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Posts Tagged ‘emozione’

Bicchiere dove viene versano del vino rossoIl fumo odorava di buono. Ho preso posto in un tavolo d’angolo. Alcuni avventori s’accorsero della mia presenza e subito presero a ignorarmi. Non doveva passare spesso un foresto. Si avvicinò l’oste. Allontanò le briciole con un gesta calmo della mano e imbandì il tavolo, se così si può dire, con un foglio di carta; di quella in cui da ragazzo avvolgevano gli alimenti. Non aveva bisogno di prendere nota; gridava le comande direttamente alla cucina. Ordinai salsicce con funghi e polenta. Poi carognescamente gli chiesi se aveva del Dolcetto della Tenuta di Colle frondoso. Lui mi osservò senza fare una piega e, con mia sorpresa, chiamò il cameriere dicendogli di controllare se ce n’era rimasta ancora una bottiglia: “Guarda nel solito scaffale”. E quello, un tipo alto e segaligno, col mento mal rasato e la carnagione cupa, si allontanò pigramente e, con altrettanta mia sorpresa, dopo un po’ tornò con la bottiglia e me la stappò davanti. Era proprio lui, il Dolcetto; forse leggero per quel desinare. Il padrone mi chiese cortese se era di mio gusto. Ero senza parole, sono il rappresentante della tenuta per tutto il Veneto, Friuli Venezia Giulia e l’Alto Adige e l’Osteria non era tra i miei clienti; strano e poi smisi di pensarci. Rubavo frammenti di dialogo qua e là, dai tavoli, e sbirciavo la mano di carte. Lentamente la testa si svuotare e mi godevo la pigrizia. Il fuoco sul cammino faceva compagnia, era come un abbraccio. A parte l’accostamento il vino scivolava giù che era un piacere e dopo un’altra bottiglia e dopo mi devo essere fatto certamente anche qualche paio di grappe; sarebbe un impresa al di là della portata umana ricordare quante. A guardare l’orologio s’era fatto piuttosto tardi. Mi alzai sulle gambe traballanti per raggiungere l’uscita. Un avventore mi fece un cenno con uno strano sorriso e l’oste si preoccupò se era stato tutto di mio gradimento. Gli altri presenti nemmeno alzarono gli occhi. Farfugliai un sì ed uscii all’aria fresca, aveva cominciato a scendere un leggero nevischio e il vento era stato come uno schiaffo in faccia. Raggiunsi la macchina incastrando la testa tra le spalle e affondando le mani nelle tasche; ricordo ancora tutto come ora. La chiavi mi caddero in quella poltiglia ghiacciata. Non ebbi il tempo di rendermi conto che la serratura era stata forzata né quello di percepire alcuna presenza alle mie spalle, fui colpito e caddi sotto una gragnola di colpi. Credevo che non ne sarei uscito vivo quando una voce gridò: “Basta così, è solo uno schifoso maiale” e mi ritrovai nel silenzio immenso di quella notte.  Mi doleva da per tutto, probabilmente c’era anche qualcosa di rotto. Raccolsi le chiavi e mi trascinai a fatica fino al posto di guida. Controllai che i documenti fossero ancora nel vano cruscotto. Nel portafoglio non erano stati risparmiati che pochi spiccioli. Delle bottiglie non c’era più traccia, naturalmente, e le avevo pagate anche care. Fu un calvario guidare fino all’albergo per poi sentirmi raccontare che non c’era nessuna stanza a mio nome. Tornare a casa in quelle condizioni era rischiare la vita una seconda volta. E non è vero che io non reggo il vino.

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Foto ravvivinata di un bacioEra ormai rassegnata che non accadesse. Per tutta la sera non era successo niente. Non che ne fosse rimasta delusa. Forse solo un po’. Si era convinta di non mettersi ansia. Un poco ci aveva sperato. Poi finalmente alla fine: le aveva preso la mano e l’aveva baciata. Poi la fatica di salutarsi davanti al portone. Non era il primo eppure era stato diverso. Non che… invece sì! Le era piaciuto di più. Certo anche gli altri erano stati belli. Ognuno a modo suo. Baciare è bello. Solo era diverso. Era come se… non cercasse sensazioni; ascoltasse quello che le diceva il bacio. Era con lui che era stato diverso. Aveva stretto forte gli occhi e vinto la tentazione di guardarlo. Di accertarsi che anche i suoi fossero chiusi. E poi si era trovata avvolta in un silenzio che la cullava. Non avrebbe mai creduto che fosse così. Che fosse quello. Non si chiedeva perché. Era e questo le bastava. Prima di lasciarlo restò lunghi attimi senza sapere. S’era fatto tardi. Perché non ci aveva pensato prima? Quanto sono stupide le cose. Pensò che gli innamorati hanno mille piccoli segreti che vorrebbero gridare al mondo. Aveva già voglia di parlargli. Di dirglielo. Aveva quella strana euforia dentro che non la faceva stare ferma. Eugenia non sapeva se per tutti era così ma per lei lo era. Era stato goffo. Quando aveva avvicinato le sue labbra. L’aveva quasi implorata. Aveva sbagliato il momento. Il tempo. A lei non era importato. Era stato meravigliosamente goffo. Pensò che gli innamorati scrivono bollette spropositate del telefono. Si ricordò di non avergli chiesto niente, nemmeno quello.

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tazzina di caffèA volte l’amore è strano, ma cos’è l’amore? Lei lo aveva visto e aveva capito subito che non era come le altre volte: gliel’aveva dettato il cuore. Come un tonfo silenzioso e il resto di lei era crollato a terra mentre continuava a guardarlo come se lui le avesse rubato gl’occhi. Non era ancora suo ma le parole che diceva entravano prive di senso nella sua mente e si trasformavano in brusio e le turbinavano dentro. Si ripeteva il suo nome e avrebbe voluto sapere tutto e in fretta. In attesa per rivederlo non riusciva a stare seduta né dentro l’abito. Si era fatta aspettare dopo essersi preparata con molto anticipo. Aveva continuato a guardarsi allo specchio senza mai essere soddisfatta di sé; avrebbe voluto essere ogni volta ancora più bella. Poi aveva misurato ogni gesto di lui, in ansia come una ragazzina; impaziente come una ragazzina; speranzosa e fiduciosa come una qualsiasi ragazzina. Per tutta la sera aveva nascosto la sua inquietudine in ogni gesto che faticava. Gli aveva detto con gli occhi tutta quella sua dolorosa attesa. Tutto la lusingava. E quando finalmente l’aveva baciata aveva capito che ne era valsa la pena. Si era abbandonata fra le sue braccia ed era anche più bello di come lo avesse mai potuto sognare. S’era scordata di tutto e aveva sognato solo quello tutta la notte con gli occhi aperti sgranati verso il soffitto al buio.

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Luigino aveva la bicicletta nuova. La guardava senza parole, gli occhi spalancati fino a fargli male. La provò davanti casa inanellando giri su se stesso tutti uguali di circa quattro metri di diametro. Al cinquantadue o cinquantatre perse il conto e ricominciò. Solo il giorno seguente si fidò a farla uscire. Non era riuscito a dormire molto e se ne andò in silenzio. C’erano strade in salita e strade in discesa e strade bianche. Prese quella che conosceva bene e che lo portava anche alla sua scuola. Era mattino e in giro non c’era anima viva e faceva un freddo becco. Non era orario di messa. Pedalata dopo pedalata raggiunse e superò la fermata del bus. La foga voleva condurlo da ogni parte. Era bello il vento tra i capelli e la forza che gli trasfigurava i lineamenti. Passò per quel viottolo perché Naide lo vedesse. Passò innumerevoli volte finché lei non si affacciò al suo grido. Il sorriso di quella ragazzina intiepidiva l’aria intorno e valeva ancora più di tutto quello che lui aveva; anche quasi più della sua bicicletta nuova.

