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Posts Tagged ‘epistola’

Caro Michele
bustaViaggio arduo il nostro; aspro. Nessuna distanza è più distante. E a ritrovarti, qui, così, non è certo facile. Ma non mi ero dimenticato. E’ solo che testardamente ho avuto da fare. Il tempo è quello che è. E poi rincorrere le persone distanti non è sempre un compito agevole. Ché poi è anche parlare tra due generazioni. Una che ha sognato. Una che ha smesso quel sogno e forse lo rimpiange; te ne chiedo scusa. Ma allora era tutto diverso, lo sai. Era come se la corsa non dovesse finire. C’era quella fretta. Nemmeno il tempo di pensare. E più niente è uguale. Nulla è come prima. Perché allora tornare? Forse perché non si può altro. Così sei rimasto lì, immobile, interdetto, ad aspettarmi. Ragazzo per sempre. Il giaccone lasciato a casa di un amico. La voglia di avventura a spingerti ancora avanti. Per illuderti che tutto sarebbe continuato. Per illuderti che ne saresti guarito. Di quei vent’anni non si guarisce più.
E io, oggi, ti parlo da padre a figlio. Mi sento strano nel ruolo. Tutto mi sembra strano. Io con quella finta saggezza che non si acquista, fatta di dimenticanza. Ho sempre avuto ritegno della confessione. Una sorta di timore per te. Per quello che ero stato. Per tutto quello che poteva giustificare. E l’ho confessato ad una figlia. Mai a me stesso. Oggi sono qui per farlo. Per parlare a quel figlio che non ho mai avuto e non sono mai stato. Io e te da soli, guardandoci, in un certo senso, in faccia. Per tracciare un bilancio inutile. Anche se tra le tante lettere non scritte anche questa poteva restare solo intenzione. Ma come è potuto succedere? Succede perché esistono le celebrazioni. Così il 9 ottobre di quarantadue anni fa veniva assassinato il Che. Proprio quell’ottobre; ricordi. Non puoi farlo. Allora eri un altro. Oggi lo so. Ma allora credevi che era successo qualcosa di importante, che avrebbe cambiato la tua vita. La rabbia si era fatta una compagna reale e scomoda. E la tua compagna sarebbe stata per tutta la vita. Nemmeno questo potevi saperlo. Almeno da questo credevi di poterti liberare. E’ singolare come invece sia stata compagna della tua vita, lei, veramente. Anche nella sua assenza. Anche nel suo addio e nonostante quello. E compagna nel senso più pieno del termine. Anche questo ora lo sai: quanto è arduo crescere e diventare uomo. Quanto si perde di sé. La differenza tra le parole e il fare. No! non c’era nessuna rivoluzione fuori dalla porta. Era solo rivolta. Per molto legata ad una età. Così hai cercato di mostrare che non eri più tu. Come io ho cercato di fingermi non più tuo padre.
Cerca di continuare a restare fuori dai pasticci, come hai sempre fatto, ma non mandare gli altri. Di troppi maestri è pieno il mondo. Io e te lo sappiamo che non ti sei nascosto. Ti ha nascosto lo scoprirti fragile e vulnerabile; forse. A vent’anni tutto sembra per sempre, l’ho sempre ricordato. E noi ad essere solo passanti distratti. O come davanti a quello specchio, e lo specchio deforma. Ti faceva padre. Mi fa figlio. Oggi amo l’amore che mai ho amato. Ma allora … A tratti le parole scappavano fin troppo leggere. E ci si sente eroi della propria vita. Perché a vent’anni tutto sembra facile. E a vent’anni non si pensa di poter invecchiare. Né di poter perdere. Basta un panino e via. Hai perso, ragazzo mio. Del cosa e quanto ho avuto tempo di riflettere per tutti questi anni. E poi ti ritrovo qui, tra i piedi. Come se nulla fosse passato. Come per uno slogan rimasto in gola. Allo stesso modo arrabbiato. Con te (oggi) e contro tutto. Ma più nulla è semplice come allora. E tutti siamo colpevoli. Anche colpevoli di averci mentito. Per difetto. Per troppa fiducia. Per arroganza. Nell’illusione. Riempiendoci gli occhi di speranze. Con lei hai guardato il mare; lei che oggi è con me. Non c’è più un libro. Per un viaggio mai intrapreso. Avevi una confusione che chiamavi ideali. E non conoscevi ancora il dolore. Il tuo. Quello a venire. Né l’amore. Non ti invidio i tuoi vent’anni. Forse tu puoi invidiare i miei sessanta e più.
Michele

