Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Francesco Guccini’

Chi ha troppa fretta. Chi è figlio di un’epoca che corre. Dove va, mica si sa? Chi ha lasciato sull’attaccapanni la pazienza. Per tutti questi è altri… allora, andate subito alla fine. Io resto qua. Io che posseggo tutto il tempo. Che non ho altri appuntamenti. Che di lavoro faccio il fare niente. Io. Non fosse per Lei sarei rimasto a riminarlo in testa. O ancora lì a sognare. Ma la sua è una provocazione, e io alle provocazioni non so resistere. Le amo e ne vengo ricambiato. Come una bella donna. Come la mia donna. Lei sempre al mio fianco. Ma cosa ci è successo dentro? Tra i tanti; come sopravvissuti. Sopravvissuti spaventati guerrieri. Reduci da Piazza Grande. Noi, colpevoli solo di essere contemporanei a quella storia. A quelle storie. Di averla vissuta, patita, pagata; o solo di esserne stati sfiorati. Contaminati. Di non esserci spostati. A ritrovarci lì, ma anche no, in un posto mai visto prima: Monterotondo. Provincia ai confini di tutto. E di un passato ormai remoto. Quarant’anni dopo. E quarant’anni sono una vita intera. Non siamo più gli stessi. Siamo rimasti uguali.
Tutto è come un concerto. Il palco le luci, l’attesa. Il bisbiglio della gente. I primi Flash. Il pubblico ancora distratto. Siamo in tanti. Siamo da soli. Inizia un giovane amico. Le prime note e si fa silenzio. Musica buona. Piena di rabbia e di amore. Ci sa fare; anzi ci sanno fare. Si sta bene. Si sta bene e si aspetta. La verità è che lo aspettiamo, Godot. Ancora. Mai come oggi. Molto più di allora. E queste canzoni di rabbia e di anarchia sono le nostre; e non sono le nostre. Il tempo è una macchina che non entra mai in riserva. Che non si ferma a rifare il pieno. Che macina chilometri e ti macina l’anima. Ma quel viaggio in fondo l’abbiamo fatto sempre da soli. E noi che non ci abbiamo mai veramente creduto. Creduto che una poesia potesse cambiare il mondo. O forse sì? Noi che balbettiamo sillabe cancellate. Noi che nei versi mettevamo il cuore: «Oh Baudelaire, vecchio pazzo ubriacone. Quale dei tuoi vermi, mi ha sbranato il cuore?» Noi. Noi che per un attimo ci siamo sentiti tutti poeti. E l’attimo dopo li abbiamo maledetti. Ci siamo dannati. Come facciamo a dire quello che è stato? E come facciamo a raccontare ciò che non è stato? Frenate la vostra giovane curiosità: cuccioli dell’oggi. Figli di una madre mai ingravidata. Frenate la domanda incauta. Non abbiamo risposte. Abbiamo solo occhi. La voglia di scordare. La condanna a ricordare. Il desiderio di tornare ragazzi. Di riprovarci ancora. E il deserto di Piazza Grande.
Il sax si scalda la gola. In un angolo. Ma quando sale sul palco, a fatica, già il suo silenzio è magia. Prima ancora della prima parola. Della prima nota. Lui si appoggia ad un amplificatore. Tutto pare costargli fatica. E prende il libro per trovare le parole. Quelle per noi. Quelle da scegliere. Quelle per il viaggio. Ed è un uomo vecchio, Claudio. Siamo uomini vecchi. O vecchi uomini? Magari non invecchiati allo stesso modo. Non nello stesso tempo. Non davanti allo stesso specchio. Sicuramente per le stesse canzoni. E Lui parla più che cantare. Canta per non morire. La stessa rabbia; sembra mescolarsi alla rassegnazione. Siamo quegli “Zombie di tutto il mondo uniti”. Ancora portatori di un sogno. Un vecchio sogno in disuso. Siamo nel grido e nella rabbia. Siamo in una pagina di diario. E Lui ci attraversa dolorosamente il cuore. Parlando di sé; e parlando di noi. Ma chi sono quei noi? Nell’afa di un agosto che è rimasto ogni agosto. Attraversati da quel sordo boato. Mentre cadiamo da quel quarto piano. Esistiamo ancora? O respiriamo solo in quei ricordi? Di quel vino? Di quelle notti? Di quelle botti? Di sogni agitati? Di ansie? In un Italia che non c’è. In un’Italia che non è diventata.
