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Posts Tagged ‘Francesco De Gregori’

I tempi erano duri per tutti e col tempo s’erano fatti ancora più duri, soprattutto per lui. Il mondo era in preda alla più completa anarchia. Crisi da euforia. Eppure lui sapeva fare bene il suo lavoro ma, a sentire loro, non faceva mai abbastanza. Pian piano si stava dichiarando sconfitto e si stava rintanando dentro a se stesso. Non c’era ormai nulla da stare allegri. Il benessere passato aveva riempito tutti di troppa euforia, di troppe aspettative, di boria e di smanie. La verità era che l’intero universo si era riempito di un unico popolo di consumatori compulsivi. Nessuno si accontentava più di niente, dovevano avere di più, soprattutto per i loro piccoli mocciosi frignanti. E tutti sapevano tutto.
La vita di un bambino dovrebbe essere fatta di sogni, di aspettative; cosa ne potevano capire? Erano le favole che cose più belle per gli occhi innocenti. Invece anche quei gnomi, i sopravvissuti alla politica di Erode, erano i primi a piagnucolare lagnandosi e tirando su il muco che colava dal naso. Ma mica era colpa dei piccoli mostri, nessuno gli aveva insegnato che l’erba voglio non nasce nemmeno nel giardino del re. E tutti avevano scordato l’importanza di un cavalluccio a dondolo, di un burattino di legno. Quelli sì erano giocattoli, che stimolavano la fantasia; i sogni. Invece volevano quegli orribili oggetti di plastica, affascinanti sì nei loro colori, ma così anonimi e tutti uguali. Le bamboline simil modella anoressica. Poi i videogiochi. Poi l’ultima novità in fatto di telefonini e tutte le altre diavolerie, elettroniche e non. Soprattutto e ancor peggio preferivano la rozzezza e la quantità alla qualità.
Lui arrivava con tanta fatica col suo pacchettino e sembrava un pezzente. Eppure ricordava le antiche grida argentine piene di gioia e di giubilo. La meraviglia della sorpresa nei loro occhi. Niente di quello era sopravvissuto. E il papà univa i suoi così tanto inutilmente preziosi regali. E la mamma i suoi. E gli zii. E i nonni. Persino gli estranei. Una gara a chi fa e vizia di più. Era naturale che così prima o poi –più prima che poi– tutti avessero smesso di credergli; di scrivergli. E lui aveva perso entusiasmo e passione: com’erano belli i tempi in cui correva da per tutto e non aveva mani per tutti tanto che doveva farsi aiutare da quella vecchia befana. In cui un libro accompagnava le notti della famiglia davanti ad un focolare. La felicità di una vita semplice. Senza motori e reattori. Senza shuttle e macchinine telecomandate al posto di quelle di latta con la chiavetta per caricarle. O avrebbe trovata una soluzione, qualsiasi, o sarebbe stato presto definitivamente messo in pensione.
Lui aveva amato i bambini. Tutto quello aveva cambiato anche lui. Voleva tornare a provare quel piacere, tornare ad essere amato; creduto. Si sarebbe fatto in quattro, e anche in otto, purché tutto tornasse come ai bei tempi. Le favole tornassero ad essere favole, e lezioni di vita, e la televisione… beh! quella poteva anche andare a fanculo. Era stata lei la massima colpevole di tutto quello sfascio. Dall’uomo sulla luna, e ancora prima, e tutto il resto. Ma lui non era che un umile artigiano, un lavoratore, poco più di un manovale. Era consapevole dei propri limiti. Si sarebbe accontentato di poter fave il proprio lavoro. Non era certo un dio, né aveva mai voluto illudersene, non poteva accontentare tutti e anche di più. Anche perché lui invecchiava e l’incremento demografico era impazzito. Anche un pacchetto ciascuno le sue forze non erano più sufficienti. Forse avrebbe avuto bisogno di pensarci prima.
Chi aveva ancora bisogno di credere in lui? Certo di situazioni tragiche era pieno il mondo. Non poteva fare per tutti ma poteva almeno occuparsi di qualcuno. Tra i tanti sventurati, non senza rimpianti, quell’anno aveva deciso di optare e di cercare di occuparsi meglio dei bambini palestinesi. Era stata una letterina particolarmente commovente a farlo decidere. L’uomo doveva ritrovare la fame, la fatica, il dolore per tornare ad amare la vita. Loro sì continuavano ad accontentarsi delle cose semplici e avevano bisogno di ritrovare speranze per tornare ad essere bambini e immaginare una vita normale; quella di tanti bambini, quella che avrebbe dovuto essere di tutti i bambini. Si mise al lavoro per tempo con tanta fatica e alla fine aveva una slitta piena di sogni, di carte lucide e nastri colorati. Aveva quasi ritrovato l’orgoglio e la passione di un tempo che credeva perduto. Partì rincuorato ma non arrivò mai. La notte del 24 dicembre 2008 fu abbattuto dallo scudo protettivo contraereo israeliano prima ancora di arrivare a sorvolare il cielo di Gaza.

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A casa di Alice c’è sempre la chitarra nell’angolo per chi vuole suonare. E c’è sempre qualcuno disposto a suonarla. E qualcuno disposto ad ascoltare. A casa di Alice c’è sempre un posto a tavola per chi vuole fermarsi a cena. No! lei non sa cucinare, ma fa un ottimo tè alla cannella o alla menta. Possono mancare le tazzine ma non mancano mai gli amici. A casa di Alice c’è sempre un posto per chi vuole fermarsi a dormire. E le notti sono lunghe a casa di Alice. Ne hanno scritto un libro, ma non sarà mai pubblicato. Perché ormai tutti conoscono Alice e tutti sanno le sue storie; ma quando le racconta è bello starla ad ascoltare. E quando le raccontano gli altri non è difficile che ne nasca una canzone. Perché Alice non è solo Alice ma è tutto, anche se non ha mai attraversato lo specchio. E quando torna dal viaggio porta con sé i colori e gli odori. Ed è bello viaggiare assieme a lei. Se fosse una donna sarebbe un orchidea, spuntata da sola sotto casa. Sarebbe un rubino senza montatura né confezione. Sarebbe solo un sapore, forse quello del mare. Sarebbe il sole che spunta o quando fa capolino. Sarebbe fiumi di parole ed è fiumi di parole. Inchiostro e sangue. Silenzi e singhiozzi. E tutti sanno di Alice e dei suoi gatti. Legare Alice ad un attimo sarebbe come legare il vento. Non c’è corda così sottile eppure così robusta. A casa di Alice si va per perdersi e non tornare più. E non c’è notte più buia della sua; della notte a casa di Alice.
Nel parco dietro la strada giocano i bambini. Loro non sanno. Tutti a rincorrere un pallone. Tutti a cercare chi non c’è. E chiedi ad Alice un verso di Lorca ma è solo un pretesto. Daresti la vita per un attimo d’amore. Ti trovi solo a chiederti se è mai stato amore. Se è amore quello. Se puoi amare e detestare allo stesso tempo. Ti riempi la testa di perché senza trovare una sola risposta. Una ragione a tutto questo franare. Nel mondo e dentro di te. Perché sai che ci sono cose che non si lasciano possedere. E sai di non aver mai saputo trovare ragione al dolore. E troppe sono le cose che ancora non sai. L’unica cosa certa è l’enorme confusione in testa. E’ questo un grido di dolore o d’amore? E la chitarra s’è presa una pausa. E ora tace, e il silenzio è sempre triste. Nessuno rolla il prossimo spino. C’è del vino rosso che riposa stanco in calici che vorrebbero essere lavati. C’è del fumo nell’aria e nessuno che apra le finestre. Il letto è sfatto. E’ questa l’immagine della solitudine. Ma sai che Alice, lei, tornerà. Col suo sorriso. E nemmeno quello può illuminare la stanza; oggi. Perché il tempo passa, per tutti. E te lo senti addosso; quel tempo. E tutto è immobile. E tutto e diverso. E cominci a scordare i versi di quelle canzoni. Non te ne vuoi andare, ma sei ormai uno straniero. Mentre genti diverse cercano di raccontare su altre rime. Ti sei distratto e lei cerca testardamente di accordare quelle sei corde.

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musicaDal post precedente continuiamo un po’ di confuso e disordinato chiacchiericcio ovvero divertimento, noi di quella generazione che ha scoperto per la prima volta l’essere ragazzi e che il mondo in fondo è più piccolo di quanto si va a favolare. Noi, quelli del viaggio (cominciando da dopo con una cosa nostrana dal leggero sapore “forestiero”). Anche perché questo è uno di quei momenti in cui le parole mi sporcano gli occhi e non mi va di trattenerle:
Modena City Ramblers: La strada

Perché noi allora (come detto) leggevamo del viaggio e abbiamo cominciato a viaggiare. In verità per me il periodo è durato un po’ poco; poco per i miei gusti. Ma un po’ la pigrizia e un po’ è che la vita ti impone le sue regole. E così ti ritrovi adulto ancor prima di volerlo diventare. E non abbiamo ucciso il padre. E il sogno si è liquefatto lentamente. La rivolta permanente è durata una lunga stagione ma alla fine ha ritrovato il cadavere in un portabagagli. E tutto è diventato niente. Però… le distanze si son fatte più brevi e il mondo quasi un cortile. Ed era così che si partiva, senza prendersi troppo sul serio:
Dik Dik: Viaggio di un poeta

Ma a volte anche le favole si sparano mentre fuori è buio (di questo ne parlerà Faber). Forse il mondo non è mai cambiato con tanta rapidità ma eravamo i primi figli della guerra. Ignari ancora di essere anche quelli del boom.
Luigi Tenco: Ciao amore, ciao

Anche se ora capisco che mi sarebbe bastato un autobus (ma con la stessa voglia di cambiare e lo sporco della vita reale). E questo non è altro che un pugno di canzoni:
Pierangelo Bertoli: L’autobus

Ma certe notti…
Ligabue: Certe notti

Perché non puoi che andare:
Eugenio Finardi: Diesel

E allora partiamo e torniamo in amerika. Sì: “Tieni gli occhi sulla strada, le tue mani sul volante, Sì! stiamo andando al Roadhouse, stiamo per spassarcela”:
The Doors: Roadhouse blues

Sì! avevamo anche noi l’Amerika in testa, la frontiera. Quale fosse la nostra frontiera, noi contro le frontiere, ancora non lo so:
Canned Heat: On the road again

E da qui riprendo un percorso. Il dialogo pazzo di quattro anni fa quando ho ritrovato l’amore in quella ragazzina rossa che nel frattempo s’è fatta donna: una bellissima donna.
Io alla mia ragazza rossa: “l’amerika della route 66, descritta sotto anche dai Rolling, il buon Jack l’attraversava con la radio a palla sul Bebop di Charlie “the birds” Parker. comunque i Rolling” (ma non saremmo rimasti ragazzi per sempre):
The Rolling Stones: Route 66

Commenta un’amica di allora: “ENGLAND´S NEWES HIT MAKER — THE ROLLING STONES: Este es el nombre del primer la”… Eccetera…
Io (ma si cazzeggiava, mica ci davamo delle arie, mica volevano scrivere qualcosa sulla musica; ci piace ascoltarla): “Noi la conosciamo negli anni 60 ma è quella degli anni 50 poi ricordata anche così”:
Steppenwolf: Born to be wild (Easy rider)

Meravigliosi, violenti e terribili anni 60. Easy Rider è un film drammatico del 1969, diretto e interpretato da Dennis Hoppe… (un film sull’america che divora i suoi figli e gli stessi sogni che ha partorito)
La mia ragazza rossa: «Mi voltai e c’era Bird, conciato peggio di una merda, con la faccia gonfia, gli occhi arrossati e l’aria di aver dormito nei suoi vestiti spiegazzati per giorni. Ma era fico, con quell’aria hip che gli riusciva di avere anche quando era ubriaco e strafatto. Sal lo chiama Oruni (Divinità-dio) Bird… e poi smettila di fare il musicosaccente che lo sai che mi batti».
(ancora questa storia di Oruni, quasi tutto dipendesse da quello)
Io (senza dare tregua né respiro, a rispondere con messaggi che non lasciavano tregua; era il nostro gioco, lo è sempre stato) “Per farmi perdonare la mia arroganza un sax (lo conosci?) e anzi… tutto l’album”:
Sonny Rollins: Saxophone Colossus (Full Album)