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Cara Rossana
bustaOra come allora. Lettere che si inseguono. Che ci cercano. Questo siamo stati. Questo siamo ora. Ah! Le nostre canzoni. E anche quelle che non lo sono mai stateInutile spiegare a noi. Proprio a noiInutili le domande che chiedono e non vogliono risposte. E quelle che nemmeno chiedono. Inutili i giochi col tempo. Quelle carte della cabala. Il tempo non parla. Il tempo non insegna. Il tempo. E le sue cose. C’era un tempo. C’è sempre un tempo. E ti dici che non può essere più. E sai già che sarà ancora lo stesso. Perché non c’è un tempo che insegni. Né un tempo che ci difenda da noi. Il tempo è immobile mentre trascorre. Allora. Perché parlare ancora di allora? Perché noi siamo di quella materia e di quel passato. Perché pensiamo di venire da una qualche parte. Di avere un destino. Di andare in qualche luogo. Non accettiamo. Non ci rendiamo conto di essere immobili. Forse siamo solo delle pagine di un libro già scritto. Com’eravamo? Forse siamo solo noi capaci e incapaci di tradire noi stessi. E non ho bisogno di altri dubbi. So solo quello che sono. Che credo. Ora. Adesso. E più spesso siamo noi a non poter decidere. Così io non potevo non partire. Allora. «Non andare via». E la canzone, quella canzone, lo gridava con noi. Per noi. Dentro di noi. Ed era troppo presto. Doloroso e troppo presto. Doloroso di quel dolore che non si cancella. Doloroso in un abbraccio. Che ancora soffoca. Doloroso che nemmeno quell’abbraccio lo poteva lenire. Doloroso senza un vero addio. E tutto stava finendo. Si stava lentamente consumando. Ammalando. Un mondo intero. Si stava corrompendo. Lacrime le lacrime che annegavano i sogni. Che toglievano la luce. Che ci raccontavano oltre a quello che il pudore permetteva. Nel dolore. Nel pianto. Oltre ogni barriera. Più di quanto noi avremmo voluto. E testardi non volevamo mostrarle, quelle lacrime. Le abbiamo pagate. E abbiamo pagato la nostra ignoranza. E la nostra arroganza. Dove tutto si paga. Nel silenzio. Nel vuoto. Ancora. E ancora.
E poi una vita si può raccontare in una infinità di modi. Dire “non sapevo”. Fingere di non aver saputo. O semplicemente di non voler capire. Leggere i minuti da soli. Dialogare di niente. Cercare un alibi. Perché siamo solo distratti viandanti. E non abbiamo mai smesso di parlarci. Nemmeno quando lo facevamo nel silenzio. Non certo quando il dolore si cangiava di rabbia. Non quando ancora potevamo guardarci negli occhi. Non quando il suono di ogni parola si tingeva in una offesa. Suonava di rancore. Ci strappava la pelle a brandelli. La mia rabbia. Il tuo torto. Il torto di aver creduto. Creduto troppo. Di esserti lasciata ingannare. E non volerlo ammettere. Tradire lentamente. Di piccoli frammenti quasi insignificanti. Di sillabe. Di ammiccamenti. Di false promesse. Di promesse nemmeno promesse. Non dette. Di dubbio. Di dubbi insinuati. Mal riposti. Riscritti. Riportati. Semplici dubbi che si fanno corrosivi. Che non ti aspetti. Non in quelle labbra. Che diventano architettura. Timore. Poi paura. Bisogno. Gran brutto male la solitudine. Gran brutta compagna. E i bisogni. Il bisogno di esser giovani. Sentimenti contrastanti. Il bisogno di crescere. Di sentirsi grandi. Accettati. Voluti. Amati. Desiderati. Semplicemente accarezzati. Di andare. Nulla può garantire per la novità. No! non eri noia. Non hai fatto a tempo ad essere abitudine. Sapere è ricordare. Sapere e ricordare. Se è questo è anche quello. Se tu sapevi lo sapevi. E sbagliavi decisa a sbagliare. Se la memoria ricorda lo sapevamo; entrambi. L’abbiamo tradita entrambi. Allo stesso modo. Nello stesso momento. Colpevoli di colpe che non avevamo. Colpevoli solo di non conoscere colpa. Colpevoli in quanto nudi. Colpevoli eppure. E la tenerezza si era ormai stemperata nella disperazione. Il piacere nel bisogno. E anche il bisogno s’era fatto timore. Timore del futuro. Timore di ciò che non si conosce. Di quello conosciuto come ignoto. L’ignoto dentro di noi. Del chi siamo? A guardare chi eravamo, cosa, viene tenerezza.
Persino una canzone. Persino una stupida canzone. Anche una canzone sapeva quello che non volevamo sapere. Ora che lo sappiamo tutto sembra stupido. Puerile. Ora. E non è ancora tardi. Non voglio più essere Michele. Nemmeno non essere.
Michele

