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Posts Tagged ‘favola’

Non si può vivere solo di un sogno e con il senso di essere braccato. Busso. Lei dice che è sua nonna, ma non è abbastanza vecchia da sembrarlo. E non avrebbe bisogno di una nipote così per trovare chi si prende cura di lei. Cerco un rifugio dove nascondermi in quella stanza spoglia. L’armadio è fin troppo piccolo e ingombro di stracci, di vesti dai colori accecanti. Mi infilo nel letto intenzionato ad aspettarla ma lei, l’altra, la donnaccia, non vuole uscirne. Spingo e non cede. Ci stiamo stretti dentro, molto stretti, e lei si fa anche più vicina; troppo vicina. Ride perché dice che sono pieno di pelo, un vero maschio, e che i peli le fanno il solletico. Lo sapevo che non lo dovevo fare. Che era meglio me ne stessi dov’ero. Chi ha sempre vissuto nel bosco trova angusta anche in una reggia. Soffre di claustrofobia. Di mancanza di libertà. E quella era tutto tranne che una reggia. Alla donna sembrava mancarle il tempo anche per pulire.
Il letto è piccolo, si starebbe stretti comunque, ma lei ne lascia almeno metà vuota. E’ una vecchia laida non abbastanza vecchia. La voce corrente la chiama così, vecchia, o nonna, ma si potrebbe definire meglio come matura. Non è abbastanza vecchia nemmeno per sussurrare le sue fantasie all’orecchio. E’ anzi più giovane di quanto mi fosse sembrato, e avessi potuto immaginare. Per quanto mi sforzi non riesco a restare indifferente. Ha ancora una frotta di ricordi davanti agli occhi. E le mani curiose. E la pelle liscia. Mi sono messo da solo in trappola. Non era quello che volevo e che speravo. Speravo di incontrare solo lei. Frugo in certa di una giustificazione. Alla fine mi ritrovo confuso. Le mie stesse mani che vanno dove vogliono. Risolvo l’enigma se è meglio la più impaziente attesa o un confortante presente.
Contenta lei, contento io. Penso che non ho richiuso nemmeno la porta e sistemo il cuscino. Decido che al rischio di deludere, o rimanere deluso, è preferibile una robusta certezza. Inoltre è ormai troppo tardi per qualsiasi passo indietro, per qualsiasi ritirata. Quella signora non me lo perdonerebbe né permetterebbe; né voglio indispettire una signora. Non ho vie d’uscita. Le sue dita sono artigli non disposti ad abbandonare la presa. Sembra solo una donna in un letto che l’ha vista sola per troppo tempo. Tra lenzuola piene di rimpianti e di tempo passato. Magari nemmeno è vero, ma è questo che mi racconta la sua indiscrezione e ansietà, la sua agitazione e la sua impazienza e il suo entusiasmo. Così non ero che all’inizio, ma già la stavo divorando con compiacimento, che lei entra e si mostra sorpresa; cioè irrompe come una furia. Dalle sue labbra sfugge una frase che non è per nulla un “Perbacco”! e poggia il cestino. Siamo sorpresi entrambi ed entrambi senza parole. Speravo che il nostro incontro sarebbe stato diverso. Lo avevo immaginato diverso. Povero stupido.
Non s’è cambiata d’abito né si preoccupa di non scoprirsi. E’ anche più bella di quanto fossi riuscito a ricordarla: “Ma nonna… e… tu! ancora tu”!
Mi rimprovero per non essere riuscito a pazientare. Vorrei nascondermi ma è troppo tardi per tutto. La vecchia si mostra indispettita e rimprovera di trovarsi sempre tra i piedi quella nipote anche troppo zelante. La testa mi gira e con gli occhi frugo intorno. Non scopro alcuna scappatoia. Mi abbranco a lei in cerca di difesa. Il viso della nipote trasuda ira da tutti i pori. Vorrei spiegarle ma la colpa sembra ricada tutta su di me, solo su di me. La vecchia sorride gongolante. La nipote invece grida: “Golia” –e sull’uscio si materializza nuovamente lui: il gigante.

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Nel c’è più posto in questo mondo per i sogni. La vela era tanto gonfia che un attimo ancora sarebbe stata strappata via. L’ammainai ormai rassegnato. La stiva era vuota e di pesce ben poco. Non mi restava che tornare a piangere le mie sfortune. A cercare qualche chiacchiera e un bicchiere di vino. Pensai ad una vecchia canzone. Ormai non mi aspettava più nessuno al porto. Questo avrebbe reso più facile il mio ritorno. Ma non avevo nemmeno nessuno interessato ad ascoltare le mie lamentele. Ancora non volevo credere che lei se ne era andata. Ero tornato e avevo trovato solo un biglietto. Non riuscivo a rimproverarmi nulla. Tranne che le notti sono lunghe. E la vita corta. Dimmi… Dimmi… Ma non mi davo pace. Avrei dovuto andarmene anch’io.
Lanciai la rete più per disperazione che per altro. Un’ultima testarda ostinazione rassegnata. Non era la prima volta. Ormai erano giorni che pescavo amarezza e debiti. Bevvi un lungo sorso di vino dalla bottiglia. Gli occhi mi bruciavano di pioggia e di sale. Non vedevo che tempesta e buio. Poi lampi a ancora buio. Schiaffi violenti battevano sulla superfice del mare alzando onde immense e schiume che restavano bianche solo pochi attimi. Poi il nero ingoiava tutto. Non riuscivo nemmeno a provare paura. Cercavo di governare la mia Giovannina. In quei momenti non hai tempo di pensare ad altro. E non c’è posto nemmeno per la signora pura. E’ un lusso che non ti puoi permettere, se vai per mare. Non c’è posto per altro. In più ho sempre creduto che se affronti le difficoltà lo puoi fare solo se ti convinci di pensare che non può toccare a te. Che non può essere quella la tua ora. Cioè se riesci a non pensare. A limitarti a fare. Anche se in cuore preghi come una canzone. E’ solo che raccomandare l’anima a dio, è la più facile delle filastrocche. La prima bestemmia che viene alla gola.
Con la manica cercai di tergermi la fronte. Affondai mezzo braccio in mare e annusai il sapore di quell’acqua. Nei momenti più strani si fanno cose che non hanno altra spiegazione. Semplicemente si fanno. Non mi sentivo più le mani che erano piene di calli e di tagli provocati dalle corde. Dalla rabbia imprecai e sbattei il berretto in sentina. Decisi di averne abbastanza e principiai a ritirare la rete. Io sono solo un povero pescatore e non le so raccontare bene le cose. Non mi faccio molte domande. Non trovo tante risposte. Conosco il mare e i suoi umori. I venti. Tutti i pesci. Tutti forse è troppo. Non esiste un tutti. Tiro e quella resiste. Testarda sembra non volere venire su. D’istinto penso che si sia incagliata in qualcosa; in qualcosa di grosso. Lì, sul fondo del mare. Ci metto forza, perché per fortuna di quella ancora ne ho. Cocciuta, ma finalmente pareva voler cedere; e lo sforzo era grande. Per quanta ne portassi alla fiancata altrettanta cercava di portarmi giù. Guadagnavo corda lentamente come una penitenza. Un grano di rosario alla volta.
La ricorderò per sempre quella notte. Non potevo credere di aver messo il guinzaglio ad un tonno. Non in queste acque. Non a quel modo. Eppure era una pescata pesante, ma certo non potevo immaginare. Nella rete si muoveva e si divincolava. Pensai una pescata abbondante in un bel branco. Magari di sgombri. Questo mare tra sarde e sardine non da molto altro, raramente qualche orata, qualche dentice, una ricciola, quasi mai nemmeno un rombo. Questo e un braccio amaro. E poi io, con la mia barca, non è che mi posso allontanare più di tanto da riva. Le pensai tutte. Poi è cominciata ad affiorare un’unica pinna. Era un esemplare solo. Lo avevo sospettato fin dal primo strappo, la rete si dimena in modo diverso se è affollata da un branco o è prigione di un unico enorme soggetto. Doveva essere comunque molto grosso. La fatica che mi chiedeva era immane. Forse una cernia, ma proprio grossa. No! era più affusolato. Pensai ad uno di quei piccoli pescecani che da noi chiamano “cagnolini”. Solo che peso e dimensioni sembravano più del suo parente più feroce. Ma in queste acqua non s’è mai avvistato un esemplare di quella specie. In realtà in queste acque non era stata mai avvistata nemmeno la mia pesca. Nonostante il buio e la mia incredulità cominciavo a poterla vedere. Incredulo ho spalancato tutti gli occhi. Nella rete s’era impigliata… Nella rete, lo giuro su tutti i santi del paradiso e su Nettuno protettore di tutti quelli che vanno per mare, c’era, davanti alla mia più completa meraviglia, una sirena. Completa di testa e capelli e squame e pinne e coda e tutto il resto. Una vera sirena.
Per chi non lo sapesse la sirena non è un pesce, è un mammifero. Respira l’aria come la respiriamo noi. Non correva certo pericoli. Se si agitava era perché si sentiva imprigionate in quelle maglie. E per la sorpresa. E perché l’avevo trascinata a forza lontano da casa. Fuori dal suo mondo. Forse aveva timore. Forse paura. E gridava, se si possono dire grida le sue. Avete mai sentito la voce di una sirena quando schiamazza? Beh! Non le so spiegare. Che poi sarebbe solo tempo perso. Lei gridava e si dimenava e si dibatteva furente rischiando di farsi male. Doveva essere un esemplare di circa sessanta sessantacinque chili. Come l’avrei potuta sognare ma anche più bella. Anche se qualsiasi signora, in quelle condizioni, si sarebbe detta che non era presentabile. Cercai di calmarla e mossi per tornare. Non ero ancora deciso a liberarla per paura che mi sgusciasse e tornasse in mare. Poi lei ha cominciato a capire i miei occhi, ma eravamo già arrivati. Non è stato facile convincerla, ma non c’è niente di facile. Son rimasto povero ma sono felice, e ancora è il mare a darmi quel poco da mangiare. Ora posso dire di essere fortunato. Non è molto ciarliera, forse potremmo dire che non è nemmeno di grande compagnia, per lo più se ne sta lì a guardare gli scogli con gli occhi malinconici. Eppure lei è il mio tesoro. Non ne parlerei se non fossi ubriaco. E’ un segreto, il mio segreto. Lei non penserà mai di separarsi da me e io non proverò mai più il morso della solitudine. Ho un solo rammarico: quello di aver pescato era l’ultima delle sirene. O forse è lei che ha cercato la mia rete. Non se ne sono più viste perché non ce ne sono più.
Non mi credete? Non vi sorprenderà se la cosa non mi meraviglia. Eppure voi credete ad un dio che non v’ha mai dato retta, e lo invocate perché risponda a voi, solo a voi; tra i tutti proprio alla vostra richiesta. Alle vostre malignità non voglio dar risposta. Tuttavia sarebbe sufficiente solo un attimo di attenzione, da allora non ho più portato al mercato nemmeno una sola alice, non perché non ce ne siano più, o sia diventato d’improvviso incapace, o abbia smesso di conoscere la costa, pescarle si pescano e più di prima, e solo perché lei ne è molto ghiotta e mangia solo quelle.

