Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Editori Riuniti’

Io finisco la mia settimana il venerdì. Il primo pomeriggio. Mi godo questo piccolo privilegio. Dopo un incerto e poco convinto tentativo non sono mai stato in fabbrica. E nemmeno era fabbrica. A pensarci un po’ mi pare buffo. Ma avevo vent’anni; poco di più. Ormai mi rimprovero meno di non essere mai stato Operaio. Non sono più nemmeno Proletario. Sono poco padrone della mia poca prole ed è mio il tetto che mi copre la testa. Ma i tempi stanno cambiando; vero mister Bob? E forse non è più indispensabile appartenere a quella condizione. Inoltre, nella più precisa realtà, quel minimo-mini nemmeno mi copre la testa. Sta là, attualmente vuoto. E freddo. Oggi vivo altrove, con la mia compagna, a casa sua. Come un rifugiato politico. Con i miei libri e i miei dischi un po’ qua e un po’ là e il resto in una vita che è solo passato. Resti tra noi ma mi guardo intorno come quello spazio sia ancora provvisorio. Le chiedo scusa perché so che mi legge. Non ha nessuna colpa. Forse sono sempre stato così. O forse sono gli anni. Sono, in un certo senso, sradicato. E vivo anni che mi sembrano senza patria. E di trincea. E fatti solo di giorni.
Sarei tentato di dire che sono questi tempi di superficie, ma non mi arrischio. E mi tengo il sospetto che invece della ideologia abbiano cercato di sottrarmi gli ideali. Così tutto sembra niente. Sembra quasi inutile essere Antifascisti. A che serve chiedere un mondo più giusto ed equo se abbiamo la democrazia? Se viviamo già nel mondo migliore possibile? Non mi sembra così (ma questo detto tra noi; sottovoce). Discorsi da fare ne avrei tanti. Mi da gioia vedere il tricolore testardamente esposto alle finestre delle case. Mi da gioia e mi rende perplesso. Che stia diventando nazionalista, campanilista o qualsiasi altro misera lista che sconfina in un senso di appartenenza? Mi continuo a sentire Partigiano, nel senso di parte, di quella, e un po’ (molto) Internazionalista. Tifo per i magistrati e improvvisamente mi ricordo di vecchie battaglie. Dei processi ai compagni. Di una legge a tutela del potere, come è sempre stata. Guardo la piazza e si riempie di bandiere diverse. Nemmeno quella è più la stessa. Potrei proseguire questi discorsi per molto. Non avrebbe alcun senso.
Se mi definisco Compagno sembra debba sempre aggiungere un aggettivo. Ma forse era così anche allora. Il male della sinistra. Mica solo quella riformista. E anche qui il brodo potrebbe allungare. Ma a che varrebbe? In questi giorni cerco di rintracciare documenti di quegl’anni. Anche questa è forse necessità solo mia. Un po’ di amarcord. Eppure mi sembra una situazione di silenzio, di bisbigli e di pettegolezzi. Ho come la sensazione di una non partecipazione. Di un sradicamento. E di questo rimugino da giorni. Mi sembrava che l’Italia uscita dalla guerra e dalla Resistenza avesse come un’ansia. La necessità (per altro falsa) di recuperare un tempo perduto. Una pausa nell’inutilità. Il vuoto di una dittatura che aveva annebbiato non solo le coscienze. E c’era, mi sembra, grande fermento. Oltre all’inno alla libertà. Un grande tessuto intellettuale e allora si stigmatizzava quella figura che sembra stia per scomparire. Senza presunzione e senza assumere un ruolo non mio provo una sensazione strana. Si stava ricostituendo una cultura e fondando una cultura altra. Ho letto allora splendide riviste. Letteratura da lasciarti a bocca aperta. E della grande poesia. Gli artisti che avevano fatto i partigiani erano tornati a dipingere, etc. E ci si chiedeva ragione di tutto. Non c’erano vere certezze.
Non è solo per rimpiangere. Troppo facile chiedersi dove sono finite (ad esempio) le Edizioni del Sole e quelle del Gallo, e gli Editori Riuniti, e quelle riviste che rivisitavano tutto. E non parlo solo di una cultura di parte. E parlo di informazione ma anche certamente di contro-informazione. Dell’approfondimento. Di avere, oltre la volontà, strumenti per capire le cose ed il mondo e le dinamiche. Ora mi sembra ci sia solo una informe marmellata. E gli amici di Maria De Filippi (con tutto il rispetto per quel lavoro che però mi sembra organico). E le case e le isole. E i problemi di letto, che per quanto importanti hanno sempre fatto solo in parte la storia. E di quella ma anche dell’altra storia. Ma forse lo sfascio è solo nella mia testa. Continuerò a chiedermelo; testardamente. A verificarlo e ad interrogarmi su ipotesi per le eventuali cause. Certo nessuno si chiede più quel’è il ruolo dell’intellettuale.
E allora vorrei “festeggiare” questo fine settimana proponendo una canzone a cui faccio seguire anche il testo. Non esclude né conclude il discorso fin qui fatto. Ne è solo un frammento. Non mi sembra siano venuti a mancare solo strumenti come i quaderni de “Il Nuovo Canzoniere Italiano” con le Edizioni Bella Ciao. Forse sono quelli che son venuti a mancare di meno. Perché forse corrono ancora sotto traccia. Ma è del dare spazio a quella voce che sarei interessato. La cultura da salotto la lascerei volentieri a quelli del salotto. E allora, caro Popolo, come il 13 febbraio, torniamo in piazza. Ringraziamo di questa ultima illusiuone le donne. Abbiamo bisogno di tornare a guardare le nostre facce nude.Pierangelo Bertoli > Eppure soffia (1976) > Racconta una storia d’amore
Ho scritto una storia d’amore perché mi portasse fortuna
la solita storia melensa, un lui, una lei e la luna
avevo con me la chitarra, decisi così di cantarla
il canto si alzò pigramente, qualcuno gridò di piantarla.