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melaSe per trovarti io dovessi rovistare il mondo intero io ti scoverò. Se per aspettarti ci volessero tutte le pazienze io le troverò. Se mi fosse chiesta una vita una vita darei. E tutti i mesi e i giorni metterei in fila. E ogni minuto lo conterei. E agli istanti lo sommerei. Per la vita che dai e per quella che togli. Per il tempo perduto. E per quello ritrovato. E per il tempo che resta ancora. A tutte le donne. Per tutte le donne. E per tutti gli altri. Per chi ci fa tornare bambini. Per chi ci fanno sentire grandi. Per chi ci fa sentire importanti. Per chi ci fa sentire stupidi. Per chi ci fa sentire inutili. Per quel sogno. Per i suoi grandi occhi. Per i suoi occhi che mi vedono. Per i suoi occhi che non si accorgono di me. Per i suoi occhi verdi. Per i suoi azzurri. Per i suoi occhi chiari. Per i suoi occhi di cui non ricordo il colore. E per i suoi occhi scuri. Per i suoi occhi di bosco. Per i suoi occhi che parlano. Per i suoi occhi che tacciono. Per i suoi occhi profondi. Per i suoi occhi che non sanno nascondere. Per i suoi occhi intrappolati nel nero. Per i suoi occhi pazienti. Per i suoi occhi di castagno o di nocciola. Per i suoi occhi. E infine per i suoi occhi chiusi. Chiusi attorno ad un bacio. Socchiusi su quel bacio. Chiusi per non dire altro. Per una parola. Per un sorriso. Anche per un silenzio. Per un poi. E poi… Per annegare tra le sue braccia. In cambio di niente. Per le parole sognate. Per quelle non dette. Per quelle già scritte. Per quelle scordate. Per quelle perdute. Per quelle che non sono mai state scritte. Per quelle che si piangono. Per quelle che si leggono. Per quelle che fanno ridere. O solo sorridere. Per quelle pudiche. Per quelle impudiche. Per quelle taciute per quel pudore. Per orgoglio. Per paura. Per timidezza. Per ignoranza. Per egoismo. Per solitudine. In solitudine. Per l’amore che sento. Per l’amore che soffre. Per l’amore riamato. Per l’amore ignorato. Per l’amore narrato. Per l’amore disperato. Per l’amore. Ti cerco e ti inseguo. Per la sofferenza che da. Per lo struggimento che dona. Per il respiro che toglie. Per l’amore pazzo che canta alla luna. Per ogni pazzo che invoca la luna. Per quel solo pazzo che maledice la luna. Per ogni pazzo che guarda alla luna. Per l’amore che rende pazzi. Per l’amore vestito. Per l’amore spogliato. Per l’amore da spogliare. Per l’amore senza un nome. Per l’amore che regala l’amore. Per ogni tipo d’amore che sa amare. Per amore all’amore io scrivo. Per amore “TI” scrivo.