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Incontrarla non è stato facile. Non lo sarebbe stato per nessuno. Non che mi sia sentito veramente in pericolo, quello no! ma un poca di inquietudine l’ho trovata da subito. Le ho chiesto se si era persa. Pareva non sapesse parlare. Il suo sorriso era rassicurante; per lei. Sicuramente sapeva dove si trovava. Era padrona di ogni cosa. Nemmeno ha ritenuto opportuno tranquillizzarmi, darmi una sola risposta. La sua sicurezza era dipinta in tutto il suo viso. Ero io che mi ero perso. Ma lei non volle approfittarsene. Tra quei sentieri non è semplice ritrovare la strada. Raccoglievo funghi, o almeno uno di noi due era andato nel folto per raccoglierli. O forse mi convincevo che le cose stessero così. E forse avevo cercato quella avventura. Cerco era tanta la mia confusione. Mi era stato detto che a volte la ragazza si aggirava da quelle parti. Curiosità? L’insisto della caccia o dell’uomo? Non ero più sicuro di niente. Certo il suo comportamento, quel sorriso e quel vestito, erano insoliti. Tutto era insolito. Un mantello rosso. Il suo fascino distratto. Il suo sorriso provocante eppure naturale, come se dovesse conquistare tutto. E tutto solo sperare e sognare di lasciarsi conquistare. L’odore di muschio. Il suo odore di fragole e miele. Un accenno di pudore. La mancanza di pudore. Mi chiesi cosa ci facevano là due personaggi come noi. Forse era vero che l’avevo cercata. Forse era vero che mi aveva trovato. Nulla è mai come sembra. Non ho osato chiederle dove andava. E poi mi sarebbe parso superfluo. Avevo sentito mille volte mille storie. Non pareva avere fretta. Era come mi stesso attendendo appoggiata a quel tronco. E quando aprì la cappa finì completamente, d’improvviso il mio fiato. Credo stesse per slacciarla o almeno così mi sembrò.
Il sole si infilava tra le fronde fitte cercando di baciarla. Ero senza parole e senza forza. Inconsapevole di ciò che succedeva intorno. Incredulo e scuotevo la testa cercando di rendermi conto. Per quanto avessi sentito non avrei mai potuto immaginare abbastanza. E forse mi ero anche distratto. Sarebbe potuto succedere a chiunque e credo sia scusabile; plausibile. Volevo offrirmi se la potevo accompagnare. Sembrava disinteressata e non aver più nessuna meta. Certamente mi ero distratto. Al seguito di un rumoroso frusciare di foglie inaspettato e all’improvviso spuntò: un omone grande e grosso. Due spalle larghe come tutta la lunghezza delle mie braccia. La faccia che c’era conficcata dentro aveva la mascella quadrata, due occhi carichi di rabbia e le fattezze plebee. Il naso era spiaccicato come avesse picchiato contro una roccia dura. La sua voce era più un grugnito che un suono umano. Ci fu vicino con passi lunghi quanto tre dei miei. Fui pervaso da un indescrivibile spavento. Come se fossi stato sorpreso mentre commettevo un gesto infame. Lei si giustificò subito: “Non sono stata io. E’ stato lui. E’ arrivato e ha cominciato a guardarmi come un cretino. A fare il cretino”. Capii che non dovevo essere là. Forse non aspettava me e nemmeno il caso. Dovevo avvertire il branco. Mettere in guardia gli altri. Cercai timidamente di dire a quel gigante: “Signore, abbiate pietà di un povero lupo”. Quell’uomo che si dava le arie di un guardiacaccia ma era stato un volgare cacciatore di frodo, alzò l’enorme mano ma poi la trattenne. Mi guardò senza degnarmi nemmeno di disprezzo. Come fossi solo la nullità che ero. La prese sotto braccio e si allontanò. Me l’ero proprio vista brutta. Anche se ho deciso di uscire dalla favola, da quel pomeriggio non riesco a fare altro che pensare a lei.

