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Posts Tagged ‘Genova’

Fotomontaggio su immagini di pubblico dominioRipropongo un vecchio post inserito nel blog di Rossaura.
Riporto qui integralmente l’articolo dei Wu Ming (che amo in modo particolare) scritto (naturalmente a più mani) in occasione della preparazione delle giornate di Genova e poi raccolto nel libro Giap! Questo nel tentativo di cominciare a fornire materiali di riflessione.

Si consente la riproduzione parziale o totale dell’opera
e la sua diffusione per via telematica. purché non a scopi commerciali
e a condizione che questa dicitura sia riprodotta
© 2003 Giulio Einaudi editore s. p. a.. Torino
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Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero e verso Genova (maggio 2001)

Noi siamo nuovi ma siamo quelli di sempre.

Siamo antichi per il futuro, esercito di disobbedienza le cui storie sono armi, da secoli in marcia su questo continente. Nei nostri stendardi è scritto «Dignità». In nome di essa combattiamo chi si vuole padrone di persone, campi, boschi e corsi d’acqua, governa con l’arbitrio, impone l’ordine dell’impero, immiserisce le comunità.

Siamo i contadini della Jacquerie. I mercenari della Guerra dei cent’anni razziavano i nostri villaggi, i nobili di Francia ci affamavano. Nell’anno del Signore 1358 ci sollevammo, demolimmo castelli, ci riprendemmo il nostro. Alcuni di noi furono catturati e decapitati. Sentimmo il sangue risalire le narici, ma eravamo in marcia ormai, e non ci siamo più fermati.

Siamo i ciompi di Firenze, popolo minuto di opifici e arti minori. Nell’anno del Signore 1378 un cardatore ci guidò alla rivolta. Prendemmo il Comune, riformammo arti e mestieri. I padroni fuggirono in campagna e di là ci affamarono cingendo d’assedio la città. Dopo due anni di stenti ci sconfissero, restaurarono l’oligarchia, ma il lento contagio dell’esempio non lo potevano fermare.

Siamo i contadini d’Inghilterra che presero le armi contro i nobili per porre fine a gabelle e imposizioni. Nell’anno del Signore 1381 ascoltammo la predicazione di John Ball: «Quando Adamo zappava ed Eva filava | chi era allora il padrone?» Con roncole e forconi muovemmo dall’Essex e dal Kent, occupammo Londra, appiccammo fuochi, saccheggiammo il palazzo dell’Arcivescovo, aprimmo le porte delle prigioni. Per ordine di re Riccardo II molti di noi salirono al patibolo, ma nulla sarebbe più stato come prima.

Siamo gli hussiti. Siamo i taboriti. Siamo gli artigiani e operai boemi, ribelli al papa, al re e all’imperatore dopo che il rogo consumò Ian Hus. Nell’anno del Signore 1419 assaltammo il municipio di Praga, defenestrammo il borgomastro e i consiglieri comunali. Re Venceslao morì di crepacuore. I potenti d’Europa ci mossero guerra, chiamammo alle armi il popolo ceco. Respingemmo ogni invasione, contrattaccando entrammo in Austria, Ungheria, Brandeburgo, Sassonia, Franconia, Palatinato… Il cuore di un continente nelle nostre mani. Abolimmo il servaggio e le decime. Ci sconfissero trent’anni di guerre e crociate.

Siamo i trentaquattromila che risposero all’appello di Hans il pifferaio. Nell’anno del Signore 1476, la Madonna di Niklashausen si rivelò a Hans e disse: «Niente più re né principi. Niente più papato né clero. Niente più tasse né decime. I campi, le foreste e i corsi d’acqua saranno di tutti. Tutti saranno fratelli e nessuno possiederà più del suo vicino». Arrivammo il giorno di Santa Margherita, una candela in una mano e una picca nell’altra. La santa Vergine ci avrebbe detto cosa fare. Ma i cavalieri del Vescovo catturarono Hans, poi ci attaccarono e sconfissero. Hans bruciò sul rogo. Non così le parole della Vergine.

