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Qui il 24 novembre 217 si è tenuto il Nazra Palestine short film festival
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era il

Mesahal Cultural Center – Gaza City

e sembrava un posto normale dove potersi sentire normali.

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Questo è ciò che ne resta dopo i bombardamenti israeliani:

Mi mancano altre parole, semplicemente mi sanguina il cuore.
da Auschwitz di Francesco Guccini

…Ancora tuona il cannone, ancora non è contenta
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento
e ancora ci porta il vento…

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Cerchiamo la poesia delle immagini “sulla” e “dalla” Palestina:
Partecipa e invita a partecipare:

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Clicca sull’immagine e su questo link: NAZRA – open call

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La paura dei venditori immigrati abusiviUna volta eravamo noi a fare gli emigranti. Oggi siamo tornati noi a farlo, anzi sono i nostri figli. Ma oggi la miseria spinge oltre le nostre porte i popoli degli sbandati. Li spinge la fame e la miseria. Li spinge le guerre. Li spinge quel dolore che non risparmiava nemmeno quei nostri nonni. Altrove ho inserito una canzone che parlava delle morti bianche al festival di Sanremo. Ha destato sorpresa che un tale argomento avesse trovato patria a quel festival considerato da sempre luogo di disimpegno. Eppure ci sono sempre state delle rare eccezioni. Forse ha poco senso parlarne anche perché spesso il tema è stato trattato in modo edulcorato per non far apparire troppo drammatica una condizione che drammatica non poteva che esserlo. Facciamo un gioco. Vediamo com’è stato trattato al festival con una famosa canzone che fece molto successo: Che sarà [qui interpretata nel 1971 da Josè Feliciano (Che Sera (Que Sera))]Paese mio che stai sulla collina
disteso come un vecchio addormentato
la noia l’abbandono
niente son la tua malattia
paese mio ti lascio e vado via
che sarà che sarà che sarà
che sarà della mia vita chi lo sa
so far tutto o forse niente
da domani si vedrà
e sarà sarà quel che sarà
amore mio ti bacio sulla bocca
che fu la fonte del mio primo amore
ti do l’appuntamento
come e quando non lo so
ma so soltanto che ritornerò
che sarà che sarà che sarà
che sarà della mia vita chi lo sa
con me porto la chitarra
e se la notte piangerò
una nenia di paese suonerò
Gli amici miei son quasi tutti via
e gli altri partiranno dopo me
peccato perché stavo bene in loro compagnia
ma tutto passa tutto se ne va
che sarà che sarà che sarà
che sarà della mia vita chi lo sa
so far tutto o forse niente
da domani si vedrà
e sarà sarà quel che sarà
che sarà che sarà che sarà
che sarà della mia vita chi lo sa
so far tutto o forse niente
da domani si vedrà
e sarà sarà quel che sarà
Che sarà sarà
Lo stesso tema era già stato toccato nel 1967 da Luigi Tenco, prima di spararsi, appunto con la sua Ciao amore ciao (che come già detto qui altro non era che la riproposizione di una suo vecchio pezzo con testo nuovo). In questo caso dobbiamo accettare di essere trasportati in youtube per poterla ascoltare.
La solita strada, bianca come il sale
il grano da crescere, i campi da arare.
Guardare ogni giorno
se piove o c’e’ il sole,
per saper se domani
si vive o si muore
e un bel giorno dire basta e andare via.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Andare via lontano
a cercare un altro mondo
dire addio al cortile,
andarsene sognando.
E poi mille strade grigie come il fumo
in un mondo di luci sentirsi nessuno.
Saltare cent’anni in un giorno solo,
dai carri dei campi
agli aerei nel cielo.
E non capirci niente e aver voglia di tornare da te.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Non saper fare niente in un mondo che sa tutto
e non avere un soldo nemmeno per tornare.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ecco invece come veniva trattato da un cantautore che faceva parte di quella musica cosiddetta popolare o impegnata o politica che poco spazio trovava tra i mezzi di informazione e le classifiche delle vendite. Qui il tema e trattato da Gualtiero Bertelli con la sua Emigrazione (o anche “La ballata dell’emigrazione”) di cui avevo già avuto modo di parlare qui e di cui sotto riporto il testo. Questa canzone invece non è proprio presente in youtube, forse dovrò pensarci, e allora loa possiamo ascoltare solo con il lettore residente.

Emigrazione:

Quel giorno che so’ andato al settentrione
l’hai maledetto tanto moglie mia
peggio però la disoccupazione
che dalla nostra terra non va via.

La svizzera ci accoglie a braccia chiuse
ci mette il pane duro dentro in bocca
tre anni l’ho inghiottito a ‘sto paese
tre anni carcerato alle baracche

Alla periferia in mezzo ai fossi
siamo 40 uomini e una radio
se vado in centro a fare quattro passi
le strade sono piene, piene d’odio

Lo sfruttamento è calcolato bene
ci carica a fatiche ogni minuto
è un orologio di gran precisione
la Svizzera cammina col nostro fiato

Sono tornato a maggio per il voto
falce e martello ho messo alle elezioni
noi comunisti abbiamo guadagnato
ma ha vinto la ruffiana dei padroni

Padroni sulla terra ci volete
per far fame e fatiche tante
ma verrà il giorno che la pagherete
e che non partirà più l’emigrante

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