Scusa non ho capito
vuoi ripetere, che cosa avevi da fare
di tanto importante
da non potere proprio proprio rimandare.
Non mi dire, ti prego
non mi dire che dovevi solo studiare
e ti sembra un buon motivo,
questo, per non farti neanche “sentire”!
Sì ti ho capito
t’interessa più la scuola
e poi del resto chissà come sei brava
ma scusa
tra i vari interessi che hai
dimmi che posto mi dai!
Ti voglio bene
non l’hai mica capito
ti voglio bene
lascia stare il vestito
ti voglio bene
non cambiare discorso dai non scherzare!
Ti voglio bene
smetti di giocare
ti voglio bene
a un certo punto ti devi “dare”
ti voglio bene
non puoi farti eternamente corteggiare!
Scusa cosa me ne frega del vestito che hai
mi piaci come sei
non mi devi trattare come tutti quei maschietti
che ogni tanto “ti fai”
chissà che cosa pagherei per poter vedere dentro
quella testa cos’hai
se mi stai prendendo in giro guarda che ti giuro
non ti perdonerei!
Ti voglio bene…non capisci niente…
Ti voglio bene…bene un accidente
Ti voglio bene…nonostante tutto
TI VOGLIO!

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yin-yangLa vita, in fondo, è un gran bel post. Forse bello… insomma interessante. Facciamo un gioco. Il blog come una sorta di scatola cinese. Che rimanda da un luogo all’altro nella rete. Un rimbalzo di parole. Un post che richiama un altro post. Alla fine del gioco c’è tutto e niente. Chi ci capisce è bravo. Che abbia ragione Vecchioni che «le lettere d’amore fanno solo ridere»? Così tutto comincia con una lettera che è andata perduta. E poi una seconda. Questo è il laconico testo:
«No, non dirmi che sono una cretina patentata… ho perso la più accorata lettera d’amore che abbia mai scritto per un semplice salto di pagina… non posso ora riscriverla, ma non potrò nemmeno parlartene perché era troppo complicata, come siamo sempre noi.
La riscriverò. Riprenderò il tempo che in questi giorni mi sfugge e mi affatica. Amami comunque, né vale la pena, anzi dirò di più: mi è assolutamente necessario
Rossana la tua donna
»
Purtroppo, come ammesso, la migliore delle lettere è proprio quella persa. Rispondere ad una lettera perduta è impresa che può affascinare solo i folli. C’è qualcuno di più folle che un uomo che ama? La risposta corre nella rete e diventa un post. Un post già difficile da capire pur conoscendo da cosa è generato. Per un lungo istante ho avuto la tentazione di metterla, quella risposta, anche in questo spazio. In fondo può essere letta anche solo come un divertimento. Come una sorta di prova di scrittura. Basterebbe leggere senza la presunta pretesa di voler capire¹.


1] Possiamo assicurare che le due lettere sono del tutto (o almeno nei tratti essenziali) autentiche ovvero corrispondenti a quelle che sono state nella realtà; compresa la sfacciataggine di mettersi così a nudo.

