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Qui il 24 novembre 217 si è tenuto il Nazra Palestine short film festival
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era il

Mesahal Cultural Center – Gaza City

e sembrava un posto normale dove potersi sentire normali.

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Questo è ciò che ne resta dopo i bombardamenti israeliani:

Mi mancano altre parole, semplicemente mi sanguina il cuore.
da Auschwitz di Francesco Guccini

…Ancora tuona il cannone, ancora non è contenta
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento
e ancora ci porta il vento…

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Mercoledì dalle ore 17:00 alle ore 20:00
Casadelcinema Videoteca Pasinetti
Palazzo Mocenigo – San Stae 1990, 30125 Venezia

Nel quarantennale della nascita dell’associazione “Madres de Plaza de Mayo” (le madri dei trentamila desaparecidos che hanno lottato contro la dittatura argentina) le associazioni Assopace Palestina, Kabawil e Restiamo Umani con Vik vi invitano alla proiezione di “Todos son mis hijos”, un film di Ricardo Soto Uribe.

Presentano Luisa Morgantini e Renato Di Nicola.

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Cerchiamo la poesia delle immagini “sulla” e “dalla” Palestina:
Partecipa e invita a partecipare:

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Clicca sull’immagine e su questo link: NAZRA – open call

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Manifesti di Israele che non ti aspetti.A leggerlo sembra un documento risalente almeno a mezzo secolo fa. Basta andare alla data per accorgersi che non è così ed è una triste scoperta. La grande comunicazione di massa evita di parlare di queste cose. Più che un complotto, più che il tanto sbandierato complotto credo sia un “massaggio”. E’ più facile parlare, non parlare, stigmatizzare, inveire, denunciare, invidiare, raccontare delle puttane del nostro premier. Invece torno a parlare della Palestina con una testimonianza che non viene dalla stessa Palestina. Stavolta in modo diverso. Torno a postare un documento perché in questa guerra mediatica tra sordi spero che almeno le carte lascino un segno. Io sono di parte: dalla parte della libertà e degli oppressi, in questo caso naturalmente dalla parte del popolo palestinese. Non giustifico nessuna violenza ma capisco quella dettata dalla risposta davanti ai soprusi e in quella terra martoriata si sta perpetrando il più grande dei soprusi. Questa “lettera” però parla d’altro. Un altro piccolo indizio che smentisce la giustificazione adotta che la nascita di quella politica israeliana sia una risposta alla shoah o che stiamo parlando di una guerra per difendere dei confini e renderli sicuri. Non è in atto nessuna guerra ma una azione terroristica su vasta scala per lo sterminio di un popolo, e magari su questo ci troveremo più volte a tornare. Termino questa breve e forse inutile premessa tornando doverosamente a denunciare che la mia posizione sarà sempre ferma nel mio antisionismo ma non sarò mai antisemita. Ogni tentativo di mischiare e confondere i termini lo trovo volutamente strumentale.

