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Posts Tagged ‘Edoardo Bennato’

Due case e mezza è un piccolo paese, come ci si può già immaginare dal nome. Prima di esservi destinato lui ne ignorava persino l’esistenza e si era chiesto se era segnato nelle carte. Segnato doveva essere segnato, e il territorio era anche ampio, solo che gli insediamenti erano sparpagliati. Per lui era stata una promozione inaspettata, la provincia era invece molto estesa e tranquilla. Sarebbe stata una noia, la vita che lui, appuntato scelto della benemerita, aveva sempre sognato, non fosse che avevano cominciato ad arrivare quelle denunce di vecchietti scomparsi. Scomparsi senza un funerale e senza nessun preavviso. Nessuno aveva dato grande importanza ma poi avevano cominciato a trovare quei mucchietti di cenere e frammenti d’ossa sparsi per le campagna. In alcuni di quei frammenti erano evidenti segni di denti. Lo scosse dal suo torpore il risultato che quei segni di denti non appartenevano sempre ad animali, anzi erano presenti in tutti i reperti solchi lasciati da denti umani. Non voleva credere di potersi trovare davanti ed un caso di necrofagia se non addirittura di cannibalismo.
Come si suole dire brancolavano pigramente nel buio, e i mansionari non gli erano di grande aiuto. I nonnetti continuavano a sparire. Non avevano nulla in comune tra loro né si frequentavano o si conoscevano. Invece qualcosa in comune c’era, ma gli ci volle del tempo per scoprirla in mezzo a tutte quelle carte. Vivevano tutti in casupole isolate, vivevano tutti con poco e nessuno aveva dei nipotini. Era poco ma da quel poco poteva cominciare a muovere una certa curiosità. Fu così che, intervistando vicini, seppe che pochi sapevano qualcosa sugli scomparsi, ma che la maggior parte d’essi affermava che erano vecchi scorbutici e che non amavano i bambini. Gli sembrò che fossero pettegolezzi privi di importanza. Nemmeno lui aveva in gran simpatia il trovarsi mocciosi tra i piedi. Quella sera telefonò controvoglia a Livia perché faticava con quell’amore a distanza, e lei curiosa gli chiese di come non procedevano le indagini. Cercò di salutarla con un minimo di ottimismo anche se in cuor suo aveva la certezza che tutto sarebbe finito come una bolla di sapone. Doveva esserci un’altra spiegazione logica. Quella notte sognò il ritorno dei vecchietti arzilli da una gita in qualche posto di fede in cui erano andati a chiedere uno sconto sull’età e sugli acciacchi. Al mattino il suo ottimismo trovò delusione.
Naturalmente fu un vero caso a risolvere il caso. Quel mattino se ne stava andando a funghi quando sentì delle lamentele provenire da un piccolo casolare poco fuori dal sentiero. Si avvicinò e scoprì due ragazzi nell’intento di spingere dentro un forno un’immonda vecchietta che cercava di opporre una testarda e strenua resistenza. Accompagnati al commissariato gli dissero di chiamarsi Carlo e Carla e, dopo qualche resistenza e vari mutismi, gli spiegarono che una vecchiaccia prima di quella vecchiaccia li aveva accolti in casa, chiusi in una gabbia e ingrassati per farne cena. Gli spiegarono anche com’erano riusciti a liberarsi e come la decrepita quasi cieca fosse finita a sua volta nel forno al loro posto a far da pranzo. Si giustificarono perché dopo tanta prigionia non gli era stato più possibile ritrovare i disperati genitori e avevano dovuto in qualche modo arrangiarsi, e in quell’arrangiarsi avevano perseguito la vendetta contro quei vecchi scorbutici ingordi di ricordi e di carni giovani. Restò allibito soprattutto per le rimostranze della vecchia dagli abiti bisunti e dal fiato pestilenziale da aglio, ma volle andare fino in fondo alla cosa. Non trovò un pretesto per trattenere la obsoleta e dovette, a malincuore, invitarla ad andarsene, ma grazie alla sua coscienziosità scoprì il vero nome di quei due fratelli privi di documenti che non si chiamavano Carlo e Carla, ma Hänsel e Gretel, cioè con nomi a dir poco inusuali.
I due ragazzi, ormai diventati quasi adulti, senza perdere i loro “sogni” da ragazzini, erano di quelli che vengono definiti immigrati di seconda generazione. Certo avrebbero avuto le carte in regola essendo scesi verso sud, se solo si fossero potuti rintracciare i genitori. Ma, è comune e noto, che chi viene da una cultura diversa un po’ di quella cultura se la porta sempre dentro. Assieme ad abitudini differenti e insolite, usi e costumi, a strane forme religiose non raramente infarcite di esoterismo, a manie e quant’altro. Ci vogliono generazioni e generazioni per lavarsi di dosso tutto un retaggio culturale, eppure nessuno aveva prima pensato a loro, tradito anche dai nuovi nomi che s’erano dati. Carlo e Carla sono nomi talmente comuni dalle nostre parti da non lasciare spazio al minimo sospetto. Inoltre il loro aspetto era quello di due ragazzi a modo pasciuti e ben nutriti, non certo quello che possono avere due zingarelli abbandonati. Fu subitaneamente fatto un comitato di sostegno in favore degli orfanelli e una raccolta di fondi, e furono presto trovate un paio di famiglie disposte all’adozione. La vecchia fu rifiutata anche dal ricovero, venne sfrattata e fu costretta con tanto di ordinanza comunale ad andare a vivere in città, domiciliata malvolentieri presso il figlio maggiore. Tutto il paese fece una gran festa per la sua nomina a brigadiere. Unica nota di amarezza fu che ricordò di aver dimenticato presso quella stamberga i funghi raccolti e che, tra tante preoccupazioni, la stagione era volata via. Chi l’avrebbe sentita Livia, lei che ne era molto ghiotta? Decise di aprire un fascicolo per appropriazione indebita, ma il tempo è l’unica cosa che non si può mettere in cella.

N.B. le foto sono state “rubate” in Facebook tra leFoto del diario” di Enrico Mazzucato e non hanno alcuna relazione col racconto.

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6436_ilcuoredelbriganti_1269441397La barca corre come se anche il vento avesse fretta e dai fianchi sputa, senza apparente sforzo, il bianco sudore del cavallo che mangia la piana come se fosse inseguito da tutti i tuoni del creato, ma non fuggo da ciò che so, cerco quello che ancora non ho mai visto, e di ritrovare quello che conosco già, ma che appartiene al mondo la fuori. Nemmeno il tempo di salutare mio padre, gli dico, ma il mio destino mi rincorre. Avessi potuto e avuto il tempo lo avrei raccontato ma anche le avventure devono trovare la loro fine e non ci resta più tempo. Fossi rimasto mi avrebbero salutato come si deve ad un eroe e poi, prima o dopo, sarei finito a pendere da una corda perché gli eroi sono sempre scomodi e io non faccio politica, cerco quello che è giusto per me al momento, ma la politica avrebbe chiesto la mia vita perché gli eroi son sempre scomodi alla politica, agli intrallazzatori, ai ruffiani, e mi avrebbero chiesto il conto. Non fosse per questa barca tu saresti già un topo per le loro galere in attesa del supplizio, lo hanno già scritto, e io nemmeno sono un brigante, non nel senso proprio, se non per i pochi giorni in cui sono, anzi sono stato, Spartaco, una leggenda che subito non sarà più, come tutte le leggende. Gli altri giorni, tutti, sono nato marchese e torno ad essere il marchese Aurelio Cabrè di Rosacroce; per il resto sono un’amante di una donna che non sa amare, di un’animale senza padrone, della sivigliana, mi fa impazzire il sapere, non ho altre parole, amico, e lo sai tu come io non faccio politica.
«Fabra, vuoi di nuovo parlarmi di politica?
Marchese, ascoltami: io gestisco una peschiera, pagando l’affitto ad un tale Carrasco, cavaliere di Spagna, che ne è proprietario ma la cui famiglia si è trasferita a Barcellona più di un secolo fa. Lui non ha mai messo piede in quest’isola, eppure riceve i miei soldi. Ci sono dieci pescatori che lavorano per me, e su dieci pesci che prendono, tre li danno a me, perché io ne dia due a questo catalano che probabilmente non ricorda nemmeno da dove gli giunge questa rendita. Dei sette pesci restanti, uno va al Re, e uno alla chiesa. I cinque che avanzano se li dividono in dieci. Mezzo pesce a testa. E devi contare che alle volte non si pesca per il brutto tempo, e altre ci sono dei furti, o una rete che si rompe e va aggiustata, o un uomo si ammala. Ma l’affitto che io devo a Carrasco, non cambia, e quello che i pescatori devono a me, al Re, e alla Chiesa, neppure. Ti sembra giusta, questa divisione del guadagno di un lavoro che viene compiuto da quegli uomini, e da essi soltanto»?[1]
Dimentica. Me ne vado anche per questo, perché l’isola[2] possa continuare ad essere libera di restare in catene schiava dei propri baroni e della loro ingordigia, e dei loro balzelli, e dei loro privilegi, e della loro avida stupidità e della Chiesa, delle credenze. E perché il Re possa tornare ad essere un essere inutile e sciocco, come si conviene ad un Re, ciò possa tornare ad essere solo Re. Ma libera non lo sarà per molto ancora, perché troppi hanno l’ambizione di essere servi. Guardo il mare davanti; lei è al mio fianco, ora più mia che mai, come non lo è mai stata, anche se so che non sarà mai mia. L’aria sa solo di salsedine, i miei occhi corrono lontani con un senso di riconquistata libertà, non sono fatto per gli spazi angusti, per le stanze chiuse, per le giornate che conosco già, e fin troppo, fin dal mattino; ho bisogno d’aria e di mondo; e il mondo mi aspetta:
«Ne sono addirittura certo, amico mio, ma me ne fotto. Per quanto si possa dare per scontato che ci sarà sempre un coglione vestito da teologo che cercherà di fermare il bisogno dell’uomo di sapere, allo stesso tempo sono fermamente convinto che questo bisogno romperà ogni argine, si farà beffa di ogni paramento sacro, scranno di Pietro e censura del Sant’Uffizio, e trascinerà qualche mente illuminata e coraggiosa verso una conquista, utile all’umanità. Non posso pensare che Dio ci voglia sofferenti, mai e in nessun caso, caro amico, e il resto sono solo idiozie di gente stolta indegnamente vestita con abiti sacri»[3].
Niente vale la mia libertà.


[1] Il cuore dei briganti di Flavio Soriga. Romanzo Bompiani – Narratori italiani; marzo 2010 pag. 259-260
[2] Hermosa, ndr
[3] Il cuore dei briganti pag. 163

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Ci scusiamo con gli amici, anzi non ci scusiamo proprio, ci mancherebbe, siamo in vacanza. E ci regaliamo questa canzone. Il nostro eremo ne ha rubato il titolo. Faremo di tutto per esserci. GODETEVELA e se passate c’è sempre qualcosa di fresco in frigo.

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