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Merda! non c’è niente da fare; non intende proprio saperne di voler partire”. Sbatté la portiera e tirò un calcio di stizza sul copertone. “Le macchine italiane”.
Per un attimo si lasciò al panico privo di conforto, anche se questo non era da lui: “E adesso cosa facciamo? Quando le cose non vogliono andare non c’è verso. E anche trovare un taxi a quest’ora di questa sera neanche a parlarne.” –e di quella sera poi.
Lei era ammutolita; quelle poche volte in cui l’aveva visto così, anche se solo per un attimo, in difficoltà e come privo di risorse, non era riuscita che a restarsene in silenzio. “E’ sempre così!” –ma poi la fissò e non disse altro.
Lei aveva controllato tre volte che i bambini dormissero tranquilli e almeno mille se era proprio in ordine. Aveva chiuso, aperto, chiuso, aperto e richiuso il gas e la bambinaia ormai ne aveva ben oltre il sopportabile delle sue raccomandazioni.
Aveva acceso la televisione per poi spegnerla, controllato tutte le finestre, inserito e disinserito l’allarme e fuori della porta si era ricordata di non sapeva cosa, poi aveva dimenticato la borsetta e al terzo tentativo era uscita in pantofole.
Per poco non era ruzzolata per i gradini. Era sempre così quand’era in ritardo, anzi quando doveva andare da qualche parte perché, con lui o da sola, non gli era mai riuscito di arrivare per tempo ma forse era meno colpevole giacché arrivava sempre trafelata.
Lei aveva rincorso una macchina sul ciglio della strada nella speranza che si fermasse; inutilmente. Ed era anche una delle ultime poiché il traffico a quell’ora diradava e la gente si infilava già nelle case con tutta la loro allegria sottobraccio. Guardò a destra e a sinistra la strada desolatamente vuota.
Cercare di raggiungere la fermata del tram voleva dire attraversare mezza città; ecco la bellezza della villetta bifamiliare nel verde della tranquilla periferia. Lui pensò di chiamare qualcuno ma chi avrebbe potuto trovare? e poi non era disposto a una figura simile. Non c’era niente da fare: sarebbero arrivati con un mostruoso ritardo se anche riuscivano ad arrivare.
Solo allora lui si ricordò che in qualche angolo doveva ancora esserci, piuttosto che restare lì senza neanche provare, e allora lo tirò fuori, sporcandosi di quella polvere grassa che poi si fatica a togliere. Non sopportava di sentirsi così imbrattato di quello sporco appiccicoso; questa era la cosa che lo metteva più a disagio, forse l’unica.
A lei sembrò solo una grande tavola finché lui non la poggiò orizzontalmente per terra. Più che un carretto era una specie di zattera fatta in legno dolce, di cassette di frutta, di quand’era ragazzo, con quattro piccole rotelline da mobile, fragile e con un che di posticcio e raffazzonato.
Assieme lo portarono fuori dal garage e lo misero in acqua, per così dire, davanti al cancello. Gettarono sopra lo spumante, ma di quello buono, e il dolce e vi si accomodarono alla bell’e meglio. Lei era estremamente cauta per la paura che si infrangesse sotto i suoi piedi.
Su di un fazzoletto di carta lui tracciò la rotta meticolosamente con tratti sicuri usando il rossetto di lei. Forse non era il tragitto più breve e diretto, anzi tutt’altro! questo era certo; era comunque quello più scorrevole e privo di insidie. “Speriamo bene” –disse.
Ma ci voleva pur qualcosa per far muovere quella carretta e anche in questo fu rapido nella soluzione: la sfiorò solo, come in un gesto fuori luogo ma delicatamente. Lei non ebbe neanche il tempo di fraintendere.
Issò allora le sue mutandine come una vela. Queste erano un indumento tanto piccole da non trattenere neanche uno dei luccichii del suo abito da cioccolatino e tanto leggere da non poter avere colore eppure, appena lui incitò il vento e queste lo presero e si gonfiarono, l’imbarcazione si mise a correre come un puledro imbizzarrito e allegro; più del vento stesso.
Con le mani le tratteneva in tensione e ne orientava la direzione; aveva una sorriso di soddisfazione che gli allargava il viso. Si sentiva come colui che aveva salvato il mondo. Così presero ad allontanarsi per arrivare.
Quella specie di barca traballava nella corsa e le piccole ruote sobbalzavano sul terreno scosceso; sembrava fossero i sentieri angusti a mantenere la direzione, coi loro ristretti margini, anche se così non era: non si lasciava indirizzare che dalle mani sicure e conosciute dell’uomo.
I cappelli e la minigonna di lei sventolavano come vessilli, garrivano fruscianti, mentre tentava di ripararsi dall’aria dietro al marito, inutilmente. La brezza le rinfrescava il viso e le imporporava le guance. Lui, al timone, offriva il petto al vento.
In realtà non sentiva freddo ma anzi il vento la rendeva come febbricitante, da sotto riceveva una strana smania, le gambe senza calze e con quella gonna che sbatteva impazzita, una sensazione speciale le saliva dal basso ventre denudato.
Tutta la sua pelle, interamente, era come arrossata, attraversata da una diffusa scossa elettrica. Avrebbe avuto solo voglia di mollare tutto e quella avventura e tornare a casa a fare all’amore fino ad essere esausta per alla fine abbandonarsi alla propria pigrizia.
Incontrarono un treno; ne avrebbero incontrati altri in quel viaggio. Uno mise fuori la testa con l’intenzione di gettare una bottiglia di vetro di acqua minerale ma il suo sorriso beffardo gli si spense fra le labbra quando s’avvide di essere in aperta campagna e che non c’erano che loro, comunque troppo lontani.
Il piccolo occhio della sigaretta sfavillava controvento. Allora quello gridò con forza un “Buon’anno!” che gli fu ricacciato in gola; a stento lo deglutì perché ne rimase quasi soffocato. La caracollante barca passò oltre.
Ormai il treno era sparito alle loro spalle e si era portato via anche il suo sferragliare, aveva solo gridato un’ultima volta in lontananza e presto restarono solo le rotaie nude e poi neanche quelle. Per un tratto corsero parallelamente ad esse.
Le rotaie invitavano come sempre alla morte; lui lo sapeva bene: ci aveva pensato più di una volta e anche non molti giorni prima in occasione dell’arrivo del dott. Sibilla, quando era rimasto a fissarle anche dopo che era passato un espresso che sembravano ancora vibrare e scivolare e allora si era chiesto come possono sfuggire i giovani a quell’impulso di suicidio.
Lei non pensava; tanto a che sarebbe servito? Eppure il treno restava per lei la partenza, l’emozione, la promessa e la meraviglia; fin da quando bambina i genitori la portavano per le stazioni e vedeva arrivare e partire tutti quei volti sconosciuti e non se ne sarebbe mai andata di là se non su uno di quei vecchi treni sferraglianti e sbuffanti che per lei erano così pieni di fascino.
Anche i suoni della stazione le mettevano allora allegria; anche quella voce misteriosa che parlava quel linguaggio metallico per lei incomprensibile. E la gente che si salutava quasi strappandosi brandelli di cuore.
Dove il sole non conosceva le stesse regole il sole batteva ormai la mezzanotte e Lei disse come se ne fosse preoccupata: “Non arriveremo comunque mai in tempo”.
Lui si lagnò per i suoi dubbi dell’ultima ora e di tutti i tredici anni di ritardi passati assieme tra una scusa e l’altra, sempre più inverosimili, eppure lei sapeva che se c’era una cosa che lui odiava era arrivare tardi ma come sempre non si perse d’animo e con il suo solito sangue freddo inventò su due piedi una soluzione proprio mentre le rinfacciava compito: “Forse non sarebbe sufficiente neanche se il tempo corresse all’incontrario”.
Spostò le lancette e rimise l’orologio indietro di un’ora con un sorriso soddisfatto, anche se non si dovrebbe farlo a cavallo di quella mezzanotte, infatti quando telefonò che stavano arrivando nessuno rispose dall’altro capo; poi guardò verso l’orizzonte. Fu così che per ore sentirono battere la stessa ora.
Gli alberi si chinavano riverenti. Canali, fiumi e mari si aprivano al loro fianco e in fretta si richiudevano. Acque diverse, qua calme e là rabbiose, non sempre sottomesse al vento. Scivolarono con uno splash morbido su una vasta pozza fangosa e gli spruzzi furono schizzati all’intorno e risero. Ma quella sera avrebbero dovuto attraversare anche un largo fiume, largo quanto non ne avevano veduti mai, e alcuni torrenti e nei pressi delle rapide le onde angosciosamente affaccendate gli avrebbero soffiato dosso il loro sottile vapore d’acqua.
Le ombre dei monti incutevano rispetto e intimidivano, come sempre. Il ponte si ergeva su di un vero abisso che faceva paura guardare giù. Infatti lei non guardò. Sul cielo che cambiava una larga massa nuvolosa scivolava silenziosa verso nord-nord-est. Quanti cieli avrebbero visto in quella loro grande avventura, nel loro viaggio sulle orme di Fogg.
Si annunciavano via via raggruppamenti di case, villaggi e città attraverso i campanili che spuntavano lì infondo, nella direzione in cui stavano andando. Erano città quasi prive di suoni anche in quella notte.
Ma cosa può restare dopo un viaggio come quello? Solo piccole impressioni, paesaggi rapidi e frettolosi: immagini. La sensazione principale era data da un senso di vuoto.
Traversarono quattro piazze, sette semafori e una paninoteca quasi deserta tra gente distratta e nemmeno Alice fece loro caso. E’ strano come ormai il mondo stia diventando deserto. L’uomo preferisce sempre più restare nascosto nella sua tana e in qualsiasi ora della giornata ormai le folle sono passanti frettolosi. Nessuno era nemmeno incuriosito dalla velocità con cui gli sfrecciavano accanto.
E attraversarono posti dove i bambini stavano ancora giocando e altri nei quali si apprestavano ai giuochi. Due di loro, un maschietto e una femminuccia, non ancora ragazzi, parlavano d’amore ma non conoscendone le parole cinguettavano e pigolavano già infelici. Luca, così almeno lo richiamò la madre, scavalcando una margherita vi inciampò e cadde bocconi.
Un pescatore assorto nel tentativo di ripescare i propri sogni da una bottiglia di vino buio non si distrasse un solo attimo; gl’occhi ormai assonnati continuò a cantare una canzone fatta di nebbie col volto scuro volto alla luna.
Una pia vecchia si batteva il petto settemilatrecentoundici volte sperando di non dimenticare nulla mentre la morte, ormai impaziente, si appoggiava all’acquasantiera imprecando come un turco per la fretta.
Il turco non imprecava, soddisfatto di aver potuto sottrarsi a quel compito ingrato e gravoso, avendo trovato chi lo sostituiva in ciò. Aveva lunghi mustacchi neri, il turco, e un mantello di un blu tenue sotto la luna e non aveva mai fumato in vita sua.
Eppure, in quella lunga corsa, ne incontrarono di personaggi strani. E esseri di tutte le età. E’ singolare come a volte si scoprono cose non conosciute quanto si pensa ad altro e si è distratto dal proprio viaggiare.
Al mercato del pesce ormai chiuso i gabbiani impettiti zampettavano, fra i banchi vuoti e il forte odore che emanavano, completamente padroni del campo e becchettavano e si azzuffavano e spettegolavano tranquilli. Facevano un brusio da mercato.
Un solitario turista istruiva un tassinaro annoiato sul percorso per rintracciare la propria malinconia e cercava la via più breve per evitare di risultarne imbrogliato. Il trentasette si fermò e non ripartì più in una nauseabonda pozza d’olio.
Un mendicante gettò la sua povertà fra le immondizie del giorno assieme alla vecchia fisarmonica che continuava a suonare quello sgangherato motivetto sempre uguale e sempre approssimativo e al piattino di ottone; timbrò il cartellino e staccò, anche lui si preparava alla festa.
Un giovanotto lasciò il lampione e un biglietto per la sua bella che non avrebbe mai letto: se ne andava in silenzio fra le braccia di un’altro lasciandosi dietro l’innamorato deluso e le stoviglie del vecchio anno. E l’altro le toccava il culo come fosse cosa completamente sua.
Un uomo trascinava violentemente sua moglie per un braccio e lei si lasciava trascinare come rassicurata. Più in là volò anche un ceffone ma si nascose dietro i primi botti. Lei gli disse “Scusa.” –e– “Grazie”.
Per quanto corressero nel verso inverso le ore passavano inesorabilmente e passavano perché non sapevano comportarsi altrimenti e allora, per non saper fare nulla di diverso, passavano contandosi con la più macabra pazienza.
Solo così arrivarono puntuali, non un minuto dopo, ma con un anno di anticipo e non se ne poterono subito rendere conto. Suonarono alla porta ma nessuno venne ad aprire. Gli amici attendevano impazienti e non vedevano arrivare nessuno.
Nemmeno lui poteva certo immaginare cosa era successo e quello che questo implicava: gli altri non potevano sentire ne lo scampanellio ne il loro bussare e anche se avessero aperto l’uscio, per una qualsiasi remota ragione, non avrebbero potuto vederli perché l’anno precedente avevano trascorso quelle ore in una discoteca, così ne loro ne gli amici c’erano gli uni per gli altri.
Ovvero erano là nello stesso identico momento, camminavano gli stessi passi, avevano la stessa apprensione e la stessa ansia, parlavano quasi lo stesso linguaggio ma non si potevano vedere ne sentire; li separava solo una porta e un maledetto anno.
In questa astrusa commedia in due atti il secondo cominciò solo allora e non riservava loro meno sorprese del primo. Stapparono lo spumante, ma di quello buono, da soli e soli lo bevvero su quel pianerottolo per non perdere l’istante che fuggiva. Passavano altri inquilini e questi li guardavano con meraviglia e perplessità pur senza vederli.
Nella donna il sottile aroma salì per il naso e si fece rossa e tentò come di starnutire portando le mani davanti al volto e finendo con l’arrossire: ora era sicura che meglio sarebbe stato se fossero rimasti a casa, magari a fare all’amore fino a stancarsi.¹


1] Scritto il 20 marzo 2002

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Qualcuno suona nella sera, un piano liquido. Fumi e luci di vizio indecenti. Lei che finge un rossore per non mostrarsi turbata. Ma l’imbarazzo lei lo prova solo di parole. Sono solo sogni di una notte come deve essere. Una macchina li aspetta fuori e una figura d’argento alata. Sa già che se servirà dirà le bollicine o l’ultimo momento. Sa anche che lui non le chiederà niente perché è nei patti. Ma la città che è rimasta fuori non aspetta nessuno. Un marinaio del Darfur è una cosa ridicola. Lui pensava che lì ci fossero solo pietre. La bionda che l’ha portato ha una risata sguaiata. Il volto è volgare ma ha occhi belli. Se lo mangia con gli occhi ma anche con la bocca che è enorme. Gli ha già tatuato il suo nome, sul collo, col rossetto. Chi pagherà il prezzo della sera resta un mistero. Di quel desiderio si è corrotta gli occhi. Guarda l’orologio ed è già un’altra ora. Tutti hanno fretta ma non vogliono ammetterlo. Nel bel mezzo della sala una coppia balla ma non sa il tango. Una rosa di plastica non è nemmeno un gesto ruffiano. Tutto è così finto che si rischia di crederci. Vorrebbe dire una cosa che non sia stupida. Per una canzone lui avrebbe dato tutto ciò che gli resta. Si fa presto a perdersi in due note che ti cullano. Ma un’emozione vale molto più di una vita intera. Fu a quel punto che il pianista ricominciò daccapo e lì accompagnò con sè tenendoli per mano. C’è sempre qualcuno disposto a suonare quell’accordo.

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Il mare quel giorno era guasto. Nemmeno lui sarebbe salpato se non per una ricompensa come quella. Inoltre c’era il fatto che Santa non lo stava aspettando. Con uno sforzo si scostò dalla riva. Da allora non aveva bisogno di mettere coraggio nell’affondare il remo in quell’acqua che pareva di melma. Sapeva che un dio o qualcuno dei suoi angeli era curiosamente interessato alla sua vita molto più di quanto lui l’avesse a cuore. Per quei soldi era salpato ma non aveva ormai motivi per tornare. Lo straniero guardava avanti ed era silenzioso. Comunque gli sembrava una pazzia. Pensò che dovesse avere degli altri soldi quando lo spinse fuori dalla barca ma si sbagliava. Gli rimase quella valigia con dentro poveri panni di una misura anche troppo piccola. Allontanandosi dal posto e guardando verso il fondo si trovò a chiedersi che strana malattia e vizio avrebbe dovuto essere il rimorso. Non era una lingua che lui parlava. Santa l’aveva lasciata su quel letto in una posa da sgualdrina ma lei era una sgualdrina eppure era stata lei a condannarlo per sempre. Persino quel mare aveva mostrato di rifiutarlo. In realtà avrebbe fatto bene a non tornare ma non avrebbe saputo in che altro porto andare. Prima ancora di legare la corda vide i carabinieri che interrogavano le persone. Mica era duro come voleva far credere, solo che anche lui doveva sopravvivere.

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acrilico e tecnica mista su cartone telatoUn’amica posta un post con questo titolo: La cosa + bella del mondo. Il sottotitolo dice: per voi qual è l’emozione che più vi piace vivere?.Impegnativo, direi; comunque. La domanda delle domande. Spesso ripeto che se avessi un consiglio me lo darei. Qui è valido lo stesso teorema. Ci provo solo perché non vorrei essere accusato di non provarci. Nemmeno miro ai primi posti. Diciamo, come già detto, circa dal venti in poi. Le prime “cose” in graduatoria sono molto private e più che leggermente osé, cioè di quelle che è meglio non dire. Anche per non essere smentiti, lei mi legge. Sono un po’ timido e riservato e anche un po’ fifone: vorrei evitare di essere smentito. Mi è capitato di sentire il vocio di un esercito di maschi che loro le loro donne le facevano impazzire, e poi ricevere le confidenza dell’altra versione di quelle donne. Il mondo è anche bello e vario perché riusciamo così bene e naturalmente ad illuderci e raccontarci un’altra verità. Ma poi ci son già troppi fanfaronauti. Voglio solo dire che ci sono anche le anime candide. Quelle che classificano al primo posto la pace tra i popoli e altri sentimenti alti e nobili. Siamo seri. La domanda era secca. Certo che vorrei non fosse così, certo che ci si indigna per molto e anche meno. Purtroppo la verità e che ci emoziona di più cose molte meno nobili. Non dico una pisciata dovuta per molto rimandare ma la più piccola delle gratificazioni. Persino il sorriso ammiccante che non sarà mai nemmeno una piccola storia o una avventura. Sono cinico? No! realista. Alzi la mano chi può dire onestamente di aver sofferto di più per la morte di Allende o per il massacro dei tutsi che per una storia finita male o un’altra delusione personale. Giù quelle mani. Giochiamo sul serio. Siate onesti. Agli uomini che mentono gli cadranno le palle. Alle parte femminile verranno o torneranno le mestruazioni tutti i giorni a venire per i prossimi vent’anni. Intanto io ci provo a modo mio limitandomi a riportare, in gran parte, quello che avevo già detto da lei sotto forma di commenti. Ci troverete cose personali, un paio di voci ironiche, cose pubbliche, varie ed eventuali, ma è stilato a modo mio.

Foto a colori dal balcone della nostra stanzaUn buon piatto di funghi di bosco. Del granchio (sono disposto a prepararlo anche per gli altri). Dimenticavo il filetto al pepe; quasi crudo, per cortesia. Un ottimo bicchiere di Chianti o meglio di Brunello. Del Porto rosso fresco per sciogliere la lingua in buona compagnia di amici. La mia città in tante giornate di tante stagioni (per chi ancora non lo sapesse: Venezia). Gironzolare per Parigi, arrivare a Praga dopo averne letto per trent’anni (io amante di Kafka), girare le strade di qualsiasi bel posto in buona compagnia o la campagna Toscana (ricordo un posto: l’amorosa). I regali sotto l’albero quand’ero piccolo, veramente una emozione che non ho potuto provare, ma gli occhi dei bambini quando li trovano e li scartano. Dire tutto in un abbraccio. Quando se ne andrà il nostro amato presidente. Un tetto sulla testa. Piangere di felicità; sì, l’ho provato. La laurea di mia figlia. Ogni abbraccio di mio figlio che mi tratta come suo padre ma è figlio naturale solo per la mia compagna. Ho ritrovato anche degli amici dopo quasi 42 anni, che ne pensate di quegli abbracci e di quegli occhi lucidi e umidi? Uscire da un incubo dopo aver temuto per una persona cara e convinto di averla sentita per l’ultima volta. La nostra casa di Ponza, sempre colma di amici, e quella di Venezia. I loro tramonti. Il vento sulla pelle e gli spruzzi delle onde. Quell’addio che era un arrivederci. Quel suo no che avevo interpretato per un sì! La visita di una persona attesa con trepidazione (Martina, ti dice qualcosa?). La nascita di mia figlia, ripeto: La nascita di mia figlia; ero presente (questo è proprio speciale). Un disco, anche una sola canzone, che mi fa sognare e veramente emozionare. E ancora quella partenza per Roma. Sarebbe troppo scontato dire del cuore della mia donna e allora metto in elenco il grande cuore di Simonetta. Mille ragazzi tranquilli intorno a me che stanno bene perché sono riuscito a dargli un posto dove trovarsi e bere una birra in compagnia e con pochi soldi. Illudermi di riuscire a regalare alla mia città (allora abitavo a Spinea) il più grande polmone verde, progettare mille cose che improvvisamente sembrano realizzabili e a portata di mano. Provare sentimenti tanto grandi da farmi persino male; un’amicizia che supera il mio più grande egoismo. I miei primi vent’anni e anche i secondi. Sui terzi stendo un pietoso velo; ho dovuto pazientare tre giorni finché stava per passare anche il terzo. Un tamburo di latta. Avere un ‘idea. E un’emozione. E ancora un sogno. E la voglia di lottare. La mia cerbottana. L’invenzione del cinema. Quei giorni con la sensazione di poter ancora cambiare le cose. Emergency. Ieri, oggi e… probabilmente domani. La sua vecchia cortesia. Lei sfacciata. Un cappotto azzurro e i suoi capelli rossi. Una gita in montagna (vedi foto). Il lavoro di una bionda (vorrei dire il lavoro per tutti). Un biglietto per piazzale Loreto. Le bandiere alle finestre della mia città. Suggerito inconsapevolmente da un amico in Facebook: la prima tetta, ma anche la prima poppata, nel senso relativo cioè della prima che si ricorda. E per chi ha conosciuto Nenna tutte le sue grandi ed enormi tette. Un elenco infinito di tenerezze. Un nick in due. Fare a palle di neve e quei pupazzi fatti con mia figlia in montagna. Una domenica a caso nei miei ultimi due anni. La gioia di Gioia (è contagiosa). E un sabato letterario (sarà anche stupido ma non riesco a non commuovermi ad ascoltare buoni racconti sulla Resistenza).
Quella foto ritrovata da allora e mai creduta nemmeno scattata. Una poesia, quella poesia (che ne dite di Lorca?) e quella mia povera poesia. Regalare ad un amico un quadro perché a lui piace. Uscire dal mio triangolo delle Bermude. Amare e scoprirmi amato. Il ringraziamento della figlia di Jebeleanu. Certi luoghi di mare e giungere in certi rifugi alpini. Se parlo d’amore chi l’ha detto per parlo di fare all’amore? Vi sembra poi così frequente? Cucinare per lei e/o portarle il caffè a letto. Svegliarsi il mattino ed averla a fianco, e svegliarsi un’ora prima perché è sempre una ora favolosa. Stuzzicarla e provocarla e lasciarmi provocare ed alterarmi come credendoci veramente intavolando una discussione che sembra una lite ma so che non lo è. Guardarsi indietro senza rimpianti e senza rimorsi. Riscrivere a quattro mani la nostra storia e ogni storia che vogliamo. Innamorarci ancora e poi ancora e poi ancora e in fine riscoprire l’amore in ogni momento (non vorrei infierire). E non aver paura dell’amore e di amare. Nemmeno del nostro corpo. E, senza star lì a smenarla troppo, Flowers al Goldoni. Certi sorrisi. Come ho detto, anche questo, nelle pagine di Ifigenia: anch’io ho pianto e pianto a dirotto ma… il titolo è, cioè il sottotitolo è “l’emozione che più vi piace vivere?” meglio ricordarlo; e io Enrico amo ricordarlo in braccio a Benigni. I risultati delle ultime comunali. La fine dei novecento. Navigare i mari non ancora navigati. Scoprire dopo un tempo che sembrava immenso che avevamo e soffrivamo la stessa canzone. Godere della fortuna di un altro. La vittoria della libertà. Il Vietnam. Mille voci a cantare Contessa e Alberto a cantare le sue canzoni. Quelle lacrime in compagnia di partecipazione e di commozione per quello che siamo stati e per quello in cui abbiamo creduto. La mano di un amica che si allunga a prendere la tua perché ha capito il momento (se poi la mano e la mano di Lei tanto meglio). Quel sospiro di sollievo. La verità su sessant’anni di misteri e di stragi (già! la richiesta è l’impossibile ma tanto vale provarci). Il profumo dello shampoo tra i capelli e quello acido del mosto. Il mio primo congresso e la voglia di riscatto. Quella volta che hanno vinto i pellerossa. A un concerto di Guccini, di Gaber, dei Modena. Un diario ritrovato (no! non era il mio). Com’eri bella. Non sentirseli addosso, gli anni. Non aver bisogno nemmeno delle parole per parlare. La mamma di Antonio per Gastone e la moglie di Federico per Federico ma anche per Rinaldo. Poter entrare per prendere quella cosa che stava dietro quella vetrina da anni. Un orsetto di peluche che ho regalato. E una cioccolata calda. E la sua foto in tasca di quando aveva quei sedici anni. Visto la ricorrenza: Imagine (ma potrei fare un elenco lunghissimo). Una stanza a mayfair e una notte sotto le stelle in spiaggia intorno ad un falò ad aspettare l’alba. E farci il bagno nudi. Riempirsi la bocca di fragole e lamponi appena racconti (Mi fanno impazzire le more, quelle di gelso). Entrare al Pergamo. Camminare a piedi nudi sull’erba umida. Chiudere gli occhi e sognare. Non provare più nessuna invidia per quello che non hai avuto. Avere sempre una stanza libera per ospitare un amico. E avere sempre un amico da ospitare. La prima grande manifestazione a Roma. E Roma. E un grazie (anche più di uno). Il suono del suo nome. Quando da bambino al cinema arrivavano i nostri. Attualità: La notizia del rilascio di Sakineh (Sakineh Mohammadi-Ashtiani); purtroppo poi s’è rivelata falsa; spero di riprovare quell’emozione presto. Le tre dell’inter. Lei che si muove dentro la pancia. Un post cioè un quasi post; questo. Ma mica ho finito. E che mi dite di questo? Lasciarci stuzzicare dall’idromassaggio. Devo continuare? Preferisco a questo punto mettere un enorme ECCETERA.
Sono io un pazzo romantico se dico: ricordo per i primi posti “quel primo bacio”?


Lucio Dalla: 1973: Il giorno aveva 5 teste: Passato presente
[Audio “https://sites.google.com/site/semario2/PassatoPresente.mp3”%5D

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Anche questo mio è un caso, come dire, insolito. E non trovo una parola migliore per definire quello che mi è successo. Se non ricordo male tutto è cominciato non più e non meno di circa sei mesi or sono. Sei mesi; mesi lunghi o corti a seconda della prospettiva in cui si guardano, ma sei mesi importanti. Sei mesi che hanno cambiato la mia vita; e non solo la mia vita come si vedrà. Come sarà mia premura esporre da qui in avanti.
Ogni venerdì sono sempre andata dalla mia parrucchiera, la stessa ormai da anni, per dargli una regolatina, ai capelli, beninteso. E così avevo fatto anche quel fatidico venerdì. Solo una accorciatina. Una cosa da niente. Dunque, ero andata per tagliarmi i capelli. Ma… poi, si sa come son fatte le donne, mi era venuta voglia, anche vedendo un’altra cliente, di cambiare qualcosa in quell’immagine che mi rifletteva lo specchio. Proprio così, un capriccio, improvviso, uno di quei capricci a cui le donne non possono resistere altrimenti non sarebbero donne.
Così, per quel capriccio improvviso, li ho anche tinti. Più che schiariti, anzi; sarebbe meglio dire. Ma sempre tinti. Tinti di biondo. Tinti di un biondo, come dice mio marito, quasi bianco. Tinti in questo benedetto, così pieno di luce, colore che ho ancora. E la parrucchiera mi aveva fatto i complimenti. Si era, così, fatta i complimenti. Era veramente contenta del risultato su di me. E contenta di una gioia spontanea e non forzata.
Mi ero guardata allo specchio e mi piacevo. Aveva avuto ragione lei. Era stata una brillante idea, la mia. Certo l’abito non era il più adatto. Ma ripeto, era stato un capriccio improvviso. Quando ero uscita di casa non avevo pensato che sarei tornata così cambiata. Cioè che sarei rientrata poi così diversa. E l’abito, perciò, non era il più adatto ma doveva andare solo per il tempo di tornare a casa. E per giunta non avevo nemmeno dietro un fazzoletto da testa. Pertanto, più che convinta, avevo fatto buon viso davanti alla nuova situazione. Si deve ricordare che, a parte l’effetto abito, mi ero proprio piaciuta.
E’ stato quello un giorno molto importante per me. Forse per questo ricordo ancora tante cose così chiaramente. Potrei anche soffermarmi a dire quale tipo di giornata era, ma questo non è importante. Certo che era un venerdì! questo è naturale. Era un venerdì col sole. Era una giornata di sole. Una di quelle giornate di sole che mettono allegria; non so se mi spiego. No! questo forse non era privo di importanza e conseguenze. Questo forse qualcosa ha influito nella mia decisione di allora.
Stavo dicendo: sono tornata diritta a casa. Forse il tempo per il pane; ma niente di più. E così sono tornata, dicevo, diritta a casa; anche frettolosamente, se così si può dire. E a casa ho cambiato subito abbigliamento. Ho messo un vestito azzurro, d’un azzurro pieno. Un vestito morbido d’un colore vivo. Mi sembrava perfetto. Il risultato era eccellente. Mi guardavo continuamente allo specchio. Ero quasi ammirata da quella donna bionda. E poi bionda, almeno così, non ero mai stata. Anzi, forse il risultato non era proprio perfetto; se poi si può dire perfetto. Ma che ci potevo fare? Già da allora mi ero resa conto che avevo ben poche cose da mettermi con quel colore. Ma quell’abito azzurro, diciamo così che, poteva andare. Non stava proprio male, se proprio vogliamo, insomma.
Come dice Lui, mio marito intendo, è sempre difficile stabilire il limite, a volte sottile, fra la persona e l’immagine. Ma non pensavo allora a queste cose. Certo che spesso ha ragione, sempre mio marito, ci mancherebbe anche altro. E quando uno ha ragione io sono sempre disposta a dargliela. Sono fatta così; cosa ci posso fare? E poi, altrimenti, perché mai l’avrei sposato. Perché io, accidenti, amavo veramente quell’uomo. E, indubbiamente, lo amo ancora; non dobbiamo farci trarre in inganno dal resto. Nel cambiarmi d’abito mi ero compiaciuta a osservare la differenza tra il colore precedente e il biondo che potevo sfoggiare.
Se mi interrompo rischio di perdere il filo e di non ricordarmi più dov’ero arrivata. E allora: dov’ero arrivata? Ah si! Ecco; certo. In poche parole quando tornò a casa mi guardò in uno strano enigmatico modo. Mi chiese cosa avessi fatto ai capelli. La cosa poi era talmente evidente dal non poter essere ignorata. Quale marito non l’avrebbe chiesto? si sa anche come sono fatti i mariti. Ne conosci uno e li conosci tutti. Di complimenti sempre zero; anche quando te li aspetti. E poi anche certo che il volto era cambiato, come sosteneva lui; questo lo vedevo da me. Non ero sicuramente diventata cieca all’improvviso. Ora che ci penso non capisco ancora se ne era stato contento o se invece scontento. Non disse se gli piacevo di più o di meno. Disse solo che ero diversa.
Certo avrei voluto anch’io che mi spiegasse in che senso diversa; e forse tutto in seguito, e ora, tutto sarebbe stato più semplice. O forse no. Bastava solo qualcosa di più che un banale “diversa”. Si! ero cambiata, ma non era questo che volevo? Ma, allo stesso tempo, non ero cambiata. Andiamo, le persone non cambiano così semplicemente. Non basta certo una tintura dei capelli. Bastasse quello. E quello che ti cambiano gli anni; allora? E poi quello che lui definiva cambiamento era in fondo solo un mutamento marginale e poco significativo. Anche se sosteneva che il cambiamento se in fondo era poco avvertibile nei particolari lo era enormemente nell’insieme. Ma quel colore continuava a sembrarmi fine. Così fine… Non avevo avuta la prontezza di riflessi di chiedergli e in seguito non ne avrei mai più avuto occasione.
Il suo atteggiamento mi parve, e mi sembra ancora, una vera e propria esagerazione. Non che non vi fosse, ancora una volta, del vero. Cominciavo a notarlo anch’io. Forse grazie alle sue parole. Forse perché dopo quelle parole mi guardavo con più cura e più attenzione. Forse per qualcosa d’altro che non so e che non credo poi abbia questa grande rilevanza. Certo che un po’ di ragione ce l’aveva anche Lui; povero caro. Un’altra po’ ce l’avevo certamente anch’io: una donna deve piacersi e basta. Non ci sono mezze misure.
Gli occhi avevano la tendenza a farsi piccoli e a sparire. Il candore della pelle, della mia pelle così liscia e delicata, si era fatto pallore e trasparenza. Apparivo quasi smunta come poco in salute. La bocca si era fatta piccola. Anche se questo può sembrare un pregio a volte non è sempre vero, e si era fatta troppo piccola. E poi anche il viso si era allargato senza diventare più allegro. Sembravo d’improvviso sovrapeso. E a causa delle sue parole, inopportune e forse anche un po’ indelicate, avevo preso a piacermi meno. Sempre meglio di prima, certo, ma meno di come durante in quelle ore mi ero vista allo specchio. Era vero.
Ma fra questo e dire, come faceva Lui, che faticava ad abituarsi a quella donna. Che anzi non ci riusciva. E oggi non so dargli torto, ma è facile dirlo oggi. E poi allora poteva ancora fare un po’ più di quel niente. Era solo un’inutile esagerazione la sua. Era troppo facile così. Anche se io ero, e ormai lo vedevo, come una cosa incompleta. Non finita e lasciata a metà. Io ero certo migliore di quella prima. E anche, per molti versi, più interessante. Direi più intrigante.Ecco… si! quella è proprio la parola giusta.
E la nostra vita proseguiva uguale a sempre e monotona ma gli ero un po’ più estranea. Solo un poco: valli a capire gli uomini. Ma come si può parlare così della propria moglie? E poi dirlo proprio a lei; quando poi si è anche in parte responsabili della cosa? Se almeno fosse stato zitto. Poi mi sembra, ma non ne sono sicura, dovette assentarsi, nei giorni successivi, più a lungo del previsto e più del solito. Sempre il suo maledetto lavoro. Mi sentii abbandonata. Ma, lì per lì, niente di rilevante mi sembrava fosse avvenuto. E forse infatti nulla di importante era avvenuto o almeno, come sono portata a pensare oggi, non ancora avvenuto. Affrontai la situazione prendendo il toro per le corsa, mi si scusi il paragone, e mi feci coraggio da sola. Nel momento del vero bisogno gli uomini mancano sempre.
Si sa come siamo fatte noi donne. Un poco frivole, e un poco instabili. E’ questo il bello. Ma quando serve caparbie. E cercai di risolvere quel mio piccolo caso; perché così proprio non mi piacevo. Non ci riuscivo. E allora mi ci misi proprio d’impegno, di buzzo buono; mi ci intestardii sopra. Ma, qualunque cosa facessi, non riuscivo a venirne a capo. Cosa c’era che non andava? Io sapevo abbastanza bene, credo, cosa andava. Se non mi piacevo l’abito non ne aveva troppa colpa. Con altri era anche peggio. La pettinatura? anche quella andava. Cosa c’era che non andava? O meglio, anche questo lo sapevo bene, era in me qualcosa che non andava; ma allora come risolverlo? Forse da sola non ci sarei mai riuscita. Questo è certo.
E’ strano come a volte la soluzione è così vicina che non si riesce assolutamente a vederla. Ce l’hai lì, a portata di mano, lì proprio sotto il naso eppure… Ma dopo, e solo dopo, allora ti chiedi come hai fatto a non accorgertene, ma dopo è facile, come avevo fatto a non capirlo subito, a non accorgermi? Era il trucco che non andava più bene con quel mio nuovo colore di capelli. Con il mio nuovo look; adesso si usa dire così. Avevo dovuto aspettare di sentirmelo dire dall’estetista prima di capire quello che avevo davanti agl’occhi in ogni istante. Certo che era il trucco. Come potevo pensare di fare lo stesso medesimo trucco se ora i miei capelli erano così biondi. E poi di quel biondo.
Nei giorni successivi non avemmo modo, come si dice, di vederci molto, anzi niente; succede col suo lavoro, oggi è qua, domani è là. Anzi, per dirla tutta, succedeva che oggi era qua e domani era là. Ed era più spesso là. Mi ero anche un poco sentita abbandonata davanti ai miei problemi. Sola con le mie angosce. Con i miei dubbi. Come forse ho già detto. Forse per fortuna perché mi ero fatta irascibile. Penso sia comprensibile quando si è davanti ad una questione di cui non si riesce a venirne fuori. Che non si riesce a sbrogliare. Di cui non si sa venire a capo. Ma bisogna anche capire la mia situazione di allora. Si rischia di diventare matta quando si è così sola, come ero rimasta io, e non si ha neanche nessuno con cui sfogarsi.
Si trattava, infine, solo di adattare il trucco del viso. Niente di più facile. Per il resto c’era tempo. Ma in quel momento la questione importante era adattare quel trucco inadatto; impersonale e scialbo. Può far miracoli più di quello che si può credere un trucco appropriato. A volte basta niente. Come cominciai a cambiare il colore della matita, scegliendone uno più scuro, e a ingrossare il tratto già si notava, con molta evidenza, la differenza. Gl’occhi son sempre una parte importante di una donna.
Non per darmi importanza, o per non essere modesta, ma gl’occhi, quei miei occhi chiari che erano sempre stati un po’ slavati, un po’ anonimi, presero subito lucentezza, presero profondità. I miei occhi chiari, anzi non abbastanza chiari ne abbastanza scuri, impararono a sorridere naturalmente. Per lui acquistarono anche malizia, come mi disse in seguito; ma questo non mi sembra proprio che si possa dire e non è argomento del contendere.
Non che tutto possa riuscire facile al primo colpo. Ci volle un po’ di tempo. Ebbi bisogno di un po’ di prove per trovare il risultato giusto. Per giungere al risultato finale che ancora oggi si può ammirare. Fui costretta a procedere a tentativi, ma nessuno nasce maestro; certo. Un rossetto d’un rosso un poco più carico. Un poco più rosso. Anzi un rossetto d’un rosso carico fino ad allargare la bocca e a farla sembrare più carnosa. Le sopracciglia sottolineate; irrobustite. Un velo, ma solo un velo, di fondotinta. Una spenellata ad affusolare il viso. Tanto per dare un po’ di colore. Tanto per togliere quel bianco cadaverico. Il mascara nero o blu.
Per il vestire fu diverso. Non è così semplice come andare in una profumeria e acquistare l’occorrente per poi fare le prove a casa che tanto se sbagli non è per gran che. Basta che ti strucchi e ricominci. Era anche difficile, all’inizio, spiegare che volevo cose che mettessero in risalto la mia figura senza con questo essere troppo sfacciate. E i commessi poi, pochi sanno fare il proprio mestiere. E’ una categoria dove ci sono troppi improvvisati. E non sanno nemmeno quello che hanno in negozio. E cose morbide e corte quel tanto da scoprire leggermente le mie gambe; volevo.
Il nero poteva andare per la biancheria. Certo! Con molti pizzi; meglio. Cose eleganti veramente, naturalmente; di classe. Trovai anche dei graziosi completi blu elettrico lucidi e altri color carne che sembravano non esserci ma cosi delicati e con merletti come sussurri. Sono quelle cose che ti viene la voglia di accarezzarti da sola. Cose che sotto gli abiti spesso scompaiono e sono preziose anche per questo. Alcuni slip erano piccoli come non pensavo si potessero fare, altri erano a coulotte con gamba larga. I reggiseno, grandi e piccoli, dovevano confermare la morbidezza perfetta delle mammelle. Avrei anche potuto farne ancora senza. E a volte lo facevo e lo faccio, come oggi, ma se lo metto deve almeno esaltare le forme.
Le calze solo un velo o a rete. Riga dietro naturalmente. Scurette e naturalmente sempre più spesso le giarrettiere. Non si poteva proprio farne senza; oramai. Io, d’altronde, ho gambe che posso anche mostrare. Di cui non mi devo certo vergognare. Le gambe sono sempre state una delle mie parti migliori. Anche se neanche il resto… Le mie sono gambe che cantano. Quante donne me le guardano e me le invidiano? E anche il resto naturalmente. E poi non sta certo a me dirlo. Mi sembra di non aver proprio bisogno di doverlo dire da me.
Ma per gli indumenti sopra, esterni per così dire, dovevo per forza essere più esigente. Meglio evitare risultati che possono poi sembrare melodrammatici o anche funerei. Per scarpe e vestiti non fu così semplice. Volevo appunto cose piene di garbo pur non restando anonime. Eleganti. Evidenti ma non appunto sfacciate. Appunto: senza apparire sfacciata volevo essere guardata. E quale donna non lo vorrebbe? eppure non mi sembrava di chiedere molto. E non è certo facile trovare cose di quel genere. Una se ne accorge solo nel momento in cui le cerca.
No! non c’erano altri problemi. Anzi, era anche molto che non compravo qualcosa di veramente bello per me. E ne avevo proprio bisogno. Le donne si intristiscono quando non hanno niente di nuovo che gli piaccia da mettersi addosso. E poi hanno bisogno ogni tanto di andare a fare spese. Magari solo per comprare anche qualcosa che non gli serve a niente e poi lasciarla là. Ma di comprare eppure qualcosa. Questo semplice gesto ridà sempre loro serenità; riporta in loro il sorriso. La vita è già abbastanza grigia per conto suo. Credo sia stato inventato per loro, e per questo, l’andare a negozi. Le mie scelte si indirizzarono prevalentemente verso il rosso acceso, il nero e il blu e tendevano a evitare i colori non precisi. Comunque erano tutte cose corte sopra il ginocchio e attillate; con scarpe a tacco alto.
E poi ci mancherebbe altro che, con la nostra posizione, con la nostra situazione, mi avesse rinfacciato anche quello. Ma se non avevamo mai avuto nemmeno il
più piccolo problema finanziario. No! questo, devo dirlo, non è mai successo. E non deve succedere; ci mancherebbe altro. E poi non dovrebbe essere orgoglio anche del marito avere una moglie bella ed elegante? Io l’ho sempre pensata così e niente potrà mai cambiarmi da questa idea. Così persi del tempo per i negozi ma non era tempo veramente perso. Ma se persi del tempo sapevo fin dall’inizio che non sarebbe stato per niente, che il risultato mi avrebbe completamente ricompensata. E già andando mi sentivo appagata; con il solo andare. E’ sempre così. E avevo ragione, alla fine mi sentivo veramente soddisfatta di me. Mi sentivo completamente realizzata. E’ una sensazione che si può solo provare. Per il resto niente di importante era veramente cambiato nella mia vita.
Come dicevo non ci siamo visti molto in quei giorni. Anzi, per nulla. Mi sembra proprio, se mi ricordo bene, che Lui sia stato in giro per lavoro tutti quei giorni; senza mai rientrare neanche la sera. Sempre e solo in giro ininterrottamente. Poi quando tornò, mio marito, sempre Lui, mi disse solo qualcosa del tipo “Guarda lì la dolce mogliettina, e chi l’avrebbe mai detto?” e niente più. E forse questo a Lui doveva essere sembrato un complimento. Per un momento fui delusa ma passò in fretta.
Forse quel mogliettina, soffiato così, suonava un po’ osceno. Ricordo ancora il sorriso con cui disse quelle parole. Un sorriso che ancor adesso non so qualificare. Se mio marito si trovava, dopo tanti anni, sposato con una donna diversa… In questi giorni sono dieci anni che stiamo assieme. Dieci anni senza il minimo screzio. Solo quelle piccole cose prive di importanza. Dieci anni ad andare d’accordo. Stupida non lo sono mai stata. Dal punto di vista estetico penso non abbia mai avuto nulla di cui rimproverarsi ne di cui rimproverare la sua scelta. Dieci anni anche senza stanchezze; almeno apparenti. Se mio marito si trovava, dopo tanto tempo, sposato con una donna diversa sembrò, dicevo, adattarsi subito. D’altro canto credo che dovrebbero augurarselo tutti.
Anche lui cambiò e in maniera non minore della mia. Perché è facile giudicare, è facile condannare quando si tratta degl’altri. Più avanti gli chiesi cosa era successo. Tornai spesso, insistentemente, sulle sue parole di quei giorni. Certo che non fu facile ma io glielo chiesi lo stesso. Lui mi rispose allora che non sapeva. Che gli sembrava che qualcosa fosse cambiato di me. Era come se qualcosa si fosse così volgarizzato nei miei tratti. Anzi, non proprio volgarizzato; anche per Lui era difficile da spiegare. Si era, come definire quella trasformazione? era diventato più licenzioso. Proprio così disse; più o meno. Certo che ora il cambiamento piaceva anche a lui; lo convinceva appieno.
Prima parlò di malizia, poi di licenziosità. Forse ad un certo punto usò anche il termine lasciva o qualcosa di simile ma non ne potrei essere certa. Licenzioso, disse, del mio aspetto; e intendeva parlare certamente di qualcosa che aveva a che fare col sesso. Lo capii subito. Per certe piccole cose, noi donne, abbiamo un sesto senso. Anche se Lui, quando vuole, è uno che sa parlare. Che con le parole porta a spasso. Non uno scemo qualsiasi, voglio dire. E’ per questo, forse, che Lui con le parole, per fortuna, e per fortuna bene, ci mangia. Mica sempre io lo riesco del tutto a capire; questo lo devo ammettere. Forse doveva fare l’intellettuale. Ed è per questo, forse, che è un tipo così strano. Affascinante e strano. Strano che a volte sembra confuso. Non bello, no! affascinante.
Per farla breve, certo è che dopo cena volle andare subito a letto. Può sembrare una cosa normale, naturale; con una donna come me. Ma normale non era. Almeno non era così tra noi. Bisogna aggiungere, per la precisione, che era mercoledì e non succede spesso, anzi mai, che mio marito rinunci alla partita. Solo così si può capire l’importanza della cosa. Infatti quella era la prima volta che lo faceva. Tanto che io credetti di essermi sbagliata e che non fosse mercoledì. Guardai anche il calendario. Invece era proprio mercoledì. Non che io mi intenda qualcosa di calcio. Non me ne sono mai interessata e non mi importa nulla. E lui rinunciò al suo mercoledì per quel mercoledì che Lui, che ha la mania dei films, direbbe “un mercoledì da leoni”. Anzi, non accese per niente la televisione.
E fu proprio un mercoledì da leoni; devo ammetterlo. E poi è giusto dare a Cesare… insomma quella cosa lì. E io non voglio certo sminuirlo davanti agl’occhi di nessuno. Dirò di più: niente era mai stato così come quella sera, cioè, non era mai stato, per me, mai come fu quella sera. Non avevo mai creduto che l’amore, nel senso di fare all’amore, potesse essere così bello e così intenso. Era stato proprio il massimo.
Aveva trovato forze che mai avevo creduto possedesse. E mi è piaciuto tanto. Ma tanto quanto? tanto tanto. Mi è piaciuto veramente tanto. Tanto che mi sono trovata a chiedermi: e allora cosa avevamo fatto prima? Prima fino a quella sera? In tanti anni? Ma c’era anche il sentimento. Quello s’intende. Prima; cosa? forse l’entusiasmo. Qualcosa doveva pure essere mancato. Naturalmente, qualcosa doveva essere mancato. Ma quanto entusiasmo; è difficile descrivere. E credo mi sia persino, spero mi sia scusata la volgarità, scappato di gridare.
Mio dio! non avevo più energie. Neanche mezza. Ero restata lì senza fiato. Senza fiato ne respiro. Ero solo restata lì tutta sudata e guardavo l’uomo. Quell’uomo che non era mai stato tanto uomo come allora. Ero tutta molle. Le ossa erano molli. Come fossi una bambola di pezza. Come uno straccio senza alcunché che lo possa sostenere così che pencola e si affloscia. Insomma ero così. E lui si è alzato per andare a fumare in salotto. Ed è andato a fumare in salotto. Mi ero tutta bagnata di sudore; a dire il vero, anche se provo ancora vergogna nel riferirlo, vergogna come una scolaretta, sudore ed eccitazione.
Ma prima di uscire dalla stanza, intendo dalla nostra camera, si fermò presso il comodino per raccogliere le sigarette e l’accendino. Da sotto la lampada raccolse sigarette e accendino e pose i soldi. Li appoggiò e uscì. E io li guardai e in un primo tempo non capii. Quando rientrò mi disse che ero stata brava e che erano per me, proprio e solo per me e me li porse. Allungai il braccio e li presi distrattamente. Li guardai distrattamente e stavo per riporli.
Ma poi guardai quanti erano. Non erano molti. Per prendere qualcosa non erano in verità molto. Mi sembrarono invece, in quel momento, parecchi. Per niente erano sicuramente parecchi; questo mi sembrava allora. Ma stranamente la cosa non mi parve strana. Era solo che ancora non riuscivo a capire. E neanche dopo che me lo spiegò non riuscivo a capire. Allora ero stata brava. Molto brava? Lui diceva di si. Era stato molto contento di me. Eppure mi sembrava assurdo essere pagata e pagata poi per una cosa che mi era piaciuta così tanto.
So che questo può sembrare puerile. Forse anche sciocco, soprattutto detto oggi. Ma quelli furono, ne più ne meno, i miei primi pensieri. Ma torniamo ai soldi; i miei primi soldi, perché questo è importante. Li infilai sotto il cuscino e dormii tranquilla. Ci dormii sopra. Ma cos’erano infine quei soldi? Forse un segno. Forse un pegno; e io non lo avevo capito. Forse Lui credeva che questo gli avrebbe dato un qualche diritto. In base a quale strano disegno o ragionamento non lo sò proprio e non potrei perciò dirlo. Un segno che, quello si, cambiò la vita di entrambi. E quanto l’avrebbe cambiata solo ora posso dirlo.