P.S. Foto “rubata” dal profilo Facebook di Enrico Mazzucato

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Due case e mezza è un piccolo paese, come ci si può già immaginare dal nome. Prima di esservi destinato lui ne ignorava persino l’esistenza e si era chiesto se era segnato nelle carte. Segnato doveva essere segnato, e il territorio era anche ampio, solo che gli insediamenti erano sparpagliati. Per lui era stata una promozione inaspettata, la provincia era invece molto estesa e tranquilla. Sarebbe stata una noia, la vita che lui, appuntato scelto della benemerita, aveva sempre sognato, non fosse che avevano cominciato ad arrivare quelle denunce di vecchietti scomparsi. Scomparsi senza un funerale e senza nessun preavviso. Nessuno aveva dato grande importanza ma poi avevano cominciato a trovare quei mucchietti di cenere e frammenti d’ossa sparsi per le campagna. In alcuni di quei frammenti erano evidenti segni di denti. Lo scosse dal suo torpore il risultato che quei segni di denti non appartenevano sempre ad animali, anzi erano presenti in tutti i reperti solchi lasciati da denti umani. Non voleva credere di potersi trovare davanti ed un caso di necrofagia se non addirittura di cannibalismo.
Come si suole dire brancolavano pigramente nel buio, e i mansionari non gli erano di grande aiuto. I nonnetti continuavano a sparire. Non avevano nulla in comune tra loro né si frequentavano o si conoscevano. Invece qualcosa in comune c’era, ma gli ci volle del tempo per scoprirla in mezzo a tutte quelle carte. Vivevano tutti in casupole isolate, vivevano tutti con poco e nessuno aveva dei nipotini. Era poco ma da quel poco poteva cominciare a muovere una certa curiosità. Fu così che, intervistando vicini, seppe che pochi sapevano qualcosa sugli scomparsi, ma che la maggior parte d’essi affermava che erano vecchi scorbutici e che non amavano i bambini. Gli sembrò che fossero pettegolezzi privi di importanza. Nemmeno lui aveva in gran simpatia il trovarsi mocciosi tra i piedi. Quella sera telefonò controvoglia a Livia perché faticava con quell’amore a distanza, e lei curiosa gli chiese di come non procedevano le indagini. Cercò di salutarla con un minimo di ottimismo anche se in cuor suo aveva la certezza che tutto sarebbe finito come una bolla di sapone. Doveva esserci un’altra spiegazione logica. Quella notte sognò il ritorno dei vecchietti arzilli da una gita in qualche posto di fede in cui erano andati a chiedere uno sconto sull’età e sugli acciacchi. Al mattino il suo ottimismo trovò delusione.
Naturalmente fu un vero caso a risolvere il caso. Quel mattino se ne stava andando a funghi quando sentì delle lamentele provenire da un piccolo casolare poco fuori dal sentiero. Si avvicinò e scoprì due ragazzi nell’intento di spingere dentro un forno un’immonda vecchietta che cercava di opporre una testarda e strenua resistenza. Accompagnati al commissariato gli dissero di chiamarsi Carlo e Carla e, dopo qualche resistenza e vari mutismi, gli spiegarono che una vecchiaccia prima di quella vecchiaccia li aveva accolti in casa, chiusi in una gabbia e ingrassati per farne cena. Gli spiegarono anche com’erano riusciti a liberarsi e come la decrepita quasi cieca fosse finita a sua volta nel forno al loro posto a far da pranzo. Si giustificarono perché dopo tanta prigionia non gli era stato più possibile ritrovare i disperati genitori e avevano dovuto in qualche modo arrangiarsi, e in quell’arrangiarsi avevano perseguito la vendetta contro quei vecchi scorbutici ingordi di ricordi e di carni giovani. Restò allibito soprattutto per le rimostranze della vecchia dagli abiti bisunti e dal fiato pestilenziale da aglio, ma volle andare fino in fondo alla cosa. Non trovò un pretesto per trattenere la obsoleta e dovette, a malincuore, invitarla ad andarsene, ma grazie alla sua coscienziosità scoprì il vero nome di quei due fratelli privi di documenti che non si chiamavano Carlo e Carla, ma Hänsel e Gretel, cioè con nomi a dir poco inusuali.
I due ragazzi, ormai diventati quasi adulti, senza perdere i loro “sogni” da ragazzini, erano di quelli che vengono definiti immigrati di seconda generazione. Certo avrebbero avuto le carte in regola essendo scesi verso sud, se solo si fossero potuti rintracciare i genitori. Ma, è comune e noto, che chi viene da una cultura diversa un po’ di quella cultura se la porta sempre dentro. Assieme ad abitudini differenti e insolite, usi e costumi, a strane forme religiose non raramente infarcite di esoterismo, a manie e quant’altro. Ci vogliono generazioni e generazioni per lavarsi di dosso tutto un retaggio culturale, eppure nessuno aveva prima pensato a loro, tradito anche dai nuovi nomi che s’erano dati. Carlo e Carla sono nomi talmente comuni dalle nostre parti da non lasciare spazio al minimo sospetto. Inoltre il loro aspetto era quello di due ragazzi a modo pasciuti e ben nutriti, non certo quello che possono avere due zingarelli abbandonati. Fu subitaneamente fatto un comitato di sostegno in favore degli orfanelli e una raccolta di fondi, e furono presto trovate un paio di famiglie disposte all’adozione. La vecchia fu rifiutata anche dal ricovero, venne sfrattata e fu costretta con tanto di ordinanza comunale ad andare a vivere in città, domiciliata malvolentieri presso il figlio maggiore. Tutto il paese fece una gran festa per la sua nomina a brigadiere. Unica nota di amarezza fu che ricordò di aver dimenticato presso quella stamberga i funghi raccolti e che, tra tante preoccupazioni, la stagione era volata via. Chi l’avrebbe sentita Livia, lei che ne era molto ghiotta? Decise di aprire un fascicolo per appropriazione indebita, ma il tempo è l’unica cosa che non si può mettere in cella.

N.B. le foto sono state “rubate” in Facebook tra leFoto del diario” di Enrico Mazzucato e non hanno alcuna relazione col racconto.

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Ponza vista dall'Isola che non c'è

Un sole (uno solo) acceca. C’è là un mare d’incanto. Una leggera brezza lo increspa. Ne porta l’odore fin lassù: all’Isola che non c’è. Si sono distratti, come due ragazzi. E come un ragazzo Michele ha la meraviglia negl’occhi. Quello stesso senso di incredulità. E si sente sereno. Ed è felice. Se la coccola con gli occhi. Rossana lo sa, e se ne accorge. Sembra che il mondo sia solo colore, che non abbia suoni. E’ tutto così lontano. Non possono chiedere di più perché un di più non c’è. Guardano lontano abbracciati. In silenzio lui si scusa con gli amici. Gli sembra quasi di mancare. Vorrebbe averli tutti là. Anche se sa che è solo un breve arrivederci. Ma non proprio breve. Tutto è sospeso tra le pagine di una favola. Ogn’uno se la può scegliere la favola. Ma è una favola a lieto fine. E il promontorio è la prua della nave. E il grido dei gabbiani avvista terra. Nell’aria c’è già una canzone. Inutile disturbarla. Inutile interromperla. Come due ragazzi si tengono per meno e vanno verso quel sole. La felicità sa trovare lacrime dolcissime. La vita deve essere amata.

