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Posts Tagged ‘fine’

tazzina di caffèIo lo amavo e credevo che l’amore fosse una cosa facile. Forse dovrei dire che ero sicura di amarlo ma si può mai essere sicure di qualcosa? So solo che era cominciato, quell’amore, almeno inizialmente, con un senso di fretta e di passione. Poi mi ero rifugiata in lui con un senso di appagamento e tranquillità; ma questo solo dopo, un poco dopo (questioni di punti di vista). Un mattino come un altro mi sono ritrovata svegliandomi come se quell’amore fosse finito o meglio mai esistito. Lui era un estraneo ma uno strano oggetto di estraneo. La sua sola vicinanza mi creava fastidio. Ho scoperto nel tempo che provavo piacere nel fargli del male e forse gliene ho fatto abbastanza. Non c’è nessun dramma della gelosia. In seguito ho capito che fargli del male era farmi del male ma allora non lo capivo. La bambina era anch’essa un pretesto. Quello che mi faceva arrabbiare di più era che lui accettava indifeso, finché non ho preso la decisione definitiva. In quel momento mi sembrava la cosa migliore da fare. Sembrerà stupido ma appena lontana ho capito di amarlo ancora, anzi di non averlo amato mai come allora. Non c’è niente di peggio di chi vuole consolare. Niente è più stupido di certe cose che capitano quando vogliono e in quel modo. Se non fosse bastata una telefonata avrei fatto qualsiasi cosa. Ora ci vediamo ogni venerdì pomeriggio –è il nostro giorno. Il nostro amore sembra sempre una cosa nuova.

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Fu solo a seguito di quel profondo e sordo rancore, per altro non completamente giustificato, che imparò ad amarla di quella sorta d’amore che é profonda conoscenza. Come lo si é per i luoghi consueti era stato poco più che gentile nei suoi confronti; ma certo estraneo.
A volte si divide tutto, o quasi, tranne che il pasto, senza scambiarsi niente, senza tradirsi né concedere niente di sé. Siamo viaggiatori distratti di noi come del mondo e cerchiamo comunque, mantenendo l’ossessione della perdita. E distratto era stato. Di lei ormai cosa restava?
Così pensava Dario e la sera era prossima. Non gli era rimasto che un alone d’inchiostro attorno alle unghie.¹


1] scritto il 21 aprile 1991

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteSi guardò indietro: non aveva portato nulla con sé.
Strano viaggio la vita. Non capiva. Si era sentito confuso. E non aveva voluto crederci. Non poteva finire. Non lo voleva. Eppure era finito. E finito da tempo. Aveva lottato. Aveva difeso quel sentimento. Le aveva provate tutte. Almeno così credeva. E alla fine era stata lei a dire basta. Come fosse una decisione leggera. Lui aveva sbagliato risposta.
La sua domanda era stata: “Perché non possiamo restare come amici”? Poco importava che non ne sarebbe stata capace. Poco importava che non poteva finire così. Che erano stati insieme una vita. Lui aveva sbagliato quella risposta: “L’amore o è o non può essere”. E si era trovato messo alla porta. Con tutto il suo orgoglio. Con tutta la sua testarda convinzione. Con una briciola di arroganza. Poche cose in una valigia e un addio al telefono.
Strana donna Margherita. Ma quale donna non è strana. Non le aveva mai capite le donne. Eppure le considerava ancora creature magiche. Ma in fondo chi non è a suo modo strano. Lui stesso era un enigma complicato e irrisolvibile per sè. Così attraversò la porta e si sentì libero. Stranamente libero. Il passato alle spalle. Il passato non sarebbe mai potuto tornare. Non così. E ogni altra promessa sarebbe stata vana.
Si sistemo in quel piccolo appartamento provvisorio. Un vero buco. Ci sarebbe stato da piangere. Sessant’anni e ricominciare. Si sentì vecchio. Sistemò le sue poche cose. Un po’ di abiti. Nessun disco. Nessun libro. Tutto era rimasto là. Eppure era stato fortunato a trovare quella soluzione. Lui non sarebbe tornato da sua madre. Si sarebbe arrangiato. Si cucinò una cena frugale. Mise la tovaglia. Preparò tavola. Non voleva lasciarsi andare.
La forchetta si fermò a mezz’aria. Il caldo era afoso. Avevano vissuto assieme trent’anni. Alcuni buoni, altri meno. Ad essere onesto metà di questi e metà di quelli. Esattamente metà. I primi, naturalmente, buoni. Forse qualcosa di più. I secondi… molto difficili. Incomprensioni. Solo difficili amarezze. E li aveva unicamente subiti. Con la decisione, che non era mai venuta meno, di non arrendersi. In situazioni simili ci si trova sempre davanti ad un resoconto? Il suo diceva che era stato fortunato. In fondo quindici anni di felicità sono molti. Ricordava alcuni di quei momenti. La nascita della loro bambina. Una notte di passione. Una precisa notte, quella. Un paio di viaggi. Altre cose. Tutte legate a giorni felici. Non ricordava altro.
Si guardò intorno. Le pareti erano spoglie. Si sentì nudo. Pensò che la vita gli aveva dato molto: quei quindici anni. Se lo ripeté. Si sentiva di aver vissuto. Non solo del loro rapporto. Soprattutto di quello. In fondo non si aspettava più niente dalla vita. Si sentiva arrivato. Troppo stanco per un altro viaggio. Troppo deluso per potersi fidare ancora di qualcuno. Ma lui aveva ancora i suoi amici. Il suo mondo. Aveva avuto molto. Aveva ancora molto. Ma si sentiva meno fragile di quanto si sarebbe aspettato. Con il rumore della televisione si preparò a lavare i piatti. La pigrizia non avrebbe vinto. Non si sarebbe lasciato andare. Nemmeno un attimo. Nessun tentennamento.
Non gli restava niente di quello che era stato. Non certo le cose che aveva amato. Nemmeno una foto. Nemmeno un libro sul comodino. E quel comodino, e quel letto non erano suoi. Era un uomo senza passato. E il materasso era scomodo e duro. Ma tanto non aveva sonno. Poteva restare a dormire l’indomani mattina. Non aveva fretta coricarsi. Forse, ne avrebbe avuto conferma solo dopo, aveva timore di quel silenzio. Di quel silenzio completo. Di quell’assenza di rumore che significava vera solitudine. Cercò con tenacia di rimandare il momento. Il più possibile. Ma la mente andava anche dove non avrebbe voluto. Alla fine non gli restò che cedere.
Spense la luce. Improvvisamente riconobbe un sentimento mai provato: la paura. Una strana paura. Riaccese. Tornò ad alzarsi. Andò alla porta. Girò la chiave sulla toppa. Si rese conto del gesto e della sua tragicità. Non l’aveva mai fatto. Non aveva mai chiuso la porta di casa a chiave per la notte. Chiuse anche le imposte. Era una strana paura. Nemmeno una vera paura. Gli dava un senso di vuoto. Di spazio. Di vertigine. Era forse quello il modo in cui ci si sente veramente soli?
Anche i sogni li aveva chiusi fuori. E da fuori non giungeva nessun rumore. Come se anche tutto il resto del mondo fosse finito.

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Si svegliò quella mattina. Guardò verso di lei. Scoprì un’estranea nel suo letto. Non avevano nulla da dirsi. Se mai c’era stato certo era finito. Non restava che silenzio nel silenzio. Si vestì. Si lavò e si sbarbò. Uscì per andare al lavoro. Una mattina come tutte. Fuori anche il giorno era indeciso. Gliel’avrebbe detto per telefono. Era meglio così. Meno penoso per entrambi. Avrebbe inventato una ragione. Non c’era una ragione. Forse era già finita. Forse se ne era reso conto solo in quel momento. Persino il pensarci gli andava a noia.
Carla era carina, premurosa. Carla aveva sempre una parola giusta. Carla arrivava al momento giusto. E aveva anche un gran bel culo. Era certo che avesse una simpatia per lui. Capì che la ricambiava. Quella mattina Carla era un poco scontrosa. Non era proprio giorno. E poi doveva rivedere quel progetto. Però ci avrebbe fatto un pensierino. In seguito. Magari domani. Non era per lei che si era deciso. Forse però la sua presenza l’aveva aiutato in quella decisione.
Quando era tornato a casa Angela aveva capito. Aveva trovato le stanze vuote e un biglietto: “Mi organizzo e passo a prendere le mie cose”. Forse era stato precipitoso. C’era un silenzio allarmante. Era stata troppo comprensiva. Troppo arrendevole. C’erano delle lettere sul tavolo. Le loro lettere. Quelle che lui aveva scritto quando l’aveva conosciuta. E lei viveva ancora a Milano. Non avevano altro m,odo di comunicare durante la settimana se non scriversi. Scrivere e telefonare.
Forse era stata lei a lasciarle. Le aveva conservate. Ricordò che non facevano altro che scrivere e parlarsi al telefono. Per delle ore. Per giornate intere. Aveva cominciato a sfogliarle. Non era possibile. Non poteva essere stato lui a scriverle. Erano piene di parole d’amore. Di tenerezze. Di romanticherie. Di progetti. Non era mai stato così. Le leggeva come se non le avesse mai viste. Come se fossero della mano di un altro. Chiamò Carla ma non volle parlare con la segreteria. Certamente lei era cambiata.

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Chiedetelo all’uomo che aveva solo uno sguardo deluso e un nome di torero. Chiedetelo prima o anche dopo il suo lungo viaggio. Forse c’erano ancora milioni di uomini che sciamavano verso una piazza: ogn’uno dietro a quello che lo precedeva. Cos’era rimasto di quel loro grande amore? Gli sembrava di riconoscerlo ed era quasi odio. Era faticoso non potersi fidare nemmeno dei propri pensieri e aver persino paura dei propri ricordi. Le monete le stringeva ancora in mano. Quello era un viaggio da cui non si può tornare. Le tombe erano piene e lui si provò, senza riuscirci, a cancellare quei nomi imbarazzanti. Un vento secco gli tagliava la pelle. Non era casa sua e non aveva più un posto che fosse casa sua.

Liberation Music Orchestra: El Quinto Regimiento-etc. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/jazz_mus/Haden – Liberation Music Orchestra -03 El Quinto Regimiento_Los Cua…mp3”]

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Credo sia pazza. Una pazza scatenata. Non fa ormai che chiamare. Non so proprio come liberarmene. Per fortuna non ha quello di casa. Mi dovrò inventare qualcosa. Non è stata che una piccola storia. Cosa ci posso fare se lei s’è messa in testa… s’è messa a sognare? Se mi ha scambiato per un altro. Se s’è fissata che era la sua favola che aspettava. In fondo è stato bello. E’ stato bello finché è durato. Come sempre. Per sempre non esiste. Forse nemmeno con Elena. Non ci voglio pensare. Dovrebbe essermene grata. Non c’è stato nessuno prima. Probabilmente non ci sarà nessuno dopo. E chi se la sarebbe presa? Con quella faccia. Con quell’aria da ultima spiaggia. Da suffragetta. Subito pronta a illudersi. A credere. A sognare. Cosa ci posso fare io? Le conosco quelle come lei, ed è questo che mi piace in quelle donne. Il loro essere indifese. Già il primo complimento le colpisce allo stomaco, duro. Non è che te ne vai a vantare, ma le facili prede hanno almeno quello di bello: non costano troppa fatica. Cerchi la scopata e sembrano là ad attenderla. Basta dir loro che sei quello che stavano aspettando. A volte basta una semplice cortesia.
Non per vantarmi ma ho esperienza per le donne indifese. E’ stato esattamente così. Mi faceva allegria. Mi scappava da ridere. Seduta nel silenzio del suo giornale. Il parco. Gli occhiali e la sua aria intellettuale. Il suo pranzo frugale: un panino. Tutta attenta a coprire le gambe e ai suoi infiniti rossori. “Scusi, è libero”? Era come se la conoscessi già; da sempre. “Posso sedere”? Quella sua aria di sospetto. Certo sono frasi stupide. Non è che una panchina, ai giardini, possa essere prenotata. E come si può dire di no? L’approccio è sempre fatto di parole stupide. Del tempo di studio; cauto. La diffidenza che si stempera. Era buffa. E se non avesse voluto avrebbe potuto ritirarsi già da allora. In fondo forse mi stava veramente aspettando. Quel suo giornale progressista. Non me ne frega niente, ma se serve credo anch’io alle libertà, ai principi; a quello che vuole. Alle baggianate di ogni giornale. Se serve al mio scopo. Basta fingere di leggere proprio quello che sta leggendo, con interesse. Non è la prima né l’ultima. E sapeva di bucato. E di donna romantica.
Le avevo già messo gli occhi addosso. Ero certo che non mi sarebbe sfuggita. Non aveva bisogno che di un po’ d’attenzione. Di essere ascoltata. Di farsi illudere. Avevo capito immediatamente che voleva sentire parlare d’amore. Che le sarebbe bastato. L’avevo capito guardandola. Quei capelli e quei vestiti fuori moda. Alla fine non ci vuole molto a dire quello che una così vuole sentirsi dire. Per poi fissarla negli occhi. E leggerle dentro. Quella sua ansia. Quei suoi tremori. E timori. Incatenarla ad uno sguardo di velluto. Lei che implora una piccola attenzione. Le donne sono donne; soprattutto quelle. E lei non aveva che il bisogno di sentirsi donna; finalmente. Credo sia il tipo che si innamora del suo direttore. Molte impiegate lo fanno. Si innamorano della figura dell’uomo. Di chi le sa comandare. E’ questo che vogliono: sentirsi dire quello che devono essere. E soprattutto come non devono essere.
Bisogna saperci fare. Basta un po’ di parlantina. Così l’ho tenuta lì incollata. Tutta attenta. Dopo i primi momenti le parole fluivano naturali; come i cenni suoi del capo, di assenso. E’ così che il tempo passa che nemmeno te ne accorgi. Naturalmente ho evitato di controllare l’orologio. Sono piccole precauzioni; elementari. Con l’uso diventano spontanee. E’ nel gioco delle parti; dargli attenzione. Farle sentire che esistono. Basta molto poco. “Una cena”? Era fatta. Le avevo già sfiorato la mano. I suoi occhi s’erano incantati. Eppure, istintivamente, una cena le sembrava una cosa eclatante, assurda; compromettente. Certo lo è. Deve sapere cosa c’è dietro; dopo. Non ho colpa se una finge di non saperlo. Ed erano gli stessi suoi occhi a chiedermelo; ad implorarmi. E dopo la cena… non sono abituato a gettarli per niente. Non è mai successo che una vanifichi il mio investimento. Interessato, certo. Finalizzato.
Dopo è stato solo pieno di quello che viene dopo. E di un bicchiere di buon vino. Col senno di poi paiono avere un altro senso. Le carinerie divengono parole da sole. A chi non è mai successo? Certe cose si dicono: le parole sfuggono. Vengono da sé. Fanno parte dello spettacolo. Non si può star lì a pensarci. Sei con una donna e le racconti; le dici quello che si aspetta di sentirsi dire. E non lo nego certo: gliel’avrò anche detto. Ascoltando il suono della mia voce. Quale donna non vuole illudersi di essere bella? Che è unica. E allora le dici che è unica. Ma solo per quello. E’ il gioco della seduzione. Poi smetti di parlare. Glielo dici coi baci. Con delle piccole studiate tenerezze. La avvolgi nelle tue braccia. Chi non lo sa? La vita va così. La vita è quella che è. Non potevo immaginare che lei credeva a tutto. In verità era un problema solo suo. Niente dura tutta una vita, figuriamoci l’incontro di una sera. L’avventura per qualche sera. L’ho lasciata pagare. Si è offerta: ero certo che l’avrebbe fatto. Alla fine era un po’ brilla. Io le so fare le mie cose. Ma quale orgoglio. L’ho lasciata credere che gradivo la sua generosità, il suo gesto. L’ho fatta sentire orgogliosa, di sé.
Che poi spogliata non era niente male. Ha il corpo maturo di una donna nel momento più bello della sua vita. Quasi quasi lo rimpiango. E non lo nego che mi è proprio piaciuto. E non ho nemmeno fatto molta fatica. Certo che lei avrebbe voluto che finisse allo stesso modo: in modo romantico; magari, al massimo, in un alberghetto. Meglio a casa mia. Insomma una cosa con tutti i crismi. Ma io non posso permettermi di gettarli. E poi alla fine avevo un po’ di fretta. E assolutamente non è vero che le ho giurato. Evito queste esagerazioni. E non le è bastato vergognarsene. “Ci possono vedere”. Nemmeno ho dovuto insistere più di tanto. Come l’ho baciata si è lasciata andare; almeno quasi subito. Certo che me la sono guadagnata, ma avrei pensato che sarebbe stato più difficile. Ed ora viene a raccontarmi le sue fole. Le sue paranoie. Al telefono. Certo che ho dovuto insistere. E anche energicamente. Cosa centra? Me la facevo più difficile. Che se una se le vuole proprio tenerle addosso, le mutandine, non c’è verso; niente gliele può fare togliere. Se l’ha fatto è perché lo voleva fare. Al di là delle parole. Certe cose le hai dentro. E dentro lei è quello che non vorrebbe essere. Quello che si è sempre mentita. E poi me ne frega.
Ma perché sto qui a raccontarmi queste cose? Non potevo certo dirle che era solo un capriccio. Il gusto della caccia. Della preda. Che io una donna mia ce l’ho. E che lei mi aspetta a casa. L’ho trattata come una signora. E non si può certo lagnare. Devo ammetterlo: uno come me non si trova tutti i giorni. Con una donna, non per vantarmi, ma ci so fare. E poi… quale ragazza? Una donna non è mai ragazza. E poi alla sua età. Le ho semplicemente fatto un favore. E’ stata quasi un’opera di bene. Cioè… non mi piace essere volgare. Non è proprio nel mio stile. Certo che per essere alla prima era disponibile. Fin troppo arrendevole. Così remissiva. E pronta ad imparare. Ma come si può credere a tutto? E’ perché si vuole.
E sarei io lo stronzo.

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L’altro che viveva nel suo corpo si era guardato allo specchio senza notare alcuna differenza. Ancora non lo sapeva, oppure non si era reso completamente conto. Non voleva. Sarebbero bastati pochi attimi. Quando lo aveva messo alla porta si era sentito morire. Così aveva creduto. Proprio di morire. Aveva provato persino una specie di dolore fisico. Di mancanza di respiro. Prima di asfissia. Poi una pressione sul petto. E aveva ricordato. A pensarci tutto appariva così strano.
Si era svegliato il mattino seguente guardandosi intorno. Lo ricordava nitidamente. Ai muri erano appese brutte stampe, probabilmente ricavate da qualche rivista; sbiadite. Non c’erano i suoi quadri. Non c’erano nemmeno i suoi libri. A guardare meglio non c’era nemmeno la libreria. Al loro posto un intonaco screpolato e muffito, scandalosamente nudo. Assurdamente bianco, come un bagliore iridescente ed irriverente; che accecava. E c’era invece la televisione. Quel televisore piccolo senza telecomando che era rimasto acceso. Non avevano mai voluto il televisore in camera. Già! non era casa sua. Non ci voleva molto a capirlo. Solo che si era appena svegliato. Era ancora in precario equilibrio con la notte, anche se fuori il mattino di giugno era fin troppo chiaro. Ma lui era ancora in precario equilibrio con quell’onirico e con l’illusione. Non aveva fatto caso, quello no! che accanto al lui, nel letto, non c’era la sua presenza. Ma era da tempo, da molto tempo, da quando ancora c’era che non c’era. Non c’era veramente. Si rintanò comunque nel suo angolo. La cosa non funzionava più.
Si era acceso una sigaretta. Nessuno avrebbe avuto da ridire. Niente gli impediva di fumare in quella stanza. Addirittura a letto. Stanza? Casa? Non lo era. Non la sentiva come una casa. Non certo sua. Era solo un buco. Un buco destinato inevitabilmente a stargli sulle palle, anche se provvisorio, perché gli avrebbe ricordato. E lui non voleva; non voleva ricordare. E cercava di mettere ordine nella sua mente. Aveva l’impressione di non riuscirci. Di non fare troppi progressi. Ma il peggio era stata la prima notte. Aveva rimandato il possibile prima di rientrare. Strano verbo per descrive il gesto di chiudersi dietro la porta di un appartamento nel quale era entrato per la prima volta solo quel pomeriggio di disperazione. Aveva preferito cenare fuori che mettersi ad improvvisare una cena senza voglia. Magari mettere due wurstel sul fuoco. Impanare un petto di pollo. Era rientrato e si era messo a letto credendo di dormire. Il buio gli aveva messo paura. Quel silenzio. Una strana paura. Continuava a dirsi che non aveva più l’età per temere il buio. Si ripeteva che lui non era mai stato il tipo da aver paura. O almeno non ricordava l’ultima volta. Era passato troppo tempo che rammentarsene. Si era alzato a farsi il tè ormai consapevole che sarebbe stata una notte lunga e senza riposo. Girando su e giù per quei pochi metri quadrati. Andando alla finestra. Eppure era stata una fortuna trovare almeno quello. Almeno aveva un letto; per quando duro ma un letto. Poi, dopo innumerevoli tentativi, s’era assopito che già faceva chiaro.
Da quei ricordi non erano passati che pochi giorni, ma sembravano una vita intera. Si era abituato presto a tutto. Fin troppo in fretta. Non gli sembrava vero. Era stato fin troppo occupato da tutte le cose che doveva fare. Tutto era un’emergenza. Aveva dovuto fissare le maniglie dell’armadio perché non gli rimanessero in mano. Quel mini arredato era privo di tutto. Persino dello scovolino da bagno. Persino dello stretto necessario. C’era una pentola invalida d’un manico, ma nemmeno un tegame. Due bicchieri due. La tazza per il caffelatte del mattino se l’era fatta prestare. Il calendario appeso risaliva a due anni prima. La luce del frigo era spenta, e quel frigo versava acqua su quel linoleum e c’era finito dentro. E poi, dal primo momento libero, si era tuffato negli acquisti. Metodicamente. E quello gli aveva impegnato la mente. Era per quello che non ci aveva pensato prima. Doveva ordinare i mobili per quell’altro mini; quello che sarebbe stato suo dopo il rogito. Certo non aveva capito quella fretta. Tanti anni assieme e poi anche un giorno in più era stato troppo. No! non la riusciva proprio a capire. Aveva dovuto ricomprare quasi tutto. Stoviglie, bicchieri, tovaglie, lenzuola; gli sembrava di non aver scordato nulla. Eppure, a pensarci, doveva ammettere che era stata anche generosa. A volte va anche peggio. Solitamente va anche molto peggio. Lei invece gli aveva dato la sua parte del loro vecchio appartamento. La sua parte di una stima fatta da lei. Gli era bastata assieme al mutuo. Cosa contava il resto. Era finalmente fuori. Fuori da quell’incubo. Eccola la verità. Davanti ai suoi occhi. All’improvviso. Un attimo prima si sentiva perso. Un attimo dopo, passata quella porta, aveva provato uno strano senso di liberazione. Come quello di un passato che si lasciava definitivamente alle spalle. Di cui si liberava. Che restava dietro quell’uscio che si chiudeva. Anche se ne restavano imprigionati tutti i suoi ricordi. Ma quelli, i ricordi, avevano smesso di fargli del male. E in quei giorni, in cui non aveva avuto il tempo di riflettere, si era occupato solo di sè. Aveva dovuto fare tutto da solo, come non faceva da quando era ragazzo, cioè da prima, forse da quando s’erano sposati. E aveva dovuto farlo facendo attenzione anche alla più piccola spesa.
Ora non aveva più nemmeno una foto, era come non fosse mai esistito prima di quel giorno. Come non fosse mai esistito nulla. Eppure si sentiva inaspettatamente bene. Assopito in un senso di leggerezza, di soffusa soddisfazione. Persino di appagamento. Le cose che aveva acquistato erano ancora imballate. Era vissuto tutti quegli anni sotto l’ala di lei. Protetto. Lasciandole le scelte, almeno quelle vere. Quello che era successo l’aveva costretto a riprendersi la sua vita. A fare. A decidere; da solo. Non era certo quello che lei forse aveva pensato, e nemmeno lui l’avrebbe creduto, ma quella donna, con quel gesto, gli aveva restituito la vita. Era rinato. Si affacciò alla finestra per ringraziare lei e il mattino. Poi si accese una sigaretta e si affrettò per tornare la lavoro.

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Ne aveva visti di novembre. Lui aveva pazienza. Certo è facile aspettare finché non si sa. Ormai sapeva. Come sapeva che nessuno è solo vittima o solo carnefice. Ma, nella sua lotta, il morbo era almeno contenuto.
Gli era vicino. Non gli poteva più sfuggire. Quei topi scorazzavano per la città. Minacciavano pestilenze. Denunciavano che lui, appunto, non era lontano. Non lo vedeva ma cominciava ad odorare la sua presenza. Non lo aspettava con un paletto di frassino per il suo cuore. L’essere non poteva avere cuore. Quelle erano solo bubbole. Erano fantasie. Doveva affrontarlo con le sue mani nude. Strappargli quella sua arroganza. Si era alimentato delle altrui paure e debolezze. La sua unica forza era quella sua stupida vanità. Non lo avrebbe difeso. In fondo aveva solo continuato a scappare. In fondo l’aveva sempre temuto. Se c’era una cosa giusta da fare era inchiodarlo alle sue responsabilità. Liberarlo dall’ipocrisia. Mostrare al mondo la sua maschera. Dare una speranza al mondo. Anche se sapeva bene che non era l’ultimo mostro.
Lentamente, molto lentamente, ma si stava avvicinando; inesorabilmente. Ed era ancora novembre, quel novembre; naturalmente un novembre veneziano. La malinconia di questa città sospesa per sempre tra realtà e sogno. Le barche a scivolare e a confondersi nell’aria. Quella nebbia che sbiadisce i contorni e rende tutto evanescente. La laguna che sale e si fa respiro mescolandosi nelle labbra della gente; ingobbita. Strano rapporto della città con quel suo mare (se mare si può chiamare quello specchio d’acqua senza profondità). I remi accarezzano la superficie, come per rispetto. Lambiscono gentili gli scalmi. Si provi pure a guardarli. La barca è sospinta ma è come si muovesse da se. Quel legno non affonda mai oltre le onde più superficiali. E quelle onde vanno poi a vellicare le rive con una morbida carezza. Nessuno ha fretta e lui non aveva fretta. Non poteva aver fretta. La sua attesa era stata tanto lunga da insegnargli la pazienza. Non aveva più nulla da perdere, tranne quella promessa fatta soprattutto a sè. E davanti a dio e all’umanità. Davanti alla ragione. In realtà era in quest’ultima fede che lui credeva fermamente, e in nient’altro. Perché si fosse trattato solo di sè forse avrebbe ritrovato facilmente la pace. Avrebbe anche potuto perdonare il tradimento. Sarebbe entrato in una chiesa sconsacrata e avrebbe aspettato quel tetro sonno, il freddo, il completo riposo. Era stanco di quel vagare ma non poteva ancora fermarsi. E poi aveva scoperto, solo recentemente, che come una nuova vita qualcosa aveva ricominciato a scorrergli dentro. Nuove forze. Anche se la sua era una promessa formulata tardi. Solo quando aveva saputo; capito.
