Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Fabrizio De Andrè’

Ci sono proprio cose che non ti possono non infastidire. Io non lo so chi scrive queste storie. Va bene aggiungere un po’ di fantasia, ma quello il troppo è eccessivo. Poi la gente ci crede e diventa un’altra storia. Diventa chiacchiere. Ora vorrei ristabilire un po’ verità visto che ne sono stato il protagonista.
Quella sera avevo trovato di prendere due lire, cioè due euri, bisognerebbe aggiornare anche i modi di dire, per dare una mano in cucina in un ristorante dove c’era una festa in grande. Lavavo i piatti con un occhio ai fuochi mentre sentivo venire di là il frastuono di quelli che si stavano divertendo. Era una serata tutt’altro che di riposo. Servito il dolce e finiti i miei compiti volevo farmi una bella doccia prima di andare a ritirare la paga. Maledetto me ho voluto prima buttare un occhio alla festa che pareva non volesse finire. Trovo il coraggio e vado fino al bar. Mi si siede vicino una bella ragazza. Sui vent’anni, alta, slanciata, occhi spalancati; insomma una vera bellezza. Non posso dire molto di più perché con quelle luci vedevo e non vedevo. Tanto che mi sia accorto che era un poco sguaiata e che aveva belle gambe che mostrava abbondantemente scoperte.
Dall’interesse che le ronzava intorno sembrava la festeggiata. Io ho rimesso gli occhi nella mia acqua tonica. Lei sembrava già un po’ su di giri, direi brilla completamente, e mi ha rivolto la parola. Parole farfugliate non con troppo senso, tipo se mi piaceva la festa, se mi divertivo e da chi ero stato invitato. Un bell’imbusto si è intromesso tra me e lei, allora mi sono accorto dell’ora. Le ho detto che dopo una doccia me ne sarei andato, mi sono accomiatato. Quello mi ha detto che si sentiva intorno che ne avevo bisogno, il bifolco, e lei ha riso come una cretina. Un riso isterico istigato dall’alcol.
E così ho fatto. Già pensavo alla fatica della strada e pregustavo il meritato riposo. Ero sotto il getto potente dell’acqua ancora con lo shampoo nei capelli e negli occhi mentre finivo di insaponarmi quando me la sento scostare la tenda. “Ecco dov’eri finito, mio bel giovanotto”. Sono rimasto allibito tanto che m’è caduto il sapone di mano. Lei ride del mio imbarazzo e viene sotto il getto d’acqua con me vestita com’è. Si stava stetti stretti nel box perché era solo di servizio per chi ci lavorava. “Lo sai che sono una vera principessa”? Quello che so è che non era una vera domanda, e non era quello che mi stavo chiedendo. Lei aveva tutta l’intenzione di aiutarmi a lavarmi. Fuori il personale stava riassettando la cucina. Forse per l’acqua a quel punto ha avuto un barlume di lucidità. Cercò di parlare bofonchiando, incapace liberò la bocca di me e mi chiese se avevo la macchina. All’assenso del mio capo mi disse che saremmo stati meglio e più tranquilli lì.
Si sistemò alla meglio tra le risa di sottecchi dei presenti e le loro strizzatine d’occhio verso di me. Gli occhi di Carlo e Giorgio cercavano di bruciarmi dall’invidia. Io mi rivestii, non lo so perché ma non sono uso andarmene in giro con le chiappe al vento, e poi per mano siamo usciti. Davanti alla macchina sembrò un po’ delusa. Disse “tutto qui?”, osservò che non saremmo stati molto più comodi e infine si rassegnò e aspettò che le aprissi la portiera. Nemmeno il tempo di salire che lei aveva già abbassato i sedili. Nemmeno il tempo di sedermi che lei mi aveva spinto giù e mi aveva già slacciato i pantaloni. Mi parlava d’amore e sembrava avere una gran fretta. Io tacevo e cercavo di rendermi conto che tutto quello era vero, che ancora qualche dubbio me lo porto nel cuore. Lei era brava e appassionata e ci sapeva fare, principessa o non principessa. Alla fine mi aveva detto che s’era fatta accompagnare da Michelino ma che lui era di una noia mortale. Poi si batté alla fronte, si ricordò che gli aveva detto di aspettarla e che c’era il taxi per loro. Lo disse con lo stesso tono con cui una donna ti liquida con un “Cielo, mio marito!”. Si scusò, mi diede il bacio dell’addio frettolosamente e scappò via. L’avessi raccontato chi avrebbe potuto credermi?
In quel periodo stavo con Adele. Forse non era un grande amore ma era gentile, e poi funzionava tra noi. Naturalmente non le dissi nulla, ma mi sentivo molto in colpa per quello che era successo. E temevo lo potesse venire a sapere dai soliti Carlo e Giorgio; gli infami. Semplicemente non ne ebbero il tempo. Nonostante quanto feci per tenerglielo nascosto la mia storia con Adele finì proprio per quello. Un paio di sere dopo accompagnai la mia fidanzata fino a casa ed eravamo quasi arrivati quando, aprendo il vano oggetti, si è trovata tra le mani le mutandine che la bella sconosciuta principessa aveva scordato nella fretta di scappare. Cercai di inventare una scusa ma fui maldestro e poco credibile. Non rividi più Adele.
Quasi non ci pensavo più dopo un lungo periodo poco fortunato, sia sul fronte del lavoro che con le donne. Sembrava che la fortuna mi avesse girato le spalle. Da alcune riviste avevo avuto conferma che era una vera principessa. Ero messo talmente male dal punto di vista sentimentale che, debbo ammetterlo, un paio di volte avevo dovuto ricorrere a quelle riviste per fare all’amore. Poi avevo letto che aveva incontrato il suo principe azzurro, che l’aveva perso e lo stava cercando. In quel mondo le cose sono sempre andate in questo modo. Non mi illudevo di essere proprio io l’uomo della sua vita e poi non sapevo come avrei potuto fare. Non sapevo come né dove presentarmi ed ero certo che sarei stato solo deriso. Insomma era stato solo il bell’incontro di una sera diversa dalle altre. Una cosa da ricordare, se non si riesce a dimenticare.
Poi un pomeriggio sento un gran trambusto nella strada. Voci di ragazzi, di bimbi, vociare di gente. Stavo per andare a vedere alla finestra pensando ad un incidente quando sento suonare alla porta. E’ lei, la mia principessa, fresca di visagista, parrucchiere, eccetera, circondata da un codazzo di amici e tutti sembrano divertirsi sguaiatamente. “Cerco il mio principe azzurro. Non ricordo molto. Ero troppo ubriaca, ma questo non conta. Lui ha una cosa mia”. E io vado a prendere le mutandine che ho conservato gelosamente. Mi dice con una faccia che ti dico che potevo almeno lavarle. Non posso confessare il mio rapporto con quell’indumento. “Fa nulla” –e torna a ridere sonoramente seguita dal coro di quei perdigiorno. Si alza la gonna e le prova davanti a tutti: “Sì! Sono proprio le mie”. Allunga una mano prima che abbia uno stupido gesto di pudore: “Sì! Sei proprio il mio” –e ride. E senza chiedermi altro, sembrerebbe inutile anzi superfluo anche a me, si limita a dirmi di seguirla: “Vieni”.
A farla breve si rischia di andar di fretta. Insomma la seguo. Ovvia macchina chilometrica. Scontata villa sterminata. Mi sorge il dubbio che per raggiungere la camera mi ci voglia il passaporto. Mi rassicura subito ed è subito amore e passione, cioè l’amore riprende da dove era stato interrotto. Già dentro quell’automobile non era riuscita a resistere. Domanda: le principesse sono sempre così? Risposta: non ne avevo mai incontrata una. Ci si abitua subito alle comodità. E ci si adegua al lusso. Però il vino, almeno quello, vorrei versarmelo. Possedere un minuto. Non siamo mai soli. Anche quando siamo noi due, quando vorrei intimità, c’è sempre qualcuno. E il tempo che rincorre il tempo. Credevo che sposare una principessa fosse meno faticoso. E che lo sposo sarebbe stato principe. Sono principe ma solo principe consorte. Insomma… non è che ci capisca molto.
Lei è troppo buona nel senso che è troppo espansiva. Cerco di spiegarle che… una moglie… non dovrebbe… Mi dice: “Quanto sei vecchio”. Mi dice: “Quanto sei moralista” –e ride. Non mi va di ritrovarmi nei giornali. Mi va ancora meno di ritrovarci lei e non con me. Cerco di capire e non ci riesco. Uno è un noto pittore. L’altro un famoso fotografo. Mi sento assediato da geni. E io che mi pensavo che erano tutti gay. Invece sono anche loro tutti troppo affettuosi, con lei. Riprovo a dirlo. Mi sento uno scemo. In verità qualcuno vorrebbe essere troppo affettuoso anche con me. Non avevo torto completamente. Non esiste veramente un tutti nella vita. Lo penso mentre lei mi spiega come va il mondo. Nel suo mondo ovvero in quel mondo. Ma io sono solo un tipo semplice. Questo lei lo sa e me lo ripete; un po’ ottuso. Cioè di vedute limitate, e ride. Mi spiega che però mi cambierà. Io mi sento già un altro. O di un altro. E ha sempre meno tempo per me. Cioè per noi.
Non mi vanno gli estranei nella sauna. Non mi va che tutti vedano quel tatuaggio. Molte son le cose che non mi vanno. Smetto di elencarle. Le risposte sarebbero seguite da quella sua risata che ha il sapore dello scherno. Entro in sala e sta baciando uno che non ho mai visto. Mi spiega che è un importante industriale degli insaccati. Mi dice che posso restare. Preferisco andare; lasciarli soli. La sera mi spiega che è solo un caro e vecchio amico. Mi sembrava più giovane di lei. Mi spiega che non c’è niente tra loro. E che anche lei ha i suoi bisogni. E che sono anche affari. E che si vuole divertire. “Che c’è di male”? Che tra noi va tutto bene. Ho un vulcano che mi ribolle dentro. Il magma sale ma non so ribattere. Mi precipitano a terra le braccia. Tiro giù un santo dal firmamento. Metto il muso. “Sei… sei… noioso”. Si abbassa la maschera e torna a dormire. Io invece mi rigiro nel letto e non trovo posizione. Le domande si mettono in coda. E dopo le seguono i dubbi. Sarò anche un piccolo borghese ma non so essere altro. La notte è buia (nessuna novità). Sbatto il libro sul comodino. Lei è di sonno pesante. E il mattino ricominciano i mille impegni.
Si sveglia divertita, lei. Mi chiede: “Non hai visto che tette ha Betta”? Sembra volermi consolare. E’ come parlare con un uomo. Betta è la domestica che si dovrebbe occupare di me. Certo che le ho viste. Non fa che cercare di farmele vedere il più possibile. E ha anche occhi curiosi, la Betta. Forse anche ammiccanti. Anzi certamente. Solo vorrei accorgermi io delle tette della Betta senza che lei mi inviti a farlo. A osservarle. Ma ormai lei ha sempre meno tempo per me, cioè per noi. Forse cominciò a soffrire di stanchezza, e a farmi ripetitivo. Non mi sorprendo che la Betta sia gentile. Anche se mi mette disagio in quei momenti continuare a sentirmi chiamare signore. Eppure mi sento colpevole. Lei, la mia principessa, pare saperlo e divertirsi. Ho il sospetto che le due si bisbiglino i segreti. E che ridano alle mie spalle. E questo sarebbe anche il meno. Ormai la principessina da sempre più confidenza a sempre più “amici”. La mia presenza non fa nessuna differenza. Dice che le piace stare con me. Che è felice. Che quella è vita. La sua vita. E qualche sera è veramente appassionata, come quelle prime ore.
Ma c’è sempre un confine alle cose. Un giorno stiamo parlando. Io sul divano, lei in piedi di la del tavolo. Mi accorgo che, come se non ci fossi, Gastone il maggiordomo le sta toccando il culo. E che lei lo lascia fare divertita. E lui lo fa con perizia e scrupolosità. Legge nella mia faccia e ride. Mi chiede se non mi diverte. Mi chiede se mi va di vedere. Mi spiega che è solo Gastone. Che è con lei da sempre. Lui si mette dietro. Lei si china per facilitargli il compito, si alza la gonna. Lui le abbassa le mutandine. La mia faccia si trasforma in quella di un ebete. Mi spiega che è bello non essere gelosi. E che non c’è nulla da essere gelosi. Mi alzo. Fa la faccia offesa: “Sei antipatico”. “Allora non vuoi che mi diverta”. Fatica a dire le ultime parole. Quel che è troppo è troppo quando la chiama “la mia puttana”. Me ne vado senza interromperli. Quel Gastone mi è stato sulle palle fin dal primo istante. Decido che quella vita nobile non fa per me. Viene a letto molto tardi. Aggiunge che non capisce. Che non sa perché dovrei prendermela. E che così è anche molto democratico. Io aspetto con ansia col braccio sotto la testa che si addormenti. Mi prega di spegnere la luce.
Non è più sveglia, non dorme ancora profondamente. Ne approfitto per darle un bacio. Mi rendo conto che è il bacio che non ci siamo mai dati. Il primo bacio. Un bacio d’amore. Un bacio per tornare rospo. Ora la posso raccontare al passato. Torno ad essere solo me stesso. Sarebbe facile non fosse che ormai mi annoio a vivere ai bordi del fosso. E c’è una rana che mi gironzola intorno. Ma non ho occhi che per una bionda che raccoglie margherite. Cerco di richiamare la sua attenzione gracidando. Attenzione: i rospi non gracidano come le rane «cioè, le rane fanno craaaa craaaa… e i rospi crooooa crooooa». Lei, la biondina, non mi presta attenzione. La raggiunge un giovanotto. Dovevo aspettarmelo. Continuo a non riuscire a non amarla. Che colpa ne ho se anche tornato rospo continuano a piacermi le belle tose?