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Era bellaNo! non erano cambiati. Certo erano invecchiati. Più di quarant’anni non passano indolori. A Giovanni gli si inumidirono gli occhi. Quel piccolo uomo dalla voce bassa e roca era pieno di parole. Letteralmente straripavano. Anche se lui era un uomo di parole non aveva mai avuto bisogno di usarne così tante per così poco. Per parlare della sua meraviglia. Naturalmente Alvise taceva. Non è mai stato uno che ha un gran bisogno di parlare. Se ne stava in silenzio come troppo preso da chissà quali pensieri. Il suo bacio a Marinella non ha perso quella tenerezza. E poi tutti intorno a Rossana. E poi tutti intorno a me. Fino a farmi mancare il fiato.
Gabri non sa tacere, probabilmente aveva ancora la sua fantasia in testa. Eravamo tutti lì. Non proprio tutti. Mancava lui e qualcun altro. Nel suo caso semplicemente nessuno lo aveva invitato. Non per un riguardo a me, non ce ne sarebbe stato motivo. Tutti avevano il proprio motivo e tutti per quello che aveva fatto a Lei. Infondo tutti l’avevano amata Rossana. Tutti a modo loro e tutti nello stesso modo. Amata e ammirata. Forse ancora l’amavano. Ma per loro eravamo sempre stati noi la coppia. Ed eravamo tornati a sorridere in quel modo. In quel modo a guardarci negli occhi. “Giovanni, non per me”.
Per tutti noi eravamo restati noi. Non si stupivano. Ci tenevamo per mano, come due ragazzini, come allora. Non c’era stupore nei loro occhi. Ed eravamo rimasti gli stessi. Ancora tutti comunisti. Lui no; naturalmente. Lui si era fatto la barca. Aveva preso dell’idea quello che gli era tornato utile. Era l’unico ad averci guadagnato. Era l’unico che ora ci sputava. Un padano in più. Il coglione di sempre.
Allora chi l’avrebbe detto. Si mascherava che sembrava come gli altri. La mia copia ripulita. Lui. Il più amico tra gli amici. Quello che continuava a studiare. Quello che le bravate non le faceva. Che non faceva le cazzate. Quello che aveva promesso di stare vicino alla donna dell’amico. Quello che alla fine gli era stato fin troppo vicino. Per poi girare le spalle a tutti. Per poi, come sempre, sputare anche in quel piatto. Per me era stato solo passato. Eravamo ragazzi. Non avevo altre risposte. Non le avevo cercate. Adesso era diverso. A guardarla mi mancava nuovamente il fiato.
Non so perché”.
Certo non era più lei. Non sembrava più la stessa. Ingrassata. Invecchiata. Velatamente impigrita. Qualche filo bianco tra i capelli. Il colore ritrovato grazie al parrucchiere. Chiaramente intristita. Sudata. Il caldo è arrivato presto, quest’anno. Come sempre senza farsi preannunciare. Ma gli occhi avevano ancora quel fascino. La voce, dopo un primo momento, era la sua. Raccontava ancora le sue storie. Quelle emozioni. “Non ha nessuna importanza”.
Cose da ragazzi, avevo pensato. Continuavo a pensarlo. Non gli avevo mai dato importanza. Succede. E’ nelle cose. Ma quella ragazza rossa, la mia Rossana, non ero più riuscito a scordarla. Non ce n’era mai stato bisogno ma ora lo sapevo con certezza. Inutile cercare la ragione. Mi batteva il cuore. Si stringeva lo stomaco. Girava il soffitto. Ancora. Mi ero sempre portato con me quel ricordo dolce. E il suono dolce e amaro della nostra canzone. Di quelle parole. Di quel dolore. Dio com’era sempre stato difficile ascoltarla, quella canzone. E poi l’odore del profumo e un sapore di tenerezza. Perché non ho creduto abbastanza a quella canzone?
Era rimasta quello che era stata con me. Quello che era stata per me. Quella ragazza. In quell’amore da ragazzini. Un amore che non voleva trovare pace. Eppure una vita era passata. Una vita per tutti. Fatiche e prove. Gli altri erano rimasti assieme. Non succede spesso. Non succede quasi mai. Ma in fondo non avevo chiesto. In fondo non volevo sapere. A che mi sarebbe servito quel perché? Lei sembrava avere il bisogno di dirmelo. Di confessarlo. Si rendeva improvvisamente conto di doverlo fare. Di avere sempre sperato di poterlo fare. “Non mi ha lasciato ricordi. Non so perché. Ho scelto lui e pensavo a te. Continuavo a sognarti. Avrei voluto che restassimo almeno amici. Mi sei mancato”.
Non li aveva potuti conservare. Non li aveva voluti ricordare; i ricordi. Volevo crederle. Le credevo. Se non l’avesse fatto avrei sperato che me lo dicesse. C’è sempre il bisogno di credere in qualcosa. Non lo avrei mai immaginato. Non credevo che finisse così. “Lui non lo voleva né poteva e forse non ci saremmo riusciti”.
Avrei provato in qualsiasi istante la stessa voglia di baciarla. E i baci sarebbero stati la meraviglia che erano stati. Che sono. Che ricordavo. Mi sentivo colpevole. Colpevole per aver fatto di tutto perché loro potessero essere felici. Persino, povero stupido, perderla. Spingerla tra le sue braccia. Starle distante. Ora sembrava tutto così assurdo e lontano. Eppure tutto tornava. Anche quello che avevo ignorato. “Forse hai ragione. Lo so che è colpa mia. Sai, poi è diventato geloso. Si è mostrato presuntuoso. Le donne erano niente. Nessuno era come lui. Forse non gli importava di me. Tranne perché ero la tua donna. La donna di Michele. Mi ha tolto l’aria. Gli amici. Tutto. Alla fine anche i sogni. Mi ha lasciato solo la paura. E un grande vuota. E solo sfiducia. Sfiducia di me. E poi non poteva accettarlo. Accettare di essere lasciato. Proprio lui. Alla fine mi ha anche minacciata”.
Lui quella storia me l’aveva raccontata diversa. La sapevo diversa. Poi sapevo le altre storie. Anzi non le sapevo. Sapevo solo poche cose. E supponevo. La temevo triste. La speravo felice. Avevo cercato di liberarmi di lei. Non ne avevo più diritto. Avevo altre cose. Altri obblighi. Cristo se ne ho sempre avuto bisogno. Non si sa mai perché queste storie vanno così. Perché certe storie non finiscono mai. E poi, ora, quello che non avevo voluto vedere non potevo più ignorarlo. Improvvisamente avevo qualcosa da rimproverargli. E non potevo perdonarlo. “Non so perché. Me ne sono sempre sentita colpevole. Mi sono portata dietro un rimorso”.
Lo trovavo stupido. Trovavo stupido che si potesse rimproverare qualcosa. Io mi ero rimproverato tutto. Fin troppo. In modo che bastava per due. Ma lui allora era il mio più grande amico. Talmente grande da vederlo senza dubbio migliore di me. Più adatto a lei. A darle quello che si meritava. Non tornava più nessuna tessera di quel puzzle. Perché nessuno mi ha detto nulla? La verità era che nemmeno lei lo sapeva. Così mi sono reso conto che un poco, all’improvviso, mi infastidiva pensare che era stata tra le sue braccia. Gli altri naturalmente non avevano nessuna importanza. Era dopo una storia finita.
Di lui, irrazionalmente, provavo ora fastidio. Il male che le aveva fatto non si potrà mai cancellare. Mi promettevo in cuore di provare a farlo. Era stato meschino. Era solo un tipo meschino. Aveva presto scordato le promesse che mi aveva fatto. Allo stesso modo quelle fatte a lei. Era diventato quello che era sempre stato. Così diverso da noi. Così diverso da quello che si fingeva. Si può odiare con tanto ritardo?
Non so odiare. Provavo la cosa più simile che conoscevo a quel sentimento. Perché lui, l’amico, non se ne era innamorato. L’aveva corteggiata. Irretita. Illusa. Aveva recitato. E intanto mi raccontava di come lei mi amava. E di come lui era rispettoso di quel nostro sentimento. Si era fatto vittima. Aveva mosso e toccato l’animo di lei. Lui che non aveva conosciuto il vero amore. Perché le donne ci credono sempre a queste cose? Perché debbono correre in soccorso? Aveva cercato di cancellare in lei anche il ricordo di me. Ero solo un sognatore e sognare è stupido. Da stupidi. Comincio a nutrire qualche volta il sospetto che sia proprio vero che il migliore amico dell’uomo è il cane.
Glielo dico: “Ti amo”. Mi guarda come se non conoscesse quella parola.