[Great Jazz 0:00 – St. Thomas 6:48 – You Don’t Know What Love Is 13:17 – Strode Rode 18:31 – Moritat 28:36 – Blue 7]
La mia ragazza rossa: “Sì Sal si riferiva a Parker non a Miles, ma erano i suoi idoli” (già! noi eravamo allora come ora ancora un po’ troppo provinciali per l’anima nera e per lasciarci veramente tutto dietro le spalle).
E LA MUSICA CONTINUA…

Francesco De Gregori: Sulla strada

Probabilmente dev’essere strada
la vita lavorata
per il tempo ed il denaro
e la casa costruita

Come un ponte su una cascata
come un ponte su una cascata
e quel che vedi dai finestrini
di questa macchina usata
E’ difficile capire cos’è
ma dev’essere strada

E se quindi dev’eesere strada
ci deve stare chi ci cammina
e chilometri di passeggiata
le poche case sulla collina

E dev’esserci acqua che piove
ci dev’essere acqua che piove
per il fiume che porta al mare
in fondo a questa vallata
E da qui non si vede granché
Ma dev’essere strada

E tu che parlavi una lingua
da tempo dimenticata
dov’è che l’avevo sentita?
quand’è che l’avevo scordata?

La tua voce era alta e credibile
oltre il suono della cascata
Ed un cielo di zucchero nero e di carta stellata
prometteva esperienza e mistero per tutta la strada

E c’era una porta segreta
E un’uscita mascherata
sotto gli occhi di un leone di pietra
e di una vergine chiaccherata

Usciti dalla notte dei tempi
o da una pagina patinata
E c’era pianto
stridor di denti

Ma poi la porta fu spalancata
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada

Probabilmente dev’essere strada
anche la vita consacrata
al tuo corpo e alle tue mani
e alla curva complicata

E rasenta l’innocenza
e l’abisso della cascata
E che conosce l’invenzione
prima ancora che sia inventata
E che conosce la canzone
conosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada

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Rossaura Shani in una foto recente a Spigone sognanteSaremo lontani, poco importa. Saremo dov’è piacevole essere. A inseguire quel bisogno di sentirci vivi. Lontani dal quotidiano, ma non da noi. Oggi è già domani, anzi un altro giorno. Per voi che leggete siamo a Roma. Siamo qui. Questo è scritto prima per non mancare all’appuntamento con te. E con questo angolo “romantico”. Con questa infinita dichiarazione. Ma a pensarci nessuna festa della donna. Non continua nulla. E’ solo un rispetto dovuto. E… d’amore. E non c’è nessuna ironia nel proporti quella che era e resta una delle più belle canzoni italiane. Una canzone comunque d’amore. Per te Anima libera. E in questo gioco di specchi e di illusioni, che è la vita, il grande prestigiatore non chiede referenze. Ciò che importa è che molto tempo fa mi avevi indicato che fuori c’era il cielo immenso e terso. Sottolinmeo che è passato molto tempo. Troppo per i miei gusti odierni. Un uomo può viaggiare a lungo. Può essergli avaro il viaggio. Poi essergli di peso il bagaglio. Può smarrirsi. Ma non può mai allontanarsi troppo da sé. E’ questa la ragione di questa scelta. Sta in quel contatto di mani. Che torna anche nell’ultimo post della seria “canzoni d’amore”. Nella vicinanza. Nel nostro oggi, come nel testo, mi hai preso per mano. Ho avuto un leggero timore. Nemmeno un tentennamento. Solo un brivido leggero. Consapevole di quel tepore che mi irradiava fiducia,e speranza, e serenità. Scusa, non ne ero abituato. Non sapevo di avere le ali. Mi hai preso per mano e mi hai guardato con quegli occhi tranquilli e sereni. Venezia è l’ottima scenografia per una favola. E io non ho mai saputo rinunciare alle favole. Soprattutto a questa. E senza fame e senza sete, e senza aria e senza rete… mi hai insegnato a volare.

Butterò questo mio enorme cuore tra le stelle un giorno,
giuro che lo farò,
e oltre l’azzurro della tenda nell’azzurro io volerò.
Quando la donna cannone d’oro e d’argento diventerà,
senza passare dalla stazione l’ultimo treno prenderà.
E in faccia ai maligni e ai superbi il mio nome scintillerà,
dalle porte della notte il giorno si bloccherà,
un applauso del pubblico pagante lo sottolineerà
e dalla bocca del cannone una canzone suonerà.

E con le mani amore, per le mani ti prenderò
e senza dire parole nel mio cuore ti porterò
e non aver paura se non sarò come bella come dici tu
ma voleremo in cielo in carne ed ossa, non torneremo….
Più, uuu uuu uuu uuu na na na na na
E senza fame e senza sete
e senza aria e senza rete voleremo via.

Così la donna cannone, quell’enorme mistero volò,
sola verso un cielo nero s’incamminò.
Tutti chiusero gli occhi nell’attimo esatto in cui sparì,
altri giurarono e spergiurarono che non erano rimasti lì.
E con le mani amore, per le mani ti prenderò
e senza dire parole nel mio cuore ti porterò
e non aver paura se non sarò come bella come dici tu
ma voleremo in cielo in carne ed ossa, non torneremo….
Più, uuu uuu uuu uuu na na na na na.

E senza fame e senza sete
e senza aria e senza rete voleremo via.

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Foto del monumento a Danioela Manin1861-2011. 150 anni e non li dimostra. Ma noi Veneziani non abbiamo mai amato privarci di qualcosa. Non ci piace arrivare secondi. Le nostre finestre si sono riempite di tricolori, ma noi dovremmo festeggiarne 163 di anni. Come tutti sanno, ma meglio ricordarlo, è proprio in questa giornata, il 17 marzo del 1848, che viene liberato a furor di popolo il patriota Daniele Manin. Con Nicolò Tommaseo sarà una figura di punta nella proclamazione della Repubblica di San Marco della quale fu eletto Presidente. Lo stesso Manin sarà tra i fondatori della Società nazionale italiana. Famiglia di patrioti i Manin: anche il figlio Giorgio (18311884) lotterà per l’Italia stato e sarà uno dei “Mille” di Garibaldi, e verrà ferito a Calatafimi. Erano italiani prima dell’Italia. Ogni tentativo, ancor mascherato, di dividere questo paese suona da infamia ed offesa a chi lottò e diede la vita per esso; a chi ci tolse dal giogo straniero e ci regalò dignità riscattandoci dalla servitù. E pensando ad oggi mi sono trovato a chiedermi un perché, una ragione personale, essendomi ritrovato confuso. Sono sempre stato per la libertà, è fuor di dubbio, per il riscatto delle persone, e sono sempre stato per unire, non per dividere. Scusate l’enfasi ma sono orgoglioso di essere Italiano.

Folla con i colori della bandiera italiana

Il tricolore in piazza Castello per il countdown dell’unità d’Italia.

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Appena la vide la prima volta persino alle sue parole vennero le gambe molli. Il suo profumo diede al giorno che tramontava colori di Van Gogh, ma lei aveva un volto sottratto a Gauguin, con la pelle di terra bruciata, e gli suggerì delle rime di Lorca, il suo poeta preferito. Nessuno meglio di uno spagnolo può cantare l’amore e ogni estremo e assoluto. La osservò allontanarsi prima di ritrovare il fiato; il fiore che avrebbe voluto offrirle gli era rimasto tra le dita rattrappite. Perché non ci aveva pensato di farlo seccare tra le pagine di quel libro? Per tutta la notte confidò il suo segreto alla luna senza riuscire a trattenere le lacrime. Solo un cane gli fece compagnia e condivise la sua strada trotterellandogli paziente e silenzioso tra le gambe. Sono proprio i cani notturni quelli che sono i più ingordi di storie di uomini.

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