Lettera aperta
Alle comunità, associazioni e organizzazioni popolari italiane per condannare la guerra genocida di aggressione scatenata da Israele contro i popoli fratelli di Libano e Palestina e per lanciare una piccola proposta di solidarietà
Care compagne/i, sorelle, fratelli, amiche e amici,
siamo le donne e gli uomini della cooperativa agricola “Nuevo Horizonte” situata nel Petén, a nord del Guatemala.
Ci permettiamo d’inviarvi questa lettera perché molte volte siamo venuti in Italia per realizzare iniziative in molte città e cittadine del vostro paese. Iniziative mirate a ricevere e dare appoggio perché i nostri popoli possano raggiungere un cambiamento sociale che permetta una vita degna per tutti, in cui la pace è una componente primaria.
Conoscendovi di persona, eravamo convinti che all’attacco dello Stato di Israele contro i popoli libanese e palestinese avreste subito reagito con una forte campagna di appoggio politico e solidale per quei due popoli.
Non è stato così e la cosa ci ha meravigliato molto, moltissimo.
Quello che non ci ha meravigliato affatto è lo sleale modo di agire dello Stato di Israele.
Noi, i popoli dell’America Latina, specialmente i Guatemaltechi, lo conosciamo molto bene: come nostro nemico, cioè come Stato che ha fortemente appoggiato le dittature latinoamericane colpevoli di genocidio contro i loro popoli.
In Guatemala lo Stato di Israele ha fornito ai dittatori di turno risorse umane e materiali: consulenti per interrogatori (torture), consulenti per la costruzione di un “polo di sviluppo” (campo di concentramento), armi di diverse tipologie. Tutto questo appoggio ha contribuito ad assassinare duecentomila bambine, bambini, donne e anziani (non guerriglieri) del nostro popolo.
Per caso il popolo del Guatemala ha confini territoriali con Israele, e minaccia la sua “sicurezza”? Ma lo Stato di Israele non ha perso questo atteggiamento criminale: sempre lo stesso ancora oggi; questa volta in Bolivia, per opporsi alle libere decisioni di questo popolo.
Avete abbastanza informazioni sulle quali riflettere.
La nostra proposta di solidarietà:
di fronte alla barbarie che colpisce in modo criminale i bambini palestinesi, siamo onorati di invitare tre bambini e un’accompagnatrice/accompagnatore nella nostra cooperativa per almeno un anno, perché si riprendano, conoscano e si educhino alla solidarietà tra i popoli. Che sappiano che siamo stati costretti a lottare per aver voluto ottenere lavoro, educazione, salute; cioè una vita degna, indipendentemente dalle differenze etniche o religiose.
La Giunta Direttiva della Cooperativa Agricola “Nuovo Orizzonte
23 agosto 2006

Il documento è tratto dalle pagine di:
Palestina: una terra cancellata dalle mappe – Dieci domande sul sionismo – Atti del convegno di Roma (28-29 novembre 2009) a cura del Forum Palestina – Rinascita edizioni – Roma.

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studio per una nuova locandina per la mostraSe c’è una precisazione che mi sento in obbligo di fare è sulla mia personale posizione in alcune vicende compreso il tema che riguarda le iniziative sulla Palestina. Faccio una preventiva premessa: in Facebook e altrove passo tutte le notizie di quell’universo variegato e complesso che è la sinistra italiana, quelle che condivido e anche quelle meno e su cui ho delle perplessità, senza nessun filtro né di opportunità né censorio. Credo di mantenere lo stesso atteggiamento nel caso Palestina. Considerato che nemmeno in Italia esiste alcuno che possa dire di rappresentare tutti gli italiani la cosa è anche più vera nella situazione di quella terra. Chi proponesse una iniziativa che riterrò utile troverà tutta la mia disponibilità e collaborazione. E d’altro canto se esistesse un’iniziativa capace di unire tutti i palestinesi credo che ogni persona saggia l’avrebbe fatta. Purtroppo non ho questa facoltà. Né quella di assumermi l’arroganza di elaborare una qualche secolare strategia.
Io guardo alla Palestina e ai Palestinesi nel completo rispetto del loro diritto all’autodeterminazione. Se da domani mattina la Resistenza davanti ad un paese militarizzato e invasore, ad una vera e propria pulizia etnica, dicevo che se da domani la Resistenza prenderà un’altra qualche forma o altre forme di reazione violenta alla violenza mi vedrà solidarizzare. Non potrò che comprendere come sia pressoché impossibile davanti alla forza opporre solo la sopportazione passiva. Il massimo a cui mi potrò spingere è chiedermi e chiedere se quella risposta aiuta la pace e il futuro della Palestina. Non mi è mai piaciuto mandare a farsi ammazzare gli altri. Però sta ai palestinesi la vera scelta. Da parte mia, nel mio “impegno” aggiungo che il contributo delle associazioni non può essere che in funzione alla loro utilità. Prima di tutto nel sensibilizzare nel proprio paese l’opinione pubblica, le persone ai problemi e alla storia di quella terra martoriata. Poi tutti quelli interventi possibili che possono essere richiesti. Fare da scudi umani costringe ad un necessario attivismo pacifista. E’ chiaro come il contributo di un attivista volontario sia diverso dalla resistenza di un palestinese in loco, anche per la questione delle mie personali possibilità. E non si può disconoscere l’utilità di quegli interventi coraggiosi fatti da tanti giovani.
Premesso ciò noi come gruppo (Restiamo umani, con Vik), sollecitati da Hope Association for Palestine Emergency, abbiamo intenzione di mettere in essere la mostra itinerante “Bambini di guerra” assieme a tutti quelli che si renderanno disponibili ad intraprendere questa avventura con noi. In realtà dovremmo intitolarla “Bambini senza pace” o “Bambini in cerca di pace”. Noi vorremmo infatti parlare di pace. La mostra sarà patrocinata dalla “Delegazione diplomatica palestinese”. Questo ha già mosso delle critiche e dei distinguo, una polemica. Ribadisco che noi la mostra la facciamo per quei bambini e che qualsiasi rappresentate di qualsiasi posizione espressa in Palestina o da palestinesi esuli vedrà domani lo stesso impegno. Ché credo che il non fare sia la cosa meno utile e più sbagliata. Mi sembra assurdo pensare che un’iniziativa come questa possa favorire una parte politica a scapito di un’altra. Nessuno si sente così importante e… fondamentale. Come la politica di Israele viene da lontano anche questa sete di pace e di giustizia, perché non può esistere una pace senza giustizia, viene da altrettanto lontano. E’ uno scontro tra quella barbarie e la civiltà. Tra l’arroganza e il diritto. Tra un invasore e un popolo e la sua terra. Tutto ciò premesso dovremmo parlare della mostra itinerante in sé. Della forma che sta prendendo la nostra inaugurazione di Venezia. Credo di aver usato per oggi fin troppe parole. Ci tornerò più tardi cioè più avanti. Vi lascio con un pensiero che don Nandino Capovilla di PaxChristi ci ha lasciato: “Grazie a tutte/i del nuovo gruppo! Ci sentiamo in piena sintonia con voi e da anni sosteniamo la causa palestinese con sensibilizzazione (film+libri+la newsletter e sito Bocchescucite, ecc.) e soprattutto continue esperienze di peacebuilding nei Territori Occupati (fra pochi giorni saremo ancora a raccogliere le olive a Ramallah, col team di Tutti a raccolta). Soprattutto GRAZIE per quello che farete per DIFFONDERE l’eredità preziosa del nostro Vittorio, con cui per anni abbiamo lavorato”. RESTIAMO UMANI.

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Argomento della mostra: “Post Traumatic Stress DISORDER – i bambini  disegnano la guerra” Mostra dei disegni di bambini palestinesi traumatizzati dal conflitto

Disegno di bambino palestineseMostra itinerante che sarà inaugurata contemporaneamente a Roma e a Venezia per poi passare in altre città italiane e nelle provincie, tra le quali Napoli, Sassari, Bari, Genova, Cagliari, Palermo ecc. (Il calendario da dicembre a marzo che si sta costruendo per tutta la penisola è affidato alla curatrice Mirnaloi Sammour).
Utenza a cui viene diretta: scuole elementari, medie e medie superiori, in particolare ai licei psicopedagogici e a tutto il pubblico sensibile alle problematiche dei bambini in guerra.
Patrocinio: Delegazione Diplomatica Palestinese – Roma
HOPE – Hope Organization for Palestine Emergencies Gaza
Pax Christi
Mezza Luna Rossa Palestinese (Red Crescent)
Onlus: Associazione Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese
Gruppo Restiamo Umani, con Vik – Venezia
Etc. (aggiungere anche con soggetti locali)

Relazione sui contenuti:
La mostra si compone di un buon numero di disegni di bambini palestinesi che sono affetti da PTSD (Post Traumatic Stress Disorder) a seguito delle loro esperienze nel conflitto israelo–palestinese.
Di poesie e racconti sempre di bambini palestinesi, e di riproduzioni di quadri del celebre poeta Ismail Shammout; proprio per la particolarità dei suoi toni e colori pensiamo che possa rappresentare il FUTURO dei Nostri bambini di Gaza.
Saranno inoltre fornite fotografie della quotidianità della loro vita, documenti relativi alla sindrome e alle possibili cure, della testimonianza della situazione ospedaliera nella Palestina con riferimento alla necessità di ottenere delle specifiche specializzazioni mediche, attraverso corsi di aggiornamento che spesso sono tenuti all’estero, ma che non sono facilmente usufruibili dai medici dei Territori Occupati. Se sarà il caso potremmo verificare se fornire anche video con funzioni conoscitive e didattiche.
Stiamo cercando di provvedere alla stampa di un calendario ricavato dai disegni dei bimbi. L’organizzazione mette a disposizione questo materiale perché venga esposto. Alle organizzazione locali è lasciata libera scelta su come predisporne la fruibilità al pubblico e su quali eventuali momenti affiancare alla mostra. Verranno inoltre fornita tutta la parte grafita (manifesti, locandine e altro) da personalizzare.
Si possono affiancare dibattiti sul tema specifico o su temi relativi alla questione Palestinese o di Gaza. Incontri e testimonianze con volontari italiani o comunque con personaggi significativi. Distribuzione di gadget, etc, anche e soprattutto per raccolta fondi. Qualsiasi altri tipo di spettacolo che può essere sia di animazione che musicale. Il massimo sarebbe la partecipazione di bambini e comunque la visita accompagnata delle scuole.
Il PTSD è una malattia che colpisce i bambini che vivono avvenimenti molto stressanti e violenti o assistono a questi anche solamente attraverso immagini mediatiche o reali anche casuali. Gli effetti sono molteplici, ma in particolar modo questo disordine porta a depressione, estraniamento dalla realtà, nervosismo, incubi notturni, perdita del sonno, cefalee e altro. Le cure sono lunghe e devono essere personalizzate. Nella popolazione infantile palestinese ne soffre l’80% dei bambini, ma ne soffrono anche il 20% dei bambini israeliani.
La mostra intende sensibilizzare sui danni provocati sulla psiche dei bambini da eventi conflittuali e chiede maggior attenzione all’opinione pubblica verso l’infanzia negata, ossia quella dei bambini che subiscono traumi, privazioni e sofferenze da guerre, mancanza dei diritti primari, assenza di sostegno e di una vita serena e accettabile.

Disegno di bambino palestinese rappresentante un carro armato

La scritta sotto il disegno dice: Stop the war on children = Basta la guerra sui bambini

Questa è una piccola nota per darvi comunque un’idea del PTSD e delle caratteristiche… è molto breve, ma rende l’idea facilmente… il bambino che ha disegnato questo carro armato è in piena sindrome ptsd ma non perché ha disegnato il carro armato, per i tratti. Così, al di là di tanti trattati, la tocchiamo con mano.

non sono scarabocchi (età: 3-4 anni fino a 8 )
Il carro armato è scelto dal bambino come espressione di forza e fragilità (Necessità di una difesa in profondità). Esso esprime l’aggressività: il bambino è pronto per puntare l’arma contro l’attaccante. E’ anche un segno di ansia, paura nelle figure adulte. Il carro armato oltre ad essere una immagine offensiva è anche difensiva.
Paura, aggressività:
Viene da una violenza fisica e psicologica subite nel primo anno di vita. Emerge dai 2, 3 anni.
Predisposizioni: Nessuna
comportamento: il bambino è molto irrequieto, aggressivo, non socializza
evoluzione: il bambino tende a identificarsi con l’aggressore e poi prende un comportamento aggressivo e violento.
Disegno: il tratto è molto incisivo, duro, i colori sono forti, con una prevalenza di rosso e nero.
IL BAMBINO NON HA PIU’ FIDUCIA CON VERSO ADULTO. La figura dell’adulto è crollata. Vede l’adulto come un NEMICO. Questo bambino sarà l’uomo del domani!!!!!!!

NO Scribbles (age.. 3-4 years up to 8 )
The tank is chosen by the child as an expression of strength and fragility (Needs of a deep defense) . The tank expresses aggression : the child is  ready to point his  gun on the attacker … It ‘s also a sign of anxiety, fear of adult figures. The tank in addition to being offensive and defensive immage too.
Fear agressiveness:
It comes from a physical and psychological violence suffered in the first year of life. Emerges from the 2, 3 years.
predispositions. none
behavior: the child is very naughty, aggressive, not socializing
evolution: the child tends to identify himself with the aggressor and then take aggressive and violent behavior.
Drawing: ink is often marked, the colors are strong, with a prevalence of red and black.
THE CHILD HAS NO CONFIDENCE WITH THE ADULT.HIS REFERENCE HAS COLLAPSED. The ADULT LIKE ENEMY. THIS CHILD WILL BE THE MAN OF TOMORROW !!!!!!!

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Foto dell'attivista dell'ISM Rachel CorrieNon solo Palestina. Sabato 1 ottobre 2011. Venezia, cinema ai Frari, per la presentazione del film RACHEL, l’attivista che come Vik ha donato la sua vita per la lotta palestinese. Quel Vik, per i pochi che ancora non lo sanno, sta per Vittorio Arrigoni. Rachel invece è la volontaria pacifista americana Rachel Corrie. Il film è il pretesto, brutto termine questo, anche per un incontro. Un incontro tra il nostro gruppo (Restiamo umani, con Vik) e don Nandino Capovilla di Pax Christi Venezia-Mestre. Don Nandino è uno dei preti meno preti che abbia conosciuto. In realtà ci eravamo già incrociati ma ancora non c’era un progetto comune, era solo per parlare in occasione della partenza della Freedom Flotilla 2. Praticamente eravamo ancora degli sconosciuti uno agli altri. Per me la Flotilla è sempre in mare. Questo è oggi il mio viaggiare. Non so se è una nuova partenza o solo una stazione. Non mi interessa. Si va.
Ma c’è in questo appuntamento una storia del tutto personale. Questo è un blog, spesso ameno, che spesso vuole solo raccontare piccoli frammenti di fantasia, ed è per quello che la introduco. Mescolo il sacro al profano. Quello che per qualcuno può sembrare una missione con quello che è chiacchiericcio. L’incontro e la proiezione del film avvengono nella sala del cinema parrocchiale dei Frari. Più di cinquant’anni fa ci andavo, ragazzino, a guardare i films e a tirare due calci al pallone nel campetto. Per gli sprovveduto specifico che si tratta di una campetto di terra battuta, allora, oggi in cemento, non ci avventuravamo cerco a camminare sulle acque. Quello lo poteva uno solo, ma è passato tanto tempo da allora e nessuno ci ha più provato. Il cinema era l’unico che allora potevo permettermi perché il biglietto costava poco e spesso nemmeno quello; mi ci infilavo di nascosto. Credo di ricordare di aver visto là il mio primo film, penso Zanna bianca. Films, come narrano le leggende, pieni di tagli e con molta partecipazione. Col coro di arrivano i nostri che roboava da tutta la platea. Lì ho provato le prime simpatie per le prime ragazzine. Lì mi nascondevo nel buio e dentro di me e nella mia timidezza. Come sono futile oggi. Sono uscito a tirare un calcio al pallone in quel campo degli anni cinquanta. La palla non ha preso abbastanza effetto e il tiro ha solo lambito il palo.
Ma torniamo seri e alla ragione per cui eravamo, io e gli altri del gruppo, naturalmente compresa Ross, andati lì. L’appuntamento era per il film-documentario di Simon Bitton ma con don Nandino. Siamo lì, numerosi, per presentare il progetto “Bambini di Guerra” (titolo provvisorio) che ci ha proposto la Hope Association for Palestine Emergency e che stiamo seguendo. Magari del progetto comincio a parlare domani in un post più “serio”, anche se penso che si possa parlare di tutto mantenendo il sorriso tra le labbra. Abbiamo assistito in religioso silenzio alle immagini strazianti che ci proponeva lo schermo. La storia di Rachel è comunemente conosciuta. Era (ed è) una giovane americana attivista dell’ISM International Solidarity Movement uccisa il 16 marzo del 2003 quando aveva solo 24 anni a Rafah, nella striscia di Gaza. Rachel, con i suoi amici attivisti, era lì per fare da “scudo umano” ai palestinesi per cercare di permetter loro, se non una vita normale, almeno di poter esercitare quei bisogni elementari come andare a scuola ai bambini, coltivare i campi, etc. Per difenderli dalla violenza di un paese militarizzato che non li considera come esseri umani e dai coloni armati sempre pronti alle soprafazioni e alle imboscate. Fu ferita a morte mentre protestava nel tentativo di impedire ad un bulldozer dell’esercito israeliano di distruggere alcune case palestinesi. La versione dell’esercito occupante è che l’enorme e spaventoso bulldozer l’ha seppellita sotto una montagna di calcinacci senza vederla e che non era in programma nessun abbattimento. E’ incredibile come le possibilità di dimostrare i fatti sia stata resa vana dalle stesse autorità israeliane finalizzate a nascondere come l’imponente macchina sia passata, più o meno deliberatamente, sul corpo della ragazza. E’ stato poi persino reso difficile per gli altri attivisti suoi compagni seguirne le spoglie. Si sono trovati ad affrontare un viaggio allucinante e giunti a Tel Aviv hanno trovato sostegno a casa di un amico ebreo anarchico.
Alla fine della commovente proiezione c’è stato, naturalmente, un breve ed interessante dibattito con la partecipazione anche di attivisti appena tornati dalla Palestina. Mi ha particolarmente colpito la testimonianza del ragazzo che spiegava come la cosa più difficile per quel pacifismo militante è trattenere la propria reazione di fronte alla prepotenza di una violenza provocatoria e gratuita. Spiegava bene che non viene naturale non reagire, anzi. Che devi fare violenza a te stesso. Non c’è alternativa però. Per esempio quando scorti i bambini l’unica arma è il proprio corpo di occidentale e una telecamera che possa documentare come un testimone attendibile. Questo mi ha fatto riflettere su come ci siano molte risposte ad una stessa domanda e su come la risposta giusta dipenda da caso a caso. E mi ha fatto anche giungere alla conclusione che ho ancora molto da imparare per rendermi utile anche in situazioni come quelle.
Alla fine sono rimasto interdetto quando don Nandino si è calorosamente complimentato con noi e la nostra iniziativa ringraziandoci e assicurandoci tutto il suo sostegno e quello della sua associazione, aprendoci altre vie. Mi sono sentito, e tutti noi, molto in imbarazzo per quello che ci sembrava il poco che facciamo davanti al tanto che fanno tutti loro. In questo momento una di noi è a Jenin. Luca partirà in un prossimo futuro per Gaza. Altri progettano e/o sognano di andare sul posto. Certo che è anche importante un’opera di sensibilizzazione al problema di quella terra. Noi porteremo la mostra e il suo corollario in giro per l’Italia. Vorremmo fare di più. Comunque quei complimenti mi hanno fatto bene, anche se lavoriamo “al sicuro”. Don Nandino è in partenza con sette giovani per andare a raccogliere le olive sotto le torrette dell’esercito invasore. Racconta che è una esperienza da fare e che ti cambia, che non ti lascia tranquillo quella raccolta, ma ti fa sentire “vivo”. Gli credo. Io non guardo in faccia a chi sa fare. In fondo li invidio quelli che stanno partendo e già mi chiedo, nonostante la mia non più verdissima età, quando potrà essere il turno mio. Nel frattempo arriva anche questa notizia. Del resto (mostra e mia personale posizione su queste vicende) ve ne parlo spero domani, nel mentre… RESTIAMO UMANI.Disegno di un bambino palestinese

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