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Posts Tagged ‘freddo’

tazzina di caffèEgregio signor autore. Con questa mia la prego umilmente di limitarsi e tenere a freno le sue fantasie stilistiche attenendosi il più scrupolosamente possibile ad una costruzione corretta delle frasi (soggetto, predicato verbale, complemento oggetto, eventuali altri complementi), il che renderebbe di più semplice lettura i periodi e l’intero testo, ma soprattutto di essere più aderente ai fatti. Io non so se spedirò mai questa mia. Fatti, appunto: quel mattino era un freddo particolare e stava finendo la legna. Io me ne stavo sotto le coperte impigrita in quel tepore e con nessuna voglia di alzarmi per accendere la stufa. Anche, perché no, salvaguardando la sua semplice banalità. La giornata fuori metteva malinconia. Sono andata al bagno perché non ne potevo fare a meno e il freddo mi era entrato dentro. Così, tornando, sono scivolata sotto le coperte semplicemente alla ricerca di quel calore. (Le cose vanno perché debbono andare). Era come uno scherzo anche nei reciproci sorrisi. Erano solo coccole, innocenti coccole, ma si fa presto a scaldarsi in due e anche il pigiama faceva caldo. Il mio pigiama di pile con gli orsetti. Senza pensarci l’ho tolto e sono tornata a rifugiarmi in quel tenero abbraccio. Il pudore mi vieta di andare oltre come farebbe certamente il suo amore per il pettegolezzo ma non c’era nessuna malizia; almeno nelle mie intenzioni. Il male, semmai, viene dopo. Forse fu il suo troppo entusiasmo a svegliare Gianferdinando. Ora come ora non saprei proprio cosa dire. Se non si fosse destato non sarebbe successo niente e invece, ormai, è successo. Ora che hanno portato la legna mi sento più sicura e non succede tutti i giorni di svegliarsi in un mattino in cui fa un freddo così particolare. Dico solo che non è una buona ragione per andarsene e che non è nemmeno una scusa sufficiente per portarmi il caffè a letto.

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Foto di una manifestazione delle tute biancheE’ un po’ che non scrivo. Un bel po’. Riciclo. Non può essere una crisi creativa. Mica sono un creativo. Sono uno che semplicemente gode. Un logorroico della parola scritta. E’ che ho anche altro a distrarmi. Lo so che probabilmente è solo la prima scusa ignobile. Né ho poca voglia. Non mi viene. Insomma accetto e soccombo. Non mi sembra importante. Mi sento vuoto. Sterile. Forse non è tempo di parole. Così, come detto, torno a vecchie cose. Le uso. Finiranno. E poi? Nemmeno le ricordavo. Nemmeno le rileggo. Capita persino che ci trovi errori che vedo anch’io. Basterebbe mettersi davanti alla tastiera. Intanto sto qui a dire nulla. E rileggo quello che ho messo ieri. Ancora un raccontino. Ancora della serie Profili. Quella scritta per quell’amico. A proposito: l’ho già detto che per quella cortesia ho perso la sua amicizia? Certo che l’ho già detto. Senilità. E che non andavano bene per il suo blog? E allora potrebbero non andare nemmeno per questo. Un racconto, quello, ancora di ricordi. E sensazioni (ma perché oggi parlo sincopato?). Ancora un ritorno indietro. Al passato. Forse avrei dovuto postarli, questi racconti, in rispetto degli anniversari. Almeno come in questo caso. Non amo così tanto le date. Mi dimentico. A volte scordo persino il mio. E poi li sto mettendo nell’ordine esatto in cui mi sono usciti. Così. Anche per dimostrarmi che vincevo il rischio della ripetizione. Ma quelle erano allora fisime mie. Nel frattempo sono passati circa più di tre anni (quel “circa più” l’ho messo volontariamente). Forse sono anche quattro. Anni importanti. Non è l’importanza che mi toglie la voglia. Che mi detta questa apatia. E ancora un racconto che va tra cronaca privata e reticenza. Che non si pone il problema della chiarezza. Di facilitare la lettura. E ancora in racconto fin troppo breve. Scritto di parole una in seguito all’altra. In forma di poesia. Ma forse ce ne sono già tanti. E il mondo potrebbe benissimo sopravvivere anche senza questa immondizia. Bene, casca a fagiolo questo che è un post di silenzio. Un insieme di righe per non dire nulla. Ma ho aspettato un amico, anzi due. Non è arrivato nessuno. Il caffè si sta freddando. Nemmeno questo può togliere la speranza. E l’entusiasmo. Dove sono tutti? So che ricomincerò la battaglia che ho perso cento volte. So che affronterò tutti i miei dubbi. E li metterò ancora a tacere. Per tirare avanti. Per andare oltre. Perché non ho alternative. Non è questo quel mondo. E questa non è merda peggiore. E’ solo merda. E tutta la merda è uguale. Anche se sembra impossibile che si possa morire di freddo. Oggi. In quella stessa città. A Bologna. In centro di una città che è in centro al mondo. In quella Bologna che è piena di vite. Per quello non so se lo è ancora anche di bulloni. Che non si è mai piegata. Non vuoi accettarlo ma è. La politica non ha tutte le risposte. Allora pensavo che bastasse non trovarsi nel mezzo. Pare impossibile ma a volte non ci puoi fare niente. E altre volte si presentano scelte che non vorresti dover fare. Sono belli i sogni. Hanno un solo vizio: non possono prescindere dalla realtà. Almeno certi. Né dalla vita. A volte dovrei avere il coraggio di mentire; alla vita e a Lei, alla mia compagna. Dirle che si può. Non ricorrere alla mascalzonata della verità. Lasciarle quella speranza. Dirle che ha ragione: che un altro mondo è possibile. Farle credere che anch’io ci credo ancora. La mia colpa è che è vero: alla fine torno a crederci. Testardo. Ma chi mi ha cambiato Il Capitale. C’è la Politica e la politica. La differenza è nella pi. E fosse solo quello. Ma inutile darsi delle arie. E’ meglio restare all’ultimo fatto di Bologna. E sentirne il peso. Non possiamo proibire l’inverno. Non ci sono alternative, non possiamo nemmeno proibire di volersi il male. Forse ci resta solo la rabbia perché bisognerebbe almeno salvare i figli, gli innocenti. E lascio a chi legge la vigliaccheria di trovare metafore; io non ce le ho messe. Almeno non l’ho fatto consapevole e volontariamente. Potrei sempre Poi Scrivere che ogni riferimento è puramente casuale. Perché, cara amica, l’uomo che è sbarcato nel futuro ha veduto che non ne valeva la pena. E allora… cambiamo la realtà.

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varie2Sbattuto fuori dal sogno; all’improvviso. Già di suo il mattino è un avvento spesso difficile da affrontare. Quello del rientro al lavoro, poi, sfiora l’impresa. Non ti aspetti più il suono della sveglia. Te ne stai troppo bene sotto il tepore delle coperte. Lì, buono. Insomma. Spesso è proprio lei, la sveglia, a subirne le aggressive conseguenze. Anche solo perché abbranchi a vuoto l’aria per farla smettere. La palpi e non è lei. Le persiane degli occhi si rifiutano di alzarsi. Non ti aspetti nulla di buono. Offri il petto alla vita, ed è qui che inizia veramente il nuovo anno, come una coraggiosa impresa. Qualcuno ha qualche chilo da smaltire. Per qualcuno da smaltire è il giramento di palle delle feste; e non ha ancora riposto quelle appese. Per tutti è il risveglio.
Ti vesti frettolosamente perché fa ancora veramente freddo. Dormito male perché avevi un po’ d’ansia e un leggero senso di presagio. Se almeno la televisione ti liberasse dell’angoscia di sapere già cosa accadrà. Io, il futuro, vorrei vederlo con un minimo di sorpresa. Non amo sentirmelo spiattellare come quando ti leggono il palmo della mano. Mi sono sempre rifiutato. Guardi il cielo e lui ti guarda. Gli sguardi sono torvi, e diffidenti. Se almeno piovesse potresti consolarti denunciando i ladri, bestemmiando i soliti loro; invece nevica. Cade nevischio freddo e sottile. Nemmeno neve vera e propria, solo una sorta di farina sottile e ghiacciata. E scende sopra a quella che, causa il freddo polare, dalla notte in cui tirava le cuoia il vecchio anno, giace ancora lì, pericolosa, sulle strade; non ancora smaltita. Strato su strano, la patina sottile, aumenta in modo esponenziale il pericolo di rompersi le ossa.
Pare, dicono, i soliti informati, i mezzi di comunicazione, che in questa quindicina abbiamo recuperato trent’anni di disgelo. Vedi mai che a qualcuno viene in mente di ritirare su il muro. E quello non sarebbe nemmeno il peggio. Meglio non pensarci. Coi tempi che corrono (beh! insomma, arrancano). A tornare troppo indietro meglio non pensarci, che a qualche psiconano non monti ancor più la testa; la mania, e smania, di protagonismo. Ti ci piazzino sulla piazza qualche mausoleo. Che a piazza Venezia c’è ancora il balcone. Limitiamoci almeno a fare santo il Bettino; lui che nemmeno aveva un nome serio. Certo che noi, nel senso di italiani, non ci siamo mai voluti risparmiare nulla. E ad accendere la tele abbiamo proprio una bella orchestra. Sembra la pista di un circo surrealista, forse anche un po’ dada.
Esci con cautela. Sai già che ogni passo sarà goffo di un equilibrio precario, incerto, pericoloso. Incontro Violetta. Immobile. Intirizzita, nell’attesa di una corriera. Un sorriso impetuoso sotto il cappello floscio. Scappo in un ciao. Nemmeno ci provo. Nemmeno il tempo di abbracciarla per il cosiddetto anno nuovo. Peccato! Lei abbraccia bene. Ed è una cara ragazza. Cercare di fermarmi sarebbe stato troppo. Su questo nevischio i freni non frenano a dovere. Rischierei di essere l’oggetto delle risate. E poi l’ho riconosciuta all’ultimo. E’ buffa la vita: hanno aperto una pista di pattinaggio e subito ogni strada è divenuta, a sua volta, una pista di ghiaccio.
Infondo la vita è spesso un po’ come questa strada di questo inverno: sdrucciolosa. Meglio andarci cauti, non come sono solito. Ricordandosi di portarsi dietro l’ombrello. Nel mio caso quello che continuo a brandire, ad aprire e chiudere, è nuovo. Non è un regalo, me lo son preso da me. Il precedente è stato vittima di una delle bufere. E’ rimasto sul campo come un artiglio disperato. E’ diventato subito un bianco tragico volo interrotto. Come un grande gabbiano precipitato al suolo. Non ricordo più dov’ero rimasto. Meglio buttarla a ridere. Mi racconto una barzelletta, l’effetto è pessimo, la so già. E, nel frattempo, non c’è niente da fare perché i piedi si scongelino.
Bentornati nel presente.

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