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Posts Tagged ‘gelosia’

156702_118821124851321_100001703036472_131674_6224606_nForse dovrei provare a descriverla. Basterebbe la foto. Soffermarmi un poco nella nostra storia. Parlare del più e del meno. Dei nostri gusti. Delle tante cose in comune. Delle nostre quotidianità. Delle letture. Magari è indispensabile aggiungere che l’amore non è sempre tutto. Tra noi lo era, ma anche i nostri tempi erano difficili, come quelli degli altri. L’amore e un nido non bastano, perché ci sono l’affitto e le bollette. E tutto il resto. E anche gli innamorati devono mangiare. Almeno due volte al giorno.
Quando ho conosciuto Ludovica, Ludovica Blanciardi, quella che di lì a poco sarebbe diventata mia moglie, credevo di vivere un sogno. Alta uno e settantacinque, quasi uno e ottanta. Capelli neri come la pece. Labbra carnose. Due occhi scuri con tutti i bagliori degli inferi. Pieni di promesse. E due tette da paura. Ricordo che eravamo alla mensa. Lei due tavoli distanti dal mio. Io ero solo come mi capita spesso. Un po’ perché non amo troppo parlare. Un po’ perché a volte ho bisogno di riflettere. Un po’ perché non amo molto la compagnia e la compagnia non mi ama troppo. Si potrebbe dire che sono un tipo un poco solitario. Insomma ero preso nel mio nulla dei miei pensieri quando l’ho notata. Ho cercato subito di distogliere gl’occhi.
Non mi sarei mai nemmeno avvicinato. Una storia con lei non mi sembrava possibile. Non riuscivo più a non guardarla, di striscio, cercando di non farmene accorgere. Avevo già perso tutta la mia disinvoltura. E poi era in compagnia di un’amica. Lei, l’altra, niente di speciale. Era solo lei, la mia protagonista, che richiamava l’attenzione di tutti. Come detto anche il solo tentativo di approccio mi sarebbe sembrato impossibile. Mi sarei evitato volentieri il solito due di picche. Le ovvie scontate risatine dei cosiddetti amici. Dei presenti. Quando si era alzata un’enorme delusione mi era scoppiata in petto. Si può restare delusi anche davanti al crollo di un sogno impossibile. Invece, con mia somma sorpresa, la vedo avvicinarsi per poi sedersi al mio tavolo.
A volte succede anche l’incredibile e l’impossibile. Ora tutti in sala guardavano verso di me. Un poco di imbarazzo lo provavo. E una veloce quanto effimera soddisfazione. Destinata a non durare. Credevo. Rompe subito il ghiaccio lei. Mi chiede perché da solo. Bofonchio in preda a un marasma di disordini. Confuso. Mi dice che ha visto come la guardavo, cioè come non la guardavo. Mi chiede se è solo per timidezza. Mi fissa che mi fa sprofondare, ma anche con un’espressione amichevole. Mi chiede se non mi ero accorto di lei. Le sembra strano. Mento spudoratamente confessando che ero distratto e non l’avevo proprio vista. Mi scuso. “Di che”? sorride, anzi ride. Mi confida sollevata che dovrebbe scusarsi lei, per la sua intrusione. Che dietro gli occhiali le sembro un tipo carino. A posto. Che non le sopporta più tutte quelle troppe attenzioni. Che vorrebbe poter vivere in un isola deserta. Non ho un’isola deserta solo per noi. Fatico a pagare anche quel misero affitto.
Per farla breve non finisco nemmeno di pranzare e usciamo. Del mio corteggiamento non c’è molto da dire. E’ stato come tanti. Niente di particolare. Io non sono mai stato certo uno bravo a lusingare una donna. Neanche con le parole. Devo avere un minimo di intimità. Con lei l’ho trovata quasi subito. Ora non fatico a raccontarle le cose. Allora era tutto un po’ più complesso. Comunque… ripeto: come tanti. Facciamo due passi e lei mi prende sottobraccio. Tutti possono immaginare la mia emozione nell’averla accanto. Nel sentire il suo corpo vicino al mio. Sfiorarmi. Trasmettermi brividi indescrivibili. E credo di impazzire quando mi dice che vive sola, cioè con un’amica, ma al momento non c’è, e mi invita da lei per un caffè. Balbetto che ci conosciamo da così poco. Mi spiega che avrebbe dovuto dirlo lei, e che è una ragione in più per conoscerci meglio. Temo una beffa. Non posso crederci. Invece è tutto vero. Saliamo e mi lascia solo in cucina. Mi spiega che vuole andarsi a mettere più comoda. Quando torna credo di morire soffocato. E’ come nella foto. L’ho scattata con lo smartphone perché nemmeno io ci avrei creduto. Ha solo quella sottile e leggera vestaglietta addosso. E un paio di mutandine nere, ma si possono notare in trasparenza.
Credo di aver veramente rischiato l’infarto. Ma con lei non sarebbe rimasta una volta isolata. Almeno per i primi tempi. Ora va meglio, ma allora lei mi faceva questo tremendo effetto. “Vuoi che andiamo di là o hai troppa fretta”? Avevo troppa fretta. Di più. In modo straziante. Impellente. Indifferibile. Altri particolari di ciò che avvenne in seguito mi sembrerebbero superflui. E lederebbero l’immagine del mio amore. La descriverebbero per quello che non è. Rischierebbero di essere solamente volgarità. Solo che la cucina era linda ma la tavola ancora apparecchiata. Combinai un macello. Lei non se la prese. In certi frangenti di certi momenti è sempre stata comprensiva e paziente. Ha sempre sospirato alzando le spalle aggiungendo che Non fa niente. Sognando volavo. Temevo il dopo. Non avrei comunque rinunciato per nulla al mondo. Così è iniziata tra noi, in un solo pomeriggio. Quella che credevo un’avventura fugace, un meraviglioso e impossibile sogno destinato a non durare che per quell’attimo, e nemmeno quello, è diventata la nostra storia. Ho dormito da lei e il mattino dopo, quando mi solo alzato stanco e assonnato, aveva già pronte le valigie per trasferirsi da me. Però non è come qui potrebbe sembrare.
Solo qualche tempo dopo ho avuto il coraggio di chiederglielo Perché proprio io? Mi ha spiegato che mi aveva capito subito. Anche per questo era stato tutto più facile. Io non l’avevo guardata con gli occhi che la guardavano tutti. Non avevo azzardato uno dei soliti stupidi complimenti. Non l’avevo trattata come un fenomeno da baraccone. Si vedeva lontano un miglio che non ero tipo da allungare le mani. A quelli, agli altri, non interessava nient’altro di lei, solo quello. Ma lei non era solo quello. Ora lei è Ludovica Pallacorda. Per me Chicca o Lulù. I primi anni non ce la siamo passata male. Vivevamo in quell’appartamento piccolo del nostro grande amore. Sapevamo accontentarci. Lei non ha mai chiesto molto. Io sono sempre stato bravo ad farmi bastare il poco. Poi l’innovazione tecnologica. Gli esuberi. Tutte quelle menate lì. Alla fine lei si è sacrificata per me e per noi. Ha accettato di farlo lei, l’esubero. E solo la mia non bastava. I tempi si sono fatti ancora più difficile. A volte eravamo talmente giù da trovare fatica anche solo a parlarci.
Devo aggiungere, per completezza, che era un tipo completamente diverso da quello che ci si potrebbe aspettare a prima vista. Nei modi dal modo in cui io stesso l’avevo giudicata, a prima vista. E si potrebbe giudicare guardandola in modo superficiale. Prima di conoscerla, veramente. Dovrei anche dire che non è una gran chiacchierona. Per parlare parla, e non le mancano certo le parole o gli argomenti, ma ci sono cose di cui preferisce evitare. Come per il suo passato. Se lo fa lo fa a fatica. E’ quasi una inutile sofferenza. Ma quella sera, come poche volte, aveva voglia di raccontarsi. Era una storia che avevo già sentito altre volte, ma era una serata speciale. Lei era tesa e stanca. Tornava da quel colloquio di lavoro. Per lei, e anche per noi, era importante. In momenti come quelli debbo essere molto paziente. Lascio che Chicca parli e me ne sto semplicemente ad ascoltare. Cercando di non interromperla.
La invito a mettersi calma e a raccontarmi com’è andata. E allora ricomincia con la storia della sua vita. Da ragazzina era proprio piatta. Non aveva niente. E già tutti dicevano che era bella. Lei diventava una furia per questo. Lo fa ancora anche con me. Lei si era sempre vista al massimo carina. Non si era mai accettata. Ma la sua vita era stata segnata da come la vedevano gli occhi degli altri. Già da allora, quando davanti era come una tavola, faceva fatica a trovare amiche. A mantenersele. Anche quelle poche erano sempre invidiose e gelose di lei. Diventavano quasi indisponenti. Per le attenzioni dei ragazzi. Che colpa ne aveva se Oriliana era un po’ bruttina. Anzi proprio brutta. Se nessuno se la filava. La invitava. Se si doveva intrufolare alle feste solo perché quelli, i ragazzi, invitavano Lulù e lei si aggregava come un pena da pagare pur di avere Ludovica. E, anche in quel caso, poi, alla mia futura mogliettina, lo facevano pagare chiedendole perché si continuava a portare dietro il cagnolino, ovvero il ramarro. La pregavano che la prossima volta… Ma questo era solo un esempio.
La verità era che Liana uno disperato lo trovava spesso. Magari solo un per bacio. Per una passeggiata. Per una pomiciata. Per qualche palpatina. Lei era sempre molto disponibile. Troppo. Se non era lui ci provava lei. Alla fine era riuscita ad accalappiare il gonzo. E continuava a divertirsi anche fuori casa. Perché per quanto brutta era pur sempre una donna. E maschi dal palato non troppo fine se ne trovano a bizzeffe. Uomini, magari sposati, che si sanno accontentare. Anche perché per tanti un’avventura è sempre un’avventura. Mica debbono spiegare con chi. Basta fare e raccontare. Magari solo a sé. Tanto per andarne fieri. Tanto che il figlio che avevano avuto assomigliava, sputato, un poco al fornaio e un poco al ginecologo stesso. Quello dove Oriliana aveva lavorato finché non aveva deciso di fare solo la mamma. Mentre per la mia bella di esperienze, vere e proprie esperienze, poche. Non fatico a crederle. Me ne sono accorto da solo. La infastidivano tutte le attenzioni che aveva intorno.
Già alle superiori era giunta al sospetto che i giudizi sulle sue interrogazioni e i compiti avessero spesso qualche punticino in più di quello che riteneva di meritare. Quando l’insegnate era un uomo, naturalmente. La metteva in imbarazzo che i compagni la agevolassero anche quando di trattava di una semplice fila. Che tutti si offrissero per darle lezioni private. Di non poter andare ad una festa senza essere assillata. Senza che tutti non pretendessero almeno un bacio. Che cercassero di allungare le mani. Di essere invitata anche in posti vietati a tutti gli altri. Che persino persone anziane si alzassero per cederle il posto quasi fosse in attesa. Che se c’era da scegliere, succedeva anche quando si presentava per un impiego, scegliessero lei già prima di iniziare i colloqui. La faceva sentire colpevole. In peccato. Responsabile in un mondo ingiusto. Non che lei non si fosse meritato tutto. Le sembrava fin troppo facile. E sbagliato.
