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Posts Tagged ‘dubbi’

Foto da Vincitori e VintiNon avrei voluto essere nemmeno nei panni di quei poveri difensori. Nomi di tutto rispetto. Il meglio. Non doveva essere facile nemmeno per loro. A carico degli imputati c’erano montagne di accuse, di prove e di testimonianze. Non sussisteva il minimo dubbio. Colpevoli erano colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio. Non si trattava certo di questo. Né dell’entità delle colpe. Alcuni avevano ucciso anche con le proprie mani. Tutti avevano dato scientemente gli ordini. I nomi delle vittime erano in un elenco senza fine. Solitamente, per subirne meno il peso, ci si limita ai numeri.
Le cose non sono mai o bianche o nere. Nessuno poteva avere alcun dubbio: le pene sarebbero state pesanti per tutti. Per alcuni si parlava della vita. Per qualche altro sarebbe stata comunque una condanna a morte vista l’età avanzata. Ma la legge è fatta da uomini per gli uomini. Non si somministra la giustizia; anche quella è un concetto aleatorio o soggettivo. Si applicava quella legge formulata appositamente per quel caso, come per gli altri casi simili. La guerra è un’aberrazione della storia; ci si illude che sia una eccezione. Ogni morte è morte. E anche la morte di quei colpevoli rappresentava togliere loro la vita. Che diritto ne avevano uomini su altri uomini, più o meno come loro. Ma quello di cui si parlava in quell’aula severa e in quell’aria grave erano crimini di guerra. Certamente il delitto più grave che l’essere umano possa concepire. Un crimine che spinge agli estremi. Che richiama alla vendetta.
Eppure nessuna vendetta è giustizia. E quando si entra nella logica della guerra chi può definirsi innocente tranne quelle vittime? Forse noi giudicanti che non abbiamo partecipato in prima persona? Chi crede di aver dato la morte per la vita? La verità è che il giudizio è sempre impartito dai vincitori, non dai giusti. Ma chi giudicherà i crimini dei vincitori? E chi si potrà definire Giusto? Niente può essere definitivo tranne quelle morti. Non si può cancellare l’orrore. Ci saranno altre vendette, altre condanne. La coscienza del mondo rimarrà scossa. La memoria tornerà a visitare le notti di tutti i sopravvissuti. La storia non finisce con una condanna, anche se esemplare. Già sul banco degli imputati sbiadisce l’arroganza del potere. Ora il potere è in mano ai giudici; a uomini. Del tutto uguali agli uomini che dovevamo giudicare. Non ero stato a guardare. Mi ero indignato. Dentro di me avevo gridato. Non sapevo perché non mi sentivo l’unico innocente. Quei crimini hanno lordato anche me. Nelle notti ci pensavo e ancora ci penso. Termine complesso quello di giudice. Avrei voluto rinunciare a quel ruolo. Non mi sentivo libero di esprimere un verdetto. Che condannavamo l’orrore. E non riuscivo ad illudermi che potesse essere l’ultima guerra.
Indubbiamente l’orrore va condannato. La confusione che era in me derivava dal fatto che con l’orrore si condannavano gli uomini. Non ero certo che vi fosse un’alternativa, un altro modo di procedere. Non era questo il punto, il dubbio, la perplessità. Il malessere era dovuto nel dover decidere della vita di qualcuno. Un malessere che non si sarebbe comunque mai sopito. La domanda restava. Avevamo noi il diritto di trasformare i carnefici in vittime? Come avrei potuto spiegarlo a mio figlio? Quali braccia avevano imbracciato le armi giuste? Esistono? Avevano difeso la libertà, certo. Forse qualcosa che si sarebbe potuto chiamare civiltà, democrazia, in altri mille modi. Qualcosa che analizzata diventava impalpabile, quasi indefinibile. La guerra non ha vincitori. Allora chi giudica i vinti? Con quale diritto? L’unica via di uscita si nascondeva sul rifugio che il mio giudizio non era determinante. Che potevo liberare la mia coscienza allineandomi alle decisioni degli altri. Non mi era sufficiente, ma non mi restava altro. La condanna era scritta prima che ci si riunisse. Era la storia che la imponeva. Eppure anche quelli erano uomini.

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Tutto ciò che prima non era mai stato detto [dagli altri profeti. n.d.a.] è che nel creare il creato Dio all’improvviso si sentì solo. Non bastavano gli uomini, né i giganti, né gli angeli a lenire quella immensa solitudine. Fu per quello che creò delle creature in tutto è per tutto più simili a lui; più simili delle altre, e tutte si chiamarono Dio. Tranne per quella di sesso femminile che non gli assomigliava punto e che si chiamò da sola: Lei. Poi gli avvenimenti si susseguirono. Nessuno più parlò dei grandi erbivori. Anche quello è uno dei tanti misteri della fede.

