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Posts Tagged ‘figli’

Mamma, povera mamma era rimasta sola, sola con me. Il babbo se n’era andato. Lei non ne vuole parlare. Non le piace farlo. Eppure tutto andava bene. Almeno fino a quando non è sparito, all’improvviso. Continuò a non sapere né dove né perché. E lei si sta smagrendo, povera mamma. Forse sono io a non essere fatto come tutti gli altri. E io non sono uno che crede alle chiacchiere. Ma ci sono cose che ti segnano dentro; per sempre. O almeno a me succede così. E così è successo. E’ da allora che non prendo più caffè. Al massimo un orzo. E che il pensiero mi torna. Mi tormenta. E mi mette in imbarazzo.
Noi si abitava ancora in quella casa al 23. Di soldi non ce n’erano molti. Cominciavamo a dover fare qualche piccolo sacrificio. Soprattutto mamma. Io a scuola cercavo di andare meglio che potevo. Insomma quelle cose di una famiglia normale. Che in questo caso non hanno nemmeno tanta importanza. Perché volevo parlare di quella mattina. Di quella precisa mattina. Di quel maledetto giorno. La signora Luciana era appena uscita. Per fare le spese. Non mi ricordò perché non fossi a scuola; maledetta quella volta. L’avevo sentita io uscire. Avevo sentito chiudersi la porta. Non ricordo nemmeno perché ci avessi fatto caso. Forse perché cominciavo a provare certe curiosità. E la signora Luciana era così diversa da mia madre che era, poveretta, così magra. E perciò il signor Ludovico doveva essere solo in casa. Forse era un sabato.
La signora Luciana e il marito stavano sullo stesso nostro pianerottolo. Se non lo spiego è difficile capire. Ecco perché sapevo tutte quelle cose. E il perché di quei rumori. E della mia attenzione per i rumori. Quei condomini, come tutti quelli di oggi, erano come alveari. E con i muri sottili come un foglio di quaderno. Si sente tutto e a volte anche troppo. Certamente in quel momento avevo lo stereo spento; altrimenti non si spiega. Dicevo che avevo sentito la signora Luciana uscire e subito dopo ho sentito uscire la mamma. Anche lei doveva aver sentito quello che avevo sentito io. Non erano passati che pochi minuti. Pensai che volesse raggiungere la signora Luciana. Che le volesse chiedere di prenderle qualcosa al mercato. Pensai a cose così. Sì! se mamma era a casa doveva essere sabato. Comunque non era di turno. E aveva suonato al campanello dei vicini. I campanelli sembrano tutti uguali. E poi quello lo sentivo bene perché la porta era proprio di fronte alla nostra: “Perché non viene a prendere un caffè”?
Lei è sempre stata gentile. E lui doveva avere accettato. E io forse ero ancora un ragazzino. Troppo ragazzino. In quell’età in cui alle cose ci devi sbattere il muso. Ricordo ancora perfettamente le sue parole. Il suo invito. Così cortese. Garbato. A bassa voce per non disturbare. Forse pensando stessi studiando. Forse perché mamma chiacchierava spesso e a lungo con la signora Luciana, ma non l’avevo mai vista parlare con lui più di qualche parola. Invece ho smesso il gioco per seguire i rumori dei passi. Ma i rumori di quei passi non portavano in cucina. Io la cucina ce l’avevo di là dal muro. Avevano percorso tutto il corridoio. Infatti la cucina era vuota. Come prevedevo. Andai fino in salotto e non ci trovai nessuno. E non avevo sentito borbottare la moka. Buttai un occhio anche in bagno anche se era una cosa stupida. Stavo per tornare nella mia cameretta. Avrei fatto meglio. Qualcosa non mi convinceva. In quella calma.
Non che sia solitamente un impiccione. Non so cosa avessi quella mattina. Non trovavo pace nel non trovare quelle risposte. Pensai che doveva essere uscita così com’era. Vestita da casa. In disordine. Vorrei saper prendermi più cura di mamma. Poi tornai a seguire silenzioso i rumori. Erano diversi e anche con una specie di risatina. La porta era chiusa. Per un attimo non riuscii a capire perché il caffè lo dovessero prendere in camera da letto. Allora avrei voluto gridarlo: “Mamma, perché”? e forse ho sbagliato a non farlo. Il fatto è anche che la curiosità mi ha spinto a sbirciare. Quel tarlo m’è rimasto in testa. Non prendo più caffè, solo qualche orzo. Bere caffè mi sembra volgare. E poi mi da ansia.

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varie2Fate che i pargoli vengano a me. Ora le storie sono storie anche per le loro orecchie. Qui non c’è nulla da nascondere. Tutto appartiene ad un Disegno Divino. Chi dovesse nutrire diffidenze e financo sospetti sarà soddisfatto. In questo capitolo la storia sarà divisa negli stessi capitoli con cui è stata tramandata. Qui non c’è nessun imbonitore né nessun illusionista. Tutto è più vero del vero. Qui si ricorda come un povero vecchio, più sordo di una campana, stesse per sopprimere il suo unico amato figlio. E come un angelo, forse lo stesso, gli fermò all’ultimo istante, giusto in tempo, la mano. Ma anche di come gli uomini odiassero gli uomini, cioè niente di nuovo. Parola di Dio.

