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Posts Tagged ‘fantasmi’

Qaudro in forma di iconaSe c’è la pioggia vuol dire che le cose son destinate a non andare. Mica era la prima volta e non aveva certo bisogno di ulteriore prova. Se lo dicono le cose è bene ascoltare le cose; sarebbe buona norma. Tanto vale evitare persino di uscire. Si dispose per aspettare ma la sua attesa divenne impazienza. Si accese una sigaretta e aprì la finestra per sfrattare l’odore. Mancavano ancora un paio d’ore è lui s’era illuso di poterle affrontare, eppure lo doveva sapere che non c’è nulla di più penoso. Così cullato dal silenzio si sentì vuoto, affogare arrancando alla ricerca di aggrapparsi a pensieri che gli sfuggivano e perdere la presa. Si guardò alle spalle ma nessuno lo seguiva; non c’è solitudine peggiore di quando le ombre entrano all’improvviso mentre si aspetta. Fantasmi, li chiamano; ricordi, li avrebbe definiti, o malinconie. Poi la sera si fa da sola; la segue la notte. Il buio nasconde quel pianto come ogni pianto. La gente dorme e chi non dorme ha un prezzo da pagare. Lui lo sapeva e solo allora uscì dalla tana.
Dove vai papà?
Non aver ansia per me; tornerò prima che ti svegli. –e pensò: Io non sono io, scivolando piano.
L’ombra sulla sua ombra e lui schiacciato sopra a confonderla radente i muri. Uccidere per malinconia: il corpo di quella donna gli si afflosciò tra le braccia come uno straccio. E prendere quello che il tempo ti da e la fortuna ti riserva. Se c’è la pioggia ci si dovrebbe poter sedere attorno ad un tavolo con un mazzo di carte, tre amici e un bicchiere di vino.

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notte
Un post sulla notte. Ci sono notti e notti. Ci sono le notti del Liga. Ci sono le notti di Adamo. Ci sono una infinità di notti. Una per ogni bisogno. Certo c’è quello strano timore per il buio. A volte la paura. Che ti segue da quanto ancora non avevi la ragione. Da quando eri piccino. Accendevi la luce. Nascondevi gli occhi sotto le coperte. Trattenevi il respiro. Il buio è quello che non conosci. Che non puoi nè vedere nè controllare. Ma c’è qualcosa di più. E’ come se dietro l’ombra si nascondesse l’avventura. Sei attento. Tutti i sensi all’erta. E c’è quella cosa che credevi legata all’età. Solo all’età. Come una specie di impazienza. Di resistenza. E allora ti senti vivo. Più vivo che mai. Io ne ho vissuto tante di notti. A volte sono tentato di pensare troppe. Ne sono pieni i ricordi. Nessuno di quelli ricorda vivido il volto di Lei. Proprio Lei.
Lei non aveva quella libertà. Ma questo è argomento diverso. Quando sei giovane ti sembra di non capirli i grandi. Poi scopri che non c’era niente da capire. Che non si possono capire. Non avremmo voluto diventarlo mai, grandi. A raccontarlo oggi sembra incredibile quel nostro essere giovani. Lei non aveva quelle libertà che oggi si concedono anche ad un bambino. Io avrei potuto studiare ma era chiaro: a cosa serviva lo studio al figlio di un operaio. Operaio ero destinato a diventare. E nient’altro. Almeno questo non è andato così. Figuriamoci per una ragazza. Tanto la donna è destinata a sposarsi. Deve aiutare in casa. Ed è sempre un’altra donna a condannarti. Una mamma. Probabilmente solo per eseguire gli ordini di un padre-padrone. Ma quello non parlava, ordinava. E parlava anche troppo con le mani. Ed erano mani ruvide e pesanti, per lei. E c’era anche la cinghia, quasi non bastasse. E doveva essere a casa prima ancora che la notte avesse inizio.
Probabilmente, si dovrebbe chiederglielo, ci invidiava. Quando la sua giornata finiva per noi ragazzi era solo l’inizio. Sembrava che solo dopo cominciasse il divertimento. Non parliamo delle chiacchiere lasciate per le calli. Di quell’affannoso andare ad inseguire qualcosa che non si raggiungeva mai. Delle enormi bevute premessa di un’altra euforia indotta. A dirla tutta poteva finire male, cioè peggio. Ci vuole sempre un po’ di fortuna per essere ragazzi. Per poterla poi raccontare. Ed era vero che non c’era città migliore per vivere la notte della nostra città, Venezia. Con lei ricordo solo una notte dell’ultimo dell’anno. Finiva il sessantasette e poi aveva cominciato quello che avremmo scoperto diventare il sessantotto. Ma quella non vale. Poi c’erano le notti del sabato in cui doveva, ripeto doveva, andare a consegnare le schedine del totocalcio. Ne ricordo vagamente una. C’era Giovanni. Quello c’era sempre. Di quel periodo non ricordo una notte non finita ad aspettare il mattino con lui e la sua voce. C’eravamo io, Giovanni e Rossana, in quel sabato. Magari sono stati più di uno. Me ne resta solo un piccolissimo ricordo vago. Quasi solo una percezione, una sensazione. Una piazza San Marco con lei. Un’immagine che è rimasta solo proprio perché insolita. Sempre per quei strani giochi della memoria.
Che lei invidiasse un po’ la nostra libertà mi appare normale. Non ne fece mai cenno. Io ho sempre avuto molta libertà. Quando non mi è stata data me la sono presa. Anche troppa. Qualcuno non può più raccontarla per altrettanta libertà. Mi ha salvato una corsa improvvisa in ospedale. Pensavo che il mondo era lì, che aspettava di essere conquistato da me. E da quelli come me. Che dopo un’avventura me ne aspettava un’altra e un’altra ancora. Sì! sentivamo che stavamo cambiando il mondo. Certamente cambiavamo noi. O ci provavamo.
Ma poi lei è rimasta solo un ricordo. Come quello di quegli anni. Della mia giovinezza. Mi ha lasciato solo una canzone; sempre quella. Ma parlavamo della notte. Non so per gli altri ma per me è rimasto quasi tutto uguale. Col tempo quell’ansia se n’è a tratti andata. Oggi ho ritrovato Lei. Lei e una vita di ricordi. Venezia. Oggi che possiamo. E oggi ne abbiamo attraversato di notti. Assieme. Alcune anche prive di qualsiasi angoscia. Altre talmente piene di noi da lasciarci sorpresi, esterrefatti, senza fiato, distratti. Oggi che la sento lì vicina, dormirmi a fianco, mi scopro a sorriderle anche nel sonno. E quel sonno è certamente meno agitato. A tratti sento (o temo?) di esserne guarito. Poi all’improvviso quell’impossibilità di stare fermo, di dormire e abbandonarsi, di rinunciare mi riprende. Quella smania. Ma sono solo certe notti. Mi ritrova a girare la casa senza pace. A lottare con quella smania di vivere. E a rivivere ricordi e avventure. Non posso farci niente. Non posso ribellarmi. Parlo ai miei fantasmi. Abbraccio gli amici perduti. Cerco la strada. Perché la notte è la mia stanza ideale in cui vivere. E… c’è solo la strada su cui puoi contare. E c’è una band a suonare il nostro concerto. E un bicchiere di vino sempre pronto e sempre pieno.

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Un ritorno

Michele era tornato per Venezia, per lavoro. Erano anni che le cose lo tenevano distante ma la riconobbe subito. Nulla vi era di cambiato perché Venezia non cambia eppure… erano le persone. Non le persone in quanto persone ma un che di indefinibile, si muovevano in modo differente; insomma… come fossero una razza diversa, non appartenevano più a quella città. Improvvisamente se ne rese conto e si sentì estraneo, turista, melanconico, come se gli anni fossero diventati troppi e la distanza si fosse enormemente dilatata. Il volto che specchiava l’acqua gli parve quello cieco di fantasma e galleggiava triste.

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Ciottolato fumoso

Giuseppe partì,
raccolta la sua roba
maledetto ordine. Quale
illusione fuggire da sé
dai propri panni
dai propri drammi:
e partì
sorretto ad un bastone
il cielo di cartone
sopra e sotto
un ciottolato nero,
fra sterpi secchi, nero
come il carbone      nero
quel cielo era          un grido enorme
silenzio e senso di morte
le pietre                    presaghe compagnie
dove i passi risuonavano
strusciate odi echi infranti
sogni taciuti, traditi
quel grido di bimbo
(leggero pigolare) una speranza?
una vergogna?
una menzogna?
quale fragoroso silenzio cela la notte.

Lo sorpresero sotto la volta della grotta celeste
(se c’era un senso nelle cose
egli lo ignorava)
e ancora le cianfrusaglie gli ricadevano
qua e là
tintinnando      sgraziatamente
(suono discordato
stonato) lo sorprese un grido
fra quelle grida della notte
e così subì
e poi migrò      tacito
con la testa china; pensoso forse?
con pagine messianiche in tasca
mai lette, mai dette
giammai tradite, ma mai tradotte
ma notte – pianse e pregò –
in te continuò ramingo
lasciandosi dietro spesso
cose affascinanti       e fuggevoli,
la fortuna,
calori e gesti, le
vele candide di gabbiani gonfie in volo,
la schiuma amara sull’onde,
le corde madide e tese
ma tese come un arco appena palpabile
percepibile il sussurro tenue e leggero
delle frasche appena sporche di
primavera
– si fermò alla ferrovia di Kalda –
(non aveva biglietto né destinazione)
ma vi raccolse solo malinconia amara
mentre il silenzio s’era fatto denso
soffocante      quanto la parola
prima di riandava gravido di umori
raccolti qua e là      anch’essi
come a Pisa      un’estate secca
in case buie e soffocate
redasse un manifesto
(quale estate?) che minacciò –
ostentò per tutta Nuova Delhi.
Tutto era terribilmente inutile,
la stanza sempre affollata
e pur sempre vuota
così restò teso un attimo      impotente
e mentre provò a rintracciare il senso
tutto tornò alla mente;
si sentì annegare,
un grido gli assalì la gola,
quel grido, quale dolore
ma si chinò a pregare
e tacque.¹


1] Qui è proprio finita questa raccolta poetica del ricordo. A chi mi ha amato e a chi ho amato… ora come allora…

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XIII – incontro:
se qualcosa è mutato
è forse solo il gesto
fra ciò che credemmo
e ciò che facemmo,
fra le parole e i silenzi,
fra un inginocchiatoio in noce
e un pensiero in nuce

Tutto può mutare il tempo,
non questo:
fra scegliere di vederci
e incontrarci
solo un sottile distinguo
poi siamo gli stessi
o forse mai lo siamo stati
come adesso;       ma
quella danza che ballammo stretti
il cantante non la canterà mai più.¹

Che strano
celiare per finire
e fra l’uno e l’altro
quindici anni e una vita
e
che incanto ritrovarti
nel corpo di una donna
e madre
e quegli stessi occhi
di quando volevi essere una poesia
una canzone.
Ed è novembre
Ancora.
²


1] 10 giugno 1972 – 5 marzo 1983
2] 12 novembre 2009
Con questa, manco farlo apposta, finisce questa lontana raccolta poetica giovanile, salvo un ultimo componimento che, almeno apparentemente, pare parlare d’altro.

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XII – A MISURA DI…
Quanto ci siamo amati
e quanto poi ci siamo amati
(barattando i nostri sospiri)?
molto ci siamo amati
e molto poco ci siamo amati
(il pudore è solo una serva gentile);
in fondo ci siamo scordati
– occhi attraverso gl’occhi –
senza per questo vederci
e molte parole abbiamo detto
ma molto poco è stato detto
e molto è stato taciuto
e ancor più è stato ignorato.

E dopo ancora a mentirci
perché scordare non serve e
la vita pare un battito di ciglia
quando stai per volare;
panni impacciano le mani
di esili drammi le inanellano,
si rompe il filo sottile d’argento
e il tempo fuggito si cerca
poiché del tempo avuto ben poco rimane.¹


1] 1972 [?]

 

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XI – CANZONE
Ciò ch’è cambiato è l’anno
(sul datario bianco) forse i suoi suoni
(forse noi) i suoi valletti ed i suoi giullari
e le nostre stanze di vita quotidiana
le ansie, le paure in grida
fatte passioni; i miti ormai consunti
i poveri cristi (pure loro)
ora non so più neanche illusioni.
Sì! diversi cauti ora si dà,
altre canzoni: ricordo quella in cui restavo
un bimbo che ha paura (la ricordi?),
quella che più dolorosamente c’ha legato,
ora la canto solo a labbra strette
o non la canto affatto;
o quella per cui Luigi s’è sparato.
Ora il gallo più non canta. Michele? Chi?
resta solo un chiodo, forse la corda
certo la cella; Esther e la bicicletta
sono sole (vedove del lavoro)
e Barbara non abita più lì;
si torna a cantar solo alla bella
e il dio morto forse tornerà;
chissà? Kety, lei no!
la porta è chiusa, la notte insonne
ma lei no! non tornerà.
Ah! le nostre canzoni
tutte le nostre canzoni
e le altre
ma soprattutto quella
qualsiasi ombra sarei diventato; qualsiasi
ma non sei rimasta, non è bastato
perle di pioggia perse, solo ricordo
questo è restato, la tua figura farsi
cosa altrui
il tuo andartene
e di noi cosa?
Queste righe veloci?
In verità      siamo (qui)
                        noi soli.¹


1] 5/8 marzo 1983

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