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Qui il 24 novembre 217 si è tenuto il Nazra Palestine short film festival
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era il

Mesahal Cultural Center – Gaza City

e sembrava un posto normale dove potersi sentire normali.

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Questo è ciò che ne resta dopo i bombardamenti israeliani:

Mi mancano altre parole, semplicemente mi sanguina il cuore.
da Auschwitz di Francesco Guccini

…Ancora tuona il cannone, ancora non è contenta
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento
e ancora ci porta il vento…

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cappuccettonero02Ormai non aspettava che l’estate, lei, Eleonora, e forse non era poi più così freddo come le sembrava. Le giornate si allungavano. Frasi fatte. Che diavolo poteva importare a lei? E poi perché si allungavano? Le parevano già così infinite; difficili da attraversare. Mica è facile avere vent’anni. Già! anche questa era un’altra di quelle frasi fatte. Sentite e ripetute mille volte. Ma nemmeno l’età te la puoi scegliere. È come tante altre cose: capitano quando vogliono o quando, in qualche modo, devono. Capitano e basta, semplicemente. Te le trovi tra i piedi. Le devi accettare. Anche quelle cose che preferiresti evitare. Proprio come, in un certo senso, le mestruazioni. E i genitori. E non sopportava quel sentirsi vecchia; vecchia e stanca.
L’aveva confidato a Marialuisa. Forse era stata una stupida. Non c’è il tempo di pensare quando le parole scappano di bocca, da sole. Avrebbe dovuto sapere com’era quella, ma era anche la sua migliore amica. A chi avrebbe potuto confidarsi se non a lei? Anche se dirlo a lei era dirlo a tutti. Ma le amiche sono amiche. Servono a quello. Dell’amicizia si potrebbe parlare a lungo. Non c’è un senso, né un verso. Sarebbe egualmente inutile. Il perché non l’avrebbe saputo dire: loro due erano così… così… diverse, cioè dissimili. Non sembravano nemmanco avere la stessa età. E quella sembrava sapere già tutto. Si atteggiava a donna.
Mentre lei… ecco lei… si sentiva vecchia e non sapeva un bel niente di niente. Non sapeva e non capiva. Non sapeva perché i ragazzi fossero così stupidi. Quelli della sua età. Ma anche gli altri. Persino gli adulti. E lo facessero apposta. Apposta per apparirlo ancora di più. E non capiva come davanti a tutta quella stupidità a volte si sentisse strana. Un’altra persona. La ragione di quello strano formicolio. Come impaziente. Come se volesse immergersi in quella assurdità.
Certo che le sapeva le storie, come va la vita. Era solo sua madre che non poteva e voleva vedere. Per sua madre non sarebbe mai cresciuta. Forse è così per ogni madre. Non viene mai il momento. Doveva chiederlo a suo fratello come una bambina fa a diventare grande subito. Però fino a ieri aveva giocato con le bambole. Non capiva eppure le bambole non le interessavano più. In pochi giorni il suo mondo era cambiato. Non tanto quello fuori quanto quello dentro. Provava curiosità nuove. Pulsioni nuove. Persino una certa vergogna del suo corpo. E quei ragazzi le guardavano il seno. Aveva fretta e sete di sapere. E anche solo sete, come se la sua gola fosse sempre riarsa.
Marialuisa rideva. Diceva che era normale. Per lei era tutto normale. Che era carina. Che non era strano che i ragazzi la guardassero. La faceva sentire una stupida. Che anzi era bello e giusto che la guardassero, e la guardassero in quel modo. Si mostrava sorpresa della sua sorpresa: Ma come… Vuoi dire che tu?… Mai? Da non credere… Mai cosa? E Marialuisa le aveva chiesto se non c’era proprio nessuno che le piacesse. Forse uno c’era. Non ne poteva essere certa. Secondo lei, sempre Marialuisa, avrebbe dovuto guardalo, sorridergli, fargli capire che aveva notato che la guardava. Aspettare e se lui aspettava non farlo aspettare. Farsi trovare pronta. Invitarlo lei. Poi da cosa sarebbe nata cosa. Non capiva cosa. Cosa voleva dire farsi trovare pronta. Non ci capiva un accidente, ma l’istinto le avrebbe detto di provare. Anche queste erano parole dell’amica del cuore.
Si chiamava Amsterdam, o almeno così lo chiamavano, strano nome, e le sembrava carino. Non più di tanti altri, ma nemmeno meno. Forse non le sembrava altrettanto stupido. Forse le sembrava… non capiva. Non capiva perché avesse richiamato la sua attenzione. Perché la sua immagine non riuscisse a togliersela da davanti. Si era decisa. Gli aveva sorriso. Lui aveva ricambiato il sorriso. Proprio come le aveva consigliato. Gli aveva fatto un cenno di saluto. Lui aveva ricambiato quel cenno. Era rimasto fermo con la sigaretta in bocca. Lei aveva aspettato tutto il tempo che aveva per aspettare. Poi si era stufata di aspettare. Si era alzata ed era andata da lui. Impacciata alla fine aveva trovato il coraggio di parlare al suo sorriso insolente: Possiamo andare via di qua? E dove? In un posto tranquillo. Perché? Vorrei che tu mi insegnassi. Che cosa? Tutto quello che fanno i ragazzi con le ragazze. Vuoi un tiro? No, grazie. Allora andiamo. Sì! va bene.
Le aveva preso la mano. Era un contatto morbido. Sentiva il suo calore attraverso quel contatto. Non gli aveva chiesto dove la stava conducendo. Non le importava. L’amica le aveva detto che era meglio se stavano da soli. Che almeno all’inizio… All’inizio di cosa? Le prime volte. Finché non si fosse fatta più ardita. Più audace. Ma lei non aveva timore, solo curiosità. E lo seguiva guardandosi intorno. E insieme fuggendo gli sguardi. Mentre lui sembrava raggiante, felice di essere visto. E la condusse al parco. E poi all’ombra dietro una siepe dove gli occhi non potessero vederli. Forse solo quelli dei guardoni, ma i guardoni non girano per il parco di giorno. E le appiccicò le labbra sulle sue labbra. E sembrava che volesse che lei allargasse le sue labbra. Se le sentì inumidire. Come se la leccasse. Come se ne volesse gustare il sapore. E intanto con la mano le aveva cercato il seno sussurrandole di fare la brava. Di stare buona.
Non sentiva niente. Il suo ansimare. La sua curiosità. Il suo sudore. Ma lei dentro non sentiva niente. Niente di quello che aveva cercato di immaginare. Era così goffo e tutto così… così… strano. Strano e inutile. Scomodo. Irreale. Si sentiva come un pezzo di legno. Le mani di lui erano solo curiose. E la sfioravano sopra una corazza. Forse stava sbagliando tutto. Appoggiò la testa sulla sua spalla decisa che lo avrebbe lasciato fare. E un po’ annoiata. Poi lui le prese ancora la mano. Cercava di guidarla verso qualcosa, qualche punto del proprio corpo. Ormai era anche infastidita. E si stava facendo tardi. Il sole stava per tramontare. Guardò il collo del ragazzo e fu naturale affondare i denti. E bevve. E sentì che la sua sete si andava spegnendo. E che quella mano curiosa perdeva di forza, si scioglieva come un gelato.
La notte ne raccoglie le leggende, ma è in tutte le pieghe del giorno che si muovono, i vampiri.