Annunci

Read Full Post »

S’è subito sparsa la voce: “Pare che quelli di via dei Mille vogliano entrare nel nostro territorio”. Si è creato un gran trambusto ma il grido unanime è “Andiamo”. In un lampo siamo lì tutti radunati e si sono uniti a noi anche quelli più grandi. La loro presenza è invadente ma ci fa sentire più forti. Giovannino ha portato la nostra bandiera con la lepre che salta e la scritta: Resistenza o morte. Nella fretta qualcuno è arrivato così com’era e qualcuno si è presentato disarmato. Silvio addirittura ha il pallone della partita interrotta sotto il braccio. Gli dico che forse è meglio se lo lascia lì.
C’è il fervore dei preparativi e l’eccitazione che precede ogni evento importante. Mi allaccio la scarpa e mi sistemo alla bell’e meglio. Mi guardo intorno e ci siamo quasi tutti. Provo a dire la mia ma nessuno sembra sentirmi anche se cerco di alzare la voce. Ormai hanno deciso all’unanimità: “E’ guerra”. Cesare in bicicletta va in un lampo a fare di vedetta. Ho sempre pensato che le donne siano una palle al piede per queste cose, stanno bene a casa quando c’è pericolo, ma sono contento che sia tra di noi perché lei non è come le altre e sa rendersi utile. E’ con suo fratello e sa farsi rispettare e ha una lingua lunga. E poi a lei ci penso io, in fondo aspettavo questa occasione. Le gironzolo intorno deciso a non perderla di vista, ma l’anarchia è all’apice. Chi va da una parte, chi va da un’altra, ci vuole qualcuno in grado di organizzare quel concentramento spontaneo.
Nella foga Gilberto, tutto impolverato, s’è già strappato la maglietta che sembra un reduce. Qualcuno si spinge a gridare alla secessione, altri alla rivoluzione. Dalla bocca di Beppe, com’è ovvio, sgorgano fiumi di dubbi; è il solito cagasotto. Il momento è serio. Mi giro e Tania è ancora poco lontana da me, ma ha cominciato a fare la stupida con Stefano, gli gira intorno, ride per ogni nonnulla e civetta. Io ci ho perso la testa per lei e la cosa non mi va, ma con Stefano preferisco non mettermici contro. Lui è un pezzo di marcantonio e ha il rispetto di tutti. Non che ne abbia paura ma sarebbe stupido mettersi a discutere tra noi in un momento come questo. E suo padre è maggiore per davvero. Ma con lui non potremo mai essere amici, troppe cose ci dividono, oltre all’età. Poi li vedo allontanarsi e quando torna, dopo di lei, ha un’espressione stupida e soddisfatta e si sta sistemando i calzoni. Strizza d’occhio a tutti e gonfia il petto. Sembra aver deciso che dev’essere lui a prendere il comando e dice solo: “Cosa stiamo aspettando”?
Non me lo faccio ripetere due volte. Ci dividiamo in gruppi. Io capito nel gruppo con Tania. Alla fortuna va data anche l’occasione e un po’ di aiuto. Abbiamo il compito di vigilare al Ponte di Legno. Se li avvistiamo dobbiamo tenere la posizione ad ogni costo e far fracasso per far arrivare gli altri. Per dirla è una postazione tra le più rischiose. Non c’è un vero e proprio sentiero ma c’è il grano alto e i ciliegi. Ci acquattiamo sulla riva e si sparge un silenzio teso tra noi. Lei si piega per guardare oltre il margine. Sembra un’attrice. Ha una posizione affascinante col sedere che sembra un vero invito. I jeans sono tesi in una esse piena, non resisto e allungo la mano e le dò una pacca. In un lampo accecante che non mi lascia un secondo per accorgermene mi stampa una cinquina sulla guancia che mi turbina l’universo in testa. Non ho il tempo di protestare perché mi sputa addosso uno “Stupido!” rimbombante.
Si spargono le voci più varie ma non avvistiamo anima viva né sentiamo altro suono che il silenzio della campagna. Continuo a riflettere su quanto è successo pieno di domande prive di risposte senza distrarre la mia attenzione. La sbircio e pian piano il rancore si stempera, è troppo bella perché possa durare a lungo. Un passero centrato da Claudio cade al suolo. La tensione resta alta. Lei invece guarda fisso lontano sempre con quell’aria da offesa. Decisamente se l’è presa. Studio come farmi perdonare. Fiorenzo finisce coi piedi nell’acqua e se ne esce blaterando. Frugo in tasca e non trovo un fazzoletto. Sto sudando.
L’inquietudine è insostenibile. Mi preoccupo per lei. Le chiedo se per cortesia vuole andare dagli altri per dir loro che è tutto tranquillo. Nemmeno mi guarda e mi risponde: “Vacci tu. Io resto dove si combatte”. Non è il coraggio quello che le manca e, per quello, nemmeno il fascino. Finalmente si staglia una figura in lontananza. Sono il più pronto. Lo centro alla testa ma solo di striscio e distinguo come comincia subito a sanguinare. Ho il tempo di riconoscerlo dalla voce con cui in un attimo si allontana bestemmiando: è solo Erdet il barbone. Un personaggio inoffensivo, capitato per caso. Non fa nulla, mi sento un eroe e soprattutto lo sono soprattutto per gli altri. In più dovrebbero starsene a casa loro e non immischiarsi nelle nostre faccende. Cosa ci viene a fare nei campi, in territorio di guerra? Inoltre, nella fretta, ho appoggiato male il piede e mi son preso una storta alla caviglia; ora zoppicherò per un pochino. Il modo in cui Tania mi vede è cambiato, è tornata a guardarmi e ha ripreso a sorridermi, e mi sento grande. Come dice la canzone maggio è un bel mese per morire.
Le ombre della sera cominciano ad allungarsi e ancora non si è ingaggiata battaglia. La prima voce che si sente in lontananza è proprio quella della madre di quel cafone di Stefano che lo chiama per cena. Pian piano tutti si alzano e se ne vanno. Restiamo solo io e lei e lei mi fa un sorriso disarmante. Mi abbraccia con calore e mi stringe a sé. Mi dice che è fiera e di stare attento a me. Sento ansia nel suo respiro. Sento il suo corpo contro il mio e il contatto benevolo del suo seno che si sta sviluppando. Mi esorta fraternamente, ripetendomi quello “Stupido”, a non farlo più ché noi siamo veri amici. Sono al settimo cielo e anche un po’ deluso. La lascio lì e scappo a casa perché è tardi e non voglio che mi veda con i lucciconi agli occhi.

Read Full Post »