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luna, castello, uccello e personaggiAveva insistito tanto “Mamma! mammina cara! raccontami una favola. Dai raccontamela; anche piccola.” –che lei non aveva più potuto sottrarsi. D’altronde non capitava spesso ed era passato molto dall’ultima e purché non diventasse un’abitudine… si stese a fianco del figlio, sollevò il cuscino verso la testiera, lasciò accesa solo la luce notturna e dopo che si furono messi comodi e accoccolati incominciò a raccontare una di quelle sue fiabe che, dovendole inventare lì per lì, riuscivano incerte, confuse e perché no certo anche un poco stupide.
Non che il bimbo non se ne rendesse conto ma tanto lui ormai conosceva i suoi limiti e si accontentava entusiasta e poi forse non erano altro che un pretesto. “Dunque… vediamo un po’… c’era una volta –perché tutte le favole cominciano così e anche semplicemente perché questa formuletta monotona da il tempo di frugare nella fantasia o nella memoria un ragazzino– circa della tua età di nome Antonio. Antonio era un bambino intelligente, si impegnava a scuola, ubbidiva ai suoi genitori ed era un bimbo felice perché la mamma gli voleva bene”.
Come nella pubblicità dei biscotti”?
Come nella pubblicità dei biscotti”.
Ma che storia è se non succede mai niente“?
La madre si sentì stretta alle corde, col fiato alle spalle ed ebbe paura di perdersi “Abbi pazienza e non essere impaziente. Ecco… insomma… vestiva in modo un poco… inadatto.” che parola scema ma pazienza, non le era venuto niente di meglio; rifletté.
Anch’io mamma vesto come uno scemo”?
No! Tu no caro”.
In quel momento pensò al piccolo Andrea “Ma lui si. Aveva di quei cappelli sai e poi magari anche la sciapa sulla bocca e quelle cose goffe che ti fanno sembrare un salame”.
Il bimbo rise. “Si! era certo così. L’hai proprio fotografato”.
Ma i suoi genitori non si accorgevano? Non potevano dirglielo”?
Il fatto era che lui era grosso”.
Ma grosso quanto”?
Grosso tanto. Ma se mi interrompi continuamente non riesco a proseguire”.
E perché”?
Beh! perché mangiava tanta troppa pastasciutta”.
E la verdura, mangiava la verdura”?
Questo la storia non lo dice”.
Ma il dindi non fa mica male”.
Lui amava la pastasciutta e allora i suoi compagni di classe lo prendevano in giro”.
Proprio come Andrea”?
Si! proprio come Andrea bravo. Ma adesso fammi continuare”.
Si! mamma: noi bambini siamo così ma non lo fanno per cattiveria”.
Lo so! lo so”!
Ma lo sai che Michele aveva trovato Baggio e l’ha scambiato per Gullit”?
Ma non volevi che ti raccontassi una fiaba”?
Ma allora erano cattivi, quei compagni di classe; vero mamma”?
No caro! I bambini non sono mai cattivi”.
Neanche quando bruciano i topolini dentro le loro tane”?
No! neanche quando bruciano i topolini”.
Perché sono sporchi e portano le malattie; vero? e quando tirano agli uccelletti”?
Nemmeno allora”.
E quando fanno i capricci e fanno arrabbiare la mamma o il papà”?
No caro! perché i bambini non sanno essere cattivi. Forse solo qualche volta un poco monelli; vivaci. Non per niente dicono dei bambini che sono innocenti”. e sorrise al figlio nel buio.
Il figlio vide quel sorriso e sorrise anche lui e si strinse alla madre con tenerezza “Ma la maestra dice che Carlo è proprio cattivo; anzi dice che è… è… crudele ma io dico che non è vero perché Samantha è peggio e ieri gli ha sputato sul cibo e poi le bambine sono sempre più dispettose dei maschi”.
Fai il bravo e ascolta la favola. Giuseppe era”…
Ma chi è mamma questo Giuseppe? Non avevi detto Antonio”?
Mi ero sbagliata prima –e sospirò “accidenti!”– e poi Antonio o Giuseppe è la stessa medesima cosa e questo non e importante”.
No mamma? Guarda che questo è importante e poi guarda che Giuseppe è quello che non si soffia mai e ha sempre il moccio”.
Allora Antonio”.
Ecco, Antonio è meglio e poi mi fa già simpatia”.
Allora questo benedetto bambino Antonio preferiva giocare solo e un poco per le canzonature e un poco per la sua indole, –cercò di prevedere la naturale curiosità del figlio– cioè del carattere, fatto è che diventava sempre più silenzioso e coltivava fin troppo i suoi sogni. Sognava e la sua mente vagava fra le fantasie più assurde. Lui aveva una cameretta tutta per sé e molti molti giocattoli”.
Come me”?
Proprio come te. Solo che lui si ritirava troppo in sé stesso e non parlava molto con i genitori come facciamo noi e le sue fantasie nella sua mente sembravano prendere corpo e allora viaggiava viaggi fantastici come nei libri che leggeva ed era sempre distratto anche con i compiti”.
Ma se avevi detto che era bravo? e poi i compiti sono tanto noiosi”.
Era diventato distratto dopo perché aveva la testa sempre per aria sui suoi eroi. Ma poi alla sera, quando andava a letto e la mamma spegneva la luce e restava solo, lui fra le ombre credeva di vedere mostri orribili; e anche di sentirli”.
Come il Babau”?
No! sai che il Babau non esiste”.
Ma sai che Cristiano ci crede ancora? Allora come l’uomo nero”?
No! neanche quello c’è”.
Allora come il vigile che viene e porta via i bambini disubbidienti dalle loro mamme”?
Nemmeno come quello perché anche quello l’hanno inventato genitori sciocchi per bambini sciocchi. Non ti ho spiegato che sono solo storie stupide? e poi… il vigile… e perché no lo spazzino”?
Per quello, mamma, anche lo spazzino fa un po’ paura con quella sua scopa lunga lunga”.
Sono scemenze, lui fa solo il suo lavoro per la strada”.
E non può andare da un’altra parte”?
No! questa è la strada che gli hanno detto di pulire. Non esistono gli uomini cattivi”.
Allora come quello di ieri pomeriggio?” –disse il bimbo e capì mentre ancora lo stava dicendo che si stava per tradire ma non riuscì a trattenere le parole e arrossì.
La madre finse di non sentire o non sentì per una semplice e veniale distrazione “Vedeva mostri giganteschi e bruttissimi”…
Dev’essere stato bruttissimo”.
No! era solo la sua fantasia”.
Vedeva mostri con gli occhi di fuori e il fiato di fiamma e tante braccia che tutte cercano di prenderti e degli artigli che solo quelli bastano a ucciderti e a darti una fifa merdosa”?
Si! proprio di quelli ma sai che non mi piacciono quelle parole. Ma chi te le insegna”?
Quali parole; mammina”?
Lasciamo stare che e meglio e torniamo ai mostri”.
Cos’è mamma quella cosa che si sporge e ci vuole afferrare”?
Sciocco! è solo Bibo. Ti ho anche detto che ormai sei troppo grande e che lo dovevamo regalare o almeno riporre che tanto non ci giochi più e m’impiccia”.
E erano anche puzzolenti”?
Si! e anche puzzolenti. E allora si nascondeva sotto le coperte e tremava tutto e sentiva un freddo che lo scuoteva”.
Perché si nascondeva sotto le coperte”?
Perché aveva paura”.
Ma le coperte non tengono lontano i mostri; vero mamma? e poi il puzzo, quello arriva anche là sotto; è come quando fai una bombetta, insomma quando ti scappa. Sai che Elena ha sempre quell’odore ma proprio quello nell’alito”?
Tutto questo non è importante ma prova a pensare, questo povero bambino nascondeva gl’occhi spalancati dietro il buio della coperta e invece di dormire tremava dalla paura, poi tornava a sbirciare ma loro erano sempre là e sempre più vicini e il mattino gl’occhi erano arrossati e lui era come se non avesse riposato. Questo succede anche a quelli che guardano quelle cose che guardi anche tu e che sai che io non voglio e che non ne ho piacere e i suoi genitori non capivano perché il bambino fosse sempre stanco e cominciasse anche ad andare male a scuola perché adesso cominciava a portare anche qualche nota e così i genitori davano la colpa agli insegnati e quelli viceversa”.
Ma allora era proprio disgraziato? Come quelli che non hanno neanche da mangiare”?
Quasi. Era quasi così! poveretto e invece di accendere la luce la sua paura cresceva e quell’esercito di ombre si affollava sempre più da presso e si sentiva come soffocare“…
La voce progressivamente si spense. La fiaba era diventata un borbottio confuso e poi improvvisamente solo silenzio ed era rimasta a metà. La madre aveva preso il sonno, come succedeva sempre, e lui se ne era reso conto subito.
Cercò di scuoterla inutilmente. Si guardò intorno fra le ombre delle cose della sua stanzetta e allora capì che la favola si era solo interrotta per un attimo e ora stava continuando per conto proprio, senza sua madre. Ma lui no! non avrebbe nascosto la testa perché sapeva che ora era solo davanti all’avventura e che avrebbe dovuto lottare anche per lei. Si strinse più presso alla mamma per difenderla perché lui ormai era proprio un ometto coraggioso; glielo diceva sempre anche il suo papà che era sempre via.¹