Siamo quelli dello Scarpone, salariati e contadini d’Alsazia che, nell’anno del Signore 1493, cospirarono per giustiziare gli usurai e cancellare i debiti, espropriare le ricchezze dei monasteri, ridurre lo stipendio dei preti, abolire la confessione, sostituire al Tribunale imperiale giudici di villaggio eletti dal popolo. Il giorno della santa Pasqua attaccammo la fortezza di Schlettstadt, ma fummo sconfitti, e molti di noi impiccati o mutilati ed esposti al dileggio delle genti. Ma quanti di noi proseguirono la marcia portarono lo Scarpone in tutta la Germania. Dopo anni di repressione e riorganizzazione, nell’anno del Signore 1513 lo Scarpone insorse a Friburgo. La marcia non si fermava, né lo Scarpone ha più smesso di battere il suolo.

Siamo il Povero Konrad, contadini di Svevia che si ribellarono alle tasse su vino, carne e pane, nell’anno del Signore 1514. In cinquemila minacciammo di conquistare Schorndorf, nella valle di Rems. Il duca Ulderico promise di abolire le nuove tasse e ascoltare le lagnanze dei contadini, ma voleva solo prendere tempo. La rivolta si estese a tutta la Svevia. Mandammo delegati alla Dieta di Stoccarda, che accolse le nostre proposte, ordinando che Ulderico fosse affiancato da un consiglio di cavalieri, borghesi e contadini, e che i beni dei monasteri fossero espropriati e dati alla comunità. Ulderico convocò un’altra Dieta a Tubinga, si rivolse agli altri principi e radunò una grande armata. Gli ci volle del bello e del buono per espugnare la valle di Rems: assediò e affamò il Povero Konrad sul monte Koppel, depredò i villaggi, arrestò sedicimila contadini, sedici ebbero recisa la testa, gli altri li condannò a pagare forti ammende. Ma il Povero Konrad ancora si solleva.

Siamo i contadini d’Ungheria che, adunatisi per la crociata contro il Turco, decisero invece di muover guerra ai signori, nell’anno del Signore 1514. Sessantamila uomini in armi, guidati dal comandante Dozsa, portarono l’insurrezione in tutto il Paese. L’esercito dei nobili ci accerchiò a Czanad, dov’era nata una repubblica di eguali. Ci presero dopo due mesi d’assedio. Dozsa fu arrostito su un trono rovente, i suoi luogotenenti costretti a mangiarne le carni per aver salva la vita. Migliaia di contadini furono impalati o impiccati. La strage e quell’empia eucarestia deviarono ma non fermarono la marcia.

Siamo l’esercito dei contadini e dei minatori di Thomas Müntzer. Nell’anno del Signore 1524, al grido di: «Tutte le cose sono comuni!» dichiarammo guerra all’ordine del mondo, i nostri Dodici articoli fecero tremare i potenti d’Europa. Conquistammo le città, scaldammo i cuori delle genti. I lanzichenecchi ci sterminarono in Turingia, Müntzer fu straziato dal boia, ma chi poteva più negarlo? Ciò che apparteneva alla terra, alla terra sarebbe tornato.

Siamo i lavoranti e contadini senza podere che nell’anno del Signore 1649, a Walton-on-Thames, Surrey, occuparono la terra comune e presero a sarchiarla e seminarla. Diggers, ci chiamarono. «Zappatori». Volevamo vivere insieme, mettere in comune i frutti della terra. Più volte i proprietari terrieri istigarono contro di noi folle inferocite. Villici e soldati ci assalirono e rovinarono il raccolto. Quando tagliammo la legna nel bosco del demanio, i signori ci denunciarono. Dicevano che avevamo violato le loro proprietà. Ci spostammo a Cobham Manor, costruimmo case e seminammo grano. La cavalleria ci aggredì, distrusse le case, calpestò il grano. Ricostruimmo, riseminammo. Altri come noi si erano riuniti in Kent e in Northamptonshire. Una folla in tumulto li allontanò. La legge ci scacciò, non esitammo a rimetterci in cammino.