Oggi, se ci penso, anzi… no! sarei bugiarda se dicessi così, e in questa storia certamente nessuno più di me ha interesse che tutto sia chiaro: E io voglio che tutto in questa benedetta storia sia chiaro; sia preciso. Da quella volta mio marito non fu mai più trattenuto fuori. Ne il lavoro ne altro lo trattennero più fuori nemmeno una sera. Certo guadagnava meno ma ogni sera era con me e ogni sera era come quella sera. Come quel mercoledì sera. Non che me ne dispiacessi; anzi. Lui guadagnava meno ma quel che guadagnava per noi era sufficiente e inoltre io, per così dire, guadagnavo di più. Avevo soldi solo miei, solo per me. Cominciai a racimolare un bel gruzzoletto che quasi avrei dovuto cominciare ad occuparmi di come impegnarli.
E ogni sera lui ripeteva quella sera, e ancora meglio, se fosse stato possibile. Aveva scoperto una fantasia di cui fino allora sembrava privo. Superava perfino il ricordo. E ogni sera lasciava i soldi sul comodino; naturalmente. E ogni sera, senza ormai chiedergli più niente, senza più aspettare, li infilavo sotto il cuscino. Oppure, se Lui era lì, che mi guardava con lo sguardo negl’occhi un poco spento e un’espressione soddisfatta, e questo succedeva, e se avevo qualcosa addosso, li infilavo sotto il reggiseno o sotto la sottoveste, fra i seni, a contatto con la pelle con un senso di profonda soddisfazione. Quei soldi erano proprio miei e solo miei.
Ma, devo aggiungere, in verità, anche che, prese a pretendere da me prestazioni che non si era mai permesso di chiedere. Non vorrei qui entrare in particolari; sono pur sempre cose delicate. Sono cose tra marito e moglie. Insomma! quelle cose che si fanno fra due che si amano. Che si dovrebbero sempre fare tra il marito e la moglie. Che spesso si fanno ma di cui non si parla che fra donne. O fra uomini; credo. Che sembra sempre facciano solo gli altri. E che troppe volte si fanno solo al buio. Insomma le cose dell’amore. Sono certa di essere capita.
E Lui sembrava avesse proprio perso la testa. Anzi, poverino, come si può dire? a volte pretendeva più di quello che poteva. E io, è naturale mi sembra, in fondo non è forse mio marito? e io credo che ogni donna si dovrebbe comportare così, e non c’è niente da vergognarsi in questo, e allora io cercavo in tutti i modi di accontentarlo. Ero sempre pronta. Sempre pronta per lui e per soddisfare ogni suo desiderio. Tutti.
Queste sono cose di cui una signora non parla con piacere. C’è sempre un po’ di pudore. C’è sempre un poca di vergogna. C’è sempre della riservatezza. E poi non si parla e basta. Certo che è ridicolo ma è così. Non che mi dispiacesse; certo. Non che fosse per me un vero sacrificio. Anzi era tutt’altro che un sacrificio. Devo ripetere ancora che anzi mi piaceva. Che continuavo a chiedermi cosa avevamo fatto prima di quella sera? e come avevo potuto accontentarmi di meno con Lui? Ma, già! le cose non si possono credere se non dopo che si sono conosciute. E io come potevo sapere? O forse solo non ci avevamo pensato. Cioè fino ad allora non avevo nemmeno pensato che si potessero fare. Temo ci siamo molte coppie che hanno un menage, come si dice, una…, possibile che non mi venga un termine italiano, Una routine stanca. Magari solo non lo vogliono ammettere. Ah si! ecco… un’abitudine.
Non che prima ci fosse qualcosa che non andava. Anche a voler guardare bene. Eravamo solo un po’ mosci. Solo non ci avevo mai pensato. Semplicemente non ci avevo mai pensato. E poi Lui non me lo aveva mai chiesto. Non so perché, so solo che Lui non me lo aveva mai chiesto. E forse ho sempre pensato che non dovevo essere io. Eppure è tutto così naturale. Non c’è niente di male quando si fa all’amore. Nulla dovrebbe essere vietato quando si fa all’amore. Non ci si dovrebbe vietare nulla. Perché, come dicevo, non c’è nulla di sporco. Ma, ci mancherebbe altro, in questi casi dovrebbe essere Lui, il marito, l’uomo insomma. Ma mancherebbe altro! ma dove andremmo a finire?
Quando, per esempio, la prima volta me lo chiese, non ebbi nessun problema, e perché? avrei forse dovuto? per prenderglielo in bocca? Non ci trovavo niente di sconveniente. Era così naturale. L’unica cosa che potevo rimproverare a quella preghiera, a quella sua richiesta, a quella sua pretesa, poteva solo essere sul perché non l’aveva fatto prima. Molto peggio è quando ci si mente. O quando si ricerca un piacere che non è lo stesso per entrambi. Lo sapevo già da allora e lo avrei scoperto ancor più in seguito. Ma non ne feci parola; in quel momento è meglio non parlare.
E glielo presi in bocca. Tutte le donne lo fanno. Tutte le donne ne parlano apertamente con disprezzo. Come se loro no; mai! scherziamo; le altre paiono a dir poco sfrontate. Tutte le donne lo fanno. Altro che scherzi. E come me ci trovano gusto. Altroché se ci provano gusto; e tanto anche. Da un senso di potenza, di imperio; ma da dove mi vengono certe idee? comunque può solo sembrare strano che non lo avessimo ancora mai fatto. Comunque, al dunque, problemi zero. Anzi amavo sentirlo sul palato. Amavo e mi sentivo potente. E amavo ancor più, o forse no, la sua bocca su di me. E hanno un bel dire le donne, ma quale donna non ama sentire l’uomo pendere dalle sue labbra.
Forse mi sono un po’ lasciata trascinare, più di quanto avrei voluto, io che sono sempre stata così riservata. Ma ormai quello che è detto è detto e poi per spiegare le cose bisogna pur usare delle parole. Spero di non aver esposto niente di sconveniente. Soventemente sono le parole che volgarizzano le cose. Ed era come se, con Lui, lo avessi già fatto. Se lo avessi sempre fatto. Ero brava e anche sicura. Anche lui me l’ha detto. E anche le altre cose. Come quella volta che aveva voluto che lo facessimo sulla lavatrice mentre quella era accesa e io mi ci sono seduta sopra. Onestamente fu lui a farmi capire quanto ero un’amante… meravigliosa. Non che avesse poi tanta fantasia. Non che avesse scoperto improvvisamente chissà quale fantasia. Non credo poi ci sia ancora molto da inventare a riguardo. Forse solo all’inizio lo pensai come un buon insegnante e gli fui grata; piano piano ebbi la giusta misura dei limiti delle sue conoscenze al riguardo e della sua fantasia. E forse Lui, in fondo, è un metodico; e anche un poco noioso. E qualche volta aiutavo io la sua fantasia. Ma lasciamo stare questi particolari che non ci portano a niente. Che non servono a niente. Che dovrebbero rimanere riservati. Ne ho parlato solo per far capire che non aveva nulla di cui lagnarsi.
Parlavamo meno, questo si, questo è certo, e solo prima di cena. Proprio per questo; avevamo meno tempo. Meno tempo per noi, intendo. E io non mi sono mai interessata di politica. Non ne ho mai capito gran ché. Di sport non avevo mai voluto capirci e non intendevo farlo da allora. Non riuscivamo neanche a parlare, come prima, dei fatti della giornata. In un certo senso aveva come fretta. E nei primi tempi non parlavamo mai di quello che mi avrebbe fatto. Non che non gli avrebbe fatto piacere. Penso invece che si! che gli avrebbe fatto piacere. Anzi lo so per certo, come vedremo in seguito, ma andiamo con ordine. Ho però sempre rispettato, anche forse troppo, forse in modo eccessivo, quello che Lui voleva; i suoi desideri. E sembrò che, d’un tratto, quanto riguardava l’amore non avesse alcun rapporto con il resto della nostra vita assieme. Non dovesse avere più nessun contatto. Anche perché inseguiva quei momenti in modo febbrile. Solo una volta mi disse “Preparati, stasera voglio farti impazzire.” e poi, al dunque, la sera mi chiese “Cosa vuoi che ti faccia?” e io mi sentii autorizzata a dirglielo senza imbarazzo. Ma proprio quella volta andò, per dirlo con delicatezza, meno bene del solito. Escludo di aver preteso troppo. Che siano state le ostriche? non sò! certo quelle o altro se l’era proprio voluta.
Bastò poco e ci affiatammo in modo incredibile. No! non aveva nulla di cui non essere soddisfatto; ne sono certa. Certo, nemmeno io, ma Lui meno che meno. Certo che mi pagava. Come mi sembra ora assurda la sorpresa e meraviglia di quella prima volta. Certo che mi pagava ma era naturale che mi pagasse. Forse non mi guadagnavo quei soldi? Non ero brava abbastanza? Ero molto brava; non c’è possibilità di smentita. E Lui era molto contento; molto contento e soddisfatto di me. Di quella donna che gli dava più di quello che Lui riusciva a immaginare; e sognare. Di quella sua donna che Lo chiamava coi nomi più turpi; come avevo imparato a fare in seguito. E si fosse accontentato anche solo del “chiamarlo”… Che si definiva, come a Lui piaceva, con gli epiteti più turpi e più tonici. Che lo faceva sentire uomo, ma veramente uomo. E questo, si può dire quello che si vuole, ma questo non ha prezzo. E avevo ormai acquistato una confidenza, una completa confidenza con quella parte di Lui. E Lei con me. E nemmeno questo mi sembra poco.
Certo me li guadagnavo quei quattro soldi che lui mi dava. E allora perché avrebbe dovuto essere differente; con lui. Non mi pagavano forse anche gl’altri? Già! questo a lui poteva anche risultare nuovo. Se qualcosa c’è da dire, su questo ultimo particolare, è solo che non sò ancora oggi se all’inizio, quando cominciai a farlo, con gl’altri intendo, inseguivo, anche con loro, quel piacere che per me era ancora nuovo, che avevo appena scoperto, e che con loro però dovevo in qualche modo dissimulare, trattenere, oppure se, invece, cominciavo ad apprezzare quel poco (ma poi non tanto) di benessere in più che i soldi così guadagnati mi davano.
I soldi? Certo, i soldi non ci erano mai mancati, ma ha un altro sapore possedere soldi propri. Soldi che, bene o male, non si devono chiedere. E’ così! Anche quando non si devono chiedere espressamente. Anche se non avevo mai avuto modo di affrontare spese che ci sbilanciassero tanto. Anche se, al limite, mi bastava staccare un assegno. Nelle mie condizioni uno può sempre un giorno sognarsi e chiedere per cosa quell’assegno o quell’altro. Ha un altro senso, comunque, togliersi i propri capricci con soldi propri. Con soldi guadagnati da sé. Ci si sente anche meno mantenuta, non nel senso cattivo del termine. Più libera. Più donna. Meno inutile. E poi i soldi erano il meno. Con gli altri inoltre era anche differente e in più era anche un po’ colpa sua. Aveva cominciato e chiedermi le cose prima e a prometterle, ma più chiedeva e prometteva meno manteneva. Pagava ma cominciava a faticare. E forse chiedeva e prometteva solo per aiutarsi.
Avevo avuto il fiuto di cominciare questa nuova attività nel momento giusto; di cogliere l’attimo in fuga. Credo di aver sempre avuto il fiuto per gli affari ma forse non mi era mai interessato. Fui anche spronata; si! anche questo è vero, ma non fu questo a risultare decisivo. Ho sempre destato… interesse. Ma avevo anche sempre pensato all’amore come sentimento. E ancora oggi non mi sembra questo un peccato grave. Da ragazza ti fai ben strane idee e poi, ripeto, come potevo prima immaginare che fosse così? Forse non avevo mai considerato come così tante persone abbiano bisogno di affetto e quante si sentano nel profondo sole. Non che mi consideri una benemerita perché non c’era sacrificio in quello che facevo.