1] 1 marzo 1995

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Il raccontino e fortemente sconsigliato ad un pubblico minore nemmeno accompagnato nella lettura dalla presenza di un adulto per il suo contenuto esplicitamente eroticante. E’ sconsigliato altresì a quegli adulti che fanno uso, anche saltuario, di viagra ed altri stimolanti l’erezione. L’autore declina ogni responsabilità. Esiste anche una versione meno edulcorata della storia ma già questa mi sembra, per il linguaggio, non molto adatta ad un blog.

Quel nome, Tamy per Tamara, la ragazza l’aveva scelto da sola. Una specie di nome d’arte anche se è meglio non approfondire di quale arte. Tutte ormai pensano ad un promettente futuro e si premuniscono nel caso. Forse mai come in questo caso ogni sogno sembrava privo di fondamenta e destinato a naufragare. Il nomignolo, Cenerontola, invece le era stato affibbiato dalla voce popolare. Molti ne vantano la primigenia ma il vero responsabile non è mai stato individuato. E poi si sa come sono gli uomini in un universo in cui non c’è nessuno di migliore di colui che la sta raccontando; ma questo è già apparso in queste e altre pagine.
Torno alla giovane che conduceva una vita nel complesso insoddisfacente. Non era il lavoro perché del lavoro se ne fregava. Per lo più l’insofferenza era per gli affari di cuore che non andavano come avrebbe voluto. Non che Tamy fosse completamente all’oscuro di cos’era un uomo, tutt’altro, ma meno di quanto si sarebbe potuto pensare o di quanto avrebbe voluto. Lei aveva l’aria sfacciata che piace molto ai maschi. La faceva sembrare una preda facile, fin troppo. La cosa, da un certo punto, era più che vera. Ma Tamina aveva un’aria un po’ troppo sfacciata e li disincentivava altresì il vero o presunto tariffario. Inoltre non si poteva certo dire bella, né particolarmente acuta, né quel minimo pulita. Non aveva molta cura di sè. Ricopriva di cerone le macerie del cerone del giorno precedente. Molti altri indizi sottolineavano la sua avanzata trascuratezza. Anche se era generosamente fornita di ciò che più interessa all’uomo. Mentre l’enorme bocca non era considerata un grave difetto. Insomma le occasioni non erano tantissime nonostante tutti i filtri che propinava in giro e che avevano procurato dolori lancinanti e vomito in quasi tutti i maschi dei dintorni.
Naturale che Tamara provasse una grande invidia per le sorelle che possedevano tutte quelle virtù che a lei mancavano. Mostravano molta cura delle loro persone, sempre pulite e perfettamente truccate. Erano snelle come lei non sarebbe mai potuta essere. I loro seni si reggevano da soli. Avevano dei culetti che era delizioso mettere in mostra e far scodinzolare. Lunghe gambe tornite. Occhi carichi di malizia. Visetti di porcellana e potevano mostrarsi persino snob. Solo nella vanità e l’opportunismo poteva dirsi alla pari, ma non sempre gli sguardi e i sorrisi che accompagnavano il suo passare potevano darle soddisfazione. Anzi quelle paroline che li accompagnavano spesso riuscivano a ferirla. Lei pensava come in quella storia della volpe e l’uva anche se la sua uva era da tempo matura e si poteva facilmente vendemmiare.
Anche nella nostra, come in tutte le favole che si rispettino, c’è un principe azzurro. Anche nel nostro paese delle cinque città, la famosa e chiacchierata Pentapoli, i genitori avevano deciso che era giunto il tempo di trovargli moglie. I regnanti erano preoccupati dalla sua vita dissoluta che spesso finiva a tarda notte e dalle sue frequentazioni, non proprio raccomandabili, con quei capelli lunghi e biondi e quel suo modo ridicolo di vestire. Certo che nemmeno quel leggero suono un po’ in falsetto della voce non contribuiva a renderli più tranquilli. Cercavano di non prestar fede alle chiacchiere. Si decisero così per un grande ballo in cui il figlio avrebbe scelto, tra tutte le giovani da maritare, ma anche maritate, perché no? purché di cuore generoso, la sua futura sposa. La compagna di tutta una vita. Il giovane, messo alle strette, poté rimandare ma non sottrarsi né esimersi. L’evento era naturalmente destinato a far parlare per anni e ancor oggi se ne favoleggia.
Quando si dice tutte si dice proprio tutte le donne di quella fascia di età, praticamente tutte le viventi. L’occasione era veramente unica e la nostra ci aveva investito parte delle sue ore notturne anche se non si illudeva troppo. Per essere pratica lei era pragmatica. Aveva orecchiato le indicazioni date dalla matrigna alle sorelle su come comportarsi in una situazione simile; su come compiacere il principe e rispettare l’etichetta di corte. Quella donna, rimasta prematuramente vedova, si era arresa e aveva rinunciato a raccomandarsi con Tamara certa che comunque non avrebbe capito. Decise persino di non accompagnarle temendo per il contegno della figlia minore. Si sacrificò restando in casa lenendo però l’ansia dell’attesa insieme al figlio del fornaio. Il giovane era alto e robusto ma queste cose sono irrilevanti ai fini del racconto. Così come il modo in cui loro due passarono la serata in dolce compagnia.
Ciò che qui interessa è che Tamara persino al galà si presentò elegantemente sciatta per ingozzarsi di tramezzini e di ogni ben di dio. Il tonante rutto finale concluse la sua entrata e parve di buon auspicio suscitando grande ilarità. In verità alzava un po’ troppo l’abito lungo approssimativamente da sera per mostrarsi a suo agio e abbastanza virginale. I tacchi poi le davano un’aria a dir poco goffa quale una foca che sostiene la palla in cima di naso. Poi si accomodò paziente vicino ad un vecchio barone già preda di un sonno profondo e rumoroso. Il divano dichiarò immediatamente di soffrire il suo peso. Si guardò attorno e per dirla tutta la maggior parte delle presenti poco assomigliavano a debuttanti. Perlopiù facevano pensare a vecchie chiatte navigate. A quelle donne che in tempi più recenti tanto sono ricercate dai camionisti. E i cavalieri non erano meglio.
L’orchestra però era una vera orchestra. La sua meraviglia era vera meraviglia, impossibile da nascondere. Tanto sfarzo da lasciare in apnea. Si ripassò i consigli materni a mente. Come si aspettava alle prime note della musica le luci venivano spente in tutta la sala e le giovani dovevano rendere l’omaggio della pretendente. Alla fine di ogni ballo i grandi lampadari venivano riaccesi dopo pochi secondi e le dame dovevano avere l’accortezza di farsi cogliere ricomposte. Alcuni di quei gesti affrettati mostravano però compiacimento. Erano anche stati visibili alcuni casi i cui le giovani s’erano attardate chine e gli occhi di tutti i presenti avevano potuto coglierle ancora indaffarate a cercare di compiacere inutilmente il giovane rampollo con ancora le brache leggermente calate. Ma la maggior parte però di quelle non ambiva in fondo a fare la principessa. Preferivano di gran lunga cercare di porre le basi per una carriera, ben più prodiga di soddisfazioni anche economiche, da velina o meglio da escort; sia per le soddisfazioni lavorative sia perché il principe non sembrava proprio una garanzia.
Lui non cercava nemmeno di mentire e mostrava tranquillamente d’essere lì per forza e di malavoglia. Quelli che non ballavano erano prodighi di osservazioni e pettegolezzi e si affaccendavano attorno alle scommesse. Pareva però che man mano tutte le favorite restassero al palo, venissero scartate da gli oh! di sorpresa. L’espressione del corteggiato non mostrava di cambiare. Persino Katia, che era considerata ragazza di notevolissimi argomenti e molto convincente cioè una vera bomba e una vera e propria espertissima professionista, fallì nelle sue blandizie. Eppure tutti erano stati pronti a giocarsi tutto e si meravigliano tutt’ora sostenendo che quella bocca raccontava già le cose più incredibili e affascinanti. Invece semplicemente lei lasciò il centro della sala mostrandosi altezzosa, superiore e quasi rassicurata.
Quando la serata si avvicinava rapidamente a conclusione e giunse finalmente il suo turno Tamara si avvicinò al centro dell’ambiente fingendo con rimarcabile maestria un enfatizzato pudore. Era quello un valzer ma la musica perse subito importanza non appena si trovò al buio. Come le era stato indicato entrò subito in azione cercando di non perdere tempo. Allora dovette armeggiare un po’ che rischiò di farsi prendere dall’ansia. Certo la posizione china non favoriva la comodità. Sentiva intorno bisbigliare e il frusciare degli abiti. Si rese conto che nemmeno le altre ballerine restavano inoperose nonostante non fossero accompagnate dall’ospite e non lo facessero che per una passione che non portava ad altra ricompensa. Scoprì immediatamente che il principe era annoiato e forse anche ormai un po’ esausto, ma non se ne fece avvilire. Ci voleva ben altro.
Avrebbe pensato di doverlo fare un po’ di malavoglia ma si sorprese perché quello di un principe comportava dei vantaggi: seppur non troppo gagliardo la pulizia e il profumo rendeva la cosa persino gradevole. Le parve una esperienza quasi nuova e questo la emozionò non poco. Anzi si lasciò trasportare e ben presto si lasciò guidare da entusiasmo e orgoglio. Lentamente anche sul principe tutto ebbe un effetto positivo. Si trovò a pensare che non era per nulla male per essere una donna. Reagiva con sempre più convinzione e lei si rese conto che stava raggiungendo lo scopo proprio mentre le note cominciavano a sfumare restandola leggermente delusa. Per giorni si sarebbe chiesta del sapore d’un nobile. In quel momento visse solo l’incompiutezza di una canzone finita troppo in fretta. E accettò la delusione con rassegnazione. Per un attimo si era preoccupata di se più che per il principe. Poi semplicemente se ne tornò a casa con le sorelle.
Ma fin dal mattino seguente i genitori del celibe titolato gli fecero capire che non avrebbero receduto dalle loro intenzioni. Che doveva scegliere tra le damigelle di quella sera. Così, messo alle strette dalla famiglia, il blasonato ragazzo decise che allora, come un male minore, avrebbe cercato quelle labbra che si erano spinte così prossime a compiacerlo. Solo che non aveva degnato la loro padrona di uno sguardo. Salì perciò sul suo destriero e partì per quella sua indagine deciso a girare anche per gli angoli più rustici del suo regno. Tutto pur di non lasciare la scelta a loro. E ancora una volta l’appuntamento della sorte con la nostra eroina sembrò non giungere mai. Il giro dell’aristocratico virgulto prevedeva di raggiungere tra le ultime mete quel borgo. Qui, nel racconto, trascuro la parte avuta in tutta questa vicenda dallo scudiero anche se la nostra eroina mi ha esortato da parte sua stimolandomi con entusiasmo: “Parliamone. Parliamone”!
Quando finalmente il patrizio esausto giunse davanti alla porta della casa di Tamy e la sua famiglia era ormai prostrato e sfiduciato. Naturalmente notò prima le sue due avvenenti sorelle che anche loro fallirono. Non riconobbe il tocco di quelle labbra e se ne fece una ragione. Per puro scrupolo decise di concedere alcuni attimi e la sua attenzione anche alla madre seppure non ricordava di averla vista alla festa. La matura donna, che era però ancora di dolce aspetto, si prodigò decisa a sacrificarsi in nome della famiglia e per l’avvenire delle figlie cercando di sfruttare l’opportunità concessale; inutilmente. Anche la vedova, nonostante l’età che le dava esperienza, fallì e lui stava già andando oltre, anzi era già risalito in groppa al suo destriero mentre quella si rifaceva il trucco. Lui credeva che ci fossero lì solo tre donne. Vedendolo fu allora che Tamy tornò a sperare e corse fuori e lui controvoglia capì che non poteva sottrarsi anche a quel dovere.
Sono in obbligo di aggiungere che la cosa si rese più complicata scusandomi per la divagazione. Il bel cavallo bianco durante il tragitto doveva essere stato enormemente emozionato dalla vista di un’avvenente giumenta (meno probabile è l’ipotesi che fosse per quello che aveva visto lì con i suoi occhi di puledro). Da quando il principe era giunto davanti a quella casa posta poco fuori le mura, una delle ultime che visitava, la povera bestia presentava una maestosa eccitazione. Dopo aver mostrato la propria meraviglia alla vista della prestanza dell’animale sgranando tanto di occhi la nostra protagonista pensò (erroneamente o meno) che tra i suoi obblighi di suddita e di aspirante principessa facesse parte anche quello di soccorrere e compiacere l’animale del suo signore come i due fossero due corpi e un’anima. Fu per quello che trascurò per quel poco il possibile promesso sposo per dedicare le proprie attenzioni all’animale.
La volonterosa giovane si avvicinò senza dire fiato e le sue mani ruvide cominciarono maestralmente a lenire l’ansia della bestia la quale sembrò non fare caso ai calli di quelle dita e mostrò velocemente di gradire. Anche i suoi occhi equini cambiarono espressione davanti a tanta padronanza e ostinazione assumendone una simile a quella visibile in simili momenti in tanti visi di giovani amanti. Il principe sperava che la ragazza non si illudesse che ci fosse una proporzione tra lui e la sua cavalcatura. Il destriero invece si limitò a dimostrare con enorme generosità il suo ringraziamento per poi occuparsi di brucare come se non né portasse già più alcun ricordo. In verità si era rassegnato essendo stato trascinato via controvoglia che di quella, la voglia, ne avrebbe avuta ancora. Ma era solo un semplice stallone.
Dio volesse che anche l’altro, l’uomo, fosse un vero stallone. Per un attimo la pia Cenerontola (mi si perdoni se mi è sfuggito di chiamarla in questo modo che suona un poco canzonatorio e poco rispettoso) si lasciò attraversare da pensieri che qui non si possono narrare per il loro carattere esplicito. Si lasciò tormentare dal dubbio sull’ingiustizia delle cose e sulla futilità di tanta abbondanza su di un essere senza ragione. Cioè senza intelligenza né parola. Il principe aveva atteso paziente che venisse, per così dire, il suo turno. Come lei si rese disponibile l’uomo si avvicinò non mostrando particolare interesse. Era anzi annoiato. C’è da dire che quello era stato l’atteggiamento che l’aveva accompagnato per tutta la sua ricerca. C’è da aggiungere che per tutta la vicenda aveva tenuto in contegno che lo faceva pensare più adatto a fare la regina che il re. Comunque aveva argomenti da re anche se non privi di buona modestia e questi sono gli argomenti che qui interessano e di cui rapidamente mise a conoscenza la villanella. Ma quella sua fu solo generosità dettata dalla fretta che lo spinse a calarsi le brache da sé per accelerare i tempi, mentre lei si mondava già le labbra dal rossetto.
Vedendolo in quel frangente la sfiorò la conclusione che se sapeva chi dei due era stato generosamente compensato nel fisico era estremamente incerta su quale era stato più dotato dal Signore nell’intelletto. Si tranquillizzò pensando che non era poi la cosa, cioè la dote più importante. E si decise consapevole che la vita quasi mai dà quello che promette. Così si inginocchiò deferente davanti a quella timida maestosità come qualche volta gli era capitato durante le messe della domenica. Lui si mostrava orgoglioso senza alcuna ragione, ma forse di più disinteressato e ormai rassegnato. Cominciava ormai a dubitare che avrebbe ritrovato in quella giornata quelle labbra che cercava. Stavo per dire bramava ma la bramosia non era propriamente il sentimento che lo animava. Come detto questo sentimento somigliava più all’apatia.
Ma il ragazzo non era stupido, anche se questo non vuol dire che ci troviamo di fronte a un genio. Capiva la situazione e capì che doveva ascoltare ciò che gli diceva il buonsenso e il suo nobile strumento. Lasciare i pensieri e le preoccupazioni ed ascoltare solo i sensi; vincendo quel ch’é di ripulsa. Era pur sempre un cavaliere, anche se a volte ne dubitava lui stesso. Ed era imbarazzante ammettere che quelle labbra stavano rivelandogli un principio di interesse. Gli si cominciarono ad intorpidire le parole e la mente. Lei non era certo avara di consigli e di segreti e di confidenze. La vide persino armeggiare sotto la gonna senza chiedersi a cosa stesse alludendo, ma fu per una distrazione breve.
Si compiacque della proprio dimostrazione di prestanza. Vinse ogni ritrosia. Iniziò a convincersi che se proprio doveva scegliere una donna preferiva quella piuttosto che altre che gli avrebbero garantito solo un’abbondante messe di corna. Cercò di valutare che l’aspetto in fondo non era tutto in una persona. Si meravigliò all’improvviso di come quella femmina mostrasse in quella circostanza una notevole cultura. La riconobbe, era certamente lei quella che cercava. Fu letteralmente stupito di constatare nel momento preciso di come lei fosse capace e riuscisse a spingersi fino a regalargli un’effimera gioia. E di come accogliesse in silenzio e religiosamente la sua abbondante, per lui, dimostrazione di giubilo.
Infatti la guardò e la scorse completamente rapita. Se si fosse visto avrebbe letto l’incredulità nei propri occhi. Mi confiderà in seguito lei cosa stava pensando in quel preciso momento; se ne ricordava ancora. Ma questo è un segreto che le ho promesso di non rivelare. E le promesse, soprattutto quelle fatte in un momento così intimo quale quello nel quale lei mi estorse quel giuramento, vanno mantenute. E tutti viviamo ancora felici e contenti anche se il principe, distratto com’è, lascia di tanto in tanto sul comodino una lauta mancia.