Siamo i servi, i lavoranti, i minatori, gli evasi e i disertori che si unirono ai cosacchi di Pugaciov, per rovesciare gli autocrati di Russia e abolire il servaggio. Nell’anno del Signore 1774 ci impadronimmo di roccaforti, espropriammo ricchezze e dagli Urali ci dirigemmo verso Mosca. Pugaciov fu catturato, ma il seme avrebbe dato frutti.

Siamo l’esercito del generale Ludd. Scacciarono i nostri padri dalle terre su cui vivevano, noi fummo operai tessitori, poi arrivò l’arnese, il telaio meccanico… Nell’anno del Signore 1811, nelle campagne d’Inghilterra, per tre mesi colpimmo fabbriche, distruggemmo telai, ci prendemmo gioco di guardie e contestabili. Il governo ci mandò contro decine di migliaia di soldati e civili in armi. Una legge infame stabilì che le macchine contavano più delle persone, e chi le distruggeva andava impiccato. Lord Byron ammonì:

Non c’è abbastanza sangue nel vostro codice penale, che se ne deve versare altro perché salga in cielo e testimoni contro di voi? Come applicherete questa legge? Chiuderete un intero paese nelle sue prigioni? Alzerete una forca in ogni campo e appenderete uomini come spaventa corvi? O semplicemente attuerete uno sterminio? Sono questi i rimedi per una popolazione affamata e disperata?

Scatenammo la rivolta generale, ma eravamo provati, denutriti. Chi non penzolò col cappio al collo fu portato in Australia. Ma il generale Ludd cavalca ancora di notte, al limitare dei campi, e ancora raduna le armate.

Siamo le moltitudini operaie del Cambridgeshire, agli ordini del Capitano Swing, nell’anno del Signore 1830. Contro leggi tiranniche ci ammutinammo, incendiammo fienili, sfasciammo macchinari, minacciammo i padroni, attaccammo i posti di polizia, giustiziammo i delatori. Fummo avviati al patibolo, ma la chiamata del capitano Swing serrava le file di un esercito più grande. La polvere sollevata dal suo incedere si posava sulle giubbe degli sbirri e sulle toghe dei giudici. Ci attendevano centocinquant’anni di assalto al cielo.

Siamo i tessitori di Slesia che si ribellarono nell’anno 1844, gli stampatori di cotonate che quello stesso anno infiammarono la Boemia, gli insorti proletari dell’anno di grazia 1848, gli spettri che tormentarono le notti dei papi e degli zar, dei padroni e dei loro lacchè. Siamo quelli di Parigi, anno di grazia 1871.
Abbiamo attraversato il secolo della follia e delle vendette, e proseguiamo la marcia.

Loro si dicono nuovi, si battezzano con sigle esoteriche: G8, Fmi, Wb, Wto, Nafta, Ftaa… Ma non ci ingannano, sono quelli di sempre: gli écorcheurs che razziarono i nostri villaggi, gli oligarchi che si ripresero Firenze, la corte dell’imperatore Sigismondo che attirò Ian Hus con l’inganno, la Dieta di Tubinga che obbedì a Ulderico e annullò le conquiste del Povero Konrad, i principi che mandarono i lanzichenecchi a Frankenhausen, gli empi che arrostirono Dozsa, i proprietari terrieri che tormentarono gli Zappatori, gli autocrati che vinsero Pugaciov, il governo contro cui tuonò Byron, il vecchio mondo che vanificò i nostri assalti e sfasciò ogni scala per il cielo.

Oggi hanno un nuovo impero, su tutto l’orbe impongono nuove servitù della gleba, si pretendono padroni della Terra e del Mare.

Contro di loro, ancora una volta, noi moltitudini ci solleviamo.

Genova. Penisola italica. 19, 20 e 21 luglio
di un anno che non è più di alcun Signore.

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Le piazze sono vuote. Sarà l’estate. Rimandiamo l’appuntamento a settembre. Forse a ottobre. Meglio. Si sa che ottobre è un mese più propizio. Ce lo insegna la storia. Le scuole sono già iniziate. Abbiamo smaltito la fatica delle ferie e l’euforia della quattordicesima; almeno chi ce l’ha. Ne abbiamo tutti due cose piene. Siamo tutti indignati. Oggi va di moda. Vanno di moda i pantaloni a vita bassa e l’indignazione. Lo fanno anche in Spagna. Perché non dovremmo farlo noi? Ma la Spagna ha il gazpacho e ha avuto il franchismo fino alla morte del caudillo il 19 novembre 1975. Fortuna che il generalissimo è morto così non possiamo chiedere di avere una simile dittatura ornata di garrota prima di scendere in piazza indignandoci. Che poi in quel momento eravamo distratti da una quasi guerra civile. I nostri anni settanta non sono stati certo un esempio di diffusa pace sociale. In realtà loro facevano saltare Carrero Blanco ma da noi hanno trucidato Moro e la sua scorta. Non ci resta che chiedere anche noi di avere almeno il gazpacho, che è solo una zuppa fredda ma è rosso. Ma io ripeto che sarò sempre apartitico ma mai apolitico. E’ un difetto genetico. I termini non sono nemmeno sinonimi. E il qualunquismo non mi interessa, oltre a farmi paura. Non essendoci mai privati di nulla abbiamo avuta anche un Partito qualunquista, non rispondeva alle mie aspettative. Non ho una tessera ma sono sempre stato comunista e non ho intenzioni di dimettermi da me stesso. Eppure ci sono anche altre questioni che con tutta serenità, ed un po’ di ironia, vorrei sottolineare. Preferisco sempre il fare che il dire, ma so che non sempre la storia da appuntamenti. La grande manifestazione delle donne chiamata “Se non ora quando?” a Venezia era apartitica e quasi apolitica. Io c’ero ma c’erano anche quegli indignati che tanto gridano? Dicono di essere milioni, eravamo un po’ meno. Qualcuno ha detto: noi veniamo domani. Abbiamo chiesto le dimissioni del governo, ma forse questo era politicamente scorretto. Comunque i presenti erano tornati al loro fare. A Roma per sostenere la “Freedom Flotilla 2” per gli aiuti a Gaza e il sostegno al popolo palestinese eravamo un po’ meno, io e la mia compagna c’eravamo. E gli altri indignati? Troppo pochi per esserci tutti, eppure anche quelle era una manifestazione apartitica. Tranne che non vogliamo considerare la bandiera della Flotilla o quella palestinese come un simbolo partitico e di appartenenza. Riassumendo e saltando alcuni appuntamenti a Genova per il decimo anniversario dell’omicidio di Carlo Giuliani c’eravamo nella manifestazione “Voi la crisi, noi la speranza”. Non conosco la faccia degli altri indignati ma avrebbero dovuto essere a Roma e la piazza di Roma era vuota. Ora non posso fare la “rivoluzione di professione”. Ho una famiglia e, per fortuna, un lavoro anch’io. Magari alla prossima occasione non riuscirò a scendere in piazza. Per quanto me ne dispiacerà dovrò piegarmi a questa società del profitto. Stiamo parlando di Capitalismo quando non c’è nemmeno più il Tardo capitalismo né il Post-capitalismo ma bensì la Società della finanza. Pertanto sono d’accordo per un azzeramento dell’attuale classe politica ma non in cambio del “Tanto peggio tanto meglio”. Sono contrario persino ad una fusione di attuali segreterie. Sono tutti loro che ci hanno portato fin qui. A questa immane e infame crisi. Se ci penso sono solo per una società più solidale, più veramente democratica; insomma che marcia verso un comunismo. Ma la sinistra, pardon! la vera sinistra, cerca una casa comune. Salvo poi i distinguo pure sulla C maiuscola o minuscola di Comunisti. Io uso la “C” maiuscola come si può notare. E se va bene ci dividiamo sulle virgole, ma riusciamo ancora a dibattere il tema di grande attualità: con Stalin o con Trovskji? Sarebbe un falso storico affermare che Stalin ha dato una gran mano ai franchisti, ai fascisti e ai nazisti a far perdere il fronte popolare nella guerra di Spagna. E’ un falso storico dire che i morti sono vivi. E mi riferisco alle purghe. Ed è una verità dire che forse manca un po’ di disciplina di gruppo. Sogno una sinistra che discuta, senza ammazzarsi. Sogno i distinguo nella gestione dello “stato” non questo frantumarsi prima di combatterlo. Il fatto è che ho un vizio: se proprio debbo farmi male preferisco farmi meno male possibile. Parlerò del mio caso personale. Lo so che non si dovrebbe parlare del personale in politica, ma a volte il personale diventa politico. Soprattutto quand’è di molti. Ho lottato con una giunta di centro-sinistra (si può leggere anche staccando le due parole senza la lineetta) per aprire e difendere un Centro sociale. Una giunta di centro-destra ce l’ha chiuso insieme ad un nido. Per le mie idee politiche, non partitiche, quella giunta ha cercato di togliermi il lavoro, e sono un dipendente pubblico, e mi ha fatto cinque anni di mobbing duro. Onestamente a Mussolini non ho nessun dubbio di preferire Pertini. Onestamente mi fa star male vedere i saluti romani al Campidoglio. Sono Comunista ma prima ancora antifascista. Sarà un limite ma me lo tengo, e con orgoglio. ORA E SEMPRE RESISTENZA.
P.S. e correggerei in ORA E SEMPRE RESISTENZA ATTIVA.Manifestazione: Voi la Crisi, Noi la Speranza - Genova 2001-2011

