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Posts Tagged ‘Eva’

Come diceva quel saggio: “Posso spiegarti ma non posso capire per te”, allo stesso modo è difficile credere per chi non crede. Di creduloni ce ne son fin troppi e poi prestano credito alle cose più banali e infime. Qui stiamo parlando della grande Storia. Della vera Storia. Gli eventi sono quelli da cui tutti noi veniamo. Parola di un signore.

fulmineRiprendiamo la narrazione. Lui era andato perché doveva andare. C’era quella storia con Abimelek. Abramo non aveva detto una bugia, ma nemmeno la verità. E Sara era Sara. Temeva che potesse combinare un immane casino. Come quella Elena. Ma quella era un’altra storia. La loro storia. E a raccontare quella se l’era sbrigata velocemente. Se la sbrigassero tra loro. Era stata solo una stupida disputa. Su chi era più dio. Loro altro non erano che dei. Un po’ presuntuosi ma sempre dei. Pieni di vizi e poveri di virtù. Più simili agli uomini. E a uomini d’arme. D’arme e d’avventura. Sempre preda dei loro istinti. Solo un poeta cieco poteva perdere tanto a raccontare così povere gesta.
Una guerra. Un viaggio. Aveva già raccontato tutto lui, il poeta, l’aedo, il lirico. Lui, cioè loro, non aveva avuto bisogno del caos. Né di cori. Lui il mondo l’aveva creato per davvero. E dal niente. Senza indovini e oracoli e altri illusionismi. Tutta fatica del suo sacco. Lui non aveva bisogno di guerra. Se la vedeva da solo; era o non era un pacifista? Il primo. Bastava e avanzava l’ira divina per sistemarli. Un richiamo con voce tonante. Magari anche una cacciata. Un’onda un po’ più alta. Un’ordalia. Insomma quelle cose lì. E niente giochi. Niente finti cavalli. Niente maghe dagli occhi affascinanti. Gli sembrava tutto un gran bel romanzo. Con un linguaggio un po’ superato, passatista. Nient’altro che un romanzo. Quasi di cappa e spada. E che assurdità di quella città non lasciare traccia. Quasi a provocare chi ha il gusto dell’antico. Dal suo punto di vista era solo preistoria. Intanto tanto per essere precisi si sta parlando del 1850 a.C., ma ancora non si sapeva, per via di quel prima, o circa.
Avrebbe voluto tanto lasciare che se la sbrigassero. Ma non poteva certo fingere di non vedere. Così era andato suo malgrado. E fortuna che quello l’aveva presa bene. Ora non avrebbe accettato nessuna malalingua. «Non temere, Abramo. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». Era vero che Abramo era ormai vecchio. Che erano sposati da tanto di quel tempo che non facevano più ormai caso uno all’altra. Si passavano accanto, si sfioravano, e nemmeno si vedevano. Nemmeno ne faceva mistero. Esattamente non facevano più caso uno all’altra. Ma quell’altra avrebbe anche voluto, voluto e sperato, forse, che facesse ancora caso. O forse no. Forse solo voluto. Il povero vecchio non era del tutto arzillo. Almeno in quei giorni. E tanti viaggi non gli giovavano. Gli mettevano fiacchezza. Era sempre a lagnarsi. Sempre in compagnia di qualche dolorino. Tutto ciò era vero, parola di dio. Ed era altrettanto vero che Lui, come promesso, era andato a visitarla, cioè a visitarli. E Lei, quella donna, cioè Sara, non aveva nulla da ridere. Insomma loro niente, poi, dopo la sua visita, Sara aveva scoperto di aspettarlo. Quel benedetto figlio. Non c’era nessuna attinenza. Solo un caso. Il frutto della sua promessa. Niente di più. Lui non c’entrava, non almeno direttamente, con quella nascita. Che dicessero quello che volevano. Un miracolo è solo un miracolo. I soliti scettici. Anzi che si imparassero a tacerselo.
Ché Abramo non era uno che ci pensava due volte. Gli dicevi una cosa e lui già l’aveva fatta. Non un cuor di leone, ma anche un fifone può trovare il suo attimo di coraggio. E Lui aveva grandi progetti su quel vecchio. E in quel momento doveva preoccuparsi di tenerlo vivo. E magari con un po’ di dignità. Che se ne sarebbe stato di uno così con un sospetto. Che poi se Sara non era certo un esempio nemmeno era peggio di tante altre. Le fosse mancata la virtù si sarebbe confusa con i più. Così aveva deciso. Che continuassero a ridere. E raccontare dei tre pellegrini. Che era stato solo lui ad essere imprevidente. Quando si ha moglie meglio tenerla da conto.
La verità forse era diversa. Gli aveva detto, lo aveva detto a lui, di prendere di tutto da tre. una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione. Non era sceso nei particolari dei tre pellegrini. Lui li aveva accolti davanti alla sua tenda. Lui era stato ospitale come si doveva. Anche troppo. E aveva sacrificato il vitello migliore. Nemmeno quando gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie»? si domandò perché chiedessero subito di lei. Lui lo aveva pure in qualche modo avvertito e quello si era addormentato. Valli a capire i vecchi, a volte troppo sospettosi, altre troppo fiduciosi. Mentre quelli contemplavano Sodoma lui, vecchio, dormiva della grande. Sarebbe potuto finire il mondo. Forse quello era il segno di Dio ma Lui stesso non ne era certo. E dopo quei tre partirono per andare verso la città. Insomma questi erano i fatti. E Lui voleva essere certo di cosa succedeva in quelle città. Aveva chiesto loro di essere i suoi stessi occhi. Nient’altro. Ne era certo. E il vecchio avrebbe dovuto solo essere contento. E soddisfatto, e orgoglioso. Uscito di quel sonno profondo. Ma il vecchio non lo era completamente. Almeno non lo fu quando seppe che sarebbe diventato padre e popolo quando aveva l’età per essere nonno. Ma Lei sogghignava sotto i baffi pur non avendoli. E Sara, con la acca o no finale poco importa, pareva aver ritrovato il buonumore. Eppure aveva la sensazione che la calma fosse solo apparente. Abramo se ne stava buono e in disparte privo delle forze che da tempo non aveva. E Lui era preoccupato di quello che gli avrebbero raccontato da quelle città. Se ne dicevano tante e le più diverse. Nessuna di buona. Nel bene e nel male si sarebbero ricordati tutti di quelle due città. Sebbene Lui fosse clemente non ne poteva più di tanto clamore. Cercava certezza di quello che già sapeva, perché il Signore è onnisciente.
Comunque inviò anche due angeli per avere ancora altre certezze. Lui sapeva che Lot era un giusto, lui e pochi altri. Troppo pochi. Ma in fondo era fiero dell’ardire di quel vecchio Isacco. E Lot cercò anche di difendere i suoi ospiti. Offrì in cambio il bene che aveva più prezioso: «Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto». Ma gli angeli con viso d’angelo e quel loro sorriso angelico avevano invaghito gli uomini. O forse a quegli uomini erano più graditi gli uomini; proprio non se ne capacitava, non lo capiva. E così ebbero modo di conoscere l’ira divina. Sulla città si alzarono alte le fiamme. Salvò Lot per essere clemente con la supplica di Abramo ma lo stesso Lot si ritrovò con una moglie di sale. Mai che le donne riescano a dar retta a qualcuno. Non ci aveva potuto fare niente. Anche se era Dio. Un patto è un patto. E Abramo vide le città andare verso la loro distruzione. E poi solo rovine. E Lui si sentì stanco di quel fare e disfare. Certo sperava di essersi spiegato bene.
Voleva ripensare a quella storia. Niente era stato facile. E non voleva diventare lo zimbello di nessuno. Né di Lei né di sé stesso né di tutti gli altri Lui. Per ora Gli interessava il destino di Sara. Rimettere ordine. Scordarsi tutto quello che era successo. Fosse solo stato possibile. Teneva che ne avrebbero parlato e parlato per anni. Lui poteva fare quello che voleva ma distruggere due città era una cosa che non poteva passare inosservata. Sì! aveva salvato Lot, e le figlie, i generi no perché non avevano voluto credere, e quella moglie ormai solo un gran mucchio di sale. E nella confusione di città ne furono distrutte cinque, delle altre tre nemmeno si ricorda il nome. Di più non aveva potuto fare. Bastava che Lot fosse solo un poco più… venditore. Insomma convincente. Quelli erano un branco scatenato di anarchici senza Dio. Nemmeno nessun rispetto nemmeno per l’autorità. Avrebbero riservato lo stesso trattamento allo stesso Lot. Eppure era padre e aveva due figlie e perciò gli dovevano piacere le donne; a Lot. In che strana storia si era invischiato. Ma almeno di quelli si era liberato. Non avrebbe più dovuto vedere uomini che facevano occhi languidi ad altri uomini. O uomini a usare le donne come fossero uomini. Lei diceva che era un bieco moralista, solo un conformista; vecchio. Di quella modernità non sapeva che farsene. Meglio vecchio che così. Era quando vedeva Lei che si sentiva confuso.

