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Posts Tagged ‘Galatea’

Siamo nella rete, questo universo infinito affollato di strani soggetti: i blogger. Definirli è impresa che richiederebbe molto tempo. In fondo si somigliano l’un l’altro, ma è difficile confonderli. Hanno sentimenti eppure non hanno corpo. Vivono aggrappati disperatamente alla vita, ma sanno morire con leggerezza e senza dare disturbo. Vanno e vengono con estrema disinvoltura come se non pesasse loro alcun passato, ma nemmeno un vero presente. Insomma, come sempre, divago. Parlare di niente è forse la cosa che mi riesce meglio. Allora ero passato per buttare semplicemente uno sguardo, sono ancora qui. Poi ho incontrato persone che non avrei conosciuto mai. Altre le ho proprio viste e toccate, e assicuro che erano vere, di carne e d’ossa. Con altre ancora s’è diradata la frequentazione o ci siamo completamente persi. In fondo è così che si srotola anche la vita. Tra gli amici degli inizi vorrei palpare alcune novità.
Ultimamente la pigrizia mi rincorre eppure ho qualche piccola giustificazione. Più che in ritardo è che non avevo capito; e questo post lo sto scrivendo ieri. Si è ormai chiusa quella che allora, si era nel lontano marzo del 2008, come passa il tempo, era una avventura: il sito rivista. Se mi interrogo me ne dispiace come di ogni cosa che smette; inoltre la trovavo una buona idea; difficile da realizzare ma buona. Succede spesso e spesso, qui, succede nel silenzio. Semplicemente uno se ne va, non aggiorna le pagine, all’ultimo indirizzo noto si continua a trovare lo stesso ultimo post o sparisce il blog. In questo caso in realtà non finisce niente: si chiude per iniziare con un’altra avventura. Che dire? Non mi resta, qui, che augurare all’amico i migliori auguri per questa nuova esperienza che inizia e che è molto sua. In fondo non posso molto di più che segnalare questa novità. Forse sta meglio solo: auguri ancora.
Da un’altra parte la mia blogger preferita si attarda nel compiacersi. Non manca mai ma mi sembra che passi più tempo davanti allo specchio che davanti al monitor. Le sue righe si riempiono di cipria. Non credo sia solo giustificata vanità femminile ma queste sono solo mie riflessioni (dovrei tornare indietro per mettere la virgola prima del ma); borbottii di un vecchio pedante. Non c’è un giorno uguale ad un altro. In questo ultimo anno ho parlato fin troppo di me. Anche a lei mando i miei auguri perché sono egoista e spero ritrovi alcune rubriche e una certa verve che mi era cara. Forse semplicemente sono abitudinario e con questa scusa anche oggi ho riempito lo spazio del mio blog senza dover ricorrere, come mi succede ormai quasi sempre, a saccheggiare vecchie pagine che erano state scritte allora per l’amico di cui sopra. Ogni pretesto è buono.

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Fosse il più bel cielo del mondo,
sfarinato di stelle,
vorrei donartelo e fossi tu a darmi
la meraviglia di raccontarmelo
e vorrei darti la carezza che non ho
e che non hai ritrovato;
occhi grandi a guardarlo, quel cielo
e sperare farsi notte
come se gli occhi solo così sorridessero
immaginando il sogno ma
il sole è troppo forte per questa pelle
e le mani troppo ruvide di calli
e non so esser gentile come vorrei
per tradire la dolcezza che nascondo
come se di dolcezza si potesse provar vergogna.

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poesiaTi amo dell’amore più grande,
quello che non chiede
nemmeno un minuto di più
e giacché non è nostro
non può avere
e di quello più puro
che riempie occhi e cuore
ma non toglie il respiro
e lascia agli occhi sereni
la libertà di fermarsi in un sorriso
di liberarsi in un sorriso
di dissetarsi di un sorriso.

Nelle molte pagine dell’amore
c’è un amore che non possiede,
forse il più grande,
senza calcoli né economie
e vive solo di sé
e del dividere quel sorriso
che ci porta per mano
dove guardare assieme
porta serenità

e ti ritrova bambina

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colombaPer chi non sa credere lo dico ancora, lo ripeto. Era solo un sogno. Sembrava vero. Passeggiavo con Annastella. La mia Fata, cioè il mio angelo. Lei mi teneva sottobraccio. Stavo pensavo che era come fossimo una coppia. Probabilmente chi ci vedeva lo pensava. La gente da sempre dà risposte semplici. Infondo è tenera Lei, solo a vederla. E a vederci non c’è nulla di strano pensarlo. E’ bello passeggiare sottobraccio. E io, Lei al mio fianco, nel sogno sognavo. Le strade sembravano le stesse. Quelle di Sempre. E il sole era un sole leggero, mite. Come di primavera. O di un autunno delicato. Ora, su due piedi, non ricordo il colore delle piante per stabilirlo; i loro fiori, se c’erano fiori. I sogni, sempre, svaniscono col mattino. Ero troppo distratto dal nostro parlare. Distratto dal suono delle sue parole. Un po’ dalla meraviglia dei suoi occhi. Ora, ad andarci col ricordo, posso vederci come più semplici passanti, come padre e figlia, ma quel ricordo non ha alcun obbligo d’esser fedele.
Allora ancora credevo che fosse più che rara, unica. Mica succede e chissà se il sogno era solo sogno. Così discorrendo e tacendo chi incontro se non Bambola? Lei, cioè l’altra, cioè Bambola camminava senza far rumore; naturalmente. Intenta nei suoi pensieri. Al momento non l’ho riconosciuta. L’avevo vista solo di foto. Lei appare nelle foto. Certo che a vederle si distinguono. Certo che a spiegarlo è un casino. Quella che mi stava a fianco è piccola. Una donna minuta tutta grazia. L’altra è nella carne fiera di sé. Con un sorriso largo che abbagliava tutto il mattino.
Era mattino? Della piccola Bambola, cioè di Annastella, vi ho spesso parlato. La sua voce birichina è diventata un soffio di vento che ammalia. A dire le cose fino alla fine nemmeno ama sentirsi chiamare Bambola. Quello non è il suo nome. E questo aiuta solo la confusione. Il suo nome resta Annastella. L’ho sempre taciuto per riservatezza. E perché fin da quella prima sera, la sera da cui ho cominciato a parlare di Lei, mi sembrava che chiamarla con quel nomignolo, Bambola, ne mostrasse ancor più l’essenza. Ma l’ho chiamata anche con altri nomi, e con altri ancora la chiamo. Che poi è buffo come abbiano avuto bisogno, i suoi, di usare due nomi per una persona sola, e per di più per una persona tanto unica e di tali proporzioni.
L’altra, Bambola, cioè Ares, cioè una donna donna con un nome da uomo, e un nome importante, eppure dagli occhi di una dolcezza disarmante, e gli occhi pieni di luce, a vedere la mia sorpresa, ancorché la mia meraviglia, è scoppiata in una risata. Lei non doveva essere là. Lei non passeggia mai quella strada. Non è dentro le sue abitudini, né nei suoi orari. Semplicemente andava a cercare il suo destino. In cuor suo distesa, serena, quanto può essere serena colei che cammina il mondo e che porta al collo una collana di perle di lacrime. Come tutti coloro che passando per il mondo vengono dal mondo sfiorati e dalle sue stoltaggini, e sporcati. Cioè coloro che amano e sanno amare. Ma io la credevo, nel sogno, ancora in viaggio. Cosa ne potevo sapere. Ed era delle più giustificate la mia sorpresa poiché trovarmi tra due angeli, all’improvviso, mi sembrava troppo. Non m’era ancora mai successo. Credo non sia mai successo ad alcuno. E si era fermato il vento.
Non potevo aver dubbi, Lei non faceva ombra alcuna, e non calpestava nei passi, scivolava leggera. Ed era, nell’aspetto, come ho detto, di carne e lusinga, quasi del tutto umana e di umani assaggi. A vederle vicine poteva essere curioso. Come due Bambole di quelle bambole russe; di cui una può stare nell’altra; nascondervisi; tanto erano diverse. Annastella piccola e sottile come un soffio, quasi irreale, quasi impalpabile. Ares fiera di essere una presenza del tutto fisica, quasi di ingombrante bellezza, nella sua bellezza (non stiamo parlando di bellezza umana).
Quando sei tornata dal deserto?
La ricordavo allora, come fossi là. Un sole prepotente. Un lungo attimo sospeso, di serenità. Sapevo che era tornata, era anche passato del tempo, ma non sapevo che altro dire.

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Sempre Lei. Ancora Lei. Ancora una splendida “Badilata di cultura“. Galatea ci sta viziando.

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mela1. Aveva cercato assonnato le ciabatte. La finestra era rimasta aperta. La luce di un lampione della notte entrava impietosamente, ma tutto era silenzio. Un silenzio nervoso, in parte apparente. Lo è sempre il silenzio, apparente; basta saper ascoltare nel suo grembo. Ha battiti diacronici. Tornò pigramente sotto le coperte. Il sonno lo raccolse inesorabile, inconsapevole; quasi come una naturale e immediata e disperata libertà. Con un sorriso soffice.

2. Il cameriere portò il menù su carta di betulla. Non disse nemmeno una sillaba. Lui fu sorpreso dai minuscoli caratteri di inchiostro simpatico e dal tremulo riverbero riflesso di candela. Per quanto poteva capire erano soli. Annastella aveva un sorriso enigmatico. A lui sembrò che Lei, la sua Fata, non fosse mai stata così bella. Si sentì spontaneamente spinto ad un gesto estremo di assoluto affetto, e la strinse tra le braccia. Trovò la risposta a quella domanda: esiste qualcosa di più intenso? Certo non avrebbe dovuto osare; gli angeli sono della stessa materia del cielo. Eppure la sentì contro sé stesso. Lei lo lasciò fare e la sentì morbida e gentile, lasciarsi abbandonare quasi ne gioisse. Forse lo faceva; consapevole. Senza alcun egoismo. Quasi in un sospiro che non gli doveva. Quando si staccò Lei gli comunicò che se ne doveva proprio andare. Nonostante tutto non se ne sentì sorpreso; come lo sapesse. Comunque il suo pensiero ebbe un suono: “Come, non finisci“?
No“!
E dove“?
Lo saprai presto se saprai pazientare e cercare“.
Subito dopo che il suono cantilenante della sua voce argentina s’era dissolto scarno e parco Lei non c’era più. Sapeva che ci sarebbe stata sempre. Al suo posto tre petali di rosa, uno giallo e due rossi, ma di tonalità diverse. Ne avvertiva ancora l’odore. Gli restava l’enigma di quelle sue parole. La delicatezza con cui gli aveva sfiorato la tempia. In contatto di quella mano minuta e leggera. E del suo frettoloso comportamento. Più ancora quel sorriso che lo aveva ammaliato e che non riusciva ad interpretare, di una lucentezza abbacinante.

3. Le stanze sembravano deserte; non finire mai. Gli spazi si misuravano a ore. Tutto gli era completamente estraneo eppure consueto; era come se ci fosse già stato, e più volte. Provò un brivido. Il caminetto era spento. Trovò i fiammiferi. Vi rinunciò, per quella sua sorta di pigrizia mista a cautela educata. Era emozionato. Non poteva non farlo e si domandò dov’era, ma non aveva alcuna risposta. Tra i quadri alla parete la sua attenzione fu richiamata da un Che alla maniera di Warhol. Si avvicinò. Era una stampa di Warhol. Non la ricordava. Aprì le porte senza trovare il bagno che cercava. Si accorse, allo stesso tempo, di non averne bisogno. In una delle stanze c’era un letto enorme. Sopra dormiva pigramente solo un grande orso bianco di peluche. Ne provò invidia, ma non gli rimase molto tempo. Subito fu sorpreso di trovarsela al proprio fianco senza aver avvertito alcun rumore. Non ebbe bisogno di alcun nome. L’aveva incontrata in un’altra stanza, ma non era più la stessa. Scoppiò a ridere, Lei, di una risata che colse la sua sorpresa, ma lo metteva egualmente a proprio agio. Era come se si fossero già detti tutto. Lo prese per mano e lo accompagnò prima alla finestra. Fuori un paesaggio immoto. Da una fessura tra i palazzi delicati uno spicchio di Canal Grande. Non si avvertiva nemmeno il consueto sciacquio delle piccole onde. Anche l’orologio era immobile e aveva smesso di battere. Non c’era alcun tempo e tutto era come allora. Tutto come se niente, assolutamente niente, potesse mutarlo. Lui non aveva mai sospettato che un angelo potesse anche avere, in apparenza, fattezze di carne. E che di carne fosse così generosamente audace e abbondante. Quando lo abbracciò fu completamente avvolto dalla sua morbida e confidente presenza. Gli sembrò che il silenzio esprimesse anche tutti i suoni che non aveva mai udito.

4. Si risvegliò completamente pago. Una sorta di tenue euforia lo possedeva. Cercò di ricordare tutto, ma il tutto non gli fu possibile, e non sarebbe stato abbastanza. Mancavano alcuni dettagli. Soprattutto mancava Lei. Guardò l’ora; si era fatto tardi. Doveva affrettarsi. Solo quando fu pronto e sul punto di uscire scorse il biglietto sul comodino: “Grazie per avermi insegnato a volare“. Intanto il mattino prendeva sempre più il coraggio di una giornata di sole.
[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Vivereunafavola.mp3”%5D

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Gala cara (o economica?)
bustaTu lo sai che io amo le battute. E permettimi di prendermi queste confidenze come forse non dovrei. Mi spiace solo che tu ti sia fatta quella opinione anche se spero sia solo una licenza da blogstar. Non posso pensare che dietro la tua gentilezza ci sia qualcosa di diverso dalla gentilezza. Non ci fosse questo grave problema, di trovare parcheggio durante le ore più frequentate, non sarei costretto a lasciarla, come dici tu, dietro all’angolo. Anche causa la mia pigrizia la fermerei proprio lì davanti, la mia astronave. A questo proposito avrei piacere di potertela far visitare. Non è un granché. Certo, nel frattempo, sono usciti modelli nuovi, più funzionali, più veloci e anche più lussuosi. Per tutti i soldi sono quelli che sono. E’ un modello economico che consiglio anche a te. Mi permette di uscire da queste cose spaventose. E’ un vero problema per me quando molti faticano a credermi. Già è tutto così difficile. Aver vissuto così tanto e tante volte, e così intensamente. Essere l’erba che non avrebbe dovuto mai più ricrescere e invece trovare ancora aria da cui farmi accarezzare. Vigilare sul muro della vergogna (non ho mai avuto modo di attraversare le cose con ordine, dovresti saperlo). Scoprire l’America è poi scoprire che c’era già qualcuno (è stata la mia più grande delusione). Preferisco non dilungarmi che non sempre ricordare mi è piacevole. La cosa peggiore è discutere con lui, sempre così facile a lasciarsi prendere dall’ira. Non che io possa vantare una pazienza maggiore. E lui per dispetto dice che sono il diavolo e mentire affibbiandomi mille nomi. Sono pettegolezzi. Sono calunnie. Io sono una persona modesta: sono Satana e nient’altro; e non lo dico con l’aria di chi si vanta. Dall’ultima volta che sono morto, dalla mia ultima operazione, forse a causa delle protesi bioniche, forse perché me ne possono aver iniettata qualcuna non di grande qualità, insomma da allora, la mia facoltà di concentrazione è più faticata e sono ancor meno paziente; con tutti i pericoli che questo comporta. Non certo per te che sei sempre così cortese. E’ solo che i tuoi occhi e il tuo sorriso, e anche il resto, permettimi di non dilungarmi in particolari, mi ha distratto. Io non li vedo proprio. Quello che tu chiami professore, cioè Albio Trovati, ho avuto modo di conoscerlo ancora durante la missione di Cartagine. Essere inutile. Ancora ci si trova, tra reduci, a chiederci che sale ha sparso. Essere inutile, dicevo, ma noi non gli si è mai data troppa importanza. Lo si utilizzava solo per lavoretti di poco conto. Eppure ha sempre avuto questa sua capacità di trovare qualcono disposto ad ascoltarlo; da imbrogliare. Per tua completezza di informazione devo però correggerti perché è sempre stato riconosciuto come un perfetto stronzo, un rompi cazzo (scusa il francesismo) e soprattutto uno stupido integrale. Avesse conosciuto, come ho avuto modo io, quei due o almeno uno dei due, cioè Carlo o Antonio, non direbbe quello che dice. O forse si perché non sa quello che dice.
Non avessi tutte le età che ho avuto ti porgerei un galante baciamano ma restando con i piedi per terra ti chiedo scusa per l’impertinenza e spero di farmi perdonare con un abbraccio, anche se teletrasportato da Andromeda, cioè da M31 (da dove non mi sarà possibile rientrare prima di cena).
Beniamino

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