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Bandiera rossaSono tornato dalle vacanze, anzi la testa è rimasta nel blu di un mare stupendo, nei tramonti mozzafiato; a Ponza. Cerco di ritrovare la quotidianità, non è tra le cose più semplici. Ritrovo il mio blog; questo spazio. Naturalmente leggo commenti ad un vecchio mio post; il post su Carlo Giuliani nell’anniversario del suo “assassinio”. Non me li aspettavo. Io avevo scritto semplicemente «Ci sono giorni in cui è tempo solo di silenzio, ma anche un silenzio può fare rumore»; null’altro. Me li aspettavo; sempre quando si va a certi argomenti vengono stimolati commenti di varia natura. Non avevo detto nient’altro, ma chiarisco il mio pensiero senza entrare polemicamente in alcune osservazioni mosse sulla “vittima”, né sugli atti successivi relativi ai famigliari del “ragazzo”. Quel giorno (20 luglio 2001) muore un ragazzo, e già questo mi appare come un avvenimento a cui vorrei lasciare solo un rispettoso silenzio (come detto nel post). Dovevo esserci, a Genova. Non ho potuto andarci perché all’estero (Praga). Vi si sono recati molti miei giovani amici, nessuno di loro conosciuto come facinoroso; tutt’altro. Ero davanti al televisore perché quella mi sembrava la cronaca di una morte annunciata. Era nell’aria. Fortuna (?) vuole che resta solo quella “vittima” fotografata in un gesto che pare quasi giustificare. No! fortuna vuole perché sono stati massacrati di botte molti “inermi” che però sono tornati da quell’inferno; da quell’agguato. Il governo ha schierato un dispiegamento di forze da repubblica sudamericana, robocops vestiti come cavalieri dell’apocalisse. Da dittatura sudamericana quei “tutori del disordine” si accaniscono sul dissenso: provocano e picchiano con ferocia inaudita. Fomentano e cercano lo scontro. In 45 anni di militanza politica ho visto questo e quello; speso quello. So cos’è la gestione di una manifestazione. Ho imparato a riconoscere un comportamento provocatorio, l’arroganza di un potere che vuole mostrare i muscoli. Che si muove come in una rappresaglia e sfida alla reazione. A parte il mistero del “blocco nero” quella prova di forza sfidava un popolo inerme, un dissenso quasi completamente pacifico. Mi si scusi se non so perdonare l’arroganza di quel potere che non sa creare una forma di dialogo con chi manifesta pacificamente la sua critica, appunto. Dedico a chi prende le distanze e a chi banalizza e cavilizza, tra le tante, nuovamente una vecchia canzone perché credo che anch’io, fossi stato lì, avrei perso il lume e probabilmente avrei reagito alla vista del “sangue innocente”, dell’infierire persino sui medici e su chi portava soccorso. Certo il carabiniere era solo un altro ragazzo mandato allo sbaraglio da un governo privo di vergogna e di scuse. Un’altra vittima. Questa è l’altra storia; anche se ritenevo sufficiente e opportuno il silenzio.

Paolo Pietrangeli: Il vestito di Rossini http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Il vestito di Rossini.mp3

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Ci sono giorni in cui è tempo solo di silenzio, ma anche un silenzio può fare rumore.

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MascheraLo so che questo post probabilmente non interesserà nessuno, ma spero che i pochi che leggono questo blog porteranno pazienza o aspetteranno giorni migliori. Lo so che messo qui ha poco senso e che sarà difficile seguire il flusso logico dei ragionamenti; flusso, per dirla alla Sua maniera, teorico-pratico. Me ne scuso, ma nella rete si dice che i blogger diano il meglio di sé. Si dice. In qualche caso ho più che il sospetto che qualcuno non dia il meglio e qualcuno dia anche il peggio; almeno, in questo caso specifico, lo spero.
mariangela-iconaHo un’amica, una carissima amica, ormai lo sanno anche i sassi, che ha un magnifico blog ironico. Un blog che ha una sua notevole visibilità e molti contatti (questo è il punto). Questo mio modesto blog invece si accontenta di ciarlare cercando di farlo, per quanto mi riesce, e quando l’argomento lo permette, in modo leggero. Infondo la sua unica ragione, ancorché nato in modo casuale, è che mi diverto a scrivere. E io qui mi accontenterei di essere comprensibile.
In questi giorni, già resi ardui dalle festività, questa mia amica si è trovata, provocata a forza, maldestramente, pervicacemente, testardamente, coinvolta in un sorta di discussione, polemica, dibattito (non saprei come definirlo) che ha del surreale, sulla crisi della politica. Vi è stata gratuitamente trascinata da un comune amico che imperversa come un comunissimo troll¹. – Non voglio alimentare ulteriore polemica né cerco altrove visibilità, da questo momento chiamerò la persona l’interlocutore². – A parte il non domo, e pervicace (non perspicace) interlocutore (che si crede depositario dell’unica e inconfutabile verità in materia), al limite della demenza, del borderline, dovevo all’amica una risposta giacché sostenevo d’essere sostanzialmente d’accordo con Lei quasi su tutto e su quel “quasi” avevo promesso di tornare.
Anch’io, nel mio piccolo, credo che siamo davanti ad una crisi “brutta brutta“, come la definisce Lei facendo il verso a Aldo, Giovanni & Giacomo, o “organica“, come la definisce dottamente l’interlocutore. Il fatto mi sembra, personalmente, banale perché basta aprire le finestre per rendersene conto. Solo su questo mi trovo in accordo con l’interlocutore. Su tutto il resto della provocazione mi mantengo allibito, basito, non solo per la datata ricostruzione e per la mancanza di ipotesi di soluzione, ma soprattutto per la confusione sui vari piani di lettura della realtà attuale; realtà attuale in continua evoluzione.
Un intervento intelligente viene proprio dal vecchio coautore dell’interlocutore, Luis Razeto, in un commento che riporto per non contribuire ulteriormente nel lavoro di ricerca di visibilità:
«La attuale civiltá moderna è in crisi organica, e sono in crisi i tre pilastri o fondamenti che la sostengono (a livello politico, lo Stato nazionale ed i partiti; a livello economico, l’industrialismo e il capitalismo; a livello culturale, le ideologie e lo scientismo positivista). Questa crisi, poiché organica, non può risolversi che mediante una nuova organicitá, e come ogni organismo cui fondamenti vitali entrano in grande crisi, la civiltà moderna e suoi pilastri sono destinati a deperire. Questo deperimento però, è lentissimo, e il processo può estendersi ancora per alcuni decenni.
In questo nostro tempo, abbiamo due possibilitá (se vogliamo fare qualcosa di socialmente utile): l’una, è di tentare di sostenere e rafforzare e migliorare i pilastri della civiltà in crisi dimodoché il crollo sia posposto un po’, riducendosi in questo modo le sofferenze che comporta la crisi e che comporterá il crollo stesso. L’altra possibilità è di avviare la costruzione dei fondamenti di una nuova superiore civiltà.
La questione della riforma dei partiti, della creazioni di nuovi e migliori partiti, ecc. si pone nella prima prospettiva.
Se invece ci poniamo nella seconda prospettiva, le questioni essenziali sono: la creazione di una nuova politica (non partitica, non statale), di una nuova economia (non capitalista, non industrialista), e di nuove strutture della conoscenze (non ideologiche, non positivistiche).
