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Posts Tagged ‘fine’

Ne aveva visti di novembre. Lui aveva pazienza. Certo è facile aspettare finché non si sa. Ormai sapeva. Come sapeva che nessuno è solo vittima o solo carnefice. Ma, nella sua lotta, il morbo era almeno contenuto.
Gli era vicino. Non gli poteva più sfuggire. Quei topi scorazzavano per la città. Minacciavano pestilenze. Denunciavano che lui, appunto, non era lontano. Non lo vedeva ma cominciava ad odorare la sua presenza. Non lo aspettava con un paletto di frassino per il suo cuore. L’essere non poteva avere cuore. Quelle erano solo bubbole. Erano fantasie. Doveva affrontarlo con le sue mani nude. Strappargli quella sua arroganza. Si era alimentato delle altrui paure e debolezze. La sua unica forza era quella sua stupida vanità. Non lo avrebbe difeso. In fondo aveva solo continuato a scappare. In fondo l’aveva sempre temuto. Se c’era una cosa giusta da fare era inchiodarlo alle sue responsabilità. Liberarlo dall’ipocrisia. Mostrare al mondo la sua maschera. Dare una speranza al mondo. Anche se sapeva bene che non era l’ultimo mostro.
Lentamente, molto lentamente, ma si stava avvicinando; inesorabilmente. Ed era ancora novembre, quel novembre; naturalmente un novembre veneziano. La malinconia di questa città sospesa per sempre tra realtà e sogno. Le barche a scivolare e a confondersi nell’aria. Quella nebbia che sbiadisce i contorni e rende tutto evanescente. La laguna che sale e si fa respiro mescolandosi nelle labbra della gente; ingobbita. Strano rapporto della città con quel suo mare (se mare si può chiamare quello specchio d’acqua senza profondità). I remi accarezzano la superficie, come per rispetto. Lambiscono gentili gli scalmi. Si provi pure a guardarli. La barca è sospinta ma è come si muovesse da se. Quel legno non affonda mai oltre le onde più superficiali. E quelle onde vanno poi a vellicare le rive con una morbida carezza. Nessuno ha fretta e lui non aveva fretta. Non poteva aver fretta. La sua attesa era stata tanto lunga da insegnargli la pazienza. Non aveva più nulla da perdere, tranne quella promessa fatta soprattutto a sè. E davanti a dio e all’umanità. Davanti alla ragione. In realtà era in quest’ultima fede che lui credeva fermamente, e in nient’altro. Perché si fosse trattato solo di sè forse avrebbe ritrovato facilmente la pace. Avrebbe anche potuto perdonare il tradimento. Sarebbe entrato in una chiesa sconsacrata e avrebbe aspettato quel tetro sonno, il freddo, il completo riposo. Era stanco di quel vagare ma non poteva ancora fermarsi. E poi aveva scoperto, solo recentemente, che come una nuova vita qualcosa aveva ricominciato a scorrergli dentro. Nuove forze. Anche se la sua era una promessa formulata tardi. Solo quando aveva saputo; capito.
Perché lei aveva taciuto. Pagato e taciuto. Pagato per aver creduto. Pagato il prezzo immane della sua fiducia; per una promessa. Quale? Nessuna notte, per quanto cieca di stelle, lo può dire. Era di quello il sonno che la disturbava. Era donna. Non si chiedeva. Sapeva solo di dover pagare. Come sempre colpevole, come lo sanno essere le donne. Che a pensarci c’è da non crederci. Fosse solo per il suo essere donna. Eppure era ancora solo una ragazza, allora. O semplicemente quasi una ragazza. Non aveva ancora nessun appuntamento. E aveva troppa fiducia negli occhi. Allora quando lui aveva affondato i denti, assaggiato il sapore del sangue. Con la crudeltà di chi per vivere ha bisogno del dolore. Così quella malia era durata fin troppo o fin troppo poco, ed era finita. La malattia le era rimasta dentro, nel sangue. La maledizione del mostro l’aveva perseguita. Nel dubbio era stato più facile non crederlo. Ma lui era il male; ghignante. E si credeva padrone della terra e del mare. Gridava il suo orgoglio, come fosse invincibile; e forse credeva di esserlo. La bestia gli gonfiava il petto. Sfidava il vento e la pioggia. Questo solo nelle immagini di chi ne racconta la memoria, ma lui credeva veramente di poterlo fare. Il suo fiato sapeva di putredine. E si portava il male dentro cercando di ignorare che era destinato a rimanere solo.
E dire che lui, il cacciatore, aveva provato sempre pietà e compassione per quella figura e per le altre simili e maledette. Non era più così, non con lui. Il male che aveva lasciato non poteva essere dimenticato. Da quando i topi erano scesi dai legni per invadere e ammorbare le via della città niente era rimasto come prima. Le carni si erano gonfiate e poi avvizzite. Il vampiro non può essere che vampiro ed è figura della maledizione altrui, ma nemmeno questo lo perdonava. Il suo passo senza suono e senza ombra era stato lo sofferenza per gli altri. Il cacciatore sapeva, lui che era anche stato preda e sapeva, che la storia aveva da finire. Ricordava le parole di lei e quel suo sguardo. C’era tutto il dolore nei suoi occhi, persino quello che non aveva saputo riconoscere. Violento come può esserlo un amore. Anche questo l’aveva aiutata a confondersi. Lei quando lo guardava non riusciva a reggere il suo sguardo. I suoi occhi si abbassavano. E lui non poteva vederla. Guardava lo scempio delle carni di lei. Ed ogni carezza gli dava dolore. Anche per quello non poteva perdonare. Certo, lei sapeva. Nemmeno quella conoscenza lo perdonava. Non perdonava nessuno. Tanto meno lui.
Avrebbe voluto abbandonarsi solo a quella tenerezza. Non poteva. La caccia non sarebbe finita. Nemmeno poteva permettersi una pausa, per quanto stanco fosse. Stanco e invecchiato. Avrebbe eppure voluto poter dimenticare. Invece era tutto ancora così chiaro e nitido. Lo maledì. C’era quella nuova vecchia promessa. L’incapacità di dimenticare. C’era ancora tutto quello che c’era stato. E l’immagine della stanza vuota quando era rientrato. La sua fiducia tradita scoperta troppo tardi. La violenza dell’immagine di lei e di quelle parole. La lotta di quella donna che non aveva mai smesso di amare per essere se stessa. La lotta per dimenticare. Ferite che non potevano rimarginarsi come quelle inferte a carni bambine; di donna prima di essere donna. “Rimettiti le mutande, –le aveva detto– non hai un perdono da piangere.” –sorprendendo se stesso dalla violenza delle sue stesse parole. Persino quel mutande al posto di “mutandine” gli sembrava assurdo e inutilmente violento. Ma lui doveva andare. Sapeva che ormai era vicino. Sentiva quell’odore di vecchio e di morte che lo accompagnava. Quella vita di ombre che si nutriva di non vita. Non c’era nessuno specchio in cui il mostro potesse riflettersi tranne la grande arroganza della bestia.

