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INTRODUZIONE
A volte, sapendo della mia militanza sia in un’associazione ebraica che in una palestinese, qualcuno mi domanda se non mi sento un po’ schizofrenica. Rispondo di no, un essere umano è composto da molte
realtà, questo è vero per tutti e sceglierne una ed estremizzarla è il primo passo per la promozione del fondamentalismo che è, a mio avviso, uno dei mali della società contemporanea a livello mondiale. Il mondo non è mai stato più insicuro e più ingiusto, trovandomi a vivere in questa epoca, penso che il mio tentativo di costruire un ponte tra due realtà che solo apparentemente sono diverse e inconciliabili sia allo stesso tempo anche un ottimo modo di riconciliarmi con me stessa e di non sentirmi del tutto inutile e impotente.
All’epoca della mia adolescenza i giovani nutrivano grandi speranze per il futuro. Volevamo cambiare il mondo. Ci sembrava che tutto fosse in cammino verso un radioso domani di giustizia e di pace. Se mi volto indietro verso quelle facce sorridenti, quelle corse nelle manifestazioni sventolando bandiere di speranza mi prende una grande tristezza. Se solo avessimo saputo dove ci avrebbe condotto il futuro. A quell’epoca nutrivo, come tutti, una grande simpatia per la causa palestinese. Avevo amici palestinesi, studenti quasi sempre di medicina, organizzati nei “Gups” associazioni studentesche. Allora l’immagine dei palestinesi nel mondo era molto diversa da quella attuale. I fedayn erano partigiani della libertà. Lottavano per avere la propria indipendenza, il proprio stato, promesse che non sono state mantenute. Allora si diceva di loro che erano “il sale del Medio Oriente” volendo esprimere con questa metafora la loro capacità di esportare anche negli altri paesi arabi le loro idee di democrazia, di laicità, di semplicità, di libertà. Erano dei ribelli perché volevano esistere e scegliere il loro destino, per questo erano anche la nostra bandiera. Molti anni sono passati e molte occasioni consumate. Fiumi di lacrime e sangue hanno intriso la terra di Palestina. I palestinesi non hanno ancora il loro stato, anzi non ne sono stati mai così lontani, i profughi non sono mai tornati alle loro case, anzi sono aumentati e la loro condizione è ulteriormente peggiorata. La grande potenzialità di intelligenza e di cultura di questo popolo è stata progressivamente umiliata, disgregata, resa impotente. La speranza, sconfitta. Così sono venuti gli “eroi suicidi” oppure i terroristi o kamikaze, come sono stati chiamati ed infine purtroppo le lotte fratricide in una terra, Gaza, dove povertà e disoccupazione colpiscono la totalità della popolazione e dove non c’è più libertà che nei lager il cui abominio la storia ci ha consegnato. Così i palestinesi oggi, colpevoli di esistere e di voler rimanere nella loro terra, sono diventati nell’immaginario dei terroristi, una maschera che è stata cucita loro addosso proprio da chi ha prodotto e pianificato la loro tragedia e che ora guarda con compiacimento come si scannano tra loro come i tonni impazziti nel corso della mattanza e li additano al mondo a dimostrazione di quanto siano folli rozzi e violenti. I media ci sguazzano e volentieri parlano delle lotte intestine di Hamas contro Fatah, ma si guardano bene dall’informare dei bambini di Nablus usati come scudi umani dall’esercito israeliano o dei soldati che spalleggiano i coloni mentre aggrediscono delle contadine a Hebron e men che meno fanno approfondimenti sui giovani uccisi a sangue freddo mentre sostano davanti a un bar, da assassini mascherati che poi spariscono nel nulla e che sono gli esecutori dei cosiddetti “omicidi mirati”. I palestinesi sono un “problema irrisolto” vecchio di 60 anni se si parte dal 1948 o di 40 se si conta dall’occupazione dei 1967. Il mondo si è stancato perfino di sentirne parlare. Il grandissimo poeta palestinese Mahmud Darwish scrive: “Ogni anno, se vado nei campi o accendo la televisione, vedo sempre la stessa immagine: una donna palestinese che porta via le sue cose e i suoi bambini, che sta scappando in un campo di Rafah, di Gaza o del Libano. La vedo gridare, alzare le mani al cielo, ma il cielo non risponde. Questa donna una volta era mia madre, poi è stata mia sorella e forse adesso è mia figlia.”