Perché lei aveva taciuto. Pagato e taciuto. Pagato per aver creduto. Pagato il prezzo immane della sua fiducia; per una promessa. Quale? Nessuna notte, per quanto cieca di stelle, lo può dire. Era di quello il sonno che la disturbava. Era donna. Non si chiedeva. Sapeva solo di dover pagare. Come sempre colpevole, come lo sanno essere le donne. Che a pensarci c’è da non crederci. Fosse solo per il suo essere donna. Eppure era ancora solo una ragazza, allora. O semplicemente quasi una ragazza. Non aveva ancora nessun appuntamento. E aveva troppa fiducia negli occhi. Allora quando lui aveva affondato i denti, assaggiato il sapore del sangue. Con la crudeltà di chi per vivere ha bisogno del dolore. Così quella malia era durata fin troppo o fin troppo poco, ed era finita. La malattia le era rimasta dentro, nel sangue. La maledizione del mostro l’aveva perseguita. Nel dubbio era stato più facile non crederlo. Ma lui era il male; ghignante. E si credeva padrone della terra e del mare. Gridava il suo orgoglio, come fosse invincibile; e forse credeva di esserlo. La bestia gli gonfiava il petto. Sfidava il vento e la pioggia. Questo solo nelle immagini di chi ne racconta la memoria, ma lui credeva veramente di poterlo fare. Il suo fiato sapeva di putredine. E si portava il male dentro cercando di ignorare che era destinato a rimanere solo.
E dire che lui, il cacciatore, aveva provato sempre pietà e compassione per quella figura e per le altre simili e maledette. Non era più così, non con lui. Il male che aveva lasciato non poteva essere dimenticato. Da quando i topi erano scesi dai legni per invadere e ammorbare le via della città niente era rimasto come prima. Le carni si erano gonfiate e poi avvizzite. Il vampiro non può essere che vampiro ed è figura della maledizione altrui, ma nemmeno questo lo perdonava. Il suo passo senza suono e senza ombra era stato lo sofferenza per gli altri. Il cacciatore sapeva, lui che era anche stato preda e sapeva, che la storia aveva da finire. Ricordava le parole di lei e quel suo sguardo. C’era tutto il dolore nei suoi occhi, persino quello che non aveva saputo riconoscere. Violento come può esserlo un amore. Anche questo l’aveva aiutata a confondersi. Lei quando lo guardava non riusciva a reggere il suo sguardo. I suoi occhi si abbassavano. E lui non poteva vederla. Guardava lo scempio delle carni di lei. Ed ogni carezza gli dava dolore. Anche per quello non poteva perdonare. Certo, lei sapeva. Nemmeno quella conoscenza lo perdonava. Non perdonava nessuno. Tanto meno lui.
Avrebbe voluto abbandonarsi solo a quella tenerezza. Non poteva. La caccia non sarebbe finita. Nemmeno poteva permettersi una pausa, per quanto stanco fosse. Stanco e invecchiato. Avrebbe eppure voluto poter dimenticare. Invece era tutto ancora così chiaro e nitido. Lo maledì. C’era quella nuova vecchia promessa. L’incapacità di dimenticare. C’era ancora tutto quello che c’era stato. E l’immagine della stanza vuota quando era rientrato. La sua fiducia tradita scoperta troppo tardi. La violenza dell’immagine di lei e di quelle parole. La lotta di quella donna che non aveva mai smesso di amare per essere se stessa. La lotta per dimenticare. Ferite che non potevano rimarginarsi come quelle inferte a carni bambine; di donna prima di essere donna. “Rimettiti le mutande, –le aveva detto– non hai un perdono da piangere.” –sorprendendo se stesso dalla violenza delle sue stesse parole. Persino quel mutande al posto di “mutandine” gli sembrava assurdo e inutilmente violento. Ma lui doveva andare. Sapeva che ormai era vicino. Sentiva quell’odore di vecchio e di morte che lo accompagnava. Quella vita di ombre che si nutriva di non vita. Non c’era nessuno specchio in cui il mostro potesse riflettersi tranne la grande arroganza della bestia.

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Lo aveva amato con talmente tanto convincimento e violenza che aveva provato rimorso ogni qualvolta l’aveva tradito. A volte avrebbe voluto non farlo e poi aveva maledetto l’occasione, ma solo dopo. Era sempre stato troppo faticoso pensare le cose già prima di farle. Era rimasta sconcertata scoprendo che, ora che non lo amava più, lui non era più lui ed era cambiato. Avrebbe voluto fargli del male e sapeva di fargliene anche senza deciderlo. Pian piano lui aveva accettato di essere posto in un angolo, di ricevere solo niente delle sue attenzioni. Di vederla distratta mentre le parlava. E non aveva fatto nulla per opporvisi. Come se anche lui se ne fosse convinto che la china era ineluttabile. Per un po’ a lei quella rabbia che scaricava con furore le bastò. Poi pian piano cominciò a sembrarle che nulla fosse diverso; tanto lentamente da non potersene accorgere. Andare con un altro non la lusingava più, anche per quello si decise, finalmente, a dirglielo: “E’ proprio finita.” –una volta per tutte. Lui si sentì perduto e le disse di capire ma non avrebbe potuto capire mai. E a lei tutti quei ricordi la facevano, ora, sentire come sporca. C’erano occhi che cominciavano a pesarle addosso.

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raccontiGran brutto mese il mese di novembre. Il mese dei morti. Ormai andava sempre più raramente a visitare la propria tomba. Non c’era più nemmeno la foto, ma quella l’avevano fatta sparire subito. Gli metteva tristezza la pietra spoglia. Come se fosse stato cancellato, ancora. Come non fosse mai stato. Per quanto si dicesse non sapeva scrivere lettere d’addio. E nemmeno era bravo per le storie gotiche. Infondo aveva una simpatia per i romanzi d’appendice. E aveva finito la voglia di scriverne, ma era ancora un ragazzo.
Lui pensava che quel suo sguardo chiedesse aiuto. Non sapeva ancora. Ma chi può sapere? E pensava che il suo silenzio fosse pieno di parole. Così gli aprì la porta e lo invito ad entrare. Lo fece sedere alla sua tavola. Si premurò che non avesse freddo. Gli offrì il suo cibo dividendo il pane e il vino. Gli cedette il suo letto, e per giorni e giorni lo trattò più che come un fratello. E lo vestì per ripararlo dal freddo. Gli disse dove teneva i soldi. E lo presentò anche agli altri pregandoli di trattarlo come se fosse stato lui stesso. Nessuno l’aveva riconosciuto. Quegli occhi sembravano miti e lo aveva assicurato che avrebbe avuto cura della casa. Doveva essere tranquillo ma non lo era e si rimproverò di quello. E aveva creduto di vedere, negli occhi degli altri, solo un po’ di invidia, e di gelosia. In realtà il suo volto non era un vero volto, in realtà non era. Così, d’ignoranza, li aveva traditi tutti.
Quando era tornato dal lavoro aveva trovato la casa vuota. C’era quel vento freddo che c’è in certi giorni di novembre; che entra fin dentro alle ossa. E l’acqua era salita fino a invadere la terra. La pentola era fredda sopra il focolare spento. La casa in disordine. Il letto disfatto. Di lui nessuna traccia. Di lei nessuna traccia. Sulla tavola nemmeno due parole. Il cane era impiccato al fico nella corte. Mancava anche la barca dalla riva, ma nessuno voleva sapere. Si lasciò vincere solo da una piccola apprensione per entrambi. Temeva per saperli soli. Solo per se non temeva la paura. Aveva sentito parlare dei lupi ma le credeva storie di altri tempi. Piccole voci correvano nelle strade. Aveva guardato il cielo e quello aveva un grigio da aggiungere apprensione. Si lasciò andare come si lascia un abito ormai logoro; svuotato. Solo molto dopo avrebbe saputo. Aveva finito di tradurre quel diario. Non aveva avuto bisogno di guardare il calendario, e non gli interessava di sapere il giorno.
L’avevano trovata pesta non molto lontano, ed era stato lui. Nemmeno quelli che l’avevano soccorsa erano stati buoni con lei. Anche i suoi occhi erano pesti, erano occhi di una donna che aveva sofferto, erano occhi a cui avevano succhiato l’anima. «Lui non mi ha costretta e io ho perdonato». Poco importava, non la poteva più sentire. Allora l’aveva maledetto; anche lei era ancora ragazza. Lo era quando era sparita dalla sua casa. E lui le aveva promesso di proteggerla. Ma non si dovrebbe morire a vent’anni; eppure aveva preso la corda e se l’era stretta contro. Pronto per quella terra arida e sconsacrata. Niente aveva più una ragione ormai, pensò troppo frettolosamente; aveva già versato tutte le lacrime che poteva piangere. Non aveva più alcuna ragione tranne quella di cercarlo. Certo non avrebbe più riavuto le cose indietro. Il passato sarebbe rimasto per sempre passato, e a lui restava quello: era solo padrone di una preghiera che non aveva mai imparato abbastanza bene. Ma non era di se che provava pietà e non era più un ragazzo ormai. Non era nemmeno più lui. Nel dolore si cambia. E sapeva ormai che solo i morti possono dare la caccia ai morti. Gli dava coraggio sapere che non c’era ormai abbastanza mare per nascondersi.

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