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1. Altai[1] è il capro espiatorio
Chi è Emanuele. E’ il capo espiatorio in mezzo ad una storia più grande di lui. Di noi. Di tutti. Come il più famoso di tutti, il primo che ricordo, Benni, il buon Benjamin Malaussène, che ne ha fatto una scelta, un’arte. Che ne ha fatto il gesto di campare. Lui, quest’ultimo, l’ultimo, così sapientemente disegnato da Daniel Pennac. Calato nel suo mondo di una Parigi dei sobborghi. Eroe di quella Belleville così simile a tante periferie urbane. Così’ incredibilmente contaminata tra realtà e sogno. Adoro quel ciclo e lo scrittore francese. Ma questa è un’altra storia in mezzo ad altre storie. Assolutamente non coincidenti.
Andiamo con ordine e torniamo al romanzo. Venezia: 13 settembre 1569. L’Arsenale va a fuoco. La Repubblica, per mano del suo Consigliere Bartolomeo Nordio, ha bisogno di un capro espiatorio e lo sceglie in Emanuele de Zante (alias Manuel Cardoso). Ha tre colpe gravi: essere un servitore fedele, essersi innalzato ad un posto di prestigio, ma soprattutto, essere nel corpo un giudeo. Davanti ai suoi fedeli amici, Gualberto Rizzi e Marco Tavosanis, ne ha anche una quarta: essere stato il loro benefattore. E’ questo a condannarlo e quegli amici diventano nemici. Bisognerebbe appuntarsi la data.
Non senza peripezie, come sempre in questo genere di avventure, Manuel scappa dalla repubblica Serenissima e ripara a Costantinopoli accolto e protetto da quello che era il suo acerrimo nemico nonché quello della stessa Venezia: Yossef Nasi (Giuseppe Nasi alias Joao Miquez). Sa fare una cosa sola: la spia, e quello continua a fare; semplicemente cambiando padrone. In realtà il romanzo lo costringe a fare al meglio tutt’altro, cioè il cronista, la voce, l’occhio di una grande storia. Di una leggenda di quel tempo sospeso nel tempo, di quando inizia un altro viaggio e altri viaggi ancora. Di quando Venezia era il cuore dell’umanità e le strade del commercio cercavano una lingua comune per abbattere il mito di Babele e del volere di dio.
E’ lo stesso Nasi a dirlo in un mirabile incontro: «Voi conoscerete senz’altro l’episodio biblico della Torre di Babele. Ebbene, molti credono che il Signore disperse le lingue degli uomini per punirli, ma e l’esatto contrario. Egli vide che l’uniformità li rendeva superbi, dediti a imprese tanto eccessive quanto inutili. Allora si rese conto che l’umanità aveva bisogno di un correttivo e ci fece dono delle differenze. Cosi i muratori, di costumi e fedi diversi, devono trovare un modus vivendi che consenta di portare a termine l’edificio. E per questo non serve una tolleranza concessa, ostentata, com’e quella che viene dal potente, bensì una tolleranza esperita, vissuta ogni giorno, con la consapevolezza che se essa venisse meno, la casa crollerebbe e si rimarrebbe senza riparo. Tahammul, signori.»[2]
2. L’Isola di Sion
Di questo mirabile affresco, fatto di luoghi, di emozioni e di uomini con le loro storie, è fin troppo facile rintracciare la storia. Invitando a leggerlo mi voglio limitare a soffermarmi sul fondo della storia dove Yossef Nasi, ebreo anch’egli, insegue il grande sogno della popolazione della diaspora: una terra per il popolo di Israele. La sua “Isola di Sion” doveva essere Cipro. Quella Cipro ancora oggi divisa a metà e contesa come un baluardo tra oriente e occidente. Così nelle pagine esprime la sua rabbia verso quel popolo l’Abercassi: «–Vermi, topi, questo siete! Avete passato la vita a fuggire, a nascondervi, a blandire i potenti. Vi siete comprati la fuga a peso d’oro. Avete finto e mentito, tutti quanti. Per voi ho solo disgusto.»[3]