Ma certo, tu canta alla luna, coi gatti randagi e rognosi
racconta di stupide fole e lascia che il mondo riposi
Riposi di pace artefatta da gente che succhia il sudore
racconta che il mondo e’ felice, che importa la gente che muore?

Racconta che lei era bella non dire che esiste il dolore
non dire che siamo sfruttati, racconta una storia d’amore
e dopo nascondi la testa perché non arrivi una voce
distogli i tuoi occhi dal mondo, ignora la bestia feroce

Non dire di quanti bambini avranno una vita da cani
non dire che siamo milioni, e abbiamo soltanto le mani
racconta stucchevoli storie di principi ad otto cilindri
nascondi miseria e violenza, insabbia, nascondi, dipingi

Dipingi di storie marziane perché sulla Terra è diverso
il popolo lotta e lavora e tante battaglie ha già perso
ha perso, incassato e riparte, tu lì col tuo pezzo di carta
ma ad ogni battaglia si schiera chi sta da una parte o dall’altra

Se mai ti dovesse colpire la luce di un bel sentimento
se un giorno dovesse arrivarti la voce portata dal vento
allora persino la luna avrebbe un suo giusto decoro
invece di spandere nebbia racconta di me che lavoro
invece di spandere nebbia racconta di me che lavoro

Read Full Post »

Un giorno, prendendomi sul serio, mi piacerebbe parlare di quegli anni, del nostro ultimo dopoguerra, ma so già che non corro nessun pericolo di farlo cioè di prendermi sul serio. Mi piacerebbe parlarne perché credo che ci sia ancora quasi tutto da dire e perché mi piacerebbe rintracciare alcune di quelle piccole storie che hanno fatto quella storia. Io credo che nessuno possa smentire che in quegli anni si sia avuta una sorta di rinascimento culturale che ha cambiato alle fondamenta il nostro paese. Dietro alcune monumentali facciate sopravissute alla rovina della guerra c’era una Italia arretrata e arrancante, era tutto da ricostruire. Si trattava di ridare dignità alle persone, di trasformarLa in un paese moderno, di trarLa dall’analfabetismo, di cambiare il “villano” in “cittadino” cioè un “popolo bue” in soggetto di diritto. E’ per questo che ho deciso di “incollare” questa vecchia canzone senza tempo fin troppo nota in molte mirabili interpretazioni.

Basta osservare gli autori per capire immediatamente come allora tutto il nostro mondo intellettuale si stesse impegnando in questa ricostruzione culturale, ma soprattutto morale, del paese. Anni di grande dibattito sulla cultura e il potere gli anni del neorealismo, ma anche gli anni del ricupero del patrimonio della nostra cultura orale, di epocali cambiamenti, di fermenti in teatro e in musica e in pittura e in tutte le arti, gli anni dei giornali murali e di riviste come Il Politecnico e non solo e nuove editrici come le Edizioni del Gallo e tutto quello che girava attorno all’allora Partito Comunista come gli Editori riuniti e i Dischi del sole. Sarebbe da stupidi pensare che si potesse cominciare completamente da zero ma, nonostante lo scontro ideologico in atto, si stava costruendo questa Italia. Se il risultato di oggi non è esaltante non si può scaricare tutta la colpa su quegli anni.

Qui ho scelto di inserire Ma mi, che Jannacci incide per la prima volta nel 1964, nell’interpretazione di un gruppo cabarettistico storico dell’area milanese di quegli anni: I Gufi. [Audio http://se.mario2.googlepages.com/Mami.mp3%5D 

Ma mi di G. Strehler – F. Carpi
(versione originale in dialetto milanese)
Ma mi (traduzione in Italiano)
Serom in quatter col Padola,
el Rodolfo, el Gaina e poeu mi:
quatter amis, quatter malnatt,
vegnu su insemma compagn di gatt.
Emm fa la guera in Albania,
poeu su in montagna a ciapà i ratt:
negher Todesch del la Wermacht,
mi fan morire domaa a pensagh!
Poeu m’hann cataa in d’una imboscada:
pugnn e pesciad e ‘na fusilada…Rit. Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
A San Vittur a ciapaa i bott,
dormì de can, pien de malann!…
Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
sbattuu de su, sbattuu de giò:
mi sont de quei che parlen no!El Commissari ‘na mattina
el me manda a ciamà lì per lì:
“Noi siamo qui, non sente alcun-
el me diseva ‘sto brutt terron!
El me diseva – i tuoi compari
nui li pigliasse senza di te…
ma se parlasse ti firmo accà
il tuo condono: la libertà!
Fesso sì tu se resti contento
d’essere solo chiuso qua ddentro…”Rit.
Sont saraa su in ‘sta ratera
piena de nebbia, de fregg e de scur,
sotta a ‘sti mur passen i tramm,
frecass e vita del ma Milan…
El coeur se streng, venn giò la sira,
me senti mal, e stoo minga in pee,
cucciaa in sul lett in d’on canton
me par de vess propri nissun!
L’è pegg che in guera staa su la tera:
la libertà la var ‘na spiada!
Rit.
(gridando)
Mi parli no!
Eravam in quattro col Padola,
il Rodolfo, il Gaina e poi io:
quattro amici, quattro malnati,
cresciuti insieme compagni ai gatti.
Abbiam fatto la guerra in Albania,
poi su in montagna a prendere i ratti*:
neri tedeschi della Wermacht,
mi fan morire solo a pensar!
Poi m’han preso in un’imboscata:
pugni e pedate e una fucilata…Rit. Ma io, ma io, ma io,
quaranta giorni, quaranta notti,
a San Vittore a prender le botte,
dormir da cani, pien di malanni!…
Ma io, ma io, ma io,
quaranta giorni, quaranta notti,
sbattuto di sopra, sbattuto di sotto:
io sono di quelli che non parlano!Il Commissario una mattina
mi manda a chiamar lì per lì:
“Noi siamo qui, non sente nessuno-
mi diceva ‘sto brutto terrone!
Mi diceva – i tuoi compagni
noi li prendiamo senza di te…
ma se parli, ti firmo qua
il tuo condono: la libertà!
Sciocco sei tu se sei contento
d’essere solo, chiuso qui dentro…”Rit.
Son chiuso dentro questa rattiera
piena di nebbia, di freddo e di scuro,
sotto a questi muri passan i tram,
fracasso e vita del mio Milano…
Il cuor si stringe, scende la sera,
mi sento male e non sto mica in piedi,
accucciato sul letto in un cantone
mi par di non essere proprio nessuno!
E` peggio che in guerra star sulla terra:
la libertà vale una spiata!
Rit.
(gridando)
Io non parlo! 

 * “A ciapaa i ratt”, letteralmente tradotto “a prendere i ratti” è usato nel territorio milanese per indicare qualcosa di inutile, tra l’altro “Ma va’ a ciapaa i ratt!” è il modo di dire usato per “mandare a quel paese” qualcuno. Testo inserito da L. rintracciato nel sito canti di lotta.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: