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Posts Tagged ‘Federico Garcia Lorca’

Ho una cultura. E lo spazio per sistemarla. Cerco di portarla sempre con me. E la tengo lì, nell’altra stanza. Beh! non proprio una cultura. Più che altro è una ipotesi; se così si può dire. L’ho raccattata qua e là. Un frammento in un angolo; era stato buttato. Un altro in un altro giorno. Trovato in mezzo ad avanzi e robaccia. Lasciato al vento come inutile. Uno in un sogno d’estate. Uno sul sedile d’un treno. Tra una noia e l’altra. Un altro… beh! non ricordo dove. Non posso ricordare tutto. Forse i primi indizi, i primi frammenti, me li aveva lasciati papà. Meglio e di più: un vecchio zio? Pezzetti strani. E confusi. Ricordo un diario. Ragazzi in una via ungherese. Mi resta ancora la tristezza finale di quella lettura. Poi cronache per massacri con grida a voce e orchestrina. Liriche disperdentesi. Insomma ricordo come e quello che posso. Perché a volte la memoria inganna.
All’inizio mi davo da solo del pazzo. Perché conservare quelle cose. Intanto, quasi senza accorgermene, stavo diventando uomo. E poi ho cominciato a unire le tessere. A ricomporre quello strano puzzle. Ma non si incastravano. Solo qualcuna. Mancavano parti. Ritagli. Certe le cerco ancora e so che continuerò a cercarle sempre. Sono anche il frutto di quell’albero strano che da la curiosità. Quella, la curiosità, non è una strana malattia. Nemmeno un vizio. E così cercavo qua e là distrattamente, in silenzio, come ne provassi vergogna. Ci vuole tempo per capire. E così, e poi, ancora tempo. E così mi riempivo di ricordi. E di piacere. Non sempre piacevole. Lisciando le pagine con gesto religioso. Come si accarezza il capo di un figlio cucciolo. E poi un uomo senza più le gambe. E un minatore che scopriva la luna. La pesca con una testa di cavallo. E bambini che ricordavano orrori che l’uomo non aveva il coraggio di guardare. E gelo con latrati di lupi. La prima volta che sono entrato in un cinema. Molto prima del cinema militante. E le lunghe strade americane. Meravigliosa invenzione il Bebop. E avanti, avanti, avanti. E una carta d’identità. Perché anche in arabo si può fare poesia. Grande poesia. Tessere di un mosaico pieno di colori. Nella meraviglia per gli occhi siamo tutti fratelli. E ancora rime distratte. Da ogni parte del mondo. Di quel mondo di cui vorrei conoscere tutte le lingue. E invece so solo le mie. Quelle di mia madre. E quelle, forse, di mia figlia. Le altre altro non sono che suono. Temo d’averlo già detto. Peccato.
Sono di ritorno da un viaggio. La prossima volta vorrei andare a Barcellona. E anch’io vorrei avere le ali. La mia ignoranza è la massima offesa. Sì! un peccato responsabile. Ci convivo a fatica. Me la rimprovero. Ma… Chissà cosa scoprirò domani? Ne sto scartando una proprio ora. Col fiato sospeso pronto alla meraviglia. Datemi del pazzo. Ne godo già. E allora ne parlo. Ne parlo perché anche le semplici parole possono essere vita. Pure quelle di un amico. Soprattutto quando ti arrivano con un abbraccio. Perché se una sera sono solo, se sono triste, ma anche se sono allegro, e in compagnia, c’è sempre un libro da sognare. Di cui parlare. E sono ricco anche di quello che non so. Non preoccupatevi per me: è solo un piccolo ed inutile racconto, questo. Se si cerca un perché si rischia di imbattersi in più di una risposta. Perché l’unica verità e l’unica libertà da tutte le schiavitù è nel sapere. Perché nel non sempre lieve cammino della vita è certamente meglio circondarsi di bello. Perché è in quel bello che prende vita la vita stessa. Perché è meraviglioso dar vita all’amore cantando l’amore. Perché la poesia si chiama poesia proprio perché è essenza e poesia. Perché c’è sempre una canzone per ogni momento della vita. Perché ancora cantano i poeti andalusi di allora; mentre allora tacevano le arpe sui rami dei salici. Quale orrore, quel silenzio. Perché le parole più belle le ho trovate scritte con lo spray su un muro; e colavano alla pioggia. Perché quelle di un amico mi fanno compagnia anche se lui è a Bologna e io a Venezia. Per il colore e il vino della notte. Perché quel giorno che aprendo uno di quei fogli ci ho letto che “Il più bello dei mari / è quello che non navigammo” mi son sorpreso a versare lacrime felici. E mi son promesso di continuare a navigare. Avrei voluto essere isola. Sono solo un guscio di piccola barchetta. Perché quelle parole avrei voluto trovarle dentro e poterle masticare e digerire per poi risputarle. E dopo scartato l’ultimo pensiero alzo gli occhi al cielo e sulla laguna c’è un magnifico tramonto. La più bella di tutte le poesie. La più meravigliosa di tutte le meraviglie. E ancora guardo a domani abbracciato a Lei. Ascolta anche tu il rumore pudico si queste onde sulle sue rive. Ascolta e sogna.

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Blas de Otero Muñoz (Bilbao, 15 marzo 1916 – Madrid, 29 giugno 1979) è da considerare il più grande continuatore della grande tradizione della poesia spagnola del primo novecento, quella di Federico García Lorca, Rafael Alberti, Antonio Machado, Luis Cernuda, Jorge Guillén, etc.
Il linguaggio di Otero (vedi queste brevi note), spesso aspro e contratto, possiede una violenza espressiva che fa pensare a Quevedo. Essa costituisce una nota originalissima nel panorama della poesia spagnola di allora. Come Jesús López Pacheco¹ e gli altri vive la Spagna del franchismo, la soffre e la descrive. La dittatura non può che lasciare ferite e cicatrici nelle carni del poeta; di un poeta sociale e corale².
Per chi volesse saperne di più sul poeta e sul periodo consiglio la lettura della splendida e breve prefazione di Elena Clementelli al volume Blas de Otero Poesie, edito sempre da Guanda (1962), da cui mi prendo la licenza di ricavare qualche stralcio.

«Nulla di meglio delle parole di Paul Eluard, il fratello coinvolto nel medesimo dramma (la censura di vivere sotto il tallone di ferro di una dittatura; ndr), riuscirebbe a rendere questo immediato e imprescindibile calarsi nella verità del proprio tempo: “La poesia è combattimento. I veri poeti non hanno mai creduto che la poesia appartenesse loro in proprio. Sulle labbra degli uomini, la parola non è mai venuta meno: le parole, i canti, le grida si susseguono senza fine, si incrociano, s’urtano, si confondono. L’impulso della funzione del linguaggio è stato condotto fino all’esasperazione, fino all’incoerenza. Le parole dicono il mondo, e le parole dicono l’uomo, quel che vede e sente… Abbiamo bisogno di poche parole per esprimere l’esenziale, abbiamo bisogno di tutte le parole per renderlo reale“.»

Come sempre, piuttosto che parlare sopra, preferisco lasciare voce al poeta. In questa scelta del tutto arbitraria, di cui mi assumo la responsabilità, preferisco proporre da Que trata de España; ed. Guanda (1967):

Notizie da tutto il mondo
A 47 anni compiuti,
fa paura dirlo, non sono che un poeta spagnolo
(fanno paura gli anni, l’essere poeta e la Spagna)
della metà del secolo XX. Questo è tutto.
Denaro? Amore è ciò che voglio,
dice la canzone. Applausi? Sì, ma non me ne accorgo
Salute? Quanto basta. Fama?
Cattiva. Però buona lana.
Fa paura pensarlo, ma sì e no che mi leggono
gli analfabeti, non gli operai, non i
fanciulli.
Però mi leggeranno. Adesso sto imparando
a scrivere, ho cambiato scuola,
avrei bisogno di una macchina per fare versi,
pardon, di versi per la macchina
e di una buona paga per il macchinista,
e, soprattutto, di pace,
ho bisogno di pace per continuare a lottare
contro la paura,
per combattere in mezzo all’arena
e spalancare il futuro,
per piantare un albero
in mezzo alla paura,
per dire “buongiorno” senza truffare nessuno,
“buongiorno, postino” e che mi consegni una lettera
in bianco, da cui spicchi il volo una colomba.


1] Amo molto la poesia spagnola e i due nomi ricordati fanno parte di una nuova generazione di notevoli poeti, della seconda metà del novecento, di cui dovremmo ricordare almeno anche Josè August¡n Goytisolo con Gabiel Celaya, José Hierro, Carlos Bousoño, Victoriano Crémer, Vicente Gaos, Eugenio de Nora, e potremmo continuare perché lo stuolo di quel coro poetico è foltissimo.

2] Nella Spagna di allora veniva ancora usato uno degli strumenti (feudali) più crudeli per le esecuzioni dei condannati a morte, la Garrotta, considerata anche come strumento di tortura.

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Volo di aereo di carta di giornalePerché questa poesia? Perché considero Federico Garcia Lorca uno dei maggiori poeti, se non il maggiore, del secolo scorso, ma anche perché un affetto del tutto particolare mi lega proprio a questa poesia. Ero poco più di un ragazzo quando l’ho sentita recitare per televisione da Arnoldo Foà. Allora si recitavano ancora poesie, anche se raramente, per televisione. Ricordo la voce sofferta di Ungaretti dare anima, corpo e dolore alle sue rime. Ma quella sera è stato amore subito. Vorrei dire che quella è stata le sera in cui mi sono innamorato della poesia.
Una sera a teatro ho avuto la fortuna di assistere ad un’opera molto affascinante di Lindsay Kemp (credo fosse, se la memoria non mi inganna, Cruel Garden) dove il coreografo, attore, ballerino, mimo e regista britannico mostrava di aver compresi completamente il mondo e la poetica di Lorca. E’ stata una di quelle emozioni che non si possono scordare.
Solitamente non amo aggiungere commenti alle opere degli altri, ne note biografiche, confidando nella curiosità di chi legge, ma qualche facile collegamento a volte lo aggiungo, per i più pigri, sperando di dare un minimo di servizio. Noterete come il testo riportato e quello letto differiscono più che leggermente ma ho voluto lasciare le due versioni della stessa breve poesia. La versione riportata circola in rete. Quella letta è più rispettosa del testo originale, come presente in Lorca poesie, edito da Guanda nella collana Fenice nel 1962.
Ho perso un mio disegno di cipria ispirato a questo autore e me ne rammarico.

Federico Garcia Lorca: Cassida del pianto

Ho chiuso la mia finestra
perché non voglio udire il pianto,
ma dietro i grigi muri
altro non s’ode che il pianto.

Vi sono pochissimi angeli che cantano,
pochissimi cani che abbaiano;
mille violini entrano nella palma della mia mano.

Ma il pianto è un cane immenso,
il pianto è un angelo immenso,
il pianto è un violino immenso,
le lacrime imbavagliano il vento.
e altro non s’ode che il pianto.


Cassida del Pianto alla chitarra: Mario Gangi

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