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Posts Tagged ‘fenomeni’

tazzina di caffèPortate pazienza che poi scoprirete di aver usato il vostro tempo per niente. Vi ho mai parlato di Follo? Nemmeno da noi mancano, naturalmente, personaggi singolari, fuori dal comune, veri campioni e ineguagliabili millantatori. Follo non era certo da meno. Naturalmente Follo non era il suo vero nome. Ormai nessuno se ne va più in giro senza nascondere la vergogna del proprio nome. Per raccontarne la storia ci vorrebbe non un romanzo ma un tomo ampio come tutta l’enciclopedia russa. Solo per spiegare l’origine di quel Follo avremmo bisogno di giorni e notti che non abbiamo. C’è chi sostiene che vada scritto con una elle e chi assicura che gli è stato sottratta una i. E chi ancora giura che gli hanno rubato una erre. Dobbiamo accontentarci di prenderlo così anche perché alla storia avrebbe poco da aggiungere.
Quando era nato gli avevano messo il nome di … beh! non potrete andare a dire di averlo saputo da me o da qualsiasi intercettazione. E poi tutto in lui ha odore di leggenda. Fin dall’inizio, ma non possiamo che andare per grandi linee e ricordare solo pochi tratti essenziali. Il nome era quello della madre ma durò non più di un paio d’ore. Fu tragicamente storpiato da un errore al momento dell’iscrizione all’ufficio anagrafe. Poi dalla trascrizione sullo stato famiglia. Poi cambiò perché la brava donna trovò un gonzo che riconobbe il pargolo. Fu chiamato anche figliodibuonadonna. In seguito subì un’altra serie di catastrofiche mutazioni per adattarlo al dialetto. In rapida successione fu alterato dalla tacita legge che regola i consueti diminutivi e vezzeggiativi. Di nome in nome ci fu anche un periodo in cui il nostro ebbe dei seri problemi di identità perché persino lui rischiava di firmarsi con un nome scaduto. Alla fine, non ci dilunghiamo oltre, diventò solo Follo, e poi Follo & co., ma a questo arriveremo. Fu per la conquista di una sorta di onorificenza sul campo, tanto meritata quanto improvvisa e inaspettata: la notorietà.
Ma già prima Follo era il re della testimonianza. Cardine delle difese più inattaccabili. Certezza delle assoluzioni meno probabili. Il passepartout giudiziario. Non è la celebrità a fare il vero uomo. E aveva innalzato l’arte dell’alibi a vette inarrivabili, siderali. Riusciva a dimostrare la sua presenza fino a diciassette posti diversi contemporaneamente. E sempre a beneficio dell’accusato, anche se reo confesso. E in ognuno spaccava il secondo. Questo gli aveva attirato gli strali della corporazione degli orologiai. E una lunga sequela giornaliera di denunce. Ma non si fermava a questo. Se solo non poteva dimostrare l’innocenza dell’indiziato attraverso testimonianza diretta e in loco la sua attenta analisi degli elementi trovava sempre, nelle pieghe delle cose, la verifica delle conclusioni a cui qualsiasi mente fine sarebbe arrivata e a cui era già giunta la difesa. La prova provata del vero svolgimento degli eventi quasi sempre faziosamente ignorata dall’accusa. Un suo famoso motto recitava che “bisogna seguire tutte le piste, anche le più piccole, e, se serve, anche di più. Poi è tutto là, basta volerlo vedere”. In privato sottovoce aggiungeva che “se non sono vere basta lo sappiano apparire o siano attendibili; oggi”.
A volte riusciva a sostenere tesi che potevano apparire assurde, ma in un mondo di creduloni sapeva che anche il paradosso può essere servito su d’un piatto di porcellana e sbocconcellato con un buon vino bianco fresco. Così asseriva lui anche se non s’è mai capito altro che sonava bene. E poi esiste veramente qualcosa di incredibile quando c’è la fede? E lui aveva fatto dell’arte dello scagionare la persona una vera religione. Anche se il suo officio era ben più d’un confessionale.
Le sue testimonianze non avevano prezzo, ma lui teneva a cuore la sorte, e le condizioni economiche, del cliente. Come detto non lo faceva solo per vile interesse, la sua era una questione di principio. Di giusta causa. Una lotta contro tutto e tutti, soprattutto contro la logica facile e sussiegosa. E la imperante politica del sospetto. Non si arrendeva mai proprio perché per lui non c’era ragione bastante. E una persona era comunque innocente anche quando era stata provata la sua colpevolezza. Naturalmente purché sua cliente. Insisteva che nessuno può leggere il disegno divino e non scendeva a precisare altro. Perché era ormai di pubblico dominio che le persone che si rivolgevano a lui non potevano essere colpevoli poiché c’era una verità comune e la verità di Follo, detta anche verità supplente. Ci sarebbe una intera filosofia da esporre per erudire sulla verità supplente ma le tecniche di difesa devono mantenere un loro margine residuale di segreto e di seduzione. Qui dobbiamo attenerci ai fatti nudi e crudi e per quelli nudi basta ricordare che, come accennato, Follo divenne veramente Follo solo in seguito alla notorietà, dopo il noto fatto di sangue passato alle cronache come “Il venerdì al sangue”. Certo grazie anche alle inchieste sull’atto delittuoso della tivù locale TeleMorbo702 e la Gazzetta del Pavese quale fu lo sterminio della famiglia Vani. Il marito e il suocero e i sette figli erano stati ammazzati nottetempo mediante taglio della gola con i coltelli da cucina che erano stati ritrovati insanguinati sul tavolo della stessa cucina. Dell’omicidio, definito scorrettamente sterminio, fu accusata la moglie dell’uomo, se non ricordo male di nome faceva Elena Nottetempo, che era stata trovata sulla scena, cioè in casa.
Per quel nome di donna furono fatte le più strampalate congetture. Nonostante la gentilezza e generosità della povera signora per quell’ora Follo non poteva che confermare di trovarsi all’estero per un corso del mossad come aveva dichiarato in altro processo, questo per calunnia e dalla parte del calunniatore. Non sapeva darsi pace per quello. Allora si mise di buzzo buono a studiarsi tutte le prove e i risultati dei vari Ris; e persino quelli di CSI Belvedere-Piazza Dante. Si riguardò tutta la serie del tenente Colombo e altro materiale utile a quell’indagine. Alla fine era arrivato a quella verità che nessuno aveva voluto vedere per la solita ottusa cecità. Certo sopravviveva e resisteva di quella logica ancora uno sparuto gruppo, invero di giorno in giorno meno numeroso, di fanatici. Frollo non se ne curava: erano gli ormai noti soliti comunisti. Ricordo che si era allora appena all’inizio della scoperta che il comunismo era una malattia virale che si poteva trasmettere anche solo attraverso la saliva del parlare, ovvero per via aerea. E nemmeno era iniziata la grande crisi dell’agricoltura che passò alla storia come l’estate della peronospora assassina, che colpì indifferentemente le nostre viti e patate, pertanto non si conosceva la pericolosità e l’origine delle larve comuniste. Sembra la preistoria ma non è passato che qualche anno. Diciamo che eravamo in pieno medioevo delle indagini giudiziarie; la famosa epoca di mezzo.
C’è da aggiungere che dopo le inchieste sulla situazione del nostro servizio di Opg, ovvero il degrado in cui si trovava l’intera struttura degli ospedali psichiatrici giudiziari, nessun addetto ai lavori né avvocato degno di tale nome avrebbe più potuto invocare per il proprio difeso, rischio la condanna a vita, l’infermità di mente. Che poi, sosteneva lui, l’infermità ha senso relativamente al momento e ha sempre una sua scadenza. Chi non ha, di questi tempi, momenti in cui c’è e non c’è? E’ umanamente impossibile una stabilità eterna. Anche per questioni di stress, genetiche e di consumo. La mente, come il fisico, è come una macchina e come una macchina è soggetta a bizzarre quanto imprevedibili avarie. Vi è mai capitato che all’arrivo del meccanico quella riprenda istantaneamente a funzionare? Pensate anche alla televisione. Pertanto non restavano all’avvocato vie di mezzo, o l’assoluzione o l’assoluzione; o l’espatrio. Ma Frollo era in grado di presentare un numero esponenziale all’infinito di attestazioni, comprese quelle legate alla propria esperienza diretta.