Per me che mi interesso della sorte di quel popolo a cui è stata rubata, da coloro che sono stati spesso i perseguitati, la terra e ogni diritto, cioè del popolo della Palestina, mi sembra che quel dio abbia sempre più fattezze umane; da una grande agenzia immobiliare. Dove finisce la storia e inizia la credenza è un problema secondario; almeno per me. Il richiamo alla data è stato fatto dopo aver sentito per troppe volte collocare il sogno del sionismo, come parte del più vasto fenomeno del nazionalismo moderno, a fine ottocento col primo Congresso Sionista Mondiale, che si tenne a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, in modo da costituire un movimento permanente. Poi al 2 novembre 1917 con la dichiarazione Balfour. E infine, il fatto storico più mentito, come conseguenza della catastrofica e non dimenticabile shoah cioè della persecuzione degli ebrei da parte delle dittature nazi-fasciste con le deportazioni di massa, i famigerati campi di concentramento e lo sterminio pianificato. Di questo dramma tutto l’occidente conserva ancora il senso di colpa. E allora trovo bello inserire questo passaggio sui richiami alla fede: «Quando il profeta parlerà per nome del Signore e la cosa non accadrà, quella parola non l’ha detta il Signore, l’ha detta il profeta per presunzione: di lui non devi avere paura.»[4]
Già da allora il sogno era fatto del ferro dei cannoni: «– A cose fatte continueremo a mantenerci in buoni rapporti con il Sultano. Pagheremo il tributo annuale e gli riempiremo la cantina di ottimo vino, ma ci difenderemo da soli e ci manterremo indipendenti. Cipro diventerà la base commerciale degli scambi tra l’impero ottomano e l’Inghilterra. E quando il progetto di Sokollu di tagliare l’istmo di Suez verrà realizzato, il nostro regno sarà il crocevia degli scambi di tre continenti –. Mi appoggio le mani sulle spalle. – Ricchezza, forza, libertà. Dovrebbero campeggiare sui nostri stendardi.
Abbassai lo sguardo sul cannone, lo sfiorai con le dita. Yossef Nasi mi aveva appena dimostrato che i suoi progetti non erano plasmati con la materia dei sogni. Erano forgiati nel ferro inglese. »[5]
E il sogno si vende ad un infido alleato troppo potente; allora. Niente mi sembra più attuale di quel passato. Ma quel popolo, che non è mai stato un popolo, la popolazione come detto della diaspora, pronto a vestire tutti i panni cercando di scordare i propri, prono, era come quelle anatre, era: «Molti autunni prima dell’Egira, durante la migrazione verso le terre calde, una famiglia di anatre fece sosta nelle acque di un fiume al confine con l’Absurdistan. Gli animali del luogo avevano ognuno un proprio territorio, e le anatre non facevano in tempo a posarsi che subito arrivava un serpente o un ranocchio a reclamare il posto e a cacciarle via. I poveri uccelli stavano per riprendere il viaggio senza riposare, quando videro un grosso tronco galleggiare sull’acqua. Era verde di alghe e muschio, e poiché nessuno lo reclamava, le anatre lo elessero a dimora, starnazzando contente, e subito iniziarono a litigare su chi avrebbe occupato le posizioni più comode. Erano talmente impegnate a discutere, che soltanto una di loro vide il tronco spalancare la bocca, ma non riuscì a fuggire. Un attimo dopo raggiungeva le sue simili nella pancia del coccodrillo.»[6]
3. La battaglia di Lepanto e la fine di Utopia
Un grande cantore di venezianità la racconta così: “In Adriatico che lote, le navi torna a casa rote, spense rabiosi i infedeli, che vol robarne i monopoli[7]. Ma allora, allora, il sogno di infranse sulle acque delle isole Echinadi, in quella che viene ricordata come la battaglia di Lepanto, e lì persero anche la vita gli eroi omerici di quella grande carneficina: «– Animo, amico –. Stese la mano verso il mare aperto. – Vedi? Laggiù ci sono tutti i migliori capitani. C’è Ucciali, il calabrese. C’è Caracoggia, c’è il comandante Scirocco. C’è il figlio del Muezzin, il coraggio non gli manca di certo. E ci sarà anche Mimi Reis, all’anima di chi v’ha mmuerte.
Puntai lo strumento di Takiyuddin sulle navi cristiane. Le galeazze avanzavano per prime. Vennero lasciate sole, molto più avanti del resto della flotta. Sei grasse esche per eccitare la sete di vittoria di Muezzinzade Ali.»[8]
Cosa voglio dire? in fondo nulla. La storia parla solo a chi la vuole e sa ascoltare. E a volte la trovi persino in un romanzo. Anche mentre cerchi altro. Lascio, come sempre, ad ognuno trarre le proprie opinioni. E poi parlo solo di una storia che fa da sottofondo alla storia; o forse no? Cinquecento e oltre anni dopo i destini di quel popolo, che non è mai stato popolo, si fondano ancora sul ferro (e sul fuoco) inglese, anzi americano. Sulla culatta dei cannoni. Ora le vittime si sono trasformati in carnefici, e se ne sentono autorizzati. Ma questa è solo una mia riflessione di chiusura. E io non sono imparziale: amo spassionatamente il collettivo Wu Ming.


