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12-banksy-graffiti-1600x1200-pulizieIl povero signor Alvaro era morto nel suo letto. Stroncato ignaro nella notte. Senza soffrire. Così aveva detto il medico. La vedova era affranta. Lui era lì disteso sotto al lenzuolo. E lei era entrata per riordinare la stanza. Prima dell’arrivo dell’autolettiga. Cercava di non guardare. Come avrebbe fatto qualunque altra donna. Qualunque altro essere umano. I morti le avevano sempre fatto impressione. E si sentiva a disagio. Aveva fretta di finire la camera e di uscire. Non era mai entrata quando c’era qualcuno dei due. Bussava sempre prima per esserne certa. Eppure, come sarebbe successo a chiunque, i suoi occhi non andavano che là. Di sfuggita, certo. Rapidi a distogliere lo sguardo. Era ancora abbastanza giovane il signor Alvaro. Insomma un cinquantenne ancora in discreta forma. Chi l’avrebbe mai detto? Chi se lo sarebbe potuto aspettare? Pensò al dolore della povera vedova. Alla parola vedova. Ai rimpianti. Pensò che forse, quella donna, non avrebbe più avuto bisogno di lei.
Nemmeno lei avrebbe saputo cosa poteva aver mosso la sua curiosità. All’improvviso decise di voler vedere un’ultima volta il suo vecchio padrone. In fondo gli era stata proprio affezionata. Era sempre stato gentile con lei. Scostò con cautela leggermente il lenzuolo. Era pallido, ma non tanto più del solito. Un filo di barba da radere. Gli occhi chiusi. Il volto sereno, in una specie di sorriso; quasi divertito. Dissacrante la disgrazia. Sembrava proprio che dormisse. Un po’ freddo, questo sì. Rigido. Non che l’avesse toccato, non ne avrebbe mai avuto il coraggio; questo l’aveva immaginato. Fece scendere ancora un po’ la bianca stoffa. Poi ancora un po’. Prima non aveva fatto caso ma la tela era tesa, lì sotto, c’era un bozzo. Lo ricoprì con un improvviso senso di vergogna. Poi tornò a scoprirlo sempre lentamente. La curiosità era diventata troppa.
Altro che rigor mortis. Il povero signor Alvaro era deceduto con… in eccitazione. E che… eccitazione. Caspita. Chissà cosa o chi stava sognando? Certo non se lo sarebbe mia immaginata. Era un signore così per bene. Ma ai sogni non si comanda. Non si possono governare. Se l’avesse solo potuto immaginare non sarebbe nemmeno entrata. Non si sarebbe avventurata a spiare. Non si sarebbe permessa. Che poi la polvere non scappava. Le pulizie potevano anche attendere. C’erano cose ben più gravi; e più urgenti. Forse avrebbe dovuto mettere una candela accesa sul comò. Se era il caso avrebbe dovuto pensarci la moglie. Non si sa mai cosa fare in casi come quello. Se ne pensano tante e sembrano tutte sbagliate. Fece ancora per ricoprirlo con pudicizia. Si vergognava dei propri pensieri. Una mano, o qualcosa che non saprebbe definire, la trattenne. E lei non trattenne la mano.
Le veniva da canticchiare, come sempre le succedeva mentre faceva le faccende, ma a fatica riuscì a impedirselo. Passò lo straccio sulla colomba bianca. Benché provasse vergogna e rimorso i suoi occhi non riuscivano a staccarsi da quella vista. Ne era come… affascinata. Certo non poteva credere che tutto quello fosse opera di quella donnetta della moglie. Che loro due… insomma che fosse venuto meno proprio… insomma, mentre lo facevano. Non le sembrava possibile. Naturalmente non l’aveva mai visto così, in quel modo, nemmeno l’aveva mai pensato e immaginato. E per di più credeva che dormisse in quel pigiama. Non con solo i boxer. E che poi nella notte gli potesse uscire fuori… In quel attimo volle credere che lui, nel fatale momento, la stesse sognando. L’idea era strampalata, ma la cosa le dava un senso di soddisfazione. In un altro momento non si sarebbe mai permessa. Lo guardò bene. Era gonfio di desiderio che non avrebbe mai appagato. L’ironia della vita va sempre molto oltre qualsiasi fantasia.
Si guardò intorno. Ascoltò i rumori. La moglie non sarebbe mai entrata in quella stanza. Accostò le tende. Chiuse la porta. Si chiese se era giusto. Perché no? Cosa c’era di male? Nessuno l’avrebbe saputo. Non avrebbe fatto del torto a nessuno. In un certo senso non era più nemmeno il signor Alvaro. Lo era e non lo era più. Il vincolo del matrimonio dice solo… E poi si era accorta di come quell’uomo la guardava mentre faceva le pulizie. Con due occhi. Forse sua moglie non gli era abbastanza; come dargli torto. Non si sarebbe mai permessa. Non gli avrebbe mai permesso. Ed era sempre anche così trasandata. Sempre in ciabatte. In quel momento era tutto diverso. Fu solo allora che si decise. Salì sul letto. Lo scavalcò con una gamba. Sollevò appena l’orlo del vestito e lo accolse in sé, senza togliersi niente. Avrebbe mantenuto comunque il proprio decoro e il proprio pudore. Non voleva certo mancare di rispetto a sé stessa. Alzò gli occhi al cielo e al crocifisso e si sentì soddisfatta. E’ proprio vero che tutti i salmi finiscono in gloria. Nel dolore dei cari almeno che si potesse godere lui quella morte, povero caro.

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Dopo aver diviso gli uni dagli altri, e aver fatto crollare fragorosamente quella Torre, niente era stato come prima. Se mai prima era meglio. Così quel Dio si ritrovò a ricapitolare e a riflettere. C’era bisogno di un intervento energico. Cominciavano a mancargli le forze. Aveva perso l’entusiasmo. Tutto era stato inutile. Era stata tutta colpa dell’uomo. Magari non solo, ma anche dell’uomo. Ma forse anche di un tratto di rimmel. Di una strizzatina d’occhi. Non riusciva a togliersi dalla testa che c’entrasse Lei.