Sono soli e questo significa che anche noi, che non ci vogliamo arrendere all’ingiustizia, siamo soli, che anche la speranza di pace è sola, che anche il futuro è solo. Mi chiedono spesso perché io, ebrea, mi ostini tanto ad occuparmi della Palestina: la ragione è semplice, il dolore della Palestina ricade su di me. Io non posso rimanere indifferente. Ovviamente non riguarda soltanto me in quanto ebrea, riguarda tutti, quella palestinese è una questione morale fondamentale della nostra epoca, ma per me rappresenta una responsabilità particolare. E’ ciò che sentirono all’indomani della seconda Intifada anche le altre persone che con me firmarono una lettera pubblica intitolata “Non in mio nome” riferendosi alla pretesa del governo israeliano di parlare e di agire in nome di tutti gli ebrei del mondo. In seguito diventammo una rete che si chiamò “Ebrei contro l’occupazione” cioè contro l’occupazione da parte di Israele di Gaza e Cisgiordania. Ora ci siamo costituiti in associazione, abbiamo un piccolo progetto che riguarda un ambulatorio a Marda, un villaggio palestinese, e partecipiamo a conferenze, dibattiti, incontri dovunque ci chiamano a parlare per spiegare il nostro rifiuto della politica israeliana e le ragioni del nostro sostegno alla lotta palestinese contro l’occupazione e per la conquista del loro stato o di uno stato in cui ci siano uguali diritti per tutti. La nostra associazione è federata ad una rete europea di cui fanno parte gruppi. e associazioni di ebrei dissidenti di alcuni paesi europei e che si chiama “Ebrei europei per una pace giusta”. Anche in Israele esistono gruppi e associazioni di ebrei che combattono contro l’occupazione israeliana. La più famosa è “Gush Shalomblocco della pace”. Molte associazioni, la maggioranza, sono composte da donne, la più storica è quella delle “Donne in nero” un gruppo di donne nato dopo la guerra dei Libano del 1982 scatenata da Israele, e nel corso della quale fu perpetrato un crimine che rimarrà per sempre nella memoria collettiva: la strage di Sabra e Chatila, due campi profughi palestinesi i cui abitanti furono tutti orribilmente trucidati, ed erano per lo più donne e bambini, dalla falange libanese su commissione di Sharon. Queste donne vestite di nero, per simboleggiare il lutto sostavano silenziose con i loro cartelli in una piazza pubblica per un’ora tutte le settimane. Ora il loro movimento si è sparso in tutto il mondo, non sono più soltanto israeliane, anche in Italia esiste un gruppo molto attivo. Ci sono poi gruppi di donne che sostano ai check point per documentare i soprusi e le violenze dei soldati. Dopo la seconda Intifada è sorto un gruppo di attivisti israeliani e palestinesi di nazionalità israeliana che lavorano insieme e che si chiama “Tajush” in arabo: vivere insieme. Un altro gruppo combatte contro la demolizione delle case, cercando con la sua presenza di impedire le demolizioni e a volte ricostruendo le case abbattute. C’è anche un gruppo che fa un lavoro molto importante sulla memoria, si chiama “Zochrotricordare. Il suo programma vuole rendere consapevoli gli israeliani del fatto che la guerra da loro celebrata come indipendenza è coincisa con la “Nakba” palestinese (catastrofe). Hanno una banca dati che offre informazioni storiche su quanto è accaduto nel 1948 e organizza tour negli antichi villaggi palestinesi rasi al suolo che culminano con una cerimonia sul posto in cui viene eretto un cartello in arabo ed ebraico che indica il nome del villaggio e i dati essenziali sui suoi abitanti. Ci sono poi i refusniks, il movimento di coloro che si rifiutano di entrare nell’esercito o almeno di andare nei territori occupati “ad opprimere un altro popolo” come essi stessi dichiarano. La loro prima organizzazione nata nel 1982 si chiamava “Yesh g’vul”, (c’è un limite). Dopo la seconda Intifada sono diventati migliaia e perfino alcuni piloti, la formazione militare più fedele, si ribellarono dopo lo sganciamento di una bomba da una tonnellata su un’abitazione per eseguire un omicidio mirato che fece una strage. Un gruppo attivissimo che lotta contro il muro costruito da Israele apparentemente per difendersi dagli attentati, ma in realtà con l’obiettivo di annettersi più territorio palestinese possibile e rubare risorse e falde acquifere, è quello degli “Anarchici contro il muro”.