Io, vecchio sessantottino. Quarant’anni son troppi. Vorrei non ricordare. E allora perché quei nuovi “Perché”? Ho due anni di più E persino quei due anni sono troppi. Sono un’eternità. Claudio, potrei farti da padre. Strana e crudele è la vita. E noi credevamo. Il sogno era là. La città degli uomini. Il mondo degli uomini. Ma il nemico non è mai un vecchio cretino. Non si ubriaca inneggiando alla luna. E lo stato ha messo in campo il suo apparato militare. Bombe e tritolo. La grande inquisizione. La menzogna contro l’illusione. Bombe e tritolo e noi eravamo solo zingari e felici. Tutti uguali e tutti diversi. La grande illusione. Il mondo là. Quel mondo da divenire. In divenire. A portata di mano. Bastava allungarla, quella mano. Quale illusione. E allora abbiamo gridato, come il cucciolo bastardo lasciato alla porta. Quanto abbiamo gridato. Noi, cavalieri senza armatura. Noi cadaveri in decomposizione. Noi assassinati dalla nostra stessa follia. Noi alle porte dell’illusione. Lì a bussare. A bussare ancora; sempre più forte. Eppure ancora si muore di bombe, si muore di stragi; più o meno di stato. E allora. E allora i bulloni a Lama. E quell’immensa delusione. Per un’altra storia. Dopo quella storia. Per un’altra storia che sarebbe morta nel baule di una macchina. Dopo tanto, troppo; perché? E tu, Claudio, a ricordarmi tutto. A farlo rivivere. A ridarmi quel grido che debbo soffocare. A riempirmi di lacrime gli occhi e il cuore. No! non ho nessuna risposta. Nemmeno per Lei. Oppure ho troppe risposte perché almeno una sia quella giusta. Quella vera. Perché non siano solo confusione.
Io che amo. Io che lotto; ancora. Io che sogno, e lo faccio con sempre più fatica. Io che cammino il mondo, col fiato corto. E dolori alle ginocchia. Io che mi riempio troppo di io per essere ancora noi. E questo nuovo noi. Frutto di una vecchia storia d’amore. Che sembrava persa. Una fragile storia d’amore. Una grande storia d’amore durata una sola breve stagione. E poi ancora Noi. Noi che frughiamo tra la spazzatura del passato. E che ci lasciamo da quel passato ferire. Noi che non vogliamo ancora morire. Noi e i nostri sogni. Noi e le nostre rabbie. Noi, anacronistici testimoni, a cui la memoria fa strani scherzi. Noi lì. Lì nel cortile di un palazzo. Nel cortile di palazzo Orsini. A Monterotondo (Rm). Non in piazza Maggiore. Ma a Monterotondo. Lontani mille chilometri e quarant’anni da Piazza Maggiore. Così, per chi c’era e chi non c’era. Per tutti e per nessuno. E quest’estate non chi incontreremo a Rimini. O perché no? Una pazza idea la portavo in tasca, da tempo. E io a chiedermi come finirà il concerto. Con un brano di rabbia: Piazza, bella piazza. O con un pezzo di speranza: Albana per Togliatti. Ma i poeti seguono solo l’ordine dei loro pensieri, non me ne voglia Claudio. Non me ne voglia Claudio per quel poeta. Niente di tutto questo. Anzi le aspetto e loro si fanno ancora aspettare. Né rabbia né speranza. Nemmeno amore. Finisce tutto davanti a un buon piatto e a un bicchiere di vino. Lui, il cantastorie, il colpevole, l’assassino, sbocconcella il niente. Ma ancora si sente quell’odore di brace. Scrivimi Claudio la storia di oggi e di domani. Di quella, di quella di quegli anni, dei nostri vent’anni o poco più, abbiamo versato tutte le lacrime che avevamo. Sì! forse a vent’anni si è stupidi davvero. Eppure lo gridiamo ancora, anche se con voce sempre più roca, ma ancora più forte: che un mondo, quel mondo, un altro mondo è ancora possibile. Anche dopo Genova. Eccola l’unica risposta: abbiate pazienza e ascoltate. E lasciatevi andare a sognare. Anche se ora pare un incubo.

Annunci

Read Full Post »

tazzina di caffèEra così… così preso di sé che al solo vederlo metteva allegria . Di quegli uomini che le cose che non sono successe è perché non hanno voluto che succedessero. E con un naso che divideva il vento in due metà. E inconsapevole di tutto il resto. Il classico tipo che non si sarebbe sognato mai di infilarsi le dita nel naso nemmeno da solo e al buio. E un sospetto di cultura, anch’essa raffinata; quel di più prezioso portato con la mano in tasca e con faticata disinvoltura. Certamente nemmeno gli prudevano mai. Certamente la metteva a lei, allegria; sembrava fatto apposta. Lei era nota per le sue frasi attorcigliate: “Guarda che se ti tocco non è per toccarti ma perché hai un capello”.
Quando Mariagiovanna gli toccò il culo lo fece come un uomo avrebbe fatto ad una donna (con sicurezza, pazienza e attenzione) e ne scoppiò a ridere allegra. Si immaginava di vederlo saltare e infatti lui ne ebbe un sobbalzo, poi si gonfiò d’orgoglio pensando insieme che… non che fosse brutta ma era solo che non era proprio il suo tipo. Troppo veloce di lingua, sciolta; troppo sicura di sé, disinvolta; insomma troppo poco fine, la signora. Lei stava ancora ridendo che le venivano le lacrime agl’occhi.

Read Full Post »

tazzina di caffèL’avevo presa su perché era lì, sotto la pioggia. E poi non mi dispiaceva un po’ di compagnia. Il fatto è che odio guidare da solo. Lei cominciò subito a parlare. Non gliel’avevo chiesto ma disse che non stava aspettando nessuno. Mezze parole dicevano che l’aveva fatta scendere. Altre mezze che lei gliel’avrebbe fatta pagare. Nemmeno questo l’avevo chiesto. Era la strada che mi interessava. E’ un attimo sbagliare. E poi… per il fondo scivoloso… Non notai che molto più tardi che non mi aveva chiesto dove andavo né detto dove andava. Era probabile che non avesse intenzione di andare se non dov’era. Si passò una mano sui capelli per asciugarli e poi sulle gambe. Aveva belle gambe. Forse la voce un po’ afona a frettolosa, ma belle gambe. Ricordo che pensai che non era necessario che mi spiegasse proprio tutto subito. Le chiesi se volesse una sigaretta. Rispose che non fumava ma che non le dava fastidio se avevo voglia di farlo io, anzi. Mi disse mille altre cose, la maggior parte futili. Mi spiegò che si sentiva stanca perché: Ho fatto… un po’… la monella. E nel dirlo la sua voce ebbe uno stridore sbarazzino, quasi divertito. E poi… Che io non potevo immaginare, sapere, quanto poteva essere monella. Per un attimo attese in silenzio, come stesse riflettendo, come stesse decidendo, come aspettasse di vedere me. E pareva guardarmi dubbiosa. Poi mi chiese se ero curioso. Accese la radio. Non ebbi il tempo di dirle che non avevo mai avuto il tempo per esserlo, ovvero che non credevo di riuscirci. Mi sistemò la cravatta. Mi spiegò che dovevo continuare a guidare. Che mi avrebbe fatto vedere quanto poteva esserlo e mi mostrò com’era monella. Pensai a Giovanna. Poi trovai quel pensiero sconveniente. Smisi di pensare a Giovanna. Guidare mi riusciva più difficile. Le parole senza suono che mi sussurrava stemperavano la tensione, sfumano il paesaggio in niente. Case di vetro e una curva improvvisa. Troppe curve per una giornata sola e come quella. Non aveva dietro documenti e non avevo pensato di chiederle il nome. Non sapevo nient’altro di lei e non avrei mai saputo nient’altro.

Read Full Post »

Per dedicare alla mia donna (per festeggiarla giorno dopo giorno ogni giorno, anche se posto i miei messaggi per Lei solo la domenica, per la festa della donna) e a tutte le donne e a tutti gli innamorati e gli animi romantici stavolta ho scelto questa bellissima canzone (in sé recente) di Francesco Guccini in fondo per quel “perché non sono quando non ci sei”. Parole tanto vere che in una breve frase racchiudono la sintesi dei miei pensieri. Perché con lei Vorrei semplicemente tutto. Perché di amore non ce n’è mai abbastanza. Caso vuole che proprio oggi si chiuda il racconto scritto assieme a quattro mani. Lo stesso caso vuole che la fine dello stesso racconto sembra voler dire che è l’amore l’unica cosa che può cambiare il mondo. E’ bello fermarsi qui senza indagare troppo quanto sia vera questa affermazione e quanti limiti trova nell’essere umano. Ma siamo qui, oggi, come ogni domenica, per parlare d’amore e almeno in questo spazio dimenticare per un attimo la parte della belva umana che cammina nel percorso degli uomini.Vorrei conoscer l’ odore del tuo paese,
camminare di casa nel tuo giardino,
respirare nell’ aria sale e maggese,
gli aromi della tua salvia e del rosmarino.
Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero
parlando con me del tempo e dei giorni andati,
vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero,
come se amici fossimo sempre stati.
Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci
e i ciuffi di parietaria attaccati ai muri,
le strisce delle lumache nei loro gusci,
capire tutti gli sguardi dietro agli scuri

e lo vorrei
perché non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…

Vorrei con te da solo sempre viaggiare,
scoprire quello che intorno c’è da scoprire
per raccontarti e poi farmi raccontare
il senso d’ un rabbuiarsi e del tuo gioire;
vorrei tornare nei posti dove son stato,
spiegarti di quanto tutto sia poi diverso
e per farmi da te spiegare cos’è cambiato
e quale sapore nuovo abbia l’ universo.
Vedere di nuovo Istanbul o Barcellona
o il mare di una remota spiaggia cubana
o un greppe dell’ Appennino dove risuona
fra gli alberi un’ usata e semplice tramontana

e lo vorrei
perché non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…

Vorrei restare per sempre in un posto solo
per ascoltare il suono del tuo parlare
e guardare stupito il lancio, la grazia, il volo
impliciti dentro al semplice tuo camminare
e restare in silenzio al suono della tua voce
o parlare, parlare, parlare, parlarmi addosso
dimenticando il tempo troppo veloce
o nascondere in due sciocchezze che son commosso.
Vorrei cantare il canto delle tue mani,
giocare con te un eterno gioco proibito
che l’ oggi restasse oggi senza domani
o domani potesse tendere all’ infinito

e lo vorrei
perché non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…

Read Full Post »

La pagina di aprile di un calendarioQuesta è una storia non storia. Come un calendario senza giorni. E a proposito di giorni vorrei parlare di quei giorni. Ci sono giorni in cui tenersi alla larga è questione di sopravvivenza. Ci sono giorni in cui meglio “salvasela la vita”.
Uno di questi giorni è quando Marta fa le valigie. Che io mica la capisco tanta tensione per un weekend di pasqua al mare. Che neanche per un trasloco e invece sono solo quattro giorni al mare.
Si sa come sono le donne: quando c’è un viaggio da fare, e una valigia da preparare, diventano intrattabili. E’ fisiologico; una legge naturale. E poi per le donne il tempo è un valore relativo, che non è. Quattro giorni e tutta la vita sembrano durare lo stesso.
Quando ho finito di sacramentare io, che non amo farmi massacrare, prendo la porta e taglio. Per fortuna riesco sempre a trovare una scusa. Per fortuna lei se le beve facilmente anche se un po’ borbotta e la cosa non potrà durare all’infinito.
Stavolta le ho raccontato che avevo da fare con una miss che aveva sbiellato. Allo stesso prezzo ho esagerato e le ho parlato di una carrozzeria rosso fiammante metallizzata. Come mi vengono certe idee? Fosse stata una utilitaria sarebbe valsa lo stesso, ma avrei fatto una figura meschina. Con rischio che s’inventasse che una così poteva aspettare.
Comunque non fanno più le macchine di una volta. Quelle di oggi muoiono prima ancora di ammalarsi, o le cambi perché sono anche dure a morire. Pare non abbiano più né bielle né pistoni. E quando faranno quelle elettriche chissà cosa ci metteranno dentro. Pasta di grano duro? Vogliono la morte di tutti noi meccanici. E nemmeno si capisce se la colpa è dei sindacati o delle fabbriche o della congiunzione astrale. “Che dio se li pigli”!
Sono passato prima da Dario che è di strada. Mi son fatto uno spritz e due parole, poi sono andato da me. Così mi sono chiuso dentro tranquillo. Ho buttato un occhio alle bolle e le fatture. Aspettare aiuta la creatività. Poi mi son messo tranquillo tutto per la Luana del mese. Aprile, dolce dormire, ma con lei a tutto puoi pensare tranne a quello. Se c’è una cosa che mi fa impazzire sono le donne.
Io e lei da soli; finalmente. Lei mica ha pudore se ci sono. Io lì a guardala emozionato. Lei lì a guardarmi. A sorridermi. Ad ammiccare proprio a me. Una intesa perfetta. Sono costretto persino, in qualche attimo, a pensare ad altro. Alla fine mi ci vuole la sigaretta e non sarebbe male nemmeno un caffè. Magari dopo. Tornando.
Certo che farlo con la Luana è tutta un’altra storia. Anche se lei resta lì impassibile attaccata al muro. Ché è di quelle fortunate. Quando una nasce con un nome così fa prima a diventare famosa. Se non è culo quello; beh! a proposito di quello non ne ho mai visto uno di simile; nemmeno in certi mesi di agosto. Nemmeno in quelli dell’edizione americana. Che nemmeno la Pamela dei tempi d’oro.
A me solo il nome Luana mi fa impazzire. E venire le voglie. Mi mette le bave. Che a volte ci penso alla Luana quando sono con Marta e ci riesce meglio. Ma mica glielo dico.
Insomma fatto quello che dovevo fare e letta la gazzetta metto un po’ apposto che non è ancora ora. Ho fatto una previsione di ore quattro, ma è meglio un cinino abbondare che se la trovo ancora coi preparativi è stato tutto inutile. O anche mi vada bene mi mette a stare dietro alla piccolina. E quella tutto sa fare tranne che stare ferma. Che ascoltare.
Ho fatto tutto con tanta calma che rischio di essere in ritardo. Prima di tornare mi sporco le mani d’olio perché si sa mai, comincia come un sospetto, magari un’amica che ti mette una pulce in un orecchio, e non si sa dove va a finire. Se dovessi ascoltare i pettegolezzi cosa sarei andato a immaginare a proposito di Adalberto.
Sono sulla porta e si ferma una nuova fiammante. Scende una che è sputata e … insomma uguale alla mia Luana. Gira intorno alla macchina e mi potrebbe anche girare la testata. Le ho anche chiesto: “Ma lei come Ti chiami”? E non ci volevo credere quando mi ha detto Mariarosa. Ché un nome che non lo vorrebbe nemmeno una cameriera di un autogrill. Eppure giuro che parevano la stessa cosa. Anche gli stessi minishort, o come diavolo si scrivono, che aveva il mese scorso e ci aveva anche le sue belle allegre guanciotte bene in mostra, e le stesse gambe lunghe. Ma sono stato chiaro: “Se vuole le faccio benzina, ma sto chiudendo.” ché ormai andavo di fretta.
Lei, con quello stesso sorriso di dicembre e che mi fa dare di matto, e un dito tra le labbra, mi ha chiesto “Con quale pompa”? Nessuna si è mai potuta lamentare di Romeo, ma nemmeno io sono fatto d’acciaio. E poi che me lo dicesse chiaro. L’ho mandata alla quattro. Anche avesse voluto non ne avevo proprio più, anche fosse stata veramente la Luana. Ma doveva arrivare appena ero arrivato. Prima che mi lasciassi stregare dagli occhi che la vera Luana mi faceva da aprile. Ché sono fiacco come lo straccio che passo sui parabrezza.
Così mi dico “Romeo… Romeo… ma cosa ci fai tu alle donne”? Che mi piace anche di più quando me lo dicono anche al bar. Ma magari lei voleva veramente solo che le guardassi le candele. Certo che le gambe, e poi tutto il quanto, era un più bello guardare. E poi uno è uomo perché è uomo. E se c’è da guardare io guardo. Che male faccio? E se serve pure commento. Nessuna se n’è mai avuta a male. S’è potuta lagnare.
Mi sa che anche lei sta andando al mare. Peccato che sia solo arrivata dopo, troppo tardi. Ché Romeo è come Toscanini, non concede il bis. Una volta forse, ma comunque dopo un chinotto e almeno due ore di pausa. Per ricaricare la batteria. Tranne che non sia ubriaco e non poco. Ché me ne devo bere tanto. Solo che poi, il giorno dopo, sono pieno d’acidità nello stomaco, ho un cerchio alla testa e, quel ch’è peggio, non mi ricordo un fico. Lo so perché me l’hanno detto e mi sono trovato lì tutto arrossato.
Meglio non pensarci più ché le ombre si stanno facendo lunghe. Prendo la motoretta e vado. Ci vediamo.

Read Full Post »

Tipo strano l’autore del post: in un epoca di rumori e clamori a volte preferisce e sostiene il silenzio. Non è particolarmente curioso e pur cercando di non distinguersi nemmeno cerca di confondersi. Strano uomo quell’uomo, che sono io, capitato qui per caso. Certo quella mica è la mia unica stranezza, ad esempio so leggere e mi sono persino trovato una compagna che anche lei lo sa fare. In verità è stata lei a trovare me. Una seconda verità è che è stata sempre lei che mi ha ridato il gusto di quel leggere, assieme a tante altre cose. Mi ero un poco perso. Sembrerebbe che ne parlassi come un uomo innamorato, alla mia età? Il fatto è che è vero.
In realtà non faccio nessuna fatica a non parlare di me, anzi mi è naturale. Ma strano è che mi viene di parlare di Lei, e persino di noi. Rischio di abituarmi alle stranezze. Una sorta di assuefazione. Di giungere al punto del parlare di niente. Del gusto di ascoltarsi. Solitamente ascoltare è un’arte molto difficile che abbisogna di lungo allenamento, e a volte nemmeno questo è sufficiente, ma ci si riferisce agli altri. Non siamo usi ad ascoltare gli altri. Ci è più facile interromperli o distrarci. Ed è più facile dare l’attenzione ad un romanzo. Ne ho una pila che mi aspettano. E ho un po’ di fretta.
Al momento, alla luce fioca della lampada sul comodino, sta leggendo La centoventotto rossa; un libricino di Elena Marinelli per i tipi della tostoini.it. Non so come lei faccia a leggere più libri contemporaneamente. A volte ha volumetti di poche pagine, altre bei tomi consistenti che assomigliano ad una penitenza. Avevamo visto assieme il film di Michele Placido Romanzo criminale in una sera tranquilla. Lo stesso autore ha spiegato di averlo liberamente sceneggiato dal libro, cioè di essersi prese delle libertà da se stesso, dal testo originale. Si era mostrata interessata e curiosa. Le avevo spiegato che il romanzo era più interessante e soprattutto più coerente e, comunque, diverso. Che dietro le vicende della banda della Magliana si legge una parte della storia d’Italia, quella di quegl’anni.
Ho ritrovato il volume per Lei. Non è raro vederla alle prese con più libri contemporaneamente. Questa volta c’è una ragione o almeno c’è per soddisfare la mia curiosità. Mi spiega che quella le riesce insolitamente una lettura difficile. Forse è questione di memoria, riesce a consumarlo solo a piccole dosi. Con fatica. Ritrovare quegli anni pubblici le riesce amaro. E le mette tristezza. E’ per quello che si deve interrompere. E alternare quella lettura con altre letture. Mentre mi racconta questo nella mia mente prendo appunti. E penso ai piani di intersezione e di fusione. E’ come se entrassi nel tema che solleva ma anche la potessi guardare da fuori, con distacco, come potessi uscire da me.
Comunque non riesco a capire come si può leggere più di un libro per volta, e non perdersi. Strani giochi i giochi delle parole. Questo succedeva solo ieri sera. Oggi è un giorno diverso. Sono al computer e riporto quel piccolo quadro di vita di coppia. Mi legge qui ed è quasi sorpresa: “Ma questi siamo noi”. “Ma siamo noi”? Non amo rispondere ad una domanda con una domanda, ma quando ci vuole… Lei insiste: “Stai parlando di noi. Sembra una storia”. La verità è che un poco sì e un poco no. La nostra storia come altre storie. Solo una storia. E poi mica sto parlando, sto cazzeggiando. Abbasso il volume della tv, tanto nessuno le da la minima attenzione. Lei non demorde, non le è facile: “Non so se mi piace che la gente giri dentro le nostre stanze, nella mia vita”.
Nelle parole la realtà non è più realtà ma solo parole. Io la penso così. E poi c’è il gesto puro di raccontare. Una testimonianza si può trasformare in favola. “Ma gli altri non lo sanno. Per loro può essere solo un racconto. E anzi lo è perché prende le parole. E staccato dal contesto ha una sua autonomia”. Non so se mi è riuscita bene, so che fatico anch’io a crederci. Ma in fondo la mia risposta la lascia quasi soddisfatta. In verità si può parlare di tutto e di niente. E in verità si può parlare di quel tutto in mille modi. E poi in fondo basterebbe un bacio per farle scordare di cosa stiamo parlando.
E allora mi chiedo se è la nostra vita oppure se siamo noi ad abitare abitualmente dentro un post. Non so se fa una qualche differenza. Nessuno ci osserva. Non siamo condizionati dall’occhio del padrone. Semplicemente giriamo intorno alle nostre vanità. E come storia ci narriamo la nostra stessa vita. Che c’è di male? Bisognerebbe almeno farlo con garbo. Forse si sente come se raccontando di lei che sta leggendo a letto avessi permesso ad altri, con occhi indiscreti, di vederla. E’ una sorta di depravazione letteraria. Lei torna alla sua lettura. Il grande romanzo di Giancarlo De Cataldo è rimasto in bagno. Non procede molto e meno riusciamo a parlarne. Comunque io invece solitamente se mi interrompo poi difficilmente riesco a riprendere. E anche per oggi sono riuscito a scrivere il mio post¹.


1] Devo qui riportare il commento di tostoini per una doverosa errata corrige, ho male interpretato le informazioni (frettolose) di copertina e quelle in internet:
No no aspetta aspetta, io ho solo disegnato la copertina!
Non c’è un editore, lo spiega l’elena qui http://phonk.it/la128rossa
:)

Read Full Post »

Ci sono giorni in cui è tempo solo di silenzio, ma anche un silenzio può fare rumore.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: