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Posts Tagged ‘fantasie’

Padre santissimo”.
Dimmi cara figliola”.
Cara figliola un cazzo. Avete avuto la soddisfazione e ora mi trovo incinta”.
Il religioso si esprime in un sussurro per invitare la donna ad abbassare il tono della voce: “Non vorrete fare schiamazzi? A tutto c’è rimedio”.
Voi pensate alle vostre anime che io penso alla mia carne. Rimedio, un cazzo. Avevate detto che era per la santissima vergine Maria madre del suo figlioletto Gesù. E che Diego avrebbe trovato lavoro”.
Bisogna aver pazienza. Pazienza e fede”.
Pazienza un cazzo. Io v’ho creduto. Lui è ancora a casa. E adesso che gli racconto”?
Da quanto ne avete la certezza? Potete sempre confonderlo ch’è suo”.
Suo, un cazzo. Son quattro mesi che sta ubriaco per il dolore e la mortificazione, povero uomo. Son quattro mesi che non mi tocca”.
Meglio, molto meglio. Vedete che il signore vi aiuta”?
Cosa mi vorrebbe dire questa ciarlataneria”?
Non agitatevi Teodora, in quanto non serve a nulla. Siete una donna scaltra, non avrei di che ingegnarvi. Aiutatelo e fatelo bere. Poi, dopo averlo coricato a letto, siate gentile con lui. Fategli qualche lusinga, qualche lusinga. Non vi chiedo grande sacrificio. Basta cosa leggera. In fondo è pur sempre vostro marito. Siete uniti dal santissimo sacramento del matrimonio. L’indomani non sarà in grado di ricordare e sarà pronto a credere a qualsiasi fola”.
Dite”?
Ho detto. Non vi sembra sensato”?
E… per quel lavoro”?
Il Signore vede e provvede. Che vi metta una mano in testa. Ci vuole penitenza, figliola. Tanta penitenza”.
Poco distante dal confessionale una pia donna è intenta nel suo pregare e nel chiedere grazia in un bisbiglio, gli occhi bassi in segno di penitenza che solo di tanto in tanto, e fugacemente, hanno l’adire di correre fino alla pala dell’altare che rappresenta il dolore e il sacrificio massimo: una crocifissione. La pia donna muove le labbra quasi in silenzio con un ritmo di cantilena ma questo non le distrae gli altri sensi. Riesce a dialogare con la madre veneratissima ed il frutto del suo ventre e, contemporaneamente, dall’inginocchiatoio tende l’udito per rubare frammenti della confessione. Con quei frammenti lei ricostruisce una storia che è un’altra storia da quella in cui sono coinvolti gli altri due presenti, cioè La donna Teodora e il confessore Fra Caigo. Non corre nessun sangue tra le due devote, né buono, né cattivo, semplicemente la differenza d’età crea un solco che le fa appartenere a mondi diversi. Non hanno in comune nessuna frequentazione. Nessun’altra ragione apparente e ragionevole motiva la forte antipatia che anima Rachele nei confronti dell’altra. Certo Teodora porta la svergogna entrando nel luogo sacro senza coprirsi il capo, ma non è solo questo. Sono gli abiti di cui si veste, è il tono della voce, quel modo di camminare, eretta, il modo in cui dice le cose, il trucco che mette e i trucchi che usa, come la guardano gli uomini; insomma tutto.
La poveretta, e quel poveretta è aggettivo che accettava commiserazione ma non comprensione, è l’antonimo di un complimento, della solidarietà, con quel marito che si era ritrovata, che non lavorava e passava tutto il suo tempo e sperperava quei pochi soldi all’osteria, non poteva certo sottrarsi al suo destino. Certo che una donna deve esserci portata a certe cose, una ci nasce, non ci diventa; e non era nemmeno bella. Era chiaro che anche con l’oste era costretta per fargli perdonare i debiti del marito. L’aveva vista, mentre aspettava, impallidire e sentirsi venir meno. Era chiaro che la meschina aspettava un bambino, tanto chiaro da essere evidente fino all’esagerazione, Solo il becco poteva non accorgersene, è sempre così, e certamente non era suo. Quella donna civettava con tutti e se le cercava, se apri la porta al male non ti puoi fare poi meraviglia se quello entra.
La donna andò allora ad inginocchiarsi davanti all’edicola della confessione, ma non per confidare i propri peccati, li aveva già riconosciuti solo mezz’ora prima, e nel frattempo li aveva anche emendati, che nemmeno con tutto l’impegno del maligno avrebbe potuto commetterne altri in quel lasso di tempo e in quel luogo sacro –sul luogo le sorse un estremo veloce dubbio– ma solo per chiedere consiglio: “Padre, voi che mi siete confessore, dove ho trovato sempre saggezza e le risposte giuste, una cosa ho da chiedervi: se una donna timorata di Dio viene a conoscenza di un delitto ha il dovere di andarne a parlare alla polizia”?
Fra Caigo ne aveva abbastanza di quella vecchia pettegola che passava la vita china a pregare per poi trovare brevi pause per peccare, fino inventarsi peccati, suoi o indifferentemente di altri, solo per la soddisfazione di andare da lui a raccontarli. In quel momento aveva ben altri grattacapi, possibile che nessuno si distragga un attimo a farsi gli affari suoi? Quella donna lo assediava. Lui aveva sempre cercato di fare della propria vita virtù, un bicchierino ogni tanto, una sigaretta dopo cena, e quasi nient’altro; e soprattutto preghiera. Se aveva peccato quei peccati li aveva sempre spiati. Ora aveva quella seccatura. Perché la carne gli piaceva, soprattutto se giovane; non sapeva che farci. Sì mortificava ma quelle, quelle tra le sue pecorelle, lo tentavano. Naturalmente per quella… quella carne vecchia nulla avrebbe potuto convincerlo; aveva solo repulsione, non avrebbe potuto convincerlo nemmeno con mille pater nostro. Nonostante l’irritazione il fratello non poteva rischiare in peccato del bugiardo e si sentiva costretto a dire quello che pensava veramente; anche se si sarebbe volentieri preso gioco di quella bacchettona. Deliberatamente finse di non riconoscere quella voce, anche per non inasprire la pena e nella speranza di togliersela velocemente dai piedi: “Certamente, buona donna. Ritengo sia dovere del vero credente rispettare anche i doveri della legge e delle regole terrene”.
Teodora era sempre stata persona spiccia, nel parlare e nel fare, ma onesta. Delle tante cose che non sopportava in quell’uomo una delle peggiori era il suo bisogno di santità e la sua necessità di condire il poco di tante parole. Però convenne che quando l’acqua arriva alla gola anche un uomo del genere, un immondo profittatore delle disgrazie degli altri, si faceva scaltro. Tra la certezza e l’incertezza vi avviò resoluta verso l’uscita, con una certa fretta, augurandosi che avesse ragione e che le speranze, oltre le ansie, potessero farsi vere. Uscì dalla tempio sibilando: “Laido vecchiazzo”.
Aveva voglia di piangere; di piangere di rabbia, di incertezze, di rassegnazione, di orrore, di solitudine, di miseria, di nausea, di sporco, di disprezzo. Per una bestemmia. Perché non aveva nessun’altra a cui dirlo se non a se stessa. Aveva voglia di piangere per tutte quelle cose. Non per vergogna. Quel figlio non lo voleva. Non in quel modo. Non da lui. Era stata una volta, una volta sola. Lo aveva fatto per lui. Per bisogno. E le aveva fatto schifo. E rimorso. E quello se l’era portato addosso. Per giorni. Ancora lo provava. Niente era stato lo stesso; dopo. Aveva cercato di convincersi che non era successo; non c’era riuscita. Non c’è mai nessun modo per fuggire i ricordi. E ora ne era marchiata.
Il cappellano si era regalato una breve pausa e aveva osservato attentamente l’uscita della sposina e non aveva potuto non restare affascinato, ancora una volta, della perfezione di quel posteriore che parlava; si era subito chinato e segnato tre volte. Ora andava spegnendo le candele, perché era un uomo che sapeva prevedere ed è sempre meglio risparmiare che trovarsi poi in disgrazia, prima di mettersi ad abbellire l’altare con gli iris e i garofani bianchi per il matrimonio che si sarebbe dovuto celebrare nel pomeriggio, ma si avvicinò proprio al confessionale per la curiosità di rubare qualcosa da quelle parole. Non poté udire nulla della risposta ma era inorridito e si chiedeva di quale misfatto poteva essersi macchiata la vecchia poiché la parola l’aveva sentita bene a chiaramente con le proprie orecchie. Non aveva mai avuto simpatia per quella, così falsa e intrigante che sputava veleno su tutti, anche su quella santa donna della Tea, con le sue maldicenze, calunnie e sentenze. Aveva anche da tempo il sospetto che trattenesse la sacra ostia sotto la lingua per poi portarla a casa per chissà quali usi. Sulle sue mire verso il confessore invece aveva solo certezze, e gongolava del fatto che possedesse solo l’unica attrattiva di una misera pensione. Probabilmente era stata proprio lei a passare a filo di coltello il gatto del Tonio; se non di peggio. Si sarebbe informato un po’ in giro.
In tutto quel suo darsi un grande daffare Lieto non poteva certo accorgersi che due occhi lo scrutavano nella penombra. Erano due occhi rapidi e attenti e quei due occhi erano certi che il piccolo uomo, che non era nemmeno tanto pulito, moltiplicasse i propri guadagni vendendo quei mozziconi di candele e mercanteggiando sulla sua tanto sbandierata parsimonia. Ne erano certi, solo che non erano in possesso delle prove; ma prima o dopo le avrebbero trovate. Velocemente riuscirono a sparire lì, vicino all’acquasantiera, prima che Lieto di girasse.
Il sagrestano, proprio nello stesso medesimo istante, fu sorpreso dal vedere entrare in chiesa Spartaco, e per di più in canottiera, e si segnò di nuovo. Quell’uomo, che di nome intero faceva Spartaco Josef Stalinino, non s’era mai visto in un luogo come quello. Il nuovo venuto percorse tutta la navata e si inginocchiò davanti all’altare maggiore fingendo di pregare. Il buon sacrestano era certo che non potesse riconoscere un inno sacro da una canzonaccia da bettola di infimo ordine. La ragione di quella visita insolita era che da tre mesi il figlio dello stesso Spartaco, Che Karl, che si doveva pronunciate esattamente con C’è Karl, era stato arrestato per possesso di stupefacenti in quasi modica quantità, e così il bracciante si era detto: “Vedi mai”. Solo che, cercando di parlare, la prima e unica cosa che gli venne fu una bestemmia che ingoiò prontamente. Non sapendo che dire accese una candela. Il frate lo vide e restò rintanato nella nicchia che lo nascondeva, non aveva voglia di altri incontri.
Priamo, dopo aver frugato intorno con gli occhi per accertarsi di non essere visto, aveva affidato il suo segreto in un biglietto che aveva nascosto dentro il libro delle preghiere certo che Gabriele Santo l’avrebbe trovato. Beniamino aveva offerto il braccio a Benedetta perché vi si appoggiasse sorreggendosi per scendere i gradini. Solo a quel contatto l’uomo aveva provato quella indicibile emozione, che provava sempre, della prima volta che aveva marinato la scuola, o del contatto del primo bacio quand’era ancora un ragazzino, e le parole gli si erano conficcate in gola come stele di ghiaccio uscendo, a fatica, sillaba dopo sillaba. Il sentimento dell’uomo non era più un segreto per nessuno, nemmeno per la donna, tranne che per lui stesso. Lei aveva alzato il naso all’insù con aria regale gonfiandosi e pavoneggiandosi di fierezza. In fondo nessuno avrebbe potuto dire nulla poiché lei era vedova e anche l’uomo era rimasto solo. Non si era ancora decisa, e non sapeva se l’avrebbe mai fatto, intanto si beava della soddisfazione e dei vantaggi di quelle attenzioni.
Marieta era la più temuta e rinomata pettegola di tutta la regione. Era stata lei la prima a scoprire che al casotto di Vauro era stato lui stesso ad appiccicare il fuoco; altro che un fulmine, i fulmini non si lasciano dietro le taniche di benzina vuote. Era così che lui, come tanti, ora non teneva più animali ma era diventato padrone di una bella palazzina e ora pascolava solo inquilini. Poi era passata ad altro. Era riuscita a convincere presenti e assenti che Aristide aveva una relazione con la capra Elisabetta per la quale aveva letteralmente perso la testa, e che questo amore era follemente ricambiato. Stava raccontando gli ultimi sviluppi alla sua compagna di chiacchiere, che di natura già era una inguaribile credulona, sempre bisognosa di nuove storie come linfa per sentirsi viva, tutto quello che aveva visto con i suoi propri occhi. “Da quando è cominciata questa storia quell’uomo s’è fatto taciturno, evita tutti. Ti dico che l’ho incontrato anche ieri e non mi ha degnata di uno sguardo. E sai, non per dire, io non voglio essere pettegola e odio le malelingue, ma sai come lui mi ronzasse sempre intorno, mi soffocasse di premure. Anche se io non ne ho mai dato motivo né occasione, ma non facevo che averlo tra i piedi. Marieta qua, Marieta là. L’ho persino trovato ad aspettarmi e… indovina un po’? non ci crederai, in mano aveva un mazzo di fiori. –invece l’altra non solo credeva ma quella storia, che non sentiva per la prima volta, era risaputa e aveva avuto persino dei testimoni.– Faceva ridere. Ma io niente. Sai come sono fatta. Nemmeno la soddisfazione di non ridergli in faccia. Dove vai con un tipo simile? –e sapeva, l’altra anche dov’erano andati– Sarei stata la novella di tutti i giorni”? Marieta si era fatta prendere tanto dalla foga del racconto e dall’argomento che senza accorgersene aveva alzato di parecchio la voce. Smettendo i panni del paziente confessore il servo del Signore s’era inchinato verso l’altare mentre si stava allontanando. Sentire quelle voci è stato un tutt’uno con il rimbrotto del buon uomo nel richiamare le fedeli ad un maggior rispetto dovuto a quella sacra dimora.
Tonando a casa per la scorciatoia, che era poco frequentata anche durante il giorno, la vecchia venne aggredita, spinta in una corte cieca e riempita di botte. Il marito le aveva detto mille volte di non passare per quei posti che erano posti da ladri, forse questa era la ragione ultima proprio perché la donna decidesse di scegliere quel percorso. La distanza e il tempo erano gli stessi sia andando di qua che di là. L’aggressore, naturalmente a volto coperto, vedendola per terra che vociava, facendo un inferno come se stessero spennando vive un coro di galline, le tappò la bocca, quella belva non voleva starsene ferma, e decise di togliersi anche quell’ultima soddisfazione. Andandosene poi ancora in preda alla furia della collera si trovò a chiedersi se la soddisfazione se l’era presa o l’aveva data. Si fece il segno della croce e la maledì per l’ennesima volta augurandole tutti i mali conosciuti e non.
Venier aveva visto tutto dalla finestra, ma l’unico istinto che aveva avuto era stato quello di scendere e aiutare quell’uomo coraggioso, tenendo ferma quella vecchia matta che continuava a scalciare e protestare proprio come in pazzia, per poi calmarsi e trattenersi finalmente per mantenersi zitta. Se l’era voluta e proprio meritata. Finita quella tempesta era rimasta ferma, per un po’, sul selciato e poi si era alzata a stento, tutta ammaccata, alzando occhi imploranti, allora lui aveva fatto un passo indietro tornando verso l’interno, fuori dalla luce, e lei s’era avviata zoppicando, borbottando e controllando nella borsetta.
Quando il benevolo frate confessore era tornato in sacrestia aveva trovato, con grande sorpresa, un biglietto che naturalmente non recava il nome di chi ne era l’artefice: «Nessuno è al di sopra del giudizio di Iddio. Siamo tutti peccatori, ma il peccato più grande è quello commesso nella sua casa o comunque da chi pratica la sua parola e in sua vece. Il vostro sacrilegio non è più un segreto e sarà punito prima che dalla giustizia divina da quella umana. C’è il tempo della vendetta prima di quello del perdono. La parola del signore dice di non fare agli altri… Rammentate prete». Si guardò intorno senza scorgere nessuno mentre già si chiedeva come e in che modo avesse potuto essere così distratto da tradirsi. Le sue debolezze per la carne, ancor giovane, nonostante le sue cautele, ormai dovevano essere un mistero per nessuno. Nemmeno per quel suo breve incontro con la giovanissima Giuditta, era un bocciolo non ancora colto, anche se aveva dovuto faticare per persuaderla, non si sarebbero scandalizzati che per un attimo, forse tranne proprio i genitori; comunque era convinto che la graziosa ragazzina presto o tardi avrebbe fatto in qualunque caso commercio delle sue grazie. Rileggeva quelle poche righe senza venirne a capo. Cercò di pensare a chi poteva aver vergato quel messaggio, passò in rassegna tutti i suoi fedeli, uno ad uno, per giungere alla conclusione che poteva essere stato ogn’uno di loro, che potevano averla scritta tutti; quella gente non conosceva la riconoscenza. E allora dove poteva essere arrivata ad attenuarsi e venir meno la sua circospezione?
Non ci sono segreti che in una comunità si possano veramente mantenere, né segreti che in quell’interno non si trasformino in leggenda. Quel sacro silenzio fu rotto da un grido, una voce si alzò tra quelle altissime colonne indicando l’immagine dentro la cappella: “Nostra Signora la Madonna santissima sempre vergine Maria piange”. Onestamente quell’immagine era sempre sembrata, a più d’uno, un po’ eretica, anche se non avrebbero saputo dire perché.

N.B. Anche questa foto è stata “rubata” dal profilo Facebook di Enrico Mazzucato.

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Quando faccio per sedermi è lui che mi sposta gentilmente la sedia. Mi guardo intorno per cercare mio marito. Si è attardato per sistemare i soprabiti. Mi si siede proprio davanti e mi porge la mano: “Piacere Giancarlo”.
Antonella”.
Luigi si siede al mio fianco: “Vi siete presentati”? Non faccio caso alla sua voce. Non sono insensibile ai gesti di cortesia; galanti. Il mio dirimpettaio, Giancarlo, ha un vestito elegantissimo che non è tradito dalla minima piega. Grigio antracite. Anzi, come si dice, gessato. Camicia oxford. Cravatta regimental dove il giallo brilla. Mi sono sempre piaciuti gli uomini che hanno cura di sé. Mi sono sempre piaciuti i nomi… composti. Ogni suo movimento sembra studiato. Mi mostra attenzione. Palesa di essersi accorto di me. “Luigi non era stato bugiardo sul tuo conto. Di cosa ti occupi”? La sua voce è suadente. Sembra un canto. E’ ben impostata. Mi ricorda quella di quell’attore. Ha i bassi morbidi e una tonalità lieve. Allunga la mano per versarmi il vino. Scopre il polso. Ha un orologio per nulla pacchiano. I suoi occhi sanno sorridere con garbo. Accenna di fermarsi mentre il rubino del vino è a metà del calice. Mi fa un cenno di assenso. Controlla che i capelli non gli scendano sulla fronte con un gesto morbido. Torna ad accomodarsi sulla sedia facendo attenzione alla piega dei pantaloni. Luigi mi dice qualcosa ma non lo sento. Sono distratta e un po’ confusa. Confusa dal nostro ospite che mi ruba tutta l’attenzione. Si sistema il tovagliolo sulle ginocchia. Ho voglia di sbirciare sotto il tavolo per controllare le sue scarpe. E che calzini porta. Sono lunghi o corti? Non possono che essere lunghi. Come si può non essere affascinate dalla gentilezza e dal garbo?
Certo è un progetto ambizioso, ma chi non rischia… Come si dice. Te ne ha parlato? Tu che ne pensi. Mi interessa molto il tuo parere”.
Forse lo fa per galanteria ma almeno lui lo fa. Forse lo chiede solo perché sono là. Perché sono una donna. Fa piacere comunque. Ogni donna è lusingata da simili attenzioni. Non che ci abbia capito molto. Una fusione non è certo argomento che pratico tutti i giorni. Ma non voglio far vedere le mie lacune né sottrarmi alla sua preghiera. Mostro di rifletterci un attimo. Mi azzardo a dargli del tu: “Come dici tu nella vita ci vuole il coraggio di osare, naturalmente dopo aver ben ponderato le cose. I pro e i contro. I rischi e i possibili profitti. Io insegno e non vorrei azzardare pareri dove non ho competenza ma credo che tu sappia bene quello che fai. Insomma… io ci investirei. Investirei tranquillamente su voi” –e mi sento soddisfatta di esserne uscita a così basso costo.
Da capo tavola qualcuno propone un brindisi. Ci sono delle risate. Luigi mi da di gomito, soddisfatto. Cominciano a servire gli antipasti. Io non riesco a togliergli gli occhi di dosso. Tutto il resto è rumore e contorno. Non mi era mai successo. Fortuna che sono seduta perché le gambe si son fatte molli. Sistemo la gonna sulle ginocchia. Torturo un attimo il mio tovagliolo. Sposto una ciocca dietro l’orecchio. Cerco di controllarmi sulla caraffa del vino. Freno la voglia di prendere la borsetta e dalla borsetta lo specchietto. Vorrei essere al meglio. Mi si è chiuso lo stomaco. Abbasso gli occhi nel piatto per non sembrare sfacciata. Ho paura che mi legga l’anima. Abbasso gli occhi per cercare rifugio dentro di me. Per un attimo gioco con l’orecchino. Mi scappa un sorriso che mostra impercettibilmente i denti. Umetto le labbra. Faccio dondolare il piede: “Certo che dev’essere affascinante il tuo lavoro. Peccato, mi sarebbe piaciuto che avessimo avuto l’occasione che me ne parlassi”.
Apprezza. Si sente blandito. Non disdegna l’adulazione. La coglie. Anche questo sembra un pregio in lui perché l’afferra con finezza. Come fosse consapevole e allo stesso tempo disinteressato. Come fosse bagaglio naturale di un uomo di successo come lui che reputa volgare mostrarsi oltre le righe: “Perché no. Magari alla prima occasione. Oggi… si festeggia e tu sei una vera festa per gli occhi”. E allora comincio a sognare quell’occasione. A inseguirla nei miei pensieri. Lotto cercando di non farmi troppo distrarre. Si allunga per prendermi la mano e lasciarci un piccolo bacio sulla punta delle dita. Luigi manco se ne accorge. E’ distratto con gli altri. E poi non è mai stato troppo geloso. E perché dovrebbe? Non gliene ho mai dato motivo. Dovrebbe essere fiero di me. Un po’ più soddisfatto di me. Lui nello staccarsi mi sussurra: “Spero che quell’occasione possa essere presto”. Vorrei gridargli “Subito”! Cerco di ricompormi. Di controllarmi. Il vicino mi chiede cosa ne penso della zuppa. Mi guarda sfacciato le ginocchia. Le ricopro indispettita. Ci sono altre donne al tavolo. Nemmeno la cameriera è male. Ho bisogno di pensare. E di mettere ordine nei miei pensieri. Per togliermi dall’imbarazzo mi alzo per raggiungere i servizi. Così ho modo di controllare di essere ancora tutta in ordine. Dondolo sui tacchi alti e sento che il suo sguardo mi segue mentre mi allontano. Me lo sento addosso. Mi sento appagata. Forse ancheggio fin troppo? Non mi sembra. Ne sono fiera. So che gli occhi degli uomini apprezzano. Mi interessa solo l’attenzione dei suoi. Quando torno fa per alzarsi ma sono più lesta e mi siedo. Sembra aver capito che sarebbe sembrata eccessiva quella sua attenzione. Perché Luigi non si lascia nemmeno sfiorare da tali gentilezze? Perché crede di avere il diritto dei miei occhi? Forse per quell’attimo ho sperato che Giancarlo mi seguisse. Come sono stupida, a volte. Non è una cosa da lui. Avrebbe rovinato tutto. Lo sa. E io cosa avrei fatto? Mi sento una ragazzina. Ma sognare non fa male a nessuno. L’immaginazione non fa né feriti né prigionieri. E’ così che non so che limitarmi a pensare a lui che mi apre la porta. Non c’è nient’altro dietro quella porta. Non ora. Non sarebbe cambiato molto. Mi sarei limitata a controllare lo stesso il trucco e basta.
Chissà se mi avrebbe aspettata fuori? La mia fantasia non ha bisogno d’altro. E la sicurezza della sua premura mi è più che sufficiente. Anche il rispetto è una dote di cui non se ne ha mai troppa, che la donna sa valutare. Un uomo che rispetta una donna è un vero signore e la fa sentire una vera signora. E io mi sento lusingata di tutto. Credo di aver scelto il vestito più adatto. Anche Mirco dice che sono uno splendore. Io vorrei sentirmelo ridire da lui. Lui che sta parlando con un’altra. Con la vicina. Una donna piuttosto banale. Con un abito fin troppo evidente. Che cerca rubargli un minimo di interesse, di fargli vedere cosa nasconde a malapena nella scolatura. In realtà è un tipo un po’ volgare. Anche la sua voce e le sue risate sono volgari. E’ banale. Lui ne è interessato solo per educazione. Si vede da lontano che ne è anche leggermente spazientito. Lo salvo chiedendogli l’ora. Me la dice con fare preoccupato, ma purtroppo si sta facendo tardi. Non c’è spazio per andare troppo in là giocando con la fantasia. Torno in me. So perfettamente che è solo una cena di lavoro. E che lui è poco più che quel breve tempo. Che un incontro… occasionale. E poi anche se ne sono rimasta sorpresa resto sempre io.
Prego a Luigi di andare a prendere la macchina. Direi una bugia se dicessi che non mi dispiace che si allontani. Di stare quell’attimo sola. Guardo la sala. Siamo i primi a congedarsi dalla compagnia, ma domani mi debbo alzare presto. Giancarlo mi raggiunge mostrandosi dispiaciuto. Giancarlo mi sussurra che spera proprio che ci possiamo rivedere. Giancarlo, mi piace ripetermi il nome in testa, suona bene, esprime la sua ammirazione per me e la stima per mio marito. Mi fa il baciamano. Non mi è mai successo. E poi due in una sera. Per un attimo ho l’impulso stupido di lanciargli le braccia al collo. Mi ha fatto sentire orgogliosa di me. Non so cos’è. Bello è bello ma di uomini belli capita di vederne altri. Non so cosa abbia di particolare, forse tutto. Dovessi esprimere un’opinione è che, forse sono io ma, mi sono lasciata affascinare. Affascinare da tante piccole cose. E lui trattiene la sua mano nella mia prima che usciamo. La stretta e tenera e sembra non finire. Sembra una promessa. Il suo sorriso è gentile e garbato. Sono solo io a vederlo ammiccante. Un po’ malizioso. Per un attimo sono un’altra persona. Non mi sono mai sentita così. Ho paura che le gambe non mi reggano mentre mi allontano e cerco di guardarlo senza voltarmi. Trattengo il suo ricordo nella mia testa e immagino il suo sguardo. Me lo sento fisso sul sedere. Magari lui è già tornato dentro. Torno a sentirmi stupida, ma sto bene con me. Metto fretta a mio marito e il ritorno lo facciamo in silenzio.
Quando Luigi viene a raggiungermi a letto mi sussurra qualcosa. Cerca di farsi vicino. Fingo di dormire. Pian piano il suo respiro si fa regolare. Finalmente sono sola. Finalmente posso immaginare tutto quello che voglio. Ripenso a come ho immaginato mi guardasse mentre lasciavo il ristorante. I suoi occhi sulle mie natiche si fanno presenza. E’ tutto una lusinga. Vagheggio il vino che mi cola dalle labbra. Lui che con gesto attento lo pulisce. Che cerca di sbirciare dentro di me. Lui affascinato da ogni cosa. Che mi parla con gli occhi mentre mi guarda negli occhi. Che mi sussurra frasi che non riesco a immaginare. Torno a quell’istante: quando mi sono allontanata per il bagno. Torno a fantasticare. Lui che mi segue. Lui che mi apre la porta. Di quello delle signore? Di quello degli uomini? Non ne sono certa. Non so cosa scegliere. Lui che non si ferma sulla porta. Che entra. Lui. Solo un bacio. Le sue labbra che sfiorano le mie. Le sue mani. La fede al dito mi acceca all’improvviso. La invidio tanto da odiarla per un po’. Posso indossare anche pensieri sconvenienti. Finalmente. O posso spogliarmi di tutto. Ogni altra piccola riflessione, ogni attimo che so immaginare è un attimo di piacere. All’improvviso mi accorgo che è un piacere ora morbido ora violento. Che può essere tutto. Ho voglia di toccarmi. Di farmi toccare. Ho voglia di tutto. Anche delle cose inconfessabili. Sarei la più grande delle stupide se scuotessi Luigi dal suo letargo. E non sarei nemmeno onesta, con lui. Sarebbe una cosa che mi lascerebbe sporca. Vorrei solo poter tornare Antonella; la solita Antonella. Mi accorgo che tutto è solo un piacere dopo il piacere.

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Oggi i gabbiani sono enormi. Non li ricordavo così, forse perché non sono gli stessi. E si accaniscono sui sacchi delle immondizie, con crudeltà. E aumentano il senso di disordine. E la città odora sempre più di piscia. E mi trovo in dovere di dirlo per spiegare. Perché quello che è qui altrove non è. Semplicemente. Non ho la patente e non guido. Per questo vado molto a piedi. Anche per andare al lavoro. E così che incontro gente. Altrove le persone sono automobilisti, vanno di fretta, salgono e scendono da una macchina. E’ difficile anche un saluto. Ma qui la mia condizione è normale. Come anche un bambino sa qui non circolano le vetture.
E’ così che mi imbatto in un numero rilevante di sguardi. Perché quando fai ripetutamente la stessa strada, alla medesima ora, e i gesti diventano abitudine, ti sembra di conoscere le persone che incroci. In fondo sono sempre le stesse. E non fai caso a quelli con la valigia. E’ la mia una città piena di figure e valigie. Ma a quell’ora del mattino riesci ancora a camminare spedito. Non si fermano davanti all’improvviso. Non pascolano riempiendo tutto il passaggio; distratti come fosse un unico bazar. Ma degli incontri quotidiani rilevi persino una eventuale assenza. Perché sai quasi il punto esatto dove spunteranno da dietro l’angolo, dove ti scosterai per fare spazio perché la calle si restringe. Magari ti accorgi quando qualcuna va dal parrucchiere. Di una strana e ingiustificata allegria. O al contrario di uno sguardo leggermente basso. Ad esempio stamane non ho incrociato il ragazzo che raccoglie la sua chioma rasta in enormi berretti di maglia come portasse in testa un bongo. Poi, anche quando arrivo, prendiamo tutti i medesimi posti.
Mentre cammino spedito per non perdere quell’autobus più o meno distratto la mia folla è lì. Come se mi aspettasse lungo il percorso. Osservarsi di sfuggita è quasi un muto cenno di saluto. Così, se non ho molto da pensare, mi lascio a fuggevoli riflessioni. Non è la prima volta che lo faccio. In qualche occasione ne resto proprio affascinato: c’è qualcosa di più bello degli occhi di una donna? Io mi son sempre innamorato degli occhi. Non c’è niente che parli di più di uno sguardo. Che sia altrettanto suadente. E sensuale. O onesto. O malizioso. Le donne sono donne soprattutto negli occhi. E Clelia li ha freddi come il ghiaccio. E Alda li ha disarmati che ne resta tutta nuda, di una nudità indifesa. E Flavia li ha fissi sul suo accompagnatore. Forse solo un collega. Forse molto di più. Per quanto ne so potrebbe anche essere solo un compagno di strada. E quelli di Giovanna hanno il tepore di un caminetto in inverno; col freddo gelido che graffia alle finestre. E poi quelli di tutte le donne, della mia e delle altre vite. Decisamente non c’è nulla di più affascinante. Soprattutto di quelli di una donna che ama?
Spesso do un nome a quelle persone per ricordarmi di loro. Per distinguerle. A volte mi capita persino di immaginare una storia. Veramente un pezzettino di storia. Lungo tanto il suo cammino assieme. E gliela calzo addosso, sulla loro pelle, solo per il loro volto. Solo per una loro espressione. Ma è solo un gioco. Con quelle persone, salvo rare eccezioni, tutto si ferma lì. Ma torniamo a quegli occhi e agli occhi di donna. Se le parole sono pietre gli sguardi sono sussurri quasi impercettibile. Aliti più che leggeri. Ma mica sempre. Vorrei cominciare parlando di Rossana, solo perché ce l’ho vicina. Lei che sta scrivendo il suo di post. E mi racconta la vita in uno sguardo. Di Lei e del suo viso sereno. Quando strizza l’occhio, non lo fa di sovente e solo per richiesta, beh! non lo sa proprio fare. Storce la bocca e tutto il volto si accartoccia attorno alla palpebra che si socchiude. Eppure i suoi occhi sono mobili e raccontano ogni cosa. Tutto di Lei. Persino quello che dovrebbero non dire.
Lei è un po’ assente da questo viaggio. Lei non è più assolutamente un incontro più o meno casuale. Mi vive sempre accanto. Ma anche lei l’ho incontrata una prima volta. E per un attimo ci siamo parlati solo guardandoci; col silenzio degli occhi. Non sapevamo ancora che non ci saremmo scordati più. Ha occhi morbidi di velluto, Rossana. Occhi mansueti. Di quegli occhi che mi rasserenano e fanno sperare nel mondo. Sono occhi generosi. Sono occhi che hanno eppure guizzi selvatici. Ha occhi di donna piena d’amore. D’amore, dicevo. Ma sono occhi nudi, che espongono. Perché occhi disarmati e disarmanti. Davanti alla grande offesa non possono che trovare la resa. Perché sono occhi buoni. E istigano alla fiducia. Anche se la vita dovrebbe avermi insegnato che è sempre meglio non abbassare mai la guardia. Non importa se lei dice che sa stare sola, perché lei ci crede. Ma chi cerca l’amore, chi cerca dolcezza, può trovarci tutta la tenerezza del mondo. E se un pazzo si accontenta commette l’errore più infamante. Ma lei appartiene ad un’altra storia. E oggi lei riempie le mie giornate. Sono altri quelli che passano e si limitano a sfiorarmi. Che si soffermano solo per quell’attimo.
Come dicevo nella maggior parte sono donne di cui conosco solo gli sguardi. Alcune di quelle donne hanno occhi che sfidano. Di quelli che non si abbassano mai. E sembrano d’improvviso disprezzarti. Voler affermare che non sei niente nel loro percorso. In qualche caso si soffermano un attimo di più. In qualche altro si scostano rapidamente non senza aver affermato che dovevi essere tu a distogliere l’attenzione. Come un normale: cosa vuoi? Forse solo in forma più volgare. Altre hanno occhi solo sicuri di se. Di quelli che ti guardano e se sei distratto ti chiedono perché non li guardi. Che esasperano anche la bellezza che non c’è. Che le fa sicure e vincenti. Orgogliose. Oggi Carlina appare più che mai soddisfatta di se. Magari è la maglia che ha scelto. Forse solo perché le piace il colore. Forse le sottolinea il seno, e si vanta di se e non so per cosa. Se è la maglia non si è resa conto che la porta sotto il giaccone. Che non la posso ammirare Così debbo limitarmi al suo sorriso. La bionda invece abbassa subito gli occhi appena incontra i miei. Lascia che vadano distratti lungo i muri e dove mette i piedi. E’ più bella di quanto crede. La romena, che forse non è nemmeno romena, forse è italiana quanto me, chissà perché il suo naso e la forma del viso mi fanno pensare che lo sia, cammina in modo strano e mi racconta guardandomi delle sue scarpe. Oggi ne indossa un paio da ginnastica completamente argentate. E si muove come quei pagliacci dei circhi con i piedi lunghi e un andare che sembra suggerirti di guardare proprio quelli.
Poi c’è lei. Anche lei la vedo tutte le mattine. A volte sorride solo con gli occhi. A volte le si illumina tutto il viso. E forse nemmeno è un sorriso. Forse quella luce è semplicemente il suo modo di guardare. Oppure con occhi di gatta pronti alle fusa ma anche a denudare gli artigli. A volte invece gli occhi mi evitano. Si nascondono. Mi rifiutano. Sembrano aver fretta. O anche rimproverarmi qualcosa. Forse una distrazione. Dopo accendo sempre la prima sigaretta. E’ la più varia, non parca di sorprese. E nel suo incedere, nel suo fisico ha una grazia strana. Tutta sua. Pare più piccola anche se alta non è. Il baricentro basso e le gambe, nei jeans, grosse. Giovedì era in compagnia. Se non ricordo male non l’avevo mai vista con qualcuno. M’è sembrato che abbia voluto farmi notare quel particolare; che non era sola. Ma è stato solo un attimo. Le nostre vite non ci possono dare di più. Come potrei chiamarla? Non ora. Ci penserò un altro momenti. E’ questo, come gli altri, solo un rapporto fatto di sguardi. E spesso sembrano denunciare attimi di malizia nei suoi pensieri. E ha una pelle ambrata che sembra sempre ricordare una tintarella non ancora del tutto sbiadita. E capelli neri pieni di riccioli forse fissati con qualche gel. E sovente uno le cade di traverso, sulla fronte. Eppure non sono mai riuscito a dare un colore ai suoi occhi.
Potrei anche dire che in quel breve attimo io la amo. Solitamente la incontro all’altezza della bella chiesa di marmo bianco. Ma poi c’è subito dopo quel bar dove la banconiera è sempre pronta a guardare fuori. E anche dai suoi mi lascio brevemente rapire. Ma spesso negli occhi di qualcuna leggo l’invito che cerca di dirmi perché la dovrei trovare avvenente. Non sempre sanno interpretare il mio interesse, ma a volte sì, e capita che sono attratto proprio da quella parte che loro ritengono più interessante. Di mio garbo. Quella di ieri, ad esempio, ne aveva veramente tanto. Lei lo sapeva e in un attimo ne eravamo consapevoli e soddisfatti entrambi. Avrei voluto fermarla e chiederle magari una banalità, ma andavo di fretta. E poi non ho saputo mai trovare con facilità le parole. Soprattutto con un’estranea. E loro lo sono tutte, estranee. Anche se il mio cervello si fa le sue storie. Anche dopo che le ho avute nella mia fantasia. Perché tutto resta solo fantasia. Semplicemente un gioco. Dove decido le parti e loro non hanno voce. Allora persino quella altezzosa è costretta a ringraziarmi e a chiedermene scusa. Diventa molto confidenziale e amichevole e disponibile. Potrei scrivere un intero romanzo sugli occhi delle donne. Un romanzo di soli occhi. Ma stamane pioveva. Con l’ombrello tutto riusciva più difficile. E sono molte notti ormai che non esco più per divorare occhi come i suoi ,o diversi, magari chiari, ma che comunque mi richiamano una emozione.

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1. Che l’idea fosse venuta ad Elvisia non aveva nessuna importanza. Poteva venire a ognuno di loro, indifferentemente. Era stata solo la prima a proporlo. E inizialmente lo aveva fatto con molto pudore. Aveva parlato di una semplice vacanza. Poi pian piano aveva dovuto ammetterlo. Non è la tele che imita la realtà, ormai è la realtà che simula i programmi televisivi. Naturalmente inizialmente ne aveva accennato al marito. Gianlorenzo pensò che fosse strano. Perché non ci aveva pensato. Solitamente sono idee che vengono agli uomini. E ritenne giusto prendere in mano la situazione. Così fu lui a proporlo a Rolando e Siria. Loro perché erano gli amici più cari e con loro c’era quella confidenza.
Veramente al primo momento aveva fatto un’obiezione che lui stesso aveva trovata subito stupida: “Ci costerà una cifra di videocamere”. Le era stato facile respingere quella obiezione: “Per una volta puoi smetterla di pensare solo ai soldi. Sono le mie vacanze. E poi sono tre stanze in tutto”. In realtà almeno due per camera e fanno quattro. Anche si fossero limitati a una in soggiorno e una nell’angolo cottura e una sola nel bagno erano sempre sette. “Ma poi è necessario ventiquattro ore su ventiquattro”. Lei lo aveva guardato allibita con una smorfia delle labbra: “Ma sei stupido. Diversamente non sarebbe la stessa cosa. Allora è meglio non farne nulla”. Si arrese. In verità non era contrario per nulla, voleva solo mettersi dalla parte della ragione. E poi se avesse accettato subito probabilmente lei si sarebbe insospettita. Chissà cosa avrebbe avuto da dire? La sua era una buona politica. Però a fatica riusciva a scattare qualche foto. Non ne sapeva niente di quegli aggeggi. A quello ci avrebbe pensato Sebastiano. Ci sapeva fare ed era discreto, uno che non fa troppe domande. Non correvano il rischio di trovarsi in rete senza volerlo.
Aveva anche pensato se dirlo agli amici. Aveva deciso di tacere e di invitarli solo ad una semplice vacanza. Poi non aveva resistito e si era confidato con Rolando. Era partito da lontano, raggiungendo l’argomento con larghi giri di parole. Quello si era mostrato subito entusiasta. Avrebbe dovuto immaginarlo, da come guardava le donne. Dall’insistenza con cui i suoi occhi accarezzavano il culo a tutte quelle che passavano; bastava fossero soltanto appena passabili. Quando lo comunicò ad Elvisia quella non riuscì a nascondere il proprio entusiasmo. E lo baciò avidamente e lo ricompensò con una notte di quelle che da anni aveva perso il ricordo. Quando ci si metteva meglio di Elvisia non c’era che Elvisia; era unica. Da quel momento gli aveva trasmesso la sua impazienza. Lo caricava di domande su cosa doveva portare. A sentir lei sarebbero dovuti partire con tutta la casa al seguito. Che poi con gli amici si conoscevano da anni. E alla fine non è l’abito a fare il monaco. A modo suo sua moglie era bella, cioè attraente in qualsiasi modo si fosse combinata. Il suo fascino era soprattutto negli occhi e nel suo sorriso. Non che per il resto… aveva avuto cura del suo corpo ed era rimasto quasi la stessa di quando si erano conosciuti.
Per un attimo si lasciò lusingare da un sogno erotico. Aveva la sua importanza quanto era scollata la maglietta, perché lei le aveva abbondanti, ma ne aveva ancor di più come se la levava. Non si chiese se era quello che desiderava e se ne sarebbe stato lusingato. Se la immaginò mentre lo faceva ed era come se fosse lì davanti ai suoi occhi; in quel momento. Questo lo distrasse dalla corrispondenza e firmo anche la copia; poco male. Pensò che non aveva mai voluto ammettere che Siria era bella. Si sentì stupido. Cosa andava a pensare. Che poi in fondo sentirsi osservati doveva creare anche un po’ di imbarazzo. E poi dovevano cercare di essere come sempre. Non bastava quello a cambiarli. La prova era proprio restare se stessi. E ci restava volentieri a parlare con quei due. Certamente non si sarebbe annoiato, ma era stupido aspettarsi chissà che e fantasticare così. E poi su un’amica. Sulla moglie dell’amico. Certo che lui, l’amico, se si presentava non se la faceva scappare. Non era certo di potersi fidare. Forse avrebbe dovuto tenere gli occhi aperti con Elvisia, sembrava fin troppo eccitata. Non che gli avesse mai dato adito di sospettare. Ma poi lui non era mai stato un tipo geloso. E lei si era sempre comportata bene e aveva saputo far tenere le distanze.
Vista la dimensione e il numero delle valigie avevano dovuto partire con due macchine. E per fortuna che non avevano dovuto portare né lenzuola né tovaglie. Ma per tutta la prima giornata e parte della seconda l’aria restò tesa. Con gli occhi cercavano le telecamere. Le voci suonavano false e chiocce. Impiegarono il tempo a sistemare gli armadi e a pulire la casa. Poi si suddivisero i compiuti. Si sarebbero alternati per tutte le faccende. Quando gli uomini si occupavano di alcune cose le donne ne dovevano seguire delle altre. E il giorno appresso si sarebbero dovuti comportare a ruoli invertiti. Le resistenze di Elvisia erano state stranamente blande. Forse era stata la soluzione migliore. Diversamente sarebbe finito che certe cose le avrebbero fatte solo le mogli e certe altre solo i maschietti, non avrebbe saputo dire quali, in fondo era vacanza anche per lui. Certo non erano prigionieri lì dentro, ciascuno avrebbe avuto le proprie libertà. A fine giornata uscirono tutti per fare la spesa. Lui li raggiunse nel ritorno per avere il tempo di leggere al bar i risultati delle partite. Dopo cena la televisione non trasmetteva niente di decente, ma continuarono a lottare per vincere il silenzio. Lesse a lungo prima di provare sonno mentre lei lo prese quasi subito. Come aveva sempre saputo non era cambiato nulla nella loro vita. Poi lì sentì di là. Quei muri erano proprio di carta velina. Guardò sua moglie dormire. Fu tentato di chiamarla. Bella idea aveva avuto.
Ci vollero appunto un paio di giorni per scordarsi degli obiettivi che li fissavano, o almeno per trovare la solita scioltezza. In verità di tanto in tanto aveva impressione che anche lui, come gli altri, si muovesse con una finta naturalezza. Che sottolineasse ogni gesto. Forse semplicemente interpretavano meglio la parte. L’importante era che avevano ritrovato la loro allegria e che erano tornati a parlarsi. Siria restava un po’ più nervosa del solito. E aveva fatto attaccare lo spezzatino. L’aveva sentita borbottare che glielo avrebbe almeno dovuto dire. Non era certo della cosa ma sospettò si trattasse di essere ripresi. Tutto poi finì in quel brontolio. Le stavano proprio bene quegli shorts. Forse anche troppo corti, e stretti. Aveva già notato che aveva belle gambe. Ma c’era il marito. Mostrò di non farci troppo caso. Le fece un complimento appena furono in disparte in modo che lui non potesse sentirlo. Lei rise e gli diede dello scemo ma apprezzò visibilmente il complimento. Le donne bisogna saperle capire. Subito la sua uscì dal macellaio e non ebbe il tempo di aggiungere altro. Si stava alzando un leggero venticello ma non prometteva nulla di buono.

