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Posts Tagged ‘genitori’

Rossaura in una foto BN quando era era bambinissimaAnima libera ovvero le difficoltà di un progetto; cioè: “Amenità”. Alcune riflessioni che ospito, forse impropriamente, qui e che diventano appunti di lavoro, pensieri espressi a voce alta, per un lavoro che non si è mai manifestato qui.

Anima libera è nato allora come un esercizio di scrittura a quattro mani. In verità è nato nell’ormai lontano 24 novembre 2010 semplicemente come post a sé stante. Ed è oggi faticosamente arrivato alla parte ventottesima. C’è forse una ventinovesima. Ma nessuna certezza che sappia andare oltre. Allora, dopo quel primo post, ci siamo fatti prendere dall’entusiasmo e decidemmo di proseguire e farne una sorta di saga. Non mi nascondevo le difficoltà legate allo scrivere con due teste e quattro mani. Con difficoltà ha proseguito la sua strada, o più opportunamente la sua tragica vicenda. L’idea era nata, dopo anche animate discussioni, per proseguire quell’inizio. Era un esercizio letterario, se così mi posso esprimere senza rischiare la presunzione, su di un personaggio letterario. Era cioè un esercizio di scrittura basato sulla libertà della fantasia. In secondo piano doveva apparire la testimonianza di quegli anni (circa sedici importanti anni, dal primo dopoguerra alle soglie del sessantotto). Naturalmente il tutto da un’ottica che rispettasse la sensibilità femminile. Da subito però si è creata difficoltà a causa di una forte identificazione con il personaggio. E una seconda perché spesso la cronaca “pubblica” balzava in primo piano e prendeva il proscenio. La tensione per rendere coerente il personaggio principale e narrante con tale identificazione gli ha spesso, quando non sempre, tolto la possibilità di agire in funzione di un racconto di fantasia, di finalizzare i suoi atti e le sue scelte. La bambina, poi ragazza, ha mostrato più i limiti che l’ansia di superare il copione che era stato scritto per lei. Per lei come persona di quegli anni e per lei come donna. Ha violato i suoi sogni. Poteva tutto e invece era costretta a vivere nelle vesti che le erano state imposte dalla realtà. In ogni cosa condivisa si deve cercare una strada mediana, questo lo so, se la scelta è mai stata di una strada mediana. Questa è anche la testimonianza di come è difficile condividere con altri anche le piccole cose quando la condivisione cerca di affondare realmente nella carne delle stesse persone. Siamo animali sociali che però vivono i loro rapporti con gli altri mantenendo una forte autonomia e senza voler giungere a un compromesso dialettico. Con questo non dico di trarmi fuori da questo vizio, di esserne immune; vivo anch’io immerso nella realtà e nelle problematiche come tutti. Debbo dire che amavo quel personaggio e quel lavoro e di non voler sollevare alcuna polemica né di liberarmi da responsabilità. Alle soglie del fatidico sessantasette, con un mondo in ebollizione, “la ragazza” fatica ad aver dubbi e ad elaborare una vera sensibilità, più o meno univoca, per ciò che si prepara; non riesce a percepire le cose. Una banale interferenza (come l’inserimento di un post completamente estraneo) non determina la crisi di tale impresa, ne è solo una testimonianza. Il limite è il tentativo di ricordare che si sostituisce alla voglia di immaginare e sognare. Io immaginavo una Anima libera a cui il quotidiano scoppia continuamente davanti agli occhi e che lei scopre con meraviglia. Aveva, in quel primo post, strumenti surreali di narrazione, se vogliamo volutamente iperbolici. Il risultato a seguire è stato diverso, non meno gradevole, spero, ma diverso; e me ne assumo la mia parte di responsabilità. Questo sembra quasi un addio ma non sono certo che siano queste le mie intenzioni. Il personaggi non soffre di schizofrenia, ma di un tradimento non voluto da parte di una coerenza testimoniale. Dove proprio la fantasia dovrebbe essere donna viene a mancare ed emerge una volontà di etica di una tramandazione personale. Non è mai esistita quella prima Anima e non poteva esistere, esiste troppo questa seconda e, ai miei occhi, non ha fascino. Non era e non doveva essere un quasi diario. Oggi è qualcosa di più e qualcosa di meno. Anima è così destinata a non cambiare nulla e a soccombere alla vita e alle prime difficoltà. E’ destinata a cercarsi e aspettarsi invano. Queste sono le mie apprensioni per il personaggio. Sembra banale ma chi scrive si innamora sempre dei propri personaggi, anche quando debbono comportarsi da personaggi negativi quali debbono essere. E non è questo comunque il caso. Non capisco perché Anima libera debba commettere gli stessi errori dei suoi autori. Lei è appunto un’Anima libera.

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Foto di una manifestazione delle tute biancheE’ un po’ che non scrivo. Un bel po’. Riciclo. Non può essere una crisi creativa. Mica sono un creativo. Sono uno che semplicemente gode. Un logorroico della parola scritta. E’ che ho anche altro a distrarmi. Lo so che probabilmente è solo la prima scusa ignobile. Né ho poca voglia. Non mi viene. Insomma accetto e soccombo. Non mi sembra importante. Mi sento vuoto. Sterile. Forse non è tempo di parole. Così, come detto, torno a vecchie cose. Le uso. Finiranno. E poi? Nemmeno le ricordavo. Nemmeno le rileggo. Capita persino che ci trovi errori che vedo anch’io. Basterebbe mettersi davanti alla tastiera. Intanto sto qui a dire nulla. E rileggo quello che ho messo ieri. Ancora un raccontino. Ancora della serie Profili. Quella scritta per quell’amico. A proposito: l’ho già detto che per quella cortesia ho perso la sua amicizia? Certo che l’ho già detto. Senilità. E che non andavano bene per il suo blog? E allora potrebbero non andare nemmeno per questo. Un racconto, quello, ancora di ricordi. E sensazioni (ma perché oggi parlo sincopato?). Ancora un ritorno indietro. Al passato. Forse avrei dovuto postarli, questi racconti, in rispetto degli anniversari. Almeno come in questo caso. Non amo così tanto le date. Mi dimentico. A volte scordo persino il mio. E poi li sto mettendo nell’ordine esatto in cui mi sono usciti. Così. Anche per dimostrarmi che vincevo il rischio della ripetizione. Ma quelle erano allora fisime mie. Nel frattempo sono passati circa più di tre anni (quel “circa più” l’ho messo volontariamente). Forse sono anche quattro. Anni importanti. Non è l’importanza che mi toglie la voglia. Che mi detta questa apatia. E ancora un racconto che va tra cronaca privata e reticenza. Che non si pone il problema della chiarezza. Di facilitare la lettura. E ancora in racconto fin troppo breve. Scritto di parole una in seguito all’altra. In forma di poesia. Ma forse ce ne sono già tanti. E il mondo potrebbe benissimo sopravvivere anche senza questa immondizia. Bene, casca a fagiolo questo che è un post di silenzio. Un insieme di righe per non dire nulla. Ma ho aspettato un amico, anzi due. Non è arrivato nessuno. Il caffè si sta freddando. Nemmeno questo può togliere la speranza. E l’entusiasmo. Dove sono tutti? So che ricomincerò la battaglia che ho perso cento volte. So che affronterò tutti i miei dubbi. E li metterò ancora a tacere. Per tirare avanti. Per andare oltre. Perché non ho alternative. Non è questo quel mondo. E questa non è merda peggiore. E’ solo merda. E tutta la merda è uguale. Anche se sembra impossibile che si possa morire di freddo. Oggi. In quella stessa città. A Bologna. In centro di una città che è in centro al mondo. In quella Bologna che è piena di vite. Per quello non so se lo è ancora anche di bulloni. Che non si è mai piegata. Non vuoi accettarlo ma è. La politica non ha tutte le risposte. Allora pensavo che bastasse non trovarsi nel mezzo. Pare impossibile ma a volte non ci puoi fare niente. E altre volte si presentano scelte che non vorresti dover fare. Sono belli i sogni. Hanno un solo vizio: non possono prescindere dalla realtà. Almeno certi. Né dalla vita. A volte dovrei avere il coraggio di mentire; alla vita e a Lei, alla mia compagna. Dirle che si può. Non ricorrere alla mascalzonata della verità. Lasciarle quella speranza. Dirle che ha ragione: che un altro mondo è possibile. Farle credere che anch’io ci credo ancora. La mia colpa è che è vero: alla fine torno a crederci. Testardo. Ma chi mi ha cambiato Il Capitale. C’è la Politica e la politica. La differenza è nella pi. E fosse solo quello. Ma inutile darsi delle arie. E’ meglio restare all’ultimo fatto di Bologna. E sentirne il peso. Non possiamo proibire l’inverno. Non ci sono alternative, non possiamo nemmeno proibire di volersi il male. Forse ci resta solo la rabbia perché bisognerebbe almeno salvare i figli, gli innocenti. E lascio a chi legge la vigliaccheria di trovare metafore; io non ce le ho messe. Almeno non l’ho fatto consapevole e volontariamente. Potrei sempre Poi Scrivere che ogni riferimento è puramente casuale. Perché, cara amica, l’uomo che è sbarcato nel futuro ha veduto che non ne valeva la pena. E allora… cambiamo la realtà.

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Monete con Giano bifronte

Per lui era sempre stato naturale scrivere con entrambe le mani. Il padre avrebbe voluto farne un chirurgo, la madre un pianista e benché si fosse applicato a lungo e con cura non fu mai molto più che un mediocre esecutore; finché anche se ne convinse e poté smettere.
Era un ottimo ritrattista, niente di più; e questo non fu mai né sufficiente, né mai accettato da nessuno in quella casa.
Quando si rese pienamente conto che gl’altri governavano una sola mano mentre sull’altra avevano al massimo poteri limitati provò, per sé, compiacenza e, per quella sua capacità, ammirazione.
Nel tempo quell’orgoglio lentamente s’intepidì e divenne dapprima una sottile arroganza per finire poi in una sorta di fastidio.
Nel farsi uomo, senza consapevolezza, percepiva come propria l’incapacità non solo di sfruttare quel dono ma di governarlo. Fu amaro arrendersi all’evidenza. Rimaneva la sua unica dote ed era meno che utile; sempre più esercizio.
Non sempre la maturità procede in modo sincrono con l’età, o il tempo che dir si voglia. Conobbe la donna alquanto tardi; almeno a confronto del dire degli amici.
Già il processo era palese. Aveva perso il governo, il governo di quelle mani. Erano due anime differenti e divergenti ed entrambe estranee.
Una corteggiava l’oggetto della sua indifferenza, lo vezzeggiava, lo incoraggiava. L’altra mano lo respingeva con rancore. Non per un senso preciso, almeno non nel modo che a lui poteva sembrare avere un minimo di razionalità, ma in una sorta di semplice antagonismo.
Ora l’una, ora l’altra, scambiandosi le parti, governava la mimica dell’amore e viceversa il gioco contrario. A volte una gli creava anche situazioni inaccettabili di imbarazzo e vergogna.
Un giorno, in autobus, quella mano sfiorò arditamente e con decisione una donna che lui non aveva mai conosciuto e quella nel voltarsi trasformò l’indignazione prima in sorpresa e poi in sorriso.
Partì per la città senza destare rimpianti e senza più sogni da inseguire. Partì di sera lasciando due lettere sul tavolo.¹


1] scritto il 18 aprile 1991 [le date sono sempre indicative, comunque il racconto non è mai successivo]

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Come se tentasse di rintracciare qualcosa lei trae i panni dalla lavatrice. Lui si avvicina furtivo, da dietro. L’abbraccia. Arriva di corsa la bambina.¹


1] scritto il 14.04.1991

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pittura con tecnica mista su cartone telatoL’appartamento era pulito, senza cure eccessive; uguale a molti altri. Posters di grafica e riproduzioni di contemporanei alle pareti. Mobili di finto legno; anonimi. Imbarazzo. Quando i carabinieri erano entrati avevano tentato di negare.
“Quale bambino?
Ma io non sono il padre”
.
Nella stanzetta, nella penombra, è legato al letto. Ritto, in piedi. Gl’occhi gonfi, arrossati ma non piange più. Sorpresa e vergogna. Gl’occhi si dilatano nella smorfia delle ecchimosi. Le braccia smagrite. Segni bluacei e verdastri, rossi graffi. Il sudore bagna la maglietta strapazzata e sporca. Anzi un diffuso senso di sporco. Occhi enormi che si spalancano. Che si dilatano. E segni rossi anche sui polsi.
La madre piange: “Non volevo. Sono stanca, lavoro e lui piange sempre. Guardate i giocattoli. Non mi ascolta. Disubbidisce”.
Anche l’uomo piange ma la voce ne é meno rotta: “E’ vero… io non
sono il padre… non siamo sposati. Il piccolo
…”
Piccolo, dice, e piangono. Il bimbo li osserva, ora, gl’occhi fissi e immensi …ma restano asciutti.¹


1] scritto l’ 11.04.1991

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L’ho già detto che sono partigiano, non so se ho già detto che Lei è brava. Se l’ho fatto non l’ho fatto abbastanza.

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Amore di mamma

Enrico glielo diceva spesso che non poteva rimandare sempre tutto ad un domani che non veniva mai. Glielo ricordava quando ancora erano assieme. Poi se ne era andato senza nemmeno il coraggio di dirglielo per una, a quanto aveva saputo, che non aveva nient’altro che vent’anni di meno. Allora Giacomo era ancora piccolo ma erano passati vent’anni e s’era fatto un uomo. Non lo poteva certo più tenere in braccio come aveva fatto finché le sue forze glielo avevano permesso. Doveva smetterla di succhiarsi il pollice e di essere sempre così appiccicoso. Soprattutto doveva perdere l’abitudine di tenere la mano infilata nella sua scollatura.

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