20. Con Abimèlec il pasticcio l’aveva combinato quel vecchio pazzo. E Lui era venuto a saperlo per ultimo. Era riuscito a trattenere all’ultimo l’Ira divina. Trattenersi non era certo facile nemmeno per Lui; tuoni e fulmini. Abimèlec non aveva colpe, lui s’era invaghito della sorella di Abramo, non della moglie. Certo che, a guardarle, entrambe erano una bella donna. Non è poi un peccato così grave guardare. E anche lei aveva detto: «È mio fratello». Pareva lo facessero apposta, quei due. E non gli era sembrata contenta quando Lui aveva rimesso ordine. L’aveva guardato indispettita e come si guarda un impiccione. O almeno a Lui era sembrato così. Come aveva Abimèlec fatto a non fare se lo sarebbe chiesto per tutti i tempi dei tempi. Se lo chiedeva anche Lei. Non che potesse ritornare sui suoi passi, la parola di Dio resta la parola di Dio. Aveva rischiato di fare un bel pateracchio. Proprio una figura di… di… quella cosa. Abramo s’era scusato con il pretesto che era la sua sposa ma anche la sua sorellastra, anche se non sua sorella. Si sarebbe detto un bel paraculo dell’ultima ora. Si sarebbe detto che erano tempi in cui le famiglie erano strani tipi di famiglie. E la parentela era una grande comodità ma anche un grande pastrocchio. Avrebbe voluto dire caos, ma quella parola proprio non la sopportava. Certo che era un profeta, che la sapeva raccontare, ma a sentire non doveva sentirci molto bene e in quanto a coraggio ne aveva di più un coniglio, con tutte le scuse al coniglio.
21. E Dio non poteva ignorare che non tutto era come sembrava. Anche il vecchio aveva la sue colpe. Aveva combinato le sue marachelle. Certo, pensò Dio, qualsiasi cosa gli chieda, anche la più strampalato quello la fa. Sarà l’età. Non sapeva se era un bene o un male. Non aveva ancora deciso. Ma non poteva fingere di non sapere di Agar l’egiziana. Non poteva dar torto a Sara, anche se forse sarebbe stata l’ultima a poter protestare: «Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco». Sempre con quelle questioni di eredità. Così i figli si scannano con i figli. Ma per Abramo e per Dio anche quello era suo figlio. Un po’ di deserto non gli potrà fare certo male –pensò. Aveva dei progetti anche per quel figlio illegittimo. Ora la confusione era proprio completa. Per un brevissimo attimo perse la sua calma divina: “Fate un po’ di silenzio. Se ognuno vuole dire la sua ecco che finisce tutto nel caos, cioè in una baraonda; Dio ce ne scampi. Bisogna mettere un po’ d’ordine per non trovarci nella confusione più completa. Poi è chiaro che si salta di palo in frasca e magari ci si dimentica di cose importanti”.
22. Il resto lo disse a sé ma il suo pensiero rimbombava come il tuono: “E’ così che nascono gli equivoci. Uno dice una cosa, Uno dice un’altra, e poi… alla fine magari anche Una dice la sua. Stiamo parlando della parola di Dio. Questa è la parola di Dio. E la parola di Dio poi diventa la Scrittura Divina. Questo dice questo, Quello dice quello, Qualcuno dice e non si sa, e poi finisce come finisce. Della storia di Isacco ne avevo già parlato, vecchio scimunito, non ricordo bene ma mi sembrava di aver detto abbacchio, non Isacco. E Lui, Abramo, lo chiamò agnello, e forse gatta ci cosa, o non aveva tutte le rotelle al posto giusto. Che poi… qualcuno qui non me la racconta giusta. Va bene che Io sono onnisciente ma magari ero indaffarato, o mi è stato riferito solo dopo, insomma… Onestamente: o il vecchio non la racconta giusta oppure… in realtà nessuno dei fratellastri mi sembra che somigli al padre. Non che sia un esperto ma sembrano figli di altri padri”.
Era pur vero che Lui poteva essere in cielo, in terra e in ogni luogo, vero verissimo, e anche Lui, e Lui, caspita che casino, e anche allo stesso tempo, ma se badava ad una cosa non poteva badare ad un’altra. Lui era Dio non quella cosa che aveva tante teste, lì. E poi se Lui aveva mandato i pellegrini chi aveva mandato gli angeli, e chi era andato di persona? Lei disse e non disse, com’era suo solito: “Perché non prendere esempio dai greci. Loro coniugano l’amore in molte più forme”… Nemmeno la lasciò finire, non voleva sentir parlare ancora degli dei: “Non parlarmi di quelli, incivili e… superati. Dei veri zotici. Bell’esempio. E poi… e poi… quelli sono politeisti, barbari bestemmiatori e… e… senza fede”. Sì! alla fine era dovuto andarci anche Lui per sistemare le cose. Che notte quella notte. A rileggere questa Sacra storia non era sorpreso meno del comune lettore. Si raccapezzava poco che nulla. A parlare tutti, cioè tanti e altri no, non poteva finire che così. E ancora una volta dovette pensarci Lui, sempre a Lui toccava, a mandare un angelo a fermare la mano di quel vecchio pazzo che aveva scambiato il figlio per un agnello e l’olocausto, cioè il sacrificio, per una grigliata all’aperto. Ma Lei gliel’aveva detto: “Devi smetterla di mettere continuamente alla prova quel vecchio rimbambito”.
Avrebbe voluto non essere Lui a dover dare quella notizia al povero vecchio. Certo un po’ d’invidia Abramo doveva pur averla provata. Lui con quella moglie giovane e bella e aveva dovuto aspettare, e poi lui era diventato padre senza nemmeno accorgersene. Mentre dormiva come un ciocco. Come morto. Di quel figlio, Isacco, di cui non andava nemmeno tanto fiero. E aveva rischiato anche di perderlo. Mentre suo fratello, sia fatto la gloria del Signore, Nacor aveva avuto dalla moglie Milca otto figli, non staremo qui ad elencarne tutti i nomi. E Persino la sua concubina Reuma lo aveva reso padre quattro volte. E questi erano solo quelli denunciati. Che nome era poi Reuma? ma dove l’avevano scovato? Lui si chiedeva cosa avevano trovato da dire all’anagrafe, quella massa di impiccioni, di quei nomi. Sospettò che alla fine l’avesse vinta Lei. Doveva proprio ricordarsene, quando aveva un attimo libero, prima o dopo, che avrebbe dovuto creare anche la racchia e la bisbetica. Di quelle donne non se ne poteva proprio più.
A dirla tutta se l’era vista arrivare con la sigaretta in bocca. Ma come? Decise che avrebbe fatto mettere anche nelle confezioni: “il fumo nuoce gravemente alla salute”. Sperando fosse solo tabacco. Ma quella era l’ultima delle sue preoccupazioni. E poi non aveva ancora deciso come organizzare le sue orde di fans. Certo che il vizio dilagava molto più che le virtù. Avrebbe dovuto inventarsi una soluzione. Magari la divisione dei generi, una specie di divisione dei compiti, di divisione del lavoro. Magari le donne di qua e gli uomini di là. Qualcosa insomma. Certo qualcuno prima o dopo troverà la scusa che un piccolo popolo circondato da nemici aveva bisogno di figli per poi mandarli in guerra, bella scoperta, ed ecco come giustificare …tutte quelle nascite… e quei continui casini. E tutti quei morti, che i morti non sono mai un bel vedere. In realtà a Lui sembrava che in quei momenti a tutto pensassero tranne che alla guerra. Era quasi certo che il piacere non l’avesse inventato Lui. Subito si alzò un coro di “Nemmeno Io”. Poi alla guerra ci pensavano per tutto il resto del giorno. Non li aveva fatti certo buoni. Ma non aveva nemmeno creato l’industria bellica, se era per quello. Erano fin troppe le cose… Parola di Dio.

Per la foto si ringrazia la pagina Facebook di Enrico Mazzucato

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tazzina di caffèIl martedì per lei era un giorno normale. Un caffè di corsa. In silenzio, tutto al buio per non disturbarli, raccoglieva le cose che si erano messi il giorno prima e che trovava sparse per il pavimento nelle camere. Le metteva nel cestino della biancheria da lavare. Preparava la moka per Pino e i bambini e la lasciava sopra il gas. Preparava la tavola: tazze, zucchero, biscotti, marmellate; solite cose. Controllava che tutto fosse in ordine prima di uscire; finestre comprese. Non si sa mai cosa può fare il tempo quando si è fuori casa. Le restava giusto quel poco per controllare di essere in odine anche lei. Una lavatina, quel minimo di trucco, una pettinata, telefonino, borsetta, si infilava le scarpe e via; dopo aver dato un’ultima controllatina che tutto fosse in a posto. Le restavano giusti sette minuti per raggiungere la fermata dell’autobus e poi al lavoro.
Durante il viaggio aveva giusto il tempo per pensare se non si era scordata niente. Non era un lungo tragitto. Solitamente lo doveva fare in piedi. Sballottata. Sbirciava qualche titolo dai giornali che qualcuno leggeva. Se ne accorgeva spesso quando qualcuno la sbirciava. E allora aveva la tentazione di controllare se era in ordine. Il viaggio non era mai uguale. Spesso doveva fare attenzione. Si scostava per evitare contatti. Con qualcuno ormai si conosceva, solo come compagni di percorso. Magari qualche cenno di saluto. Appena accennato. Raramente c’erano volti che non aveva mai visto. O che credeva di non aver mai visto. A quell’ora si è sempre gli stessi. Poteva capitare che qualche volta, nella confusione, si sentisse qualche mano addosso. Ormai da qualcuno era abituata ad aspettarselo. Chi ha quel vizio tende a ripetersi. E lo vedeva avvicinarsi. Prendere posto con la scusa di mettersi comodo. Crearsi spazio. Mani più o meno leggere.
Qualche volta si sentiva in colpa, in colpa verso Pino, e se ne rammaricava. La città non è sempre gentile. Solitamente ne restava infastidita. Qualche volta lusingata. Come quella volta con… ma era così giovane. Ancora un ragazzo. Avrebbe potuto essere quasi suo figlio. Come l’aveva guardato lui se n’era vergognato. Era diventato un po’ rosso abbassando gli occhi. E l’aveva ritirata. A lei era dispiaciuto. Per lui. Ma poi la curva, uno scossone e lui era tornato ad allungare la mano. Forse il movimento del pullman aveva sbattuto lei addosso a lui. E lei, a quel punto, si era guardata bene dal rivolgergli ancora lo sguardo. Le sarebbe sembrato scortese e crudele, ed era così giovane. Le pareva un gesto di generosa benevolenza. Aveva lasciato che facesse finché non era dovuta scendere. Aveva avuto quasi l’istinto di chiedergli scusa. Ma era successo solo quella volta. Non l’aveva più visto. Certo che il viaggio le dava modo di pensare a ben strane cose. E il viaggio era sempre vario.
Ma non tutti i martedì sono uguali. Quel martedì, sarà stato perché il calendario diceva che era un martedì trenta, sarà stato perché le cose poi vanno come vogliono andare, ma quel martedì non voleva accettare di essere uguale. Nel trambusto aveva perso un bottone della camicetta; la gonna era tutta sgualcita, l’aria attraverso il finestrino l’aveva spettinata, era proprio un orrore. Però non erano queste le grosse novità, il fatto era che aveva scordato di mettere il pettine nella borsetta e, peggio, la calza si era smagliata. Per il bottone se ne diede un po’ la colpa, quella camicetta le stringeva un po’. Senza grande fatica si perdonò, anche perché non aveva troppo tempo per pensarci: doveva chiamare subito Pino altrimenti avrebbe fatto tardi. Lo svegli e lui era così irascibile quando veniva svegliato. Diventava proprio di cattivo umore, ma se non lo faceva, ogni santa mattina, lui non avrebbe sentito la sveglia e sarebbe arrivato in ritardo. Pensò al più grande che doveva fare compito di latino. Poi si sentì come se avesse contato lentamente tutti gli anni che aveva. Cominciavano a diventare grandi; quei figli. E lei i suoi anni li aveva anche se non li dimostrava, e li portava bene. Almeno a sentire gli altri. Certo che coi tacchi… si sfilò le scarpe sotto la scrivania.
Prese in mano la fattura della Edilcoop. Arianna arrivò solo allora. Se la sarebbe vista brutta quella ragazza se avesse continuato così. Anche la puntualità ha il suo valore. Soprattutto in un ufficio. Stava per prendere in mano il modulo precompilato per la riscossione di credito che le suonò il telefono. Era Marcello che la voleva vedere subito, e quando chiama il capoufficio bisogna correre. Non era una novità se non fosse stato martedì. Quell’uomo non era certo tra i più pazienti. Appoggiò lo stampato sulla scrivania, percorse il corridoio e bussò prima di entrare. A lei non dispiaceva quell’uomo sempre sicuro di sé e sempre elegante. Anche quella mattina ebbe modo di apprezzare quella grisaglia. Grigio antracite. E la cravatta. “Ti dispiacerebbe portarmi un caffè”? –anche questa non era una novità. Non che alla macchinetta fosse tra i più buoni. E ormai sapeva anche quanto lo volesse zuccherato. Ah! gli uomini; sono così… prevedibili. Essere gentile non le costava fatica. E poi ammirava quell’uomo ed era il suo capoufficio. Ma le sembrò subito che la sua bella voce, calda, avesse un tono diverso. Ci fece appena caso. Il bicchierino di plastica scottava.
Quando rientrò nell’ufficio lui la fece gentilmente accomodare. Si sistemò la gonna prima di sedersi. Sprofondò nella poltrona di pelle. Le capitava spesso che le volesse parlare, ma non che la facesse sedere per farlo. Solitamente aveva così tanto lavoro ed era sempre preso di fretta. Era imbarazzata per le calze. Se ne ricordò: aveva messo il reggiseno a balconcino. Lui aveva un sorriso diverso, più… cortese. Si prese il suo caffè e poi cominciò guardandola negli occhi: “Scusami. Inutile girarci attorno. Tra noi… sarò franco.” –non le piacque nulla quell’esordio; si mise in apprensione– “Sai i tempi che corrono. Voglio dire: come vanno le cose. La crisi e poi tutto il resto. Lo sai anche tu. Il lavoro è diminuito. I clienti si allontanano. Sempre meno. Nessuno vuole più spendere. Chi ce li ha se li tiene. Insomma è sempre più difficile”. Sì! lo sapeva. E in quel momento sapeva che non sarebbe stata una mattina come tutte le altre. Non avesse iniziato ad essere preoccupata sarebbe stata inquieta di vederlo così: titubante e insicuro. Con le parole che parevano costargli fatica. Così non lo conosceva; anche se lo conosceva ormai bene. Poteva anzi dire che tra loro ci fosse anche della confidenza. Sapeva che lui la apprezzava per il suo lavoro, ne era certa, e anche come donna. Era capitato che le chiedesse un parere. Se avesse potuto avrebbe provato a rendergli le cose più semplici, anche se anche quello faceva parte dei suoi compiti di manager.
Posò il bicchierino e lentamente tornò ad essere il lui che aveva imparato ad apprezzare: “Dov’eravamo rimasti? Ah sì! scusa. Ti dicevo. Anche se mi dispiace, proprio a te, ma non posso esimermi di… Insomma ci vediamo costretti a fare dei tagli al personale. Non vorrei ma… non c’è più lavoro per tutti. E… anche per i nuovi azionisti. Non subito, certo. Ma da fine mese dobbiamo rinunciare a te. Fai pure con comodo. Se hai delle ferie. Non so. Se ti posso in qualche modo aiutare. Chiedi pure. Cerca di capire la situazione. Anche la mia. Prova a metterti nei miei panni”. Si sentì morire. Come avrebbero fatto? Cosa avrebbe detto a Pino? Lui era così ansioso. Persino timoroso. E poi l’ufficio era diventato un po’ la sua vita. Si trovava bene lì. E con loro. E anche con lui andava d’accordo. Si rese conto che tutta la sua vita sarebbe cambiata. Si rese conto di non essere il tipo che ama le novità; i cambiamenti. Stupidamente pensò che doveva ricordarsi di prendere le cipolle per il sugo tornando a casa. Non sapeva se doveva rimanere o alzarsi. Sapeva di non potersene andare così, ma non era come le altre volte. Tornò a ricordarsi delle calze. E poi a chiedersi se aveva qualcosa che non andava.
In fondo la sua età comunque ce l’aveva. E aveva anche fatto due figli. Eppure molti sembravano non accorgersene. E anche lui. E lui aveva gusti raffinati. Anche se qualche volta strani, o almeno così sembravano a lei, e ripetitivi. Lui era un vero signore. E aveva quella bella macchina, che era anche comoda. E la villa al mare. Il successo guarda chi se lo merita. Lei si era ormai abituata a lui e lui aveva sempre la barba appena rasata. E quel buon odore di dopobarba. Che sapeva un po’ di cioccolata. Si accese una sigaretta, non capitava spesso che lo vedesse fumare: “Scusa se sono franco. Se sono diretto. Da quant’è che lavoriamo assieme? Noi due? Lo so che non sarà, che non potrà essere più lo stesso. Mi dispiacerebbe… Lo sai. Ti ho sempre apprezzata. Magari noi due, qualche volta, se ti va, possiamo anche continuare a vederci. E non è per questo che viene meno la mia stima nei tuoi confronti. Voglio dire: se ti va; naturalmente. Tu resti sempre una bella donna. E hai sempre un gran bel paio di tette”. –e si alzò in piedi. Per la prima volta ebbe un pensiero volgare di cui vergognarsi “Fanculo anche le cipolle”. Si inginocchiò davanti a lui perché sapeva come sarebbe andata a finire.

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tazzina di caffèLui non aveva avuto una figlia. Il destino non aveva voluto che lui godesse quella gioia. Poteva solo immaginarla o nemmeno quella. Certe cose mica si possono spiegare. Comunque era disposto a scommettere che sarebbe stato un buon padre. Gli sembrava di essere nato per quello. Non aveva mai voluto sapere. Si trovava solo e vecchio con quella specie di rimpianto. Si sentiva così inutile con questo pensiero che gli era doloroso. Lisa non aveva mai voluto che lo facesse. Scese pesante in ciabatte a portare le immondizie. Tornò per interrogarsi sulle proprie colpe. Ancora una volta non riuscì a assumerne nessuna. Ancora una volta accettò come ci fossero anche domande che non avevano risposte. Se l’uomo sapesse le cose, magari prima, non sarebbe uomo. E forse non era nemmeno la fortuna che può sembrare. Era una di quelle cose che una donna non può rimproverare al marito. Ormai, nel suo caso, una forma di martirio, come se l’avesse cercato. Trovò che tutto, in realtà, avesse un fondo di stupidità e che il resto fosse niente. Che la ragione non governa quasi mai le cose. Guardò l’ora. Telefonò a Lisa. Sapeva che sarebbe stata una delle solite telefonate laconiche, imbarazzate. Che non avrebbero trovato nulla da dirsi. Che si sarebbero limitati a chiedersi come va? Gli rispose la segreteria per comunicargli che il numero al momento non era raggiungibile. Accese la luce sperando che lei lo avrebbe richiamato quando avesse visto la sua chiamata. I piatti erano ancora là, da lavare.

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Rossaura in una foto BN quando era era bambinissimaAnima libera ovvero le difficoltà di un progetto; cioè: “Amenità”. Alcune riflessioni che ospito, forse impropriamente, qui e che diventano appunti di lavoro, pensieri espressi a voce alta, per un lavoro che non si è mai manifestato qui.

Anima libera è nato allora come un esercizio di scrittura a quattro mani. In verità è nato nell’ormai lontano 24 novembre 2010 semplicemente come post a sé stante. Ed è oggi faticosamente arrivato alla parte ventottesima. C’è forse una ventinovesima. Ma nessuna certezza che sappia andare oltre. Allora, dopo quel primo post, ci siamo fatti prendere dall’entusiasmo e decidemmo di proseguire e farne una sorta di saga. Non mi nascondevo le difficoltà legate allo scrivere con due teste e quattro mani. Con difficoltà ha proseguito la sua strada, o più opportunamente la sua tragica vicenda. L’idea era nata, dopo anche animate discussioni, per proseguire quell’inizio. Era un esercizio letterario, se così mi posso esprimere senza rischiare la presunzione, su di un personaggio letterario. Era cioè un esercizio di scrittura basato sulla libertà della fantasia. In secondo piano doveva apparire la testimonianza di quegli anni (circa sedici importanti anni, dal primo dopoguerra alle soglie del sessantotto). Naturalmente il tutto da un’ottica che rispettasse la sensibilità femminile. Da subito però si è creata difficoltà a causa di una forte identificazione con il personaggio. E una seconda perché spesso la cronaca “pubblica” balzava in primo piano e prendeva il proscenio. La tensione per rendere coerente il personaggio principale e narrante con tale identificazione gli ha spesso, quando non sempre, tolto la possibilità di agire in funzione di un racconto di fantasia, di finalizzare i suoi atti e le sue scelte. La bambina, poi ragazza, ha mostrato più i limiti che l’ansia di superare il copione che era stato scritto per lei. Per lei come persona di quegli anni e per lei come donna. Ha violato i suoi sogni. Poteva tutto e invece era costretta a vivere nelle vesti che le erano state imposte dalla realtà. In ogni cosa condivisa si deve cercare una strada mediana, questo lo so, se la scelta è mai stata di una strada mediana. Questa è anche la testimonianza di come è difficile condividere con altri anche le piccole cose quando la condivisione cerca di affondare realmente nella carne delle stesse persone. Siamo animali sociali che però vivono i loro rapporti con gli altri mantenendo una forte autonomia e senza voler giungere a un compromesso dialettico. Con questo non dico di trarmi fuori da questo vizio, di esserne immune; vivo anch’io immerso nella realtà e nelle problematiche come tutti. Debbo dire che amavo quel personaggio e quel lavoro e di non voler sollevare alcuna polemica né di liberarmi da responsabilità. Alle soglie del fatidico sessantasette, con un mondo in ebollizione, “la ragazza” fatica ad aver dubbi e ad elaborare una vera sensibilità, più o meno univoca, per ciò che si prepara; non riesce a percepire le cose. Una banale interferenza (come l’inserimento di un post completamente estraneo) non determina la crisi di tale impresa, ne è solo una testimonianza. Il limite è il tentativo di ricordare che si sostituisce alla voglia di immaginare e sognare. Io immaginavo una Anima libera a cui il quotidiano scoppia continuamente davanti agli occhi e che lei scopre con meraviglia. Aveva, in quel primo post, strumenti surreali di narrazione, se vogliamo volutamente iperbolici. Il risultato a seguire è stato diverso, non meno gradevole, spero, ma diverso; e me ne assumo la mia parte di responsabilità. Questo sembra quasi un addio ma non sono certo che siano queste le mie intenzioni. Il personaggi non soffre di schizofrenia, ma di un tradimento non voluto da parte di una coerenza testimoniale. Dove proprio la fantasia dovrebbe essere donna viene a mancare ed emerge una volontà di etica di una tramandazione personale. Non è mai esistita quella prima Anima e non poteva esistere, esiste troppo questa seconda e, ai miei occhi, non ha fascino. Non era e non doveva essere un quasi diario. Oggi è qualcosa di più e qualcosa di meno. Anima è così destinata a non cambiare nulla e a soccombere alla vita e alle prime difficoltà. E’ destinata a cercarsi e aspettarsi invano. Queste sono le mie apprensioni per il personaggio. Sembra banale ma chi scrive si innamora sempre dei propri personaggi, anche quando debbono comportarsi da personaggi negativi quali debbono essere. E non è questo comunque il caso. Non capisco perché Anima libera debba commettere gli stessi errori dei suoi autori. Lei è appunto un’Anima libera.

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Foto colori di ragazza annoiataLivia era una donna come le altre, come tutte. Ogni domenica mattina, e tutte le altre feste comandate, si recava a messa perché fin da piccola alla domenica si andava alla messa. A scuola era sempre andata così, senza infamia e senza lode. Crescendo si era sentita dire che era carina, ma non aveva un’opinione propria. In verità non si piaceva completamente. Avrebbe voluto essere un po’ più alta, magari riempire un poco di più il reggiseno. Nonostante tutto aveva avuto la sua vita normale e serena.
Si era sposata con Matteo perché era un ragazzo serio e un buon partito. Anche se era più vecchio e se il cuore le batteva per un compagno di classe: Efrem. Quando parlava con Efrem, non sapeva perché, ma provava quello strano scombussolamento in tutto il corpo che chiamano così. Perfino quando ne parlava, di Efrem, ma quei tempi erano scappati in fretta. Non si vive di sogni o di ricordi e lei non aveva molti ricordi da ricordare. E poi i doveri della casa l’avevano assorbita subito.
In realtà, come ogni donna che si rispetti, Matteo era stato il suo primo uomo. E non poteva dire che fosse stato bello, ma lui aveva mostrato comprensione e forse aveva messo troppa attesa ed era troppo nervosa. S’era sposata in bianco con ottantasei invitati perché la zia Adriana aveva avuto una colica la sera prima e i parenti di Torino erano riusciti a trovare la scusa buona. Così avevano trovato un appartamentino coccolo in affitto per stare assieme, non troppo distante dai suoi. Per arredarlo aveva lasciato fare a lui. Avevano deciso di avere il loro primo bambino per far contente le nonne. Lo avevano chiamato Antonio come il nonno e Giulio come l’altro nonno. Antongiulio era stato un bambino problematico fin da subito. Era nato con il cesareo, ma lei aveva pensato che era meglio perché rendeva ancora più importante il miracolo della vita.
Quando Matteo tornava a casa correva ad accoglierlo con un piccolo bacio, povero caro, come ogni moglie che si rispetti. Lui si accomodava nella poltrona e lei gli portava le ciabatte ed il telecomando. Dopo era tranquilla e poteva dedicarsi a finire di far cena; a lui piaceva mangiare bene e anche un buon bicchiere di vino. Spesso si addormentava stanco davanti a quella televisione mentre lei finiva di lavare i piatti. Cercava di fare piano per non svegliarlo perché lui era infastidito quando lo si svegliava. Avrebbe voluto essergli più vicina, ma non sapeva nulla di calcio.
Lui era buono con lei, lo aveva visto alterarsi solo quando parlava di politica. Anche di quella lei non capiva molto. Gli succedeva davanti al telegiornale e qualche volta quando avevano compagnia. Solo quella volta si era alterato con lei ed erano stati un paio di giorni senza parlarsi. Poi tutto era naturalmente passato. Però non le piaceva quando aveva quegli occhi lì.
Ricevevano raramente delle visite ed erano quasi tutti amici o colleghi del marito. Le conosceva poco quelle persone e si trovava in imbarazzo e non sapeva cosa dire. Perdipiù erano quasi sempre uomini. E se ne stavano in sala a fare i loro discorsi da uomini. Per fortuna aveva il suo rifugio: la cucina. Ed era diventata brava, spesso le facevano i complimenti, per il mangiare.
Non capiva perché lui, Matteo, a volte diventava ombroso, non le sembrava di aver commesso nulla e se ne rimaneva col dubbio. Forse era geloso e sapeva, lei, perché sempre stato così, che non c’è amore senza almeno un po’ di gelosia. Ma cosa poteva fare se scherzavano, come anche quel Tommaso? Lei non faceva certo nulla per incoraggiarli. Anzi spesso era spettinata, col suo grembiule e odorava del cibo. Gli uomini sono fatti così.
Nonostante questi piccoli contrattempi le loro vite scorrevano felici, anche se qualche volta lei aveva desiderato che il venerdì lui se ne scordasse; non ne avesse voglia. Il sabato lo lasciava riposare fino a tardi, come piaceva a lui. Andava al mercato e i nonni l’aiutavano tenendole Antongiulio; quella piccola peste. Lo tenevano giusto il tempo del mercato ma poi lo trovava spesso accaldato, col rischio che si prendesse un accidente. Loro si lagnavano, non per farle pesare la cosa, ma perché gli anziani son fatti così, comunque a lei un po’ pesava. Ma non si potevano permettere che restasse a casa.
La domenica lui aveva la partita e così lei poteva dedicarsi a mettere in ordine e fare la lavatrice, perché lui ci teneva all’ordine ma non era proprio quello che si può dire ordinato. E c’era tutto il resto da fare e da stirare perché lui si cambiava di camicia tutti i giorni e, col caldo, anche due volte. Ed era anche un vero esperto nel macchiarsi, come se non bastasse il piccolo.
Ma da quella sera si sentiva a disagio, in colpa. All’ora di uscire aveva telefonato alla madre per sistemare Antongiulio. Le aveva detto che doveva fermarsi un’altra ora in ufficio. Invece s’era presa quell’ora tutta per sé. Matteo aveva una riunione organizzativa o qualcosa del genere. Le aveva detto di nemmeno aspettarlo. L’ora si era allungata anche di più. Era andata a bighellonare e per negozi. Aveva trovato un ombretto che era un vero amore. Poi aveva incontrato Elvira e s’erano fermate a parlare. Elvira non piaceva ai suoi e nemmeno a Matteo, ma a lei non dispiaceva. Ci si trovava bene a chiacchierare e a prendere un caffè. Il tempo era proprio volato.
Si sentiva stupida ma sapeva di aver tradito il marito e la sua fiducia. Di aver approfittato della disponibilità dei suoi. Si ripeteva che non avrebbe dovuto farlo e che non l’avrebbe rifatto. Eppure le veniva una sorta di malinconia. E a pensarci il pensiero di quell’ora le procurava vergogna ma era un pensiero piacevole. Nonostante gli sforzi non riusciva a scacciarlo. E aveva ancora impresse negli occhi le scarpe che aveva visto con quel tacco altissimo e sottilissimo. Era una vita che non andava a vedere un bel film, uno di quei bei film d’amore.

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Immagine in grafica vettoriale di un biberon molotovCosì sparpagliati. Così confusi. Frettolosi e qualcosa di più. Flash. Non come tessere di un mosaico che non si incastravano. Più come frammenti autonomi. Questi erano i suoi ricordi. Ma quelli che più gli dolevano, ancor più di quelli dimenticati, erano quelli non vissuti. Come gli fossero rinfacciati. Non ci si può più liberare di un appuntamento mancato. Di un rimpianto. E nemmeno nel sonno riusciva a sottrarvisi.
Era giovane per fare solo il vedovo, ma non sapeva fare altro. E non si sentiva abbastanza giovane. Ci parlava con Agnese, la sera. Le confidava le sue ansie. Non lo avrebbe ammesso mai, nemmeno a sé. Uno come lui non poteva. Indugiava solo a rimproverarselo, di tanto in tanto. Quante ne avevano vissute assieme. E cercò di riprendere in quel libro. Dal punto preciso in cui s’era interrotto. Il terzo capoverso. Meglio a metà riga del terzo capoverso. E ritrovò quella stessa fatica. La fatica di sentirsi gli occhi gonfi. Di averli inumiditi di commozione. Vecchio stupido. Non sarebbe stato importante quello che stava leggendo.
Era un racconto sulla resistenza. Non una testimonianza. Solo un racconto. Uno stupido racconto. Scritto dopo. Solo per ricordare. Ma dov’era Brecht? Poco importava. Era lui ad essere cambiato. Era lui ad essersi fatto debole. La sua pelle fragile. Difficile articolare la parola, ma soffriva di romanticismo. E di nostalgia. E non riusciva a reagire. A dirselo non ci avrebbe creduto. Proprio lui.
Prima non era così. Una volta, si intende. Non aveva quel cuore tenero. Doveva essere l’età. Ma oggi partecipava ad ogni difficoltà degli altri. E tutta la sua storia non lo aiutava nulla. Nemmeno i suoi autori preferiti. Già! poco importa. Il racconto era Estate che mai dimenticheremo. Di Marcello Venturi. Avrebbe potuto essere un altro. Anche un racconto d’amore. Cosa aveva ridotto così la sua carne? No! non era mai stato cattivo. Non era mai stato veramente cattivo. Ma non aveva nemmeno mai conosciuto la facilità di quelle lacrime. Era solo uno stupido vecchio. Onestamente la cosa gli faceva girare le balle. E fa male guardare sé stesso riflesso in quello specchio.
E non era ancora abbastanza vecchio. Si sistemò nella poltrona. Lo infastidiva il gesto ripetuto. In quello stesso ordine, quasi ossessivo. Vi si rifletteva. Le cose entrano dentro anche quando non si vorrebbe. Erano diventati naturali, quei gesti, automatici. Erano i suoi gesti. Come abitudini. Inchiavardate. Come se ci fosse un unico percorso. Un unico assetto. Come ebetudini. Proprio come gesti scaramantici. In quel momento: persino il suo passarsi la mano sui capelli. Toglierne il fastidio negli occhi. Quando ormai i pochi non lo potevano infastidire più di nulla. E quel frugare per l’approfondimento sul giornale. Alla ricerca del dopo della notizia di ieri. Molto lo infastidiva in quel preciso istante.
Claudio lo chiamò. Era un bravo figliolo suo figlio. “Non sei ancora pronto? Te n’eri scordato? Ma dove hai la testa”? Avercela. O a saperlo. Ma non era quello il caso. Quella sera non aveva voglia di andare all’Anpi. Sempre le stesse facce. Sempre le stesse parole. Alla fine le carte. Dovrebbero raccontarle i morti le cose. E lui nemmeno era nato. Tra quei morti ci aveva perso il padre. Una medaglia e una croce. Perché era stato anche fortunato. Ma perché pensarci? In fondo non lo aveva mai conosciuto, suo padre. Dovrebbero parlarne i morti. Ma loro non lo possono fare. E in fondo quei vivi, tutti, li avevano traditi. E continuavano a farlo. E ormai era troppo vecchio. Preferiva stare con i suoi ricordi. Era buono solo per commuoversi.

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