2. Era il venerdì dopo che erano arrivati che era successo. Erano già passati cinque noiosi giorni di quella coabitazione. L’altro era andato a prendere la gazzetta. Sua moglie s’era appisolata davanti ad un programma pomeridiano. In quel preciso momento lui entrò da quella porta. “Scusa non sapevo che fossi qui”. Lui sapeva di trovarla nel bagno. L’aveva vista avviarsi con l’accappatoio sottobraccio e aveva sentito il rumore della doccia. Lei sapeva che lui sapeva. “Fa nulla. Tra noi. Cose che succedono. Sei già perdonato”. Lui non aveva fretta di uscire. Era un amico ma in fondo non era altro che solo un semplice amico. Lei si sentì ridicola e scoppiò a ridere, smise di nascondersi e tornò a lavarsi. “Non sarà certo la prima che vedi”. Trovò la risposta subito: “Non sarò certo il primo che vedi”.

3. Alla partenza erano curiosi di ammirarsi sullo schermo e si diedero appuntamento. Era stato così che Siria finalmente aveva imparato a fare l’anatra all’arancia come si deve. Sebastiano aveva conosciuto un poca di invidia nei confronti dell’amico e poi sentì qualcosa rimestargli nello stomaco. Si allarmò nel terrore che forse stava cambiando. Forse non era completamente indifferente nemmeno davanti a lui. Cacciò l’idea immediatamente e accese l’autoradio. Elvisia ebbe la conferma che era proprio una gran brava porca. Si sentì soddisfatta di sè e si lasciò affascinare dai suoi nuovi progetti non riuscendo ad aprire bocca per tutto il ritorno. Rolando, mentre toccava il suo turno alla guida, si trovò a riflettere sul fatto che quei giorni erano volati via, forse erano stati troppo pochi. Poi andò sulla sua mancanza di coraggio e su quella degli altri. Aveva la certezza che Siria lo guardava in modo diverso. Le avrebbe mandato un messaggino appena a casa. Improvvisamente si chiese come avrebbero reagito gli altri se per la prossima volta avesse proposto di unire le loro fantasie in uno stesso letto. Pensò poi che le fantasie forse erano solo sue. Non avrebbe saputo come iniziare il discorso. E se avesse provato a chiedere consiglio a Elvisia?

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Lo so che se lo posto poi qualcuno mi dirà che… “ma non sono tutte così.” e i più mi accuseranno di un atteggiamento “critico” verso l’altra metà del cielo se non proprio come sostenitore di falsi luoghi comuni, ma cribbio, questo è il mio blog, e anche fuori sono abituato a dire quello che penso senza mettere troppo in conto le conseguenze. Inoltre sono sollecitato dal resoconto che a chiosarlo pare un vademecun e personalmente mi è risuccesso proprio ieri. Per ultimo non dimentichiamo che alla mia tenera età ne ho passata la maggior parte vicino a donne e l’aneddotica sarebbe sterminata. Io non ho sempre portato l’orologio al polso, ma spesso mi son chiesto se le mie compagne pensavano che potesse servir loro a qualcosa oltre che quale ornamento. Alla prima obiezione potrei rispondere che ho visto persino interrogarlo, l’orologio, sperando, quando non pretendendo, che andasse contro il tempo: “Che dici, riesco ad arrivare per mezzora fa”? Nonché che sono vittima di una serie interminabile di attese, ovvero che ho passato la maggior parte dei miei giorni a guardare là in fondo in attesa di qualcuna che avrebbe già dovuto essere arrivata.

Allora, per non essere tacciato da fallocrate, non parlo genericamente delle donne ma solo di Lei e con Lei di tutte le mie ex compagne e di tutte le mie amiche e le donne che ho avuto modo di incontrare e/o frequentare. Torniamo a ieri quando mi ha detto la solita frase allarmante: “Dammi dieci minuti e faccio in un attimo”. Beninteso si doveva preparare per uscire come se ci fosse in lei qualcosa che non andava o da sistemare. Per questo strano rapporto che riescono ad avere le donne con il tempo in quei dieci minuti Lei riceve una o più telefonate (dimenticavo quanto ci sarebbe da dire sul loro amore per le parole soprattutto per quelle al telefono). Lei torna tutta allegra dopo i “suoi” dieci minuti ed in quei dieci minuti è riuscita a cambiarsi col risultato che, se non ne fossi stato messo al corrente, non avrei saputo notare nessun mutamento. Sempre in quei dieci minuti è riuscita a stare almeno due ore al telefono, spero non con la stessa vittima. Nello stesso tempo sono andato allarmato a cercarla trovandola in tranquilla conversazione. Avevo all’altro capo Sandra all’armata non vedendoci arrivare: “Il pranzo di sta freddando”.
Avevo, cellulare in mano, tutte le intenzioni di chiederLe una previsione mentre l’altra aspettava anche al telefono, ma dovevo essere al momento trasparente in quanto Lei non riusciva proprio a vedermi. Me ne sono andato in salotto trovando una qualche tranquillità nella lettura della pagina della cultura sul quotidiano. Ora so tutto della trans-avanguardia e naturalmente Lei è tornata mettendomi fretta. Alle mie rimostranze per quel fatto della trasparenza, “se disturbo potresti almeno chiedermene la ragione”, mi ha spiegato che no! mi aveva pur visto e ha aggiunto, come di consuetudine, che la mia presenza, seppur fastidiosa, non l’aveva allarmata perché aveva previsto di sbrigarsi più in fretta. Sono riuscito a scoppiare a ridere allegro mentre la sua faccia mostrava la meraviglia di chi guarda uno improvvisamente impazzito.
Naturalmente Sandra si era arresa e nel frattempo aveva abbassato impaziente il ricevitore. E per tutto quanto raccontato che siamo arrivati con i nostri consueti dieci minuti di ritardo per la cena armati (Lei) delle scuse più improbabile compresa quella del parcheggio escogitata anche dell’amica che resoconta la pizza dove quando per lei stavano passando sei minuti (che di per se non fa nemmeno record) per tutti gli altri partecipanti ne passavano ben più di venti. Ho avuto bisogno, io, persona sempre di corsa e sempre ansiosa, di tutti questi anni di allenamento per giungere alla conclusione che oggi come oggi non mi sorprende più nulla, resto solo ancora sbigottito dalle giustificazioni che hanno la fervida fantasia dei migliori costruttori di favole. Eppure, sia detto per inciso, io amo le donne perché la loro presenza non lascia all’uomo il tempo per annoiarsi.

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