Mi disse “Vieni con me!” promettendomi una vita che non avrei potuto immaginare. Macchine e allegrie. Feste e musica. Locali e boccali di birra. Notti sfrenate e stremate. Risate. Fumo. Benessere. Un tappeto volante, come nella favola di Alì Babà. O almeno così immaginai e mi lasciò fantasticare. E io fui così stupida da credergli. E fui così stupida da credere alla sua macchina nuova, ma ero ancora una ragazzina. Cosa può sapere una ragazzina?
Non avevo dormito per tre notti prima di seguire il mio principe azzurro. Prima di scappare per sempre da casa. All’inizio fu proprio così. Fu più di quello che ero riuscita a sognare. Almeno per alcuni giorni. Ero felice e facevo di tutto per poterglielo dimostrare. Mi sarei buttata sul fuoco. E’ proprio quello che avrei fatto. Era incredibile. Ero ammirata e corteggiata. Una sera mi ero trovata tra uno che diceva di essere un regista e uno che mi diceva che faceva l’attore e finii un po’ brilla. Quest’ultimo era proprio piacente e aveva un grande fascino, ma io non avevo occhi che per il mio lui. Non che fosse bello, né che fosse giovane, ma era tutto per me. Pendevo dalle sue labbra e non perdevo una parola. Cercavo di renderlo orgoglioso di me. E mangiavo quel poco perché era nell’etichetta e per non ingrassare. Guardavo quel mondo che mi regalava e imparavo. Imparavo per diventare anch’io una vera signora. La sua principessa.
Durò un mese, forse due. Poi cominciai ad avere i primi sospetti. Qualcosa che ci turbava. L’albergo che protestava per il ritardo nel pagamento della stanza. Cene disertate all’ultimo. Strane telefonate. Persone che non si facevano trovare. Piccole avvisaglie a cui forse non diedi il dovuto peso. Un giorno mi confidò che se non pagava gli avrebbero sequestrato la macchina, e che era un momento difficile ma passeggero. Come detto avrei fatto qualsiasi cosa per lui e glielo dissi.
Mi spiegò che doveva quei soldi ad un vecchio bancario che si era anche esposto per lui. Gli chiesi come potevo aiutarlo. Prima si fece evasivo e dovetti insistere. Poi, quasi con pudore, che stupida, mi spiegò che forse se fossi stata gentile con quello le cose, almeno per il momento, si sarebbero appianate. Gli dissi inorridita: “Tutto ma quello no”. Fu sorpreso. Poi come indignato. Alla fine si fece insistente e un po’ insolente. Anche un po’ violento. Mi rinfacciò e mise in dubbio che il mio fosse amore. Mi fece sentire un verme irriconoscente. Era come un obbligo e il sacrificio divenne la mia pena irrimediabile e da cui non potevo sottrarmi. Mi consolai dicendomi che sarebbe stato “Solo per questa volta”. Si scusò, mi ringraziò e mi consolò spiegandomi che aveva degli affari in vista; che la difficoltà era solo momentanea. Che tutto si sarebbe sistemato. Che mi amava, ma amava veramente.
Andai all’appuntamento in un sudicio alberghetto col vecchio maiale confortandomi, durante tutto il tragitto, col pensiero che lo dovevo e lo facevo per lui. La cosa non rese più facile né il viaggio né tutto il resto. Lui, il vecchio, mi aspettava già in camera e non ebbe la minima gentilezza per me né mostrò educazione. Sembrava con molta arroganza che tutto gli fosse dovuto. Non mi piaceva il modo con cui mi guardava né sentirmi la sua bava sulla pelle. Per fortuna era più esigente la sua fantasia di quanto la sua età e le sue forze gli permettessero. Alla fine mi sentivo sporca e mi vergognavo. Avrei voluto dirlo a quello che mi aspettava tranquillo nella nostra stanza, ma lui mi abbracciò, mi chiamò fatina, e mi riempì di coccole e complimenti che non ne ebbi il coraggio né trovai il modo.
Mi ronzavano però nelle orecchie poche parole fra tutte quelle laide che il vecchio mi aveva detto nel suo frasario indecente che anche le meno volgari mi sembravano oscene: “Povera stupida. –e, ancora peggio– Sei fatta per questo”. E il suo questo era naturalmente un epiteto scurrile. Quella notte non ebbi voglia di fare l’amore, anche se lui aveva insistito. Era stato tutto troppo orribile per me, ma lui non lo capì e ne rimase deluso e offeso. Fu la prima volta che mi dice dell’inutile e noiosa puttanella. Lui. Le ricordo ancora le sue parole poiché mi ferirono nel profondo. E ricordo la stizza con cui me le sputò in faccia. Il mattino seguente però sembrava tutto dimenticato.
Per qualche giorno tutto parve tornare alla normalità, certo senza feste e grandi chiassate; restammo soli noi due. Ma io non riuscivo e scordare e non mi aiutava il fatto che lui volesse sapere. Che fosse curioso. Che mi chiedesse particolari di quella brutta sera. Non mi piaceva la sua insisteva di sapere se quella sera mi era piaciuto. Capivo che non avrebbe accetto la verità, una reazione ostile. Ebbi la sensazione che questo lo eccitasse e lo rendesse soddisfatto di me. Ero quasi sul punto di sentirmene fiera o almeno di cercare di convincermene. Lui diceva le cose come non avessero quasi alcuna importanza né peso ringraziandomi, scusandosi e spiegandomi che in una coppia ci si deve aiutare nel momento del bisogno. Mi piaceva allora quella parola: “Coppia”. Mi dava il senso di un’importante vittoria e nascondevo la mia tristezza tra le sua braccia. E continuava ad insegnarmi tante cose dell’amore. Mentre io certo non avevo molto da rimpiangere della vita che avevo lasciato.
Poi, presto, tornarono le difficoltà. Nel frattempo si erano ripresi quella macchina e avevamo dovuto lasciare la stanza in albergo. Siamo andati a stare da un amico. Mi ha spiegato che per la generosità dell’amico avrei dovuto essere carina con lui. Il mio No era stato risoluto, ma tornò a dirmi che ero la sua fatina e la sua salvatrice. Alla fine pose termine alle mie ritrosie sputandomi in faccia che “Dopo la prima volta le altre son tutte uguali”. Tornò a dirmi che ero “Solo un’inutile stupida puttanella”, che non lo amavo abbastanza e che ero priva del senso dell’opportunità. Se ne rimase fuori fino a tardi perché io potessi soddisfare le voglie di quell’inquilino e pagare in quel modo la nostra pigione. Al ritorno chiese all’altro, e non a me, soddisfatto se era andato tutto bene. L’altro si mostrò lievemente deluso e gli disse che mi doveva insegnare, insegnare l’educazione. Fu così che quella notte la passammo a parlare e lui a rimproverarmi. Mi spiegò come fosse una cosa naturale e io dovessi imparare a non pensarci ed essere disponibile e cortese.
Capii in quel momento che era stata la seconda volta, ma che ci sarebbero state molte altre occasioni e bisogni. E contemporaneamente che ormai non avrei più potuto né avuto l’opportunità di dire di no, e che le occorrenze si sarebbero ripetute; lui non aveva né cercava più un lavoro e i suoi piccoli furtarelli non permettevano certo il minimo lusso. Gli ricordai le sue promesse. Mi rispose che la vita non regala nulla e che tutto bisogna guadagnarselo. Che potevamo ancora avere quella bella vita, se mi facevo furba. Che mi dovevo dire fortunata perché la natura mi aveva fornito di questa risorsa, di questo visetto carino e da ragazzina, del corpo da ninfetta, di quest’età nella quale non si è ancora donna. Mi spiegò che come facevo impazzire lui, che di queste cose ne sapeva, allo stesso modo facevo impazzire quelli che mi vedevano. Mi disse che ci avrebbe pensato lui. Che le preoccupazioni erano finite. Che la nostra vita si stava mettendo al meglio. Finì ripetendo che ci avrebbe pensato lui a me e io finii per capire che ero in gabbia.
Mi abbracciò ma i suoi abbracci non erano più gli stessi e provai l’impeto di sottrarmi e ribellarmi. Mi guardò stupito per chiedermi “Che cosa c’è, ora”? Cercai di spiegarmi con le lacrime agli occhi, ne ricavai in regalo il mio primo schiaffo. Fu lapidario: “Qui l’uomo sono io e tu fai quello che ti dico io”. Mi disse con rancore anche tante altre cose che mi ferirono talmente nel profondo che preferisco continuare a cercare di dimenticarle. Chiamai casa piangendo ma abbassai il ricevitore appena sentii la voce di mia madre. Non ebbi il coraggio di sostenere quella voce. Mi ripetevo all’infinito quanto ero stata stupida, ma non riuscivo più a credermi che lo facevo per amore.
Agli incontri si susseguirono altri incontri. La mia vita era diventata quella. A suo sconosciuto seguiva uno sconosciuto, o qualcuno che avevo già incontrato ma con cui magari non avevo scambiato nemmeno una sola parola. Di cui nemmeno sapevo il nome. Lui non faticava certo a trovarmi nuovi ammiratori. Se non cominciavano a sembrarmi normali quelle circostanze e quelle sempre nuove e incredibili richieste almeno cominciavano a sembrarmi meno odiose e moleste. Mi sentivo una cosa e cominciavo a riuscire a non pensarci. Tutto era come avvenisse fuori di me. Senza che potessi farci nulla. Mi stava diventando estraneo. Mi veniva chiesto di vestirmi in vari modi. Di fare questo o quello, così o cosa. Un pazzo mi chiese di essere picchiato, sfogai su di lui tutta la mia rabbia e lui mi prego di non esagerare e insieme di esagerare.
Incontrai anche uno studente che restò a guardarmi e chiese solo di parlare. Mi disse che viveva con i suoi ma che aveva una stanza solo per sé. Mi chiese di posare per lui. Lo frenai prima che andasse oltre, perché sapevo che lui, il mio uomo, non mi avrebbe mai lasciata libera. Eppure mai mi adattai né meno abituai a quella prigione, resistevo a quel po’ di rassegnazione. Mi chiudevo nel mio silenzio. Con lui c’erano sempre meno sentimento. Ormai era solo sesso e anche di quello ne rimaneva poco. Quando rientrava ero stanca e indolenzita. Lui sembrava non volerlo capire. Se ne stava lì e mi aspettava, oppure usciva e chiamava prima di rientrare. Per fortuna sapevo continuare a sognare, e in quei sogni ero ancora una principessa. Per mia fortuna non tutto quello che mi aveva detto era una bugia. Ho scoperto il tappeto magico nel fondo dell’armadio, ed è con quello che mi appresto a volare fuori dalla finestra.

N.B. le foto sono state “rubate” in Facebook tra leFoto del diario” di Enrico Mazzucato e non hanno alcuna relazione col racconto.

Read Full Post »

III. Le fortune capitano sempre alle altre. Giuro che a me non è mai successo. Eppure le ho provate tutte. Non va più fuori di casa. Sta lì tutte le sere ad aspettarmi. Si è allontanato anche dagli amici. Trascura persino il calcio. Aspetta sperando che torni con qualche novità. Ma non tutte le sere può essere così. E allora mi interroga. Insiste. Non mi crede. Eppure lui ci riesce una volta alla settimana. In casi eccezionali due. Non può pensare che Guido sia disponibile per me tutte le sere. Che ha anche una moglie, che lo aspetta. E, non gliel’ho mai chiesto ma, credo che qualche scappatella ancora, se si presenta l’occasione, non se la lasci scappare. Anche se non vorrebbe darlo a vedere perché ha il mito di essere quello ma anche lui ha i suoi limiti. E certe sere sono veramente stanca. Anzi mi va sempre meno.
Potrei finire di confonderli: Alfio con Guido o Guido con Alfio. Lo so che non sarebbe possibile e non è possibile. Debbo tutto a Alfio. Con lui sono diventata grande, un’altra. Ho imparato a credere nel futuro. Ad assumermi responsabilità. Una vita fatta di fatica ma anche di obiettivi. La sua è una sorta di forma di voyeurismo delle parole. Come una malattia. Per lui sono più desiderabile perché mi sa desiderata. E questo gli mette più voglia, più fretta, ansia. Però, se è possibile, è anche più frettoloso. Di più pretese. Più superficiale. Ama le mie tette e tutto di me attraverso il mio racconto di come le gusta un altro; l’altro. Senza quel pensiero non riuscirebbe a desiderarmi. Senza vedere le mani dell’altro su di me. A cercarmi. A frugarmi. A provocarmi emozioni intense. E nella sua testa è presente. Vuole imitare. Vuole competere. Vuole il suo posto in platea e sul palco. Per lui conta più quello che le mie parole gli suggeriscono, quello che riescono ad infiammare nella sua mente, che la realtà che ha davanti. Ma io non sono uno psicologo. Non sono in grado di analizzarlo. Mi salvo solo la vita.
Ma debbo tutto a Guido. Lui mi ha ricordato che ero donna. Mi ha fatto sentire donna. E me lo ricorda. Anche se forse non posso dare tutte le colpe a lui. Forse sono stata proprio io l’artefice di tutto. Forse aveva ragione Alfio e sono una puttana. Forse lo sono sempre stata, senza saperlo. La verità è che con Alfio non è mai stato così bello. Ma forse è proprio perché è Guido. Perché non ho obblighi. Perché non debbo farlo. Perché ci lavoro, ed è a portata di mano. Perché è iniziata per caso. Nel modo più stupido. Come una rivendicazione. La risposta ad una debolezza. Ad un torto. O perché sono le due facce di una medaglia. E quella medaglia sono io. O almeno ero perché alcune cose si trovano e molte si perdono. Andare con Guido, cioè fare all’amore con lui, o meglio, diciamo le cose come stanno, scoparci mi imbarazza. Non tanto per quanto, dal momento che sono stata come spinta fra le sue braccia proprio da mio marito. E’ come se fosse diventato un dovere contravvenire al dovere. Insomma mi sento confusa; dentro in testa.
Guido stava diventando quasi un altro marito. All’inizio con lui, sembrava diverso. L’inesperienza? La stupidità? Il fatto che non ci credevo? Che non mi riconoscevo? E in testa mi ero detta: allora è questa la passione? Per loro, gli uomini, la libido? E’ questo che fa di una donna una puttana? Un’amante? –cercando di ripetermi che era solo sesso. Che non mi potevo lasciare coinvolgere. Ed era come se con lui c’era un’altra donna. Poi è diventato abitudine. Noia. Ho avuto l’impulso di dire basta. Cominciavo ad averne abbastanza. E non sapevo come uscirne. E Alfio, per mostrarsi più uomo, di quel loro stupido gareggiare, è diventato ancora meno attento. Meno ricco di premure e più di frette. E a ben guardare anche Guido. Nonostante la sua sciolta prosopopea. Le sue arie. Le sue certezze. Quel pelo di arroganza. Anche con Giudo è cambiato, me ne rendo conto. E’ finita la meraviglia; la sorpresa. Ora è come se fosse normale. Se glielo dovessi. Ormai siamo amanti. Gli spetta di diritto. Il prezzo degli amanti. Strano, come ho smesso subito di provarne vergogna.
Dopo quella prima volta, per un po’, è stato un crescendo di esigenze e di richieste. E poi, pian piano, tutto è diventato ripetitivo e monotono. Lui che si slaccia i calzoni. Io che mi tiro giù le mutandine. Tutto alquanto meccanico. Altrettanto squallido. Quasi privo di fantasia. Ed erano solo ricordi quei primi giorni. O le mie solo illusione. Quello che credevo. Che mi ero messa in testa. Forse quel desiderio irrefrenabile, irresistibile, lo vedevo solo io. Forse per lui ero solo la soddisfazione della preda. Il suo modo di farmi sentire abbietta. Infedele. Sapendomi la donna di un altro. Il suo sentirsi più uomo. Ero disponibile a tutte le sue fantasie e richieste come se non ci fossi. Se il mio corpo non fosse più mio. Se gli appartenesse. Mi sentivo lusingata ma il resto, l’incanto, è finito quasi subito.
Una sera, dopo la chiusura ha voluto in ufficio. Mi ha detto che non poteva più resistere. Che il mio profumo da solo lo faceva perso. Che era tutto il giorno che mi guardava e che mi desiderava. Che aveva rischiato di fare una stupidaggine. Lì per lì ne sono rimasta compiaciuta come una stupida. Aveva fretta anche perché lo aspettavano a casa. E mi ha presa sulla scrivania. Ed è stato scomodo e estraneo; mentre lui mi spiegava quanto ero brava e quanto lo facevo godere. E mi riempiva di epiteti irripetibili. Strappandomi anche le calze. Mi ripromisi che questo non lo avrei raccontato a Alfio. M’era sembrato troppo… squallido. Me ne vergognavo troppo. Ad Alfio ho raccontato solo dopo qualche sera il fatto della macchina. Ma non anche la fine. Ho evitati i particolari che mi sembravano troppo imbarazzanti. E troppo personali. E che avrebbero anche un po’ messo in cattiva luce il mio amante.
Il fatto è stato che anche lui, come tutti gli uomini, o almeno i pochi che ho conosciuto, dopo i primi giorni ha smesso di ricordarsi di me preoccupandosi solo di sé. Per me è diventa una cosa tecnica. Mi sento usata. Toglitele. Fammela vedere. Apri le gambe. Ancora un po’. Fai così. Mettiti cosà. Oggi ciò questa fantasia. Questo Ghiribizzo. Quello che ho raccontato al curioso cornuto, perché è giusto chiamarlo come si merita, è che una sera, tornando, ancora in macchina, a Alfio è venuto uno dei suoi soliti capricci. Non ce la faceva nemmeno ad aspettare di arrivare a casa. E così… ho voglia delle tue labbra. Non ero ancora del tutto abituata a tutte le sue stravaganze. Lì per lì nemmeno avevo capito. Me l’ha fatto intendere senza nemmeno troppa delicatezza. E qui mi sono fermata con il racconto perché il suo piacere è stato solo il mio disgusto. unicamente un conato di vomito. Ho soddisfatto il desiderio di sapere di Alfio con un “Sì! Abbastanza. Forse; è stato bello”. E me la sono cavata dicendogli che ero molto stanca quando avrebbe preteso di farlo allo stesso modo. Due volte in una giornata, e con la parmigiana sullo stomaco, non sarei riuscita a trattenere il rigurgito.
Quando ho incontrato Samuele mi è stato tutto chiaro all’improvviso. Quasi non l’avevo riconosciuto; era da allora. Era cambiato molto. Un po’ di pancetta. Molti meno capelli. Gli occhiali sulla punta del naso. La stessa timidezza di allora. A pensarci bene tutt’altro che affascinante. Ma ci siamo incrociati, dopo tanto, per puro caso. E come un fulmine ho capito. La persona giusta, comunque la persona che passava al momento giusto. A casa aveva una moglie e due bambini. E un lavoro privo di soddisfazioni e di certezze.
Così ci perdiamo un po’ in chiacchiere. Andiamo a prendere un caffè. Debbo insistere. Non ho molta pazienza. Debbo inventarmela. Per me è tutto chiaro. Ma il mondo di ognuno è diverso. Dopo tanto tempo due dovrebbero avere molte cose da dirsi. Non mi sembra. Fatico anzi a trovare argomenti. Lui ha un sorriso opaco. Non scrive più poesie. Non si ricordava più nemmeno di averne scritte. Penso a noi due. La nostra storia è stata breve e nemmeno molto intensa. Soprattutto è stata molto virtuale e assolutamente innocente, cioè platonica. Qualche bacio. Se ci penso ha provato timidamente ad allungare le mani, anche lui poco convinto. E molto impacciato. Gliele ho tolte. Com’ero stupida. Sempre stata. E lui mi ha chiesto persino scusa. Mi aveva solo sfiorata. Ora quella storiella banale mi sembrava bella.
Ho preso il coraggio a quattro mani. Anche se… perdio: sono io la donna. Possibile che… eppure allora… Ho interrotto il fiume di parole con cui cercava di celare l’imbarazzo e gliel’ho chiesto direttamente io, senza perifrasi e senza stare nemmeno troppo attenta al tono della voce: “Sam, starei a parlare con te per giorni interi. Lo sai. E sai che quello che ti dico non l’ho mai detto e non lo direi mai. Mi conosci. E nemmeno è facile ma… Scusa se te lo dico. Non è che ne ho voglia. Per dirla tutta nemmeno ci pensavo. Ma come ti ho visto me n’è venuta. Voglia. Il nostro ricordo mi fa impazzire. Perdere la testa. Se non andiamo subito finisce che ti salto addosso qui. Davanti a tutti. Scusa, ma ho voglia di scoparti”.
Ma io”…
Cerca incredulo di sottrarsi o almeno tergiversare. Lo metto all’angolo con un classico del genere «o ci stai o ti sputtano cioè libido e terrore»: “Non puoi dirmi di no. Hai presente Meg Ryan in Harry ti presento Sally ”?¹
Ma io”…
Era allibito: “Nessun problema. Ce l’ho io il posto”.
E non avrei detto di Samuele né a quel buono a nulla di Alfio né a quello stronzo di Guido. Doveva restare un segreto tra me, Sam e il mondo. E dopo la prima gli ho concesso anche il bis che, poveretto, è rimasto senza fiato. E mi sentivo libera, finalmente libera. Libera e innamorata. Disinibita. Scatenata. Era quello l’amore ed era fin troppo facile. Ce l’avevo a portata di mano; povera stupida. Bastava prendere l’iniziativa. Dirlo per prima. E non lasciargli il tempo di replicare. Del dubbio. Della paura. Del rimorso. Gli uomini sono esseri, in fondo, molto semplici. Basta sbatterli in un letto e togliergli le brache. Anzi, a volte nemmeno quello. A volte basta togliersi le mutandine o far vedere che non le hai messe. Anche solo mostrargli un po’ di pizzo. Appena l’attaccatura di una tetta. Basta un certo sorriso. E si mettono in trappola da soli. E con lui ora ci vediamo ogni martedì e ogni venerdì; i giorni in cui dovrei essere a yoga.
E nel tempo mi son fatto furba. La storia con Guido langue, è quasi finita. Ci si vede sempre più raramente. Sono io che ho cominciato ad evitarlo prima che sua moglie si insospettisse. Ci mancherebbe altro… Alle numerose e ossessive curiosità di Alfio rispondo con la fantasia e… Nel frattempo ho anche letto “Memorie di una gheiscia², e altro. Il che aiuta. A lui va bene e nemmeno se ne accorge anche se riciclo cose passate e già raccontate. Gli basta il niente ormai per eccitarsi. E a volte nemmeno il tutto funziona. Mi sono accorta di aver sempre sognato questa vita. E anche lui ha quello che ha sempre anelato. Una moglie sempre pronta, quelle poche volte. Brava a fingere. E un bel paio di corna in testa. Mi dice che sono porca. Forse è vero. Lui mi voleva porca e porca sono diventata. Mi dice di peggio ed è tutto vero.
Samuele alla faccia della pancetta, dell’incipiente calvizie e della sua aria svagata e da sognatore squattrinato non ne ha mai abbastanza. Se ha una pausa basta e avanza la mia fantasia. Gli ho dato tutto e anche di più. Anche quella soddisfazione che avevo sempre negato a tutti. A tutto il resto ho smesso di pensare. In fondo si tratta della mia vita. E se ho voglia di qualche distrazione me la prendo. Senza tanti rammarichi. A cuor leggero. Non so cosa ne pensa lui, Samuele, non gliel’ho chiesto. Per dirla, l’unica cosa che facciamo poco è parlare. Lui non è mai stato troppo loquace. Io solitamente vado di fretta. Non arrivo all’appuntamento per rifarmi una cultura. Vado solo per riempire questo buco dentro. Per sentirmi meglio. Soddisfatta. Appagata; in tutto. E poi il suo parere non avrebbe nessuna rilevanza. Sono una donna libera. Alla faccia di Gloria. Della sua invidia. Della sua perfidia. Ora che avrebbe di che parlare è in malattia e all’oscuro di tutto.


1. Harry ti presento Sally (When Harry Met Sally…) film di Rob Reiner; 1989.
2. Memorie di una geisha di Arthur Golden. Tea editore 2008.

Le foto sono state trovate, come tutte le altre, nella rete e non hanno nessuna relazione con quanto poi si racconta.

Read Full Post »

Piove e le gocce che rimbalzano sui vetri mi danno un senso di languida malinconia. Il silenzio del mio nuovo appartamento vuoto mi imprigiona in un bisogno di coccole. Sprofondata in divano mi prendo Dolcezza sulle ginocchia e comincio ad accarezzarle il pelo finché inizia a ronfare facendo le fusa. In fondo ho preso lei come compagnia anche per questo. Non mi capita spesso di avere del tempo per stare da sola con me. Ed è così che ho cominciato a riflettere su come è cominciato tutto. Neanche a farlo apposta anche in questa vicenda ero con Nicoletta, potrei dire che è stata lei a darmi l’idea. Se non ricordo male uscivamo dal parrucchiere. Eravamo sedute fuori della pasticceria. Noi donne siamo fatte così, amiamo bisbigliare di chi non c’è. Dice facendosi vicina: “Hai sentito di Luisella”. Dico “No!” che nemmeno ne avevo mai avuto il sospetto. “Sembra che…” e mi racconta per filo e per segno, da lasciarmi allibita. Persino con dettagliati particolari che avrebbe potuto risparmiarsi. “Non ci posso credere. Certo che da lei ci si può aspettare di tutto”. “Un sospetto ce l’avevo”. “Ad essere onesta proprio seria non mi è mai sembrata, E lui”? “Lui non sa niente. Mi raccomando: acqua in bocca. Non ti ho detto niente”. Quando prometto so essere una tomba. Ci siamo salutate divertite e tutto sembrava finito lì. Poi a casa mi sono trovata a ripensare a Luisella. La cosa non mi trovava del tutto sorpresa. Penso indignata a come può una donna maritata. Alla sua leggerezza. A cosa può dire la gente. Avrei proprio voglia di chiamarla. Tra un pensiero simile e un altro e un giudizio e una disapprovazione comincia ad insinuarsi nella mia testa la curiosità.
Ma le cose, cioè le disavventure, non vengono mai da sole. Non perdo nemmeno un minuto a parlare dei tempi che corrono perché ormai è una cosa generale. C’è questa crisi che colpisce un po’ tutti e non sembra voler finire. Inutile soffermarcisi sopra. Basta prendere qualsiasi giornale o accendere la tele. Noi non siamo da meno. Anche Renato è stato prima messo in mobilità e poi in aspettativa. In quel momento aveva quello che chiamano un lavoro socialmente utile cioè un impiego mal pagato e senza futuro. Non faceva che rammaricarsi e brontolare, povero fagottino. Intanto le spese correvano ed eravamo in ritardo anche col mutuo. Insomma pensavo a Luisella con biasimo e insieme a noi e alla nostra situazione e contemporaneamente cresceva quella mia curiosità di donna. Non che la giustificassi ma passo dopo passo la mia condanna nei suoi confronti si faceva meno inflessibile. Poi, per un po’, smisi di pensarci; che nella vita se ne sentono tante. E non c’è da sorprendersi di niente. Nei giorni seguenti scoprii che intorno c’era tutto un mondo. Un mondo che non conoscevo. Più volte dovetti darmi della stupida ma poi ci ricascavo. E poi tornavo a darmi della stupida e a non pensarci. Ero andata a visitare anche alcune pagine e avevo visto delle foto. Alcune erano anche proprio oscene, anzi quasi la totalità. C’erano anche delle ciccione, e donne avanti con l’età e donne improponibili; proprio brutte. Mi chiedevo come può un uomo desiderare donne simili. Ma gli uomini sono uomini e una donna non riuscirà mai a capirli.
E’ nei momenti più difficile che un uomo, cioè la donna aguzza l’ingegno. Non ero certo rimasta la stessa di un tempo, quella del matrimonio, ma non ero nemmeno peggio della maggior parte di quelle. Così mi trovai a guardarmi allo specchio e più volte a bocciare l’immagine che mi restituiva. Mi ci spogliai davanti, un paio di volte, restandone insoddisfatta. Ma sempre meno insoddisfatta e più possibilista. Avevo messo su qualche etto ma facevo ancora la mia bella figura. Pensavo che un uomo vedendomi così nuda avrebbe ancora potuto eccitarsi. Veramente con Renato funzionava sempre meno ma davo la colpa alla crisi del settimo anno. Perché c’è anche quella, non solo la crisi economica. E pensavo ai soldi che non avevamo. Fu questo con lento logoramento del tempo a convincermi. Sembrava una cosa semplice e che si stava diffondendo. Non ero certo la prima a pensarci. E poi milioni di donne nella storia hanno usato il loro corpo per riempirsi lo stomaco, persino per raggiungere il bel mondo. Non ero certo una di quelle, ero una signora seria e avevo sempre avuto fin troppi pudori e un po’ sono sempre stata moralista. Non avrei mai preso in considerazione la possibilità di vendere il mio corpo ma magari la possibilità di dare un aiutino economico alla nostra gestione famigliare mi affascinava e mi eccitava. Pensavo che mi sarei sentita sicuramente meglio e più orgogliosa di me potendo contribuire alle nostre spese. Naturalmente sempre senza accettare di scendere così in basso da farmi merce dei più loschi istinti. Mi stavo convincendo che era possibile.
Nel frattempo avevo scoperto che c’erano dei veri e propri indirizzi, dei siti che offrivano compagnia femminile qualificata. Con tanto di foto e tutto il resto. Avrei voluto chiedere a Luisella qualche consiglio ma non mi parve il caso, che a pensarci non era neanche la più adatta. Avevo intanto ripreso ad andare in palestra e regolato la mia dieta. Non ero tornata indietro ma qualcosa nel mio espetto era decisamente migliorata. Qui è là ero già più snella e più soda. Un po’ alla volta mi stavo convincendo di me, ero un po’ più soddisfatta del mio aspetto. Spesi quello che avevo messo pazientemente da parte per i tempi più bui per un estetista e un abito proprio bello. Sono andata da un amico fotografo, perché da un estraneo non avrei mai trovato il coraggio, per fare le foto. Niente di sconveniente ma debbo dire che sono venuta bene e che se fossi uomo avrei il piacere di conoscermi. Ho dovuto però resistere alle sue insistenze da andare un po’ oltre, di mostrare di più. Lui s’è anche proposto di apparire ma ho declinato l’offerta spiegandogli che non era quello che volevo e che non se ne faceva nulla. A Nicoletta non ho detto niente. Nell’annuncio ho voluto essere precisa e ho scritto Escort (Accompagnatrice). Ho preteso io quella parentesi perché fosse chiaro, per porre dei confini. Non ero mica una di quelle. Offrivo un sorriso e la mia compagnia che ho anche una certa cultura e so come parlare e comportarmi in pubblico. Ho messo laureata anche se non ho mai dato quei maledetti tre ultimi esami per colpa di mio marito. Quando si è giovani si dovrebbe avere più senno e pensare al futuro, ma aveva fretta e così ci siamo sposati.
Poi mi sono messa in attesa senza tanta fiducia; senza farci troppo affidamento ma con un po’ di apprensione. Con mia sorpresa quell’attesa non è stata lunga. Invento una storia su due piedi con Renato per andare all’appuntamento. Chiamo Chiara pregandola di coprirmi, con la storia della suocera che sta male, senza dirle il perché e chiedendolo una borsa e un paio di scarpe in prestito. Non so cosa può essersi messa in testa, ho sentito un suo gridolino malizioso, ma non ero abbastanza interessata ai suoi giudizi ne alle sue pillole di saggezza. Soprattutto ne avevo assoluto bisogno proprio in quel momento. Mi controllo per l’ennesima volta e andando passo da lei per quelle due cose che indosso in macchina. A raccontare tanta emozione non mi sembra ancora vero. Si trattava dell’inaugurazione di una mostra di uno che a sentire era un noto pittore alla moda; quello che con parole appropriate si chiama vernissage. Mio marito al massimo mi aveva portato a qualche film di terza categoria che a lui piacciono quelli d’azione.
Così ero confusa e felice e orgogliosa. E’ stato carino da chiedere anche il mio parere, a me, cosa ne pensavo. Ho finto di rifletterci e gliel’ho detto: “Per me è solo un porco. Disegna solo donne nude. E in quelle pose. E’ un porco depravato, lui e chi li compra”. Li ha guardati ed è scoppiato in una sonora risata: “Hai proprio ragione”. All’artista ha detto che ricordava nel tratto deciso e a tratti nervoso il grande Lucian Freud, e nella pienezza delle forme persino Botero. Non riuscivo a trattenermi dal divertimento. Lui non era nemmeno un brutto uomo ed era molto gentile e mi ha presentato come la moglie. Io sono stata al gioco e credo di averlo lasciato soddisfatto civettando anche un po’ con altri invitati. Si è dimostrato anche un uomo generoso e molto educato, solo un po’ galante. Ha voluto accompagnarmi a casa ma mi sono fatta lasciare sotto quella di Chiara anche per ringraziarla e restituirle quello che gentilmente mi aveva prestato e le dovevo. Mi aveva proprio salvata. A letto stavo sognando su quante cose avrei potuto fare con tutti quei soldi. Ero addirittura tornata prima del previsto.
E’ stato già al secondo appuntamento che le cose si sono complicate. Era un tale François, un francese, che dovevo accompagnare a visitare la nostra città. Un’intera giornata, una vera manna. Mi invento il funerale di uno zio in campagna. Ho dovuto rispolverare tutte le mie conoscenze di quella lingua perché lui non spiaccicava una sillaba di italiano. Lo vado a prendere all’aeroporto e non lo riconosco perché in rete ha messo la foto di un altro. L’altro era certamente più attraente che mi ero illusa. Questo era un po’ il tipo del provincialotto con pochi capelli e con un taxi cominciamo a girare. Non era certo uno da contare il franco, solo di taxi dobbiamo aver speso una fortuna. A pranzo preferisce andare in un ristorante molto elegante ma anche molto caro, anche se io avevo insistito per una posto più alla buona che conosco dove forse avremmo mangiato anche meglio. Fin dall’inizio non mi aveva fatto una grande impressione, non mi aveva convinto. Per essere un signore era un signore ma aveva un sorriso strano. E a tavola ha insistito per farmi bere, fortuna che io sono una che tiene il vino. E poi ha cominciato a esprimere il desiderio che essere condotto in certi locali, un po’ equivoci, dove non avevo mai messo piede. Quelli li conosceva meglio di me che vivo in questa città da quando sono nata.
Poi, forse un po’ brillo, ha cominciato ad essere invadente e insistente. A cercate di prendersi delle libertà. A cercare di allungare le mani. Io per un po’ l’ho lasciato fare ridendo come fosse divertente, ma appena ha cominciato a far risalire l’orlo della gonna sfiorandomi la coscia mi sono ricordata chi ero e gli ho tolto la mano. Lui si è mostrato sorpreso, quasi offeso, ed è tonato a provarci, ed io sono tornata a respingerlo. Ha anche provato di baciarmi. L’ho spinto via. Alla fine non ho proprio potuto non permettergli di malavoglia che solo di accarezzarmi un seno sopra la stoffa, per poi spiegargli chiaramente, in un francese stentoreo, che non si sarebbe potuto spingere più in là. Che quelli erano i patti e gli accordi. Si è girato a guardarci persino l’autista che avrei voluto sprofondare. Per finire si è mostrato molto maleducato e ha preferito lasciarmi in centro e prima ancora della cena. Si è spinto fino a mercanteggiare sul mio compenso. Ero indignata e sono tornata a casa col portafoglio pieno ma con un umore nero e Renato non ha nemmeno avuto il coraggio di chiedermi come mai avevo fatto così presto. Mi sono ripromessa che non mi sarei più cacciata in una situazione simile, una volta era una volta di troppo. Credevo che l’increscioso episodio fosse finito lì quanto il giorno dopo, sul mio profilo, ho notato il suo commento alla mia compagnia, ed era un commento da stroncare una carriera sul nascere; che non lasciava scampo. Anche se ricco erano le considerazioni di un farabutto perfino un po’ falso. Ne uscivo come una sciatta donnaccia.
Mi crollavano tutti i miei sogni. Mi sentivo persa e smarrita. Non me lo sarei aspettata e non lo meritavo. Solo che le persone intelligenti sanno trarre una lezione anche dal niente e sanno ricavare del buono anche dal peggio. E’ stato così, in quel momento, che sono rinsavita e ho capito che in questo mondo, con un uomo, in qualche eccezionale occasione, per avere qualcosa si deve essere disposte a dare qualcosa di più. Mi feci ribrezzo da sola. Poi tornai ad essere realista. Indietro non si torna mai. In fondo non toglievo niente a nessuno e a nessuno facevo del male. Lo avrei fatto solo se il cliente avesse insistito e insistito con determinazione. E naturalmente dietro un extra, come facevano tutte. Nessuno costringe la donna a farlo ma se va al di là lievita anche il prezzo della compagnia. Un po’ più sporca mi sentivo, sono un’inguaribile stupida, ma avevo anche le mie belle scuse. Soprattutto cominciavamo ad avere meno ansie del futuro. Avrei aggiunto al mio profilo una foto con un seno in piena mostra solo in seguito.
Come succede tutto è cominciato a correre freneticamente all’improvviso. La volta seguente è stata per una cena d’affari. Era passata quasi una settimana. Erano tutte persone importanti. Lui, Massimo, pareva distaccato e fare poco caso a me. Avevo attirato più le attenzioni di quello che pareva il socio importante in una fusione che mi era stato messo accanto. Pensavo che non era proprio più un ragazzino quando ho sentito le sue mani addosso. Gli ho sorriso e ho scosso il capo per fargli capire che ero già accompagnata. Credo avesse immaginato il mio ruolo, o che addirittura qualcuno avesse provveduto ad informarlo. Mi ha infilato in borsetta il suo bigliettino da visita. Mi sono ripromessa di ricordarmi di richiamarlo. Massimo però non ha dovuto conteggiarmi troppo, direi che mi aveva lasciato quasi delusa. Direi un bell’uomo, insomma attraente, con un suo fascino, mi ha accompagnato all’ascensore e si è limitato a chiedermi se volevo salire da lui. Mai ripetere due volte lo stesso errore. Alla fine non ho avuto di che pentirmi e ha fatto anche portare una bottiglia di champagne. Insomma proprio una persona galante.
E’ così che per me è cominciata questa nuova vita. Una vita che ho scoperto con l’esperienza essere affascinante ma anche dispendiosa. Per essere sempre sulle cose bisogna investire e c’erano i soldi per i cosmetici, quelli per gli abiti e gli accessori, quelli per la biancheria intima, che anche se è sotto non è meno importante. Tutte cose che è difficile immaginare prima, quando si è solo una annoiata ed inutile casalinga. Ma il nostro tenore di vita era totalmente cambiato e ora potevamo permetterci anche qualche capriccio. Renato ha voluto il satellite e ha portato l’auto dal meccanico e dal carrozziere. Io continuavo a mettere qualcosa da parte perché non si sa mai cosa può riservare il futuro. Certo i sacrifici li facevo io, ma lo facevo per noi. Povera stupida, facevo tutto per noi. Certo non mi restava il tempo per annoiarmi. A volte dovevo essere la donna di cui andare orgogliosi. Spesso una da mostrare. Qualche volta dovevo interpretare ruoli particolari. Se ne trovano di tipi strani. Si può incontrare chi si accontenta unicamente di guardare. Persino donne che cercano donne. Quello proprio non mi va. Enrico aveva pagato soltanto per portarmi in camera e così siamo saliti direttamente in camera. Non aveva altre fantasie. Voleva solo stare con quella della foto. Non gliene potevo certo fare una colpa.
Insomma tutto sembrava filare liscio fino a quando non me lo sono trovata davanti, al tavolo di un albergo troppo caro anche per me. Mio marito mi aveva fissato un appuntamento, proprio con me, usando uno pseudonimo stupido e la foto di un bello del cinema. Ma ve la immaginate la sorpresa? Resto allibita e senza fiato. “Tu”? “Tu”? Cerco una bugia per uscirne dicendo che era tutto un equivoco, ma non può funzionare. Per un attimo ci guardiamo con gl’occhi spalancati. Farfuglia e balbetta una sorta di frammenti di rimprovero. Non sa fare altro. Alla fine scoppio in una risata in cui trascino a malavoglia anche lui. Non si era mai chiesto come arrivassero tanti soldi in casa. Forse aveva creduto nei miracoli e che io sapessi farli moltiplicare. Fa lui l’offeso. Mi dice che pensa che gli debba una spiegazione. Gli dico che intanto possiamo cenare. Poi saliamo in camera perché non ho mai voluto portare in casa nessuno. E a dire il vero è stato tutto bello come quando eravamo più giovani. Al mattino pago io la stanza e lo invito a fare i bagagli e a lasciare casa il giorno stesso. Non mi sento di dovergli nessuna spiegazione. Prego Enrico di venirmi a prendere. Mi metto compassione e sono io ad andarmene perché io ho voluto veramente bene a Renato, cioè al mio René, ma non potevo accettare che lui spendesse i miei soldi andando a puttane.

Read Full Post »

Era da un po’ con non lo vedevo. Avevo letto il suo messaggio; ero di fretta. Poi mi cadde lo sguardo su quel necrologio. Perché avesse mosso la mia curiosità non lo so? Forse per l’età? Forse perché non lo facevo tipo? Forse perché era la prima persona vicina che mi veniva a mancare. Forse per quelle cose che ti ruminano dentro e non sai spiegare? Nessuno degli amici ne sapeva molto. Alcuni evitavano persino di parlarne. Alla fine ho saputo quella che pareva essere la verità: si era tolto la vita. Continuavo a chiedermi perché senza trovare una sola risposta. L’ultima volta sembrava un uomo felice. Tutto preso dalla sua nuova storia. L’ultima cosa che ricordavo era un brindisi.
Ci ripensai più volte prima di decidermi. Tutti i pretesti che mi ero inventato mi sembravano banali. Alla fine conclusi solo di andare. Mi vestii alla bisogna, come si conviene per una visita di cortesia. Rispolverai cioè la mia giacca e una vecchia cravatta che mi ero fatta prestare scordandomi di restituirla. Sembravo un liceale alla presentazione alla famiglia. Pettinato con attenzione. Mi sentivo ridicolo. Ero così anonimo. Così uguale a tante foto ricordo e alle immagini per i documenti. Sarei andato anche per un funerale, o un matrimonio. Mi sono ricordato che non si deve mai lasciare a casa la maschera. Mi accompagnai ancora con tutti i miei dubbi. Vincendo quell’insolita resistenza. Non mi capita mai di interessarmi agli affari degli altri. Avevo preferito non informare della mia visita. Riflettei se era il caso di presentarmi con dei fiori ma convenni che non lo era. Passai anche diritto davanti alla pasticceria. Non avevo il minimo sospetto di cosa aspettarmi.
Cercai nel marmo la targhetta d’ottone: avv. Sereni. Mi annunciai al video-citofono: “Sono un amico di Lorenzo”. Dopo un lungo attimo un suono secco mi avvisò che era aperto il portone. La voce all’apparecchio, un po’ meccanica, mi indicò il piano. Preferii salire con l’ascensore. Mi aspettava all’ingresso. Allontanò rapidamente un interrogativo. Rinnegò quell’impaccio che ci vedeva in piedi a guardarci, a studiarci. Mi invitò ad entrare con un sorriso cortese e un gesto della mano: “Prego”. Mi sentii di accedere in un altro mondo, di invadere uno spazio confidenziale. Mi pentii della mia decisione, ma non potevo scappare. Provai un senso di vigliaccheria e di mascalzonaggine. L’aria era immobile e inodore. Priva di suoni. Così le nostre voci tintinnavano nel vuoto. La sua mi sembrò al primo istante caramellosa. Carica di ricercata ma forzata cortesia.
Mi porse la mano: “Possiamo darci del tu? vero. Non ti da fastidio”? Le sue dita si abbandonarono tra le mie, fragili. Le stringi delicatamente come per paura di romperle. Il suo sguardo diretto moltiplicava la mia inadeguatezza: “Maddalena, giusto”? Di lei avevo saputo quasi solo il nome. Dall’inizio della loro storia ci eravamo visti sempre meno. Avevo letto la sua soddisfazione dagli occhi e da piccoli segnali. Per varie ragioni non si era mai soffermato troppo su lei. A quel tempo non aveva destato la mia curiosità. Ero solo contento per lui. Poi la tragica notizia. E quel qualcosa che non si incastrava. Le disgrazie succedono, ma lui non era tipo da cercarle o costruirle. Ed era un tipo innamorato.
Non sembrava né sorpresa né confusa. “Scusami. Non aspettavo visite”. Solo avvicinandosi aveva un sapore agro-dolce. Camminava su quei tacchi con diligente perizia e i tappeti occultavano i suoni dei passi. Mi faceva strada. La seguivo da presso. A rifletterci quegli spazi promettevano una percezione di angoscia. L’individuo si sentiva perso. Piccolo. E le voci trascinavano con sé un tenue eco. Pareva mancare il senso delle proporzioni. E tutto sembrava fin troppo in ordine. Lei stessa lo era. Si accomodò su un ampio divano e mi fece accomodare davanti a lei. Sprofondai in una inaspettata comodità. Non avevo la più pallida idea da dove potevo cominciare. Non avevo nemmeno sospetti, solo un senso di malessere; confuso. E lei era donna da destare curiosità. Nemmeno seppi afferrarne il motivo.
Ti scoccia se restiamo qui”? Sembrava stesse aspettandomi. O forse aspettava qualcun altro. Il tè era ancora caldo: “Limone, vero”? Lo versò e aggiunse i due cucchiaini di zucchero, proprio come piace a me. Sorrise. Lo mescolò lentamente guardandomi negli occhi. Mi porse la tazzina. La tazzina oscillò sul piattino. Lei lo prese con il latte. Facendo attenzione a non lasciare tracce di rossetto. In quel preciso momento squillò il cellulare. Controllò il numero, mi chiese scusa e uscì dalla stanza per rispondere alla chiamata. Al ritorno spense il telefonino davanti a me spazientita con un gesto marcato a mio beneficio: “Non voglio che ci disturbino”. Poi lo appoggiò sul tavolino. Riprese il suo tè. Lo portò nuovamente alle labbra con attenzione, senza distogliere gli occhi. Ne ricavò una smorfia schifata e tornò a posare la tazzina. Probabilmente nel frattempo s’era freddato. “Allora… cosa volevi sapere”?
Ebbi la netta sensazione che lo sapesse. E non c’era nessun mistero. Nulla da scoprire. “Cerco notizie di un amico”. La cosa mi appariva ancora così… inverosimile. Mi accorsi che di tanto in tanto frugalmente si controllava nello specchio che avevo alle mie spalle. Quando lo faceva ne usciva perlopiù soddisfatta di sé. Piccole cose che non sfuggivano alla mia attenzione. Ancora non riuscivo a inquadrare quella donna. E non mi sembrava la donna adatta per lui. Qualcosa strideva. Non era come me l’ero aspettata. Non avvertivo veri sentimenti. Cercai di rompere quel mieloso incanto. Ero andato per quello: “Lorenzo aveva idee a modo suo, ma non era cattivo. Un po’ così. Da artista. Ma lui era un artista”.
La cosa più incredibile era che s’era trasformato tutto in bianco e nero. Lo realizzai solo in quel momento. I colori erano sfumati lentamente, s’erano dissolti. Tutto come un vecchio film. Con una fotografia curata. Con i dettagli eppure nitidi. Ma era come insapore. Mi sentivo finto. E la sentivo finta. Eravamo la schermaglia attenta di due persone che si esplorano. Che si cercano senza avere un vero desiderio di conoscersi. Distaccate quel tanto che basta per restarsi estranee. Diffidenti. Almeno io lo ero. E quella casa era piena di domande a cui non sapevo rispondere. Pensai alle cose più improbabili per rompere e superare quella patina di distacco. Per scuotere quella presunta saggezza. Quel finto buonsenso. L’aria da persona per bene. La sua attenzione per non provocare vere reazioni. Veri sentimenti. Impulsi. Tutto quello faceva sembrare normale l’assenza di colore. Lei riusciva a controllare ogni minimo particolare. Era solo la copertina di una rivista patinata: “Per lui sembrava tutto così importante. Ma se ci pensi”.
Restai sorpreso quando aggiunse che non aveva lasciato niente. Era un tipo sempre in preda delle sue fantasie. Un tipo estremamente creativo. Non riuscivo a crederci. Non me lo raffiguravo con le mani in mano. Ad ogni incontro non riusciva a trattenere l’entusiasmo per il nuovo suo ultimo progetto. Mi riempiva di parole e di eccitazione, persino di frenesia. Ed era curioso di tutto. La osservai attentamente senza capire. Non la sentii quando mi disse che non aveva spiegazioni. Ricordo solo che non mi parve disperata; nemmeno dispiaciuta. Era solo una sensazione. Mi sembrava passato troppo poco tempo perché fosse già tornata così padrona di sé. E la sua cortesia rasentava quasi il corteggiamento. O almeno la disponibilità al corteggiamento. Ma forse son sempre stato un briciolo moralista. “Se mi posso permettere, io penso che non si possa pretendere di più. Il problema è nel sapere accettarsi. Nell’essere quello che siamo”. Certamente sbagliavo tutto. E lei senz’altro non se lo meritava. Eppure non percepivo distinti sentimenti nelle sue pose, nella sua voce. Mi aspettavo… non so cosa, ma qualcosa di diverso. Speravo di non trovare disperazione, ma era un pensiero egoista. Certo avevo immaginato una sorda tristezza. Un muto sconforto. Di non sapere in che formule rifugiarmi. All’estremo di non essere ricevuto. Dovrei governare questa apprensione e il vizio di immaginare le cose. Di volerle anticipare.
Accennò di sfuggita a com’era bella la concordia: “Vedi questa casa”. Criticava quelli che avendo meno non sapevano accontentarsi. “Sono cose della vita. Non trovi”? Non volli contraddirla. La lasciai proseguire distrattamente. La sua voce era solo un suono. Avevo un dubbio, ma mi sembrò che quello non posso il posto adatto per esprimerlo. Nemmeno il momento. In realtà provai la percezione che quello fosse un posto dove potevano alloggiare solo certezze. E fuori non era un grande idilio. Era solo che in un qualche modo che non aveva risposta le coscienze erano assopite. E il racconto della sofferenza era semplicemente diventato indecente. La povertà vergognosa. La miseria un crimine. L’ultimo dolore rimasto era quello del cuore. Si poteva ancora morire d’amore. Se avesse continuato a parlare credo che quelle sarebbero state le verità che mi avrebbe spiegato: come governare la dignità nel silenzio.
Spesso le mie cose riesco a tenerle per me. Non mi piaceva che qualcuno avesse una parte scritta che avrei dovuto interpretare. Nemmeno io ritenevo consolatorio che alla fine bene o male c’è la possibilità di una comparsata per tutti. Non mi interessava la notorietà, non era il mio scopo e non rispondeva ai miei disagi. Ma erano loro, i miei disagi, ad essere fuorilegge. Nego che siamo tutti uguali e tutti tesi ad un fine che è quello di curarsi solo di noi stessi. Ma non vado a sbandierare le mie idee in giro come faceva lui. Ed era quel plurale che mi avrebbe denunciato. Eppure dovetti confessare che la prima impressione non le rendeva giustizia. Il tono della voce, i riflessi degli occhi o il mondo di guardarti diritto negl’occhi, le sue pose sempre attente, i gesti calcolati, il trucco curato, il corpo che si poteva intuire sotto, quell’aria disinteressata e poi attenta, il rossetto, una sorta di magnetismo, l’insieme delle cose ne facevano una donna affascinante. Non era facile distrarsi da lei. Era come se fossi sempre interessato al momento successivo. Ad avere qualcosa di più.
Scusami, ma parlarne mi mette ancora un po’ a disagio. E’ come sé fosse… Magari mi riuscirà più facile tra un po’. Con una maggior confidenza. Non mi aveva parlato”…
Provai un bisogno impellente di fumare. “Fuma pure. Qualche volta anch’io. Una o due. E’ l’unico vizio che mi concedo.” –si illuminò di un fugace sorriso malizioso– “Insomma… quasi. Soprattutto dopo… capisci?” –e spinse verso me un posacenere immacolato che non avevo notato. Gliene porsi una: “Non dovrei”. Mi ringraziò, la prese e gliela accesi. La fumò con lenta voluttà. Socchiudendo a tratti gli occhi. Trattenendo il fumo in bocca, assaporandolo con piacere per poi soffiarlo fuori con un lungo sospiro. “Non pensare che”… Avevo fissato tutta la mia attenzione su un quadro. Prima non l’avevo notato. Spense la cicca ripetutamente quasi con crudeltà, come si dovesse rimproverare di aver ceduto a quella debolezza. Fece il gesto di cercare di sentire l’odore del fumo nel suo alito. Trattenni l’istinto di sorridere. Notai le unghie perfettamente laccate. E affilate come rasoi. Sospettai che dietro quella patina si nascondesse una belva. Fu il pensiero di un attimo. Ammorbidì i tratti del suo volto: “Resti per cena, vero? Non puoi… Faccio in un attimo. Intanto ti faccio vedere la stanza”.
Ora che ci penso non credo di aver visto in tutta la casa un libro. Né un gatto. Né segni del passaggio di bambini. Non in quelle stanze. Sembrava un set. Persino la cena era stata ottima ma non c’era nessun odore di cucina. Ed era stata fin troppo veloce. Di proposito ero stato attento a non eccedere col vino. Lei mi incoraggiava ma io volevo mantenermi lucido. Diffidavo. Solo una certa circospezione in fondo a me. Il bisogno di sentirmi rassicurato. Una casa troppo grande. Degli agi a cui non ero abituato. Tutto troppo facile. Il rimpianto per un amico. Un letto soffice. Una donna che non era mia. Abbassai la luce. Mi aspettai di sentirla bussare alla porta. Forse lo sperai. Di sentila scivolare nella stanza. Immaginai il modo. I suoni. Mi illusi che lei si aspettasse che fossi io a cercare la sua stanza. Ammetto di esserne rimasto dolcemente deluso. Tornai a sentirmi stupido. Non riuscivo ad aver voglia di dormire.
Trovai alcune pagine di diario in fondo ad un cassetto. Era un diario stranamente a più mani. Erano storie che si reiteravano, tranne piccoli particolari erano tutte uguali. Il senso di vertigine da agorafobia. Come imprigionato in un sotto vuoto spinto. La mancanza d’aria. L’incontro con una sorta di propria immagine riflessa. Storie dell’incredibile ripetute come tanti paragrafi sbagliati. Una stampa che riproduceva più volte uno stesso capitolo. La cosa mi incuriosiva ma non riusciva ad affascinarmi. Potevano essere prove di scrittura. Lo scorsi finché non riconobbi la sua calligrafia. Mi apprestai concentrato alla lettura. Le ore correvano più veloci di quanto lo potessi avvertire. E poi la sentii anch’io, la voce. Ed ero ancora perfettamente sveglio: “Rilassati. Non resistere”.
Fu solo allora che mi decisi veramente. Percorsi il corridoio in assoluto silenzio. Non feci alcuna fatica a trovare la sua camera. Ammirai il corpo di quella donna fasciato nella vestaglia, sprofondato nell’enorme letto. La sollevai tra le braccia con cautela e attenzione. Lei non sembrò svegliarsi o almeno seppe fingere perfettamente un sonno quieto. La sporsi dalla finestra e solo allora lei aprì gli occhi e mi sorrise. Allargai le labbra e la lasciai cadere. La osservai precipitare senza emettere un solo grido, nel completo silenzio tranne il tonfo sulle pietre del marciapiede. Era ancora notte. Cercai la chiave e la trovai nel cassetto del comodino. Riordinai un po’ le cose cercando di cancellare ogni segno del mio passaggio. Mi chiusi la porta dietro le spalle e me ne andai mentre ancora tutti dormivano.

Read Full Post »

II. Come si fa a dirlo a Claudio. Son cose che non si fanno, figuriamoci dirle. Naturalmente non ne ho parlato neppure con Irene; non capirebbe. E anche se sono cose che succedono. Magari mica sempre. Così all’improvviso. Non perché le cerchi. Assolutamente. Solo che ti ci trovi in mezzo. E sei un uomo. Nessuno nasce santo. E un uomo e sempre un uomo. Non dovrebbero succedere. E ancora mi rombano in testa quelle parole: “Abbiamo tutto il tempo che vogliamo”. E suonavano, quelle parole, come una derisione nei miei confronti. E nei confronti di tutto. E di tutto l’ordine. Erano disordine. E sono disordine. E suonavano minacciose. E imperative. Nella confusione dei miei “non so” ruotavano a velocità folle. Potrei persino dire che non è successo. E’ stato tutto così incredibile. Se ci provo ci riesco.
Stavolta chiamo prima di muovermi da casa. Per accertarmi che ci sia. Mi dice di stare tranquillo. Aggiunge che da lui posso passare tutte le volte che voglio. E’ quasi sempre in casa fuori orario di ufficio. E che anzi gli fa piacere. E anche a Rachele. Mi riferisce i suoi saluti. “Salutala”. E il pensiero torna a quel venerdì. Rivedo tutto come in un film. Provo nuovamente le stesse emozioni. Con la mente del dopo mi sembra una donna soddisfatta di sé. Che sa quello che vuole. A tratti i suoi occhi hanno quell’espressioni quasi assente. In altri momenti sono come… incantati, increduli. Altre volte ti guardano dentro. E’ strano come il suo viso spigoloso e un po’ duro si trasformi e si addolcisca illuminato del suo sorriso. E le sue mani… Ma oggi è un’altra storia.
Mi limito per non pensare al dopo. Per non tornare a vederla in quel vestito. E a tutto il resto. La strada è ancora deserta. Mi ha detto che stava uscendo. Schivo una bicicletta. Spero di trovarlo solo. Non so come mi sentirei con tutt’e due. Non che… ma è pur sempre Claudio. Un po’ mi sento uno… uno stronzo. Anche se non ha mai lesinato i complimenti a Irene ogni volta che ci ha incontrati assieme. La cosa mi ha sempre infastidito. Lui è così. Non è cattivo. Magari nemmeno se ne rende conto. Bisogna prenderlo come viene. Mi faccio il mio film in testa. Sono fatto così. Ricco di immaginazione. Lei che entra in scena. Spalanca la porta. Il pubblico che la vede e rumoreggia. Il boato in sala. Qualche commento salace. Mi do del cretino. Da solo. Suono una seconda volta. Viene ad aprirmi con lo stesso vestito. I capelli che le orbano un occhio. Me lo conferma e io bestemmio tra me e me: “Cazzo, una cosa improvvisa, ancora”. E’ proprio un deficiente. Non son passati che un pugno di minuti. Non voglio nemmeno sapere cos’è successo stavolta. Penso che qualcuno ci può vedere in strada. Tentenno. Dubito. Preferisco entrare.
Non sono certo che anche la collana sia la stessa. Così evidente e così d’oro. Noto che non porta la fede. Non ci avevo fatto caso. A pensarci mi pare che nemmeno lui. Io non l’ho più tolta. La seguo lungo il corridoio. Ho un brivido di terrore. Stavolta mi fa accomodare in cucina. Cerco e non trovo qualcosa, anche stupida. Tira la tendina. C’è una sola finestra. Il frigo è grande, spazioso, e non ad incasso. Io sono in imbarazzo e si accorge del mio imbarazzo. E’ una fatica tremenda cercare di non ricordare. Guardo l’orologio e ho voglia di fumare. Guardo l’orologio ma non serve per far arrivare Claudio: “Allora vado. Anzi… quasi… no! resto. Mi sa che potrei anche andare. Magari aspetto un po’. Cosa dici: cinque minuti? Dieci? Magari gli dici che ripasso. Un’altra volta. Però… magari un caffè. Ce l’hai deca? Sarebbe già il terzo”.
Ormai ci sei. –Si guarda intorno per cercarne la colpa– Se è il vestito… E’ il vestito? Se è per il vestito… se vuoi… Vado a cambiarmi. Così magari eviti… Stiamo tranquilli”.
Forse è anche per sé stessa. Come se non sapesse. E non mi aspettasse. Ricordo che aveva detto che lo metteva per uscire. Decisa si allontana per lasciarmi solo. La sorveglio andare e non è una buona idea. Ritrovo quel silenzio. Intanto mi guardo intorno. Quella penombra mi rilassa. Mi invita a riprendere il sonno lasciato. A un certo sopore. A frugare nelle fantasie. Anche i mobili in legno, le sedie comode, il leggero odore rimasto dai cibi, e del legno, il senso di casa, e di taverna, tutto aiuta a sentirsi in uno stato tranquillo. Cerco di raccontami tutto questo; o sta avvenendo? Forse cerco di convincermene. Forse non è vero relax. Forse non combatterei tanto nei miei pensieri. Sono tentato di alzarmi per farlo da me, quel caffè. Resto seduto ad aspettare. La sedia, nonostante la forma, non è poi così comoda come sembrava. Guardo l’orologio. Il tempo lo ha fermato. Non so perché ma per un attimo mi sento in trappola. E Claudio non si vede.
Torna; tranquilla: “Non ci pensare. Non me lo dire. Però non ti facevo così. Così… sensibile. Spero che ora veda… scusa…vada meglio. Mettiti pure comodo. Facciamo due chiacchiere, intanto. Per dirla tutta… mi sta più comodo. Questo. Forse avevi ragione. Potevi dirlo. Ma non è stato male. Ora… Mi sento anch’io più libera. E tu? Ti senti più a tuo agio? Una di queste volte dovresti fermarti a cena. C’è sempre quella cena. Credo che anche lui sarebbe contento. Voi vi raccontate le vostre cose. Noi spettegoliamo delle nostre. Se c’è qualcosa che non puoi basta che me lo dici. E ci beviamo un bicchiere di quello buono. Lo tiene per queste occasioni”.
Mi sembra di aver sentito già le sue parole. Una luce morbida illumina la stanza. E illumina lei da destra. Mi pare vada meglio. A riguardarla non è cambiato molto. E’ lei che è troppa. Non li mette mai? Non credo usi reggiseni. Penso sia difficile trovarne della sua misura. E poi con le scollature che ama esibire. Come si dice? Per un attimo mi viene da farle un complimento. Riesco a trattenerlo. Apparirei volgare. Sotto quella stoffa quel seno è disegnato alla perfezione. I soliti pensieri stupidi. Dai quali cerco inutilmente di fuggire. Troppo per non essere pesante. “Perché no”?
Il vestito è… credo si dica salmone. Lungo abbastanza da non lasciar vedere molto. Leggero abbastanza per disegnare tutto. Aperto abbastanza da rischiare di far vedere troppo. Alzo gli occhi: la scollatura è vertiginosa. Accosta i lati e i lembi l’ascoltano per un solo attimo. Come se ci potesse essere posto per un cenno di pudore. Poi, spinti, tornano ad aprirsi. Il suo profilo non è meno incauto che a guardarla di fronte. Quella esse che scorre dal seno al sedere. Forse l’ha stretto troppo. La collana scende fino a sfiorare l’attaccatura del petto. Dove accenna ad aprirsi quella sua voragine che fatico a cacciare dai miei ricordi. Né dai miei occhi. Anche se temo che sarà per poco. Forse non se ne rende conto. Forse per lei vestire così è normale. Si muove a suo agio. E’ ancora in piedi. Sembra indecisa su cosa fare. Avrei un’idea che scaccio immediatamente. E’ solo una replica. Nitida. Un dejà vu. Già visto. Infilo le mani in tasca. Vorrei assicurarla che non sono cieco. E quell’idea ritorna.
L’avventura: “Che sbadata. Devo essere imperdonabile. L’altra volta… meglio non ripetere. Come si dice…? Vado a prenderti… Un caffè, vero? Sono tornata presto perché aspettavo l’idraulico. Tutto di corsa. E quello telefona che non viene. E poi se ne deve scappare anche lui. Devo essere io. Li faccio scappare tutti. –e ride– Gli uomini non amano starmi vicino. La mia compagnia. Naturalmente scherzo. Dice che sono una buona compagnia, ma solo quando taccio. Forse vuole dire… meglio che mi taccia. A volte è proprio uno zotico. Ti sembra che parlo troppo? E oggi lo faccio anche per farti compagnia. Mentre aspettiamo. Proprio come l’altra volta. Scusa. Per dovere. Per rompere il ghiaccio. Che io di cose da dire ne avrei, e anche tante. E’ che non si sa mai da dove cominciare. E poi… ho sempre la paura di annoiare. Ti annoio? Sai che di secondo nome faccio Catalina? Ma io ne ho tanti. Però non devi pensare… Dicevamo… un caffè”.
La osservo, nuovamente, di spalle armeggiare con la moka. Mette la polvere normale. Preferisco non farglielo notare. Non mi sfugge nessuno dei suoi gesti. Lo versa nella tazzina. Fuma dalla tazzina. Pettegolo. L’abito è morbido, non stringe, ma le si appoggia sui fianchi. Larghi. Le disegna il… didietro. Per conto mio non avrei fretta. Una ciocca si stacca e le cade sugl’occhi. Toglie il fermacapelli e scuote la testa per sistemarli. Si asciuga le mani. Mi credevo più paziente. Se penso all’ultima volta all’ora tutto si fa penoso. E quella ora sembra un sogno. Lontano. Il frutto della mia pura immaginazione. Ma tutto sembra cospirare.
Torna a sedersi davanti a me. Il caffè è già zuccherato. La sedia è scomoda. Io sono ancora più scomodo. I suoi occhi sono insostenibili. Decisamente l’abito è più lungo dell’altro. Non ha bisogno di darsi pena se le sale sulle gambe. Sale. Sorride. Tutta colpa dello spacco a sinistra. Si allaccia in cintura ma è aperto a sinistra. Si sovrappone ma tende ad aprirsi. Lei si arrende prima ancora di combattere. Mi sorride tenuamente. Sembra però soddisfatta. S’è versata un bicchiere di vino rosso. E’ truccata perfetta. Non ho nulla per dubitare che lo sia sempre. Almeno quando arrivano ospiti. Non so se sono veramente un ospite. Arrivo sempre quando non se l’aspetta. Devo trovare il modo di fargliela pagare a Claudio. Per un attimo ha uno sguardo attonito. Non so violare l’impermeabilità dei suoi pensieri. Gli occhi sembrano non vedermi. Eppure pare compiaciuta dei miei sguardi. Dei miei occhi che le si appiccicano addosso. Che non sanno staccarsene. Che cercano intorno. Che si abbassano. Strano gioco i nostri sguardi. Noto solo ora il braccialetto che porta al polso. Argento? Oro bianco? Un’altra diavoleria metallica? Comunque lo stesso materiale della collana. Il rossetto ha un colore garbato. Disegna le labbra quasi come fosse il loro colore naturale. E le fa lucide: “E allora… eccoci qui”.
Quella frase sospesa; interlocutoria. A lei, per un attimo, strano, mancano le parole. Quel mutismo è ancora peggio. Il suo sorriso che non so interpretare. E poi altri sorrisi. Uno diverso dall’altro. Intervallati. In una grande espressione di variazioni. Pur di tacere. Alcuni di pura cortesia. Alcuni insicuri e altri sconcertati. Alcuni ambigui. Un paio come turbati. Altri completamente gratuiti; quasi estranei; indifferenti. Parla solo con quelle poche espressioni. Quando dice il mio nome quel nome sembra un sospiro. Sembra appartenere ad un altro. Lo esprime con un suono caldo: “Eccoci qui”. Niente è peggio di quelle frasi tronche o lapidarie che denunciano il disagio del silenzio. Niente è più snervante di un intermezzo. Di un’attesa inattesa e senza certezze.