[1] © 2009 by Wu Ming – © 2009 by Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino [www.wumingfoundation.com e www.einaudi.it]
Published by Arrangement with Agenzia Letteraria Roberto Santachiara. Si consentono la riproduzione parziale o totale del racconto e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.
Per sostenere con una donazione la nostra politica di copyleft: qui. L’intero romanzo è scaricabile in formato PDF all’indirizzo: http://www.wumingfoundation.com/italiano/Altai_def.pdf
[2] Pag. 122
[3] Pag. 55
[4] pag. 265
[5] pag. 285
[6] Pag. 367
[7] Alberto D’Amico: Venessia patria mia dileta (seguito di una storia iniziata con: Ariva i barbari); parole nel mio dialetto che spero nonb abbiano bisogno di traduzione.
[8] Pag. 388

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Quadro dell'artista Claudio Marini

Quadro dell'artista Claudio Marini: Palestina

Al post di ieri sulla richiesta del riconoscimento dello stato palestinese oggi completo l’informazione postando un documento di chi è in disaccordo, questo solo come informazione. Sempre in rispetto dell’autodeterminazione non esprimerò qui il mio parere. Certo che ho un mio doveroso parere, io parteggio e scelgo sempre. Credo che ognuno di noi dovrebbe averlo e anche esprimerlo in modo dialettico rispettando nel momento della decisione tale autonomia palestinese che per me è sacra.

Dal sito Polvere da sparo
Dai giovani palestinesi, contro uno Stato palestinese come quello proposto: PER IL DIRITTO AL RITORNO E LA LIBERAZIONE
18 settembre 2011
Contrari a questo ridicolo riconoscimento dello Stato Palestinese che a breve sbarcherà alle Nazioni Uniti, i giovani palestinesi chiedono a gran voce la fine dell’occupazione, il ritorno dei profughi, chiedono di dimenticare la parola Nakba, di mutarla con Hurriyya (libertà).

NOI, DEL MOVIMENTO GIOVANILE PALESTINESE (PYM), SIAMO FERMAMENTE CONTRARI ALLA PROPOSTA DI RICONOSCIMENTO DI UNO STATO PALESTINESE BASATO SUI CONFINI DEL 1967 CHE DEVE ESSERE PRESENTATA ALLE NAZIONI UNITE QUESTO SETTEMBRE DA PARTE DELLA LEADERSHIP PALESTINESE UFFICIALE.

manifesto del Fronte popolare, sul diritto al ritorno!

Un manifesto del Fronte popolare, sul diritto al ritorno!

NOI CREDIAMO E AFFERMIAMO CHE LA DICHIARAZIONE DELLA STATALITA’ VUOLE ESSERE SOLO IL COMPLETAMENTO DEL PROCESSO DI NORMALIZZAZIONE, CHE INIZIO’ CON I PROBLEMATICI ACCORDI DI PACE.