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Lo aveva amato con talmente tanto convincimento e violenza che aveva provato rimorso ogni qualvolta l’aveva tradito. A volte avrebbe voluto non farlo e poi aveva maledetto l’occasione, ma solo dopo. Era sempre stato troppo faticoso pensare le cose già prima di farle. Era rimasta sconcertata scoprendo che, ora che non lo amava più, lui non era più lui ed era cambiato. Avrebbe voluto fargli del male e sapeva di fargliene anche senza deciderlo. Pian piano lui aveva accettato di essere posto in un angolo, di ricevere solo niente delle sue attenzioni. Di vederla distratta mentre le parlava. E non aveva fatto nulla per opporvisi. Come se anche lui se ne fosse convinto che la china era ineluttabile. Per un po’ a lei quella rabbia che scaricava con furore le bastò. Poi pian piano cominciò a sembrarle che nulla fosse diverso; tanto lentamente da non potersene accorgere. Andare con un altro non la lusingava più, anche per quello si decise, finalmente, a dirglielo: “E’ proprio finita.” –una volta per tutte. Lui si sentì perduto e le disse di capire ma non avrebbe potuto capire mai. E a lei tutti quei ricordi la facevano, ora, sentire come sporca. C’erano occhi che cominciavano a pesarle addosso.