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fulmineCapita a tutti, a volte, di scordare. A volte sarebbe comodo poterlo fare. A volte riesce. Uno sceglie tra le cose quelle che tornano utili. Finge delle altre che non siano. Prosegue su quell’amnesia. Poi non può più tornare indietro. E per tutto è stato un altro. O altri. Che poi nella vita si può anche cambiare. Occorrono sempre tutti quei perché?

A dire il vero non se la poteva prendere con Adamo. Si sa che l’uomo è uomo. A dire il vero non se la poteva prendere nemmeno con Eva. Anche nel suo caso si sa che la donna è donna. L’aveva fatta così. Certo non poteva immaginare, immaginazione divina, che poi avrebbe avuto tutti quei… pruriti. Con qualcuno se la sarebbe dovuta prendere. Non sapeva con chi. E poi dicono Ira divina. Lo doveva immaginare. Lo doveva sapere. Fin dall’inizio. Nemmeno il tempo di farla, quella, e già a volare le chiacchiere. E dire che non era nemmeno fatta di carne, almeno all’inizio. Lo avrebbe scoperto chi aveva parlato di figli suoi. Magari era stata proprio Lei. Valle a capire le donne. Quando meno te lo aspetti. Qualcuno subito a dire che erano gli angeli. Fossero stati loro non si potevano proprio definire figli. Non nel senso letterale. Non nel senso materiale. Anche quelli s’erano messi in testa di fare di testa loro. Non bastava che appena girava un occhio. Tra loro. Si erano messi in testa di mescolarsi con gli uomini, o meglio con le donne. Se ne erano incapricciati. A star lì a guardarle. Guarda oggi, guarda domani. Si sa che da cosa nasce, in questo caso, un niente di buono. E si sceglievano anche le più belle. E dopo loro i giganti. Chi poteva anche solo pensare che fossero figli suoi? Ci sarebbe stato di che querelare. Ci sarebbe stato. Era meglio stendere dei panni sopra.
E poi quelli erano fatti privati. Cose di famiglia. Che ciascuno pensasse ai propri. Forse il vizio era nato ancora prima che l’uomo. Un po’ come quella storia dell’uovo. Chi lo poteva dire? Non ci si raccapezzava più. Avrebbe dovuto credere alla saggezza popolare. Vuoi vedere che alla fine finisce che me la posso prendere solo con me? Certo che come Dio non poteva delegare, campare scuse; e come Dio non ci faceva certo una bella figura. Mischiarsi con gli uomini. Abbassarsi al loro rango. Lui li aveva fatti a sua immagine e somiglianza, ma non proprio così somiglianti, cioè non era Lui che poi doveva scimmiottare loro. E non era stato così. Chi lo raccontava era un pazzo, o un mentitore, o un mentecatto. Lui s’era limitato a starsene in disparte; nell’alto dei cieli. E anche un po’ solitario, a dire il vero. Lui non ragionava con quella parte del corpo. Che poi Lui era indivisibile. Mica poteva dire abbiamo. Questo e quello. Tutto in prima persona. Non poteva campare il pubblico, cioè il collettivo, cioè la partecipazione, cioè. Era un bel guazzabuglio. Vallo a spiegare.
Era chiaro che poi persino loro ci potevano trovare da ridire. Quelli che avevano preso la loro dimora come un Club Privè. Intendeva dire quei senza dio degli dei. Olimpo, lo chiamavano. Bella pensata. A metterci il modello si sarebbe pensato ad una fotocamera digitale. Sembrava un albergo a ore. Gente che va, gente che viene. Mai un letto libero. Più stesi che in piedi. E poi ignoranti come pochi. E ogni posto era buono. Persino fuori dalle mura domestiche. E lui che doveva dare l’esempio era anche peggio. Aveva preso la vita come un continuo carnevale. Era arrivato persino a travestirsi da donna. Un problema era che chiunque capitasse di incontrare c’era il rischio che fosse lui. Una volta da cigno, una da satiro, una da toro (per altro adatto ai suoi bassi fini), un’altra da aquila. Senza parlare di quell’essere inutile di Ganimede. Ma anche loro. Spesso erano anche sposate. Se non c’è qualcuno a dire una volta no. Una carnevalata, ripeteva. Fortuna che gli riusciva bene evitare lui e tutta la sua genia. Nelle cose bisogna crede. Mica poteva star lì sempre a spiegare. O ti fidi o non ti fidi. Mica era stato Lui a dire che al loro dio perdente non si deve credere mai.

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fulmineBella associazione. Non sapeva chi era peggio. Secondo Lui il problema era nato da subito. Non si capacitava ancora, probabilmente erano stati quei quattro, cioè Michele, Gabriele, Raffaele e Uriele; tanto per non far nomi. Chissà cosa gli avevano portato. Tanta fatica per nulla. E ora pareva solo colpa sua. Lo aveva già detto che gli sembravano degli incapaci. E lasciavano piume da per tutto. Se n’era trovata una a letto che gli aveva fatto passare male la notte. Non aveva fatto che rigirarsi prima di capire la causa di quel prurito.