Anche se la donna onesta, ancor bella per la sua età e quello che aveva dovuto subite, non aveva millantato nessun parentela importante di stato estero, e proprio per questo, quella era divenuta per il nostro una battaglia di civiltà in cui impegnarsi anima e corpo. Magari anima e corpo proprio no! visto che il Follo come unico difetto aveva sempre avuto quello di essere credente solo in pubblico, ma con tutte le forze questo sì. E allo stesso modo con tutto il corpo. L’uomo sembrava possedere grandi energie ed era lodato non solo per le sue capacità come legale. Dopo aver conosciuto, e come, l’accusata Follo aveva allora appena iniziato a progettare la sua famosa strategia della “testimonianza anticipata”. Fu così in grado di tranquillizzare fin da subito la signora. Si trattava di sostenere inconfutabilmente che essendo stato presente dopo e a lungo era equivalente all’essere presente prima e al momento. Solo una mente fina come la sua poteva raggiungere una vetta di tanto sottile e arguta argomentazione. E’ di poco successiva la sua conclusione che il tempo è tempo, ed inesorabile, solo se decidiamo di lasciarlo trascorrere, ma diversamente si può leggere come una sorta di fermo immagine dove tutto resta immobile come al momento del fatto. Non sono certo di aver compreso appieno una deduzione tanto raffinata, né di avere le capacità di saperla delucidare. Dobbiamo ammettere che davanti ai termini tecnici non possiamo che toglierci tanto di cappello e accettarli in quanto tali.
Ma Follo sapeva fin dal primo sguardo alle carte e dentro il reggiseno della donna di essere dinnanzi ad un vero e proprio fumus persecutionis, formula che fu coniata proprio apposta in quel caso. E portò talmente tante prove a discarico e a sostegno della sua ricostruzione che gli furono passate per buone anche le più dubbie per sfinimento. Faremo cenno solo ad alcune delle stesse. Argomentò come l’amore incondizionato dell’imputata per le persone, compreso il figlio maggiore talmente antipatico da sempre da schifare persino lo specchio, ne facessero un raro esempio di virtù. Come quella virtù, cioè il suo amore per gli altri, fosse universalmente apprezzato. E come la donna fosse sempre la prima nelle opere di carità anche se non sempre generosa durante le questue. Ma quest’ultima affermazione era tutta da dimostrare perché quando era stata la presidentessa dell’Opera Aiuto Madri Disoneste era riuscita a riempire la cassa della onlus come mai era stato. Se poi, una notte, la cassa fu trovata scassata e inaridita, cioè vuota, ci sembra fatto non rilevante e certamente non imputabile all’emerita presidentessa. Ma la forza delle argomentazioni prodotte sul caso specifico era ben altra.
Nel momento preciso delle morti, che si sospettano autoinferte, come dimostrato con estrema precisione dall’esperto di parte, proprio in quei tredici minuti che era durato il dramma, più il tempo del tragitto, l’innocente donna si era assentata per recarsi da don Giuseppe Calamità. Certo non si spiegava come chi era morto per primo avesse trovato poi la forza per sferrare l’ultimo colpo, ma nemmeno le ciambelle risultano tutte col buco uguale e c’è sempre un margine approssimativo ad ogni verità, non per questo quella verità smette di essere la verità. Lo stesso don Giuseppe Calamità non poteva negare la presenza della donna presso la sacrestia della sua piccola pieve. La faziosità del giudice provò a ipotizzare che il povero prete fosse per più ragioni ricattabile ma non riuscì a provare la sua fantasiosa tesi. Falso risultava essere che tra i due potesse verificarsi una relazione in quanto detto don Giuseppe, che risultava parroco padre confessore della stessa, mostrava particolare ed evidente debolezza per quelle più giovani, per dirla tutta anche per i chierichetti, praticava lo yoga e, a tagliare la testa al toro, si fa per dire, risultava essere l’unico uomo ad avere le sue cose. Quella di Elena era, e non poteva essere diversamente, una semplice visita di cortesia confermata dal fatto che l’uomo, che eccezionalmente le aveva ventisette giorni al mese, fosse a quell’ora indisposto. Con un gesto teatrale a sorpresa fu esibita in tribunale, da parte dell’avvocato Follo, la prova insanguinata. Questo faceva sì che venisse a mancare clamorosamente anche il benché minimo movente.
Inoltre la donna, accusata ingiustamente, non poteva avere un beneficio economico da quelle morti in quanto aveva anticipatamente provveduto, con piccoli e accurati risparmi, a prepararsi un futuro di benessere se non di più. Nel suo conto risultavano circa ventisette milioni di euro tra risparmi sulla spesa alimentare e sul vestire, detratte naturalmente le spese legali, ché si era privata di tutto il superfluo. Non possedeva nessuna indole vendicativa e aveva già perdonato ogni tradimento e maltrattamento confermato da quanto asserito in precedenza sulla natura amorevole della moglie e mamma verso tutta l’umanità vivente. Ed era anche una convinta credente, da sfiorare il bigottismo, e vera federalista e pacifista, non come quelli che ancor oggi parlano di pace e seminano l’odio. Ripetiamo come lei seminasse, e ampiamente, l’amore.
Quei coltelli li aveva toccati solo per riporli, ecco il perché delle impronte digitali riscontrate, in quanto soffriva di una grave forma di allergia, talmente sofisticata che nemmeno i più accurati esami con tutta la scienza moderna potevano riscontrare, ai lavori domestici e aveva le unghie smaltate e fragili ed aveva una forma maniacale per l’ordine. Mai avrebbe sopportato di veder lasciare quei coltelli fuori dal loro posto e addirittura addosso ai suoi cari. Se non bastasse mani e arti, nati per dare serenità e amore, non erano adatti a sforzi violenti, pertanto non poteva aver inferto tagli di cotanta decisa e criminale ferocia. Ancora i coltelli erano stati comprati da un cinese poi rimpatriato poiché si trattava di un immigrato clandestino erroneamente regolarizzato. La donna portava le lenti a contatto e i movimenti rapidi avrebbero rischiato di fargliele cadere, nel quel caso sarebbero state facilmente trovate nel luogo del crimine. Al momento portava tacchi a spillo che le avrebbero impedito di fare tutto in quel breve tempo, e ricordiamo che la scena che si era presentata ai carabinieri immediatamente accorsi sul posto appariva come quella di una vera e propria carneficina.
Ribadiamo come la sua crociata per la verità fosse scevra da qualsiasi interesse di convenienza e plebeo, ancor più in questo caso preso in esame. Inoltre quando lui presentò la parcella anche lei presentò la sua e quella della donna era molto più elevata. Non gli fu difficile però concordare con la signora Nottetempo, che nel frattempo da solo Elena era diventata zuccherino, anche se in preda alla delusione, come aveva confidato soltanto ai suoi più intimi, perché aveva pensato si trattasse solo di vera passione. Qualcuno sostiene che fu l’ultimo sentimento ed emozione che macchiò la reputazione del nostro. A farla breve alla fine, con sorpresa di tutti e degli organi di informazione, la donna fu dichiarata innocente per insufficienza di prove. E persino il giudice si complimentò con lei baciandola calorosamente. Ma questo fu solo il primo dei casi più famosi ed eclatanti che raggiunsero la gloria e la notorietà nazionale che videro come protagonista il nostro eroe. Ora scusate ma vi devo lasciare, ci sentiamo in un altro momento, ché mia moglie chiama che è pronta la cena.

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