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raccontiGran brutto mese il mese di novembre. Il mese dei morti. Ormai andava sempre più raramente a visitare la propria tomba. Non c’era più nemmeno la foto, ma quella l’avevano fatta sparire subito. Gli metteva tristezza la pietra spoglia. Come se fosse stato cancellato, ancora. Come non fosse mai stato. Per quanto si dicesse non sapeva scrivere lettere d’addio. E nemmeno era bravo per le storie gotiche. Infondo aveva una simpatia per i romanzi d’appendice. E aveva finito la voglia di scriverne, ma era ancora un ragazzo.
Lui pensava che quel suo sguardo chiedesse aiuto. Non sapeva ancora. Ma chi può sapere? E pensava che il suo silenzio fosse pieno di parole. Così gli aprì la porta e lo invito ad entrare. Lo fece sedere alla sua tavola. Si premurò che non avesse freddo. Gli offrì il suo cibo dividendo il pane e il vino. Gli cedette il suo letto, e per giorni e giorni lo trattò più che come un fratello. E lo vestì per ripararlo dal freddo. Gli disse dove teneva i soldi. E lo presentò anche agli altri pregandoli di trattarlo come se fosse stato lui stesso. Nessuno l’aveva riconosciuto. Quegli occhi sembravano miti e lo aveva assicurato che avrebbe avuto cura della casa. Doveva essere tranquillo ma non lo era e si rimproverò di quello. E aveva creduto di vedere, negli occhi degli altri, solo un po’ di invidia, e di gelosia. In realtà il suo volto non era un vero volto, in realtà non era. Così, d’ignoranza, li aveva traditi tutti.
Quando era tornato dal lavoro aveva trovato la casa vuota. C’era quel vento freddo che c’è in certi giorni di novembre; che entra fin dentro alle ossa. E l’acqua era salita fino a invadere la terra. La pentola era fredda sopra il focolare spento. La casa in disordine. Il letto disfatto. Di lui nessuna traccia. Di lei nessuna traccia. Sulla tavola nemmeno due parole. Il cane era impiccato al fico nella corte. Mancava anche la barca dalla riva, ma nessuno voleva sapere. Si lasciò vincere solo da una piccola apprensione per entrambi. Temeva per saperli soli. Solo per se non temeva la paura. Aveva sentito parlare dei lupi ma le credeva storie di altri tempi. Piccole voci correvano nelle strade. Aveva guardato il cielo e quello aveva un grigio da aggiungere apprensione. Si lasciò andare come si lascia un abito ormai logoro; svuotato. Solo molto dopo avrebbe saputo. Aveva finito di tradurre quel diario. Non aveva avuto bisogno di guardare il calendario, e non gli interessava di sapere il giorno.
L’avevano trovata pesta non molto lontano, ed era stato lui. Nemmeno quelli che l’avevano soccorsa erano stati buoni con lei. Anche i suoi occhi erano pesti, erano occhi di una donna che aveva sofferto, erano occhi a cui avevano succhiato l’anima. «Lui non mi ha costretta e io ho perdonato». Poco importava, non la poteva più sentire. Allora l’aveva maledetto; anche lei era ancora ragazza. Lo era quando era sparita dalla sua casa. E lui le aveva promesso di proteggerla. Ma non si dovrebbe morire a vent’anni; eppure aveva preso la corda e se l’era stretta contro. Pronto per quella terra arida e sconsacrata. Niente aveva più una ragione ormai, pensò troppo frettolosamente; aveva già versato tutte le lacrime che poteva piangere. Non aveva più alcuna ragione tranne quella di cercarlo. Certo non avrebbe più riavuto le cose indietro. Il passato sarebbe rimasto per sempre passato, e a lui restava quello: era solo padrone di una preghiera che non aveva mai imparato abbastanza bene. Ma non era di se che provava pietà e non era più un ragazzo ormai. Non era nemmeno più lui. Nel dolore si cambia. E sapeva ormai che solo i morti possono dare la caccia ai morti. Gli dava coraggio sapere che non c’era ormai abbastanza mare per nascondersi.

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Terra del disincanto la terra
del ricordo. Volevo offenderti col cuore
e radicare in te la speranza e
una favola: la fantasia. Darti giorni
che non sarebbero mai giunti. Io lo so, tu
pure lo sapevi, ma è bello illudersi, a volte,
per una favola, nella speranza ma gli anni
ci facevano diversi e i giorni
erano un conto che stava consumando
la sua fine. Avrei voluto aiutarti nel viaggio…
nel viaggio che non potevi conoscere,
tenendoti per mano, di una tenerezza
che ci era stata ancora proibita. Quel caffè
ci avrebbe aspettato,
non sarebbe mai stato nostro. Volevo solo
parlarti d’amore, che tu lo sapessi, conoscere
quell’uomo che conoscevo da sempre e
che non ho mai conosciuto veramente.
Per una volta nella mia vita provare
a perdonare, l’unico sbaglio che hai fatto; dimenticare
come mai ho saputo fare. Prima che la memoria
dimentichi lo voglio ancora una volta ricordare.

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