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Quello era solo un semplice tabaccaio. Quell’altro, beh! non si poteva certo dire bello. E poi quello… aveva quell’alito pesante. Mentre lei aspettava il principe azzurro gli altri s’erano sistemati. Non le restava che fare il letto e preparare la cena all’ultimo, il ministro. Lo guardò e per un attimo, non le sembrò proprio così brutto. Fu solo un attimo di smarrimento.

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Un giorno, non molto tempo fa, vi abbiamo raccontato una favola che favola non è. E’ questo post comincia così come cominciano le favole ma finisce subito ed è di diverso avviso (forse solo di confuso avviso). Eppure quella storia subisce tutte le condizioni di una favola. Ma si sa, le favole si leggono ai bambini; ma non era per bambini. Si sa, le favole vivono la sera e muoiono il mattino. Sono brevi quanto può esserlo la fantasia. E poi sono materiale di libri. Dormono nelle librerie e nelle biblioteche. Ma quella favola con la notte non ha mai smesso d’essere favola. Almeno d’essere solo favola. E’ diventata realtà. Ha preso carne. Si è accompagnata al timore che si potesse dissolvere. Ha trascinato con sè ogni protagonismo. Ha ripreso il proscenio. Quando impazziscono i giorni e le ore allora è quasi impossibile rimettere ordine. Forse è solo perché qui non popolano gli gnomi. Che giorno è?
A raccontarle le favole sono belle, e quella lo era. A prima vista lo era e poteva continuare ad esserlo, anche nello spazio e nel tempo. Ne avevano entrambi la pazienza. Ma a raccontarle le favole assumono quell’alone di misterioso. Si soffermano a compiacersi. Indulgono; con piccoli ammiccamenti. Alla fine restano tutte sugli occhi impiastricciati, increduli, sgranati, sognanti di chi le ascolta. Se le favole son belle ti costringono a misurarti con quel bambino. Con il bambino in te. Ma se si parla di amore si parla sempre di favola. E non c’è età che permetta di sottrarsi. E’ stata l’illusione, a volte, a pensarlo. Non si è mai troppo vecchi per essere bambini. Per incontrare il pifferaio. Per inseguire un sogno con gli occhi fissi incantati di quel sogno. Che poi sia solo un blog la cosa non è proprio certa. Ma poi a che serve una favola oggi, con questi tempi? Ogn’uno però ne può fare l’uso che crede. E’ questa la magia di un sorriso.
Quando cominciava Rossana si guardava senza riconoscersi e ripeteva “tienimi con te”. Tutto sembrava cambiato. Tutto. Niente lo era. Eppure l’acqua cullava tutta una città (allora come ora). La diluiva in forme che tremolavano impazienti (facile scambiare, a Venezia, sogno e realtà). Una città che ancora, allora, alzava la fronte di orgoglio. Di ragazzini per le strade e per i campi e a gridare dietro alla luna. Loro lo avevano fatto. E di giochi sull’acqua. Acqua su cui la barca scivola e che il remo accarezza. Che il remo accarezza con la stessa attenta delicatezza con cui la mano sfiora il capo della persona amata. Con un rispetto che altrove sembra perduto. Come si può non sognare? Non credere alle favole? Si cresce, s’invecchia, si resta uguali. Anche se l’acqua non era limpida, era solo acqua.
Ma a diventare realtà ci si sporca delle piccole parole delle realtà. La realtà riconosce il pianto come il riso. La realtà conserva la memoria e i rimpianti. Si chiede tutti i suoi perché. La realtà incide le sue storie su pagine di diario e non vuole dimenticare. La realtà si fugge per poi, sempre, ritrovarsi. E la realtà ti sbatte in faccia i frammenti di sè, della realtà; magari distorta ma senza compiacimenti. Ha un prezzo la realtà. Lì non ci sono eroi e i cattivi rimangono cattivi. Dove si è letto che nella realtà arriva sempre il finale lieto? Quando avviene non resta che restarne sorpresi e perplessi. Lui conserva solo quelle parole che gli si ripetevano ossessivamente in testa come un ronzio: “Lasciati amare”. E lei non ha occhi, oggi, che per il suo Michele. E’ per questo, per questa delicata dolcezza, che non può che essere favola e non potrà mai essere realtà.

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