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Posts Tagged ‘fortuna’

CARTE: Analisi di un omicidio (33*48) tecnica mista su carta, 6 giugno 2010Quando l’ho vista arrivare ha richiamato subito la mia attenzione. Solitamente la mia anticamera è sempre gremita. C’è una folla enorme e varia e multicolore in attesa. Uno spaccato di molteplice e misera umanità. Gente che insegue la fortuna, l’amore o una illusione. Per lo più gente male in arnese e rumorosa, di tutte le età. Spesso mi intristisce e mi fa pena quell’universo di gente disposta a dilapidare tutti i suoi miseri risparmi di una vita per governare la sorte. Molte sono le donnette e molte di loro stringono in mano un santino e si segnano continuamente. Io ci campo di loro e ci campo bene.
Lei invece era elegante e curata e cercava di nascondere l’avanzamento inesorabile dell’età. Aveva aspettato che tutti se ne andassero e lo stavo già facendolo anch’io. Cosa non del tutto insolita era tra chi non vuole che gli altri credano che anche loro credono in queste cose; non voleva farsi vedere. E mostrava quel certo disagio tipico anche di chi non frequenta abitualmente studi come il mio.
Molti, quando escono da qui, sono i primi a dire che loro sono gli ultimi a credere. Si avvicinò con fare quasi circospetto e si sedette, facendo attenzione a non sgualcire minimamente la gonna, estraendo dal cilindro un sorriso di circostanza che però le illuminava il viso. Era gradevole la sua voce e il profumo che usava senza abusarne. In lei era tutto composto: la parlata, compresa la grammatica, l’eleganza e quel sorriso pacato. Aspettai un attimo affinché passasse quella minima ansia del primo momento, bisogna essere anche un poco psicologi nel nostro lavoro.
Voleva sapere cose le riservava il futuro; nientemeno. Nulla di più semplice. Faticò a confidarmi nome, cognome, età e ed indirizzo come se noi dovessimo sapere proprio tutto, anche quello. Spostai le carte e le presi la mano. Era una mano curata, come del resto tutto il resto, che abbandonò lievemente tra le mie con delicata apprensione rivolgendo verso l’alto il palmo. La gente, quando ci interpella, non vuole la verità ma vuole la sua verità; vuole sentirsi dire quello che si aspetta da noi. Non è raro che, riconoscendo la persona dagli occhi, siamo costretti ad indorare la pillola e ad aggiungere alla nostra lettura un po’ di quella fortuna o di quell’amore in più che vorrebbero fosse loro riservato. Così è stato, debbo ammetterlo, anche per lei, ma non avrei potuto comunque dirle la verità. Avevo visto subito che la sua linea della vita si interrompeva bruscamente ed in modo violento: era incisa in maniera netta e non le lasciava che cinque giorni di vita. Poveretta, mi fece pena.
Pensai che era ancora una bella donna, piacente e che non poteva avere più di quarant’anni. Mi riebbi subito e cercai di nascondermi in un sorriso tranquillizzante. Le dissi di non preoccuparsi e che anzi l’aspettava, di li a quei fatidici cinque giorni, una svolta nella sua vita. Che avrebbe trovato tutto quello che cercava: equilibrio, amore, felicità e agiatezza economica. La invitai a festeggiare i giorni che la separavano dalla realizzazione dei suoi sogni prendendo pieno possesso del suo tempo e vivendolo intensamente alfine di farsi trovare ben pronta e preparata a quel cambiamento.
Le spiegai che non potevo vedere l’origine di quel grande patrimonio, che non leggevo nella sua mano nessun evento tragico per cui forse era l’incontro con un uomo, probabilmente quello della vita, o forse una grande proposta d’affari. La consigliai perciò di non farsi prendere alla sprovvista e di munirsi di un po’ di denaro da tenere in casa perché a volte anche la fortuna ha bisogno d’essere aiutata. Cercò di interrompermi per spiegarmi che la sua situazione economica era già buona e che non era quello che voleva ma non la lasciai terminare. L’avevo capito dall’anello che portava al dito, ma si stava ormai facendo veramente tardi. La tranquillizzai anche per quanto riguardava la salute e le accarezzai il palmo della mano molto delicatamente. Lei accennò un sorriso intimidito e abbassò gli occhi ringraziandomi.
Dopo che se ne fu andata pensai che cinque giorni in fondo sono ben poca cosa, che sfuggono in un soffio. Il giorno fatidico, il quinto, ricordo che era una martedì come questo, dopo averle preannunciato la mia visita per cellulare andai a trovarla. Mi accolse con un sorriso aperto e cordiale che le illuminava tutto il viso, al pari di un vecchio amico, e mi ringraziò anche se non mi sarei dovuto disturbare. Come avevo immaginato la sua era una bella casa signorile, molto signorile ed elegante, anche l’arredamento era di un gusto raffinato; una vera reggia. Lei era veramente in splendida forma e mi fece accomodare in salotto ansiosa di raccontarmi. Quei giorni erano stati per lei veramente, come le avevo anticipato, dei giorni speciali. Lei non aveva avuto altro pensiero che quello di pensare a sé e il tempo le era passato come un soffio tepido e sereno. Il marito stava organizzando un bellissimo viaggio da fare assieme in un posto esotico di cui ho scordato il nome già mentre me lo diceva. In quel momento era sola in casa perché lui aveva dovuto naturalmente recarsi in ufficio come al solito.
Mi confermò che aveva mantenuto il segreto sul nostro incontro, come le avevo raccomandato, e che perciò si sentiva come una bambina discola e bugiarda. Aggiunse che un po’ le era rimasto difficile perché dalla lingua le sfuggivano le parole poiché non riusciva a trattenere l’allegria e la felicità che aveva trovato. Mi offrì un caffè che fece con le sue mani in quanto aveva dato il giorno libero alla servitù e si scusò di un disordine che non c’era motivandolo con il fatto che stava già preparando le valigie. Mi confessò che era leggermente in ansia per le novità che ancora l’aspettavano soprattutto per quella giornata. Temeva per il viaggio, che la costringesse ad essere assente proprio nel momento che avrebbe suonato a quella porta la fortuna. Le dissi di stare calma e di avere fiducia in me che tutto sarebbe andato bene e che sarebbe successo nel modo più naturale che poteva immaginare.
Aveva un sorriso luminoso e talmente tante parole che non sembrava in grado di governare la pazienza e che non avesse tempo bastante per tutte. E quella voce cortese che scivolava dalle labbra lucide e rosse librandosi di tra i denti candidi che sembrava un massaggio. Rischiai di lasciarmi distrarre. La fissavo negli occhi e non riuscivo a distogliere lo sguardo. Mi disse che non sapeva proprio come ringraziarmi. Glielo spiegai io e mi fece accomodare in camera da letto. Lasciò che le facessi scivolare a terra l’abito e poi si rivelò dolce, tenera e passionale. Tra le mie braccia mi confidò che non se lo sarebbe mai aspettata e che forse ero io quel futuro che l’aspettava. Modestamente penso di essere bravo in tutto quello che faccio. Mentre il suo sguardo si stava facendo liquido e la voce le veniva a mancare si rivelò romantica e tra i sospiri le sfuggirono parole di desiderio e d’amore, ma io stavo già stringendo la presa sul suo collo. Una mano come quella, liscia e di velluto, con all’indice quel rubino naturale birmano ovale purissimo d’un rosso tanto violento da accecare, non poteva mentire sul suo destino.

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Un bambino guarda la realtà che è fuori della finestra dalla televisione

Fotocomposizione grafica con materiale di pubblico dominio¹

Mondo e Erina erano una coppia ormai da molti anni. Loro lo sarebbero stati per tutta la vita. Erano di quelle persone che sono così; e nel proseguo sarà evidente la ragione. Erano entrambi di bassa statura e, forse per questo, camminavano col busto eretto e la testa alta. Cercavano disperatamente di bagnare le loro teste d’infinito.
Lei amava con entusiasmo Ligabue. Lui guidava una macchina che dimostrava quasi la sua stessa età. L’unico vizio a cui raramente indulgeva era una sigaretta di tanto in tanto. Erano molto devoti e pregavano scrupolosamente per interi secoli. Non mancavano mai alla funzione della festa ne di fare la confessione e la comunione. Rispettavano tutti i precetti della loro chiesa e tutti i comandamenti soprattutto quello che gli imponeva di amare il prossimo tuo come te stesso.
Con loro sommo cruccio avevano avuto un solo figlio femmina; Ilaria. La ragazzina, come cominciò l’adolescenza, mise su alcuni chili in più e due tette ingombranti. Aveva lo stesso portamento di quei genitori ma faticava a salutare. In verità nemmeno loro erano molto ciarlieri, si può dire fossero riservati. Poi, il buon Dio, non aveva voluto allietare il loro amore con altri figli. Non che non ci avessero provato, anzi. Per certo era che non avrebbero mai versato il loro seme invano ma che colpa avevano se quel seme era arido. Così lo avevano fatto con assiduità; naturalmente al solo scopo lecito e benedetto della procreazione.
Ma quello stesso loro Dio misericordioso volle metterli un giorno di fronte alla loro prova forse più dura. Con crudeltà inaudita infierì sul povero Mondo senza ritegno. L’uomo infatti si ammalò in modo grave e per un lungo periodo si temette per la sua stessa vita. Ma la volontà del Signore è spesso imperscrutabile. Restò per un’eternità in un letto di policlinico fra la cortesia e la partecipazione di tutti. Le sue due donne si prodigarono nell’accudirlo in modo indefesso e lodevole; giorno e notte.
Certo la figlia, Ilaria, passava un momento non felice. La si vedeva fumare di nascosto dai genitori. Lasciò sul campo del dolore alcune simpatie per suoi coetanei. Ma, come detto, non fece, in quel frangente, nemmeno lei, mancare il suo apporto in casa e le sue attenzioni verso il padre invalido. Aiutò la madre in tutto e imparò quello che di una donna doveva sapere e non aveva ancora capito. E in tutto questo non trascurò gli studi che con la solita fatica continuarono a procedere. Soprattutto faticava con i numeri.
Furono quelli dell’ospedale lunghi mesi di immani preoccupazioni. Andavano su e giù per non lasciarlo mai solo. Le due donne mitigavano la disperazione nella speranza. Poi, se Dio vuole, prese lentamente a migliorare. Non vi erano che pochissime probabilità che tornasse com’era prima. L’eredità più probabile rimaneva una invalidità permanente. Su una carrozzella fu dimesso come un cencio inutile e tornò a casa. Su quella carrozzina si temeva che sarebbe rimasto.
Biascicava malamente le parole con una eccessiva emissione di saliva e le orbite degl’occhi gli cadevano molli. Doveva essere aiutato in tutto. Ormai divideva le ore solamente tra quella carrozzina e il letto. Ma, ringraziando Iddio, aveva avuta salva la vita e nella famiglia tornava ad apparire il sereno. La gente ammirava il coraggio di quelle donne e si rendeva servizievole; offriva generosamente il proprio aiuto.
Poi, pian piano, anche con l’aiuto di Dio e della fede, con una lentezza esasperante, quell’uomo iniziò a migliorare. Solo un occhio attento all’inizio poteva accorgersene. Col tempo e grazie a due stampelle riuscì a liberarsi della carrozzina. Riuscì a prendere a muoversi con le proprie forse sotto l’occhi vigile delle sue donne, ben inteso. Vederlo rinnovava la speranza e metteva di buon umore. Ma rispettiamo il naturale procedere della fredda cronaca degli eventi.
Alcune malelingue, ci sono sempre in ogni piccolo agglomerato quelli che amano spettegolare, presero a rivelare anche particolari più intimi della dolorosa esperienza a cui quel Dio benevolo aveva voluto sottoporli. Quelle voci iniziarono a circolare sussurrate ma con frequenza. E nei primi tempi sembravano mescolare alle parole la pietà e la commiserazione con una sorta di augurante rivalsa. Ma forse non c’era cattiveria. Forse dietro esisteva solo il tentativo di scuotere la noia.
Venne scoperto così che i due coniugi timorati di Dio erano stati interrotti durante un complesso amplesso. Certo il loro era un vero atto d’amore. Non si sarebbero mai abbassati ad accoppiarsi solo per il piacere. Lo avevano sempre fatto per lodare il Signore, per rispettare il vincolo del matrimonio e per allietarlo, Cristo permettendo, della gioia di una nuova nascita. Non era colpa loro se, non si sa per difetto di chi, il loro matrimonio era diventato sterile. E non si erano rassegnati mai che avevano conservato persino la culla e tutto il resto della primogenita.
Mantenevano comunque fiducia nel Signore e non disperavano in una gradita sorpresa. Avrebbero preferito il maschio ma anche una seconda femmina sarebbe stata ben accetta. Era come un ossessione, come dovrebbe sempre essere. Per questo, ignorando e negando con ostinazione quella loro situazione di infecondità, avevano continuato a impegnarsi con testarda sollecitudine. Ogni loro tentativo rivelatosi vano era la migliore ragione per moltiplicare con entusiasmo i loro sforzi in nuovi tentativi. I loro gesti d’amore avevano una frequenza inusuale, limitata a volte solo dal pudore e dalle forze.
Così, come si diceva, si era sparsa la voce che, quando lui venne preso da quel suo terribile malore, stessero facendo all’amore. Qualcuno aggiunse che l’uomo era rimasto così, pressoché irrigidito, nella posizione in cui si trovava. Era restato paralizzato lungo disteso come un ciocco di legno. La malattia lo rese ignaro ma nella moglie, che ancora ragionava normalmente, la cosa non poté che destare imbarazzo. E ridendo quella donna precisò che anche quello, si insomma l’uccello, restò paralizzato spuntando come il ramo sfogliato da un tronco.
Poi, con la clemenza del buon Dio, gl’arti avevano cominciato a ritrovare dapprima quel minimo di flessibilità a poi a risanarsi fino a permettergli la posizione da seduto; come già detto. Ma lì no, aveva continuato a restarsene paralizzato, diritto come un chiodo. E in tutto quel tempo la buona Erina non aveva mai smesso di dedicargli le sue attenzioni e il suo amore. Si prodigava nel lavarlo, nel servirlo, nello spingere la carrozzina e in tutte le altre faccende compreso in quell’amore. E, naturalmente, gli leggeva la Bibbia.
Quanto lui potesse capire non si sa. Sembrava che l’unico problema creato da quella piccola ferita lasciata aperta dalla malattia fosse nel fare la pipì: doveva sedersi nella tazza per non bagnare e bagnarsi da per tutto; si mormorava. Però la infastidivano gli sguardi, che rivolgevano all’invalido le donne, che non erano certo di compatimento. Quelle si congratulavano che fosse ritornato a casa e poi controllavano se era vero quanto si diceva in giro. Lei era, come detto, paziente.
Prima si era munita di un pappagallo ma poi lo sedeva lì con cura e aspettava tranquilla. Infine anche lo puliva e lo asciugava con attenzione e dedizione. Se lo rivestiva per riportarlo a letto. Veramente il più delle volte, soprattutto i primi tempi, non sentiva nemmeno gli stimoli e come un bambino si sporcava, e non solo si bagnava. Bisognava accorgersi ed intervenire quando il danno era già fatto ché era difficile anche costringerlo nel pannolone. Lei si limitava a brontolare in silenzio e provvedeva rassegnata.
Cioè le ferite aperte erano state due. Quell’uomo infermo nel corpo e nell’amor proprio e quella della sua cara moglie. Vederlo così le si struggeva il cuore e non doveva darglielo da vedere. Seduto su quella sua carrozzella le imponeva contorsioni quasi impossibili ma steso a letto era alto di tutta la sua lunghezza. Lo confermò con invidia la signora Pina che era andata a visitarlo in corsia. Ma quella di lei era una ferita talmente lancinante che frequentemente si trovava costretta a calmare riempiendola di lui e cavalcandolo mentre lui giaceva coricato su quel giaciglio immobile, come assente, ma con un pallido sorriso sghembo sulle labbra.
Lei che aveva sempre avuto fiducia nella misericordia del Signore e non si dava così per vinta prese a sospettare che: “Non tutte le disgrazie vengono per nuocere”. Dedicava tutto il suo tempo e la sue attenzioni al suo amore. Si prodigava indefessa per ritrovare la pace famigliare. Chetava la sua ferità in tutti i modi possibili o resi possibili da quella nuova situazione. Anzi si applicava addirittura scatenata per lenire quella ferita. E diceva: “Se Dio vuole, prima o dopo avverrà il miracolo. Sia fatta gloria al Signore”. Ma il fratello di Ilaria non veniva e non sarebbe venuto. Forse lassù, nonostante tutti quei suoi frequenti sforzi, avevano scordato il loro indirizzo e si vergognava al solo pensarlo.
Come già detto lui, sotto gl’occhi colmi di fertile commiserazione della sua donna, riprese a muoversi di forze proprie. Si trascinava pietosamente sulle stampelle, aiutato poco dalle molli gambe, con sforzi inumani. Con grandi e immani fatiche percorreva quei pochi metri che erano già il suo grande traguardo. Lentamente le gambe presero ad aiutarlo e i percorsi si allungarono. Un semplice gradito, però, restava una difficile barriera. Passò dalle stampelle ai bastoni. I soliti pettegolezzi più addentro furono lesti ad informare, senza grandi gioie ma con scherno, che stava guarendo anche lì.
Insolitamente i soliti noti non sembravano rallegrarsi tanto per i suoi nuovi progressi quanto si compiacevano della sua ormai prossima guarigione; del fatto che tornasse comodo, lo stesso, come uno di noi, nei calzoni. Sputavano a denti stretti: “Avrà finito anche lei di tanto sacrificarsi. Si è portata a casa un cero del signore ma adesso, inesorabilmente, come ogni fiamma eterna si sta smorzando. Sia fatta la Sua volontà”. E a dire il vero sembrava che in apparenza sogghignassero.
Qualcuno un poco sensato se ne ebbe e disse: “Stia attenta. Potrebbe capitare anche a lei”. Ma quella pettegola rispose sulla sorpresa dell’uomo un laconico e fiducioso: “Magari.” –e aggiunse tanto sottovoce da non essere quasi udibile– “Capita sempre agl’altri tanta fortuna”. Di quale fortuna parlasse quella povera donna sciocca, che pure frequentava anche lei le stanze del Signore e quelle del parroco, non era dato sapere.
Era difficile capire come quel rado popolo, devoto e generoso di sostegno per i bisognosi, festeggiasse la salute con tanto soddisfatto rammarico e astio ma sembra che una notte le avessero sentito pronunciare le seguenti parole precise, sillaba per sillaba, a voce alta e isterica: “Con questa, anche per stavolta, sono sette. Speriamo almeno che sia un maschio”. Se non sembrasse assurdo si sarebbe potuto sostenere che quei pettegolezzi avessero un sapore di gelosia e di rivincita.
La notizia era stata raccolta dalla signora Adele che al telefono aveva sentito la signora Pina che dice che ha sentito dire dalla Dina a cui la signora Alice ha raccontato che le hanno riferito di come si fosse svolto il fatto. Tutte le notizie circolano così: così era stato per quella grande disgrazia del venerdì diciassette. In questo caso, come era nata non si fu mai in grado di ricostruirlo veramente. Ora sembra che la piccola Erina abbia avuto sentore della completa guarigione imminente del buon Mondino e non abbia voluto perdere tempo.
Naturalmente, vivendo fianco a fianco tutte le traversie di quel lento calvario, aveva tempestivamente notato ogni piccolo miglioramento e tutto aveva annotato. L’uomo riprendeva parte delle sue forze, ogni muscolo ritrovava elasticità. Le risposte di quel fisico duramente provato tornavano su valori di normalità. Il cervello era stato il primo a ritrovare la ragione. Capiva perfettamente quello che gli si diceva. Tornava a parlare in modo usuale e sciolto senza sputare. Tornava a deambulare di fatiche proprie. Tornava padrone dei suoi bisogni. Tornava persino a sorridere. Tornava a pregare.
Così quella caritatevole donna si avvicinava alla serenità. Ma come a volte succede anche le liete notizie creano strane reazioni. Prese la sua aria corrucciata e il suo piccolo amore che, se pur basso di statura, tanto piccolo non era e lo accompagnò a sé in bagno. Lo lavò e asciugò con le cure che si riservano al figlio neonato. Provvide a fargli la barba e se lo profumò. Poi si apprestò a mettere in atto quello che aveva sentito bisbigliare dalla donnicciole e che aveva, quella volta, finto di non sentire per la vergogna.
Si sedette sopra la lavatrice. Per dire il vero vi si arrampico sopra di schiena con una qualche fatica e si accomodò. Stimò l’altezza del marito con buona approssimazione. Saltò giù e corse di là frettolosamente. Tornò e lo fece, salire rivolto alla lavatrice, su quattro volumi della Storia d’Italia Einaudi. Lui cercava di mantenere quell’equilibrio precario appollaiato sulle grucce con molta applicazione e sacrificio. La guardava esterrefatto perché non capiva cosa stesse facendo ne tanta frenesia.
Lei scivolò nel piccolo spazio che lo divideva dall’oblò e tornò sopra la macchina con le gambe a penzoloni. Allargò le gambe e si aprì l’accappatoio. “Viene qui!” –Gli disse. Era stata categorica ed imperativa. Lui cercò di eseguire il suo ordine mimando quel piccolo movimento goffamente ma lei lo trasse piano a sé tirandolo con le mani appoggiate al sedere. Quando le fu sufficientemente appresso che quasi le era addosso si liberò una mano per indirizzarlo con precisione. Non aveva avuto naturalmente bisogno di prepararlo che lui era ancora sempre pronto. Solo con l’altra lo portò ulteriormente a sé e in sé.
Lo fece accomodare e lui abbandonò le stampelle perché si poteva appoggiare a lei. “Senti qualcosa?”–chiese– “Ti sembra di sentirmi?” –e si informò. “Credo di sì!” –rispose balbettando perplesso l’affezionato marito e gli uscì ancora una eccesso di saliva nelle parole di cui non seppe nascondere il pudore ma lei non se ne ebbe. Con piccolissimi spostamenti del bacino gli andò ancora più incontro fino al bordo dell’elettrodomestico. E lui rimase lì proprio come un manico di scopa; conficcato nel fondo della sua donna.
Non fu una scena idilliaca, spiegano, ne tanto meno educativa; più che altro fu una situazione ridicola e impudica. Lei protesa tanto sul bordo da rischiare di cadere, con le gambe denudate che scalciavano piccoli passi. Lui diritto in lei che si sosteneva e la tratteneva; per il resto immobili che i piccoli passettini della donna lo facevano avanzare sempre più in fondo. Ed immobili attesero pazientemente che si compisse il volere di quel Dio e di quella macchina.
Veramente lei, curvandosi verso destra, manovrò tra le gambe del loro insolito abbraccio la manopola del programma per la biancheria. Ruotò quella manopola per quasi tutto il suo percorso così da non dover consumare troppa fatica del marito e troppa impazienza. Accelerò solo l’attesa e il volere degli eventi. Così la macchina versò acqua e schiuma ed esplose a tremare per la centrifuga. Si mise a vibrare violentemente che era anche un modello piuttosto vecchio che loro non avevano cambiato perché erano stati costretti a fin troppe economie. Invero cigolava pure un bel poco.
Immaginare di vederli stuzzicava piccoli scoppi di risa brevi ed improvvise e qualche “Oh!” e qualche mano sulla bocca. Se la macchina si scuoteva e sussultava loro, che erano l’uno appoggiato e l’altra seduta sopra, furono trascinati in quel movimento in una sorta di balletto meccanico. Dei benigni sbatacchiavano quei due poveri cristi come marionette inarticolate e austere. Lui era preso da quelle convulsioni mentre la moglie sembrava accentuare i movimenti traballanti della macchina mantenendo la sua aria altezzosa e sussiegosa. La lingua dell’uomo rischiò di scappare fuori.
E’ divertente. Scusami, credo non si dovrebbe dire. Ma mi sembra che mi piace.” –si provò a biascicare Mondo. “Stai zitto! cretino e fammi chiavare” –gli rispose lei tutta impegnata ma se ne pentì all’istante. Era stata dura, probabilmente cattiva, forse ingenerosa nei suoi confronti e quasi volgare ma ormai le era sfuggito. Insolitamente, per questo o per quant’altro vi fosse nella loro disperazione, si lasciò andare. Lo sentiva sbatterle addossò e, con precisione millimetrica, sbatterla cioè sbatterle dentro. Lì in fondo alla mona che non aveva mai avuto la sfacciataggine di chiamare con quel nome.
Dai che ci siamo! dai! dai! che se Dio vuole questa e la volta buona. Basta che stai fermo e che me lo dai. E’ davvero bello scopare. E dammelo… dammelo tutto.” –quella piccola devota donna si esprimeva in quel modo così inverecondo e tanto sconcio e triviale. E la centrifugazione durò oltre il tempo strettamente necessario. Così che l’uomo la godette e lei poté anche bissare; ebbe il tempo di fare anche il secondo tentativo. E per lui disse: “Finalmente.” –ma per la seconda volta sua gridò più piano e aggiunse prima di ritrovare il suo pudore– “Cristo santo che trombata. Ne avevo proprio bisogno. Sia fatta la volontà d’Iddio”.
Un auditore più attento avrebbe potuto cogliere un’estrema costernazione, forse inconsapevole, nel tono della moglie. Forse quello che, in cuor suo, cercava di negare e temeva era quello che in seguito si sarebbe realizzato. Lui guarì appunto completamente e non fu più quello stesso. Quando la macchina terminò di completare quel programma di risciacquo lui cadde esausto fra le sue braccia e si intimidì. Divenne cioè come dovrebbe essere ogni uomo in situazione di riposo: si ammosciò.
Pazienza.” –disse sottovoce la fedele moglie afflitta ed avvilita. Ma il suo sacrificio non rimase vano e le tornò nel petto quella speranza che non li aveva mai lasciati. Col tempo lui tornò persino ad andare in bicicletta pedalando con concentrazione. Lei cominciò ad ingrossare e presto fu evidente che finalmente, dietro quell’aria malinconicamente depressa e rassegnata, si nascondeva una nuova gravidanza. Presto la loro unione sarebbe stata, per così dire, rallegrata da un nuovo dono del signore e fu proprio un bel maschietto di quasi quattro chili e mezzo.
Nonostante la sua incrollabile riservatezza, con quell’aria stranamente avvilente, si confidò con la signora Dina che: “Mondo è guarito. Finalmente potrò dedicarmi solo ai miei figli perché il Signore ha comandato così, se Dio vuole. Ora sappiamo che non potremmo averne altri nella sua grazia. Lo avevo curato con tanto amore che quasi mi dispiace. Sia fatta la volontà di Dio”. Ma quel suo marito camminava in una vita di salute piena e non vi era più nessun’altra probabilità di una ricaduta, che tornasse cioè a soffrire di paralisi nemmeno parziali.


1] La fotocomposizione è tratta dal sito-rivista di un amico per il quale l’ho fatta. Il racconto è stato scritto il 5 maggio 2002

Approfitto… AUGURI

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foto di Ross con il pancioneDolorosamente, faticosamente lo devo ammettere: aveva ragione Lei. Ancora una volta. Come sempre. Alla faccia del “poeta di allora”, alla faccia del “perfettino senza arte”, alla faccia del “brontolone intemperante”, alla faccia dell’ “instabile iroso dagli umori frizzantini”, alla faccia di tutte le facce e della mia, ne è uscito, ancora una volta, un buon post.  Alla fine. E io starei ancora lì a cercare l’uovo nel pelo. Il fatto che del film s’è fatto poco cenno. Ed è così che ci si sente scornati e senza parole.
Allora, come s’usa dire, parliamo del tempo. Scroscia a dirotto, per dirla tutta. Cosa? Ma la pioggia, naturalmente. Cosa potrebbe scrosciare, e per giunta a dirotto. Viene giù che dio la manda. E chi altri la potrebbe mandare se non un tipo così assai bizzarro. A catinelle. A secchiate rovesce. Sono modi di dire e i modi di dire seguono ragioni proprie. Mica gli si può chiedere una logica. Verrebbe da dire: piove, son tutti ladri. Se non fosse che sarebbe qualunquismo. Non fosse che mi chiedo se me la si poteva, allora, chiedere. Io credo di aver sognato solo di uscire. Di scappare. Di sottrarmi al ruolo che mi era stato destinato. Ma sono stato da subito spettinato, a modo mio, ribelle. Comunista. Comunista in una famiglia comunista. Riuscivo ad essere lo stesso comunista a modo mio. E a contestare. Con già il 68 nelle vene.
Eppure ero un bambino muto, con gli occhi che gli pesavano a terra. Disperatamente alla ricerca dei gesti dell’affetto. Forse nemmeno mi mancavano. Non mi erano mai abbastanza. Un bambino che giocava con la propria ombra. Proiettandola sul muro. Facendola ballare. Poi sono diventato un bambino con un fratello. E in seguito il figlio maggiore. Mai sopportato nemmeno questo ruolo. Ancora oggi lo rinnego. Me ne vado a raccontare che è lui il più vecchio. L’altro. Quello bello e fortunato. Quello che la vita la sfida. Mostra di sfidarla. In realtà ci passa attraverso. Pare sempre a suo agio. E si fa ragione alzando la voce. Lo lascio fare. Sono sempre e solo intervenuto quando quella sfida gli ha offerto prove troppo impegnative. Nei suoi momenti di sconforto. Bui.
A parlarmi addosso mi sembro un altro. Ho sempre cercato malamente di non farmi notare. Con gli anni non è cambiato molto. Non sono mai corso dietro a nessuno. Mi meravigliavo solo quando erano gli altri, a seguirmi. Non ho mai amato gli eroi. Ho continuato ad amare gli umili, nonostante le rabbie. A evitare i miti. Mi affogavo di libri. Fino ad arrivare alla nausea. Ma mai stato ortodosso. E’ così che ti ritrovi ragazzo. A volte troppo presto. Senza nemmeno accorgertene. Ma me lo sono chiesto; anche se molto dopo. Non ho mai sognato di diventare pittore. Non ho mai sognato di diventare poeta (come mi chiamavano gli amici). Lo scrittore. Ho semplicemente provato a farlo. Mi bastava dimostrare a me che avrei anche, seppur malamente, potuto farlo. E lì finiva la sfida. Dimenticavo di dire che non ho mai amato le competizioni. Ho accettato sempre le sfide, mai le competizioni. Mai voluto essere migliore di nessuno. Mi bastava convincermi di non essere il peggiore. Ci doveva pur essere, in un qualche angolo, un valore inferiore.
Le cose le devono fare chi ha imparato per farle. Dimenticavo anche di dire che allora ho deciso di non proseguire negli studi. L’ho deciso io; assieme alla vita e all’ambiente. Me ne sono pentito. Non me ne sono pentito. Non abbastanza. Non abbastanza per riprenderli, quegli studi. Qualsiasi. Invece Lei lo ha fatto. Per Lei era un sogno. La invidio. La stimo e la invidio. Volevo solo attraversare la vita. Com’è sempre stato. Come oggi. Parto amando solo il viaggiare. Non chiedo quasi mai cosa succederà domani. Mica me ne vanto di quanto sopra. Solo che fui e sono stato. Quello era quel bambino. Poi quel ragazzo. Oggi sogno ancora. E ogni notte sogno di risvegliami il mattino, vicino a Lei. Parrebbe strano. Mai sentito l’angoscia di non risvegliarmi. E’ che oggi c’è Lei. E’ tornata. Così come non era mai stata. Come non era potuto essere. Ma sono molte le cose che mi fanno sentire strano. E che mi paiono magiche. Soprattutto oggi. Pioggia o non pioggia.
Insomma poi ho avuto la fortuna di incontrare Lei, Rossana, allora, ma qui comincia un’altra storia. Sprecarla in poche righe sarebbe uno spreco. Una banalità. Una bestemmia. Non è forse la favola? Lo è per me. Mi chiedo a chi può interessare. Cosa può destare interesse in questo parlare di me. Come di una cavia. Attempata. Forse per lenire. Forse in senso propedeutico. Il trovare qualcuno che è riuscito a fare di peggio. Sono riuscito quasi a convincerla che non ero adatto. Che non mi doveva né poteva amare. Aspettare. Che tutto vale maggiormente la pena. Naturalmente l’ultimo piccolo passettino se l’è dovuto fare da sola. Anche questo appartiene all’altra storia.
Non fossi un tipo fortunato sarei solo una nullità.

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Non c’è niente da fare: lo sono sempre stato, distratto. Come quella donna che ha perso i figli. Per quanto faccia, per quanto stia attento. E’ più forte di me. Forse me l’hanno scritto nel dna. Alzo gli occhi e incespico nel gradino. Eppure è sempre stato là. Eppure l’ho fato per anni, ogni giorno, ogni santo mattino. Rincaso e suono al piano di sopra. Al piano di sotto; che quella è anche bisbetica. Se non avessi sempre avuto persone attente vicino a me chissà quante ne avrei combinate e come sarei finito.
Non conto neanche tutti gli ombrelli di cui ho disseminato ogni posto in cui sono andato. E quelli non sono nulla: mi son perso due cani, peccato che uno era uno splendido esemplare di terrier di razza, e persino un cardellino. Per non contare quante volte prendo il giornale, lo pago e lo lascio all’edicolante.
Come quel giorno che mi sono accorto solo dopo essere arrivato in ufficio che non avevo gli occhiali sul naso. A proposito di giornali è successo quando mi sono messo per leggere il giornale. E’ stato imbarazzante perché alle dieci avevo un appuntamento. Ho detto prego si accomodi a Giselda e ho accolto l’ingegnere Fillicuti con un sonoro e garbato dica pure signora. Fortuna che non m’è passato a tiro altrimenti rischiava che mi scappasse anche una gran pacca sulle chiappe.
Non fossi in questa situazione mi verrebbe da ridere a pensare alla faccia che avrebbe potuto fare. Che poi, a rifletterci, comunque, in quello stato, mica avrei potuto vedere la sua espressione. Insomma ho combinato comunque un gran casino. Alla fine son dovuto correre a casa. Perché tutto poi si risolve. Ma la pacca a quello di Giselda l’ho data appena son tornato. E mi son preso anche gli interessi; perché in fondo sono sempre stato anche fortunato. E poi anche lei, Giselda, non è proprio un aquila; porta lenti proprio spesse. Comunque a lei non importa come sono, tra noi funziona perché lei mi accetta per quello che sono. Chissà come avrà preso la notizia. Non si è ancora fatta vedere. Forse deve ancora riprendersi.
Per quello nemmeno mia figlia si è ancora fatta vedere. Avrà avuto da fare. I giovani hanno sempre da fare. Mi spiace solo che non mi ha portato a far vedere il nipotino. I bambini danno sempre allegria. Deve essere stata proprio la mano che la santissima vergine non ha mancato di mettermi in testa se non sono caduto dentro quel giorno che ho aperto la porta dell’ascensore e la cabina non era al piano. Certo che li dovrebbero fare più sicuri certi arnesi e non si dovrebbe aprire la porta. Quella volta me la sono proprio vista brutta. O come quella volta che dovevo andare a Firenze e son finito a Mantova. Ho preso il treno sbagliato, ma, in quel caso, non è stata tutta colpa mia. Hanno cambiato il binario all’ultimo momento. Non ho sentito l’annuncio per l’altoparlante. C’è sempre una gran confusione nelle stazioni. E poi proprio in quel momento mi ha sorriso una che era proprio una bella bionda. Insomma è stato un insieme di coincidenze. Poteva capitare a chiunque, solo che capitano sempre e solo a me.
Quando ho visto Clara ai giardini ero certo che si stesse baciando con uno. Se non era lei a dirmi che stava semplicemente parlando con un’amica sarei rimasto nella mia convinzione. Certo che è una strana ragazza, ma dovevo immaginarlo perché mia figlia è anche sempre stata molto seria. Non mi sono mai dovuto preoccupare di lei. E non era nemmeno la prima volta: andava alle medie quando l’ho vista armeggiare con l’ipod credendo di vederla fumare. Anche quella volta avevo messo quelli da sole di Assunta invece di quelli miei da vista. Il fatto è che ho sempre tante cose per la testa.
Sono arrivato da Varalli senza la pratica. Sottobraccio portavo l’elenco telefonico. Ma ne potrei raccontare da restare senza voce. L’ultima volta non sono stato attento di respirare come si deve. Così mi sono distratto una volta di troppo. Deve essere stato con i funghi. Mi sono soffocato come un qualsiasi stupido. Assunta, mia moglie, lo sapeva come ne vado ghiotto. Più che mangiarli li ho sempre divorati; con ingordigia. Non posso che dare la colpa a me stesso. Non posso che dirmi: “Così impari”; non fosse che a volte, come questa, è un po’ tardi per imparare la lezione.
Figuriamoci poi se da me ci si può aspettare che me ne accorga quando mia moglie è stata dal parrucchiere. Eppure almeno quando sono alla guida mi sembra di essere sufficientemente presente. Non sono solo colpa della mia distrazione quei quattro incidente, di cui due per tamponamento, che ho avuto. Ora mia moglie, Assunta, continua ad aver cura di me. Continua a parlarmi anche se non le posso rispondere. Viene a portarmi i fiori e a sistemarmi. E non è mancata nemmeno puntualmente per il due di novembre. La tomba è sempre perfettamente in ordine; santa donna.
Ma chi è quel tipo che arriva e va via sempre con lei, sottobraccio? E che l’aspetta mentre lei sistema la mia ultima dimora? Ha un comportamento strano e non è che mi piaccia proprio tanto. Soprattutto non mi piace che si tocchi davanti a me e che le tocchi il culo mentre si allontanano. Però la sua faccia non mi sembra nuova. Ho come la sensazione di averla già vista, anche se non ricordo dove. Però ricordo solo ora quello che dovevo dire ad Assunta. Speriamo si sia accorta da sola che ho lasciato acceso il gas con la moka sopra.

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E intorno solo mare. Annegarsi di birra e di rum al primo porto. A scaricare la rabbia sulla prima parola. Aspettare una lettera che non arriva né può arrivare. Non scendi mai in quel porto. E allora tanto vale, cercare due braccia per nascondersi, lasciarsi consolare a poco prezzo cercando di illudersi. Gridano tutte le sirene. E poi cercare un nuovo imbarco, perché se lo hai fatto vuole dire che non puoi farne a meno, che non hai altra scelta, che è una condanna e un destino. Il mare.
La pelle seccata dal sale e incisa dal sole. Gli occhi arrossati a guardare sempre oltre e, per molti come me, a cercare di scordare. A cosa serve, qui, una storia? Mesi e anni di sole onde e schiume. Non una donna. Pioggia e notte. Vento e freddo che taglia in gola le parole. E solo mare intorno. Ma come fanno i marinai? Ed è di tutto questo vuoto che i ricordi si fanno enormi e indelebili.
Non è questa la fuga. Non è la vita più facile la vita del mare. E alla fine puoi contare solo sulle tue forze e sulle tue mani. Ti toglie tutto e quello che ti da ti sfugge tra le dita. Non rincorri le leggende, le senti solo raccontare; aspettando la notte. O mentre stavi aspettando un nuovo imbarco. E poi tutto intorno così immenso che lascia a volte senza fiato e altre senza speranze. Immenso persino il silenzio. Lì, a giocare con una voce più grande di te. Ed è allora che ti rifugi cantandoti una canzone. Perché per me c’era il fascino ma soprattutto non c’è nessuno che mi aspetta.
Siamo tutti una sola cosa. Tutti imprigionati in una stanza vuota, senza mura. Con la notte ch’è solo buio; quasi nero completo. Non fosse per le stelle, quando ci sono le stelle. E allora ti fermi a fissarle. E allora mi fermo a fissarle. E loro tacciono o si raccontano le poche cose che sanno dire. E se cerchi il sonno lo cerchi con fatica. E la fatica te lo toglie, il sonno. Sei troppo stanco per pensare, per sognare, per solamente dormire. E’ in quelle ore che prendo la penna. Che cerco di scrivere la lettera che non finirò mai. Una lettera che nessuno leggerà. E’ solo la stanchezza a guarirmi. Poi è solo perché i giorni sono sempre diversi e tutti uguali.
Di cosa è fatto il mare? Il mare è fatto di onde adulte, e delle sue infine storie. Chi si ricorda quella più alta? Ogni uomo sa dar spazio alla propria immaginazione e bara un po’ per essere ammirato. Come se fosse stata solo sua quell’onda. Se solo lui l’avesse cavalcata. Con la nave a vibrare come pronta a squassarsi sotto il peso e la furia degli elementi. E infine le tempeste. Quelle che ti spaccato il respiro nel petto e ti strappano le pupille. A cui resisti con solo la voglia di lasciarti andare. E ancora una volta ti senti solo davanti a quell’immane universo. Ad un vento senza rispetto che ti schiaffeggia e ti vuole trascinare con se. E lo vorresti. Vorresti lasciarti andare. E allo stesso tempo ne hai paura. Quella paura che non puoi e non vuoi ascoltare. Eppure ti parla; nitidamente. Ti reggi al cordame che ti strappa dalle mani la pelle. E tutta la pelle la raffica sembra volerti strappare.
E’ l’oceano Pacifico questo. Lo guardavo e mi faceva paura. Il comandante è un santo o un pazzo, non fa differenza. E’ semplicemente il messia; mentre rimpiangiamo già anche solo i fari di Cape Cod. Tutti noi siamo nelle sue mani. E’ allora che mi sono distratto per tornare a guardare il mio compagno. Lui scuote forte il bicchiere di cuoio; piccoli rumori secchi sbatacchiati. Poi lascia ruzzolare le ossa sul tavolato. Velocemente allora le ho sistemate come le avevo viste cadere quella sera. Non abbastanza velocemente perché non se ne accorga. Perché io ho una enorme memoria fotografica. Potrei tracciare una mappa precisa dopo aver solo scorto una costa per un attimo.
In quella sua maschera appare una sorta di sorriso. E in quel sorriso ne corregge una: “Dove hai imparato questo gioco”?
Provo una sorta di vergogna, come se potessi pretendere di ignorare il mio tentativo smascherato di barare: “Ti ho osservato mentre in taverna. Un uomo se la destina la propria fortuna”.
Improvvisamente c’è un grande tramestio intorno perché in quel momento un grido da prora avverte che è stato avvistato il mostro.

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