Stava pensando che un’altra volta la sua storia sarebbe stato meglio se la scrivesse da sé. Comunque sulla Creazione era meglio che ci parlasse, con quelli. E anche con quelli altri; soprattutto. E che la smettessero di tessere le proprie lodi. Di farsi belli con nulla. Cos’era ‘sto periodo geometrico? Della cosa era certo, ma con quelli… Continuava a rimandare. Restiamo nel seminato. Era solo che… tutti lo fanno acciglioso, altero, incazzoso. Niente di meno vero. Lui, invece, avrebbe piacere ci fossero occasioni per poter ridere; per un po’ di leggera e sana allegria. Ma più ci pensava meno trovava qualcosa di cui stare allegro o, almeno, qualcosa di buffo.
Le cose si possono anche capire. A volte non si possono proprio giustificare. Il pomo non era più là. Ma non era tanto per una mela. Era una questione di principio. E poi non era nemmeno una mela. Mica stava parlando con dei ragazzini. In quel caso avrebbe usato una favoletta del cavolo. Aveva cercato di fare piano. Non c’era riuscito. Aveva quel passo pesante. Va bene che era puro spirito, ma mica era un fuscello, Lui. Avevano fatto a tempo a nascondersi, ma non ci si può nascondere per l’eternità. A Dio. “Venite fuori”. Era stanco di quel gioco prima ancora di cominciare. Che non facessero i bambini. Lui aveva da prima cercato di fare l’uomo. Scusa banale. Si parla di quel bell’imbusto di Adamo. Bello poi. Diciamo originale. Poi lui a dare la colpa a lei. Lei all’altro. C’era da aspettarselo. Anche se erano i primi sempre uomini erano. Uomini e serpente. Una coppia e un serpente. Non sapeva di chi fidarsi meno. Certo che a prendersi la responsabilità rode a tutti. E presuntuosi erano presuntuosi. Forse era umano. Erano sempre stati nudi e adesso facevano a meravigliasi di vederlo. Secondo Lui lo facevano apposta. L’aveva già detto. O almeno l’aveva pensato. Per Dio pensare e dire non rappresentava poi una grande differenza. Il suo era pensiero di Dio. La loro non era che una semplice scusa. Anche banale. E goffa.
Spiegarlo al serpente era l’impresa. Alla fine ci rinunciò. Come fai a parlare con uno così. Come quello. Ci provi chi vuole, a parlare con un servente. Standogli sempre ad una certa distanza. Perché fidarsi e bene. Meglio non farlo. Si chiese se s’era ricordato di dargli orecchie. Si chiese se serviva proprio il serpente. A che serve? Forse avrebbe fatto una lista. Magari più avanti. Non era l’unico, il serpente, che sarebbe stato bene rifare. Magari con le gambe. O al limite cancellare. A dire il vero sarebbe rimasto ben poco di tutto il suo lavoro. Ma per il serpente una soluzione si sarebbe trovata. Per il momento lo lasciava a strisciare senza gambe. Poi qualcuno sarebbe venuto. Meglio una donna. Quello aveva rincitrullito Eva. La storia del potere. Quella dell’intelligenza. Pensò che sarebbe stata una donna a fargliela pagare. Si sarebbe organizzato. Certo che a trovarne una adatta non era cosa facile.
* Comunque ad Adamo fischiavano le orecchie per quella storia che era stato il serpente a sedurre Eva.
Non gli era proprio venuto in mente che si potesse trattare di uno dei soliti travestimenti. Il serpente o faceva perfettamente lo grorri o non aveva capito che stava succedendo o. Adamo non se ne dava completamente pace. Dio nemmeno sapeva perché continuava a tornare a pensare a quella storia. Che si arrangiassero da soli. Non avevano voluto ascoltarlo. Che se le faticassero le cose. Tutti son buoni a nascere da una costola di re. Fare i figli di Papà. Prendi quello. E poi quello. Si erano trovati le cose già bell’e fatte. Proprio come quei due. Mica come Lui. Lui aveva fatto tutto da sé. Persino sé stesso.
Ma in fondo Lui non era come lo descrivono. A vederli nudi gli metteva pena. Provvide loro anche per quello. Il tempo si stava facendo pungente. C’era una certa arietta quel giorno che non prometteva niente di buono. Alla fine si scocciò anche Lui, preferì non pensarci più. Andò al bar con gli amici, ora che li aveva; naturalmente al bar da Clara, a prendersi un caffè e a parlare. Sapeva ancor prima di partire che non sarebbe riuscito ad evitare l’argomento. Meglio affrontarli subito i pettegolezzi. E poi meglio che star lì a piangersi addosso. Perché le lacrime di Dio creano disastri. Quando piangeva Lui piangeva tutto il cielo. Altro che quello che lava le botti.


