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Posts Tagged ‘feste’

linguacciaMa come ho fatto ad esserne così cretino? A dirlo? A convincermene? I giorni non sono tutti uguali. Nemmeno in una situazione come questa. E c’è poco da dire: non ci si abitua mai. Per quanto vuoti ci sono momenti che lo sono di più. Che la noia, il nulla, sfiora la disperazione. Ti ritrovi a parlare da solo. Come un pazzo. Come un cretino. Abbassi la voce. Lo sai che lei non ti può rispondere. Le domeniche sono scadenze dolorose. Ti fanno paura fin dal venerdì. Poi arrivano, perché quelle arrivano comunque, le grandi feste. Come questa. Ho provato a starmene in casa. Non c’è stato verso. La televisione sembra trasmettere solo per farti rimpiangere. Non so che farmene dei suoi auguri. A dire il vero poi i cartoni non mi sono mai piaciuti. E sono tutti programmi che sembrano aspettare qualcosa, e quel qualcosa stavolta non ha appuntamento con me. In giro non c’è un cane. Ma perché un cane dovrebbe andare in giro in una notte simile? Con un tempo simile? All’inferno il Natale.
Quante volte ho maledetto quelle cene. Ogni anno puntuali come il mutuo. Dalla mamma di Susanna. Menù fisso di anno in anno. Il dubbio che il pesce sia quello avanzato dall’anno prima. Di comprarlo si prende cura Guido. Io devo portare vini e spumanti. E il panettone. Non ho ancora capito di cosa si occupa Luigi; oltre che a portare il suo grosso culo. E l’amante in voga. Una peggio dell’altra. Ogni anno a tirare tardi. Coi soliti convenevoli. Coi soliti regali; faticati. Non sai mai cosa prendergli. Con la paura di averglielo già fatto. I bambini impazienti. Ma quest’anno Susanna ci sarà andata con Gualtiero. Non posso dirle niente. Ho sbagliato e pago. E’ stata colpa mia. Ma è stato solo un attimo. Non credevo. Mai avrei creduto di poter rimpiangere persino il cenone. Mi manca tutto da quando se n’è andata. E’ giusto così. Così va la vita. Tira un vento freddo, che taglia la pelle. Aria di neve.
Vago senza meta. Prendo per via Stalingrado. E’ così che la incontro alla fermata del tram. L’impressione è che non sia lì per aspettarlo. Che non abbia nessun appuntamento. Che come me non abbia dove andare. Non c’è nessuno ad aspettarmi; saranno già a tavola, ormai. Non ha nessuno che la aspetta. Guarda in fondo alla strada e di sottecchi controlla i miei gesti. Con un poco di sospetto. Io sono solo, stasera più che mai. Lei è altrettanto sola. Incasso la testa nelle spalle. Le mani nel fondo delle tasche. Ho freddo ma è un freddo che ti prende tutto. Che parte da dentro. Uno strano freddo. Lei non ha meno freddo di me. Mi chiede una sigaretta. Frugo in tasca prima di trovarle. Accendo per prima la sua, naturalmente. E’ così che ci troviamo a parlare. Entrambi con poche cose da dire. Con un imbarazzo che fatica a sciogliersi. Naturalmente tutte le finestre sono illuminate. E da ogni finestra esce un suono di televisioni. Lo stesso suono. E qualche risata.
Naturalmente il suo italiano è molto approssimativo. Fatico a capire e riporto quello che ho capito. Forse magari sbagliando qualcosa. I suoi occhi sfuggono i miei. Naturalmente parla con il tu. Quelle poche bastano. A un nome che non imparerei mai a pronunciare. Tanto meno a ricordare. Le stringo la mano. E’ così che le nostre desolazioni si trovano davanti ad un caffè. Per ripararci dal freddo. Per cercare di nasconderci alle nostre desolazioni. Il barista non è per niente allegro ma ci permette di fumare dentro. Le chiedo se ha fame. Se ha mangiato. Forse la domanda è stupida. A quell’ora, in una serata simile, non si può essere in strada ed avere già cenato; credo. Mi spiega che ama suo marito. Che le si è chiuso lo stomaco. Dice che sono un uomo gentile. Magari dopo. Vuole parlare ancora un po’. Forse conoscerci. Ancora diffida un poco di me. In realtà nemmeno io ho molta voglia di mettermi a tavola. Non so più che dirle. Non mi sento abbastanza male per dimenticarmi della mia malinconia. Per liberarmi dei rimpianti. Riesco solo a trattenere le lacrime. Quella donna è più brava di me. E non è che un’estranea. Mi spiega che sono ormai cinque anni. Che a volte è stanca. Ogni tanto si lascia scappane un piccolo sospetto di sorriso. Parliamo quasi come due amici.
Mi mancano i miei figli. E mio marito, naturalmente”.
Perché non sei con loro”?
La mia nonnina domani sarebbe sola”.
Dove sono”?
Li ho lasciati a Kuressaare, Beh! non proprio, ma lì vicino. E i tuoi”?
Preferisco mentire. Non voglio doverle dare altre spiegazioni. Mi sembra tutto già abbastanza amaro: “A Caltanissetta. Anche loro in provincia. E domani anch’io devo lavorare”.
Anche tu emigrante”.
No! azienda dell’energia elettrica”.
Le do la scatolina con la spilla. L’avevo presa prima. Una sorpresa. L’avevo messa in tasca senza pensarci. O forse a pensarci. Con una speranza che non voleva morire. Ora so che è proprio finita. Lei mi guarda sorpresa. Qualcosa che va oltre. Sembra non abbia mai ricevuto un regalo. Certo non da uno appena incontrato. O che almeno sia passato tanto tempo da non ricordare l’ultimo. Mi dice che non può accettare. Perché? Che la sto mettendo in imbarazzo. Che non mi dovevo permettere. Che è troppo. Che non se lo poteva aspettare. Che se avesse saputo mi avrebbe detto no. Che nemmeno mi avrebbe parlato. Mi ripete che non può prenderlo. Che proprio non può. Che non dovrebbe. La sua aria è ancora più mesta. Con un che di rassegnato. Mi dice se sono così gentile. Che ha freddo anche alle mani. Che se sono ancora d’accordo per quella cena è certa di potersi fidare. Mi chiedo se riusciremo a trovare un tavolo libero. Un posto aperto.

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Paura coi botti

No! non è vera e proprio paura, forse solo un po’ di timore. Sono la cosa più vecchia della casa. Non vorrei, anche per distrazione, trovarmi, il primo minuto di un anno nuovo, che non possiamo sapere cosa ci porterà, ad essere io la cosa “defenestrata”. Al limite, dal secondo piano non dovrei subire troppi danni. Nell’eventualità spero che qualcuno, il mattino, mi raccolga.

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