fulmineSi ha qui l’impressione che ci si soffermi troppo in piccoli e irrilevanti particolari? Ci si ricordi che si sta parlando, in un qualche modo, di… come dire? due universi paralleli. Il tempo sulla terra scorre lento, si conta a minuti. Ma abbiamo parlato anche dell’infinito, del luogo dov’è cominciato tutto, dove si è dato inizio al creato. Lì tutto è diverso. E’ meno caotico. C’è meno affollamento. E soprattutto il tempo passa in modo diverso. Abbiamo visto scorrere i secoli in un baleno. Alcuni sono passati prima ancora che noi ce n’è accorgessimo. Si deve inoltre considerare che c’era un certo fermento, stava nascendo l’umanità, tutto ribolliva come nella tazza di un vulcano. Almeno alcuni degli eventi narrati avrebbero dato lavoro per anni e anni.
Ai più quei sei giorni sarebbero potuti sembrare secoli. Non a lui. Certo non si potevano ascoltare solo gli… storici e gli antropologhi; che poi ancora non erano stati creati. Era vero che c’era stato un periodo che l’aria s’era fatta un po’ più frizzantina, ma da questo parlare addirittura di glaciazione. Qualcuno aveva bisbigliato lontano da orecchie indiscrete che sarebbe stato per tenere fresca la birra. Ma se la birra non era stata ancora creata? E poi, fosse vero, si sarebbe completamente ghiacciata. La verità è molto più banale, ma nemmeno vale la pena parlarne. Non era troppo chiaro chi si doveva occupare di cosa. E nella confusione… non ti puoi mai fidare. C’erano stati alcuni mal funzionamenti nella distribuzione di energia. Piccoli disguidi. Già risolti. Non si sarebbe verificato più. Parola di Dio.
Nemmeno se ne sarebbe più parlato se… Il problema era che tutto era già successo all’inizio dell’inizio. Adamo amava fare due passi prima della frutta; e anche dopo per farsi una sigaretta. A quei tempi erano due sposini soli; senza figli tra i piedi. In quel suo curioso girovagare senza meta aveva trovato alcuni oggetti, siano essi di selce o di ossidiana, non era mica un geologo, che anche una mente semplice come la sua se ne sarebbe accorta. Si sarebbe interrogata. Decisamente erano reperti che la mano di qualcuno aveva levigato. Si era anche imbattuto in certe strane pitture. Ma di questo non ne aveva mai parlato. Perché si era spinto più lontano E li aveva visti in una grotta. E in quella grotta non era solo. Certo non era proibito, era solo una capra. Ma Eva era così gelosa. In seguito si era anche imbattuto in un enorme… sembrava proprio un osso. Era proprio un osso. Pensò potesse appartenere a qualche gigante scomparso. Troppo grande. Pensò al mammut ma il mammut, come sappiamo, non era ancora esistito e comunque era estinto. Poi era una bestia di altre latitudini. Quell’uomo di fede, e non troppo acuto, trovò nuovamente risposta nei misteri della fede.
A proposito, viene colta l’occasione per una riflessione filosofica che poco ha a che fare con i fatti. Contiamo ancora una volta nella pazienza e nella clemenza dei pochissimi che leggono; se non si sono già annoiati nelle poche righe precedenti. All’amico che continua a sostenere la teoria secondo la quale l’uomo è stato creato vegetariano vorrei chiedere se le punte di freccia o lancia, trovate tra quei reperti, indicano che l’uomo di allora, il primo se non il primissimo, ha lavorato quelle pietre per cacciare delle rape. Sicuramente l’uomo ha dovuto assaggiare tutte le schifezze che trovava, in natura. Erbe e sterpi, pietre e radici, tuberi, magari resti di animali e financo i loro escrementi, fino alla frutta. Ma qui torniamo ad andare fuori dal seminato. Comunque la fame era tanta e l’ignoranza era di più. Ma se i disegni dimostrano che cacciava gli animali già prima di essere creato, non possiamo che concludere che era un animale vegetariano con una dieta varia ed alcune eccezioni, tra cui la carne e il pesce. Ma ora è bene che torniamo ad interessarci puramente ai fatti. E a interrogarci solo su di essi.
Lei, nella sua a volte anche inopportuna petulanza, insisteva nel dire che non poteva continuare all’infinito a chiedere all’uomo di liberarsi di ogni curiosità. Che la curiosità sarebbe sopravvissuta a tutto. Che l’uomo aveva bisogno anche di risposte. Soprattutto le donne. Ma lui la trovava una questione di lana caprina. Caprina? boh! Lui amava le cose spicce. Se credi non hai bisogno d’altro. Ci vuole fiducia nelle cose. Lui amava quelli che erano sempre pronti. Amava i sì; mica i forse. S’era convinto che il mondo sarebbe andato meglio, molto meglio, se tutti avessero fatto il loro dovere senza star lì, ogni momento, a rompere… le uova nel paniere. C’era bisogno di ordine in quell’Ordine infinito. Se uno si mette a dubitare di ogni piccola cosa, anche sulla forma della terra, finisce che si trova a dubitare anche di Dio. E chi avrebbe fatto tutta quella grande cosa, il creato, se non Dio? Questa era l’unica domanda che gli sembrava saggia. E per quella la risposta era là, davanti agli occhi di tutti. Era una sola. Nemmeno serviva tanto ripeterla. Una risposta di tre sillabe. Il suo divino Nome.
Magari non subito ma col tempo Lui riusciva a trovare una risposta a tutto; non per nulla era Dio. Giustificò queste divagazioni col fatto che i giorni dell’uomo e quelli di Dio non hanno le stesse dimensioni. E che l’uomo e la sua discendenza non sono l’uomo ma quello tra loro che lui aveva scelto. Che a suo dire quelli altri gli erano riusciti anche peggio. Cioè che la Storia era quella di quel piccolo territorio che potremmo chiamare Galilea. Non perché il resto avesse meno importanza. Anzi. Solo perché chi ne aveva parlato era nato in quella piccolissima fetta di terra. Non conosceva altro. E non era colpa sua se gli uomini cosiddetti d’oltreconfine non sapevano leggere, scrivere e far di conto. Magari sapevano costruirsi gli attrezzi, ma solo rudimentali. Magari avevano provato con l’arte, con la pittura. Potevano definirsi pitture quelle? E a che pro? Al massimo erano scarabocchi, e rupestri. Persino loro li nascondevano agli occhi dentro delle caverne. Non erano che prove. Restavano degli ignoranti buzzurri; se gli era permesso esprimersi così.
Dio [nota a margine] non ricordava di aver creato uomini che poi aveva chiamato profeti. Lui aveva creato l’uomo e poi l’aveva chiamato uomo; più semplice da capire di così. Naturalmente anche Dio disse: “nemmeno Io”; e così via, che non staremo a ripeterci. Naturalmente ci sembra vacuo soffermarci sulla Genesi del nome. Loro parlavano in nome di… e anche questo Dio non ricordava di averlo detto. Ora non capiva perché non potessero avere un idea loro. Fossero sempre lì a pendere dalle sue labbra. Ma per pendere pendevano poco. Ma a chiamarli questo uomo e l’altro uomo e quella donna e quell’altro uomo e anche quella donna non ci si raccapezzava molto. Una volta si voltavano tutti. Un’altra non rispondeva nessuno. In quella che sostituiva l’anagrafe allora ci si era poi impegnati per distinguerli uno dall’altro. Avevano da prima provato con i numeri. Ma ben presto si resero conto che i numeri rischiavano di restare insufficienti. Allora erano ricorsi alla loro fantasia, anche quella piuttosto scarsa. Senza una regola, senza un piano né erano uscite le cose più bizzarre; ridicole. Persino uomini col nome da donna e uomini e soprattutto donne senza nemmeno il nome. Lacune di un esercizio ancora in fase progettuale.
Allora Lui alzò gli occhi al cielo. E ne fu entusiasta. Si sentì orgoglioso. Almeno di quello. Era una notte nera. Proprio nel bel mezzo splendeva un’enorme luna piena. Pensò che forse gli uomini avrebbe dovuto sistemarli lì. Però avrebbero dovuto scavare e scavare per trovare un pozzo dove dissetare i cammelli. E che forse si sarebbero messi in testa anche loro di volare. Già il cielo più in basso era pieno di uccelli, anche di notte c’erano quelli notturni, e di tanto in tanto si incrociavano anche gli angeli. Poi pensò che in poco avrebbero rovinato anche quella. E poi poteva benissimo servire per sognare. E per cantare. Pensò che avrebbero continuato a fantasticare di abitare anche quella. E con quella esplosione demografica tutto era possibile. Che piantata lassù li avrebbe lasciati parlare per anni e anni. Intanto li avrebbe tenuti occupati e non avrebbero fatto tanti altri malanni. Un modo l’avrebbero trovato, ma intanto non era male distrarli. Ma fu costretto a tornare con i piedi per terra.
Come si è provato di accennare, a parte gli improbabili, e spesso ridicoli, nomi propri, i profeti erano pur sempre uomini, e capivano quello che capivano. E associavano. E scordavano. E infiorettavano. Fantasticavano e ciarlavano. Inoltre nel riportare, è umano, si aggiunge o toglie sempre qualcosa. Lui stesso non avrebbe dato Fede a tutto quello che dicevano. Anche se la Fede è necessaria. Due parole qui, quattro di là. Non c’era da stupirsi se poi si generava confusione e i posteri non ci avrebbero capito granché. Che poi ognuno cercava di portare anche l’acqua al suo mulino. Dovevano essere tutti dei mugnai, ma non ne aveva conferma. Certamente erano anche dei gran burloni e un po’ giullari. E non tutti poi si presentavano proprio per bene. Prendi quello… e poi quello con quella voce blesa… beh! lasciamo andare. Era ben anche per quello che aveva creato la Fede. Ce n’erano che amavano le feste e non facevano che raccontare di party e di divertimenti vari, e anche non certo decorosi. E altri che amavano l’avventura e l’azione, spesso truculenta. Non c’era un equilibrio; Divina pazienza, o come diceva Lui: “Divina polenta”.

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tazzina di caffèIo lo amavo e credevo che l’amore fosse una cosa facile. Forse dovrei dire che ero sicura di amarlo ma si può mai essere sicure di qualcosa? So solo che era cominciato, quell’amore, almeno inizialmente, con un senso di fretta e di passione. Poi mi ero rifugiata in lui con un senso di appagamento e tranquillità; ma questo solo dopo, un poco dopo (questioni di punti di vista). Un mattino come un altro mi sono ritrovata svegliandomi come se quell’amore fosse finito o meglio mai esistito. Lui era un estraneo ma uno strano oggetto di estraneo. La sua sola vicinanza mi creava fastidio. Ho scoperto nel tempo che provavo piacere nel fargli del male e forse gliene ho fatto abbastanza. Non c’è nessun dramma della gelosia. In seguito ho capito che fargli del male era farmi del male ma allora non lo capivo. La bambina era anch’essa un pretesto. Quello che mi faceva arrabbiare di più era che lui accettava indifeso, finché non ho preso la decisione definitiva. In quel momento mi sembrava la cosa migliore da fare. Sembrerà stupido ma appena lontana ho capito di amarlo ancora, anzi di non averlo amato mai come allora. Non c’è niente di peggio di chi vuole consolare. Niente è più stupido di certe cose che capitano quando vogliono e in quel modo. Se non fosse bastata una telefonata avrei fatto qualsiasi cosa. Ora ci vediamo ogni venerdì pomeriggio –è il nostro giorno. Il nostro amore sembra sempre una cosa nuova.

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Foto di Rossaura a PonzaAvrebbe potuto parlare di Stefano o di Cesio, o di Albertino o di Giovanni, o di Michele o di Carrara, nemmeno si ricordava il nome, come per tanti, o di Miki o di Sandro, o di Samuele o dell’altro Sandro, oppure di Raffaele come di Mauri, o di quelli che l’avevano sfiorata anche se per un solo istante, che magari nemmeno si erano voltati, di cui persino le era sconosciuta la voce, o di qualsiasi altro che poteva anche solo ricordare, ma a cosa sarebbe servito? Non portava rancore; se era era per qualcuno di loro. Qualcuno tra loro. Di ciascuno in fondo aveva un ricordo. E sempre lo aveva creduto anche se sempre poi aveva capito che s’era sbagliata. Che poi non è la cosa più facile. Albertino, per esempio, trovava sempre le parole giuste. Certo era tenero ma poi aveva capito che non bastano le parole da sole. Che era solo un ragazzino, con gli occhi bagnati di fragili sogni. Certo che c’era cascata ma era stato il primo ed era ancora poco più che una bambina. Sandro invece, non quell’altro Sandro, era tutto fatti ma qualche volta te lo vuoi anche sentir dire. A volte hai bisogno anche solo di parole; un enorme e doloroso bisogno. A Cesio invece non mancavano certo le parole ma poi era sempre… così lui. Era soprattutto parole. Da uscirne ubriaca. E da perdersi senza sapere dove restava la verità. Parole che non pagavano e alla fine nemmeno appagavano. Quando si ha tutto tutto rischia di perdere valore. Magari hai bisogno di cose semplici. Gaetano aveva sì proprio una bella macchina e spaziosa e silenziosa ed erano andati in tanti posti ma non riusciva a starsene fermo. E poi la sua macchina era il suo mondo. Avrebbe voluto vivere dentro la sua macchina e fare tutte le sue cose. Quell’estate lei aveva voglia di mare. E il bisogno di fermarsi. Anche Pierferdinando aveva sempre le mani in movimento ma dopo un poco ci si stanca di trovarsele sempre dove non te le aspetti. O dove te le aspetti ma in quel momento non le vorresti. Diventano moleste. Vorresti almeno un attimo di pace; di tranquillità. E poi è bello ma il troppo… ma forse era uno di quei istanti in cui semplicemente aveva bisogno di nuovo. E poi tutto quel suo daffare per poi al momento di fare non riusciva a fare. E Carlo era più o meno come Luciano cioè… In un certo senso era sempre stata fortunata ma in qualche momento si sta bene anche sole. Magari è proprio così che si cresce.

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C’è sempre un modo giusto e un modo sbagliato di fare le cose. Restò con il rasoio a mezz’aria. Chi era? Quella faccia senza luce. Gli occhi privi di qualsiasi volontà. Eppure era lo stesso di sempre. Eppure per la prima volta non riuscì a sfuggire alla domanda: aveva mai amato? Stava per dire di sì. Stava per dire di no. Insomma stava per dire. A volte la risposta è la cosa più difficile, a volte è solo inutile, altre ogni risposta è quella giusta e contemporaneamente quella sbagliata. Decise di andare con ordine alla ricerca di una piccola verità consolatoria.
In verità amava il suo gatto. Ad essere onesti e precisi nemmeno quello, ed era una gatta. Lo infastidiva quell’ammasso informe di peli in autunno sempre tra i piedi. Era la bestia che pareva amarlo. Lo cercava continuamente. Se la trovava sempre tra i piedi. Anche lì e in quel momento. Ma non era questo che voleva dire. In generale amava gli animali, ma quelli degli altri. Li amava a piccole dosi. Il tempo di un gioco prima della noia. Come i bambini. Un po’ come la natura, il grande tema dell’ecologia. Era sempre stato attento ma non riusciva ad essere sempre attento. A guardare bene tutto finiresti per impazzire. E l’aria, e l’acqua, e i cibi. E poi capita sempre un piccolo attimo di distrazione. Nessuno è perfetto o può essere rigorosamente coerente senza uscire di senno. Eppure aveva sempre amato la politica.
Sì! quella. Belle soddisfazioni gli aveva dato. Aveva sempre pagato per le sue idee. A volte un prezzo fin troppo oneroso. E ora. Gli veniva da ridere e da piangere come s’era ridotta. E come s’era ridotto il suo paese. Al comune era andata una giunta di destra. Sarebbe stata il meno. Erano peggio che disonesti. Erano una banda di incapaci. Zotici e stupidi e stronzi, ma soprattutto incapaci. E poi è sempre facile parlare. Certo amava le sue idee. Certo è facile dirlo. E’ facile anche dire che si può morire per le proprie idee. E facile da dire, magari anche da cantare, non certo da fare. A pensarci a fare il delegato aveva guadagnato solo di essere ancora quello che era quando era entrato. Finché aveva continuato a farlo aveva visto tutti passargli davanti. Bisognerebbe farsi furbi prima. Aveva capito presto che nessuno pensa per te, se non ci pensi tu. Quello che non poteva certo dire era di amare il proprio lavoro.
Degli amici meglio non parlare. Ci sono sempre quando non servono e di più quando hanno bisogno loro. Se presti un libro puoi esser certo di non rivederlo. I soldi puoi te li devi riguadagnare. Carlo non glieli aveva mai più restituiti e alla fine si erano anche litigati. Così aveva perso tutto. Non era stata una grande perdita per lui, ma diecimila son sempre diecimila. Sì! tanto meglio da soli. Almeno c’era cascato quella volta sola. Amava la sua città ma come ci si adegua e abitua ad un posto. In fondo avevano una bella casa e forse era quello. Alla fine un posto vale un altro. Qualcuno è più comodo, qualche altro meno rumoroso. Non c’è poi questa grande differenza. Ma quelli sono piccoli amori. Quelli. Certo aveva amato gli urania. Ora non aveva più tempo nemmeno per la gazzetta. Amava la sua squadra del cuore. Il presidente aveva deciso non non metterci più un euro. Non era più tempo per fare gli eroi.
Certo aveva amato sua figlia. Quel momento, quello della nascita, era il più bello ed emozionante che aveva avuto. Come si può non amare il sangue del proprio sangue? L’ultima espressione era degna di Ilaria, sua moglie. Peccato che i figli poi crescono. Non che non gli avesse dato soddisfazioni; questo non poteva certo dirlo. Era quello che si può definire il suo orgoglio; quella che si cita come una brava ragazza. Studiosa. Intelligente. Autonoma. Si stava facendo una strada. E dopo. Cosa gli dava? La sentiva sempre più raramente. Si vedevano sempre meno. Gli sembrava che non avessero niente da dirsi. E si rimproverava il mondo che le aveva lasciato; per le sue vane illusioni. E poi lui, quel… come si chiamava… Eugenio. Non riusciva proprio a farselo piacere.
Amava Ilaria, ovvero l’aveva amata. Come avrebbe potuto essere diversamente? Ilaria aveva due tette splendide e tutti gliela invidiavano. Le era stato fedele quanto può esserlo un uomo. Erano state le occasioni a cercarlo, non viceversa. Non aveva niente da rimproverarsi. Niente di cui essere rimproverato. Certo, in un certo senso, gli era sempre pesato che lei guadagnasse più di lui. Non si era mai sentito, come dire… libero. La vita a due è una vita a due. Non era più riuscito a fare le cose che gli piacevano. E la sua famiglia. E le vacanze in montagna. Al diavolo tutto perché poi tutto era diventato abitudine. Spesso una noiosa abitudine. Anche Ilaria. Anche fare all’amore il sabato sera. E non aveva più potuto essere… spensierato. Ma certo la causa sta anche nel tempo che passa. E stava diventando persino sciatta.
Erano le sette ed era ancora in mutande. Doveva sbrigarsi perché doveva andare al lavoro. Forse l’amore ha mille significati diversi e mille interpretazioni. Anzi sì! E’ una sola parola per descrivere troppe sensazioni. Troppe emozioni. Diametralmente diverse. Ma che colpa poteva muoversi se lei aveva smesso presto di avere attenzioni per se. Ormai dimostrava l’età che aveva. Le sue belle tette erano un ricordo. Sarebbe ingeneroso scendere in particolari. Fatto sta che ogni gesto era stanco, privo di trasporto. E non aveva mai avuto molta fantasia. Certo che le donne invecchiano presto o all’improvviso. Poi la loro bellezza diventa un lontano ricordo. Non resta molto di quello che una volta era servito ad affascinare. Alda invece aveva ancora quell’età, e quell’entusiasmo. L’amore con lei era ancora una cosa entusiasmante. Certo non era felice di non poter mostrare la propria felicità; che si dovessero nascondere. Ma lei gli era necessaria per amarsi perché di una cosa era certo, almeno di quella: aveva sempre amato Armando.

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No! non ero io. Non era possibile. Io non potevo avere tutto quel coraggio. E invece sì. C’ero riuscita. Finalmente mi ero decisa. Lo avevo trovato, quel coraggio. Senza cercarlo. Certo lì non c’era nulla. Non era che la rete. Ma era già tanto. Io che diventavo ancora rossa per una parola. Solo ieri. Io che non avevo mai tolto il pezzo sopra nemmeno in spiaggia. Quasi mai. Solo perché lui aveva insistito così tanto. Era stato così convincente. Quella prima volta. Ma insomma, lì si è tutti così. E’ il luogo dei luoghi. Fuori da lì, dal mare, era diverso. La mia nudità mi abbacinava persino davanti allo specchio. Non che non me lo avessero chiesto. Il primo era stato Giuliano. Ero solo una ragazzina. Ma le avevo già. E stavano diventando orgogliose. Mi ero chiesta cosa ci trovassero gli uomini. Me lo ero chiesta spesso. Non lo capivo del tutto. Cioè… non riuscivo a capire completamente quella insistenza. Quella cupidigia. Quell’emozione. Quella facile eccitazione. Povera stupida. Eppure avevo tutto lì davanti.
Invece è stato semplice. E lo avevo deciso quasi da sola. All’improvviso. Forse per quello. Non era solo paura. Di cosa, poi? Lo avevo chiesto a Umberto. Lo avevo coinvolto. Sembrava non aspettare altro. E poi, allo specchio, mi ero piaciuta. Tutta. Come vedessi un’altra. I miei occhi mi sembravano maliziosi. Tutti mi avevano sempre detto che erano belli. Ora sembravano pieni di storie. E di misteri. E di promesse. Forse il trucco. Avrei potuto fare come tante. Prendere l’immagine di un altra. Perché? Non avevo nulla da nascondere. Tutt’altro. Ero anche meglio. Tutto per l’immagine. Per crearmi il profilo. Ma forse non era stato nemmeno per quello. Forse era stato perché doveva essere. E Umberto era euforico. Fuori di se. Pareva non credere ai suoi occhi. Ed erano diventati enormi, i suoi occhi. Ma non avevo ancora visto niente. E non aveva ancora visto niente.
Non che sia stato facile. O forse non volevo ammetterlo. Volevo fargli vedere che non lo era. Cercavo di convincere me. Di mostrarlo a me. Almeno all’inizio. Era caparbietà Semplice testardaggine. Perché no? Poi più niente. Il difficile è sempre cominciare. Ho iniziato abbassando le spalline. E a guardare con quell’aria. Sorniona. Dietro la spalla. Come una promessa. Come un invito. “Ferma così”! E ormai la cosa era fatta. Non avevo più vergogna di me. Sparita. E mi sentivo donna. E per cercare dovevo promettere. E volevo che fosse di più. Non una promessa. Una lusinga. E ho abbassato il vestito fino a farlo intravvedere. E poi l’ho denudato, il seno. Decisa. Prima la destra e poi anche l’altra. E l’ho sbattuto in faccia all’obbiettivo. Cioè le ho sostenute, quelle tette. Alla faccia di chi guardava. Di chi le avrebbe guardate. Immaginando già quella faccia. Vedendo quella di lui. Solo a pensarlo mi sono sentita eccitata. Non avrei mai creduto. E’ stato in quel momento che ho deciso che non potevo. Che non avrei nascosto più nulla. Che avrei mostrato tutto. Proprio tutto. Solo una incertezza. Un attimo da niente. Ma neanche un incertezza. E lui mi ha detto subito “Stupida, vai che vai bene. Che sei bella”. Non gli ho creduto. Non ne avevo bisogno. Lui voleva vedere. Io sapevo già di esserlo. Una consapevolezza improvvisa.
Intanto mi dicevo “è la rete. Chi vuoi che ti veda. Che ti riconosca. Ci vanno solo gli altri, gli estranei”. Mica ci credevo. Anzi, speravo che non lo fosse. Che mi vedesse chi mi conosceva. Chi non aveva mai potuto vedermi così. E quelli che mi avevano anche vista. Ma non proprio così. Non mostrata. Esibita. E chi l’aveva solo sperato. L’avrebbe voluto. Ma anche Cristiano. Anzi soprattutto lui. Ho temuto che stessi facendolo per quello. Proprio per lui. Lui che sapeva a chi aveva detto di no. A cosa. Sbattergli in faccia il mio coraggio. Dirgli che potevo anch’io. Che lo potevo fare. E volevo essere porca. Non solo per lui. Per tutti. Per gli amici. Quelli nuovi. E anche i vecchi. Quelli che navigavano. Quelli che avrei conosciuto. E quelli che non avrei incontrato mai. Questo corpo cerca amici. Cerca emozioni. Mi sentivo importante. Ancora più bella. Era il mio momento. Non era più un problema mostrarmi nuda. E vedermi. E mostrami davanti ad Umberto. E mostrarmi a tutti. Mi sentivo libera. Intanto glielo chiedevo: “Non sarà troppo? Vedrai che mi bannano. E se mi vede qualcuno”? Certo che non mi dispiacerebbe. Ho sempre sognato di fare televisione. Chi non l’ha mai fatto? Anche quelle che, come dire… proprio non possono. Ma era mostrarmi che mi piaceva. Che mi eccitava. Solo quel mostrarmi. Che poi Umberto era veramente bravo.
Un po’ imbranato ma bravo. Ma quello lo era sempre stato, imbranato. Meglio così. Ma non mi aspettavo niente. Solo riempire quella scheda. Se doveva essere sarebbe stato. Se no, pazienza. Ero già contenta così. E alla fine mi sarebbe bastato trovare qualcuno. Uno che mi desse qualcosa. Anche se non molto. A cui piacere per quello che sono. E per quello che prometto. Per il mio spirito. Per il mio coraggio. E per tutto questo ben di dio. Forse mi sarei dovuta rasare. Ho la mania di nutrire dubbi. No! meglio così. O magari qualcosa di intrigante. Una storia. Delle storie. Qualcosa. A noi donne piacciono queste cose. Le storie. Insomma… anche non molto. Qualche cena. Un po’ di compagnia. Di evasione. Quelle chiacchiere; frivole. Sentirmi libera. Cose così. Persino solo quel parlare. E Umberto ci sapeva fare. Avevo scelto bene. Sapeva come mi dovevo mettere. Le pose giuste. Insomma come piaceva agli uomini, naturalmente. “Va bene così. Fai colà. Umetta le labbra. Più ammiccante”. Occhi come i miei non se ne trovano molti. Mi fece quello che presi per un grande complimento. “Sei proprio eccitante”. E nemmeno due labbra così… carnose. Non che fosse di molte parole. E sembrava mancargli il respiro. Povero piccolo, lo capivo. Non gli avevo mai dato molta confidenza. Era più sorpreso di me. Ed eccitato lo era veramente.
Scattava. E ad ogni scatto ne seguiva un altro. Rapidamente. Click! Click! Click! Non aspettai che me lo chiedesse. Le tolsi da me. Decisa. Le avevo prese proprio per quello. Per le foto. E mi ero sentita strana. Era strano averle addosso. Così piccole. E leggere. Come non avere nulla. Come essere nuda sotto. Anzi no. Era il contatto con una presenza… intrigante. Suadente. Era come girare per strada con una mano lì. Leggera. Tra le cosce. E morbida. E gettai quelle mutandine lontano dal letto. E con loro quell’ultimo pudore. Ma a volte glielo chiedevo. Solo per gratitudine. Per farlo sentire più importante. “Va bene così”? Ma lo sapevo da me. Non ci vuole molto. Una donna impara subito. Una donna le sa le cose. Ci vuole così poco a vedere quegli occhi. E poi te lo senti dentro. Come un formicolio. Che ti parla al cuore. All’anima. E anche nel fondo. E poi una donna le vede le cose. Ma fino a quel momento non avrei potuto immaginare la soddisfazione di sbatterla in faccia ad un obiettivo. Il piacere di mostrarla proprio bene. Senza ritegno. Di vantarmene.
Avremmo scelto le migliori. Assieme. Io e lui. Era anche quello un modo di ringraziarlo. Pensai che nessuno avrebbe potuto riconoscere la stanza. In quella stanza la mia camera. Ci avevamo pensato prima. Avevo tolto il Mirò. Già! è solo una stampa; naturalmente. Forse, se ne avessi uno di vero, non le farei; queste foto. Chissà? E mi resi immediatamente conto che era solo un pensiero stupido. E che avevo perso la testa. Era come se lo stessi facendo. Con lui. Con la macchina fotografica. Con me stessa. Era un pensiero incredibile. Con lui no! non potevo. Non sarebbe mai potuto succedere. Non con lui. Non davanti a lui. Quell’eccitazione mostrata. Solitaria. Condivisa. Esibita. Impudica. E mi sono completamente lasciata andare. Facendomi cullare da quel piacere diffuso. Completo. Sconosciuto. Era qualcosa di più.
Poi è successo. Naturalmente. Quello che doveva. Ma questo non c’entra. Ci avrei pensato dopo a quel maledetto nick. Ora mi sento un’altra. E abbiamo continuato a scattare. Ma questi non per mostrarli. Solo per noi. Per me. Insomma per il privato.

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Michele sorride. “Questo posto mi piace proprio”.
Silenzio. A volte il silenzio dice tutto. Lui non è mai stato bravo, a stare in silenzio. Non era bravo nemmeno con le parole, dette. Per quello nemmeno a raccontare bugie. Mai stato bravo. Ed era come se gli mancasse qualcosa. Non c’era mai stato, ma era come se conoscesse quei posti. Forse perché quei posti, in fondo, son tutti uguali. Forse solo perché erano quei fantasmi che sfioravano quelle foglie, in quel leggero rumore come di sciabordio; quel fantasma. Forse più semplicemente perché lei ne aveva parlato. E scritto. Ma lui non era bravo, e a volte le parole gli scappavano.
Cercava parole gentili. Per questo l’aveva detto. Solo per compiacerla. Come una carezza. Il posto non aveva nessuna colpa. Il posto era bello. Gli piaceva veramente. Lui era felice. Felice di stringerla tra le braccia. Di cercarla in un bacio. Di essere finalmente con lei. Ma c’era un passato a rimestargli nello stomaco. Avrebbe voluto gridare: “Pazza”! Gridare: “Fermati”! Gridare con tutto il fiato che aveva in corpo; nei polmoni. Come se avesse il potere di tornare indietro. Di cambiare il passato. Come un pazzo mago del tempo. Ma era tardi. Irrimediabilmente tardi. Non puoi gridare ieri. Quale leggerezza? Nel momento che era lì avrebbe voluto esserci sempre stato. Liberarla di sé. Che lei non fosse sola. No! non era sola. Peggio. Era solo sola con le sue paure. Col suo segreto che non voleva uscire dalle sue labbra. Con quel rancore a cui non aveva mai trovato tregua. Con la sua incapacità di perdonare. Chissà se ne sarebbe mai stata capace? Il dopo cambia le cose. Troppo facile guardarle così. Ma forse lui sapeva solo sbagliare. Non poteva capire. E questo serviva solo a rendere ancora più difficile tutto.
Certo che era una pazzia. Certo che era inutile. Lo sapeva da sé. Lo avrebbe capito chiunque. Non poteva farci niente. Non in quel momento. E le ferite restavano aperte. E non riusciva a perdonarsi nemmeno le colpe che non aveva. I pugni in tasca. Già! i pugni in tasca. Esserci. Gli anni di mezzo. Strana generazione la loro. Avevano vissuto una rivoluzione che non c’era mai stata. Avevano sognato e trovato la paura dei sogni. Tutto cambiava intorno, ma troppo in fretta. Loro erano incapaci di cambiare così in fretta; di cambiare comunque. Ma loro non erano più. Semplici sopravvissuti aggrappati a gravidi rimpianti. E non lo voleva più. Non voleva essere che se. Che il proprio passato. Non era onesto ricordare quei ricordi. Ricordi non suoi. Gli occhi a scivolare su quegli spazi. Solo per fuggire i suoi. Stringerla con quella tenerezza che non aveva potuto. Che poi ognuno decide per se. E decide per tutti. E condanna anche gli altri; incolpevoli.
Mica lo puoi sapere, prima. Sei sballottato in mezzo. Tra sensazioni e sentimenti e, appunto, rabbie. Credi di possedere le cose. Di, appunto, poter decidere. Tu sola sei (ed eri) il mondo. Nemmeno gli amici più cari ti possono portare via da te. Ti possono fare compagnia. Gli regali solo la tua apprensione. E loro a soffrire con te la tua sofferenza. Senza poter intervenire nelle cose. Perché sono amici. Perché se vuoi sentirti dire un “auguri” non possono dirti “mi dispiace”. Non possono chiederti “sai cosa fai”? Perché non lo puoi sapere. Mica ti è mai successo. Lo credeva facile. Cominciava a capire quanto è doloroso. Avrebbe voluto cambiare e cominciava a capire che non si può. Anche lui non poteva essere che lui. Non sarebbe stato mai nulla di diverso. Lo era già in quel primo bacio. E gli amici non possono che mostrarsi felici della tua finta felicità. Che darti quel senso di vicinanza. Che cercare di renderti tranquilla. In fondo la vita va anche sfidata.
Già allora. Quell’uomo, allora. Già la prima volta. La loro prima volta. Succede. Non era stato bello; ma mica lo puoi raccontare. Niente era stato bello. Non come avrebbe voluto. Non come aveva pensato. Forse non lo è mai, bello. Forse è così la vita. Forse è questo amare. Forse perché ci si aspetta di più; troppo. E lei si aspettava. Almeno quello lo sapeva: non lo avrebbe rifatto. Ma non poteva tornare indietro. Un uomo può anche farsi perdonare. Certo non lo aveva fatto. Non era più in tempo. Ormai. Ma quanti no avrebbe dovuto dirle? Certo che le cose le doveva fare lei. La vita era la sua. 33 anni e non sentirli. Pessima età. Chiedetelo al cristo. Era veramente finita. In quel momento. Poi sarebbe ricominciata. E Michele avrebbe voluto gridare “Basta”! Anche per quello era tardi. Mica era colpa del posto.
Questo posto mi piace proprio”.

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