Questo gruppo è molto assiduo nelle manifestazioni che ogni venerdì da due anni si svolgono nel villaggio di Bil’in. La lotta di Bil’in è l’altra faccia degli scontri violenti che si svolgono a Gaza. Un movimento assolutamente non-violento costituito dagli abitanti del villaggio che il governo israeliano vuole decurtare dell’80% della sua terra per farvi passare sopra il muro. Opporsi per gli abitanti di Bil’in è una necessità: la terra dà loro da vivere. Attorno a Bil’in si sono stretti i pacifisti israeliani e internazionali che partecipano ogni settimana alle manifestazioni, osteggiate dai soldati in modo violentissimo, benché queste marce siano composte da persone pacifiche e inermi e da una moltitudine di bambini. L’atmosfera di Bil’in permette che a queste marce camminino fianco a fianco non solo israeliani e palestinesi ma anche militanti di Hamas e di Fatah nella più assoluta tranquillità e distensione. Recentemente a Bil’in si è tenuto un grande e importante convegno internazionale e ora questa lotta non-violenta si è allargata anche a Betlemme. Nonostante la violenza dell’occupazione riescono a vivere anche esperienze del genere come pure la recente formazione dei “Combattenti per la pace” costituita da israeliani e palestinesi ex soldati ed ex miliziani che hanno scelto di non sparare più e da tempo esisteva l’organizzazione israelo-palestinese dei parenti delle vittime dell’una e dell’altra parte che riconosce nell’occupazione israeliana dei territori palestinesi la vera responsabile di ogni uccisione e ne chiede la fine.
Se si volesse stendere una lista dei gruppi israeliani che lottano per i diritti umani, per la democrazia e quindi contro l’occupazione e dei gruppi palestinesi che scelgono una lotta non-violenta non basterebbe un elenco telefonico, eppure il loro impegno riesce appena a testimoniare che ci può essere un modo diverso di vivere insieme. La ragione è che la forza della propaganda israeliana è almeno pari alla sua potenza militare. Ma non basterebbero questa forza e questa potenza se Israele non fosse spalleggiato e difeso a spada tratta da tutto il mondo, in primo luogo dagli Stati Uniti che lo riforniscono anche di nuove armi di distruzione di massa. Il mondo chiude gli occhi davanti alle atrocità commesse dallo stato israeliano e anche l’Europa ha cambiato progressivamente atteggiamento nei confronti dei palestinesi cedendo sempre di più alle “ragioni” di Israele fino a mettere in atto un embargo che ha dell’assurdo, verso i palestinesi, un embargo non verso uno stato, ma verso un popolo occupato! Questo ci dà la misura dell’ingiustizia usata verso i palestinesi. Israele può impunemente mettere in prigione bambini di 12 anni, che considera adulti secondo la legge militare, può torturarli, ucciderli, usarli come scudi umani. Può tenere migliaia di persone in detenzione amministrativa per anni e anni senza istruire un processo né permettere loro di avere un avvocato, può demolire centinaia e migliaia di case perché gli serve quel territorio per farci una nuova colonia, può erigere un muro che non divide gli israeliani dai palestinesi, ma i palestinesi dai palestinesi facendolo passare in mezzo a un villaggio, dividendo i bambini dalla scuola, i malati dall’ospedale, i contadini dal loro campo, può privare i palestinesi dell’acqua e proibire loro di scavare pozzi mentre i coloni la sprecano per innaffiare a pioggia i loro prati e riempire le loro piscine, può uccidere senza processo coloro che decide siano ricercati o sospetti, può fare incursioni su città densamente abitate, può requisire terra e abbattere oliveti, può distruggere palazzi e quartieri di importanza storica, impedire ai giovani di andare all’università, può riempire di check point tutto il paese, ce ne sono più di 500, impedendo i movimenti e la libera circolazione di tutti, può costringere le donne a partorire ai check point, può chiudere il passaggio alle merci palestinesi facendole marcire e impedendo qualsiasi possibilità di economia autonoma, può avere carceri segrete peggiori di Guantanamo ma di cui non si deve parlare né nel paese né fuori.
Infine Israele che è l’unico stato nato da una risoluzione dell’ONU ha disatteso ben 73 risoluzioni dell’ONU senza che nessun ispettore sia andato a controllare né nessuno abbia scatenato una guerra contro di lui per difendere i palestinesi.
Il mondo intero produce odio” scrive ancora Mahmud Darwish “ma non vuole accusare Israele per timore di essere accusato di antisemitismo. Così Israele anziché uno stato che opprime diventa un valore etico al di là di ogni legge: non più un fenomeno storico, ma divino.”
Una delle richieste di EJJP, “Ebrei europei per una pace giusta” e anche dei pacifisti israeliani è di non trattare più Israele come uno stato a parte, di trattarlo come qualsiasi altro stato e quindi di costringerlo a sottostare alla legalità internazionale, anche con sanzioni se non vuole saperne. Permettere a Israele di fare tutto ciò che vuole nell’impunità e giustificano fino all’assurdo, alla complicità, alla connivenza, oltre ad essere profondamente ingiusto non fa il suo bene. La società israeliana, a parte i numerosi ma piccoli gruppi di pacifisti, è sempre più paranoica, malata, violenta. Il muro che è stato innalzato per rendere impossibile la vita dei palestinesi è anche un muro mentale: persone che vivono a pochi chilometri di distanza non s’incontrano mai, farlo costituirebbe un reato, infatti è illegale che un israeliano vada nei territori palestinesi occupati, a meno che non sia un colono nel qual caso può circolare dove e come vuole in tutta libertà, mentre meno ancora un palestinese della West Bank o di Gaza può andare in Israele. Leggi recenti proibiscono anche i matrimoni tra israeliani e palestinesi in quanto il coniuge palestinese non avrebbe il permesso di vivere in Israele, né quello israeliano in Palestina. Una legge aberrante che proibiva a un israeliano di dare un passaggio in macchina a un palestinese per fortuna non è passata per l’opposizione dei pacifisti.
Gli israeliani si portano dietro il loro muro mentale dovunque vanno, mentre si comportano in modo arrogante e violento pensano che tutto il mondo è contro di loro. Assecondarli e dar loro ragione non è né giusto, né utile.
Per me che ho sempre cercato l’incontro e che anche come scrittrice ho sempre ascoltato “l’altro dentro di me”, riconoscendolo, con Jabnès, un filosofo ebreo tra i miei più vicini, come la parte migliore di me, la più profonda la più sconosciuta, la più vicina all’anima, è stato molto importante e arricchente entrare a far parte del direttivo dell’associazione “Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese” dove ho avuto modo di incontrare e conoscere meglio molti amici palestinesi con i quali condivido pensieri, progetti e obiettivi. L’ho detto spesso dopo la seconda Intifada, (la parola vuol dire scuotere, scuotersi di dosso, e ha scosso parecchio anche me) che in Israele si stava preparando la tomba dell’Ebraismo. L’Ebraismo come cultura, etica, filosofia, quell’Ebraismo che accoglieva e rispettava gli altri, che affermava “Rispetta lo straniero perché siamo stati stranieri in terra d’Egitto”. Restava la retorica, la propaganda, l’odio. Le accuse di antisemitismo a chiunque ebreo o non ebreo criticasse la sua politica guerrafondaia e assassina, l’ossessione della “sicurezza” mentre rende insicura la vita di un intero popolo, e infine la convinzione che a loro tutto deve essere permesso.
Israele ha un ruolo importante nei piani degli Stati Uniti per costruire un nuovo Medio Oriente, cioè per dividere e disgregare tutta la regione, gettandola nel caos (Libano) e nella guerra (Irak) per poi poter meglio dominarla e appropriarsi delle sue risorse con il metodo del vecchio colonialismo. Bush prende esempio da Sharon, da Olmert, da ogni delinquente che siede alla knesset, da come costoro colonizzano i palestinesi per usare gli stessi sistemi in tutta la regione. “L’impero statunitense sta tornando a un sistema di colonialismo diretto come nel diciottesimo secolo. Stiamo vivendo nell’era dei monopolarismo. Tutto questo sta spingendo il mondo sull’orlo del baratro. Il fondamentalismo statunitense crea dei fondamentalismi opposti che a loro volta lo rafforzano. E’ un gioco di attrazione e di sostegno reciproco tra estremismi e ogni estremismo esercita la propria forza magnetica sulle società del inondo attirando sempre più persone. Il dialogo allora è indispensabile. Non c’è alternativa al dialogo(… .) Il inondo è fatto di popoli, culture, interessi intrecciati gli uni con gli altri e non può pensare a dividersi senza distruggersi. Per questo è dovere dei saggi rifiutare i diktat dei “neocons” e di tutti i fondamentalismi che ci stanno portando verso l’abisso” (Mahmud Darwish).
In questi giorni in Israele si celebra la grande vittoria della guerra dei 6 giorni. Nella West Bank, a Gaza, a Tel Aviv (attivisti di sinistra e genitori in lutto) nel mondo, si protesta contro l’occupazione ricordando 40 anni di assedio. La popolazione palestinese è stata sottoposta alla legge militare per 40 anni, (ordini categorici stabiliscono che alcuni terreni sono “zone militari chiuse” ciò succede nelle aree agricole durante il periodo dei raccolto, non c’è appello, i soldati non devono spiegare né giustificarsi), alle incursioni in qualsiasi momento, al coprifuoco per settimane, alle limitazioni dei check point che bisogna passare per andare a scuola, al lavoro, all’ospedale, a trovare amici, con un’attesa che può durare ore e che spesso finisce con il divieto di passare senza spiegazioni e senza appello. Da quando è cominciata la costruzione del muro dell’Apartheid sul territorio palestinese molti villaggi sono del tutto isolati con la gente prigioniera nelle proprie case. I governi della UE sono rimasti in silenzio di fronte alle violazioni della legge internazionale, dall’anno scorso hanno, aumentato il loro appoggio materiale e morale alle azioni illegali di Israele, isolando ancora di più il popolo palestinese.

La tragedia del popolo palestinese, emblematica della tragedia umana, della tragedia del mondo, ricadrà su tutti noi, travolgendoci, se non riusciremo a rendere veramente efficace la nostra lotta, se li lasceremo soli.

“Non lasciateci soli, non abbandonateci.
Le nostre perdite:
Da due a venti persone, giorno dopo giorno.
E dieci feriti
E venti case
E cinquanta ulivi
Aggiungeteci la perdita intrinseca
Che sarà il poema, l’opera teatrale, la tela
Incompleta
Da “Stato d’assedio” di Mahmud Darwish

da Handala di Miriam Marino
edizioni STELLE CADENTI – 29 giugno 2008 (licenza Creative Commons)

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