Io non la aiuto certo. Non lo posso fare. “Tra noi ormai non dovrebbero esserci più segreti. Certo che sei strano tu. Ormai ci conosciamo. Bene. Non sarà mica per Claudio. In fondo… non è colpa mia se ha sempre da fare. E quando c’è qualcosa di importante non c’è mai. Pare che se le cerchi. Non sei d’accordo? Anche se non vorrei… Non mi era mai successo. Mai; giuro. Non ci voglio pensare. Non mi va di parlarne. Non è per te. Scusami. E’ solo che con te…. Ho perso la testa. E’ stato solo un attimo. E una donna dopo non può che provare… che pentirsi. Spero che tu mi capisca. E’ stato come se avessi bevuto. Scusa se te n’ho parlato subito. Mica sono come quelle… Meglio che scegliamo un altro argomento. Tu leggi? Certo, si vede subito che tu sei uno di quelli che leggono. A cui piace leggere. L’ultimo l’ho letto al mare. Uno di quelli… l’ho trovato dal giornalaio. Era bello. Piace anche a me leggere, quando sono tranquilla. Come al mare. Ma leggo molte riviste. Anche quando sono dalla parrucchiera. Di moda e di attualità. Quelle sulle dive. A me quel mondo pare finto. Tante cose credo ce le raccontino, ma che non siano così. Claudio… ma quello ha sempre qualcosa da ridire su quello che faccio”.
Parliamone invece, dell’altra volta. Vorrei e non vorrei. Allora è successo? Quella sorta di scuse… mica le so interpretare. E’ a me che non era mai successo. Vorrei non ci fosse Claudio, tra noi. Per un momento. Almeno nei nostri dialoghi. Un attimo senza colpa. Non credo di chiedere troppo. Sto per dirlo quando me ne pento. Spero che non ci metta in mezzo anche mia moglie. Il troppo è troppo. E’ anche una questione di buon gusto. Mentre stiamo… No! son cose che si mette in testa la mia testa malata. Mentre non stiamo niente. E’ solo che preferisco non sentir parlare di lui. E preferisco non ricordarmi di lei. Che non venga immischiata. Solo per quello che è stato. Per un senso di colpa. Per pudore. Per decoro. Per un momento. Per una volta. Sono un tipo veramente stupido. Pieno di fisime. E di principi. Cioè… per me è acqua passata. Deve. Un colpo di spugna e via. Voglio farlo capire anche a lei. Poi possiamo parlare di tutto. Resta solo quel poco da chiarire. Che poi a me i segreti pesano. Fanno fatica a non scapparmi di bocca. Non ne sono abituato. Fin da quand’ero bambino. Mi tradivo sempre. Per me il nome Rachele vuole dire guai.
Mentre penso mi scappano le sue parole. Sono un vuoto a rendere. Sono un bisbiglio che si perde. “Sai cosa ho pensato? La chiamo io, dopo, Irene. –ecco, appunto– Ché se aspettiamo voi uomini. Magari nemmeno gliene hai parlato. Neanche accennato, vero? Ti ho detto che avrei il piacere di conoscerla. Ma tu gliel’hai detto? Scommetto di no. A proposito hai visto ieri Un amore oltre. Lo guardi. Proprio non me l’aspettavo… Temo che tu non sia tanto interessato a queste cose; vero? Dicono che sono solo cose da donne. Io non ci credo. Mica le donne sono… Certo che io mi commuovo con facilità. Sono anche storie semplici ma non è così la vita? Non siamo persone semplici anche noi? Mica siamo di quelli che si son montati la testa. Io penso spesso agli altri. Anche se a volte penso che dovrebbero starsene nel loro paese. Succede solo quando sono fuori di me. E’ che stanno diventando troppi. E sono invadenti. Vogliono venderti di tutto. Tutte cose che non servono a nulla. Ti vengono a suonare alla porta. Quando hai suonato, anche se ti aspettavo, avevo paura che fosse uno di loro. Non sai mai. Magari trovi quello sbagliato. Chissà che idee hanno in testa. Non che abbia paura, ma una donna non può stare tranquilla. A dire il vero, poverini, sono lontani da casa. Credo si debbano sentire soli. Normalmente mi fanno pena. Ma ne dicono tante su di loro. Come quella… Meglio di no; me ne vergogno troppo. Non mi piacciono le volgarità. Magari… insomma… Non sono abituata ad usarle. Le volgarità. Non è nel mio modo di parlare normale. Non è nel mio stile. A lui invece qualcuna scappa. E più di qualche volta. Ma come avete fatto a diventare amici? Siete così diversi. Scusa se te lo dico ma tu… sei molto più signore. In certi momenti anche troppo. Una donna si sente sicura vicino a te. E lusingata. Ma anche un po’ delusa. Ferita. Nel senso”…
Forse è un po’ larga di bacino. Ho dei pensieri veramente stupidi. Bassi. Lei è larga in tutto, cioè è veramente tanta. Ha un corpo, se così si può dire, pieno di forme. Non parlo del viso. Mancherei di rispetto a lei e anche a Claudio. Non voglio ricordarmi chi è. Non voglio pensare a Claudio. In realtà ha un volto mutevole. A tratti fisso, questo è vero. Poi ha una piccola varietà di espressioni. Poche. Nessuna priva di fascino. Direi nessuna priva di provocazione. Più precisamente. Ma forse sono solo io. Direi che è stata creata per quello. E che ce l’ha scritto in faccia. Direi che sono uno stronzo. E che è ora che me ne vada. Che scappi. Non mi è mai stato facile fare un torto a Irene. Non fosse per lei, per Irene, non… Mi credevo un lettore passivo della vita. Un contemplativo. Anche perché sono uno cauto. Cerco di evitarmi di cadere in trappola. Lo trovo troppo complicato. Le distrazioni mi creano rimorsi, strane angosce, confusione. E io sono pigro. Irene è tutto per me. In questo momento mi fa bene ricordarmelo. Sono gli occhi a tradire ogni proposito. Credo comunque di doverle una risposta. Gliela do distrattamente: “Bisognerebbe chiederlo a lei”?
E la sua voce monocorde: “Non fare il ragazzino. A lei, cosa? Non devi nemmeno pensare… di saper già tutto di me. Ci sono molte cose… Sai che profilo ho in Facebook? Anzi quali? Quanti ne ho? Non sono solo due. No! non te li posso dire. Non insistere. Mi vergogno troppo. E poi non so cosa puoi pensare. E magari li trovi volgari. O peggio: ordinari. E’ solo un gioco. Non ci crederai ma mi piace provocare. Magari più avanti. Non ti conosco ancora abbastanza. Claudio mi ha parlato tanto di te. Ma non posso dire di conoscerti. Come dire? non si è ancora instaurata una certa confidenza. Cioè una certa conoscenza. Magari li trovi sciocchi, o peggio da perbenisti. O li interpreti, peggio ancora, come un invito. Però… Scusa. Proprio non posso. Lui fa tanto il compagno ma in fondo è molto borghese. Non sai le raccomandazioni che mi ha fatto prima di uscire. Fosse per lui questo lo avrei già buttato. Nemmeno dovrei mai uscire. A volte toglie il fiato. Lui non lo sa o fa finta. Io non credo. Ma non li ho messi io. E’ una storia lunga. Troppo lunga da raccontare”.
E’ a me che lei toglie il fiato. Persino quel tono monotono delle sue parole sembra nascondere una provocazione. E’ come se a lei non importasse niente di niente. E è proprio quel niente che pare contenere il bisogno di tutto. Una promessa. Una sfida. A me, ma prima al mondo. Un fanculo gridato ma rimasto in gola. Sembra dire: quel che ci resta è nel fare. Nel gesto. Comunque. Anche qualunque cosa. Non nel pensare. Non c’è tempo per tornare indietro. Per ricordare. Per riandare. Quello che non è il presente è assenza. Accavalla le gambe. Come un destino. Stavolta non ho avuto il tempo di alcun dubbio di sorta: non le porta. Forse lei non le usa. Forse le ha tolte quando è andata a cambiarsi d’abito. Forse nel cambio ha solo dimenticato di metterle. E’ possibile che ci abbia pensato. Che l’abbia fatto per me. Non oso pensarlo. Non credo abbia impiegato tanto per quello. Basta un attimo. Mi piace pensare che abbia dovuto decidere.
Torno dal mio girovagare. Lei è sempre lì, presente. “Scusa se te lo dico. Se mi permetto. Se sfioro l’argomento. Se ti ricordo. Ma non sono così. Quello che si vede non è quello che una ha sotto. Dentro. Non fraintendere. Ora so che ne saresti capace. Non ho mai tradito mio marito. Cioè… Insomma quello che è successo. Intendo tra noi. Non è nemmeno un vero tradimento. Anche senza contare quello… io… mai… Mi credi? Comunque. Solo cose senza importanza. Non ho avuto altre storie. Non penserai che… ma hai sempre quello in testa, tu? Per fortuna che io non sono maliziosa. Non ci metto cattiveria. Siete tutti uguali voi uomini. Sempre pronti a un pensiero… Sconvenienti. Lo leggo nei tuoi occhi. Speravo… Credevo di potermi fidare. Di te. Una volta è una volta. Un attimo di smarrimento. Se è quello che vuoi ti chiedo scusa. Ora pensiamo ad altro. A noi. Ad un nuovo incontro. Come fosse un inizio. Me ne vergogno ancora. Toglitelo dalla testa. Ricominciamo da qui”.
Comincio a sciogliere il nodo. E’ il suo gioco. Ne sono quasi certo ormai. Lo fa apposta. E’ il gioco della mia fantasia. Vedo l’abito cadere. Non è solo la mia fantasia. Tenta di far capolino un capezzolo. E’ troppo per qualsiasi. Qualcosa mi trattiene alla sedia. Una forza strana. Non riesco ad alzarmi. Sono senza alcuna energia. E sono ridicolo. Così impacciato nei pantaloni. Così visibilmente in preda a lei. Alla sua provocazione. Alla sfida. All’eccitazione. Vorrei vedere fino alla fine il suo gioco. Il fascino perverso di questo prendere e dare. Di questo parlarmi e parlarsi addosso. Di questo non nascondere più nulla, e fingere noncuranza. Di non sapere. Di non avvedersene. Questo suo condannarmi e liberarsi. E assolversi. Il mistero di quei centimetri di pelle. Del suo racconto. Di quel racconto che mi racconta e si racconta. E nasconde le nudità tra le parole e il niente. In fondo, lei dice, non è nuda. E’ molto più che nuda. E naviga nel mistero della sua partita. Quella titubanza. Quella sfrontatezza. La presenza di Claudio tra noi. Residuo. Forse proprio per quello. Claudio come un pudore. Come una sfida. Come un incentivo. E il frastuono della nostra conoscenza. Di tante avventure, che si possono più o meno raccontare, attraversate assieme. Le sue dimenticanze. I suoi alibi.
Però… E’ stato solo un attimo… ma… visto che sei qua. Sarebbe un vero peccato, non credi”?
Telefono a casa per avvertire Irene che ritardo. Sento una voce maschile. Riattacco. Per un attimo ci penso confuso. Mi ha risposto Claudio. Strano. Controllo il numero. E’ proprio quello di casa mia. Che ci fa lui da me? Vuoi vedere che quel cretino ha capito fischi per fiaschi. Avevamo detto qui, non da me. Con lui, per quanto uno possa essere preciso, si corre sempre il rischio di essere fraintesi.
Se solo mi lasciavi il tempo di dirtelo, invece di avere tanta fretta, te l’avrei detto. Che non ti devi preoccupare. Irene sa che avresti tardato. Non te l’ha detto? E poi quando vieni… vieni da Claudio, dovresti saperlo che la puntualità non è il suo forte. Se vuoi dopo la chiamo io; per tranquillizzarla”.
Le dico: “Faccio da solo”.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: