scivolò con la delicatezza della piuma sul suo e quella pelle divenne un’unica carezza. Riconobbe la donna attraverso ogni attimo della pelle; ne rintracciò ogni più piccolo indizio mentre lei continuava a trattenergli la mano. Avrebbe gradito vederla invece lei lo convinse e lo spinse a girarsi come se non fosse lui l’uomo o se lei volesse possederlo come possiede un uomo e la sentì alle spalle come una presenza insolita, un po’ allarmante e via via più intrigante. Poi si accorse di non avere più rimedio a quelle mille lusinghe e lasciò fare. Adottò la scusa di essersi lasciato prendere di sorpresa, quando non era ancora completamente sveglio. Non riusciva ad immaginarsela la ragazza che gli scivolava addosso nuda. Così padrona della situazione e di lui, consapevole che la curiosità a volte supplisce a molte cose e si sa mascherare da esperienza.
Il fatto è che l’uomo sa bene come farsi distrarre e lui s’era smarrito quasi subito, troppo preso ad ascoltare le voci del proprio intimo universo. In fondo è la natura e l’istinto che aiutano la vita. Una dona nasce con la consapevolezza segreta di essere donna. O più semplicemente non voleva accettare la possibilità di essere ingannato, e poi sarebbe stato troppo anche per la più fervida immaginazione. Invece avrebbe dovuto capirlo subito: troppo vorace ed esperta era la sua bocca, troppo presuntuoso e falso era quel seno; troppo sfrontato era tutto. Ne ebbe più chiaro e presente il sospetto quando quegli ansiti di godimento proruppero in un grido roboante di liberatorio piacere e in una supplica sconveniente e ne ebbe conferma quando ottenne la certezza che non era ragazza.
Fu distratto perché gli sembrò di udire un sottile rumore alla porta ma decise di smettere di far caso a qualsiasi cosa mentre l’amante scoppiava in una fragorosa e agghiacciante risata. Tornò ad allungare la mano per dar luce alla stanza ma ancora la donna lo trattenne per il polso. Ora sapeva ma, nonostante lo stratagemma, non aveva più tempo per tirarsi indietro, non sarebbe stato gentile nei confronti di quella donna come di nessuna, e poi era ormai tardi anche per lui.
Non aveva bisogno di fare nulla e non avrebbe mai avuto modo di rammaricarsi, lei sembrava avvertire tutti i suoi desideri, prima ancora che li potesse esprimere, anche quelli che non aveva mai confessato nemmeno a se stesso, e conoscere anche il più piccolo angolo del suo corpo per farlo fremere. Ormai non c’era altro mondo fuori di quella stanza, avrebbe potuto crollare il tetto e l’intera volta celeste. Lei era una fornace incandescente ed era un fiume in piena; si scusò, lo insultò, gli disse che era bello, lo minacciò, lo implorò, lo maledì, lo pregò e gli piantò le unghie sulla schiena e i denti sulla spalla. Si sentì frugare dentro e questo non gli era mai successo, il sole doveva essere ormai alto e lei non era ancora sazia quando fu costretta e lasciarlo salutandolo con un bacio profondo e disperato. Mai avrebbe potuto scordare quella notte per il resto della vita.
Avvertì un grande tramestio fuori e fu costretto a uscire da quel tepido sopore per prepararsi e raggiungere gli altri con curiosità sistemandosi ancora la camicia dentro i calzoni imprecando. Aveva visto che sua moglie l’aveva cercato, ci avrebbe pensato più tardi. Non si sentiva stanco, solo vuoto e assente. Avevano trovato Faustina annegata nella piscina. Apparve subito stupido in mezzo a tanto mare annegare in un piscina. Sembra una cosa possibile solo in un romanzo di cattiva grana. E senza nemmeno lasciare una parola a spiegare il gesto. Erano tutti allibiti, bocche spalancate e piene solo di silenzio; un silenzio che sapeva di piombo. Si avvicinò a Alba per darle il suo conforto. Avrebbe creduto che il mattino fosse più crudele con lei. Stava bene in nero, era ancora più affascinate. Lei gli porse, con un sorriso rigido e di circostanza, un biglietto da visita del marito dove sotto aveva siglato a penna il numero del proprio cellulare: “Mi chiami. Si ricordi di farlo. Dobbiamo finire quel nostro discorso. Sono veramente… interessata a… a… quei fondi d’investimento. Ora mi voglia scusare”. Certo che si vede la vera signora.

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Qaudro in forma di icona (Autoritratto in tecnica mista di acrilico su cartone telato)Non è accademico ma assurdo interrogarsi sul taglio da dare quando si deve commentare una notizia del genere che per la sua drammaticità colpisce quasi allo stesso modo lo scrivente, i protagonisti e il lettore; questo giustifica, anche se solo in parte, l’imbarazzo che mi coglie nel commentare i fatti.
La commovente vicenda, ignorata dal grande pubblico dei lettori, trova oggi diffusione solo dopo un doloroso travaglio personale e solo in nome del “dovere di cronaca” e del “diritto di informazione” mi sono deciso a passare in redazione queste poche parole per la stampa.
Per la prima volta nella mia lunga e non sempre agevole carriera il mio mestiere di giornalista e la mia etica professionale si sono trovate in travagliato conflitto col mio essere uomo e con i valori più sacri a cui mi sono sempre ispirato e in cui ho sempre creduto senza la minima esitazione.
In questi ultimi tre mesi assolutamente nulla era trapelato e la cosa sarebbe passata inosservata se non fosse giunta al nostro giornale quella breve nota di fonte attendibile sulla quale fonte non possiamo naturalmente che mantenere il più stretto riserbo.
Lo stesso riserbo che riteniamo dovuto agli involontari quanto disgraziati protagonisti colpiti da tanto dolore a cui spero giunga tutta la mia e la nostra (della redazione tutta) solidarietà e stima; è sufficiente dire che gli avvenimenti hanno visto la luce, nel senso più preciso e pregnante della frase, in quella terra di santi e di iconografie virtuali che è l’Umbria.
La giovane madre è una donna gracile e bionda di venticinque anni e sei mesi, che abita appunto in questo nostro grosso centro umbro in via delle Colombe al civico cinque interno due, al suo primo parto.
La signora è stata ricoverata al locale Ospedale Civile in data primo maggio, dopo una gestazione serena e per nulla traumatica, per dare alla luce un bimbo che gli esami avevano pronosticato di sesso maschile e di peso aggirantesi presumibilmente tra i tre chili e mezzo e i quattro.
Tutto lasciava prevedere il buon esito di un parto che non presentava alcun particolare problema, la donna non può che confermare di aver avuto la massima assistenza da parte di tutto il personale ospedaliero; così come dobbiamo testimoniare che nulla era stato trascurato da parte della puerpera stessa oltre al suo ottimo stato di salute.
La levatrice conferma che i tessuti si presentavano sufficientemente elastici e che tutto procedeva nel migliore dei modi quando, la “mammina” è stata trasportata in sala parto immediatamente dopo la rottura delle acque.
Il marito è entrato assieme alla “sposina” per assisterla e condividerne quel momento sempre magico e che mai tanto come questa volta era destinato a rimanere tra i ricordi di tutta una vita; qualora fosse necessario anche l’uomo può dare ulteriore testimonianza di come tutto si fosse fino allora svolto nella maniera più soddisfacente.
Comprensibile era il suo impaccio nell’assisterla nelle povere mansioni che erano a lui demandate: nel bagnare le labbra e asciugare la fronte della sua compagna con quella piccola garza umida che gli avevano fornito.
Il futuro padre cercava continuamente gl’occhi della cara amata con una delicatezza che si può solo immaginare mentre le contrazioni si facevano più violente e frequenti ma data la posizione e l’emozione non riusciva a cogliere con lucidità completamente il susseguirsi ormai febbrile degli avvenimenti.
Con la mano libera teneva dolcemente la mano della moglie sforzandosi di trasmetterle serenità e non l’angoscia e la tensione che gli esplodevano dentro ma la donna, con la sensibilità comune in questi casi, non poteva non leggere sul sudore di quel palmo quelle preoccupazioni e gli sorrise amorevole cercando di tranquillizzarlo.
Lui vedeva il medico e il personale paramedico affaccendarsi spasmodicamente oltre il ventre prominente della sua cara metà e solo la novità della situazione bastò a preoccuparlo e lo confuse ulteriormente; racconta che gl’occhi coglievano immagini sfuocate e che gli bruciavano come in preda alla febbre, tutto il suo corpo reagiva allo stesso modo alla tensione.
Il medicò aveva ordinato la flebo e poi dovette incidere ma solo un piccolissimo taglio, gli spiegò dopo, data la posizione in cui si presentava il feto e il suo notevole peso. Ma lui non ricorda l’ordine dei gesti ne si accorse di quel taglio che per altro richiese solo tre punti di sutura.
Poi, come per una improvvisa accelerazione, tutto precipitò e assunse un ritmo frenetico come in una di quelle brevi farse del muto se non fosse per la solennità dell’evento e per la sua non prevedibile conclusione.
Un bimbo di oltre quattro chili scivolò fuori dall’alveo materno come una saponetta e schizzò fra le mani esperte del vecchio medico; era un bimbo sano di aspetto e dal colorito roseo, pieno di carne abbondante che veniva voglia di morderla e coprirla di baci; con un impercettibile profumo dolce di vomito.
Quei cuscinetti di carne riempivano i piedini e le manine paffute dalle dita tozze che frugavano allegre l’aria e gl’occhi, quando si aprirono, mostrarono quell’azzurro cheto che illuminava il volto della giovane.
Il dottore disse: “E’ un bel maschiotto!” sul sospiro di liberazione che mandarono simultaneamente gli sposini ma immediatamente non fu più possibile nasconderselo: il nascituro presentava una escrescenza sul capo della forma di un disco traslucido; anche se era attaccata – come dire – in modo sommario era con estrema evidenza una vera e propria aureola.
Il bimbo era bello, certo, con piccoli riccioli biondi impomatati alla testolina tonda e le guanciotte piene da pizzicotti. Non aveva sofferto del parto, le carni si presentavano pulite e la pelle era liscia e vellutata; attorno agli occhi d’acqua marina si affollavano mille piccolissime rughe che davano al suo sorriso un che di antico e di pacato.
Non si poteva riscontrare, nemmeno volendolo, nessun’altra anomalia se non quell’assurdo discoide tremante, indeciso, come in bilico sul vertice di quella tozza figuretta dalle gambette storte; proprio come in quei maledetti quadri del Perugino.
Il medico non ebbe un attimo di indecisione e non mostrò imbarazzo: prese l’unica decisione che può essere razionalmente adottata in simili casi. Non ebbe nemmeno bisogno di tante parole, colse immediatamente lo sguardo d’intesa e di approvazione della povera coppia; tutti sapevano che non esistevano alternative: bisognava intervenire immediatamente e qualsiasi persona di buon senso comprende questo.
Non si persero che pochi attimi per permettere alla giovane di tenere il figlio appoggiato al petto e la donna lo coprì di baci vincendo l’orrore per mezzo di quel grande sentimento che è l’amore materno.
Poi il bimbo le fu tolto e con invidiabile efficienza e con la massima celerità fu approntata la sala chirurgica. Ripetiamo che nessuno può muovere il minimo dubbio che quella fosse l’unica soluzione che si potesse adottare.
Il delicato intervento impegnò tutto lo staff medico per più di due ore ma, nonostante il prodigarsi di tutti, l’operazione non poté avere l’esito sperato e non fu possibile rimuovere l’ingombrante aureola e la pur forte fibra del bimbo non superò la crudele ma necessaria prova.
Un eminente scienziato dell’Università del Maryland, da noi appositamente interpellato, ha laconicamente commentato che “Forse è meglio così.” poiché nei pochi casi in cui il paziente è sopravvissuto non ha poi potuto godere di una vita normale. Un altrettanto noto accademico italiano ha colto l’occasione per ribadire la sua già nota posizione sui “diversi” e i meno fortunati e sulle carenze di istituti alternativi. Ma si sa che in questi casi ogn’uno si sente in diritto di esprimere la propria opinione per quanto discutibile essa sia.
Quando toccò alla caposala annunciare alla donna quella drammatica perdita prematura del figlio la povera giovane fu presa dalla disperazione e dallo sconforto che nemmeno il marito riuscì ad alleviare; anzi la sua fu anche più violenta di quella della moglie.
I fiori che inondavano la stanzetta parevano avere un colore opaco e funereo e sembravano mandare un odore di desolazione; come profumassero d’incenso. La mammina non seppe trattenere i singhiozzi davanti a quella perdita irreparabile mentre stringeva a quel petto dove cominciava la montata lattea una camicina bianca finemente ricamata. Bisognerebbe essere fin troppo previdenti e non anticipare mai, in nessun caso, i tempi.
Siamo certi che la giovane età e il fisico sano permetteranno alla donna di non abbattersi troppo, di superare il difficile momento e di riprovare dimenticando così con relativa celerità questa amara vicenda magari con l’occasione di un altro, più felice, lieto evento.
Anche se con questo involontario ritardo inviamo alla giovane mamma gli auguri più sinceri di tutta la redazione e i miei in particolare e invitiamo chiunque voglia a manifestare la sua solidarietà a questa donna così violentemente ferita nei suoi affetti più cari come la perdita di un figlio tanto atteso e desiderato che appena nato non ha avuto il tempo per chiamarsi Adamo.¹

L’ho già detto che sono partigiano, non so se ho già detto che Lei è brava. Se l’ho fatto non l’ho fatto abbastanza.

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