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Mica lo sapeva perché la mamma volesse che lui… insomma… La storia era fatta di grandi che si mangiavano l’un l’altro: mica era un bell’esempio; di grandi come i soldatini. Lui non lo sapeva se voleva diventare grande e se voleva imparare tutte quelle cose; non gli sembravano un gran che belle ne importanti. I numeri che andavano con i numeri e tutto che diventava una noiosa filastrocca. E non sapeva cosa provava per la bella professoressa perché era una emozione nuova ma la guardava in silenzio e nemmeno respirava ma non riusciva a sentirla, era come se parlasse parole di vento. Certo stava diventando grande perché si sentiva diverso e anche la scuola non era la stessa delle elementari che lì sei proprio bambino. Così Giovanni viveva il suo mondo e cercava di costruirlo intorno. Quando gli avevano dato il tema, che lo avevano chiamato elaborato (quella mania di chiamare le cose con un altro nome quando le cose restavano le stesse), di raccontare della sua famiglia lui aveva raccontato di una famiglia che sognava. Sua madre era paziente con lui e ancora giovane e suo padre mica beveva e stava ancora con loro. Si chiedeva se era più veloce lui o se cambiava più in fretta il mondo. Questo si gli pareva un pensiero da grandi e non gli sembrava poi così difficile essere grandi.

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Era bellaLa realtà non è quello ch’è stato ma in come la si ricorda.
A sinistra il Brenta. Quel fiume che nasce lontano; come tanti, dal niente; dove la terra lo suda e trasuda. E arriva arrogante. Di un acqua scura e limacciosa. E come una donna si ammira flessuoso. E di sé si riflette. E lei non aveva di che ammirarsi. Non credeva a quello che le dicevano. Temeva di vedersi riflessa nello specchietto. Aveva accavallato le gambe. Poi era tornata ad affiancarle. Se era stata di un uomo non era stata veramente che di sé stessa. E questo lo voleva dimenticare. Ma era proprio con sé che non sapeva stare; sempre.
Non tutti i ricordi sono buoni ricordi. Quello, come quel fiume, era nato in sordina. Si era insinuato tra le zolle. Ma lui, Michele, aveva guidato e sembrava vedere solo la strada. Non sapeva cos’era. Tra loro era sceso improvviso il silenzio. Un silenzio che si poteva toccare, pensare. “Mi sembrano adatte. Cosa ti sembra”?
Aveva insistito per accompagnarla lui. Cosa doveva pensare? Perché era lì? Strana ragazza quella ragazza che era in lei. Ormai donna. Con domande da ragazza. E domande da donna. E domande fuggite. Perdersi prima di trovarsi. Lei, che non sapeva che amare, era disarmata davanti all’amore. Confusa. A volte le cose sono più chiare quando non te le chiedi. E allora avrebbe voluto almeno le canzoni della radio. Ma le sue non erano le stesse. E non le sembrava opportuno accenderla, quella maledetta radio in silenzio. Ma quell’attesa la sfiniva. Perché nemmeno una parola? Come se il silenzio non fosse imbarazzo. Lui che le cose le sapeva. E non aveva bisogno del suo parere. Ugualmente lo chiedeva. Ma quel silenzio la rendeva più sola. Più incerta. Altro mondo, lui, altre sensazioni. E quell’anello al dito. “Cosa dici se andiamo alla villa a Strà”?
Cosa le poteva importare? C’era stato quel bacio. Un bacio da niente. Cos’è un bacio? Ma era lei, lo sapeva, a non potersi mai perdonare. Avrebbe voluto fuggire. Avrebbe dovuto averlo già fatto. Perché allora non l’aveva fatto? Temette che fosse già tardi. Solo un pensiero leggero, e veloce. Un pensiero che nemmeno era riuscita ad afferrare.
E quel bacio. Un bacio chiesto. Non si chiede un bacio. Lei stava bene solo con lei; anche da sola. Lo voleva credere. Se lo diceva. Lo credeva. E allora non capiva quel vuoto. In fondo lei stava scappando. Perché scappare, e scappare ancora? Non le poteva bastava un bacio. Non le importava. Non voleva di più. Ma neanche quel bacio. Lui non avrebbe avuto diritto. E lei doveva dirgli di no. Perché l’aveva accettato? Non aveva tutte le risposte. E’ proprio vero che un uomo, persino un ragazzo ti può anche uccidere.
E aveva paura dei propri pensieri. In fondo stava bene con lui. Forse nemmeno quello. Non sapeva cosa provava. Preferiva non chiederselo. Aveva stima, questo sì. Cos’è la stima. Lei era una donna. Una giovane donna. Lui pareva così sicuro di sé. Era un uomo. Ed erano così diversi. Solo gli anni? Non era più certa di niente. Non era certa nemmeno di essere mai stata certa di qualcosa. Cosa voleva? Voleva solo non volere. Voleva solo di essere libera. E di non aver paura. Di poter essere e fare. Eppure lui non era più quello che sembrava. Non sembrava più così sicuro della sua sicurezza. Forse perché erano fuori dall’ambiente di lavoro. Ma dov’erano?
Quello che dovevano fare l’avevano fatto. Era stata la scelta giusta. Poi le aveva proposto di visitare la villa. Non c’era mai stata. Non sapeva perché ma non c’era nessun motivo per rifiutare. Niente aveva un vero senso. Non voleva storie. E troppe storie avevano abitato quelle mura per non sentirsi inadatta.
L’uomo Michele e la donna Rossana, anzi la giovane donna, erano entrati nel parco; il parco più bello d’Italia. Ancora negli occhi la sala del trionfo di Bacco. E poi si erano avventurati nel labirinto progettato dall’architetto padovano Girolamo Frigimelica de’ Roberti. Lui aveva ancora una volta insistito. Perché? E le spiegava le cose come se quelle dovessero ancora di più affascinarla. Bastavano i suoi occhi. Una leggera brezza spettinava suoi lunghi capelli. Forse voleva solo farle vedere che sapeva. E quello era il labirinto dell’amore ma lei non lo sapeva. Per lei era solo un labirinto. Non ne aveva visti prima. Tra le siepi di bosso non passava il sole. In quel momento ascoltava solo i rumori della natura e le proprie riflessioni. E lo sfrigolare sottile dei loro passi.
Avrebbe dovuto dirgli di no. Certo che doveva dirgli di no. Non avrebbe dovuto accettare. Andarci. Semplicemente non avrebbe mai dovuto accettare, di andarci. E lui l’aveva chiesto senza pensarci. E lui aveva insistito. Ma non era come le altre volte. Non poteva esserlo. Dopo quello che era successo. Dopo quel bacio. Ché per lei un bacio non era stato mai solo un bacio. Anche se era stato solo un bacio muto. Anche quello. Lei non era così. Non sapeva essere come le altre. Anche lui sembrava saperlo. E perché l’aveva portata lì? Dopo. “Perché”? Non poteva tenerselo dentro. Non ne era mai stata capace. Maledetto quel vizio di non saper ingoiare le domande. Di essere così diretta nel dire. “Cos’è stato per te. Intendo, lo sai, quel bacio”?
Ma forse nemmeno lui lo sapeva. Forse per lui era poco meno di niente. Appunto, curiosità. Una prova per sé. Un altro brandello d’orgoglio. Lei non riusciva ad immaginare cos’è essere uomo. E avrebbe voluto fuggire. Ma era già fuggita e fuggita fin troppo. E aveva paura dei suoi pensieri. Di cosa pensava di lei quell’uomo; sposato. Sì! sposato. Marito e padre. E lei era ancora troppo ragazza. E aveva dei sogni. E sapeva che era impossibile. Per lei. E nemmeno ci credeva. Non poteva essere; semplicemente. Non poteva essere lei. Quella ragazza. Quel bacio. Semplicemente avrebbe voluto capire; sapere. Lei. Sé stessa. Perché un bacio non era mai stato semplice come un bacio. Lei credeva all’amore. Non poteva crederci. Non lo aveva rifiutato. Non aveva distratto le labbra dalle sue. Un semplice bacio. Un bacio non è mai semplice.
Eppure si diceva è meglio così. E’ meglio delle catene. Non era riuscita a scordare. Si diceva: è proprio questo che vorrei. Se deve essere deve essere senza impegni. Deve essere solo per quello che è. Aveva smesso di sognare. Di aspettare. Non era più una ragazza. Non era più quella ragazza. Non lo sarebbe stata mai più. Qualcosa era morto in lei. L’avevano ucciso. Non si dava pena. Non lo pensava. Cercava un sorriso. Le bastava quella cortesia. E poi non era nulla di diverso. Niente di più che il gesto goffo di un amico. Un pomeriggio tra amici. E non c’era niente di più in quel labirinto. Niente tranne l’ombra e quell’aria leggera. Ed era stata lei a ritrovare la strada. E lui non le aveva chiesto di più. Un pomeriggio come un altro.
Ma fino ad allora ciò che aveva amato era solo una finzione d’amore. Lei ci aveva creduto. Ma lui. Lei gli aveva creduto. Forse per poco. Nemmeno lei poteva essere così stupida. Lui sapeva amare solo sé stesso. Nemmeno quello. La cosa che voleva essere. Quello che avrebbe voluto credessero. Ma questo non bastava. Non le era bastato. Se aveva un rimorso se ne era ormai liberata. Perché era lì? Lei che aveva conosciuto un solo amore. Un piccolo amore. Una parvenza d’amore. Solo una misera cosa. Una cosa da cui era scappata. Lei scappava da tutti. Lei. Chi era lei? Quella che viveva dentro il suo corpo? No! non scappava. Non ne era capace. Era solo che… non sarebbe mai stato possibile. Finalmente aveva capito. E capire aveva rappresentato dover dire “basta”. Non poter più rimandare. Non voleva più quello che aveva violentemente voluto. Non con lui. Voleva indietro la sua libertà. E ora che se ne faceva? Di quella libertà? Ancora quella domanda: ma lei aveva mai amato?
Lui, quell’uomo, un uomo, pareva in imbarazzo. I suoi occhi frugavano verso l’uscita. Sembrava solo impaziente di andare. I suoi occhi, non avevano trovato altra risposta che il silenzio. Lui, l’adulto, ma lei non era più una ragazzina. Era una donna ormai. Era una donna ormai? Aveva il diritto di chiedere e di chiederselo mentre il tempo passava con ostinazione. Si accontentò di quel silenzio. Temette che non sarebbero tornati più.

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Non era facile trovare una come lei. Giovanna ne sapeva di cose da raccontare. Evitava le solite frivolezze. Aveva poi la pazienza anche di ascoltare. Modulava una voce che rapiva. Non che non avesse le proprie convinzioni, tutt’altro. Era donna di ideali e di idee precise. Chiara nell’esporle. Non che sacrificasse le parole. Nemmeno ne profittava. Sarebbe rimasto ad ammirarla. Era ora di andare. L’aiutò ad alzarsi dalla sedia. Si vedeva che era stata educata dalle suore. Per quella sera aveva messo un vestito a fiori che le stava talmente bene che lui avrebbe voluto toglierglielo. Se lo tolse da sé e lui restò senza fiato.

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Ma è brutta”.
Che ti frega”.
Ma, Diobono, è proprio brutta”.
Ma ci sta”.
Dici? sei sicuro”?
Certo; lo sanno tutti”.
Ma ha tredici anni”.
Che ti frega? E poi ne sa che potrebbe insegnarne a tua madre”.
Lascia stare mia madre”.
Insomma… io te l’ho detto. Uomo avvisato”.
Sei sicuro che ha chiesto di me”?
Sicuro come il peccato. Ti fidi”?
Ma come”?
Basta che le fai un regalino”.
In che senso; un regalino”?
Un regalino. Qualcosina. Che ne so? Parla con lei. Ti devo dire tutto. Magari gli ricarichi dieci, venti euro”.
Ma prima”?
Insomma, ci vai o no? Vuoi che ti accompagni io, per mano”?
Ce li hai venti euro”?

Più la guardo e meno ci capisco. Nessuno se l’è mai filata manco per niente. E adesso… all’improvviso… Quella morta di fame. E si atteggia che pare la Angelina. Si dà delle arie che sembra una mongolfiera, riempita di scoregge. Te la trovi da per tutto, e sempre con uno a braccio. E ti guarda che. Come dirti: crepa! Schiatta! Ma se è un cesso, la principessa. Quand’era… ieri? Che era col Raul? Forse l’altro giorno. Vediamo… che giorno è oggi? Non è nemmeno brutto il Raul; anzi. Ed è anche alto. Io con lui ce lo farei, un figlio. Naturalmente si fa per dire. Che ci fa con una così? E se la teneva da conto. Mica come se facesse del volontariato. Ma forse un po’ si vergognava. Portarsi a spasso miss Abano. Veramente se era per lui aveva finto di non vederci. Invece lei ci ha fatto segno subito. E giù a salutaci. Con quell’aria trionfante. Con quell’aria da cammello. E se l’è tenuto stretto. A proposito di arie, che c’ha un culo come la caserma dei carabinieri.
Quella morta di sonno. Il rossetto sulle labbra. Crede che io sia una cretina. Ho visto come guarda Gianmarco. E tutto quel suo fare da grande donna. Ma Gianmarco è mio. Cosa si crede? Lui non è come gli altri; povero caro. Me ne sono accorta che ne ha voglia. Ma lui è quello della mia vita. Lo potrei anche sposare uno così. Certo che sono stupidi certi pensieri stupidi. Penso a lei e guarda cosa vado a pensare. Siamo troppo giovani per queste cose. Chi vivrà vedrà. Quant’è? Due… tre settimane? E’ così carino. Lo fosse meno, certo; chissà? Ma di uno così carino non puoi che innamorarti. Innamorarti in modo serio, intendo. Certo che imbranato è imbranato. Secondo me sono la prima. Ho il sospetto anche da come bacia. E’ sempre così impacciato. Sembra un bambino. Un cucciolo. Devo farmelo dire da Denis. Ma forse anche no. Mi fa sentire materna. Io; che… Dio me ne scampi. Sembra una bestemmia. Eppure un poco è vero. Forse dovrei essere più tenera con lui. Forse dovrei… ma che ne so? Mi va quello che mi va. A volte mi fa pena. Altre, rabbia. Ma se quella crede… Ma io glieli strappo, gli occhi. E mi faccio due orecchini. Quegli occhi da coma. La Zagabria. Secondo me c’è sotto qualcosa. Non può. “Ma tu… dimmi di Luljeta”.
Ma come, non sai”?
Sono sempre la più scema e le cose le so sempre dopo. “Cosa? C’è qualcosa da sapere”?

Ma poi ci sei andato”…
Sì! Sì”!
Guarda che quella. Va a dire in giro che le hai fatto venti. Ma poi; poi niente. Capisci”?
E’ proprio stronza, la Zagabria”.
Guarda che è Albanese; cioè il padre. Mi vuoi spiegare”?
Certo che è brutta; grandio”.
Questo lo so da me. Che poi non è come tu dici. Non avevamo detto”…
Andava tutto bene. Si stava parlando; così. Tranquillamente”.
E allora”?
E’ che prima. Cioè… insomma… prima mi ha detto «Vieni, facciamo due passi»”.
E allora”?
E’ stato allora che me la sono filata”.
In che senso”?
Sì! insomma. Sono scappato. Dovrebbero rimandarli tutti a casa”.
Sei tu che dovresti andare da uno specialista. Le cose vanno così. Anche la Stefania lo fa. Quella della terza. E lei è di Cremona. E poi ha quasi sedici anni. E non ci va con i ragazzini. Dice che siamo bambini. Vuole trovare quello giusto, quella. Vuole sistemarsi. Io ci ho provato. Ma ci ho solo provato. Nisba. S’è messa a ridere che me la sarei… dai che hai capito. E poi vuole di più. Non ti sarebbe bastato un pezzo da venti, che te li ho anche dati. Se lo sapevo ci andavo da me”.
Lo so. Sei un amico”.
Lascia stare. Bell’amico. Dovresti farteli almeno ridare”.
Ma… ma, come faccio? Ma… della Stefania”?
Sicuro. Me l’aveva detto Il creolo. E ho provato io. Perché”?
Non so. Ieri mi ha detto «ma lo sai che sei proprio carino»”.
Sei sicuro? E tu”?
Io. Niente. Naturalmente. Credevo che scherzasse. Che mi prendesse in giro. Credo di essere diventato rosso. Cosa dovevo fare”?
Sei proprio uno stronzo”.