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Da me a me

Caro PrimaPersonaSingolare
e p.c. NavigatoreCortese
bustaIo sono solo parole, non quello che si nasconde dietro alle parole. Sono nel loro uso. Nel loro insieme. Nel loro collocarsi sui fogli, sul monitor. Parole. Sono piccola e modesta prosa. Cercare. Frugare. Chiedere sempre una ragione non è. Indagare esperienza non sempre ha senso. Spesso, fin troppo spesso, parlo d’altro o di altri. Ciò che è si nasconde, a volte, fin troppo bene. Sono un blogger. Questo non è un diario elettronico. Non ha mai voluto esserlo. Non ne ha la pretesa. Se ne ho indugiato spero sia la colpa del momento. Non faccio cronaca, se non di rado. La lascio a chi ne è più capace. Sono mestruazione verbali di un logorroico della lingua scritta. Sono il suo mondo parallelo. Ciò che conta è la quota di scrittura. Dove e come comunica. Ciò che lascia vedere e ciò che suggerisce. Il mio io, qui, è un alter ego; piange e ride solo per la rete. Piange e ride solo a comando. E’ la maschera. Non ha sentimenti veri. Non soffre in realtà. Non gioisce in realtà. E’ solo l’idea della sofferenza e del piacere. In verità non ho mai parlato con dio né lui s’è dato la pena di parlarmi. O era solo un dio piccolo, molto umano, fatto dei vizi, delle frivolezze, delle arroganze. Infine (caro amico ti scrivo) della sua aria saccente di cui non si può liberare. Lo crede un debito. Ed è stato un attimo. Un attimo sbadato. In realtà non esiste una Bambola o una fata o un Angelo o ne esistono più d’uno (mi spiace deludere). Con molta probabilità nemmeno lo sanno. Né esiste questa Spinola e il suo bar da Clara. Ed in ogni città, in ogni paese, anche piccolo, ho incontrato questi personaggi. O nessuno di loro. Non esiste, attorno a quei tavoli, un uomo chiamato Martino. Almeno come uomo. E se si siede è un dialogo muto. Non ha un proprio volto. E’ vuoto assoluto. E Gerardo, che tutti chiamano Bostik, è solo un parto di fantasia. Così come Toni 4polmoni. La banda di amici. La mafia del paese. Queste lettere cercano destinatari che non sono mai stati iscritti a nessuna anagrafe. Figure di libri. Figure mai esistite. Amori svaniti. Mai agognati; se non qui e nel recente. Compagni di solitudini. Silenzi. Solo la musica, e i suoi autori, è vera. E’ lei a scegliermi. Io non scrivo musica. Anche se apparentemente ma non scrivo nemmeno di musica. Mica sono un critico. Ho persino il dubbio di essere stato ragazzo. Di aver avuto vent’anni nel sessantotto. Forse mi nascondo. Da chi? Probabilmente solo da me. Certo non mi sono mai amato nemmeno allo specchio. E questo è un teatro in cui non mi volevo esibire. Rischio persino di essere noioso nel ripeterlo. Spesso è un dialogo senza autori. Parole che rimbalzano da altri blog; provocate. Echi svogliati. Al limite sono colui che non c’è. Qualcosa che non esiste. Un illusionista. Una lusinga. E di parole sono anche i miei vestiti. Nemmeno i giorni sono fatti di ore.
Tuo affezionato Blogger

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bustaDi questo amore. Anche nel silenzio. Anche solo davanti alla finestra. Davanti ad un giorno. Nel sole. Nella pioggia. Senza rimpianto. Anche. Anche questo è amore. I momenti felici sono te. Sono della tua presenza. Leggera. Sono nelle mie pazienti e serene attese. Sono il tuo sorriso sereno. Sono quando posso alleviare di sorriso le tue tristezze. Sono nel non chiedere. Sono di piccoli gesti. Sono di frammenti. Quotidiani. Sono di mille parole dette. Sono di mille parole non dette. Di quelle che restano. Di quelle che volano. Anche questo è amore. Sono di piccole dolcezza. Di frammenti. Di gesti cortesi che si autoalimentano. Di una tenerezza che fugge, anch’essa paziente. Di una tenerezza trattenuta. Di galanterie sottili. Quasi impalpabili. Di aria. Di sole. Di vento. Di buonsenso. In questo guardare gli occhi negli occhi. Di questo posare piano le posate. Di questo muovere appena il coltello. Tagliando l’aria. Di imbarazzi di niente. Di uno sfiorare piano. Di ieri. Di domani. Di sempre. Di mai. Del troppo parlare. Del troppo dolore, che non ci appartiene. Del troppo amore, che non ci appartiene. Sono nelle mie certezze. Nelle mie nuove certezze. Sono nelle mie eterne insicurezze. In quei dubbi da cagacazzo. Anche questo è amore. Anche questo è amore, nel non chiedersi mai. Nel non chiedere. Nel gioco. Nel gioco gioioso. Nel gioco quieto. Nel non gioco. In una parola. In una sillaba. In un vecchio no. In un per sempre. Improbabile? In un mai. Ancora negli occhi. Nel cuore. Nei pensieri. In un dolce non pensarci. Nell’estate. Nei ricordi. Di ricordi. Anche. Anche questo è amore. Per un fiore. In un libro non letto. In un segreto non svelato.
Per tutto questo e altro.
Lettera anonima mai spedita

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Cara Ross¹
bustaHo tenuto questa lettera nel cassetto per talmente tanto tempo che la carta s’è ingiallita. L’inchiostro ha perso di brillantezza. La carta soffre il tempo; l’inchiostro, pure. I ricordi invece non hanno timori. Si rinnovano ogni minuto. Sono sempre vivi al presente. I ricordi chiamano le persone per nome. Non hanno bisogno di nick. Dei verbi coniugano un solo tempo: oggi. Ma questa lettera non sapeva dove trovarti. Non sapeva di essere. Se essere. Questa lettera aveva quella timidezza che non permette di capire il momento. Infondo era solo una vecchia lettera già mentre la stavo scrivendo. Infondo aveva dita delicate. Dita che sfiorano appena; solo. Dita da vecchia nonna davanti al nipote appena nato. Caute. Caute e riservate.
Questa lettera era una non lettera. Era per essere di una persona che non era più. Di una persona e di una età. Di una ragazza. Di una ragazza per sempre. Di una ragazza dai capelli rossi, appunto. Di quella ragazza che eri stata. Di una ragazza che aveva tutto il sole nel sorriso. Di una ragazza che quando rideva faceva il verso ad un torrente di montagna. Di una ragazza dal seno piccolo di cui era molto gelosa. Era di quel tempo. Era di quel momento. Quando si è così coglioni da credere che il tempo non possa tornare. Che lo si è, giovani, una volta per volta. Una sola volta. Contro un mondo diverso fatto da diversi; per diversi. I giovani sono così: pensano che tutto gli appartenga. Sfidano tutto. Pensano che saranno giovani per sempre o che non lo saranno mai. Che non saranno mai nient’altro. E bruciano le loro ore del fuoco rapido. C’è mai stato un film per noi oltre a quello che abbiamo vissuto?
Cara vecchia, antica, amica. Se è gioco giochiamo. Traggo la lettera dal cassetto. L’inchiostro forse ne tradisce l’età. Le parole non hanno età. Le parole tornano a parlare. E parlano direttamente dentro l’animo. Chi può ancora credere che possa succedere l’impossibile se non un pazzo come me che ci ha sempre creduto? Che ha sempre pensato che sia possibile anche l’impossibile? Che ha scritto tante storie e ha taciuto troppe volte e troppo allungo? Che si trascina ancora tutte le sue illusioni come il sacco il marinaio, che in verità non parte mai o lo fa continuamente? Che da allora compie ogni anno lo stesso compleanno? Nessuno potrebbe credere che questo uomo adulto, maturo, abbia ancora vent’anni. Ho un piccolo segreto. Porto sempre una canzone in cuore. Quella. E quella. Ho sempre un blues da piangere. Vivo con l’anima. Tengo stampato ancora sulle mie ciglia il rimmel della meraviglia. Mi aggrappo ad ogni speranza. E amo l’uomo. E ora lo so che è di ricordi che tornano che sono fatte molte delle strade dei sogni. Anche se, a volte, non si sa dove portano.
E’ solo che, a momenti, questo piccolo uomo ha paura di non avere più tempo. Che non sia più tempo di aspettare. Perché potrebbe morire domani; di questa gioia. Il cuore frantumato in frantumi. Ma è solo un attimo. Perché non c’è morte più bella. Non la temo. La morte di un uomo che ama. Credi ancora che il paradiso si possa toccare? Ora è il tempo giusto. E’ il tempo di spedire questa lettera. Questa lettera che non ha subito stanchezze. Falla leggere a quella ragazza di diciassette anni. A quella ragazza di cui ero goloso. Di cui in troppi eravamo golosi. Lascia che sia lei a prenderti la mano. Ad accompagnarti attraverso queste parole, lungo quello che dicono e non dicono. Lasciati guidare da lei. Se non c’è altro posto per noi lo troverò in questa lettera.

Michele

Gino Paoli: Ricordati [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/GinoPaoli-Ricordati.mp3”%5D


1] Questa lettera, diversamente dalle altre, appartiene alle “lettere private”.

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Caro Mirco B
bustaGuardo il giorno fuori dalla finestra, qui, distante; il giorno che avanza in questo mese mutevole, dove l’unica cosa certa è l’incerto. La pigrizia, che ha il gusto del caffè, strazia e trattiene il cominciare. E’ questo un motore immenso e complesso che fatica ad avviarsi, ma questo lo sai. Resta quel gioco dei giorni che si costringe in questo rincorrerci per non trovarci mai. Povere cose infondo le nostre, tanto varrebbe, come suggerisci, non farne caso. Ne abbiamo viste. Sappiamo ormai che tutto procede per quanto noi facciamo; che tutto procede ad ogni modo; non lo potremmo cambiare. Quello che siamo perde di importanza perché non sappiamo quello che siamo, e, con fatica, in quei luoghi non ti riconosco. Allora quella fatica diventa il parlare. Diventa la diacronia delle parole e dei fatti; piccoli fatti, frammenti, puttanaggini. E sono quei frammenti… In verità non so continuare.
Vorrei per una volta poter dire le parole che vorresti sentire. Vecchio, testardo, romantico; non le so dire. Non posseggo quelle parole. Sono sconfitto e disarmato. Non ho mai avuto quello di circostanza; quello che si adatta ed adegua. La pelle da camaleonte che accorda le note stonate. Ciò non è nel mio essere, nei miei atti. Per quanto possa provare. Sono invecchiato, nel bel mezzo di rodomontate, temendo la fola; tutto ciò che evanescente distacca dalla realtà per renderla a nostra immagine, potabile. Cosa resta se non nell’essere noi stessi? povere abitudini.
Ma perché poi soffermarci ancora. Le parole le scrivono i fatti. Fosse non così nemmeno staremmo a parlarne. Nessuno ricorderebbe perché tutti saprebbero; avrebbero cura di farlo, lo terrebbero a mente. Fosse non così non avrei altre risposte. Sbraneremmo, a morsi, semplicemente la pizza.
Cordialmente
Michele

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Gala cara (o economica?)
bustaTu lo sai che io amo le battute. E permettimi di prendermi queste confidenze come forse non dovrei. Mi spiace solo che tu ti sia fatta quella opinione anche se spero sia solo una licenza da blogstar. Non posso pensare che dietro la tua gentilezza ci sia qualcosa di diverso dalla gentilezza. Non ci fosse questo grave problema, di trovare parcheggio durante le ore più frequentate, non sarei costretto a lasciarla, come dici tu, dietro all’angolo. Anche causa la mia pigrizia la fermerei proprio lì davanti, la mia astronave. A questo proposito avrei piacere di potertela far visitare. Non è un granché. Certo, nel frattempo, sono usciti modelli nuovi, più funzionali, più veloci e anche più lussuosi. Per tutti i soldi sono quelli che sono. E’ un modello economico che consiglio anche a te. Mi permette di uscire da queste cose spaventose. E’ un vero problema per me quando molti faticano a credermi. Già è tutto così difficile. Aver vissuto così tanto e tante volte, e così intensamente. Essere l’erba che non avrebbe dovuto mai più ricrescere e invece trovare ancora aria da cui farmi accarezzare. Vigilare sul muro della vergogna (non ho mai avuto modo di attraversare le cose con ordine, dovresti saperlo). Scoprire l’America è poi scoprire che c’era già qualcuno (è stata la mia più grande delusione). Preferisco non dilungarmi che non sempre ricordare mi è piacevole. La cosa peggiore è discutere con lui, sempre così facile a lasciarsi prendere dall’ira. Non che io possa vantare una pazienza maggiore. E lui per dispetto dice che sono il diavolo e mentire affibbiandomi mille nomi. Sono pettegolezzi. Sono calunnie. Io sono una persona modesta: sono Satana e nient’altro; e non lo dico con l’aria di chi si vanta. Dall’ultima volta che sono morto, dalla mia ultima operazione, forse a causa delle protesi bioniche, forse perché me ne possono aver iniettata qualcuna non di grande qualità, insomma da allora, la mia facoltà di concentrazione è più faticata e sono ancor meno paziente; con tutti i pericoli che questo comporta. Non certo per te che sei sempre così cortese. E’ solo che i tuoi occhi e il tuo sorriso, e anche il resto, permettimi di non dilungarmi in particolari, mi ha distratto. Io non li vedo proprio. Quello che tu chiami professore, cioè Albio Trovati, ho avuto modo di conoscerlo ancora durante la missione di Cartagine. Essere inutile. Ancora ci si trova, tra reduci, a chiederci che sale ha sparso. Essere inutile, dicevo, ma noi non gli si è mai data troppa importanza. Lo si utilizzava solo per lavoretti di poco conto. Eppure ha sempre avuto questa sua capacità di trovare qualcono disposto ad ascoltarlo; da imbrogliare. Per tua completezza di informazione devo però correggerti perché è sempre stato riconosciuto come un perfetto stronzo, un rompi cazzo (scusa il francesismo) e soprattutto uno stupido integrale. Avesse conosciuto, come ho avuto modo io, quei due o almeno uno dei due, cioè Carlo o Antonio, non direbbe quello che dice. O forse si perché non sa quello che dice.
Non avessi tutte le età che ho avuto ti porgerei un galante baciamano ma restando con i piedi per terra ti chiedo scusa per l’impertinenza e spero di farmi perdonare con un abbraccio, anche se teletrasportato da Andromeda, cioè da M31 (da dove non mi sarà possibile rientrare prima di cena).
Beniamino

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bustaLei,
caro Bardamu, dottore, affascinante canaglia; cosa spinge le persone verso di lei? Sono certa che lei stesso non può rispondermi. Che non ha argomenti per lei né per me. E’ stata solo una vacanza. Passione. Una vacanza anche da me, da tutto. Quasi una distrazione. Tutto qui. E io stupida, distratta dalla sua arrogante sicurezza. Era quasi una sfida. Sempre di fretta. Con il fascino della sfida. E lei ha avuto tutto e il mio disprezzo. Perché mi ha mostrata. Mi ha mostrata per quello che ero. Perché non ho saputo dirle di no. Forse chi era cieco non era Robinson. A proposito di Robinson, aveva ritrovato la vista. Lo sa? Ma certo che lo sa. Lei c’era quella sera. Ed è stato allora che è diventato veramente cieco. Non aveva più occhi che per sé. Ma anche questo lo sa. Glielo avrà raccontato; magari a modo suo. Chissà cosa le ha raccontato.
Caro Ferdinand, non deve pensare di me quello che pensa. Non sono quella che ha conosciuto. Se ho un peccato da emendare è aver creduto all’amore. All’amore con quella A grande. Chi l’ha mandata ha mandato un diavolo. E lei ha profittato della mia debolezza che è donna. Nonostante tutto io credevo di poter essere una buona moglie, ancora una buona moglie, fidavo in lei anche se gli amici non tradiscono gli amici, e lui mi aveva creduto, e io lo avevo amato, anch’io gli avevo creduto, e mi ero creduta; una moglie non una guida. E lo so che poteva essere bello. Avremmo, insieme, potuto scordare tutto. La vecchia è morta. Non è stata nemmeno una disgrazia. A che mi serviva saperlo? Tutto mi aveva già condannata. Anch’io ne ero, infondo, responsabile. E forse questo mi ha fatto esagerare. Mi ha dato una sicurezza che non avevo. Non le chiedo il suo pensiero a riguardo. Io l’ho capita. Io sapevo che avrebbe preso quel treno. Che non sarebbe tornato. Che non l’avrei rivista.
Caro Ferdinand, perché non mi ha rapita da quella infausta illusione? Poi tutto è precipitato. Io lo amavo. Ho voluto crederci. Ho voluto illudermi. Ho cercato di convincermene. Con tutte le mie forze. Perché nemmeno lei ha avuto un momento di benevolenza? Perché non ha provato a farmi capire che sbagliavo? A farmi ragionare? A salvami? Lei è colpevole quanto me. Lo so che questo non cambia le cose. Probabilmente non la interessa nemmeno. Per in attimo, di quegli attimi, ho creduto anche in lei. Poi ho difeso la mia bugia, la mia illusione. Con tutte le mie forze. Quello che ho fatto è stato orribile. Non me ne pento. Ho cercato di salvare la donna che è in me. Eppure non ho cancellato nessun dubbio. Dovevo restare con lei in riva a quel fiume. Capire. L’amore è nel gesto. Nell’amare. Nel fare l’amore. Tutto il resto sono solo sciocche illusioni. E non posso nemmeno dire d’essere stata illusa. Lei non mi ha mai detto quello che avrei voluto sentirmi dire. Lei mi ha sempre fatto capire che per lei non ero che quello. Una vacanza. Sì! un bel culo. Lui non mi ha mai detto quello che mi sarei aspettata. L’ho riempito d’amore. L’ho soffocato d’amore. Troppo? Volevo soffocare solo le mie incertezze. Dopo è stato troppo tardi. Una donna non conosce perdono.
Madelon¹


1] Personaggi di Viaggio al termine della notte di Louis Ferdinand Céline

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