Sbagliato di non poter avere un amico che fosse un amico. Un vero amico. Perché anche i più cari alla fine, prima o poi, non si accontentavano e avrebbero voluto di più. Essere di più. E ridicoli si confessavano. Anche Sebastiano, che aveva sposato una sua amica. Oppure di essere invitata a cena per essere poi invitata a casa. A letto. Di andare al cinema e poi sentirsi le mani di lui sulle cosce. Di andare in barca e non potersi mettere libera senza che nessuno affogasse prima ancora di tuffarsi. Che gli prendesse un malore. Forse era anche solo perché di seno lei non era avara, e ne possedeva a sufficienza. Che colpa ne aveva? E ancora molti provavano a corteggiarla. Anche se era sposata. Lei, naturalmente niente. Non aveva bisogno di ripetermelo. Ho sempre creduto in lei. Per lei era diverso. Un pochino gelosa lo era. Insomma essere bella era un vero inferno.
Se non la fermavo avremmo fatto notte. La prego di arrivare al punto. A quel pomeriggio. Lei si mostra infastidita ma dura poco. Era arrivata puntuale e l’avevano fatta passare quasi subito. Una vera fortuna. Lui era un tipo molto pacato, distinto. Con un completo Principe di Galles effettivamente molto elegante. E una cravatta veramente raffinata. E una voce pastosa, un po’ autoritaria e un po’ suadente. Ma era un tipo che aveva superato molte volte gli anta. E anche gli ultimi capelli stavano comunicandogli il loro addio. Aveva guardato svogliatamente la domanda e lei con molta attenzione. Ma le cose non erano proseguite lisce. Mannaggia al cavolo. Mi dice che sembrava farlo apposta. Cazzo! E lo esclama proprio fuori di sé e a bocca piena. Perché le aveva chiesto delle cose veramente banali, anzi proprio assurde. Come quante battute sapeva battere in un minuto. Se conosceva Internet, come se potesse ancora esserci qualcuno che non conosce internet. La sua taglia. Se aveva esperienze e in che campo. Quello era un lavoro delicato diverso da tutti gli altri.
Se era sposata e pensava in seguito di avere figli. Perché i figli vogliono dire maternità e tutto il resto. Eppure era tutto scritto là. Aveva ributtato un occhio distratto al suo curricolo. E poi, dove abitava. Che ambizioni avesse. L’interrogatorio era proseguito stancamente. Se fumava. Se aveva impegni che avrebbero impedito che si fermasse se necessario. Se c’era bisogno di qualche straordinario. Se voleva un caffè. Il numero di cellulare. Persino se sapeva stenografare. Quando al mondo nessuno usa più la stenografia. Ci sono mille diavolerie da utilizzare al suo posto. Persino programmi che trasformano in parole il suono della voce. Non sapeva quali ma c’erano. Se voleva aggiungere qualcosa. “No, niente”! Per il caffè lei aveva ringraziato e declinato l’offerta. Era già abbastanza nervosa. Era certa di aver sbagliato qualche risposta. Non sapeva quale ma ne era sicura. Che si fosse aspettato che rispondesse a qualcosa diversamente. Ma non l’aveva messa alla prova. L’aveva licenziata con un distaccato e laconico Le faremo sapere.
Aveva capito che non era andata troppo bene. Le ho chiesto cosa si sarebbe aspettata. Niente! Non lo sapeva. Non ci aveva pensato. Magari anche solo un briciolo di maggiore cordialità. Forse la sua poteva essere sola una sensazione. Sperava fosse così, ma era impaziente. Il suo volto descriveva pienamente il suo insuccesso. Le veniva da piangere. E pensava al ritorno. Alla delusione che avrebbe dato anche a lui. A ciò che avrei detto. E a tutti i loro problemi. Si sentiva responsabile. In entrata c’era ancora quella segretaria, la stessa che l’aveva annunciata, mi spiega che era una vera arpia. Cerca di descriverla con un Cerca di capire. Due fondi di bicchiere. Una crocchia spellata di capelli ormai quasi bianchi. Una bocca sottile con dei denti irregolari. Un naso a becco di civetta. E un vestito nero che mamma me ne scampi. Da funerale. Mi guardava con quello che non riusciva a diventare un sorriso. Forse voleva mostrarsi comprensiva. “Il direttore non è poi così cattivo. E’ un uomo di cuore. Capisce le situazioni come la sua, se”…
Io la potevo capire, disse, voleva solo andarsene. Stringeva la borsetta come se la volesse strozzare. Per un momento ha pensato di strozzare anche lei, la segretaria. Si fa presto a parlare. Avrebbe voluto spiegarle la loro situazione. Che di quel lavoro ne aveva proprio bisogno. Aveva quel groppo in gola. Non era riuscita a estorcersi nemmeno una parola. L’altra aveva infierito quasi incurante. “Lui è come un padre, comprensivo con tutti, basta saperlo prendere per il verso giusto, basterebbe che”… Quelle pause sospese cominciavano a darle ancor più suo nervi. Quel sogghigno un poco da equivoco e un poco approssimativamente malizioso. Come può esserlo nel viso di una vecchia megera come quella. “Sono certa che il posto può essere suo, se”… A quel punto avevo cominciato a riprendermi. Ho tirato il fiato e glielo detto, papale papale. Sbottando con un tono deciso. “Insomma se… cosa? Che… cosa”? Avrei dovuto vederla, probabilmente aveva le gote come il fuoco. Non fatico a crederle conoscendola. Ma l’altra non aveva perso un millimetro di quella orribile calma “Possibile che non capisca? Proprio una come lei. Non dovrei essere io a dirlo a un ragazza così bella, basterebbe che”… Mi ha ricordato di ricordarmi come lei non ha mai amato gli indovinelli. Voleva mandarla papale papale a quel paese. Anzi a andare a farselo… eccetera eccetera. Ma chi avrebbe avuto il coraggio di mettere anche solo le mani addosso ad una strega come quella? “Lasci stare. La faccia breve. Si spieghi. Cosa dovrei capire”?
Lei, mia moglie, mi guarda e mi chiede se potevo mai immaginare una proposta come quella. Indecente. Osservo che se non si spiega più che immaginare non posso nemmeno provare a cominciare a capire. Un poco ho anche perso il filo del discorso. Cerco solo di non mostrarmi deluso. Temo la fine del suo racconto. Invece mi dice che quella, la befana, ha avuto in coraggio di darle quell’indegno suggerimento. E anche di sogghignare mentre lo diceva. “Da quando il mondo è mondo… l’uomo è uomo. Maschio. Mi capisce? Il dottore ne va pazzo. Si farebbe convincere anche con una semplice succhiatina”.
Che ne poteva capire lei. Sapere lei che è brutta come il diavolo. Credevo, cioè Lulù credeva, perché è lei che continua a raccontare, di non aver capito. “Vuole dire?”… Forse si limitava a tenersi informata sul suo datore di lavoro. E avrei voluto almeno che la smettesse con tutti quei puntini di sospensione. “Basterebbe… Che lei glielo ciucci”. L’ho guardata sorpreso e non ho potuto fare a meno di interromperla. Lo dico tra un ti sembra possibile e un ti sembra vero: “E tu”?
Sembrava essere tornata là dentro. Rivivere quell’istante. Era in preda alla collera. Non sembrava nemmeno lei. Anche se ci avessi provato non mi credevo in grado di riuscire a tranquillizzarla. “Io sono uscita come una furia. Sono andata a prendermi un altro caffè, alla macchinetta. Ero fuori di me. L’avrei ammazzato. Lui e anche quell’altra. Quella arpia che gli faceva da ruffiana”.
Volevo consolarla. Dirle che non faceva niente. Che sarebbe andata meglio la prossima volta. Che c’è sempre un’altra occasione. Ma avevo l’impressione che il suo racconto non fosse ancora finito. “E poi”?
Si prese una breve pausa. Sorseggiò anche un sorso d’acqua. Il tentativo di tornare in sé non le era del tutto riuscito. “Ero decisa a dirgliene quattro. Come ti ho detto: avevo un diavolo per ogni capello. Ed ero appena uscita dalla parrucchiera. Lo sai. Tutto per quel bel tomo. Per il disgraziato. Ho ripreso la mia domanda di assunzione dal tavolo della megera. E sono tornata diritta nel suo ufficio, senza nemmeno bussare”.
Speravo tanto che non avesse fatto un macello. Cominciavo a preoccuparmi. “Hai fatto bene. E?”…
Un altro sorso d’acqua e si era quasi completamente ricomposta. Gli occhi le si sono cambiati. Poi è scoppiata in un sorriso che lentamente si è trasformato in una risata soddisfatta. “E… e… cosa potevo fare? Ho avuto quel maledetto posto”.
Dovevamo festeggiare. Era un posto buono con un buon stipendio. Stabile. Quasi sicuro. Con i calici già mi mano mi sono lasciato cogliere da un dubbio improvviso: “Ma allora?”… Lei mi ha subito tranquillizzato sorridente spiegandomi che non mi dovevo preoccupare. Che lei non mi avrebbe mai tradito, lo sapevo. Era stato solo uno schizzetto che aveva lasciato cadere sul quel maledetto documento di richiesta d’impiego. Niente di più. Ho sempre avuto fiducia in lei, ed ero stato fin dall’inizio pronto a crederle che la bellezza, a volte, è una vera e propria maledizione.

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Io la odio. Mamma non vuole che dica così ma, la odio. Da quando la cicogna l’ha portata tutto è cambiato. Maledetto uccello. Papà dice che è colpa della mamma, perché lui voleva un maschietto, invece è arrivata Stamila. Non ho capito. Potevano tenere la porta chiusa. Restituirla. Dire che si era sbagliata. Cosa ha fatto la mamma? Ma è cambiata anche lei. Sempre con gli occhi sopra a quella pisciaddosso. Tutt’e due. Mila di qua, Mila di là. A stento mi guardano, si accorgono che ci sono. E se mi guardano è per sgridarmi. E qualche volta ci scappa anche qualche scapaccione. “Tu sei grande.” –mi dicono.
Certo che sono grande. Io vado a scuola. E sto imparando anche a scrivere. Sono brava. Lo dice la maestra. Eppure se lei ingoia quattro cucchiai di pappa e ne sputa otto tutt’e dire a dire: “Brava! Brava!” e a battere le mani. E lei, quella nana che nemmeno è tanto bella, anche se loro dicono in continuazione che lo è, si batte le mani, anche lei, da sola. Scimmiotta come una scimmietta. E ride divertita. E io, se mi faccia una macchiolina, subito a dire che sono una sporcacciona, che devo crescere, e ancora a sgridarmi. E lei si fa ancora la pupù addosso che puzza. E loro le puliscono tutti pazienti il culetto. La mia vita è diventata un inferno: “Guarda la tua sorellina com’è brava”.
Mi hanno insegnato loro a farla in vasetto. Ora mi devo mettere in un angolo. E non mi dicono che sono brava. E non mi fanno compagnia mentre la faccio. Io non ci gioco con lei. Perché non sa giocare. Perché piagnucola sempre. Perché vuole sempre le mie bambole. Perché puzza di profumo. Perché la mamma a lei da mangiare ancora al seno e a me no. Perché se la fa nei pannolini senza avvertire e poi puzza. E dice “Cacca.” E glielo lasciano dire. E sbava. E le scendono lacrimoni dal naso. E rompe le cose con quelle zampe da orsacchiotto. E il pigiamo con le orecchie. Insomma io mica la volevo una sorellina. Avevo chiesto la casa di Barbie. Il libro di Peppa Pig. Il costume da principessa. Lo zainetto di Hello Kitty. Il cellulare dei Minion. Le bolle di sapone. Non una sorellina rovinattutto che non sa nemmeno fare la conta e se le dico nasconditi si nasconde dove tutti la vedono subito. Magari seduta sotto la tavola da pranzo. Sul divano con le mani davanti agli occhi. Crede che se lei non vede gli altri non la possono vedere, povera bamboccia sciocca.
Non è giusto. Sono stufa. Rivoglio le mie coccole. Ne ho diritto. Mi lasciano fuori. Si chiudono in bagno. Ogni volta. Per farle il bagnetto. La riempiono di talco come se impanassero una fettina. Però poi non la friggono. La lasciano nel fasciatoio e lei sbadiglia e si contorce. E’ un’idea. Entro di soppiatto senza farmi vedere né sentire. La sospingo solo un po’, senza tanta forza. Lei precipita nell’acqua. Divertita, insolente, protestante crede di doversi fare di nuovo il bagnetto. Le tengo giù la testa e lei fa tante bollicine, con la bocca e dal naso. Nemmeno quelle sa fare bene. Sono piccole e non hanno quei bei colori dell’arcobaleno. Alla fine fa solo glu glu. Io oramai mi lavo da sola: “Guarda mamma, galleggia come una paperella”.

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Loredana pensò che non si può essere ancora così stupide alla sua età. Per capire tutto quello che era successo doveva tornare indietro in quelle ultime ore. Faticosamente ricordare. Aveva dormito male. Non era tornato e nel letto lui non c’era. Avevano litigato, con Giordano, cose da nulla, che succedono tra marito e moglie. Le voci si erano fatte eccitate e le parole grosse. Aveva sbagliato a rimproverargli perché non era come Carlo. Lui non era Carlo che inseguiva i propri sogni; lui si accontentava di alzarsi ogni mattina per andare a rifugiarsi dietro una scrivania. Era stata proprio una stronza. Solo che sono cose che si dicono e sfuggono da sole da una bocca in preda all’ira. Forse le era scappato anche qualcosa di più.
Non era la prima volta ma stavolta lui era uscito sbattendo la porta. Si era diretto risoluto da Carlo, e lo aveva violentemente colpito, con un pugno. Lei non ne sapeva niente né immaginava, e non lo aveva più visto tornare. Carlo Di Francesco suonava la tromba in un complesso jazz. Erano ormai relativamente conosciuti nel giro. Si faceva chiamare Charlie Fanciscotown. Lei preoccupata aveva controllato l’ora. Poi ignorando quanto era successo aveva chiamato proprio lui; trovandolo ancora immerso nel sonno. Carlo, farfugliando, le aveva raccontato dell’episodio completamente sbigottito e aveva cercato di tranquillizzarla. Era certo che sarebbe tornato. Loredana aveva cercato di scusarsi anche per il marito. No! lui non immaginava dove fosse andato.
Anche lei non voleva credere e non riusciva a capire. Non sapeva come giustificarsi. Non era mai stato geloso. Non era nemmeno certa che quella fosse gelosia. Era solo uno scatto d’ira. Era solo perché si rammentava di quelle ultime frasi. Loredana si sentiva in colpa e voleva farsi perdonare. Probabilmente così aveva commesso l’ennesima stupidaggine: gli aveva chiesto di vedersi. Solo perché si era trovata in bocca quelle parole. E mentre andava aveva cercato di darsi una ragione, non capiva perché il marito si era comportato così. Ancora non aveva dato peso a quanto era successo. Erano cose tra loro. Poi aveva cercato di convincersi senza riuscirci. La verità ara davanti ai suoi occhi. Aveva bisogno di evadere. Aveva piacere di rivedere Carlo.
Amava il suono della sua tromba. Era affascinata da quell’uomo, per sempre ragazzo, a cui tutte ronzavano intorno. Lui era l’artista, suo marito era solo un noioso impiegato. Forse non era affascinata che dal suo mondo. In fondo non aveva mentito; era tutto vero. Era solo che non avrebbe mai dovuto dirlo. Si era chiesta qualche volta se la sua era stata la scelta giusta, allora; riusciva solo a continuare a mentirsi. Ora era davanti al trombettista. Giordano non s’era nemmeno fatto sentire, non rispondeva al cellulare, forse l’aveva spento. Di lui Carlo aveva solo ancora il segno dell’occhio tumefatto. Loredana si sentì in imbarazzo ma alla fine ne risero assieme.
***
Loredana prima di uscire si era impegnata per farsi bella. Giordano era un vecchio amico ed era come andasse ad incontrarlo per la prima volta. A Lui non erano mai mancati gli argomenti. E aspettando la comanda avevano vinto l’iniziale imbarazzo. Era da allora che non si trovava fuori una sera, con un uomo, sola, senza suo marito. Lui era stato gentile e molto garbato, e soprattutto brillante. Lui sapeva come comportarsi e come affascinare. Tutte cose che a suo marito mancavano. Non era certa di potersi fidare di sé. Era sicura di non potersi fidare di lui. Forse era solo quello che sperava. In quel momento era solo decisa. Poi tutto era scivolato via. Si erano veramente confidati ricordando episodi di quando erano più giovani e anche da ragazzi. Discorsi leggeri e con pochi rimpianti. Parole facili da dirsi. Rinvangando quelle vecchia amicizia tra loro due, tra loro tre; lei, con Carlo e con suo marito.
Avevano cenato e parlato e bevuto. Avevano cercato entrambi di scordare e di non darci peso. Era sempre stato il musicista ad avere avventure da raccontare. Avevano parlato della sua carriera con la musica. Delle serate e delle notti insonni. Di incontri affascinanti e di assoli. Della ricetta per le alici marinate. Anche di donne; e di uomini. Di tutto e di niente. Lui le aveva chiesto perché avesse smesso di dipingere acquarelli. Lei gli aveva chiesto quale fosse la tromba più bella. Ma lei aveva continuato a bere cercando quel coraggio che non riusciva a trovare. E lui bevendo aveva quasi scordato con chi era.
La verità era che per lei non c’era mai stato niente di diverso; ma stava veramente succedendo? E con quel ragazzo che non era mai diventato uomo. Lei era felice della sua vita, delle sue scelte. Era quello che voleva. Non era mai stata particolarmente bella. Affascinante, sofisticata o cosa. Le feste le facevano confusione. Il fumo le irritava la gola. Non si era mai illusa. Non si era mai mentita. Allora perché? Non era poi nemmeno così brutta. Giordano non era stato un ripiego. Per disperazione. Questo no. Forse era diventato lui perché era là, in quel momento, al momento giusto. Ed era pieno di gentilezze.
Le loro liti erano diventate sempre più frequenti. Aveva trent’anni e le sembravano troppi. Proprio in quel momento avrebbe voluto riavere quei diciott’anni. Scappare. Lasciarsi dietro ogni cosa. Ritrovare quel coraggio che aveva frequentato solo per troppo poco. La possibilità di innamorarsi solo per amore; dell’amore. Avere altre storie da raccontare. In fondo, si rese conto, aveva sempre invidiato le altre. Così futili e così superficiali. Frivole. Che coglievano al volo tutte le opportunità della vita. Leggere. Incapaci di chiedere cosa avrebbe riservato loro il mattino. Senza bisogno di giustificazioni. Con quell’aria da padrone del mondo. Da conquistatrici. Da irresistibili. Senza la paura del futuro e degli anni.
Era stata stupida, dopo tutto quel tempo, le era proprio scappato di bocca. Non poteva che rimproverare se stessa. Parole fuggite nel mezzo di una mezza lite. Ma non si poteva stare attenti sempre ad ogni parola. Aveva cominciato lui. Oppure lei? Aveva voluto ferirlo. Solo questo. Lui era sempre vissuto all’ombra di quel Carlo. Di un Carlo che non conosceva veramente. Che aveva idolatrato. Ecco chi era quell’uomo. Era quello che si stava per approfittare della sua prima e unica debolezza. Della donna di un amico. Giordano doveva saperlo. Anche lei avrebbe dovuto saperlo. Aveva l’anima dentro la tromba, e quando non suonava era un altro, era solo un poverino. Senza scrupoli e senza sentimenti.
Avevano bevuto, molto, e la serata era finita con lei ubriaca fradicia, come non le era mai successo. E lui che rideva per un nulla e cercava di dire cose che non gli scappavano nitide. Appena fuori all’aria fresca avevano ritrovato quel minimo di lucidità per capire dov’erano e dov’erano rimasti. Si erano guardati ed erano scoppiati a ridere. Le gambe erano molli. Loredana aveva cercato di negare; come avrebbe potuto spiegare, giustificarsi con se stessa? Voleva scusarsi, la verità era che lei sapeva che era andata lì per lui. Stava veramente cercando solo la debolezza di una sera? Al diavolo, l’unica cosa che contava era che lei era lì. E aveva smesso di preoccuparsi.
Carlo poteva essere solo una cosa gradevole per un tempo breve. Una cosa da consumare. Per farsi invidiare dalle altre. Per sballare. Per dimenticare. Era come una birra da sorseggiare in fretta, e dopo ti rimane ancora la sete. Era l’artista sul palco. Non si può indossare i panni degli altri. Ma quali erano i suoi? Era mai stata veramente felice? Aveva cercato la sicurezza, aveva trovato le certezze e insieme la monotonia. Le sere davanti alla televisione. Il ruolo della brava donna di casa. No! non bella, ma quella che sa aspettare il proprio uomo. Sapeva solo che si sarebbe risvegliata al mattino nel suo letto, piena di vergogna. Non le importava. Quella sera era bella per lui, e per se stessa.
***
Loredana ancora non se ne convinceva, ma stava succedendo veramente. Andavano di notte per una strada con passo incerto, soli. Non ne era certa. E non poteva dare la colpa a nessun’altro, tanto andavano sbiadendo i pensieri. Era stata vigliacca un’altra volta. Era solo fuggita. Verso sera la solitudine era diventata un dolore fisico insostenibile. Il vuoto nella casa un vuoto immenso. Ricordava chiaramente solo che era scappata da quella sorta di incubo. Dalla sua inutile attesa. Era certa che lui non sarebbe rientrato. Non aveva mai amato nessun’altro, solo suo marito; da quando si era sposata. Non aveva mai voluto nulla di diverso. Certo non aveva mai amato Carlo, forse lo aveva solo desiderato, e solo per un breve istante. La sua era solo una bugia. Forse tutto quello non stava succedendo.
Carlo le aveva messo una mano sulla spalla e barcollante l’aveva invitata a casa sua. Chissà se aveva sperato troppe volte di sentirgli dire quelle parole; in quell’invito. Solo per l’invito. Forse aveva temuto. Non ne era mai stata capace. Non era da lei. Certamente la colpa era in quel vino. Era certa di non essere lei, o almeno lo sperava. Era come in un film. Tutto le girava e assieme girava la sua testa. Si sentiva allegra, avrebbe potuto dire felice; sicuramente leggera. Senza responsabilità Sarebbe stato solo che era solo successo. E se invece fosse stata proprio lei a inseguire il coraggio? Fin dall’inizio? Quel coraggio che le era sempre mancato? Mancato perché si era ritrovata vecchia troppo presto. E fidanzata ancora prima. Troppo piena di paure. Di incertezza. Troppo piena la testa di tanti discorsi. Dei suoi. Della morale. Dell’etica. Delle abitudini. Di tutte quelle cose importanti che però non servono a granché, tranne a rovinarsi la vita. A far stare sempre lì a temere di pensare.
Non poteva più fingere di non accorgersi della sua mano sul culo, era un tocco leggero e quasi amichevole, e non riusciva a mostrarsi offesa. Si sentì in obbligo, costretta, di chiedergli, senza astio, cosa stesse facendo. L’amico gli sussurrò che non aveva mai notato di quanto fosse bella. Fu solo un soffio che la riscosse dentro. La sua risposta suonava come se a parlare fosse un’altra. Loredana aveva alzato le spalle e riso e aveva accettato il suo invito. Forse gli aveva anche messo fretta. Non aveva sentito quello che lei stessa aveva detto. A rifletterci le sorse un dubbio. Era tutto così inverosimile. Era passato tanto tempo. Troppo.
Non poteva essere lei quella. In quella strada. A quell’ora. Così. Non l’aveva mai fatto prima, non l’avrebbe più fatto. Si stava già pentendo? Era ormai troppo tardi? Immaginava che il tradimento non sarebbe mai entrato nella sua vita. Non credeva di avere nulla da rimproverarsi. Prima era stata una perfetta compagna, dopo sarebbe tornata ad esserlo. Sempre. E lui non aveva nessun diritto di essere geloso improvvisamente anche del suo passato. Si stava già pentendo? Una mattina, una stanza, delle lenzuola. E anche il suo corpo di uomo. Carlo. Era stato solo il sogno di un attimo fuggente; ma un sogno può tornare? Non era possibile. Voleva scappare. Aveva solo voglia di ridere.
Non si illudeva. Non voleva farlo. Sarebbe stata solo una cosa senza importanza. Era solo una bugia. Oppure no? La pazzia di una notte, da ubriachi. Forse lui aveva profittato della situazione. Forse lei aveva colto l’occasione? Forse non era proprio così ubriaca. Forse l’aveva voluto. Forse l’aveva sempre voluto. Non era certa di nulla. Se solo avesse potuto non ricordare. Perché quando si entra in una di quelle camere non si torna mai indietro. Non si esce più. O quella che esce è un’altra persona. Si resta sporcata dentro. E allora avrebbe voluto cancellare tutto. Stavolta non sarebbe scappata mentre lui ancora dormiva. Ma non si può vivere la vita di un’altra.
Eppure era arrivato il suo turno. E salirono le scale faticosamente sorreggendosi l’un l’altra, mentre lui cercava di solfeggiare Almost Blue. Ridendo di quella fatica e del loro imbarazzo. In quell’istante… Una delle tante ragazze che gridavano ai suoi concerti in quei locali pieni di fumo… Non le dispiaceva sentirsi una di loro. Non la faceva stare male; anzi… Cercava di immaginare come sarebbe stato. Cercava di scacciare il timore, ma… Ma sulla porta il sogno era svanito. Quando aveva visto il posto in cui viveva improvvisamente aveva capito. Dentro c’era odore di chiuso e il disordine più completo; per terra non solo calzini. Aveva preso una bottiglia ormai quasi vuota. Aveva fatto un ampio inchino e l’aveva chiamata principessa. Lei aveva abbassato gli occhi. Sapeva che quelle parole non erano per lei.
Non riusciva più a guardarlo. Tutto era solo imbarazzante e colmo di rimorsi. Quella desolazione le era entrata dentro. Aveva creduto di esserne capace; si era sbagliata. Povera stupida. Cercò di spiegarlo all’amico e gli disse solo “Non posso.”, e lui aveva capito. Si era grattato ancora incredulo in testa e aveva preso due lenzuola stropicciate. Gettata la bottiglia si era nascosto al bagno a farsi una pera. Poi aveva suonato la tromba solo per lei, fin quasi al mattino; e l’aveva suonata come non l’aveva mai suonata. Nei suoi occhi scorrevano le lacrime. Quando era andata a pulirsi la faccia aveva visto la siringa nel cestino. Aveva dormito sul divano, ancora vestita.
Il mattino si era guardata intorno. Non riconosceva niente. Giordano l’aveva chiamata al cellulare. Non le aveva detto dov’era stato, aveva solo chiesto a lei dov’era finita. Dove avesse passato la notte. Il tono della voce non lasciva presagire nulla di buono, era indispettito. Lei lo aveva pregato di non andare in collera. Stava cercando di pettinarsi. Lo aveva rassicurato che sarebbe rientrata subito e che gli avrebbe chiarito tutto; di non preoccuparsi. Non sapeva ancora come avrebbe potuto spiegare a quell’uomo, che era suo marito, di aver dormito con Charlie Fanciscotown.

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Si svegliò verso le undici in quel letto vuoto. Era stato trascinato fuori da un sogno che gli aveva lasciato languore e dolcezza dentro. Non ricordava molto ma era quasi certo che erano ragazzi in quel momento. Era con Orlanda e lei era molto carina. Era stata la sua prima ragazza ed era stata lei ad insegnargli a baciare. Quando si erano lasciati gli aveva detto che non capiva che uno potesse suonare così bene la tromba ed essere allo stesso tempo così arido e così stronzo. Non sapeva perché ricordava in modo confuso tutto quello. Non era nemmeno certo che si trattasse veramente di un sogno.
Era stato svegliato all’improvviso dal telefono; era Loredana. La bocca gli doleva ancora e l’occhio era diventato nero. La voce dall’altro capo gli sembrava persino irriconoscibile. Forse non era ancora del tutto sveglio, non si fosse presentata forse non l’avrebbe nemmeno riconosciuta. Eppure quando era stato svegliato aveva pensato anche a lei. Aveva ancora la sera prima stampata davanti agli occhi. Con quel Giordano che non riconosceva: “Lo hai visto”?
L’ho visto e l’ho anche sentito”.
Allora ti ha trovato”?
Cosa gli è preso”?
Non lo so, so solo che quand’è uscito era proprio furioso”.
Avete litigato”?
Niente di grave. Poi se n’è venuto fuori… Ha preso la giacca e non è più tornato. Comincio a preoccuparmi”.
Era come se tutto il suo passato si fosse coalizzato e messo nello stesso momento contro di lui. Era stato qualche volta scoperto da qualche marito o fidanzato geloso, o più semplicemente sorpreso dalle loro reazioni, ma non aveva mai tradito un amico, o quasi. Cosa poteva farci se lui alle donne non sapeva dire di no? E se quelle, le donne, se lo bisticciavano; sul palco e fuori? Non che lui si sentisse privo di colpe. In realtà era sempre stato bravo ad infilarsi nei guai. Gli era sempre piaciuto sentirsi invidiato, non ne provava più piacere. Loredana non era come quelle, lei non si sentiva bella, affascinante e irresistibile. Non aveva fole per la testa. S’era messa con Giordano, che forse era sempre stato il più sfigato, e gli era rimasta per sempre fedele. Non se la immaginava in nessun altro modo; in nessun altro ruolo che quello della compagna devota. Non se la raffigurava a tradirlo. L’immagine gli riusciva inconcepibile; non lei.
Lei sembrava stesse piangendo, e se non piangeva era comunque ansimante; la voce irrequieta di una donna affannata. Cercò di consolare l’amica: “Gli hai detto qualcosa”?
Lei non si era calmata: “Niente che potesse… Forse m’è scappata una parola. Forse sono stata una stupida. Sai quando si litiga. Non è vero niente ma magari l’ho lascito pensare. Non mi guarda più come”…
Erano sempre stati quelli dove si era rifugiato nei suoi momenti di difficoltà. Aveva sempre saputo di poter contare su loro. Una coppia tranquilla. Lei sapeva anche cucinare. Due insomma a cui nessuno avrebbe fatto caso. Provò amarezza in quelle parole. Nemmeno la sua voce sembrava la sua. Glielo disse perché ne era convinto: “Vedrai che torna. Lui torna sempre”.
A pensarci gli sorse un dubbio. Era tutto così inverosimile. Amarezza e rabbia. Un po’ il mondo che in fondo inviava a loro che crollava. Quella che lui testardamente sognava come l’altra opzione per il suo futuro. Era stanco di quella vita. E ora era entrata anche la droga. Si guardò il braccio e per un attimo perse il controllo della voce e del cellulare. Forse gli era scappato qualcosa di quello che lei stava dicendo. Niente gli sembrava così vero. La voce di Loredana sembrò rassegnata quando gli disse: “Sì! certo, ne sono sicura anch’io”. Poi cambiò tono, si fece d’un tratto più incerta e meno ansiogena. Lo ringraziò e gli disse che avrebbero dovuto parlarsi, magari trovarsi, magari una sera. Non avrebbe potuto dirle di no, ma non sapeva a cosa sarebbe servito. Non sapeva nemmeno come spiegare all’amico, a Giordano, che non si poteva che essere trattato di un equivoco. Che lui mai e poi mai… Ma dove si era cacciato? Pensò di chiedere ai suoi, forse era andato là. Non aveva mai esagerato di fantasia, né in coraggio. Era certo che l’avrebbe trovato, non sapeva come avrebbe trovato le parole. Avrebbe dovuto essere l’altro a scusarsi; lo stronzo. Pensò che doveva tenersi buona sua moglie. Guardò la sveglia e tornò a dormire.

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tazzina di caffèLui la guardava e lei era bella. Già! forse avrebbe dovuto esserne geloso. In effetti non sapeva cosa essere ed era distratto ed era orgoglioso che fosse la sua donna. E poi è così ridicolo vedere l’uomo in quei momenti che non riusciva a capacitarsi come fosse capace di governare l’istinto di scoppiare a ridere. Lui aveva cominciato a cercare con estrema attenzione le parole e ad abusare di pause accuratamente misurate per dare importanza ai suoi argomenti. Gli sembrava che cercasse anche di comporre in modo suadente il tono della voce. La guardava e i suoi occhi si soffermavano in lunghe e poco discrete ma insistenti carezze e quando trovavano gli occhi di lei cercavano miele e musica. Era veramente ridicolo con quei pochi capelli e quella pancetta. Non aveva perso tempo appena gli aveva detto che anche lei faceva filosofia. Stava cercando di affascinarla con un suo vecchio cavallo di battaglia: Horkheimer. Argomento che aveva abusato migliaia di volte. Lei, come donna, ne era lusingata. Si muoveva con quella grazia studiata e gli ronzava attorno per non perdere i complimenti dell’ammirazione. Quando si chinò per versare il the l’amico cercò di sbirciarle nella camicetta e lui cominciò ad avere il sospetto che non fosse stata una buona idea invitare a cena il vecchio compagno.

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Non ne aveva mai fatta una; e la fretta non era stata certo buona consigliera. Aveva avuto solo il tempo di preparare le valigie, frettolosamente, e di rubare un taxi sotto il naso ad una coppia di turisti tedeschi. Ancora nella scaletta e già le gambe frenavano e si sentì perso al suono della sirena. Appena partito aveva telefonato per tranquillizzare a casa e Susanna l’aveva ringraziato e gli aveva spiegato di essere dalla parrucchiera e l’aveva invitato a divertirsi. Si era limitato a mettere la giacca a rinvenire all’aria e a controllare il bagno, poi era uscito a prendere possesso di quel nuovo piccolo mondo. Si chiedeva se non era stato un pazzo ad accettare quel viaggio premio con i colleghi delle assicurazioni; la crema della crema. Degli enormi rompiballe che si sarebbe dovuto sorbire a turno continuo per tutti i giorni della crociera ventiquattro su ventiquattro.
L’aveva già notata da subito durante la sua prima perlustrazione e se la trovò al tavolo quando raggiunse la sala ristorante per pranzare. Alberica, che voleva essere chiamata Alba, per quel viaggio era in compagnia di un industriale tessile o qualcosa di simile che ne pareva orgoglioso e cercava di non perderla mai di vista. Per l’occasione indossava un vestito rosso sgargiante, forse un po’ troppo impegnativo in una simile circostanza, con ampia scollatura e scarpe decolté di identica tinta, naturalmente, muovendosi disinvolta su quei tacchi altissimi. Tra i due doveva esserci qualcosa più che delle chiacchiere anche dal modo in cui lui era estremamente premuroso verso la compagna e da come l’aveva aiutata a prendere posto.
Lui cancellò quel pensiero che gli sembrò non fargli onore e cominciò a scorrere la carta dei vini. Quella vacanza non sarebbe passata indolore. Si trovò a parlarci senza accorgersene. Non era donna comunque da passare inosservata, sembrava conoscere tutto e tutti e avere molta dimestichezza con qualsiasi argomento, era cioè di piacevole conversazione. Di tanto in tanto si tormentava l’orecchio e l’orecchino e muoveva a destra e a sinistra il naso in un quasi tic. Come se il suo accompagnatore non ci fosse non faceva che parlare del marito che pare fosse nei preziosi, qualcuno diceva preziosi e burro ma lui ignorava il nesso tra le due cose, ed elogiarlo per dire quanto lo amava. E quando lo diceva una strana luce le brillava negli occhi come se solo allora vi si riflettessero i lampadari del salone. Strana donna quella donna, misurato e intrigante e perfetto equilibrio di fascino e di eleganza.
Avrebbe avuto il tempo per conoscerla? e nel chiederselo progettava le proprie curiosità. Alba era anche in una certa confidenza con il direttore generale immaginifico. Su quel “certa” aleggiava nelle voci un tono poco chiaro e leggermente allusivo. La cosa poteva rivelarsi di una qualche utilità e, distratto dalla luce dei suoi gioielli, non poteva credere a tutte quelle chiacchiere, era una di quelle donne maritate ed innamorate, e poi quel brusio di sussurri non poteva soffermarsi su una persona sola; nemmeno fosse stata una folla.
Aveva appena cominciato a frequentarla e già ne imparava tante storie che avrebbero potuto riempire una intera saga, anche se non poteva negare che emanasse un notevole fascino. Era più portato a credere nell’esagerazione presumibilmente mossa anche da frustrazioni e rifiuti consapevole che l’uomo non ha mai imparato a ingoiare nessun insuccesso. Lei non faceva che immaginificare i luoghi in cui erano diretti, doveva averli già visti, sapeva proprio tutto. Gli spiegò che non poteva proprio perdere di scendere a terra con lei a Lindos di cui nessuno parla e che sarebbe stata invece un’ottima occasione per recarsi assieme in un magnifico mare. E poi di tutto il resto e di tanto altro. Simulò indifferenza, non era disposto ad ammettere apertamente e davanti a tutti di non averne nemmeno mai sentito parlare. Decise che forse avrebbe potuto aiutarlo a sconfiggere la noia.
Eppure ebbe la sensazione di aver suscitato nella donna dell’interesse. La cosa non mancò di lusingarlo anche se trovava il tutto banale. In fondo anche quell’uomo era stato gentile con lui e non cercava di complicarsi la vita, avrebbe voluto che finisse quanto prima. Si perse più volte, il senso di orientamento non era la sua maggiore virtù, alla fine riuscì a trovare il distributore delle sigarette e a tornare alla cabina. Si fece la barba e annegò di dopobarba la pelle del viso e poi preferì rilassarsi in cuccetta aspettando l’ora per avviarsi. La sera, per merito di Alba, cenarono tutti al tavolo del comandante e forse profittò fin troppo del vino gradevole e fresco. In effetti un poco la testa cominciò a girargli e si sentiva leggero di una euforia sottile e strisciante che aiutava la voce a liberarsi. Cercava invano di stare attento a quelle parole e ai suoi gesti che gli parevano comunque goffi.
Alba continuava a parlargli del più e del meno, ma molto più del primo. Il vestito era ancora rosso ma non era lo stesso, attorno alla scolatura, ancora più profonda, correva una passamaneria dorata. Parlava e si muoveva senza preoccuparsi della scollatura e sotto si sarebbe detto che non portasse nient’altro che, come s’usa dire, chanel. Gli orecchini dondolavano lampeggiando mettendo a prova gli occhi e gli stomaci dei presenti. Tra tante cose gli aveva comunicato, eccentricamente mortificata, che al primo scalo sarebbe stata raggiunta dalla figlia, ma lui non aveva prestato molta attenzione alla cosa. Insomma dopo un po’ lui aveva smesso di ascoltarla e s’era immerso nelle dovute riflessioni. Temette di essersi mostrato sgarbato anche con il comandante.
Lei stava dicendo che sarebbe stata contenta se gli avesse potuto dedicare qualche minuto solo per lei per spiegarle dei dubbi che aveva su una polizza vita stipulata dal marito. Aveva pensato di essersi sottratto precisando che si occupava di mutui, ma lei lo aveva rintuzzato subito dicendo “meglio!” e aveva aggiunto sottovoce che era preferibile che si incontrassero da lui. Si era giustificata spiegando che era una donna libera, almeno per il tempo della traversata, a parte la presenza della figlia, ma che era una questione di convenienza, che sarebbero stati più tranquilli, che ci teneva al proprio onore e non voleva pettegolezzi e che non sarebbero stati disturbati. Erano stati interrotti dal ritorno dell’amico della donna. Si scusò, non aveva dato alcun peso alle ultime osservazioni, aveva solo voglia di rifugiarsi nella cuccetta anche se avrebbe preferito un vero letto. Lei, sotto il tavolo, aveva allungato la mano e l’aveva sfiorato.
Le spiegò che non era particolarmente affascinato dal progetto di andare a annegarsi di sudore in una palestra. Era intrigato e stava valutando se era più conveniente abbandonarsi all’istinto e seguire il proprio desiderio accettando la sfida e ingaggiando quella lotta di provocazioni e malizie e sottintesi, o se non fosse meglio sottrarsi per la presenza di tutte quelle attenzioni che quella donna naturalmente provocava e di cui si nutriva e perché qualcosa in lui si trasformava in avvisaglia. In più c’era la presenza del suo accompagnatore, una presenza un po’ troppo invadente. Aveva preferito andarsi a lavare le mani e rinfrescarsi il viso cercando di riordinare le idee che gli tumultuavano in testa con il sospetto infondato di soffrire improvvisamente di mal di mare. Dovette accomiatarsi con gentilezza ma anche con una certa fretta.
Gli avevano detto che era una pazzo perché quella donna era una strega e ne aveva rovinati molti, di uomini, per poi buttarli metaforicamente (è l’occasione per precisarlo) a mare. Gli avevano detto che era una pazzo perché quella donna era una strega e ne aveva fatti impazzire molti, di uomini, trascinandoli in un vortice di piacere impossibile da descrivere. In verità lui solo non era stato niente; niente di tutto quello e pertanto smise di chiedersi le cose. Faticò a lavarsi i denti e prepararsi per la notte vinto dalla stanchezza. Lesse tre volte la stessa riga per capire che non c’era verso e così accettò e spense la luce per rifugiarsi in un sonno che lo sballottò come nel mezzo di un uragano. Rinunciò all’invito di andare a visitare i resti di Olimpia, non era la giornata adatta e decise che poi in fondo non erano che pietre. Restò in nave a smaltire gli eccessi, non ne aveva mai fatta una e probabilmente non ne avrebbe mai più fatta un’altra.
Lui se n’era completamente scordato, quel mattino gli era difficile ogni pensiero, ma la nave era ancora in porto e Faustina, come gli era stato anticipato dalla madre, doveva essere salita prima che lui uscisse per la colazione. Lo fece con un ritardo colpevole e non gli riuscì di mandar giù che alcuni sorsi di caffè amaro mentre resisteva al panico; il mare era minaccioso e indifferente, laggiù, in basso, una presenza quasi estranea, se non una non presenza priva di alcun fascino. Per quanto gli riguardava Katakolon avrebbe potuto restarsene lì per sempre, non vedeva l’ora di poterla guardare dalla poppa, non avrebbe avuto nemmeno la forza di muovere un passo. Si prese una sdraio e cercò la sopravvivenza maledicendo a minuti alterni la propria stupidità, nel tempo che gli rimaneva cercava di annegarla nell’alka-seltzer.
Il pomeriggio andava già meglio, una buona pennichella era stata un ottimo toccasana. Le incontrò che uscivano dal corridoio che portava alla loro cabina e si rigirò a guardarle di spalle mentre salivano la scala, Alba aveva un culo impegnativo che sussurrava ad ogni gradino aneddoti sfiziosi ma forse troppo lascivi e ormai fuori tempo, probabilmente avvertiva lo sguardo dell’uomo su di sé. Quella ragazza invece era la primavera. Vederle vicine, una accanto all’altra, forse, a parte l’età, sarebbero state uguali, come a volte avviene tra madre e figlia, non fosse che la madre era troppo preoccupata a nascondere gli anni. Aveva capelli di inaridita paglia e un mimica che snaturava i sorrisi in rattrappite smorfie. Il rossetto non riusciva a coprire l’avviluppato nido di rughe e il seno era esagerato ed esageratamente soddisfatto. La figlia era coperta da un abitino corto in cotonina che si appoggiava pigro alla pelle. Aveva solo un’avvisaglia di seni e gli occhi sgranati nella curiosità, ancora colmi di quella petulanza da bambina; quasi inutili nella mancanza di trucco e di vera malizia. In un attimo capì che l’eccessiva e arrogante innocenza di quella ragazza erano già un’ossessione.
Aveva visto troppi film di mare e di pirati oppure troppo pochi, non era come se l’era immaginato: tutto era immobile e l’unico assente era il mare. Si sentiva ingabbiato in una cabina che sembrava una prigione, non avvertiva nemmeno la presenza nell’aria della salsedine, solo gusto di chiuso e di uno strano vuoto senza gusto tranne che per quel po’ di sapore metallico, più che altro rugginoso. Le ritrovò mentre gironzolava, un po’ per caso e molto poco no, e gli venne chiesto se era così cortese di farle una foto con la figlia. Si erano appoggiate al parapetto con il paesaggio che si allontanava alle spalle, si vedeva solo un cenno della scia bianca tra le onde e più in fondo la meraviglia del canale di Corinto.
Un leggero vento fece sventolare la bandiera e le loro gonne e mise a nudo le gambe e lei lo lasciò guardare abbondantemente ridendo prima di coprirle goffamente con un gesto pieno di malizia e gli occhi pieni di promesse fingendo che fossero infastiditi dal sole. Si strinse la figlia al seno quasi volesse soffocarla e per dirgli che avrebbe voluto stringere lui. Lui continuò a scattare: la ragazza era un vero amore, un bocciolo; lo zoom le scivolò dosso fino a un ritratto in primo piano. Alla fine Alba si rivolse alla ragazza e riuscì a farsi fotografare con lui passandogli una mano alla vita e profittando di sfiorarlo dietro, sembrava continuare a divertirsi molto. Non s’era arrischiato di chiederne una con la ragazza e si mordeva la lingua. La nave naturalmente batteva una bandiera che non conosceva.
Da quel momento non aveva avuto altro pensiero che restare solo con Faustina. Quella lussuria dell’innocenza, così diversa da quella della madre, così piena di sensualità e di ignara impudicizia; ma altrettanto licenziosa, ancora più perversa, lo faceva impazzire. Nella ragazza tutto era ancora naturale e lui non pensava ad altro che sporcare quel sorriso che sfidava ogni cosa e qualsiasi pericolo e patto. Si inventò frasi coraggiose e allusive e persino romantiche da dire alla giovane e poi ripeterle in privato. Si annotò il numero della cabina e scoprì che era troppo prossimo a quello della madre e dell’amico della donna. Provò una gelosia rancorosa e altrettanto stupida per quell’uomo che non aveva nessun diritto. Studiò i percorsi per aumentare le probabilità di incrociarla e le possibilità di parlarle in modo appartato.
Gli avevano detto che madre e figlia erano rientrate presto e poi s’erano dirette in piscina. Lui aveva chiesto tutti i particolari giacché s’era attardato per prendere un ricordo per Susanna e uno per la sua piccola e per la curiosità di vedere Licabetto. Niente di ché e non capiva gli elogi sperticati che la donna gli aveva dedicato per poi non andarci. Le aveva raggiunte, ch’era quasi ora di andarsi a cambiare, ancora vestito com’era tornato a bordo. S’era pentito d’essere sceso a terra con tanto ritardo da non poter godere della loro compagnia e s’era scusato. Aveva proposto una bibita e aveva provato giustamente ad insistere ma entrambe avevano rifiutato con la ragione dell’ora e per rispetto di chi le stava aspettando. Il tessile se ne stava lì di controllo nascondendo la faccia quasi completamente dietro le quotazione della borsa enfatizzate nel quotidiano, gli fece appena un cenno e ripiegò il giornale per richiamare le due donne. La ragazza ebbe un solo attimo di incertezza, attorno alla testa aveva un foulard a fiori con trasparenze quasi impalpabili da cui pendevano alcuni cuoricini dorati e un costume minuscolo con molto blu e molto verde. Aveva un corpo flessuoso e si muoveva come una sirena. Era un miraggio; scappò dietro la madre che la chiamava e quell’uomo orribile. Lui decise che l’indomani sarebbe sceso a Rodi con loro.
Fino ad allora era riuscito bellamente ad evitare di farsi coinvolgere dal cameratismo appiccicoso dei colleghi nonostante i reiterati tentativi. Aveva saputo solo che c’era stato qualcosa tra Lorenza e Giuliano, pareva una notte di fuoco, e tutti ne parlavano. Non volle sapere atri particolari. Aveva sbagliato il suo giudizio sulla donna e anche sul compagno di lavoro, gli era sempre sembrata una sempre sulle sue, senza grilli tra i riccioli, solo dedita al lavoro e alle pratiche e poi era anche al di là della più indomita e bieca tentazione. Pensò che era stata quasi un’opera pietevole di volontariato simbolo di altruismo, di coraggio e di abnegazione e sorrise dentro di sé, ma al tavolo trovò la sorpresa, era stato messo distante sia dalla madre che da Faustina. La cena fu di una noia mortale mentre tendeva le orecchie per sentire i discorsi lontani e non vedeva l’ora che finisse e anche i piatti gli sembrarono preparati con meno perizia. Fece però molta attenzione alle bevande che con quel caldo facevano presto a tagliare le gambe e a tradire l’uomo notando su di sé come il dopobarba fosse una pratica distintiva degli assicuratori. Fu una liberazione quando si spostarono tutti di là per avvicinarsi alla pista da ballo, si ricordò solo allora di aver ricevuto da Alba un largo sorriso e che poi la donna aveva alzato il calice e fatto un cenno con il capo come a dargli un appuntamento per quel dopo.
Aveva pensato che avrebbe dovuto guardarsi dal medico di bordo ma l’uomo era stato interpellato d’urgenza e aveva dovuto lasciare la compagnia e, seppure con evidente malincuore, il braccio della ragazza. Non gli restava che guardarsi dalla mamma guardinga, impicciona e gelosa. Non che amasse particolarmente quel tipo di mondanità ed il ballo, ma in quel momento era costretto ad essere grato a questo e a quello e al camiciaio, la coppia ballava parlottando e bisticciando. Rubata ad un secondo lungo e dinoccolato Faustina si lasciava trasportare e trascinare sbadata e non aveva molto da dire mentre i suoi occhi gironzolavano disattenti ubriachi di novità. Al momento opportuno aveva potuto così approfittare della distrazione di Alba per lasciare le danze e allontanarsi con Faustina dal salone fin troppo abbagliante prendendola sottobraccio e non lasciandole nemmeno il tempo per prendere la borsa. Lei era un incredibile animaletto mansueto, lui aveva trovato la scusa di soffermarsi a vedere la luna riflettersi su quella tavola buia di mare e poi lei l’aveva seguito docile e rassegnata nella sua cabina.
Appena il tempo di cominciare a rubarle un primo bacio guardingo ma curioso e per saggiare quelle carni sode che stavano sbocciando, quando era tornata la luce nell’abitacolo ed era entrata indispettita la madre. La ragazza non portava reggiseno e non ne aveva bisogno tanto erano ancora acerbi e appena abbozzati quei seni. Si maledì per avere avuto appena la possibilità di cominciare a forzare la resistenza di quella esile mano e pensò a come lei avesse l’incantevole indiscrezione di chi non sa e vorrebbe tutto scoprire e come mantenesse ancora la meraviglia innocente ed incosciente per ogni cosa come una bambina. Se avesse trovato il modo di pensarci avrebbe concluso che quel fugace bacio aveva il meraviglioso fascino dell’inconsistenza; che era bello proprio perché così incerto e impacciato e improbabile. Quando ormai era nella sua mano s’era sentito svuotare dalla delusione e maledì quella madre con tutte le sue forze. Restò da solo, desolato guardando Alba dargli le spalle e, senza un fiato, trascinarsi dietro sua figlia.
Le due donne avrebbero avuto bisogno di una spiegazione, non ci voleva pensare. Non sapeva quale e non gli riuscì di ridere soddisfatto né di essere lusingato della contesa e decise, com’è ragionevole, che non voleva arrendersi e cercò di calmare l’emozione. Poi, una buona doccia riesce a cancellare molte cose, fece tutto senza fretta pensando che ne aveva avuto abbastanza di confusione, per quel giorno, ma che la notte era giovane. Rimise il pigiama sull’ometto appeso nell’armadio, si riguardò allo specchio e prima di coricarsi ascoltò le notizie alla televisione senza degnarla di un solo sguardo; controllò l’orologio e mise sotto carica il telefonino. Avrebbe voluto raggiungere il ponte per un’ultima sigaretta ma vi rinunciò, si sentì d’improvviso pigro e poi non voleva sfidare la sorte, anche se era certo di una sola cosa: che se doveva succedere avrebbe dovuto aspettare ancora un po’. Non aveva nessuna certezza tranne una percezione così, come aveva detto alla ragazza sfiorandola sul ponte, aveva lasciato la porta della cabina aperta ma probabilmente si era addormentato. Fu richiamato in sé da quella breve luce che era balenata e scivolata nella stanza angusta, ma era stato meno che un attimo, e poi aveva udito prima il fruscio di qualcuno che bisbigliava passi silenziosi sulla moquette e poi quello di un corpo che si liberava degli abiti in un’attesa snervante e febbrile. Era venuta, il suo udito frugava quel silenzio aspettandola, ancora un poco sopito e bagnato in preda del sogno recente aveva provato subito desiderio per la visitatrice e lei gli era già accanto scostando le coperte. Quando le unghie della donna scivolarono sul suo petto non riuscì a trattenere il gemito; non avrebbe voluto mai deluderla.
Aveva allora cercato di allungare la mano per raggiungere l’interruttore ma lei l’aveva trattenuto. Si abbandonò alle sapienti attenzioni della femmina. Quel corpo nudo scivolò con la delicatezza della piuma sul suo e quella pelle divenne un’unica carezza. Riconobbe la donna attraverso ogni attimo della pelle; ne rintracciò ogni più piccolo indizio mentre lei continuava a trattenergli la mano. Avrebbe gradito vederla invece lei lo convinse e lo spinse a girarsi come se non fosse lui l’uomo o se lei volesse possederlo come possiede un uomo e la sentì alle spalle come una presenza insolita, un po’ allarmante e via via più intrigante. Poi si accorse di non avere più rimedio a quelle mille lusinghe e lasciò fare. Adottò la scusa di essersi lasciato prendere di sorpresa, quando non era ancora completamente sveglio. Non riusciva ad immaginarsela la ragazza che gli scivolava addosso nuda. Così padrona della situazione e di lui, consapevole che la curiosità a volte supplisce a molte cose e si sa mascherare da esperienza.
Il fatto è che l’uomo sa bene come farsi distrarre e lui s’era smarrito quasi subito, troppo preso ad ascoltare le voci del proprio intimo universo. In fondo è la natura e l’istinto che aiutano la vita. Una dona nasce con la consapevolezza segreta di essere donna. O più semplicemente non voleva accettare la possibilità di essere ingannato, e poi sarebbe stato troppo anche per la più fervida immaginazione. Invece avrebbe dovuto capirlo subito: troppo vorace ed esperta era la sua bocca, troppo presuntuoso e falso era quel seno; troppo sfrontato era tutto. Ne ebbe più chiaro e presente il sospetto quando quegli ansiti di godimento proruppero in un grido roboante di liberatorio piacere e in una supplica sconveniente e ne ebbe conferma quando ottenne la certezza che non era ragazza.
Fu distratto perché gli sembrò di udire un sottile rumore alla porta ma decise di smettere di far caso a qualsiasi cosa mentre l’amante scoppiava in una fragorosa e agghiacciante risata. Tornò ad allungare la mano per dar luce alla stanza ma ancora la donna lo trattenne per il polso. Ora sapeva ma, nonostante lo stratagemma, non aveva più tempo per tirarsi indietro, non sarebbe stato gentile nei confronti di quella donna come di nessuna, e poi era ormai tardi anche per lui.
Non aveva bisogno di fare nulla e non avrebbe mai avuto modo di rammaricarsi, lei sembrava avvertire tutti i suoi desideri, prima ancora che li potesse esprimere, anche quelli che non aveva mai confessato nemmeno a se stesso, e conoscere anche il più piccolo angolo del suo corpo per farlo fremere. Ormai non c’era altro mondo fuori di quella stanza, avrebbe potuto crollare il tetto e l’intera volta celeste. Lei era una fornace incandescente ed era un fiume in piena; si scusò, lo insultò, gli disse che era bello, lo minacciò, lo implorò, lo maledì, lo pregò e gli piantò le unghie sulla schiena e i denti sulla spalla. Si sentì frugare dentro e questo non gli era mai successo, il sole doveva essere ormai alto e lei non era ancora sazia quando fu costretta e lasciarlo salutandolo con un bacio profondo e disperato. Mai avrebbe potuto scordare quella notte per il resto della vita.
Avvertì un grande tramestio fuori e fu costretto a uscire da quel tepido sopore per prepararsi e raggiungere gli altri con curiosità sistemandosi ancora la camicia dentro i calzoni imprecando. Aveva visto che sua moglie l’aveva cercato, ci avrebbe pensato più tardi. Non si sentiva stanco, solo vuoto e assente. Avevano trovato Faustina annegata nella piscina. Apparve subito stupido in mezzo a tanto mare annegare in un piscina. Sembra una cosa possibile solo in un romanzo di cattiva grana. E senza nemmeno lasciare una parola a spiegare il gesto. Erano tutti allibiti, bocche spalancate e piene solo di silenzio; un silenzio che sapeva di piombo. Si avvicinò a Alba per darle il suo conforto. Avrebbe creduto che il mattino fosse più crudele con lei. Stava bene in nero, era ancora più affascinate. Lei gli porse, con un sorriso rigido e di circostanza, un biglietto da visita del marito dove sotto aveva siglato a penna il numero del proprio cellulare: “Mi chiami. Si ricordi di farlo. Dobbiamo finire quel nostro discorso. Sono veramente… interessata a… a… quei fondi d’investimento. Ora mi voglia scusare”. Certo che si vede la vera signora.

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II. La vita è tutta una sorpresa. Nei giorni seguenti mi rendo conto che la reazione alla notizia non è nulla di quello che mi sarei aspettata. Non cerca, che ne so, in un certo senso di riconquistarmi. Nemmeno di umiliarmi; di farmela pagare. Pensavo avesse di che rinfacciarmi. Non la sente nemmeno come una competizione. Niente di tutto quello che mi sembrerebbe umano, normale. Non usa quelle carinerie che usa un uomo per affascinare. Non arriva con fiori. Non apparecchia la tavola. Non mi chiede che programma voglio vedere. Non rinuncia alla partita. Non mi porta fuori. La cosa semplicemente lo eccita. Forse sono solo i primi tempi. Lo eccita sapere che nella mia vita c’è un altro. Lo deluderei smascherando il mio gioco. Denunciando la mia bugia. Ammettendo che nulla di quanto detto è vero. E’ questa la sensazione che ne ricavo.
Mi sto accora chiedendo come posso essere stata così stupida. Perché l’ho fatto. Così presa dalla situazione. Prigioniera delle cose. Mi sentivo assediata. Volevo solo liberarmene. Liberarmi di lui. Delle sue fobie. Delle sue follie. Delle sue manie. Dei suoi sospetti. In quel momento pensavo che niente fosse peggio di quei sospetti. Nemmeno una bugia. Nemmeno un’ammissione di colpa. Di una colpa che c’è solo nella sua mente bacata. Che c’è sempre stata comunque. E poi, finalmente, non mi sentivo più in colpa. Responsabile. Frustrata. Vittima. In fondo non era andata male. Un risultato l’avevo raggiunto. Mi sembrava quasi che fosse l’unica soluzione. Non sono fiera di me. Ne sono stata costretta. In un certo senso mi ha ridato la tranquillità. Una tranquillità che con lui non avevo mai avuta. Ora che può credersi tradito non si è più soffermato sulla gelosia. Semplicemente mi chiede delle nostre intimità. Se con l’altro mi piace di più. Se lo faccio anche con l’altro. Mi viene da ridere. Cerco di restare seria. Lui non sospetta.
Però c’è un però. Ho sempre paura che si incontrino. Che incroci Guido. Magari quelle sere che mi viene ad aspettare. Mi chiedo che reazioni potrebbe avere. Mi domando della faccia del mio amante che è all’oscuro di tutto. Mi interrogo se è possibile. Un amante virtuale. Credo di essere un caso raro. Unico. Irripetibile. La complicazione è anche che me lo vedo sempre davanti. Lui si comporta come non fosse cambiato niente. In realtà non è cambiato niente. Lui non è il mio amante tranne per quegli istanti di follia. A volte credo che se lo auguri. A volte sono sicura. A volte credo che l’abbiamo fatto, ma nella sua fantasia. La cosa non mi attrae. Non da chiedermi come potrebbe essere. Lui è e resta un semplice collega. Un collega con cui ho legato, magari più di altri. Una persona simpatica. Alla fine mi decido. Potrei non farlo, ma penso che glielo devo. E poi è meglio essere prudenti. Perché magari Alfio trova il coraggio che non ha mai avuto.
E’ improbabile, assolutamente inverosimile, ma se si trovano e… cioè… E’ giusto che lo sappia. Magari solo per un atteggiamento. Per essere eventualmente preparato. Magari non potrà mai succedere. Cioè non troverà mai il coraggio. Non si merita nemmeno un contegno di sfida. Di disprezzo. Non ha proprio nessuna colpa. Certo la cosa mi crea imbarazzo. Con lui ci lavoro. Trovo l’occasione. Mi armo di coraggio. Alla fine, non so come né perché, ma glielo confesso. Non prendo respiro nemmeno tra una frase e l’altra e gli confido tutto. Al primo momento sembra non capire. Mi guarda sorpreso. Incredulo. In realtà sembra uno scherzo. Lo sembra anche a me. Non so se ci crederei. Poi nemmeno lui ha la reazione che mi sarei aspettata. “Non voglio problemi”. “Non ne avrai, Sai com’è lui”. E non aggiunge altro. Come se la cosa non lo riguardasse. Forse è la semplice sorpresa. Forse ha bisogno di riprendersi. Di elaborarlo. Di riflettere e capire. Cioè torna sul lavoro come non fosse successo.
Non ci ripenso più, o quasi più. La calma dura un paio di giorni. Cioè un paio di giorni dopo torna sull’argomento. Verso sera. Poco prima di finire l’orario. Durante il giorno aveva cercato di essere spiritoso. Più del solito. Non ci ho fatto caso che dopo. Era più interessato del solito a me. L’aria solo leggermente cafona. Forse volutamente. Provocatoriamente. Ci sono stati piccoli e più o meno velati cenni sul problema. Sulla nostra relazione. Ci scherza, insomma. Lo prendo come un aspetto positivo. Non sono sempre pronta. A volte mi prende di sorpresa. Mi chiede, ad esempio, se mi è piaciuta l’ultima volta. Di ricordargli quando lui non c’è. Cose che a lui devono sembrare palesemente spiritose. Devo sembrargli almeno distratta. Anche quando mi chiede lo fa quando non me l’aspetto. “Come l’ha presa”? “Niente”. “Come”? “Non come mi sarei immaginata. Pensavo si arrabbiasse. Che reagisse. Perfino che mi colpisse. Niente. Era solo come se l’avesse sempre saputo. Se gli avessi tolto un peso. Mi sembrava quasi gratificato”. Naturalmente taccio delle sue maggiori, diciamo così, attenzioni. Di questo ritrovato entusiasmo. “Contento lui”. Non che che i risultati siano entusiasmanti. Direi più patetici. Ci mette più impegno. Mi chiede continuamente. Si vede più uomo. Ha bisogno continuamente di essere tranquillizzato. Ma nemmeno di questo gli parlo. “Forse cercate solo la certezza delle cose”.
Eppure c’è qualcosa che non mi convince. Che suona falso. Non so cosa ma c’è. Forse nella voce. Forse nel suo sguardo. Non si spinge oltre. Poi ride e sembra decidersi. “Posso accompagnarti”? Non sono certa che sia un invito. Una galanteria. Credo di non ricordare com’è essere corteggiata. Cosa si prova. La strategia del maschio. Poi tutto mi pare chiaro. Lo fulmino con uno sguardo. Ma cosa si crede? Cosa si è messo in testa? Per chi m’ha presa? Pare battere in ritirata. Poi capisco anche di essere dalla parte del torto. Di dovergli delle scuse. “Temo di averlo fatto io il guaio”. Non posso trattarlo così. Non l’ha chiesto lui. Gli altri sono usciti. Forse non è un caso. Forse non aspettava che questo momento. Ho fretta di andare. Non posso credere che stia succedendo a me. “Dovresti smetterla. Evitare questo discorsi. Non sei più divertente”. Sono anche stanca di una giornata di lavoro. Mi dico che sono scuse. Che sono una vigliacca. Che sono una pazza. Cosa mi prende. E mi dico mille e altre cose e tutte assieme. A momenti entrano le donne delle pulizie. Mi accorgo che si è vestito con attenzione.
Chissà se è la sua tattica? “Credo che me lo devi”. “Come, ti devo”? Sento solo ora l’odore del suo dopobarba. Ci sono molti come dire nelle sue frasi. “Non è bello, per me, passare per uno che fa senza aver fatto niente. Passare da carogna. Da vero stronzo. Con un amico”. “Ma se appena lo conosci”. “Che c’entra? E’ tuo marito è questo basta. Mi sembra peggio che se l’avessimo fatto”. Non so se arrabbiarmi. La pazienza rimasta è poca. “Forse è meglio che ci incamminiamo”. Ma il mio è solo un modo per dar fine a questo dialogo. Oppure per rimandarlo. Per togliermi d’impaccio. Poi mi chiedo come lo può prendere lui. Non può leggerlo come un incoraggiamento. Intanto lasciamo la stanza. “Cosa vuoi dire con questo discorso”? “Che dovremmo farlo. Che in fondo me lo devi”. Non può parlare davvero. Si vuole profittare della situazione? Sembra serio; non avere più nessuna voglia di scherzare. Convinto di quanto dice. Forse, anzi certamente, deve semplicemente mostrarsi convinto. Deciso. Vorrei essere un uomo per capire come ragiona un uomo. Per essere in quella testa. “E poi nessun discorso, tu mi piaci veramente. Mi ecciti. Lo sai che ho sempre avuto un debole per te. E per il tuo culo”. Questo è troppo. Ci mancavano anche le volgarità. “Guarda che”. Poi fermo la frase lì. Non so come esprimere quella rabbia. Mi sembra che nessuna parola sia quella giusta.
Ma se ci penso il ragionamento non fa una grinza. In realtà le farebbe, e molte, ma ha una sua logica. Non ha nessun diritto. Non ho nessun dovere. Posso ritirarmi. Per irritarmi mi sono irritata. Mica sono costretta, ci mancherebbe altro. Forse ha scelto il modo sbagliato. Forse la donna sbagliata. Ha torto marcio. Ma qualche ragione ce l’ha. L’ho fatta grossa. Non saprei come farmi perdonare. E poi un uomo è un uomo. Certo che non ci pensavo. Mica… Io non sono mai entrata in queste cose. Magari mi crede una diversa. Affondo in quei mille pensieri. Per poco non incespico per le scale. Gloria ci incrocia e ci saluta. Gl’occhi pieni di malizia. Non sa pensare ad altro, quella, Altro che male. Chi sa cosa crede? Le basta vederci uscire assieme. Deve pensare che tutti sono uguali a lei. Come non sapessimo. Lo sanno anche i sassi. Certo che… eppoi che sarà mai? Prendo, come si dice, il toro per le corna. Con un coraggio che non è mio. Abbasso gli occhi. “Che si fa”? “Non ti preoccupare. Conosco io un posticino proprio adatto. Un posto discreto. Ti piacerà”. Ha una risposta per tutto. Non so se ho detto quello che volevo dire. Mi fa salire e si dirige fuori dal centro.
Cerco di non farmi domande. Non troverei nessuna risposta. Non lo so perché. Preferisco non pensarci. E lasciarmi trascinare. Non ci vuole molto. Non facciamo tanta strada. Lui è sicuro per due. Per lui sembra del tutto normale. E’ disinvolto. A suo agio. E anche quello al banco sembra conoscerlo bene. Lo saluta appena entriamo. Lui gli fa un cenno. Non può essere ancora del tutto sicuro. Si accerta. “Hai il tempo”? Gli rispondo prima di darmi il tempo di pensare. Mi ricordo di un vecchio film. Le mie uniche esperienze le ho viste al cinema. Mi ripeto che non è ancora successo niente. Che non è la fine del mondo. “E’ a un convegno. Sono completamente sola. Libera. Fino a domenica. E tu”? Sembra stupito. “Avverto che torno tardi. Semplicemente”.
Avrei creduto di dover lasciare un nome. Un documento. Non mi sento tranquilla. Fuori c’è un piccolo giardino. Si sente un pigolio confuso. “Vuoi prendere qualcosa”? Torno al presente. “In che senso”? “Rilassati. Sembri tesa. Vieni, ceniamo”. Abbasso lo sguardo. “Preferirei di no. Magari dopo. Sono un po’… nervosa. Preferisco salire. Prima che ci ripensi. E poi, credimi, ora non riuscirei proprio a mangiare nulla. Ma se vuoi”. Credo di essere arrossita. Non so se dopo saprò trovare il coraggio. Adesso non mi va di farmi vedere. “Sei sicura? Come vuoi. Meglio così. Però fanno un buon arrosto”. Mi fa strada. E’ come se conoscesse la strada. La conosce certamente. Mi dispiace. Sono una stupida. Non c’è ascensore. Mi fa salire la scala davanti a lui. Lo so che lo fa per approfittare per guardarmi. Mi sento i suoi occhi addosso. Non mi imbarazzato più. Ho superato almeno quell’ostacolo. Fortuna che ho messo questa gonna. Mi sta proprio bene. Al piano mi prende un’ultima vampa di calore. Non presto troppa attenzione alle sue parole davanti alle porta. Credo di non sentirle. “Sai ancora stento a crederci, voglio dire, di essere qui con te. Se ci fossimo fermati prima a cenare sarebbe stata troppa attesa. Sarebbe stata snervante. Hai avuto ragione tu. Non sai da quando aspetto questo momento. Mi metti fretta”. Non so se ringraziarlo o rimproverarlo. Ormai credo di aver finito di pensare. Mi limito a seguirlo. Mi sento come un automa. Priva di volontà.
Mi informo qual’è la sua squadra del cuore. Ride e mi spiega che preferisce le donne. Provo una sorta di leggera gelosia. Mi rendo conto che non mi ha mai nemmeno sfiorata. Certo i suoi occhi parlano. E quegli occhi mi hanno spesso detto molte cose. Non so se dispiacermene. Credo di essere fortunata. “Scusami ma è la prima volta”. “Come”? “La prima volta che tradisco mio marito”. “Anche per me. Siamo pari”. “Come”? Se la ride sotto i baffi. “Che tradisco mia moglie con te”. Torna quel senso di vertigine. E’ come se mi trovassi solo ora davanti al fatto compiuto. Ancora non ci posso credere. La stanza è solo letto. Mi fermo sulla porta. C’è un senso di squallore. Mi prende per la mano per farmi entrare. Se la ride divertito. La sua mano trasmette sicurezza. Certezze.
Il mio imbarazzo cresce. Quel letto è fatto ma non sembra nemmeno troppo pulito. Forse ho bisogno del bagno. Forse sono solo nervosa. Lui accosta le tende. Mi sembra un gesto di cortesia. Cosa devo fare? Trattengo la domanda tra le labbra all’ultimo. Non posso farmi vedere così sciocca. Alla mia età. Lui non mi ha ancora baciata. Mi chiedo se lo farà. Se mi devo mostrare innamorata. Se devo usare le parole degli innamorati. Non può pretendere che gli dica che lo desidero. Dentro i miei panni c’è un’altra.
Inizio a spogliarmi risoluta. Senza darmi altro tempo per pensare. Senza alzare gli occhi. Senza guardarlo. So che mi sta osservando. Attento. La cosa mi mette disagio. Mi rende più incerta. Mi fa più impacciata. La cosa non mi da fastidio. Anche se non li vedo i suoi occhi sembrano dirmi grazie. Mi chiedo come mi vede. Spero di non deluderlo. Non ho mai dubitato altrettanto di me. Mi aspetta nel letto. Allunga la mano. Abbiamo lavorato assieme. Abbiamo riso. Scherzato. Ci conosciamo da tempo. E’ un altra persona. Mi accorgo che è nudo. Di una nudità che mi colpisce. Credevo mi facesse un altro effetto. Più forte. In fondo è rassicurante. Distolgo lo sguardo. Ride. Pare leggermi anche nei pensieri. Sono solo una stupida. Non sono la prima. Non sono l’ultima. Nel suo sorriso c’è orgoglio.
Cerco di non pensare nemmeno a quello. E’ l’ultima cosa. Non è bello fare paragoni. Non è corretto. Però… forse è solo perché devo ammetterlo a me stessa che la situazione comincia ad intrigarmi. Non mi sono mai sentita così. Forse è questa la ragione del tradimento. La molla. E poi dicono che le dimensioni non contano. L’ho letto da qualche parte. E’ come se lo vedessi per la prima volta. Mi sento una ragazzina. Cosa penserà di me? Non mi importa. Spero solo che mi veda bella. Di non deluderlo. Allunga la mano. E’ un invito e lo fa con un sorriso tranquillo. Ho tenuto le mutandine. “Meglio, preferisco farlo io”. Vorrei fuggire. Invece lo raggiungo. Lui è paziente. Decido che devo smetterla di pensare. Decido di accettare tutto. Mi nascondo tra le sue braccia. Siamo finalmente due amanti. Non vorrei che pensasse… Cerco di essere appassionata. Scaccio il pensiero di Alfio. Mi perdo in mille emozioni. Mi spiego che quello è sesso.
Mi sento dire una cosa che non credevo che avrei mai detto. Parlo ed è come se parlasse un’altra. La voce trema: “Sono abbastanza… troia per te”? Quello che Alfio mi ha sbattuto in faccia come offesa tra le mie labbra diventa invece una lusinga. Vorrei dirgli… fargli capire… che in fondo… gli sono grata. Guido non ha bisogno di interpreti. Sembra capire. Oppure non mi ascolta. Dimmi qualcosa. Mi piace sentire le sue labbra che sfiorano la mia pelle. Non so trattenere un brivido. Vuole che lo guardi. Mi trovo a suggerirgli dentro la mia testa. A sperare che faccia quello che spero che faccia. Che mi stringa più forte a sé. Che mi accarezzi i capelli. E poi le cose degli amati. Quelle su cui non ci si ferma a pensare. Quelle che eviti quando non è uno di questi momenti. Mi vergogno dei miei pensieri. In certi punti la sua pelle è liscia. Anche lì. Mi incoraggia.
Sei meravigliosa”. Sono ancora leggermente impacciata. Me lo sento dentro. Non può accorgersene. Cerco di mostrarmi sicura. Disinvolta. Cerco di fare quello che dovrei fare. Quello che lui si aspetta. Di non lasciare tutta la responsabilità a lui. Tutto il gioco a lui. Cerco di concentrami su quello che sento. Lo cerco. E’ incredibile ma… lo desiderò. E’ una fretta violenta. Lui invece riesce a controllare la sua impazienza. A preoccuparsi anche per me. E sono proprio io a dirlo: “Fallo”! A incitarlo. Senza ce ne sia alcun bisogno.
C’è emozione. Nella mia voce. Che mi prende tutta. Mi lascio trasportare. Mi abbandono. Non mi riconosco. Cerco una liberazione. Non so se mi piace. Se mi piace di più. Sicuramente mi sento lusingata. Gratificata. E’ diverso. Mi scordo dove sono. Perché. Con chi. Vorrei che durasse all’infinito. Mi sembra di averlo già fatto. Che questa storia duri da sempre. Di conoscerlo bene. Mi sento a mio agio. Ma questo l’avevo fatto solo nell’euforia del racconto. Trascinata dalle parole. Per dar soddisfazione alla sua bramosia. Non è servito nemmeno che me lo chieda.
Pensavo fosse, come dire, cosa che mi avrebbe ripugnato. Che ne avrei provato schifo. E vergogna. Che anzi non l’avrei mai fatto. Ne ero sicura. Certa. Quello no. Per non provare quel senso di schifo. Certo che ci si fanno delle idee in testa. Poi magari scopri che non è niente vero. Che niente è come te lo sei immaginato. Poi… è tutto così improvviso. In quel momento vorrei soffocarlo di coccole.
Mi abbraccia. Mi sussurra all’orecchio: “Dopo cena torniamo su”.
Giuramelo”.

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