fulmineVa bene che era dio ma c’è un limite a tutto. Quel fatto che era, cioè erano, puro spirito. Ogni volta che Lei gli gironzolava intorno si sentiva agitato, sentiva quel languorino, quel pizzicorino. Non era stata una buona idea. Non era stata proprio una buona idea. Non sapeva cos’era quello che provava, quella sorta di confusione. In fondo lui era solo Dio. Onnisciente e perfettissimo ma solo Dio. Delle cose degli uomini non ne capiva. Era stato fin dall’inizio, si ricordava. Quella Eva; a proposito: niente male. Aveva fatto quegl’occhi enormi. E quello sguardo. Gliel’aveva visto indosso anche a Lei. E di più era tutta nuda: nel senso di Eva. Non poteva, cioè potevano, inventare prima l’abito e poi il monaco. Insomma era proprio nuda. A pensarci bene forse Adamo aveva le sue ragioni e poche colpe. Se fosse stato uomo… Non aveva mai creduto a quella favoletta della mela. E forse aveva ragione Lei quando sosteneva che non si può portare tanto rancore per tanti secoli per una mela. Ma perdinci! è l’ira divina. Se Dio s’adira s’adira; mica mette il muso e basta. Non era solo una mela. E poi non gli andava di essere contraddetto. A nessuno di Loro. Figuriamoci ad essere disobbedito. Era stato chiaro, chiaro e tondo. Ed era una questione di principio. E loro, loro, quei bellimbusti di Michele, Gabriele, Raffaele e Uriele che ci stavano a fare. Va bene che anche loro erano puri spiriti… anche su questo qualcosa non gli quadrava. Chi li aveva fatti, non si riusciva più a trovare un chi, da qualche parte si doveva esser preso delle libertà. Non lo convincevano del tutto. Non lo lasciavano tranquillo. Non gli garbavano. Con quelle ali. Quei boccoli. E quel sorriso angelico. Insomma… non proprio guardiani. L’idea non era quella. Se ne parla anche poco. L’idea era: visto l’uomo, e soprattutto la donna, meglio mettergli vicino qualcuno. Che riferisse. Che mediasse. Magari con un po’ di senno. Di quello se ne trova sempre poco. Che poi Michele avrebbe dovuto occuparsi di quelli, di quelli che dicevano di essere il suo popolo. Ma Lui aveva bisogno di un popolo? Mica era un politico. E nemmeno Michele era semplicemente un angelo, era un arcangelo, perdio! Se ne dava tutte le arie e poi le storie finivano così. Per questo lo aveva fatto arcangelo, perché fosse il suo angelo personale. Raffaele invece… non sapeva nemmeno da dove se ne fosse uscito. Ma chi gli aveva dato il titolo? Un po’ zotico era un po’ zotico. Non poteva fare tutto Lui. Ma tutta questa è un’altra storia. Divagava. Michele sarà stato anche il più bello ma quando c’era da azzuffarsi era il primo, e s’azzuffava. Tendeva ad essere litigioso. Qualche volta non era proprio un male, ma solo qualche volta. Non voleva proprio tornare a pensare a quella volta del drago. Era una storia infinita. Era stato da allora che s’era fatto dei nemici. Eppure Lui non aveva né colpa né pena. Aveva fatto tutto Michele. Che se era per Lui a quelli li avrebbe sistemati subito. Invece si trovava con i nemici vicini. Mandati a casa gli dei… di male in peggio. Proprio come il giorno e la notte. Che in fondo Lui era un pacifista; il primo pacifista.
Insomma angeli sì, angeli no, alla fine erano sempre in mezzo. Chiamò Lei ma il gesto gli restò tra le labbra. Si rese conto che non gli aveva mai dato un nome. E un fischio non era il massimo dell’educazione. Mica poteva chiamarla Dio. Si rifiutava. Era tutta una gran confusione. Intanto Lei era sempre davanti a quello specchio. Cercò di ricordarsi che qualità Le aveva imposto. Non ne ricordò una. Certo non la modestia. Non la discrezione. Bella era bella. Forse l’essere che gli era riuscito meglio. Anche fin troppo, bella. Distolse gli occhi che stavano scivolando indiscreti. Lui era Dio, non poteva lasciarsi andare a quei… a quelle… a certi pensieri. Non era da Lui. Cosa aveva voluto dirGli ricordandoGli la solita storia, sempre quella, con quel “ma allora non vuoi proprio capirlo”. Come se solo Lei potesse capire. Conoscesse le cose della vita. Sospettava che fosse un po’ gelosa di quella Eva. Eppure nemmeno a Lei mancava nulla. Ma forse aveva ragione. Almeno un po’. Ma forse era così. Lui era Dio, non poteva impicciarsi di tutti i problemi degli umani. Gli umani si creavano tra loro. Sospettò che questo facesse sì che non ci fosse più bisogno di Lui. Non era possibile. Un essere umano non è un animale, si disse, avrà sempre bisogno di qualcosa in cui credere; parola del Signore. Ma nemmeno questo lo mise tranquillo. Certo che a raccontare la storia diventa più lungo della storia stessa. Decisamente gli ci sarebbe voluto uno storico, un cortese narratore, un comico, un bizzarro, un profeta. Qualcuno insomma che lo togliesse almeno da quell’impiccio. Non gli andava di raccontarsi. Con tutto quello che aveva da fare gli sembrava a Lui un po’ tempo perso. E un po’ megalomane. Il mondo andava come voleva e a raccontarlo sembrava che fosse solo colpa sua, cioè loro; di tanto in tanto dimenticava di quanti fossero lì a darsi tutto quel daffare. Aveva fatto del suo meglio. Dai il libero arbitrio. Ecco cosa se n’erano fatti. Troppa libertà. Doveva essere stata Lei a creare il costume. E quelli non perdevano l’occasione di mettersi nudi. E’ normale che poi una cosa tira l’altra. Che poi a Lui non piaceva, cioè non è che gli garbasse vederli nudi, almeno gli uomini. Per le donne ancora poteva andare. Avevano una loro grazia. Non era un brutto vedere. Ma gli uomini… con quel coso che… lasciamo andare. Che poi anche gli impicciava. Se devi correre, se devi lottare, tirare di giavellotto, non era proprio comodo. Prendiamo quei tre pellegrini. No! questa storia magari la prossima volta. Era già fin troppo confuso. Però doveva annotarselo che bastava una Sara per rovinare la reputazione di un intero popolo. Le donne parlano troppo e quando tacciono rischia che è anche peggio.
Il diluvio era servito a poco che a niente. Come una goccia d’acqua. Il problema era sempre quello. Dopo il diluvio erano rimasti Noè: Sem, Cam e Iafet, ma a loro nacquero figli dopo il diluvio. E così i figli di Iafet: Gomer, Magog, Madai, Iavan, Tubal, Mesech e Tiras. E quelli di Gomer: Askenaz, Rifat e Togarma. E i figli di Iavan: Elisa, Tarsis; quelli di Cipro e quelli di Rodi. E avanti di questo passo. E anche di questo esempio. Il problema era stato che quelli andavano in giro e figliavano in ogni dove. Che i figli bisogna anche mantenerli. E secondo Lui lo facevano anche per qualche altro motivo. Sembrava che facesse loro piacere. La terra si stava trasformando in un formicaio. Ma non dormivano mai? Doveva ricordarsi di creare l’inappetenza. E la stanchezza. Perché proprio Lui? Che se le creasse Lei, se era tanto brava. Aveva fatto il malanno. Se lo risolvesse. Nemmeno quella storia di “Domenica chiuso” era andata a buon fine. Non erano mai contenti. Uno a dire: “Io la voglio al sabato”. L’altro a dire: “E allora Io al venerdì”. Che se la facessero quando volevano la loro benedetta festa. Bastava lo lasciassero in pace. A ogn’uno il suo giorno. Forse era anche giusto, tanti e tante feste. E Lei che pareva fare festa tutti i giorni. Già! sosteneva di lavorare in casa. Ma è un lavoro quello? E poi gli restava fin troppo tempo libero. Per far malanni. Stava diventando scorbutico. Ma quello che è troppo è troppo. Ed era tutta una Babele. E proprio lì in Israele, cioè in Palestina, era peggio che peggio. C’era posto per tutti ma ognuno voleva quello dell’altro. Non potevi uscire di casa che ti ci trovavi qualcuno dentro. Era possibile? Avrebbe dovuto fare qualcosa, ma quando l’uomo non vuole ragionare non c’è verso di farlo ragionare. Lui non era un agente immobiliare. Non aveva detto nulla di simile. Tutto era cominciato dalla notte dei tempi. C’era chi partiva, chi restava e chi tornava. Ma non dessero la colpa a Lui. Lui li aveva provati a dividere. Aveva creato le lingue e le razze. E forse non era stato un bene. Ma l’uomo vuole sempre quello che non ha. Si fa una famiglia e poi va in certa della donna dell’altro. Cosa ci troverà, poi? Prima o poi avrebbe dovuto dar loro delle regole. Almeno provarci.
Ma com’era possibile che Lei avesse sempre caldo? E fosse sempre allegra? Certo aveva uno splendido sorriso. E… come dire… ammiccante. E gli ronzavano in testa quelle parole: “dammi un po’ di tempo, noi due soli, e vedrai come te lo creo l’uomo nuovo”. Preferiva starsene in disparte. Aveva altre faccende a cui affaccendarsi. Si mescolava con gli altri. E ogn’uno si mescolava agli altri. Tutti uguali come fotocopie. L’idea del dio multiplo non era poi da buttare. E tutti nelle loro tuniche. Solo Lei con una tunica diversa ogni giorno. Che senso aveva? E poi anche quelle sempre più corte. Per mostrare le gambe? Anche adesso le mini. Come non fosse abbastanza nuda. Che era più nuda che senza vestiti. Certo le gambe erano un gran bel paio di gambe. E quando si sedeva veniva la tentazione di guardarci sotto. Senza farsi vedere; naturalmente. Era ormai certo. Era Lei che aveva creato il pudore ma anche il suo contrario. La civetteria, la tentazione, la provocazione, sicuramente persino la nudità. Che se ne facevano loro vecchi saggi creatori di tutte quelle cose? Pareva invecchiare solo lui, cioè loro. E Lei pareva restare giovane. Ormai pareva loro figlia. Tutta baldanzosa; di sé. Accidenti. Doveva avere anche un certo ascendente. Le donne sulla terra sembravano aver assunto tutto da Lei. Tutti i suoi difetti. Tutte le sue diavolerie. Era assatanata; nel senso che pareva più una seguace di Satana. Anche quello: contestazione globale. Rivolta continua. Ecco com’era finito. A ubriacarsi di notte. E Lei rischiava una sorte simile. Aveva provato a parlarci. Lei aveva riso e l’aveva chiamato Alfredo. Certo era stata ancora Lei a creare anche l’amore, non quello… quello fisico. Insomma… quello. Quella cosa che Lui non riusciva a capire. Sarebbe tanto più facile vietarlo. Meglio era non crearlo. Che poi ti trovi che ognuno lo coniuga come pare meglio a Lui. E allora trovi subito qualcuno che dice che bisogna farlo solo per fare figli. E così riempiono il mondo di piccoli mostri. Non trovi un posto libero nemmeno al bar. E allora trovi il furbo che dice che bisogna farlo solo per il proprio piacere. Piacere? E assisti a quelle scene non certo edificanti. Mai in due a dire la stessa cosa. Che almeno lo facessero solo in privato. E senza tanta pubblicità. Forse era stata creata anche la pornografia. Doveva essersi distratto un attimo. E quella di chi era la colpa? Mi sa che non finisce bene. A volte i pensieri di Dio sono come tuoni. Così chiamò, cioè chiamarono gli angeli a sé. Andate e moltipli… cioè… insomma… fate qualcosa. E state alla larga da quelle città; da Sodoma e Gomorra, che di guai ne abbiamo fin troppi.. Nel frattempo vediamo di vedere. Voglio proprio vedere come va a finire sotto quel tetto -pensò. Tra quel vecchio e quella… Sara. Voglio farci una… capatina.
Come Lui aveva detto «Terach aveva preso Abramo, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè di suo figlio, e Sara sua nuora, moglie di Abramo suo figlio, ed era uscito con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan. Arrivati a Carran vi si erano stabiliti». Sara assomigliava in modo impressionante a Lei. E anche lei pareva avere delle idee tutte sue sul da farsi e su come andava il mondo. In fondo era stato Lui a dirgli di andare là. Pensava fosse per il meglio. Anche se la donna era sembrata dispiaciuta. I vicini erano diventati veloci di lingua. E tutti a guardarla. Le voci dicevano che aveva il ventre come un deserto. I beneinformati ridevano perché un deserto resta arido se non gli si da l’acqua. Non gli era chiaro ma non gli sembrava che fossero dei commenti benevoli. Così aveva pensato di torgliergliela, Sara, da sotto gli occhi. E da sotto qualunque altra cosa. Sapeva che la storia della sorella sarebbe durata neanche un battito di ciglia. Ma non si può mettere dentro il coraggio a chi non ha coraggio. Lui aveva semplicemente detto «Farò di te un grande popolo». Solo allora si rese conto di essersi assunto un gravoso impegno. E cosa potevano implicare quello parole. Le aveva dette a lui, mica a lei. Adesso lei era ricoperta di occhi. Nessuno riusciva a togliergleli di dosso. Nemmeno Lui. Non era stato proprio del tutto male. Si volse all’istante pensando “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Ma si trovò banale. E tornò ad ammirare quella splendida creazione.

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Di confusione ce n’era già abbastanza. E diventa naturale che si perda il filo del narrato. Questa è la storia della creazione. La storia delle storie. Dio, o il suo interprete principale, cominciava ancora una volta a guardarsi intorno stranito. Non era certo che tutto quello fosse opera sua. Ovvero non si capacitava di essere stato così imprevidente. Tutto era cominciato dalla notte dei tempi, meglio dire: dal primo mattino. Non c’era inizio prima di quell’inizio. Non c’era niente. Prima c’era solo buio. Solo si era sentito solo e nemmeno era un pensiero del tutto suo. Mai fare le cose di getto, dettate dall’istinto. Cercava compagnia? Forse sarebbe stato meglio un buon libro. Poi tutto era come precipitato. Purtroppo il risultato ce l’aveva sotto gli occhi. E il tutto sembrava perdere i pezzi.

Rfulmineiprendendo. Non era il tempo a mancargli. Solo gli era sfuggito, il tempo. Beh! la memoria non era la suo maggiore qualità. Prima c’era solo il bene, cioè il male, insomma quello: il pensiero unico. Anzi non c’era nemmeno nessun prima. Poi gli amici. I sosia. Gli altri. Per essere dio era dio, non per questo poteva ricordarsi di tutto. E non è nemmeno facile fare il dio. Tutti lì pronti a giudicare. Tutti si aspettavano tutto da lui, come fosse un padreterno. Certo che era infallibile. Che la fallibilità è umana. Era solo che ci sono giorni che non tutto va per il verso giusto. E quella cosa lì ora era il creato.
Se all’inizio tutto era cominciato perché si sentiva solo, ora cominciava a sentirsi anche troppo in compagnia. Anzi era tutto un gran casino. Tutti che vogliono mettere la parola. Non come quella volta. E forse quella volta era stato anche un po’ troppo precipitoso. Così lo era diventato anche di più. Sopra e sotto. Un gran Casino. Certo la parola non era proprio carina, in quel momento non riusciva a trovare un termine più adatto. Confusione gli sembrava realmente poco. Certo che era dio ma il vocabolario era quello che era. E poi si doveva ancora stampare. Insomma delle lingue che si preoccupassero gli uomini. Lui era puro pensiero. Non che non volesse prendersi le sue responsabilità, ma quel che era troppo era troppo. E poi ormai tutti si sentivano dio. Certo li aveva creati a sua immagine e somiglianza. Loro. Non quelli giù. Quelli giù… beh! avrebbero avuto bisogno di una ritoccatina, anche più di una, ma ormai era tardi. Troppa approssimazione. E dire approssimazione era dire una bazzecola. Si guardò intorno. Erano proprio tutti uguali. Tutti con barba bianca. E quel triangolo. E l’abito lungo bianco fino ai piedi; che anche intralcia. Nemmeno lui sarebbe riuscito a distinguerli. Beh! non proprio tutti. Lei era Lei. Non ci si poteva confondere (Lei è un dio femmina, nota dell’autore per futura memoria). E poi con quelle cose, con quelle tette. E sempre a ostentarle. Così fiera di sé. Nemmeno fosse dio. Eppure non si ricordava proprio di aver fatto quell’uomo. “Certo quello l’ho fatto Io” – si sentì dire- “qualcosa che non va”? Per farla breve: tutto. Si chiese a voce alta “Perché”? E ricevette subito risposta: “Perché sono Dio”. Non ci vide più: “No! Sono Io Dio. E poi non lo voglio sentire più; dio c’è. Anzi ce ne sono fin troppi”. Ma prima una voce: “E no! Io sono Dio”. E poi un’altra: “Io sono Dio”. E un’altra ancora: “Io sono Dio”. E le voci si fecero coro: “Io sono Dio”. Qualcuno azzardò: “Io sono il vero Dio”. Un contestatore c’è sempre; un rompiballe. Era fuori di sé. Solo Lei taceva, chissà cosa aveva combinato questa volta? Ma di quello si sarebbe potuto occupare dopo. Ora aveva cose più urgenti. Una sorta di ribellione? Una rivolta bell’e buona? Erano veramente tutti uguali. Persino lui… ma come aveva potuto? Sono questi gli amici? Tutti pronti a prendere il tuo posto. A infilarsi nel tuo letto,. con la tua donna. Su quest’ultima osservazione meglio sorvolare. Se la tenne per sé. Così la cancellò dai suo pensieri. Ma quella tornava. Se di loro si fidava poco, di Lei punto. Si rese conto che il pasticcio era fatto. Irreparabile. Ormai non si poteva più tornare indietro. Lì, come dire, nella volta celeste, non c’era più un dio ma ce n’erano parecchi, anzi c’era un dio multiplo. E ognuno uguale e ogn’uno diverso. E tutti creatori. E tutti infallibili. E un po’ supponenti. Per ogn’uno: “Io sono dio”. La frittata era stata fatta, anzi Creato. Come avrebbe voluto lui, cioè lui, cioè lui, non ci capiva più niente, come avrebbe voluto potersene lavare le mani.
E quello cosa sarebbe?” –chiese guardando il figlio di colore di una coppia assolutamente ariana e sterile; che nemmeno sarebbe stata l’unica volta– “Cosa mi rappresenterebbe”?
Non sono stato Io”. “Non sono stato Io”. “Nemmeno Io”. “Figuriamoci se Io potevo fare una cosa simile”. “Non ne so niente”. Non c’era più religione. Nemmeno pudore. Non un briciolo di buon senso. Anche per la gente che vede. Era uno scandalo. Cosa avrebbero pensato gli altri. Come sempre quando qualcosa non andava non si trovava mai il colpevole. Mai nessuno che si prendesse le proprie responsabilità. Lei sorrise sotto i baffi: “Quello s’è fatto da solo, cioè”… e lasciò quei puntini di sospensione come se la sapesse lunga. Ora la preferiva com’era prima, quando se n’era stata zitta. S’indispettì, e cercò di non farlo vedere. “E quello con tutto quel naso”?
Ancora Lei: “Certo non è la cosa che mi è riuscita meglio, ma era una prova. Come dire? Un prototipo”. Ne aveva abbastanza, non ci mancava che Lei, e le sue tette che non si curava mai di nascondere, ma non era ancora abbastanza. E poi chi le aveva detto che anche Lei poteva creare? In fondo era solo una donna. Cioè purtroppo era proprio una donna. Indubbiamente una donna. Non ci aveva mai pensato. Già era fin troppo che Lei riordinasse le sue cose. Mettesse ordine (come per la volta celeste). Mettesse becco e lingua. Avesse delle idee autonome. Che anche si mettesse pure Lei a creare. Era il massimo. Il massimo dei massimi. “Ho provveduto subito” –continuò Lei femmina come nulla fosse, anzi orgogliosa– “Ne ho fatta una con la lingua lunga e sembra proprio funzionare. Allora ho fatto uno che non ha solo la lingua lunga, ma dubito che tu, cioè voi, possiate capire. Credete ancora di fare tutto voi. L’uomo è uomo”.
Quella donna era una vera maledizione. E si prendeva fin troppe libertà; fin dall’inizio. Finirà che qualcuno se né uscirà dicendo che dio è donna –pensò; anzi pensarono. E non stava mai a sentire. Testarda. Avrebbe voluto non ricordarsi che era stato proprio lui a crearla. Ma questa cosa di essere stato lui lo inorridì. Ma stavolta non poteva lavarsene le mani. Questa cosa delle mani lo fece riflettere. Gli sarebbe potuta servire. Magari in un altro momento. In un altro contesto. Cercava sempre di ricordarsi delle cose buone, di quello che poteva tornare favorevole. Gli restò una di quelle sue risposte giuste in gola. Non voleva essere volgare. Si morse la lingua. Con Lei era una guerra persa. Finì rassegnato: “Fate quello che volete ma ricordatevi che essere dio non è la cosa più facile di questo mondo. E fate almeno un po’ di attenzione. Non voglio più vedere cose come quella che non si capisce se è uomo, donna, un gobbo, un nano o un intellettuale. Che poi l’intellettuale non lo abbiamo ancora creato. Almeno non Io”.
Lei non lo stava già più ascoltando. Gli aveva rivolto le spalle e si stava allontanando. Stava andando a preparare la tavola. E aveva messo su anche qualche chiletto. Concluse che quella storia che era tutto spirito forse non era stata una genialata. Erano gli uomini a sua, cioè loro, immagine e somiglianza. Mica l’inverso. Soprattutto Quella era tutt’altro che solo tutto spirito. E pareva anche ad alta gradazione alcolica. Pensò che forse era il caso di indire un’assemblea. Di darsi un ordine. Solo la parola assemblea lo spaventava. Sapeva come poteva andare a finire. In fondo lui era dio. Che importanza aveva se anche lui era dio? E anche lui? Così tutti avrebbero potuto avere il proprio. Pensò alla torre di Babele. Aveva il sospetto che ormai fosse tutta una Babele, da per tutto, in cielo, in terra e in ogni luogo.
Decise che dovevano avere almeno delle regole. Dei punti fermi. Delle certezze. Appese fuori il cartello: «Domenica chiuso».
Adriano Celentano: Il ragazzo della via Gluck

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Foto di donna in cucina

Comincio ad averne abbastanza. Se n’è discusso anche ieri sera. Siamo finiti ad alzare la voce. Non so cosa s’è messo nella testa. Cos’è questa novità. In fondo, posso ammetterlo, è un po’ che ci penso. Non posso non pensarci se lui mi ci fa pensare. Se mi perseguita con la sua maledetta macchina. Va bene quando siamo in spiaggia. Certo non sono più libera di prendere il sole come voglio. Non posso togliere più il pezzo sopra. E devo stare attenta a come mi metto. Ma mi entra in bagno quando sono sotto la doccia. Persino quando la sto facendo. Si accuccia se mi chino mentre sto lavando i piatti. Non è che a casa posso sempre stare con i pantaloni e la maglia. Strabuzza gli occhi e corre a prenderla. E sempre più difficile difendersi. Non mi ricordo quando è cominciata questa storia ma va avanti da un pezzo. Approfitto della cena e della presenza di Edo.
Per essere una serata di giugno è caldo. Forse sono io a sentirlo. Continua a sembrarmi una sciocchezza. Non lo capisco. Poi loro due, Edo e Carlo, sono molto amici. Me lo porta spesso in casa. All’ultimo. Per cena. E’ così carino, Edo. Così a modo. Sembra sempre fuori posto. Forse non ci avrei pensato. Non a lui. E’ Carlo che se le va a cercare. Ha cominciato lui. E poi ho visto come sbircia appena può. Certo fa di tutto perché non me ne accorga. Me ne sono accorta. Sento i suoi occhi come fossero mani. Vedo che li infila ogni volta che mi piego. Come mi guarda le gambe appena può. Li sento addosso come mi giro. La cosa anche un po’ mi lusinga. Lo ammetto. Non che ne abbia bisogno. E io so essere veramente provocante quando voglio, anche un po’ porca. E poi che male ci sarebbe? Non c’è male se non ci si mette cattiveria. E credo che a lui, e agli uomini, faccia piacere. Me ne dovrebbe essere grato.
Ma a sentire lui, il caro maritino, niente è mai abbastanza. Solo che… non sono certa di averlo deciso. Guardo la tavola da sparecchiare. Fosse per me un po’ di pelo lo farei vedere, visto che insiste tanto. Per uno scatto o due. Tanto è solo ruba mia. E roba di buona qualità. Se non si offende lui che è lui il becco. Solo che non vorrei mi si riconoscesse. Preferisco, non so perché, starmene senza nome. Va bene un avatar ma il proprio vero nome mi mette a disagio. Metterci la faccia. Magari finisce che trovo qualche maniaco. Che non riesco più a togliermelo da torno. Poi quello mi tempesta di telefonate. Non si è mai abbastanza prudenti. Dice che si vede di più quando sono in spiaggia. Bella forza, in spiaggia mi fa portare dei costumi che non sono nemmeno costumi ma fili interdentali, francobolli, illusioni. Piccoli che sembra che mi sia dimenticata di metterli. Non sono certa che mostrare troppo giovi. Il maschio ha anche voglia di immaginare. Non so. E’ lui il maschio. Mi sa che gli fa orgoglio che gli altri mi guardino. Non vorrei fosse un vizio. Mi decido; definitivamente. Lo chiedo a Edo mentre porta il bicchiere alla bocca: “Me ne versi un goccio? Volevo dirti… cioè… Cosa pensi di quelli che mettono le foto in rete”?
La cosa è andata. Il difficile sempre è iniziare. La paura all’improvviso mi è passata tutta. A volte Carlo mi farebbe proprio incazzare: “Ma quali foto”?
Come quali? Come per quelle al mare”.
Che male c’è”?
Semplicemente non mi va. E poi mi si vedono le tette. Lui, lo stronzo, non mi dice niente e girano per tutta la rete. Ti sembra giusto? Cosa possono dire quelli che le vedono? E mi si vede bene. Mica stanno lì a pensare che eravamo al mare”.
Edo viene spesso da quando s’è lasciato con Gloria, povero piccolo, non s’è più ripreso. Dobbiamo invitare una volta lui e una volta lei. Tenendo conto dell’ultima volta. Per non far torto a nessuno. E’ un casino quando due si lasciano. E mi viene da pensare che stavolta resterà contento. Ha ancora il boccone in gola. Stavolta però la domanda lo lascia sorpreso. Non è uno dei soliti argomenti. Non sa come uscirne. Guarda se lo faccio per rabbia. Per sfida. Se abbiamo litigato. Non trova nulla di tutto questo nel mio sguardo. Mi vede tranquilla. Sicura. Decisa. Mi vede diversa. Edo e proprio carino quando fa così, un gattino, un peluche: “Non le ho viste. Sai… io non navigo. Non so che dire”.
Intanto mi chino e la mia scollatura è già un invito. L’aria si fa più calda. Mi viene da ridere. Mi prende una strana allegria. Rischio di rovinare tutto. Non è che mi succeda tutti i giorni. Forse è un po’ anche il vino. Bella scusa. Certo qualcosa è: “Che poi mica si accontenta; cosa credi? Ma avrai una tua idea tu”?
Lui, come al solito, resta sul vago e nell’imbarazzo. Ripete come un’anatra muta: “Ma, non so”. E’ da lui. Onestamente comincio ad averne abbastanza. Forse potevamo mettere un po’ di musica. Abbassare la luce. E’ troppa. Forse dovevo essere più esplicita. Niente di peggio di chi non vuol capire. Ma forse non ha proprio ancora capito. E non so fin dove voglio arrivare. Gli passo la mano veloce sotto il tavolo. Quasi distrattamente. Appena lo sfioro ma basta. E’ rapido e non ha bisogno di pensarci troppo. Capisce che stasera è una occasione diversa. Che c’è un’aria diversa. O forse non capisce affatto. La tolgo appena è pronto. Devo essere impazzita. La verità è che mica lo so perché lo faccio: “Non credi che dovrebbe smetterla. Non credi che la dovrebbe finire di insistere. Sono una stupida. Il fatto è che io mi vergogno ancora. Che poi il corpo è mio”.
Intanto s’è lasciato cadere la forchetta. Mette il tovagliolo in grembo. Ma sì, che tanto vale… mi faccio tanti problemi e mi prendo della sciocca. Non sarò la prima e nemmeno l’ultima. Il mondo è strano. Lo attraversa il vizio del peccato, del rischio, della novità. Sembra sempre più emozionante nelle intenzioni.
Carlo ha sempre creduto che non ne avrei mai avuto il coraggio. Per quello nemmeno io. E’ che il coraggio ti serve quando ci pensi. Mentre lo fai non ti serve più. Basta non pensarci. E tolgo il tovagliolo, ma stavolta senza sfiorarlo. Non so se è possibile: “Chinati pure. Guarda pure. Vedrai come sono bella sotto. Non mi da più fastidio. E nemmeno a Carlo, vero caro”.
La gonna era già salita prima ancora dell’antipasto. Mi son seduta e l’ho sistemata sopra le ginocchia. E l’ho messa corta di suo apposta. Allargo le gambe. Non sono certa che si veda. Quello che non si vede si può immaginare. Sono fiera di me. Glielo faccio vedere io. Anzi gliela faccio vedere. Ho sempre pensato che mutandine come queste facessero meno che senza. Valli a capire gli uomini. Gli basta quattro millimetri di pizzo. Una trasparenza. Persino un collant. E pensare che mi sono costate una cifra. Fai tutto per loro e a loro non basta mai. Ti fai bella e a loro cosa importa? Loro ti vogliono porca. Ma un attimo sì e uno no. Non sai mai come comportarti. O fanno i gelosi o fanno gli sfacciati. Mi viene la rabbia. Lui e la sua rete: “Che se ti becco con una di quelle troie”…
Povero caro, Edo non può capire. Non tutto. Ci sono discorsi fra noi, solo nostri. E’ stato colto di sorpresa e nemmeno respira. E va bene, te le faccio fare, le tue foto. Ma non con il telefonino. Se devono essere foto che siano almeno foto. Lo aspetto che torni e torna con la macchina. Ci ha messo un attimo. Nemmeno il tempo di scaldare ancora un po’ l’atmosfera. E ha una faccia da sfida. Gliela faccio vedere io. A lui e anche a quello stronzo del suo amico. Ti faccio vedere chi è tua moglie. Che moglie che hai. Gli altri si leccherebbero i baffi. E tu vai in cerca di queste… queste… minchiate. Credo che Edo non la veda da quando se ne andata Gloria. Forse questo lo rende ancora più emozionato. Mi fa quasi pena: “Tanto lo so che mi vedi. La verità è che non mi ha mai dato fastidio. Noi siamo così. Anche un po’ leggere. Se vogliamo, frivole. Hai visto dove ho fatto il tatuaggio? Ti piace? Credi non abbia visto come sbirciavi”?
Mi alzo e comincio il mio piccolo spettacolo. In fondo cosa ci vuole? E loro sono di palato facile da accontentare. Veri dilettanti. Quando posso mi specchio nei vetri della credenza. Scendo dai tacchi. Ho fatto bene a non mettere le calze. Sarebbe stato troppo. E poi mica voglio farlo impazzire. Voglio solo accontentare la sua smania per le immagini. Forse è la società dell’apparire. Certo che piace anche a me sentirmi bella. Essere ammirata. Desiderata. E a chi non piacerebbe? Solo che non restano che parole stupide. Non puoi certo inventarti un gran dialogo: “Ti piacciano le mie mutandine? Hai visto dov’è il cuoricino? Non è un problema. Un po’ di pazienza. E poi… le tolgo”.
Continua a tacere. Ripenso alle fantasie di Carlo. A me non piace con una donna. Cioè, se devo essere onesta, preferisco con un uomo. Voglio dire che credo non mi piacerebbe. Lui dice… pensiamo ad altro. A volte ho l’impressione che agli uomini piaccia quasi di più guardare che fare. Forse più fantasticare. Ma se hai una donna come me… diavolo. Sputo in faccia le parole come se volessi fargli male. “Intendi così”? Edo non sta più nella giacca. Lo invito a levarsela. Intanto tolgo la camicetta. Comincio a mostrare un po’ di mercanzia che quella non mi manca, ne ho in abbondanza: “Perché non ti metti comodo, sul divano. Ecco. Bravo. Sposta il vaso, per cortesia. Non vorrei che andasse in pezzi. C’è abbastanza luce? Dovrei fare vedere un po’ le tette”?
Certo che te le faccio vedere. Te le mostro io, e per bene. O che gusto c’è con una cosa? Dove le pensa? Edo mi guarda e gli occhi gli schizzano fuori. Scopro più che posso e poi passo oltre. Fa capolino un po’ di aureola. Poi, con fare porco, faccio apparire il capezzolo inturgidito. Carlo non si è ancora ripreso. Faccio tutto con una lentezza esasperante. Da vera professionista. Alla fine anche quelle, le mie tette, schizzano fuori. E allora lo sgancio e lo faccio volar via il reggiseno: “Questo non serve più. Vedi bene, Edo? E se non ti è chiaro sono anche un gran bel paio di tette. Se fai il bravo dopo te le lascio anche assaggiare. Sai che mi piace da matti farmele succhiare? Non aver fretta. La fretta non è mai una buona amica. Non aver paura, a Carlo piace che me le succhi. Vero Carlo”?
Non sono certa che sia questo che Carlo vuole. Insomma… cosa deve volere? Quello che vuole vuole. E’ questo quello che offre la ditta. Lo può pensare di divertirsi da solo. Ho messo su qualche chilo. Chi se ne frega. Non starà a guardar proprio quello. Nemmeno se ne accorgerà. E poi non può sapere com’ero prima. Non lo può ricordare. Il vaso intanto lo sposta Carlo. Avrei vinto la scommessa. Edo li strabuzza, è al massimo del turbamento. Cerca di sistemarsi più comodo. Di tenere un contegno. Non può riuscire a mostrare indifferenza. Suda. Si sbottona il colletto. Si umetta le labbra. Lo faccio anch’io. Per lui. Dedicato a lui. Me le sollevo con le mani: “Prendile bene e prendile tutte, che ne vale la pena. Non ne girano tante di così. E sono tutte roba mia. E allora… sono abbastanza porca per le tue maledette fotografie”?
Controllo se sono attenti, entrambi. Poi passo al resto. Lato b. Con lascivia mostro il culo e il mio è un gran bel culo. Lo smeno con gesto sensuale, lentamente. Passo una carezza leggera e accurata sulle chiappe. Vedere e non toccare. Soffermo le dita. Le palpo e le strizzo un pelo. Scivolo sulla loro rotondità. Scopro che nemmeno io sapevo di averlo così bello. Credo che Edo voglia dire qualcosa. Che anzi l’abbuia detta, ma talmente piano da restare un sospiro. E ha la faccia da chiedere nuovamente permesso. Spero che Carlo sia contento. Anzi spera che capisca cosa ha fatto: “E ora che facciamo? Gli mostriamo? No! si annoierebbe anche lui”.
Carlo mi guarda allibito. Non gli lascio il tempo di dire un amen. Lo rimbrotto: “Tu pensa a fotografare”. E’ certo che tanto non avrò mai il coraggio. Insiste ancora caparbiamente nella sua imbecillità. Ormai so di averlo, quel coraggio. Non mi potrebbe più fermare niente. Nemmeno fossimo in mezzo al traffico. Mai sottovalutare una donna dopo averla fatta incazzare. Se lanci una sfida devi essere pronto a prenderti le conseguenze. Non so se Carlo voleva ma adesso deve volere. Non ho nemmeno più voglio di rinfacciarglielo: “Vedi cos’hai combinato? Hai messo in imbarazzo il tuo amichetto. E hai messo qualcosa in corpo anche a me. Non preoccuparti, lo faccio diventare io maggiorenne”.
Edo si alza e balbetta che forse è il momento di andare. E’ quello che volevo. Ha fatto il gesto inconsulto. Quello di uno fuori posto. Quello che aspettavo. Non ha ancora capito. Sono da lui in un attimo. Gli abbasso la lampo, poi i calzoni e gli slip. Senza il tempo di nessuna reazione. Lo guardo e non può altro. Edo è in splendida forma ed è un gran bel vedere. Il suo è un vero stalin. Forse sono solo emozionata anch’io. Non è proprio un momento come tanti. Mi si dovrebbe capire: “E’ questo quello che tu chiami abbastanza? Posso”? Mi abbasso e glielo prendo in bocca. Mica ha il tempo per decidere. Continuo a guardare verso mio marito. Verso l’obiettivo. Penso a come verranno le foto. Mi chiedo quanto sarà contento. Carlo non ha mai saputo d’essere cornuto. Lo scopre in questo preciso istante. Spalanca due occhi che se avessi tempo da perdere scoppierei a ridere. Non voglio scoraggiare il mio partner. Lo so da sola che nell’orale riesco bene. E anche che è molto fotogenico. Sono certa che Carlo si sta chiedendo cosa deve ancora fare. Intanto scatta e scatta come una mitraglia. Si sposta e scatta. Si avvicina e scatta. Si allontana e scatta. Lavora di zoom. E’ molto professionale. Poi lo stupido, l’imbecille, il becco, sembra avere un secondo di dubbio: “Ma… io”…
Mica lo so cosa gli passa per la testa, allo stronzo. Debbo interrompermi un attimo, solo il tempo di rimetterlo in riga. Mica gli lascio il tempo di pensare. Finisce che alla fine diventa colpa mia. Eh no! caro. Adesso che te la sei voluta te la prendi: “Se tu fai, chi scatta le foto? E allora scatta”.
Intanto mi metto più comoda. Pare non essersi ancora del tutto reso conto che sono io quella che l’amico si sbatte, sua moglie. Che linguaggio. Non è da me. Non è certo un linguaggio da signora. Ma… vista la situazione, in una frangente così, chi se ne sbatte. Ormai sono decisa a fare tutto, anche quello che non ho mai pensato. Guarda pure; guarda. Guarda la tua mogliettina. Te le faccio io, per bene. Le corna. E te le metto come si deve. Faccio la gattina che metto a dura prova le coronarie di entrambi. Eccoli gli uomini: il viso paonazzo e l’equilibro instabile sul bordo dell’infarto. Eccoli lì gli eroi. Quelli che non indietreggiano mai. Davanti a nulla. Quelli che loro le donne: “E dì qualcosa anche te. Cos’è, un film muto? Cosa faccio, parlo da sola? Sei rimasto anche tu senza parola”?
Non vorrei dirlo ma… la cosa mi stuzzica. Magari è questa la mia vera natura. Sento quel frizzicorino. Non fosse per le foto me lo sarei già portato di là. Che a letto si sta anche più comodi. Come la chiamano… coerenza. Ho le mutandine bollenti. Insomma, se non le tolgo subito le bagno. E pensare che io a quello l’altro giorno gli ho detto sono sposata, che anche mi piaceva. Che ci avrei fatto volentieri un giro con lui. Che mi guardava con quegli occhi. Devo essermi proprio impazzita. Sono proprio una stupida. Intanto mi son tolta dall’imbarazzo. Mi sono rialzata. Lo guardo diritto e gli sorrido. Cerco di incoraggiarlo. Anche se credo ormai che non ne abbia più alcun bisogno: “E allora scatti? Le fai le tue maledette foto? O devo fare anche quello”.
Sono costretta a rallentare perché ho paura che Edo rovini tutto. Forse sono solo fisime mie. E’ colpa mia se mi sento sempre in colpa. Responsabile. Torno a chinarmi su di lui. Non voglio nemmeno che si scoraggi. Sento che non posso tirarla troppo a lungo. La cosa, il trattamento, lo interessa troppo. Carlo per non sapere che fare continua a scattare. Forse ha capito che non accetto più repliche. Sono decisa. E’ imperativo. Gli piace il porno allo sporcaccione e si scorda che sono sua moglie. Vuole vedere sempre più da vicino. E fotografare sempre più da vicino. Vorrebbe darmi consigli come se avessi bisogno di essere guidata. Fare il regista. Intanto penso che queste no, mica le posso mettere in rete. Mica tutte. Forse verranno troppo forti. Che… forse le tengo per me. Che potrei nascondere la faccia. Io non sono brava col computer. Ma forse si merita che mi si veda bene. Che si sappia che sono sua moglie: “Come se. Una. Con suo marito. In quel momento. Gli viene in mente. Le foto”.
Abbraccio il mio compagno e lo bacio. Gli sussurro in silenzio all’orecchio che sono pazza di lui. E anche di lui. E che adesso che l’ho conosciuto… che non rinuncerò più a lui. In realtà ho perso la testa. E non me ne frega più nulla delle foto. Anzi mi aiutano e mi scatenano ancora di più. Devo prendergli la mano per mettermela tra le gambe. La mia non l’ha trascurato per un attimo. Non ho fretta. E voglio si metta in testa che non potrà più fare senza di me. Altro che un po’ di più. Glielo faccio vedere io. Voglio che chi le guarda non possa resistere a tenere le mani a posto. Che neanche sul canale più bollente a pagamento. E lo leggo in faccia a Edo cosa mi vorrebbe dire. Con quanti nomi mi vorrebbe chiamare. Ma lui non riesce a scordare che c’è Carlo e che Carlo ci sta guardando. Lo facevo timido ma non così timido. E’ talmente facile con la digitale, non serve andare dal fotografo. E’ talmente interessato, preso che non gli viene in mente altro. Che non si pensa di fare. Non è nemmeno più uomo. E’ solo un occhio. E’ la macchina. I gesti si ripetono. Viene vicino. Si allontana. Mette a fuoco. Non c’è bisogno di flash. E ne può scattare quante vuole. E ne scatta quante vuole. E’ una gran comodità. Peccato perché sarebbe bello con due, cioè in tre. Mica lo posso fare con le mutandine addosso. Quasi me n’ero scordata: “Dammi un attimo. Un attimo solo”.
Lo faccio lentamente perché non si perda nulla. Lui avrebbe fretta. Ho fretta anch’io. Dicono che non c’è nulla meglio della malizia. Dicono che non c’è nulla più eccitante di una donna provocante. Della provocazione. Che funziona meglio. Mah! Io preferisco i fatti. Fosse per me lo farei subito. E dopo magari un’altra volta. Non sono donna di grande pazienza. Non in questo. Ma appena mi sfilo le mutandine è fatta. Appena vede un po’ di pelo perde quel poco di testa. Appena ne sente l’odore. A pensarci la stanza odora solo di me, odora di sesso, ma ho altro per la testa. E tutte queste parole non servono a nulla. Non è con le parole che si fanno i fatti. E se non son fatti questi: “E’ questo che volevi? Sono queste le foto che volevi, vero? E’ abbastanza”?
Non è un atleta ma non voglio lagnarmi. E me lo voglio proprio prendere tutto. In realtà Edo si chiamerebbe Edoardo, ma questo non conta nulla. In verità non è proprio come quello di Amedeo, ma, insomma… Ma anche lui, farsi chiamare Amedeo Amedei. Ma il nome è l’ultima cosa che è importante, quando sei su un letto. Per quello anche in macchina. Insomma quando mi va. Che faccio, tentenno ancora? Se non fossi così stupida ne avrei di occasioni. Ne troverei da divertirmi. Invece sto lì sempre a pensarci due volte. A farmi tanti problemi; troppi. E così mi pento dopo. Quasi sempre. E pensare… ma mica lo sapevo quand’è incominciata… sembrava tanto per bene. E invece sembra proprio che gli piaccia. Che le corna gli facciano gusto. Guardalo là. Potrei persino essere gelosa di Leo. Certo che non me lo sarei aspettata. E’ un tipo caparbio. Insistente. Tenace. Uno che dura. Chi l’avrebbe mai detto? Meglio così. Se una deve fare una cosa meglio farla bene. Per una cosa così. Voglio che se la fotografi in testa. Che se ne ricordi bene. Questa resterà nella storia. E gli succhio di dosso il sapore di me. Gli scopo anche l’anima. Voglio essere proprio porca.
Eppure Carlo la dovrebbe provare un po’ di invidia. Non ne ho mai avuto così voglia. Non sono mai stata così calda. Potrei durare fino a farlo impazzire. Ma comincio ad averne proprio bisogno. Questa storia è più pazza di quanto credevo. Se lo avessi saputo… Perché non te le dice nessuno, le cose? E’ una cosa che non avrei detto mai a nessuno. Come si fanno a raccontare, certe cose? Pazienza, la Mirella. Ma quella è una porca. Lei è così. Lei è veramente porca. Povero Giorgio. Meglio che non ci pensi, a Giorgio, ch’è stata una delle più belle della mia vita. Certo che certe donna sanno essere proprio puttane. A dirla tutta son proprio quelle con Carlo, il caro maritino, le più deludenti. Sarà perché è roba mia. Sarà perché non c’è il pericolo, la trepidazione. In fondo con lui è un mio diritto. Che quasi nemmeno lo farei. Non che… povero piccolo. Ecco, proprio povero piccolo. Ma non posso prendermela con lui. A Edo devo proprio sbatterglielo sul muso. Forse anche lui vorrebbe solo questo. Vorrebbe che avessi un po’ più di iniziativa. Ma lui è mio marito, perdio: “Ma guarda cosa mi tocca fare. Di la verità che non credevi ce l’avessi così grosso”.
Solo che una della mia età non dovrebbe mettersi a fare queste cose. Non dovrebbe più aver bisogno di lusingare gli uomini. Si aspetterebbe che si facessero avanti. Che prendessero un po’ di iniziativa. Che dico? Che si mostrassero più uomini. Può una donna fare tutto lei? Non sarà mai un fulmine di guerra. Uno che prende facilmente l’iniziativa. E forse lo so anche capire. Non gli deve essere mai successo. Farlo sotto gli occhi di un altro. Del marito. Di un amico. Di un amico marito. Anche a me fa un po’ strano. Ma ormai ho gettato ogni cosa oltre ogni ostacolo. Che mi sa che non l’ha fatto tante volte comunque. Ma Edo non ha bisogno che insista. Capisce da solo di cosa ho voglia. Ha ancora paura di sbagliare. Gli tolgo ogni dubbio senza bisogno di insistere. Mi basta aspettarlo. E Carlo si dimentica persino di fotografare perché a lui non ho mai voluto dargli questa soddisfazione. Anche per principio. E poi io so essere dispettosa, quando voglio. Da domani non mi chiamo più Rosa. E alla fine la dico la parola: “Sfondami”.

Nessun uomo sa immaginare di cos’è capace una donna. Dove può arrivare.
Ma Rosa”…
Spero che non mi verrai ancora a dire che potevo di più”.
Edo è arrivato alla fine, povero cocco. Scivolo veloce perché me lo voglio sentirlo in gola. “Come credi mi sia inventata il nome di Golosa Tiziana”? E’ stato un bravo compagno, che nemmeno credevo. In fondo se lo merita. Non gli lascio nessuna possibilità per lagnarsi. Poi raccolgo le mie cose. Lo invito a sistemarsi e mettersi tranquillo e comodo. E’ ormai senza energie. Mi infilo la gonna e la camicetta. Sulla pelle. Tanto la serata è finita. Non dobbiamo più uscire. Non resta che un bicchiere di vino. Vado bene anche così. E anche troppo. E chi vuole guardare che guardi. Non ho più niente di nuovo da mostrare. Ho fatto lo spettacolo concreto. E poi mi piace sentirmi la stoffa nella pelle. Che mi sfiora le tette. Sentirmi libera. Nuda sotto. “E ora facci vedere come sono venute ‘ste stronze di foto”.
Carlo è l’unico cornuto che era cornuto già prima di incontrarmi. Contento lui siamo contenti in tre. Però sono venute bene. Ne ho viste di migliori, ma non sono proprio malaccio. Non credevo che ci sarei riuscita. Certo che si vede tutto è bene. Persino troppo. Forse dovremmo farne qualcuna a letto. Con me sola. Che mi spoglio. Mi vengono delle pose… Stesa che mostro e non mostro. Con la mano che me la nascondo. Con la mano che scivola. Con quella sottoveste. E quelle mutandine e reggiseno. E’ un completo che ti fa partire subito. Con gli uomini basta poco. Con un sorriso più malizioso dipinto in faccia. In questo sono subito al lavoro. E neanche di profilo vengo niente male. Solo che a sentirlo in bocca lo avrei detto di più. Ma ha fatto il suo dovere. Povero piccolo, dev’essere stanco. Son certa che anche Carlo aveva fretta di vederle. Vengo proprio bene in foto. Certo non le mostrerei a mia madre. Chiedo ad Edo se è sicuro di poter guidare. Grandi, grossi e bambinoni. Per me gli chiederei di restare. E lo rassicuro: “La prossima volta che gli viene la fregola delle foto non ti preoccupare che chiamiamo subito te”.

N.B. L’immagine è stata trovata nel web.

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L’amore è pur sempre un senso di ebetudine. Nonostante le sue infinite colorazioni: ottunde.
Per lei: no! Il suo era certamente stato delicato e cortese ed era cresciuto di sé come cresce l’edera; sicuro.
Era nato quasi da niente, o da piccole cose: come profumo insinuante da una figura affascinante allontanatasi (l’immagine si fa fantasia o sospetto ma comunque resta meno che accessoria); evanescente. Ma coltivato con pazienza, in attese serene, in tremori impercettibili, in taciti sussurri. Silenzi.
All’inizio era stato un corteggiamento appena palpabile, sfumato quel tanto da confondersi con la gentilezza. Meno che un dubbio o un sospetto. Meno ancora che uno sguardo confuso.
Lui, davanti allo sportello: brevi domande poste con sorriso convenevole; rapide interrogazioni sempre meno giustificabili; un gioco di casualità fragili.
Poi attenzioni sempre più frequenti ma mai invadenti. Saluti lungo la via. Fiori. Non se ne era quasi ancora accorta finché quei mazzi di fiori, anche se di poco impegno, non sostituirono i suoi dubbi.
Di lì era nata la prima tenera simpatia. Non era più una ragazzina; non era donna ancora. Quell’andamento lento, senza strappi, sereno, aveva trasformato impercettibilmente quelle attenzioni in attese.
Lui sempre così composto, prese ad aspettarla finito il lavoro. Passeggiate lente e sempre meno frettolosi commiati davanti a casa. Anche a conoscerlo aveva imparato lentamente.
La prima volta che lo fece entrare apprezzò riservatezza e quel muoversi pieno di impacci. Fu una visita breve, come si conviene. Si salutarono sulla porta ma le mani per un attimo si trattennero.
A lei piaceva ascoltarlo parlare mentre passeggiavano, nella sera mite, tenendosi sottobraccio; anche lui sapeva ascoltare. Le regalava un senso di composta pace e di impudica confidenza; la sua voce.
Raccoglieva le preoccupazioni e esternava i dubbi, le proprie ansie. Seppure non si fosse certo fatta ciarliera parlava con piacere e varietà e lui era paziente, pronto a dedicarle complimenti, disposto ad assecondarla sul vestire e per l’acconciarsi. Sempre attento.
Si può dire che senza accorgersene cambiarono insieme e si cambiarono contemporaneamente. Ormai se un impegno li teneva lontani questo produceva una lunga attesa.
Non fu mai, come si legge, qualcosa che divampa. Le prese la mano e ritardarono finché le loro ombre non si furono allungate alla luce dei lampioni. La guardò incerto negl’occhi in modo mite eppure alle sue parole ella non seppe sottrarsi dall’arrossire e abbassare lo sguardo.
Si sposarono in maggio, in un lucente tepore, in un mare di fiori bianchi e gialli. Mai avrebbe scordato quell’istante. Mai! Lui: la sua pudicizia e quel bianco assoluto.
Il momento del sì fu forse la loro maggior emozione, poi uscirono a posare davanti alla facciata della chiesuola e ritrovarono il passo forzato delle loro passeggiate fra il ritmo dei rintocchi delle campane festose.
Cominciarono insieme quella nuova vita. Lei lasciò il suo posto al comune. Lei non si girò indietro. Lei imparò a curare meticolosamente la loro casetta.
Imparò, come si deve, ad aspettare il suo ritorno e si sentiva soddisfatta quando lui rincasava anche se questo si faceva precedere sempre da una leggera impazienza. Con lui non aveva mai fretta, le attese eppure non erano mai abbastanza brevi.
Eppure lui arrivava sempre puntuale, appoggiava il giornale piegato con cura, la salutava con un bacio leggero e si metteva subito le pattine e la giacca da camera aspettando paziente l’ora di cena.
Lei allora iniziava gli ultimi preparativi, affrettava i gesti e disponeva in tavola mentre lui alzava di tanto in tanto i suoi occhi dalla lettura per rispondere ai quesiti sulla giornata, per rinnovare la sua presenza.
Forse non esiste un amore più grande di quello che cresce di sé e si fa giorno per giorno. Pian piano passò dall’interpretare meticolosamente al precedere tutti i suoi desideri; persino i suoi silenzi.
Conosceva ormai ogni suo gusto, le parlava dei suoi sogni. La casa racchiudeva tutto il loro mondo e quell’amore continuò a rafforzarsi senza che il minimo screzio gli creasse nemmeno una pausa.
Decisero insieme e di comune accordo, anche se in modo quasi completamente taciuto, di non aver figli. Come se il rumore di un bimbo potesse inquietare quel loro sentimento ormai tanto cresciuto da farne una sola cosa. Quasi non ci dovesse essere suono alcuno a turbarli.
Solitamente la domenica il pranzo era un po’ più abbondante e ricercato; dopo andavano a passeggiare fino al parco, tenendosi la mano e lungo il fiume tacevano per lunghi tratti lasciando chiacchierare solo le esili onde e i rumori del silenzio.
Rientravano sempre prima dell’imbrunire. Le premure di lui non le erano mai venute a mancare. Lei accudiva alle dalie; le loro finestre erano sempre fiorite. Poteva scoppiare la guerra (e una guerra scoppiò, seppure distante, come tante) ma restava fuori dai loro confini.
Lui prendeva un bicchierino di brandy prima di coricarsi e ormai, tranne i periodi in cui lei era indisposta (solite cose di donne), non passava sera che non si amassero.
Dalla prima volta in cui lei aveva frainteso il piacere (non era stata quella prima notte, aveva amato in lui anche quell’averla saputa attendere), dalle prime volte in cui lei non aveva avuto bisogno di fingere vergogna, era scomparso ogni impaccio.
Ogni gesto era naturale, spontaneo, come sempre ma sempre atteso. Qualcuno potrebbe pensare al subentrare di un che di abitudine ma non nel loro caso. Non si erano lasciati tradire.
Si cercavano non come non rito, piuttosto come necessità; come se ogn’uno dei due traesse altra vita dall’altro. Come se nascessero ancora. Come esistessero per quello.
A volte lui amava vederla nuda prima, ammirarla e sfiorare il perfetto liscio corpo quasi senza toccarla; o solo guardarla.
Subito dopo lui fissava per un po’ il soffitto; a lei rimanevano gl’occhi lucidi e arrossati, il viso congestionato, si lasciava scappare lunghi sospiri. Poi, nel buio, si addormentavano abbracciandosi.
Qualche volta lui la cercava ancora, e lei non ne rimaneva sorpresa anzi si accorgeva di aver atteso il ritorno alle sue premure.
A volte lui amava guardarla dopo; le sue labbra fattesi più carnose nei baci, intumidite; i riccioli inumiditisi nel sudore che li appiccicavano alla fronte; i suoi occhi sereni. E si annegava nel suo dolce tepore.
La sera del loro decimo anniversario lei andò ad attenderlo al lavoro. Consumarono una cena leggera con sottofondo di musica barocca in un grazioso ristorantino. Lei aprì gaia come una bimba la piccola scatola e lo baciò forte con gratitudine lasciandosi a sonori segni di meraviglia. Lungo la via del ritorno si fermarono a guardare la grande luna, una cialda enorme e netta. E la luna li scrutò, finché le loro ombre non furono schiacciate in un perimetro circoscritto.

Quando si incamminarono nuovamente, con i lampioni a moltiplicare quelle loro ombre, a sfumarle e reinventarle, con le cicale a rifarsi il verso, fu bello tacendo passeggiare soltanto alzando gl’occhi, a tratti, sulle sagome buie dei palazzi. Pochi erano i passanti che incrociavano, ogn’uno nella propria direzione con la propria indifferenza. Pochi i suoni, forse un latrato ma indistinto; solo quello sfrigolio di fondo e il calore che le mani si trasmettevano. Una promessa.
Giunti in salotto, al gesto deliberato di lei (solo un sfiorargli la tempia) seguì, in entrambi, la consapevolezza che non avrebbero mai raggiunto la camera da letto; ogni altra attesa sarebbe parsa come una forzatura, una inaudita violenza, una modo di sfuggirsi o di mentirsi. Si spogliarono in fretta distribuendo gli abiti con disordine; gettandoli distrattamente tra un bacio e l’altro, senza staccarsi e soffocandosi in quei baci. La luce nella stanza giocava con quelle forme distratte.
Voleva essere sua ancora una prima volta, darsi, e darsi in un modo come fino ad allora, assieme, si erano negati; gl’occhi di lui rimandavano insoliti bagliori inquieti; i baci di lei non tradivano fretta, erano sempre più precisi ma delicati. La notte proseguiva a narrarsi.
Poteva solo immaginare il volto di lui ma lui era tutto su lei e lei lo sentiva mentre cercava di rintracciare il profumo della sua lavanda. Dapprima fu solo dolore, un dolore che la lacerava tutta, poi il suo dolore si confuse a un profondo piacere, comune e intimo (suo e loro), e non sapeva se era per l’uno o per l’altro ma le sfuggivano di gola ansiti e gemiti, grida. Lui sudava teneramente e la chiamava con dolci epiteti; abbracciati come un’unica cosa: a cercarsi ancora. Non sazi.
Non le parve come un sacrificio né una scoperta, tutto così naturale, niente di prestabilito, aveva deciso mentre si frugavano, mentre i momenti fuggivano fra baci appassionati, nel farsi automatico dei gesti d’amore e la passione era la vera scoperta di quella serata che né lui né lei avrebbero potuto scordare perché non si possono mai scordare le prime volte senza uccidere la memoria. Aveva voglia di dirgli grazie o di dimostrargli quella sua riconoscenza.
Lui si versò il suo brandy e lo bevve in un sorso, forse finse di non capire, poi lei attese che dormisse. Sembrava tranquillamente assopito, come spesso avveniva in taluni pomeriggi assolati quando il calore dell’aria aiuta quella specie di estraneazione, non in modo profondo eppure come un giovane intento in un sogno incorruttibile.
Lui non ebbe certamente possibilità di distinguere quel sonno ristoratore dalla morte. Il suo volto neppure mutò; quelle prime sottili rughe, da poco apparse, continuavano a disegnare un sorriso ininterrotto come a volte una cicatrice disegna in un viso un tracciato sereno di cui viene voglia con il dito di seguirne la trama.
Lei spense la luce e dormì completamente soddisfatta.
Lo divorò come in un grande rito. In ogni gesto c’era una cura precisa e una lentezza misurata per mantenere vivo il ricordo del gesto stesso e non sprecare nemmeno un minuto. E, con grande meticolosità, non trascurò nulla. Adesso, e per sempre, sarebbero stati come una sola cosa, come di più non era possibile; in modo assolutamente completo.¹


1] scritto il 6 maggio 1991

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Il raccontino e fortemente sconsigliato ad un pubblico minore nemmeno accompagnato nella lettura dalla presenza di un adulto per il suo contenuto esplicitamente eroticante. E’ sconsigliato altresì a quegli adulti che fanno uso, anche saltuario, di viagra ed altri stimolanti l’erezione. L’autore declina ogni responsabilità. Esiste anche una versione meno edulcorata della storia ma già questa mi sembra, per il linguaggio, non molto adatta ad un blog.

Quel nome, Tamy per Tamara, la ragazza l’aveva scelto da sola. Una specie di nome d’arte anche se è meglio non approfondire di quale arte. Tutte ormai pensano ad un promettente futuro e si premuniscono nel caso. Forse mai come in questo caso ogni sogno sembrava privo di fondamenta e destinato a naufragare. Il nomignolo, Cenerontola, invece le era stato affibbiato dalla voce popolare. Molti ne vantano la primigenia ma il vero responsabile non è mai stato individuato. E poi si sa come sono gli uomini in un universo in cui non c’è nessuno di migliore di colui che la sta raccontando; ma questo è già apparso in queste e altre pagine.
Torno alla giovane che conduceva una vita nel complesso insoddisfacente. Non era il lavoro perché del lavoro se ne fregava. Per lo più l’insofferenza era per gli affari di cuore che non andavano come avrebbe voluto. Non che Tamy fosse completamente all’oscuro di cos’era un uomo, tutt’altro, ma meno di quanto si sarebbe potuto pensare o di quanto avrebbe voluto. Lei aveva l’aria sfacciata che piace molto ai maschi. La faceva sembrare una preda facile, fin troppo. La cosa, da un certo punto, era più che vera. Ma Tamina aveva un’aria un po’ troppo sfacciata e li disincentivava altresì il vero o presunto tariffario. Inoltre non si poteva certo dire bella, né particolarmente acuta, né quel minimo pulita. Non aveva molta cura di sè. Ricopriva di cerone le macerie del cerone del giorno precedente. Molti altri indizi sottolineavano la sua avanzata trascuratezza. Anche se era generosamente fornita di ciò che più interessa all’uomo. Mentre l’enorme bocca non era considerata un grave difetto. Insomma le occasioni non erano tantissime nonostante tutti i filtri che propinava in giro e che avevano procurato dolori lancinanti e vomito in quasi tutti i maschi dei dintorni.
Naturale che Tamara provasse una grande invidia per le sorelle che possedevano tutte quelle virtù che a lei mancavano. Mostravano molta cura delle loro persone, sempre pulite e perfettamente truccate. Erano snelle come lei non sarebbe mai potuta essere. I loro seni si reggevano da soli. Avevano dei culetti che era delizioso mettere in mostra e far scodinzolare. Lunghe gambe tornite. Occhi carichi di malizia. Visetti di porcellana e potevano mostrarsi persino snob. Solo nella vanità e l’opportunismo poteva dirsi alla pari, ma non sempre gli sguardi e i sorrisi che accompagnavano il suo passare potevano darle soddisfazione. Anzi quelle paroline che li accompagnavano spesso riuscivano a ferirla. Lei pensava come in quella storia della volpe e l’uva anche se la sua uva era da tempo matura e si poteva facilmente vendemmiare.
Anche nella nostra, come in tutte le favole che si rispettino, c’è un principe azzurro. Anche nel nostro paese delle cinque città, la famosa e chiacchierata Pentapoli, i genitori avevano deciso che era giunto il tempo di trovargli moglie. I regnanti erano preoccupati dalla sua vita dissoluta che spesso finiva a tarda notte e dalle sue frequentazioni, non proprio raccomandabili, con quei capelli lunghi e biondi e quel suo modo ridicolo di vestire. Certo che nemmeno quel leggero suono un po’ in falsetto della voce non contribuiva a renderli più tranquilli. Cercavano di non prestar fede alle chiacchiere. Si decisero così per un grande ballo in cui il figlio avrebbe scelto, tra tutte le giovani da maritare, ma anche maritate, perché no? purché di cuore generoso, la sua futura sposa. La compagna di tutta una vita. Il giovane, messo alle strette, poté rimandare ma non sottrarsi né esimersi. L’evento era naturalmente destinato a far parlare per anni e ancor oggi se ne favoleggia.
Quando si dice tutte si dice proprio tutte le donne di quella fascia di età, praticamente tutte le viventi. L’occasione era veramente unica e la nostra ci aveva investito parte delle sue ore notturne anche se non si illudeva troppo. Per essere pratica lei era pragmatica. Aveva orecchiato le indicazioni date dalla matrigna alle sorelle su come comportarsi in una situazione simile; su come compiacere il principe e rispettare l’etichetta di corte. Quella donna, rimasta prematuramente vedova, si era arresa e aveva rinunciato a raccomandarsi con Tamara certa che comunque non avrebbe capito. Decise persino di non accompagnarle temendo per il contegno della figlia minore. Si sacrificò restando in casa lenendo però l’ansia dell’attesa insieme al figlio del fornaio. Il giovane era alto e robusto ma queste cose sono irrilevanti ai fini del racconto. Così come il modo in cui loro due passarono la serata in dolce compagnia.
Ciò che qui interessa è che Tamara persino al galà si presentò elegantemente sciatta per ingozzarsi di tramezzini e di ogni ben di dio. Il tonante rutto finale concluse la sua entrata e parve di buon auspicio suscitando grande ilarità. In verità alzava un po’ troppo l’abito lungo approssimativamente da sera per mostrarsi a suo agio e abbastanza virginale. I tacchi poi le davano un’aria a dir poco goffa quale una foca che sostiene la palla in cima di naso. Poi si accomodò paziente vicino ad un vecchio barone già preda di un sonno profondo e rumoroso. Il divano dichiarò immediatamente di soffrire il suo peso. Si guardò attorno e per dirla tutta la maggior parte delle presenti poco assomigliavano a debuttanti. Perlopiù facevano pensare a vecchie chiatte navigate. A quelle donne che in tempi più recenti tanto sono ricercate dai camionisti. E i cavalieri non erano meglio.
L’orchestra però era una vera orchestra. La sua meraviglia era vera meraviglia, impossibile da nascondere. Tanto sfarzo da lasciare in apnea. Si ripassò i consigli materni a mente. Come si aspettava alle prime note della musica le luci venivano spente in tutta la sala e le giovani dovevano rendere l’omaggio della pretendente. Alla fine di ogni ballo i grandi lampadari venivano riaccesi dopo pochi secondi e le dame dovevano avere l’accortezza di farsi cogliere ricomposte. Alcuni di quei gesti affrettati mostravano però compiacimento. Erano anche stati visibili alcuni casi i cui le giovani s’erano attardate chine e gli occhi di tutti i presenti avevano potuto coglierle ancora indaffarate a cercare di compiacere inutilmente il giovane rampollo con ancora le brache leggermente calate. Ma la maggior parte però di quelle non ambiva in fondo a fare la principessa. Preferivano di gran lunga cercare di porre le basi per una carriera, ben più prodiga di soddisfazioni anche economiche, da velina o meglio da escort; sia per le soddisfazioni lavorative sia perché il principe non sembrava proprio una garanzia.
Lui non cercava nemmeno di mentire e mostrava tranquillamente d’essere lì per forza e di malavoglia. Quelli che non ballavano erano prodighi di osservazioni e pettegolezzi e si affaccendavano attorno alle scommesse. Pareva però che man mano tutte le favorite restassero al palo, venissero scartate da gli oh! di sorpresa. L’espressione del corteggiato non mostrava di cambiare. Persino Katia, che era considerata ragazza di notevolissimi argomenti e molto convincente cioè una vera bomba e una vera e propria espertissima professionista, fallì nelle sue blandizie. Eppure tutti erano stati pronti a giocarsi tutto e si meravigliano tutt’ora sostenendo che quella bocca raccontava già le cose più incredibili e affascinanti. Invece semplicemente lei lasciò il centro della sala mostrandosi altezzosa, superiore e quasi rassicurata.
Quando la serata si avvicinava rapidamente a conclusione e giunse finalmente il suo turno Tamara si avvicinò al centro dell’ambiente fingendo con rimarcabile maestria un enfatizzato pudore. Era quello un valzer ma la musica perse subito importanza non appena si trovò al buio. Come le era stato indicato entrò subito in azione cercando di non perdere tempo. Allora dovette armeggiare un po’ che rischiò di farsi prendere dall’ansia. Certo la posizione china non favoriva la comodità. Sentiva intorno bisbigliare e il frusciare degli abiti. Si rese conto che nemmeno le altre ballerine restavano inoperose nonostante non fossero accompagnate dall’ospite e non lo facessero che per una passione che non portava ad altra ricompensa. Scoprì immediatamente che il principe era annoiato e forse anche ormai un po’ esausto, ma non se ne fece avvilire. Ci voleva ben altro.
Avrebbe pensato di doverlo fare un po’ di malavoglia ma si sorprese perché quello di un principe comportava dei vantaggi: seppur non troppo gagliardo la pulizia e il profumo rendeva la cosa persino gradevole. Le parve una esperienza quasi nuova e questo la emozionò non poco. Anzi si lasciò trasportare e ben presto si lasciò guidare da entusiasmo e orgoglio. Lentamente anche sul principe tutto ebbe un effetto positivo. Si trovò a pensare che non era per nulla male per essere una donna. Reagiva con sempre più convinzione e lei si rese conto che stava raggiungendo lo scopo proprio mentre le note cominciavano a sfumare restandola leggermente delusa. Per giorni si sarebbe chiesta del sapore d’un nobile. In quel momento visse solo l’incompiutezza di una canzone finita troppo in fretta. E accettò la delusione con rassegnazione. Per un attimo si era preoccupata di se più che per il principe. Poi semplicemente se ne tornò a casa con le sorelle.
Ma fin dal mattino seguente i genitori del celibe titolato gli fecero capire che non avrebbero receduto dalle loro intenzioni. Che doveva scegliere tra le damigelle di quella sera. Così, messo alle strette dalla famiglia, il blasonato ragazzo decise che allora, come un male minore, avrebbe cercato quelle labbra che si erano spinte così prossime a compiacerlo. Solo che non aveva degnato la loro padrona di uno sguardo. Salì perciò sul suo destriero e partì per quella sua indagine deciso a girare anche per gli angoli più rustici del suo regno. Tutto pur di non lasciare la scelta a loro. E ancora una volta l’appuntamento della sorte con la nostra eroina sembrò non giungere mai. Il giro dell’aristocratico virgulto prevedeva di raggiungere tra le ultime mete quel borgo. Qui, nel racconto, trascuro la parte avuta in tutta questa vicenda dallo scudiero anche se la nostra eroina mi ha esortato da parte sua stimolandomi con entusiasmo: “Parliamone. Parliamone”!
Quando finalmente il patrizio esausto giunse davanti alla porta della casa di Tamy e la sua famiglia era ormai prostrato e sfiduciato. Naturalmente notò prima le sue due avvenenti sorelle che anche loro fallirono. Non riconobbe il tocco di quelle labbra e se ne fece una ragione. Per puro scrupolo decise di concedere alcuni attimi e la sua attenzione anche alla madre seppure non ricordava di averla vista alla festa. La matura donna, che era però ancora di dolce aspetto, si prodigò decisa a sacrificarsi in nome della famiglia e per l’avvenire delle figlie cercando di sfruttare l’opportunità concessale; inutilmente. Anche la vedova, nonostante l’età che le dava esperienza, fallì e lui stava già andando oltre, anzi era già risalito in groppa al suo destriero mentre quella si rifaceva il trucco. Lui credeva che ci fossero lì solo tre donne. Vedendolo fu allora che Tamy tornò a sperare e corse fuori e lui controvoglia capì che non poteva sottrarsi anche a quel dovere.
Sono in obbligo di aggiungere che la cosa si rese più complicata scusandomi per la divagazione. Il bel cavallo bianco durante il tragitto doveva essere stato enormemente emozionato dalla vista di un’avvenente giumenta (meno probabile è l’ipotesi che fosse per quello che aveva visto lì con i suoi occhi di puledro). Da quando il principe era giunto davanti a quella casa posta poco fuori le mura, una delle ultime che visitava, la povera bestia presentava una maestosa eccitazione. Dopo aver mostrato la propria meraviglia alla vista della prestanza dell’animale sgranando tanto di occhi la nostra protagonista pensò (erroneamente o meno) che tra i suoi obblighi di suddita e di aspirante principessa facesse parte anche quello di soccorrere e compiacere l’animale del suo signore come i due fossero due corpi e un’anima. Fu per quello che trascurò per quel poco il possibile promesso sposo per dedicare le proprie attenzioni all’animale.
La volonterosa giovane si avvicinò senza dire fiato e le sue mani ruvide cominciarono maestralmente a lenire l’ansia della bestia la quale sembrò non fare caso ai calli di quelle dita e mostrò velocemente di gradire. Anche i suoi occhi equini cambiarono espressione davanti a tanta padronanza e ostinazione assumendone una simile a quella visibile in simili momenti in tanti visi di giovani amanti. Il principe sperava che la ragazza non si illudesse che ci fosse una proporzione tra lui e la sua cavalcatura. Il destriero invece si limitò a dimostrare con enorme generosità il suo ringraziamento per poi occuparsi di brucare come se non né portasse già più alcun ricordo. In verità si era rassegnato essendo stato trascinato via controvoglia che di quella, la voglia, ne avrebbe avuta ancora. Ma era solo un semplice stallone.
Dio volesse che anche l’altro, l’uomo, fosse un vero stallone. Per un attimo la pia Cenerontola (mi si perdoni se mi è sfuggito di chiamarla in questo modo che suona un poco canzonatorio e poco rispettoso) si lasciò attraversare da pensieri che qui non si possono narrare per il loro carattere esplicito. Si lasciò tormentare dal dubbio sull’ingiustizia delle cose e sulla futilità di tanta abbondanza su di un essere senza ragione. Cioè senza intelligenza né parola. Il principe aveva atteso paziente che venisse, per così dire, il suo turno. Come lei si rese disponibile l’uomo si avvicinò non mostrando particolare interesse. Era anzi annoiato. C’è da dire che quello era stato l’atteggiamento che l’aveva accompagnato per tutta la sua ricerca. C’è da aggiungere che per tutta la vicenda aveva tenuto in contegno che lo faceva pensare più adatto a fare la regina che il re. Comunque aveva argomenti da re anche se non privi di buona modestia e questi sono gli argomenti che qui interessano e di cui rapidamente mise a conoscenza la villanella. Ma quella sua fu solo generosità dettata dalla fretta che lo spinse a calarsi le brache da sé per accelerare i tempi, mentre lei si mondava già le labbra dal rossetto.
Vedendolo in quel frangente la sfiorò la conclusione che se sapeva chi dei due era stato generosamente compensato nel fisico era estremamente incerta su quale era stato più dotato dal Signore nell’intelletto. Si tranquillizzò pensando che non era poi la cosa, cioè la dote più importante. E si decise consapevole che la vita quasi mai dà quello che promette. Così si inginocchiò deferente davanti a quella timida maestosità come qualche volta gli era capitato durante le messe della domenica. Lui si mostrava orgoglioso senza alcuna ragione, ma forse di più disinteressato e ormai rassegnato. Cominciava ormai a dubitare che avrebbe ritrovato in quella giornata quelle labbra che cercava. Stavo per dire bramava ma la bramosia non era propriamente il sentimento che lo animava. Come detto questo sentimento somigliava più all’apatia.
Ma il ragazzo non era stupido, anche se questo non vuol dire che ci troviamo di fronte a un genio. Capiva la situazione e capì che doveva ascoltare ciò che gli diceva il buonsenso e il suo nobile strumento. Lasciare i pensieri e le preoccupazioni ed ascoltare solo i sensi; vincendo quel ch’é di ripulsa. Era pur sempre un cavaliere, anche se a volte ne dubitava lui stesso. Ed era imbarazzante ammettere che quelle labbra stavano rivelandogli un principio di interesse. Gli si cominciarono ad intorpidire le parole e la mente. Lei non era certo avara di consigli e di segreti e di confidenze. La vide persino armeggiare sotto la gonna senza chiedersi a cosa stesse alludendo, ma fu per una distrazione breve.
Si compiacque della proprio dimostrazione di prestanza. Vinse ogni ritrosia. Iniziò a convincersi che se proprio doveva scegliere una donna preferiva quella piuttosto che altre che gli avrebbero garantito solo un’abbondante messe di corna. Cercò di valutare che l’aspetto in fondo non era tutto in una persona. Si meravigliò all’improvviso di come quella femmina mostrasse in quella circostanza una notevole cultura. La riconobbe, era certamente lei quella che cercava. Fu letteralmente stupito di constatare nel momento preciso di come lei fosse capace e riuscisse a spingersi fino a regalargli un’effimera gioia. E di come accogliesse in silenzio e religiosamente la sua abbondante, per lui, dimostrazione di giubilo.
Infatti la guardò e la scorse completamente rapita. Se si fosse visto avrebbe letto l’incredulità nei propri occhi. Mi confiderà in seguito lei cosa stava pensando in quel preciso momento; se ne ricordava ancora. Ma questo è un segreto che le ho promesso di non rivelare. E le promesse, soprattutto quelle fatte in un momento così intimo quale quello nel quale lei mi estorse quel giuramento, vanno mantenute. E tutti viviamo ancora felici e contenti anche se il principe, distratto com’è, lascia di tanto in tanto sul comodino una lauta mancia.

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Senza volere disilludere nessuna ma… se alla nostra bella quei ventisette centimetri sembrano molto più quindici centimetri (misura, questa, ritenuta sotto il limite dell’insufficienza) allora ha un problema…
di vista.

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