L’INIZIATIVA NON RICONOSCE IL FATTO CHE NEL NOSTRO PAESE LE PERSONE CONTINUANO A VIVERE IN UN REGIME COLONIALE BASATO SULLA PULIZIA ETNICA DELLA NOSTRA TERRA, SULLA SUBORDINAZIONE E SULLO SFRUTTAMENTO DELLA NOSTRA GENTE.

Questa dichiarazione serve come meccanismo per salvaguardare il falso quadro del processo di pace e depoliticizzare la lotta per la Palestina rimuovendo la lotta dal suo contesto storico coloniale. I tentativi di imporre una falsa pace con la normalizzazione del regime coloniale ha solo portato a cedere quantità crescenti della nostra terra, i diritti del nostro popolo e le nostre aspirazioni, delegittimando ed emarginando la lotta del nostro popolo, rendendo sempre più intensa la frammentazione e la divisione tra la nostra gente.
Questa dichiarazione mette in pericolo i diritti e le aspirazioni di oltre due terzi delle persone palestinesi che vivono come rifugiati in esilio in altri paesi, che dalla Nakba del 1948 (Catastrofe) aspettano per tornare alle loro case da cui sono state sfollate.
Si compromette così anche la posizione dei/delle palestinesi che risiedono nei territori occupati nel 1948, che continuano a resistere dall’interno quotidianamente contro la pulizia etnica e le pratiche razziali del regime coloniale. Inoltre, rafforza e potenzia i/le palestinesi e i partner arabi ad agire come i portinai dell’occupazione e della colonizzazione nella regione, all’interno di un quadro neo-coloniale.
Manifesto palestineseIl fondamento di questo processo serve niente di più che ad assicurare la continuità dei negoziati, la normalizzazione economica e sociale e la cooperazione per la sicurezza. La dichiarazione dello Stato solidificherà solo falsi confini su un frammento della storica Palestina e continua a non affrontare le questioni fondamentali: Gerusalemme, gli insediamenti, i/le rifugiati/e, i/le prigionieri/e politici/che, l’occupazione, le frontiere e il controllo delle risorse. Crediamo che una tale dichiarazione di Stato non garantisce né promuovere la giustizia e la libertà per i/le palestinesi, il che significa di per sé che non ci sarà pace duratura nella regione.
Inoltre, l’iniziativa di dichiarazione di uno Stato viene presentata alle Nazioni Unite da una leadership palestinese che è illegittima e che non è stata eletta per essere in grado di rappresentare la popolazione palestinese nella sua totalità, attraverso tutti i mezzi democratici per la sua gente. Questa proposta è un prodotto politico progettato da loro per nascondersi dietro la l’incapacità di rappresentare i bisogni e i desideri della propria popolazione. Affermando di compiere la volontà palestinese di autodeterminazione, questa leadership sta abusando e sfruttando la resistenza e i sacrifici del popolo palestinese, in particolare  dei nostri fratelli e sorelle a Gaza, dirottando inoltre la base di lavoro di solidarietà internazionale, come il  Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni e gli sforzi e le iniziative della flottiglia. Questa proposta serve solo a sperperare tutti gli sforzi fatti per isolare il regime coloniale e renderlo responsabile.
Se la proposta per il riconoscimento statale è stata accettata o no, chiediamo ai/alle palestinesi all’interno del nostro paese sotto occupazione e in paesi di rifugio e di esilio, a mantenere l’impegno e la convinzione della dignità della nostra lotta e, ispirati dai loro diritti e responsabilità, a difenderla.
Facciamo appello al popolo libero del mondo e agli/alle alleati/e della popolazione palestinese, di praticare veramente la solidarietà con i/le palestinesi in una lotta anti-coloniale, quindi di non prendere una posizione sulla dichiarazione dello Stato, ma piuttosto di continuare a ritenere Israele responsabile per mezzo del Boicottaggio in tutte le forme economiche, accademiche e culturali, del Disinvestimento e delle Sanzioni.
Fino al Ritorno e alla Liberazione
International Central Council
Palestinian Youth Movement

RINGRAZIO IL SITO FREEPALESTINE.NOBLOGS.ORG PER LA TRADUZIONE E DIFFUSIONE DI QUESTO TESTO, SECONDO ME IMPORTANTISSIMO.