Luljeta”.
Sì! mamma. Ora non posso. Sono al telefono”.
Non la capisco questa ragazza. E’ sempre al telefono. Come farà? “Sempre al telefono”.
E’ Claudio. Un amico. Ha chiamato lui”.
Proprio non posso. Commendatore. Fra poco torna a casa. Mi scusi. Sa com’è lui. Deve proprio andare. Fosse per me, con lei, me ne vergogno, preferirei non chiederglielo, ma ho proprio una bolletta da pagare. Ieri. Il gas”.
Dici sempre così, ma poi. Cosa aspetti a dirlo a tuo marito. Io ti amo; veramente. Penserei io a Luljeta. Anche quella povera ragazza. Non mi sembra nemmeno per lei”.
Non vorrei che lei pensasse, che la sto mandando via. Ma è proprio che s’è fatto proprio tardi. E’ meglio anche per lei”.
Lo so. Lo sai come la penso. Perché non si va a Lisbona, assieme”.
Non faccia così. Come faccio? Lo sa che non posso. E’ sempre lì a guardarmi. E anche la bambina. Mica posso lasciarla ancora sola. Magari per un fine settimana. Magari ne parliamo. Giuro che ci penso. Intanto dobbiamo fare i bravi. Anche lei. Anche per quelli. Ci sono sempre tante spese da pagare. Lui pretende, solo. Se non avessi lei. E il suo lavora va come va. Cosa vuole; va come deve andare”.

Credi a me, Lirim, sono queste ragazzine che rovinano il mercato. Non ne hai una anche tu? Come si chiama”?
Lascia fuori mia figlia. Luljeta. Che centra lei? Gli affari sono affari”.
Proprio perché sono affari. Le preferiscono giovani. E poi dicevo per dire. Non dicevo a te. Non te la prendere. E’ che un padre, oggi, va al lavoro e non sa cosa trova quando torna”.
Perché non ci mandi la tua”?
Cosa centra? Noi siamo di Cremona”.
E’ che oggi nessuno le vuole più quelle di colore. Le nigeriane. Le senegalesi. Hanno paura. E poi… insomma, non le vogliono. Lo sai anche tu come stanno andando le cose; in Italia”.
Perché; non sono più brave? Ieri. E oggi. Questi razzisti di merda. Non si batte più chiodo”.
Vogliono quelle dell’est. E noi diamogli quelle dell’est. Non hai una moglie di quelle parti”?
Cosa ridi? Io sono albanese ma lei è di Quarto. E poi, te l’ho detto, lascia stare la mia famiglia”.
Era per dire. Però, quando in casa c’è bisogno, una moglie dovrebbe capire. Non ti incazzare. E poi sempre con uno dell’est s’è messa”.
Mi incazzo sì. Ma quale dell’est? Ho il permesso di soggiorno. Parlo l’italiano meglio di te”.
Però, anche tu, quelle di colore, le negher, le manderesti a casa anche tu. Dillo che lo so. Non fosse perché ti hanno fatto comodo. Che i soldi son dané”.
Cosa c’entra? E poi sono loro ad essere negri. E poi il lavoro è lavoro. E’ che oggi non conviene più. C’è solo… rischio d’azienda. Con quello che portano. Quasi quasi è meglio starsene a casa”.
Certo che un lavoro come il nostro. Fuori tutta la notte. Io prima scherzavo. Certo che, non lo so. Forse, se fossi sposato. Preferirei vederla qui, mia moglie. Che saperla in casa senza sapere che fa. Sola. Magari si annoia. E sai come sono le donne. Non sai mai cosa pensano quando hanno di che annoiarsi. La tratti troppo bene la tua”.
Te l’ho detto. E poi lei un lavoro ce l’ha. Fa la parrucchiera in casa. E prende anche bene. Guarda che va a finire male”.
Ma quale parrucchiera e parrucchiera. Sai che ti dico, stronzo d’un fascista? Mi hai rotto i coglioni. E poi vieni da me a piangere. Fatteli dare da lei. Che poi con la bocca è meglio di una professionista. Si faccia pagare, almeno”.

Sai che ti dico, commissario. Il Crema l’ha fatto fuori uno del giro. Una storia di puttane. Tra lenoni. Lo sa anche lei cosa facevano. Li hanno sentiti litigare. E credo di sapere anche chi”.
A te chi l’ha detto”?
Me l’ha detto la Rosina”.
A proposito, come sta la Rosina”?
Bene, grazie. Ora se la passa bene, povera donna. Lo fa solo in casa. Clienti fidati. Bell’ambiente”.
Beato te. Che coi tempi che corrono è così difficile tirare avanti”.
Si fa quel che si può, commissario. Quando si trova, una brava donna, anche lei”?
Ma tu, Linzalone, dove vai di bello per l’ultimo”?
Sono di turno; dottore. E poi, Rosina. Ha un invito, povera piccola. A Sharm El Sheikh. Non si finisce mai di lavorare. Nemmeno quel giorno”.
Peccato. Ma poi cosa c’avrà questa Sharm El Sheikh che tutti ci vanno? Ma Calogero non ha ancora finito con quel verbale”?
Il sole, commissario. Il sole. E poi c’è il mare. E poi ci sono gli alberghi; comodi. A quelli piace stare comodi”.
Sarà anche bello, ma io non mi fido di questi marocchini. E poi non mi andrebbe che la mia donna si metta tutta nuda, con le zinne fuori, quando non ci sono”.
Egiziani, commissario. Egiziani. E’ in Egitto: E poi, lì, son tutto dei nostri. Eccetto i camerieri”.
Sempre marocchini sono. Beh! anche i camerieri. Non so se mi garberebbe. Che me la guardassero. Che un cameriere la guardasse. Quando non ci sono, intendo. E poi, se non finisce lì? Se non si limita a guardare”?
Commissario, tra venti giorni siamo nel duemila e dieci”.
Sempre sola; sola e nuda è”.
Ma a Sharm El Sheikh. Fosse per me andrebbe bene anche Pordenone, ma con lei”.
Io a quella, alla sua Rosina, non la vorrei nemmeno in premio. L’hanno usata tutti. E ancora la usano. Brava é brava. Che poi, tranne quella volta. Mi sembrava di aver tradito un collega. E’ che quando a una le piace c’è poco da dire: le piace. Ma come fa a stare di qua e anche di là. Son tutti uguali quelli che arrivano. Questi africani. Però ha una bella macchina. E quando si esce insiste sempre per pagare lui. E poi da quando ho la mia Tamara. E’ brava anche lei. Non so perché se lo tiene, quel suo albanese. Cosa ci trova in quelli là. Che alla sua Luljeta ci penserei io. Gliel’ho detto: “Sì! trentatre tarantini se ne andavano da Taranto tutti trentatre trotterellando”.
L’appuntato Linzalone, che di nome faceva Decimo detto Tano cioè Totano –facile capire l’origine del suo nome e altrettanto quella del soprannome– ne aveva abbastanza di sentire quella battuta sulle sue origini. L’aveva ascoltata almeno un centinaio di volte e aveva sempre portato pazienza; unica variabile che a volte partivano a volte arrivavano. Che poi lui manco era di Taranto ma di San Giorgio Jonico e i suoi di Massafra. Avrebbe voluto dirglielo «Provincia. Solo provincia di Taranto. Che poi, dove sono nato nemmeno c’è, il mare. Nemmeno mi piace il mare». E il commissario nemmeno era, commissario: “Lei è proprio una sagoma, commissario”.

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Io ve lo consiglio, anzi: andate a leggerlo. Non potete perderlo.

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