Acquistai allora un appartamentino non molto lontano da casa. Anche se non si guadagnava moltissimo non ci si poteva lagnare. Così presi questo appartamentino. Una cosa piccola s’intende. Senza esagerazioni. Senza sfarzo ma ben arredato. Piccolo e coccolo. Una spesa che non cambiava gran ché. In un condominietto dove provvedono a tutto. Non so perché ma non mi andava l’idea di farlo in casa. Di portare estranei dentro casa nostra, forse sono solo manie ma io ci tengo al decoro e poi amo siano distinti i luoghi. Non mi piaceva farlo in casa. Non mi sembrava carino. Non mi sembrava serio. Anzi mi sembrava quasi una mancanza di rispetto nei suoi confronti; quante delicatezze sprecate invano. E non potevo ormai più certo farlo in macchina, non solo per comodità, ma anche per decoro. E poi, insomma, non potevo proprio. Inoltre era proprio tempo che mi sistemassi anche sotto quel profilo.
Sì! non è la stessa cosa. Da questi nuovi rapporti sociali che avevo allora cominciato a instaurare capii presto i loro limiti. Scoprii quanto poca in fondo fosse la sua… fantasia, come ho detto. Certo che ci misi anche del mio ma questo mi fu utile sicuramente perché non si inventa niente. Ma non gli ho mai fatto pesare ciò ne, se vogliamo dirla tutta, il fatto che fosse anche un po’ impacciato, anzi proprio imbranato. Certe cose forse a lui non sarebbero nemmeno mai passate per l’anticamera del cervello e lasciamo stare i suoi limiti… diciamo dove non arrivava. Sopperivo con la tenerezza e poi non mi mancavano ormai certo le alternative. Dal quel momento ebbe, se è possibile, una moglie migliore perché erano rapporti diversi, vissuti diversamente; perché mi completavano e mi rendevano più soddisfatta di me.
Certo poteva succedere anche a me, a volte, di essere stanca. No! non posso rimproverarmi proprio nulla neanche da questo punto di vista. Non avevo cominciato a trascurare nulla; anzi. Avevo preso da allora una donna delle pulizie che mi aiutasse nei lavori di casa. E la casa era anche più in ordine di prima, se questo fosse stato possibile; beninteso. Era una signora anziana, la signora Giovanna. Un nome così comune dalle nostre parti. Un nome da donna delle pulizie. Ma era brava la Giovanna. E arrivava sempre puntuale. Era una signora anziana con due figli e i figli sono figli, oggi come oggi. Ma era brava e puntuale. E poi sapeva fare il suo mestiere e stare al suo posto. E’ stato buffo scoprire che uno dei suoi figli, il maggiore naturalmente, veniva a spendere da me quei soldi che io davo alla madre; che davo a quella povera donna. Ma anche molto tenero. E io alla madre non ebbi il coraggio di dire nulla.
Non era per niente invadente ne curiosa, la Giovanna. Aveva ormai le chiavi e quando rientravo la casa era tutta in ordine. Linda e pulita come nella favola. Un nido d’amore per due innamorati. Tanto che è ancora con me. Ripeto che non mi posso rimproverare niente neanche per la casa. Imparai anche, sempre dalla Giovanna, alcune ricette. Di quelle ricettine da leccarsi i baffi; e anche tutto il resto. Io ero orgogliosa di me. E lui non poteva non esserlo. Mangiava come un re e amava come un principe e come un villano, ovvero amava da doversi dichiarare soddisfatto pur nei suoi limiti.
E poi no! non che non ci siano altre spese; anzi, tutt’altro. Anche per stampare cinquemila bigliettini da visita. A proposito; cosa ho scritto? “consulente”. E cosa dovevo far stampare? Non mi è venuto niente di più appropriato. Massaggiatrice mi sembrava inadatto, fuori luogo, falso, volgare e abusato. E poi bisogna prestare la massima attenzione anche ai minimi particolari. Gli uomini non riflettono mai a sufficienza. Vedono, poveri ciechi, solo il risultato complessivo e finale. Ma prendiamo ad esempio un cappello a falda larga di foggia leggermente maschile. Non si può immaginare quanto sia intrigante un cappello. Quasi tutte le donne ne trarrebbero vantaggio. Quasi tutte possono incuriosire con un cappello. E lasciamo perdere la personalità e il portamento; quelli mica si comprano facilmente.
E’ questo che non riesco a capire: Lui non poteva avere proprio nulla per essere scontento. Aveva una donna disposta a tutto. Una donna che lo accontentava in tutto. Una donna anzi che aveva ancora da insegnarli tante cose. Ed ero anche comprensiva. Perché, qualche volta si sa, non sempre va come si vorrebbe. E allora una donna comprensiva è sempre un porto dove rifugiarsi. E poi, non una donna comune. Non faccio per dire ma credo che un corpo come il mio, così perfetto e morbido, un corpicino perfetto e senza nessun cedimento, non sia poi così facile a trovarlo. E io ho cura di questo mio corpo.
Ed era contento di me. E allora perché? mi chiedo ancora oggi. Non era forse vero che avevo continuato a cercare di accontentarlo sempre? Non era pur vero che i nostri rapporti non erano cambiati? Anzi erano decisamente migliorati? Che gli facevo sempre da mangiare? Che aveva sempre continuato a trovare le sue camicie pulite e stirate; e tutte le cose in ordine? E non dimenticavo quello che gli piaceva? E anzi, come ho già detto, la mia arte, anche in cucina, era in quei giorni migliorata. E allora cosa poteva desiderare di più? Io credo niente.
Ma questo dover raccontare le nostre cose mi emoziona e mi imbarazza; per questo faccio questa confusione terribile. E non è forse vero che, qualche sera, per quanto stanca potevo essere, e sicuro che ne avevo le mie buone ragioni per esserlo, stanca, e qualche sera lo ero veramente stanca, e stanca da morire, e mica per niente; ma non è forse vero che non gli avevo mai detto di no? E allora? Certo che è vero. Vero come il fatto che sono qua. Vero come è vera tutta questa assurda storia.
E’ per questo che non riuscivo a rendermi conto perché improvvisamente quella sera, proprio quella sera e non un’altra sera, improvvisamente, e solo lui, avesse deciso di non pagarmi più. Non se ne era dimenticato. Me lo disse anche. Non si era semplicemente dimenticato di mettere i soldi nel comodino. Aveva proprio deciso così. Perché naturalmente, dopo il primo momento di comprensibile imbarazzo, anche per Lui, perché poi queste cose non sono belle per nessuno, io glieli avevo chiesti. Ma Lui si era detto deciso. Ma Lui si era ostinato. All’improvviso si era ricordato che ero sua moglie. Cosa vuol dire? Che a una moglie non si a da portare rispetto, forse?
E poi per quell’assurda argomentazione che non voleva pagare ciò che a lui sembrava spettargli di diritto. Che non lo trovava più giusto. Ma poi per quale strano e bizzarro diritto? Ma dove le scova certe idee? No! così a me non poteva proprio più andar bene. Quale diritto? Ma questo non può essere un motivo valido. Dovrei anche aggiungere e dire che il suo era, ormai, un …prezzo di favore. Un prezzo su cui, solo per delicatezza, non ero tornata. Che era quasi offensivo. E’ vero che l’avevo fatto per tanto tempo così con Lui. Tutt’altro. Mi si perdoni il termine. Ma mi ero fatta, ma si! lo devo proprio dire, sbattere abbastanza per niente. E dire che per Lui facevo anche un’eccezione: lo facevo in casa.
E poi era già da un po’ che volevo ritoccare, adattare quel prezzo. Così, non per cattiveria ma, si può capire, sono stata costretta ad essere chiara. Sono stata proprio, da Lui, tirata per i capelli. E allora, anche la persona più buona, più santa al mondo… cosa può fare? Ero stata chiara: ne avanzavo una e da quel momento non l’avrebbe più avuta finché non si fosse ravveduto. Finché non fosse tornato regolarmente a pagare. E prima pagare quella arretrata, ben inteso. E pagare anche prima questa volta; perché quando una persona con un minimo di cervello è rimasta scottata una volta naturalmente cerca di non esserlo più. E’ non c’erano balle che contassero. E pagare quello che pagavano tutti. Fine dei prezzi di favore.
Lui invece ha perseverato in quella sua decisione. In quella sua assurda e offensiva, direi, pretesa. E’ incredibile e mi vergogno dirlo; e fra marito e moglie poi. Ma è vero; non ho più visto quei soldi. In parole povere il debito non è, ancora a tutt’oggi, stato, mi sembra che si dica così, onorato. Continuo a vantare nei confronti di mio marito quel debito sul quale, si certo, avrei potuto anche benevolmente sorvolare, anche perché per una volta, non mi avrebbe rovinato di certo, sarei rimasta quella signora lo stesso, ma questo, oltre tutto, avrebbe creato un precedente e poi ormai era diventata una questione di principio anche per me.
Non è per avidità; beninteso. No! Non sono mai stata, io, attaccata al denaro. Poi potrei anche lasciarglieli quei maledetti quattro soldi. E poi quante volte non gli ho preso qualcosa con i miei soldi. Anche la cravatta che indossava ieri, solo per fare un esempio, gliel’ho presa con i miei soldi. E con quali altrimenti? Ma quei soldi erano e sono miei. E quei soldi Lui me li deve dare. E poi fra noi che eravamo sempre andati d’accordo. Fra noi che non c’era mai stato il minimo screzio. E anzi non eravamo mai andati bene come in quei momenti. Perché voleva rovinare tutto per così poco?
Ero ancora certa che si sarebbe convinto, che avrebbe capito, che si sarebbe ricreduto. Che sarebbe tornato da me chiedendomi scusa. Ma mi sbagliavo. Si era talmente intestardito che era disposto a rinunciare a me piuttosto che cedere. Non lo facevo così deciso. Non lo facevo così testardo. E questo mi da un grande senso di sconfitta e di frustrazione. Credevo di valere qualcosa di più per Lui. Ma come può un uomo rinunciare a una come me per due miseri franchi? Rinunciare a tutto questo… ben di dio? O sono io a non capire o il mondo si sta rovesciando.
Ci sono tante cose che rendono i rapporti con il coniuge diversi, questo è vero. Anche è vero che non ci sono le stesse spese, che tutto , con gl’altri, era ed è a spese mie. Ciò non toglie che ora penso, ritengo con ciò di essere stata ingannata, profondamente ingannata, gabbata. Tornando a quel rapporto il pagamento era condizione naturale. Il pagamento era semplicemente una clausola che, tacitamente accettata, doveva essere considerata come condizione vincolante senza la quale sarebbe sicuramente venuto a mancare il mio consenso.
E in realtà se solo avessi appena appena saputo che mio marito aveva anticipatamente cospirato al fine di non pagare per la mia prestazione. Ovvero, se avessi sospettato che lui, alla fine del rapporto, avrebbe trovato anche solo da ridire sulla forma con cui doveva essere regolato. Che, improvvisamente, chissà per quale maledetta e disgraziata riflessione… anche se poi era giunto a quella decisione solo dopo… certo allora non avrei assolutamente acconsentito. Che andasse pure dove voleva. Che tornasse pure ad andare fuori con quel suo lavoro. Che lo infilasse dove voleva. Che si arrangiasse pure da solo, al bagno, come un ragazzino. Mi vergogno di me e di tanta volgarità che non mi è certo naturale, lo posso giurare, ma il suo atteggiamento incomprensibile mi ha fatto proprio perdere le staffe; andare il sangue agl’occhi.
Questo a prima vista può anche sembrare un problema banale. Quante coppie non hanno problemi in casa? Ma in realtà la consenzienza della donna ad un rapporto di tipo sessuale resta elemento fondamentale per la definizione di quello stesso rapporto. Pertanto o mio marito recede dalla sua posizione e sana la sua condizione debitoria. Oppure, anche se la cosa mi ripugna, in questo caso, pur non in presenza di vera e propria violenza, anzi, per il resto, ci mancherebbe altro, si è sempre comportato bene, da signore intendo, anche con gentilezza, non mi ha mancato mai del minimo rispetto, forse un poca di freddezza, devo onestamente affermare che non si può che parlare di vero e proprio stupro.¹


1] Questo racconto, nato per la raccolta “Linguaggi”, di cui si potevano fare più post e forse era una soluzione più “gestibile”, è stato scritto non dopo il 19 marzo 2002.

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Una napoletana a Palermo ha sempre creato dei casini. Anche lei non aveva altre armi che quelle del suo fascino e si sa che quando una napoletana ce l’ha, il fascino, lo unisce a quella esuberanza innata, e allora… Ma in questa piccola realtà lei si trovava solo di passaggio e se ne sarebbe andata. Lo avevano emozionato i suoi soffici capelli corvini e cercava un approccio fatto ancora di soli sguardi. La sera, come d’abitudine e come un presagio, scoloriva le cose e frangeva raggi bassi sui vetri. Agata (non si chiamava naturalmente Imelda) non sapeva che era da allora che in quelle terre non potevano sopportare i francesi e ignorava come lui, tra le vesti, fosse armato. A tutto si dovrebbe aggiungere il fastidio naturale se un forestiero si prende delle confidenze per una delle nostre donne. Poco importa se la donna non palesa sgarbo e non manifesta di non gradire. Più conosceva le donne e più sapeva di avere ancora tutto da imparare. Vi sono donne fatte a modo loro e ogni donna è una meraviglia a parte e del tutto complicata. Fu dopo un rapido scambio di insulti che passarono ai fatti. Ancor oggi si chiede perché poi lei si sia allontanata con uno che parla quella lingua stupida. Di gente come lui dalle sue parti si dice amaramente: tradito e picchiato.

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