PER CHI VOLESSE LEGGERLO IN LINGUA ORIGINALE O IN INGLESE ECCO I LINK: arabicenglish

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Logo della Freedom Flotilla 2In verità questo non è un vero post. Qui voglio solo riproporre integralmente una nota dalla pagina Facebook We are all on the Freedom Flotilla 2Sul diritto al ritorno che, secondo alcuni, sarebbe messo in pericolo”; proprio questo è il titolo della nota. Ci tengo vista l’importanza del problema e perché riporta il parere di un persona che io stimo molto: Josef Salman, medico-chirurgo, esponente della Mezzaluna rossa in Italia (la Croce Rossa palestinese). Non sta a me prendere chiaramente posizione anche in rispetto alla autodeterminazione che ogni popolo dovrebbe poter esercitare. Il confronto di idee e progetto dovrebbe essere tutto palestinese, certo ognuno di noi si può e si dovrebbe fare una propria opinione a riguardo.

 «Visto che si stanno moltiplicando gli interventi contrari al riconoscimento dello Stato di Palestina, con la motivazione che il diritto al ritorno ne sarebbe compromesso, posto qui il commento di un nostro membro palestinese che spiega molto bene (anche più degli esperti che abbiamo portati a sostegno della tesi contraria) perché ciò non sia vero.

Josef Salman
Come può essere un palestinese o un amico dei palestinesi, ad essere contrario allo Stato di Palestina? Da quando sono nato io e mio padre prima di me che sento parlare, che i palestinesi lottano per creare ed avere un loro Stato. Al Fatah (e il movimento di liberazione contemporaneo, l’OLP, l’ANP…) è nata nel 1958 per creare uno Stato libero e DEMOCRATICO in Palestina, dove ebrei, cristiani e musulmani possono vivere insieme con uguali diritti e con uguali doveri. Anche Arafat nel 1974 ha rinnovato la richiesta del SOGNO palestinese. Purtroppo la richiesta è stata respinta da Israele e tutti i suoi protettori ed alleati. Lo Stato di Palestina per me significa: – la fine della maledetta brutale e disumana OCCUPAZIONE ISRAELIANA alla terra di Palestina, – il riconoscimento dei legittimi diritti del popolo palestinese alla libertà, alla giustizia e alla pace, – l’applicazione e il rispetto delle risoluzioni dell’ONU e della legalità internazionale. I miei connazionali hanno sbagliato completamente analisi e obiettivo e quando la tua analisi e il tuo obiettivo è lo stesso quello del tuo nemico, ti devi fermare a riflettere, a ragionare e a CAMBIARE rotta. Il RICONOSCIMENTO dello Stato di Palestina da parte dell’ONU (riconosciuto ufficialmente già da 126 paesi nel mondo) non è l’arrivo e la fine, ma è l’inizio di una nuova fase della lunga e complessa lotta del popolo palestinese. Il Riconoscimento dello Stato è l’applicazione di una risoluzione ONU di 63 anni fa, la n.181 del 29/11/1947. Il diritto al RITORNO è un’altra risoluzione è la n.194, che non è legata e completamente separata. Nessuno al mondo può toccare, modificare o annullare il diritto dei palestinesi al ritorno alle loro case e alle loro terre da dove sono stati cacciati (al massimo discutere l’applicazione, ma non il principio del diritto…). E’ un DIRITTO SACROSANTO. I miei cari connazionali imparate a lottare e la A; B; C della Politica, se no? si continua a parlare solo ed avere solo sconfitte, ciò che non ci serve, siamo un movimento di grande e lunga esperienza, abbiamo la forza, la capacità e la DIGNITA’, insieme a discutere e a correggere il tiro. E’ l’OCCUPAZIONE che sta all’origine dei nostri mali. Non riconoscere lo Stato di Palestina ora, vuol dire solo la continuazione dell’OCCUPAZIONE, della distruzione, della sofferenza e della morte palestinese, vuol dire non poter mai denunciare, arrestare, processare e far condannare i criminali sionisti eroi dei crimini di Sabra e Shatila, Jenin, Hebron, Gaza… Buona lotta a tutti per una Palestina libera, laica e democratica, RESTIAMO UMANI…»

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Speravo di trovare un po’ di tranquillità per dedicare un attimo a questo mio piccolo e povero blog trascurato. Magari anche per parlare del recente sciopero del 6. In questi giorni febbrili non è possibile. Non mi resta che postare una piccola cosa sul lavoro che stiamo cercando di fare sperando che vi possa essere gradita. Stiamo cercando di costruire un gruppo locale ispirandoci al pacifismo di Vittorio “Vik” Arrigoni. E’ questo che ci costringe a questa provvisoria leggera latitanza. Ci presenteremo anche attraverso poesie che mettano in risalto che davanti ai grandi temi siamo tutti solo uomini e non ci sono differenze di razza, lingua, religione, sesso o altro. Il resto risulta chiaro da quanto segue qui. Le poche ulteriori informazioni sono reperibili in Facebook. Presenteremo questo nostro progetto sabato e domenica prossima all’interno di:

Logo dell'evento MestREsisteMestREsiste: Musica, teatro e incontri di Resistenza

Restiamo umani con Vik

 Logho dell'evento Restiamo umani con Vik Abbiamo bisogno di aiuto perché Gaza e la Palestina hanno bisogno anche del nostro piccolo aiuto, per creare un gruppo locale in appoggio alle iniziative in favore di una pace vera ed equa e per dare finalmente una terra a questo popolo martoriato. Chiediamo la tua disponibilità ad aderire in fase organizzativa e ad eventuali azioni a sostegno della causa palestinese. Vik vive. Free Palestine.
   
   
SE QUESTO E’ UN UOMO 

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi
Poeta ebreo italiano.

Pensa agli altri 

Mentre prepari la tua colazione,
pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre,
pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua,
pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua,
pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti ,
pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore,
pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani,
pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmud Darwish
Poeta palestinese.

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Bandiera palestinese crivellata e grondante sangueQuesto post mi è stato suggerito dalle confidenze di un compagno e amico che non citerò perché non so se posso farlo. Sono orgoglioso della sua amicizia e delle sue confessioni. Credo che anche questa sia una voce molto credibile e importante non solo sulla questione israeliana-palestinese. In linea di massima cercherò di rispettare in tutto il pensiero espresso in una “conversazione” che era nata per una maggiore conoscenza reciproca, non per farne un documento, ma la sua testimonianza mi è parsa così bella che mi sembrava una bestialità non dargli spazio qui, non condividerla. Anche questa è storia, anzi questa è la storia. RESTIAMO UMANI:

«Io vengo da una famiglia ebraica… da questo il mio cognome buffo. Mio padre, e a sua volta suo padre, sono stati anarchici… la mia famiglia e stata decimata dai nazi-fascisti… mio nonno e stato ammazzato a S. Babila (forse il compagno voleva riferirsi alla risiera di S. Sabba a Trieste), l’unico campo di concentramento con forno crematorio fatto dai fascisti italiani. Come anarchici non siamo mai stati inseriti nelle comunità ebraiche anzi siamo stati cacciati… Mio padre nel ‘58 e andato in Germania dove poco dopo e stato arrestato per politica sovversiva… Dopo 7 anni e uscito … vivendo tra la Germania il nord Italia e la Sicilia… Ho avuto la fortuna di un esempio concreto nella mia vita… ora lui non ce più… Mamma e l’unica persona che mi resta… Mio fratello ha deciso di trasferirsi in Spagna dove vive e non ha più voluto far ritorno in Italia… Ho lavorato come operatore socio sanitario… ma per essermi occupato di sindacato son stato licenziato… Ora vivo come precario con contratti di tre mesi, quando li trovo. Continuo a lottare continuamente per la mia libertà e per una causa di libertà. La vita non e stata misericordiosa con me, ma sono felice di tutto. Potevo andare a vivere in Israele perché come figlio di ebrei avevo la possibilità di farlo, ma dovevo rinunciare tutta la storia della mia famiglia perché non è consentito ad anarchici o comunisti fare ingresso in Israele. Ma sono fiero di aver rinunciato a derubare un mio fratello arabo del suo pezzettino di terra. A gennaio volevo andare a Gaza per occuparmi di bambini. Ho fatto richiesta del visto ma mi e stato rifiutato perché dicono pericoloso per meRastrellamento nel ghetto di Varsavia

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Ebrei contro l'occupazione alla manifestazione di Roma a sostegno della Freedom Flotilla 2Volevo inserire qui un post sereno, di incontro, perché io sono una strenuo sostenitore di pace, da per tutto e per tutto. Volevo, dicevo, ma poi vengono dei momenti davanti ai quali non ti sai sottrarre. E non posso fingere di non capire le presunte argomentazioni di chi difende le ragioni dell’invasore, di una politica miope e di sterminio etnico. E non posso nemmeno capire il silenzio di notizie e degli stati cosiddetti civili. Gli interventi dell’ONU disattesi che non danno più nemmeno una speranza vana.
Quelli che difendono quelle ragioni ti chiedono perché non parli degli atti di terrorismo. Non è mai bello fare il conto delle vittime e non servirebbe a nulla e a nessuno. Ma invece di strombazzare una voce di parte perché non leggere le pagine che Vittorio ha dedicato in questo martirio ai cittadini di Gaza in: Restiamo Umani. Lui è italiano e non si può certo accusare di terrorismo; ha dato la vita per i suoi ideali di pace. Lui racconta una guerra mai dichiarata: la cosiddetta operazione “Piombo fuso”. Carri armati e bombardieri contro civili inermi armati solo delle loro mani e nemmeno di quelle. Certo è vero che non è stato ucciso dal piombo Israeliano, almeno così c’è stato raccontato. Non ci sono riusciti. Lo hanno affondato due volte mentre era su pescherecci; non su cacciatorpediniere. Lo hanno ferito e imprigionato portandolo in Israele. Lo hanno trascinato con la forza nelle loro carceri e poi condannato per immigrazione illegale.
Ti raccontano che quella terra è loro, degli ebrei, e che ne hanno diritto. Se cerchi di spiegare quello che racconta la storia allora la storia non è vera. E allora qualcuno mi ha detto che quella terra era la terra promessa. Da chi, dagli inglesi? E’ stato lo stesso terrorismo sionista a cacciare gli inglesi. E un altro però mi ha detto che dal 48 non si può parlare ancora di storia, perché ci vogliono almeno cent’anni. E per ciò è solo cronaca e la cronaca non è veritiera. E’ tutto vero tranne le ragioni degli altri, tranne i diritti degli altri, tranne il diritto di esistere dei palestinesi.
Sembra non interessare a nessuno veramente di loro. I checkpoint sono aperti. Certo. Trascuro il fatto che mi chiedo con che diritto si creano barriere a casa degli altri o in casa di tutti. Con che diritto si fermano navi di aiuti in acque internazionali. Ma se ci fosse un diritto, e ripeto se, quei checkpoint sono aperti quando vogliono i soldati, dove vogliono i soldati, e si passa solo se lo vogliono e quando vogliono i soldati. E quei soldati altro non sono che un esercito di invasione. Non esiste uno stato di Israele, esiste uno spazio chiamato Caserma Israele. Quello che noi chiamiamo popolo di Israele non è un popolo ma un esercito, anche nell’espansionismo dei coloni. La loro è una politica razzista. Certo non tutti gli ebrei la pensano allo stesso modo, nemmeno tutti gli israeliani. Come non tutti i palestinesi sono terroristi.
Mi viene spiegata la grande umanità di Israele, che gli ospedali israeliani curano anche palestinesi. La Palestina non può avere uno stato, non ha ospedali. Sono stati cancellati dall’esercito aguzzino. E negli ospedali anche i palestinesi curano gli ebrei, se gli ebrei si lasciano curare da uno sporco palestinese. Ma gli ospedali sono sovraffollati. Una politica meno miope cercherebbe la prevenzione, se non si stermina un popolo non ci sarebbero così tante vittime, e tante persone ferite; da curare. Gaza è la più grande prigione a cielo aperto. La Palestina vive in guerra da sessanta anni e non vede ancora nessuna speranza. Come sono generosi gli assassini e poi si vantano di tanta generosità. Lo so che non dovrei lasciarmi alla rabbia.
Cosa potrei rispondere se un amico mi raccontasse la verità: “Avevo una casa, me l’hanno rubata. Avevo una terra, me l’hanno tolta. Avevo un nome, è diventato una bestemmia. Avevo dei figli, erano il mio futuro, sono morti sotto il loro bisogno di sicurezza, ancora bambini. E’ doloroso vedere morire i propri figli prima di te. Vago senza una speranza; vestito di stracci. Anche i topi hanno un buco dove nascondersi, io no. Non in ospedale, non mentre prego, nemmeno in cimitero mi lasceranno tranquillo. Poi mi hanno costruito un muro tutto intorno. Mi lasciano uscire se vogliono e quando vogliono. Mi hanno spiegato che non posso essere più un essere umano, che sono con disprezzo solo “Quello”. Non vivo, sopravvivo. Lo faccio ormai solo perché non so fare altro. E vivo se arrivano gli aiuti. E devo dire grazie di quel pane. Io non posso guadagnarlo. Non posso seminare il grano. Non posso farlo con le mie mani. Sono solo un pericolo, un possibile obiettivo. Ora mi chiedono di amare la pace. Io ho sempre amato la pace. E’ difficile non odiare dopo tanto dolore”.
Io non posso dire di più di un ebreo che era imbarcato nella flotilla e la cui testimonianza ho rintracciato in un bellissimo sito. Certo quell’ebreo sarà considerato un pericoloso terrorista palestinese. E allora mi limito a aggiungere solo una poesia (che ho trovato in quest’altro splendido sito) lasciando parlare il cuore del poeta.

Dedico questa poesia ai bambini palestinesi
Che di loro rimanga memoria

A Buchenwald nel corso della guerra mondiale, come in altri campi di
sterminio, vennero uccisi molti bambini. Questa poesia li ricorda.
di Joyce Lussu

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto
lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti
non crescono
c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole…
(da Pietro Ancona – resistenza_partigiana@ 27.1.2007)

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Giovane ebrei e palestinese abbracciati«Quello che quel giorno vidi, era quanto di più vicino al paradiso e lontano dall’inferno potesse esistere: una striscia di spiaggia isolata, a pochi chilometri dalla miseria di Gaza, dove le onde si infrangevano sulla riva. Probabilmente non sembravamo molto diversi da qualsiasi altra famiglia sulla spiaggia; i miei figli e le mie figlie guazzavano nell’acqua, o scrivevano i loro nomi sulla sabbia. La giornata fredda, il cielo di dicembre rischiarato da un pallido sole invernale, il Mediterraneo risplendeva, limpidissimo. Ma sebbene guardassi i miei figli giocare fra le onde, la preoccupazione mi attanagliava.
Poco più di un mese dopo, gli israeliani avrebbero bombardato Gaza e buttato all’aria la mia vita.
Quel giorno eravamo tutti in casa: i miei otto figli, i miei fratelli, le loro famiglie. Dove potevamo andare se neppure ospedali e moschee venivano risparmiati dai bombardamenti?
Giocavo con Abdullah quando ho sentito l’esplosione nella stanza delle ragazze.
Ho perso le mie figlie, e nonostante la rabbia e lo sconcerto, so che non odierò

dalla seconda di copertina del libro Non odierò di Izzeldin Abuelaish

P. S. Credo non ci sia molto da aggiungere, tranne un silenzio che diventa rispetto, per uno che come me crede in una vera pace. RESTIAMO UMANI.
Posterò appena la trovo una testimonianza da parte israeliana di chi crede alla vera pace e non alle bombe, allo sterminio e alla prepotenza delle armi. FREE PALESTINA.Disegno di un bimbo palestinese e di una penna che lacrima di notte in attesa di quella pace di Vauro

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