Fai attenzione, caro lettore, e lettrice, che qui fa capolino, per la prima volta la Madonna.

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fulmineRibadisco che, per quanto mi riguarda, Se dio c’è si prenda pure una sedia e venga a sedersi. E’ frustrante anche per me parlare tanto con chi non ti risponde, non ti parla; nemmeno una parola, un sì o un no.
Queste sono le origini dei cieli e della terra quando furono creati, nel giorno che l’Eterno Iddio, cioè Lui, aveva fatto la terra e i cieli. Poi aveva avuto quella bella pensata. Quel tutto gli sembrava vuoto. Almeno prima c’era lui e solo lui, da per tutto. E lui riempiva quel tutto. – Si sarebbe dovuto mettere a dieta – Che la raccontassero come volevano. Era così. Poi, forse era stato un atto esagerato di modestia. Ora quel tutto pullulava di un tutto di mille forme. Di insetti, di prototipi, di un formicolio di specie. Lo aveva detto di mescolarsi, con cautela, mica di fare quel putiferio. Ed era stato quell’uomo a volerla chiamare così, Eva, che detto in ebraico suona anche male (Hawwah), per far prima a chiamarla. E aveva iniziato subito; non faceva altro che chiamarla. Certo che li aveva fatti di buona tempra, lui. I primi vivevano di più e meglio, a pensarci bene. Lui creava e loro procreavano. Avrebbe dovuto inventare il lavoro e la stanchezza, assieme ad Adamo ed Eva. Forse si sarebbero dati una regolata. Avrebbero avuto meno grilli per il capo. Certo che anche quel libro, il libro dei libri, ricordava sempre i maschi ma delle donne si scordava spesso. Quelli che lo avevano scritto probabilmente erano maschi e non avevano di meglio da fare.
Non gli pareva particolarmente sveglio nemmeno quello. Adamo. Non che. Insomma non ne aveva troppa simpatia. E forse, un poco, faceva il furbo. Ma come. Ti accorgi tutt’a un tratto ch’è nuda? Fino a un momento prima nemmeno la vedi. Poi. Ha questo. Ha quello. Che belle. E via cantando. Un perfetto idiota. Ma un idiota testardo. Un idiota che non si stancava mai. Gli rodeva un po’. Vederselo. Avercelo sempre d’attorno. Nel senso di Adamo. Gli dispiaceva un po’ per Eva. Non che fosse un esempio. Insomma gli dispiaceva. E poi si sa che un trasloco è sempre un problema. Insomma. Non ne fosse stato costretto, tirato per i capelli, non l’avrebbe fatto. Non che avessero molto da portarsi dietro. Lei nemmeno quel paio di mutande. Quelli che dicono che inventò la vergogna inventano una fola. La vergogna venne dopo e fu una scusa. Quelli proprio la vergogna manco sapevano cos’era. E’ che le cose si pensano dopo.
Sbagliato forse si poteva dire che avesse sbagliato, cioè che si poteva fare anche meglio. Ma lui, l’uomo, non l’aveva fatto così. Che colpa ne aveva se poi quello era diventato? Prendiamo per esempio i greci. Non quelli di adesso che non sono ne questo ne quello, che a cercarne anche uno solo di buono si fatica da matti. Proprio i greci Greci. Quelli, per dirla in un modo che sia un modo, quelli classici. Già quelli. Fossero stati come Adamo non si starebbe ancora lì a parlare. Se quel Menelao fosse stato come Adamo, voleva dire, non si sarebbe stato tutto quello che c’è stato. O se al posto di Elena ci fosse stata Eva, quella vera, mica saremmo ancora a raccontare baggianate di Achille, o Ettore, o Agamennone, o di quel perdigiorno di Ulisse, o di chi si voglia. Certo che nemmeno allora a viaggiare si arrivava molto in orario. Ci si sarebbe persino scordati di Leopold Bloom, o addirittura a nessuno sarebbe venuto in mente di scriverne. Che, Adamo, altro che guerra e guerra e viaggi, quello aveva passati i cento e ancora pensava solo a quello. E’ l’uomo che ha fatto l’uomo, nel senso dell’uomo com’è venuto dopo, com’è adesso. Si rendeva conto che era arrivato ad un punto di grande confusione. Cominciava a confondere persino le date. Doveva darsi una regolata. Rimettere ordine nelle sue cose e nel suo comodino.
Ma forse dei greci avrebbe fatto meglio a non parlarne. Non ci andava proprio. Non li reggeva. Avrebbe avuto modo di parlarne. Di quelli. E della loro presunzione. Non ci dormiva più la notte per quello che succedeva. Che aveva creato a fare la notte, con tutto quel guazzabuglio di luna e stelle, per poi starsene lì, insonne, a preoccuparsi. Non è nemmeno da Dio dover vegliare e preoccuparsi delle cose degli uomini. Lui che aveva ben altro da fare; e i suoi problemi. Cominciava ad avere anche qualche doloretto, e quello a dire subito che poteva essere prostrata. Che ne sapeva lui? Lui aveva messo ordine al caos non viceversa. Cominciava a nutrire dubbi anche su cosa venisse prima o dopo. Era certo che prima non c’era nulla. Lui aveva fatto tutto e tutto da solo. Lui doveva limitarsi a fare Dio non a trasformarsi in un semplice badante. Che se lo cercassero dove sono disposti a farlo quasi gratis.

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In questo quasi romanzo, di cui mi scuso la prolissità, quasi primo romanzo, cioè storia della prima storia, se parlo di Dio, argomento che non mi è consueto, non lo faccio con livore, né per blasfemia. Lo faccio anzi con simpatia. E’ solo una favola. Lo so che è uno solo. Chi altro potrebbe andarsene in giro con un nome tanto imponente pur nella sua brevità? Credo di averlo anche visto. Stava inseguendo, alla Gare du Nord, un ragazzetto che scappava con una valigia. Ma non limitiamo la fantasia; infondo è innocua, non fa male a nessuno.

fulmineTutta quella storia sulla creazione. Fatto aveva fatto, Dio, e anche l’uomo e la donna. Non poteva però dirsi soddisfatto. E poi quei due… non tanto per quella storia della mela. Incazzato s’era incazzato, è vero, e di brutto. Tanto che non gli era ancora passata. Ma c’era dell’altro. Sempre lì a bisbigliare, tra loro; ma cosa avevano tanto da dirsi. E poi a cercare disparte; a infrattarsi. E fortuna che non c’erano ancora le macchine. Valli a capire. Li aveva fatti lui, ma a capirli non ci riusciva. Aveva anche cercato di parlarci, veramente aveva perso la pazienza prima di cominciare, e gridato. E quando gridava la sua voce somigliava più ad un tuono che ad una voce. Avrebbe dovuto imparare a controllarsi. Egoisti e ingrati. Alla fine era stato proprio costretto a sfrattarli. E per un po’ se ne era stato solo lì a guardare. Quella sua Creazione. Come davanti alla televisione. A tifare ora per l’uno, ora per l’altro. Ora per quell’erbivoro a cui aveva fornito la velocità, ora per quel carnivoro che aveva dotato di maggiore arguzia. Solitamente, nella grande gara della vita, vinceva il cattivo, cioè, almeno in quei casi, la fame. Alla fine vinceva la noia. Non c’era verso di poter parlare con qualcuno.

Anche l’essere più introverso, e Lui lo era, a volte ha bisogno di dar sfogo alle parole. Nemmeno con gli angeli era riuscito a legare. Così impalpabili. Pronti a lodarsi e sbrodolarsi. Pieni di sé stessi. Sempre davanti allo specchio. Anche con qualcuno di loro s’era dovuto arrendere e perdere la pazienza. E poi che erano? Nel senso del genere. Ne carne ne pesce. A ben vedere non lo sapeva nemmeno lui. Meglio mandarli in giro. Una sorta di postini in prova. Di strilloni. In giro per il mondo ad annunciarle cose; quelle belle. Delle disgrazie tutti, anche i più stupidi, se n’accorgevano da soli. Avrebbero certamente fatto meno danni. E poi quelle ali, tutte quella penne che perdevano in volo, gli davano del prurito al naso. Forse aveva creato anche l’allergia. Insomma erano esseri che gli stavano proprio lì. Buoni per un confessionale, magari per raccontare una confidenza, una barzelletta, ma niente di più.

Alla fine la soluzione venne da sé, quasi scontata. Doveva crearsi degli amici. Degli Esseri del tutto simili a Lui. Qualcuno con cui chiacchierare, e, perché no, fargli vedere quel che era stato capace di fare. Ma mica era come fare l’uomo cioè la donna cioè un essere a somiglianza eppure inferiore. Che poi quelli non sai mai dove vanno a nascondersi. Quella non gli era mai andata giù. E poi quelli non creano, al massimo figliano. Così, detto fatto, si mise davanti allo specchio, si ammirò un po’, anche un altro po’, e schioccò le dita. Era soddisfatto. Proprio come un prestigiatore. Uno snap! ed una coppia perfetta; voilà! Cavolo! uguale identico, due gocce d’acqua. Così facile che si lasciò prendere la mano. In breve s’era fatto una corte di amici. Uguali uguali. Non si distinguevano l’uno dall’altro. «Come ti chiami?» «Dio.» «Anche tu?» «Si!» «E tu?» «Dio.» «E tu?» «Intanto usa la maiuscola per il Tu; Dio.» «Cavolo, come sei suscettibile.» «Meglio essere chiari fin da subito.» Non avrebbe tardato molto a rendersi conto che essendo perfettamente uguali lo erano tutti; suscettibili. «Anch’io.» «Anch’io cosa?» «Dio.» «Naturalmente.» «E ti pareva che.» «Anch’io.» Etc. «Ma… se ti chiami così Tu perché io dovrei avere un nome differente?» Ebbe il dubbio che sarebbe stato un bel casino, Pardon e excuse(z)-moi! cioè una vera confusione. Ma per un po’ non provò più quel senso brutto che gli umanidi chiamavano solitudine. Poi tutto diventa abitudine. E poi anche gli altri sapevano quello che sapeva Lui ovvero tutto. Non c’era gusto. Mai una volta che riuscisse a prenderli di sorpresa. E poi erano così… perfettini. Onniscienti. Assieme, all’unisono, decisero di inventarsi un gioco. Anche causa un tipo, che pare si chiamasse Carlo, chiamarono quel gioco l’Evoluzione. Il più lesto disse: «Io inizio la creazione di una superiore civiltà.» Non gli mancava certo la certezza di sé. L’altro disse con un gesto chiaro e ampio della mano: «Sparala più grossa.» Ma presto si convinsero che qualcosa dovevano pur fare e anche gli altri in coro, all’unisono, felici come bimbi, non si fecero attendere dal gridare giulivi: «Anch’io.» «Anch’io.» «Anch’io.» Il gioco, il passatempo, era stato ideato.

Il mattino dopo, tutti contenti, come ragazzetti qualunque, nonostante i lunghi e bianchi capelli, e la barba uguale, e gli anni, cioè… non c’era una misura per contare la loro età, erano lì seduti per terra a inzaccherarsi e a maneggiare e razzolare nel fango. «Questo direi che è proprio bello, le donne ne andranno pazze.» «Mi sa che combinerà un sacco di guai.» «Fa più danni un uomo bello che una bella donna.» «Lascia stare sulle belle donne; guarda cosa t’ha combinato quella. Magari era meglio darle un briciolo più di pudore.» «Ma quale pudore e pudore è il potere che l’acceca.» «Sarà anche il potere ma io quelli li capisco.» -Intanto continuavano distrattamente a parlare tra il serio e il faceto. Più che altro in faceto, lingua molto loro e molto conosciuta- «Certo perché tu ti immedesimi, a volte ho il dubbio che sei come loro. Che sei più uomo che Dio.» «Non dirlo nemmeno. Non ti permetto.» «Intanto te la guardi e forse provi un po’ di invidia.» «Invidia per quelli? Ne potrei fare di cose che a raccontarlo. Ti dimentichi che sono Dio.» «Proprio per quello. Dio quelle cose mica le fa.» «Cominciamo bene.» «Certo che anche ad essere Dio…» «Ma potrebbe farle.» «Non mescolarti con quelli.» «Questo è da vedere.» «Potevi almeno farla con le mutande.» «Se l’è tolte.» «Ce l’hai proprio la fissa tu con quel pudore.» «E tu non smetti di guardare.» «Certo che Beatrice.» «Fermati prima di dire.» «Certo che sei proprio come loro.» «Certo che sembrano proprio, come dire? divertirsi.» «Chiamalo divertirsi.» «Non mi viene altro senza essere volgare; io mica sono come te.» «Meglio quello della guerra.» «Per questo mica si fanno mancare nulla.» «Gli stiamo dando un po’ troppa iniziativa?» «Non vi sembra che siano sempre inquieti?» «Così imparano chi comanda.» «Quelli mica hanno capito che dopo la morte c’è solo la morte.» «Sono esseri di una stupidità incredibile.» «Cerchiamo di non farli ancora più stupidi.» «Già! Quello dice già che parla a mio nome.» «‘Sta cosa del nome non mi piace per niente.» «Cosa dovrei dire io? E’ anche il mio.» «Ragazzi. Forse dovremmo fare un po’ d’ordine.»

All’inizio sembra tutto facile. E’ il divertimento che lo rende così. Poi è anche il fatto che ci si lascia un po’ prendere la mano, che ci si sente sicuri, che si va un po’ di fretta. E ognuno pareva dovesse dire la sua. «Il tuo t’è venuto con la gobba.» «Ma l’ho fatto molto intelligente; e poi, come la chiami quella protuberanza che hai fatto dietro alle spalle al tuo che ti sei anche dimenticato di dargli il collo.» «Però l’ho fatto molto astuto, e gli ho dato anche il senso dell’ironia.» «Fai un po’ d’attenzione.» «Cazzo! Non vedi che non gli hai fatto la coscienza.» «Possiamo fargli fare il ladro.» «O il politico.» «Mai che siate d’accordo voi due.» «Il ladro te lo faccio io.» «Ma se hai già fatto Barabba. E poi parli tu. Non vedi che a quello ti sei dimenticato di soffiargli nemmeno un briciolo di cervello.» «Ma l’ho fatto fortunato.» «Mi sembra che i primi ci riuscivano meglio.» «Per quello erano fin troppo boriosi.» «Hai ragione: poi si credevano come noi. Minimo semidei come se andassimo a spandere figliume.» «E poi quella è un’altra storia. Che quelli nemmeno ci credevano. Ci immaginavano come una sorta di grande e gaudiosa famiglia. Litigiosi come una famiglia. Con tutti i vizi di chi sta in famiglia.» ­­-Forse era anche che da principio erano troppo presi e badavano meno uno all’altro- «Metteteci insieme anche quello che è andato a raccontare che era mio figlio e anche me.» «Storia buffa, però, ma che aveva del suo. Della vera fantasia.» «Infondo a me piacciono le storie. E poi aveva almeno un po’ di… inventiva.» «Non s’era mai sentito nulla di simile.» «Quello si limitava a soffiare la vita agli uccelletti.» «Non dire così.» «E poi ha parlato bene di Me.» «Vorrai dire di Noi.» «Già! poi s’è visto com’è finito.» «Già! ma è anche un poco colpa tua.» «Mia?» «Non far finta di non sapere; lo vedi anche tu il futuro, o no. E non parlarmi di autonomia; di libero arbitrio.» «Cerchiamo di fare più attenzione; alcuni sono proprio impresentabili.» «Non ci sarebbero i belli senza i brutti.» «Ma anche per i brutti c’è un limite. Così non hanno speranza. E poi va bene brutti ma a che serve esagerare.» «Ma non potevi farlo uguale a quello che t’era riuscito bene.» -a questo punto ho capito che stavano parlando di me- «E’ vero era quasi perfetto.» «E allora perché? Gli avessi fatto i capelli biondicci e mossi e gli occhi cerulei e una spanna più alto sarebbe stato perfetto. Solo che l’hai fatto che è già invecchiato subito.»

Dio se la rideva (e non solo lui). «Ha perso anche i capelli.» «Per quello non è mica il solo. Al tuo non ne è rimasto uno.» «Per quello a quello nemmeno i denti.» «Magari gli rendiamo la vita grama. A che gli servono se non troverà nulla da mangiare.» «Che fine ha fatto quella serpe di serpente?» «Ci si doveva stare attenti.» «Chissà ormai che fine ha fatto.» «Attenti e attenti, tranquilli non succede nulla; non qui. E’ poi ormai è fatta.» «Si sarà infilato tra qualche paio di lenzuola.» «Me la vedo già.» «Io questo l’ho faccio morire subito, non mi piace per nulla.» «Guarda che hai sbagliato, quello era il mio.» «Ragazzi, cercate di non fare confusione.» «Invece questo è che m’è proprio scappato.» «A quella gliele hai fatte fin troppo grosse.» «Intendi le pere.» «Sai che non dovremmo dire pere.» «Certo che è fatica: non possiamo dire pere, non possiamo chiamarle tette, decidiamo un nome che anche noi possiamo dire.» «Vedrai che non avrà di che lagnarsi e le riuscirà tutto più semplice.» «Vorrò vederla la prima volta al mare.» «Le spiagge non sono più quelle di una volta.» «Per quello tutto sta cambiando. Che poi se una ha un bel culo cosa vuoi dire? mi viene spontaneo definirlo un bel culo. Chiamarlo un bel sedere non mi sembra di definire la stessa cosa.» «Ricordatevi che anche l’etica ce la siamo creata noi. E poi un po’ di garbo, di educazione.» «Ne abbiamo fatte di cose sbagliate.» «Per farci problemi non abbiamo uguali.» «Parli proprio tu, guarda che piccolo gliel’hai fatto a quello; e per giunta me l’hai messo nudo.» «Mica l’ho già creato, l’ho fatto nascere.» «Sempre piccolo è, sai le risate. Sai come son quelle.» «E se abolissimo la sindrome da competizione.» «Resta piccolo.» -a questo punto Dio se la squagliava un attimo. Anche Lui, qualche volta, hanno bisogno di farla- «Guarda che c’è sempre qualcuno pronto a fare la spia.» «Guarda che se me lo fai senza spina dorsale non puoi poi mettergli un busto incorporato.» «Spargiamo la voce che non ci sono più gli uomini di una volta. Chee dite?» «Ripeto che i primi mi sembravano riusciti meglio.» «Meglio? guarda cosa t’ho combinato: direi che Bambola mi è proprio riuscita bene.» «Sai che a Lei non piace quando la chiami così.» «Insomma Lei. E’ proprio un angelo.» «Da dove te ne esci tu?» -si stava ancora sistemando le vesti e nemmeno lo stava ad ascoltare- «Non nominarmi quelli.» «Non li nomino, non li nomino, ma lei è proprio un vero angelo.» «Magari potevi farla anche due dita in più. Magari un po’ di più da per tutto.» «Io la trovo perfetta; deve solo imparare ad amarsi.» «E’ bravo solo Lui, sempre a criticare. Sai fare di meglio?» «Certo che hai abbondato in tutto il resto.» «Volevo mettermi alla prova.» «Voi state qui a parlare. Io ho deciso di essere musulmano.» «Guarda che mica lo puoi fare.» «Perché se è lecito sapere?» «Perché no.» «Questa mi sembra una buona risposta. E’ la risposta che mi aspettavo da te. Il solito che crede di saperne una più di tutti.» «E poi i patti sono patti.» «Se sto ad ascoltare Voi finisce che sbaglio di nuovo. Chi lo sente poi quello?» «Anche in questo caso cosa vuoi chiamarlo? Piccolo ma è un bel culo.» «Ma ci fai o ci sei?» «Guarda che chi si loda si sbroda.» «Dev’essere anche il materiale, ‘sto fango. Non dei migliori. E mi stava finendo.». «Non vedi che quella è merda?» «Sterco.» «Sempre merda è.» «Dovresti rifarlo.» «Rifallo.» «Non dire che l’hai impastato anche con la merda di bufala.» «Rifarlo? Cosa fatta capo ha. E’ tanto piccolo che nessuno nemmeno lo vede.» «Ma se scoreggia persino dalla bocca.» «Ragazzi!» «Volevo dire che uno così chi lo tiene? l’hai riempito di presunzione.» -Si sa come anche i Dio sanno essere dispettosi. Come si diceva: proprio come ragazzini- «E io te lo faccio subito ministro e anche professore e anche economista.» «Togligli almeno la voce. Se ascolti lui non c’è nulla che non è. E’ anche gracchia.» «Se lo stai ad ascoltare. Per cose fatte le ha fatte tutte. Finisce che ha fatto anche noi.» «Chi vuoi che lo stia ad ascoltare uno così?» «Guarda che continui a farli e poi ti dimentichi di soffiarli dentro l’intelligenza. Neanche un briciolo.» «Sì! ma gli ho fatto la simpatia. E a quello gli ho messo due occhi imploranti che tutti dicono “poveretto”. E poi è che l’ho finita.» «Potevi chiedere.»

Quello più infangato se la godeva più d’un mondo. «Ho chiesto a Dio. Sai com’è lui, sempre geloso delle sue cose.» «Parli proprio tu, guarda come hai fatto quella.» «Vuoi dire Carla?» «Proprio lei.» «Cos’ha che non va?» «Direi tutto.» «Spiegati.» «Le hai soffiato tutta la perfidia che ti era rimasta, l’hai riempita di antipatia e invidia; pare un mostro. Ci mancava anche l’arroganza. Non hai proprio il senso della misura. Direi che è una donna orribile.» «Era una prova.» «E gli occhi da serpe? Da crotalo?» «Io direi più da ramarro.» «Ti ci metti anche tu?» «Gli occhi sono lo specchio dell’anima.» «Questa credo di averla già sentita.» «Falla finita tu con tutte le tue citazioni.» «Cercate di lavorare meglio e di non star sempre lì a discutere e a criticare.» «E’ che mi sembra che non stiamo facendo un bel lavoro.» «Tanto si rovinano da soli.» «Vi devo stare ad ascoltare ancora tanto?» «E quello cosa mi rappresenterebbe?» «Sono tutti figli di Dio.» «Per me fermati un attimo che sei in confusione.» «Confusione a me. Questa è arte.» «No! questo è un problema.» «E’ quello?» «Cazzo! E quando ci vuole ci vuole. Quello l’hai fatto veramente stupido.» «Era una prova.» «Sì! un prototipo.» «A ben pensarci… è uno stupido allo stato puro.» «Una sublimazione della stupidità.» «Quasi quasi mancava nel nostro bestiario. Ma anche no. Potevamo farne a meno.» «Dobbiamo farne degli altri. Quelli sono… figure che amano stare in compagnia.» «Ormai che la frittata è fatta.» «Ci sarà di che divertirsi.»

Dio, cioè tutti Loro, si sa che Dio non ammette il plurale, di tanto in tanto si fermavano soddisfatti a osservare il fatto. «Cosa stai guardando così attento?» Si fece una risata. «Le ho messe in una stessa stanza.» «Chi?» «Quella che sembra un angelo e quella che tu hai chiamato Carla.» «Questo è crudele.» «Guarda, le guarda nella scollatura.» «Per quello mi sembra che stai sbirciando anche tu.» «Ma io sono Dio.» «Ogni scusa è buona.» «Controllavo.» «Ma le donne si guardano tra loro?» «Sempre.» «Non è che…» «No! è solo che sono esseri invidiosi.» «Mi parli sopra; fammi finire. Mi sembri uno di loro. La guarda perché ha vent’anni di meno. E anche vent’anni fa non avrebbe potuto.» «E’ colpa sua.» «Come non detto. Vero?» «Scusa!» «Certo che te la prendi per niente.» «Non sono io quello della mela.» «Non mettete di mezzo Me tra i vostri bisticci.» «E tu non cambiare discorso.» «Fai presto a parlare Tu. Mica sei migliore di Me. Vuoi sapere la verità: è che non avevo ancora finito; m’è scappata così, un po’ informe.» «Chiamalo un po’.» Diciamo che è un po’ più di troppo.» «Se l’è trovato o no?» «Non so come ma tra l’uno e l’altra non so chi è peggio.» «Se l’è trovato o no?» «Non è una ragione sufficiente, non fare se devi fare male.» «Cos’ha lui che non va?» «Cos’è che va, vorrai dire? E poi con quegli occhi.» «Cos’hanno gli occhi?» «Quelle due fessure? Ti guardano che sembrano dirti: sei stato tu, vero? a fare la puzzetta. Persino Io, che fino a prova contrario sono Dio, mi troverai a sentirmi colpevole ben sapendo che la puzzetta l’ha fatta lui.» «Quello, te lo dico io, vedrai, farà strada.» «Speriamo anche no.» «Di che t’impicci tu?» «Quello, credi a me, la fa a piedi.» «Se non state un po’ zitti. Questo lo devo proprio rimpastare. L’ho fatto senza buco. Peccato.» «Un altro povero?» «Di quelli se n’è fatti già a uffa.» «C’è posto. C’è posto.» «Lo rifaccio. Lo rifaccio. Questo scoppia.» «Guardate questa. M’è venuta incontinente.» «Sì! ma di parole.» «Guardi la pagliuzza.» «Lo rifaccio.»¹


1] Mi è uscito lungo, molto lungo. Avevo pensato di dividerlo e postarlo in giorni successivi. Ho deciso di postarlo così com’è, punto. Può bastare per alcuni giorni. Può dividere la lettura il navigatore. Con ultima logica ogn’uno può fermarsi nel preciso punto e momento in cui finisce il tempo o la pazienza.

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