»
Sin qui l’argomento (che sembra chiamarsi “scienza della politica“), e le relative analisi, le capisce anche la mia crassa ignoranza. Nemmeno mi ci soffermo. E’ sul resto. E’ sull’interlocutore che si erge a verità e sul suo “verbo“. Ora, provocato e visto il contesto, mi esibirò anch’io in una citazione, nonostante non abbia letto abbastanza libri e soprattutto non quelli giusti (trascuriamo qui che i libri, oltre a leggerli, bisognerebbe capirli), nonostante odi farlo e preferisca “ragionare”. L’autore è il dimenticato (nelle discettazioni) Marcuse: «La borghesia e il proletariato, nel mondo capitalista, sono ancora le classi fondamentali, tuttavia lo sviluppo capitalista ha alterato la struttura e la funzione di queste due classi rendendole inefficaci come agenti di trasformazione storica. Un interesse prepotente per la conservazione ed il miglioramento dello status quo istituzionale unisce gli antagonisti d’un tempo nelle aree più avanzate della società contemporanea…» Dalla crisi del ’29, o grande depressione, si poté uscire anche grazie ad una economia di guerra e non solo. Ora il tardo-capitalismo, non più basato sull’equilibrio tra produzione e mercato, ma sulla finanza, mostra di essere arrivato al capolinea e da questo ne uscirà un riassetto globale, una scomposizione e ricomposizione della società. Gli strumenti di lettura-interpretazione “torneranno” ad essere superati ed inefficaci. Già utilizzare un concetto di classe legato ad una lettura della economia e della macro-economia che conta almeno mezzo secolo mi appare fuorviante. Per questo lo stesso Marcuse parla di società unidimensionale. Sugli elementi detonatori della crisi economica si potrebbero spendere parole utili, non è questo il posto ne lo spazio. Che la crisi politica, ovvero della gestione del consenso e/o potere, sia figliazione di una riscrittura globale dell’economia mi sembra superfluo soffermarvisi, le cose non sono scindibili (se può sembrare strano è marxiano). Continuo a sostenere come forse l’ultimo tentativo serio di una “risposta diversa” sia stato massacrato per le strade di Genova, ma questa mia testarda osservazione ha già trovato spazio in queste pagine. Probabilmente i tempi non erano maturi. Il “movimento” non era preparato a contrapporsi efficacemente alla provocazione e alla sfida violenta che gli è stata lanciata.
C’è poi un piano del tutto italiano. Quello della nostra “piccola” politica nazionale. Un tema, diciamo così, “quotidiano”. Quello sul quale le persone di “buona volontà” cercano di spendersi. Quello che assorbe parte delle mie energie. Quello sul quale l’interlocutore solo a volte indulge, (e scivola malamente) perché non fa abbastanza colto, lanciandosi finanche in affermazioni azzardate. Cambiare si può cambiare e si può provare da ora. E’ per questo che lascio le dotte discettazioni ad altri o meglio il loro soffermarsi solo a quelle. Oltre a tutto mi sembra che su quel cambiare lo stesso Luis Razeto si stia impiegando (a differenza dell’interlocutore).
Su questo, con la mia amica, non ho molto da dire; ci troviamo abbastanza in sintonia. Su alcuni aspetti di questo piano tutto nostro e italico, con un ottica a quella che potremmo chiamare “sinistra“, avevo provato a cercare di dire delle misere idee. Ad aprire una piccola discussione. Lo stesso colto interlocutore, a suo tempo, censurò un mio post sull’argomento poiché non all’altezza delle vette del suo sito, perché confuso e, a suo esclusivo dire, pieno di errori ortografici. Questo per completezza perché sono spesso molto poco tolleranti e democratici coloro che chiedono tolleranza e libertà per sé, al di là delle definizioni che danno del loro pensare.
Spero, a questo punto, che nessuno vorrà ascrivere colpe a uno dei due cioè al coautore delle opere più volte citate, Luis Razeto, e all’ispiratore, Antonio Gramsci. Mica è sempre vero che ognuno ha gli amici e i discepoli che merita. Ce lo insegna persino la storia. Vorrei inoltre fare una ultima osservazione: credo che anche il parlare di massa sia ormai un termine obsoleto (spero che all’interlocutore piaccia questa parola) ricordandogli che massa, nel mio dialetto che possiede anche l’amica, significa anche troppo; un troppo che stroppia.

Tranquilli, qui, in queste pagine, non si aprirà nulla di simile, non comincerà nessuna “discussione”. Perché non sono all’altezza. Perché non è un proscenio abbastanza prestigioso. Perché provvederei a farla finire prima che cominci.


1] Dicesi Troll di individuo che interagisce con la comunità tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente stupidi. Per una più precisa definizione vedesi la voce in wikipedia.

2] In realtà mi sento un poco responsabile, e colpevole, per essere stato io l’artefice di questa relazione cioè per averLe presentato l’interlocutore.

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Quarto stato (1901)

Domenica mattina. Un’ora normale per qualsiasi altro giorno della settimana ma quasi alba in giorno di festa. Ascoltavo attentamente le argomentazioni di alcuni amici e non che si definivano socialisti e la mia attenzione attenta si stava trasformando in pennichella. Molto del loro dire era condivisibile, altro meno, è naturale; io poi non sono mai stato socialista e me ne stavo comunque giustamente zitto. Ero, per così dire, un ospite interessato.
In seguito, dopo aver digerito lentamente l’incontro, mi sono sentito come se avessi partecipato ad uno spettacolo fuori dal tempo; ma comunque ad uno spettacolo. E’ da questo che mi sono trovato in debito di alcune osservazioni spettinate che forse nemmeno riguardano direttamente tale diaspora ne i socialisti in particolare.
Osservare tutto alla luce delle ultime elezioni attribuendo alle stesse una sorta di crisi epocale della sinistra mi appare ora impreciso. Con le elezioni del 9 aprile 2008 vi è “solo” un crollo di consenso “alle sinistre” e questo crollo definisce le dimensioni epocali della crisi della politica in atto da tempo.
Inno dei lavoratori
[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Innodeilavoratori.mp3”%5D

Destra e sinistra. L’osservazione che oggi il mondo è cambiato e che è anacronistico parlare ancora di destra e sinistra può anche corrispondere al vero, però mi sembra che socialismo e sinistra siano due termini inscindibili. Che non ci possa essere un socialismo senza sinistra, e forse anche viceversa, e che perciò, in tale ottica, sarebbe improponibile definirsi socialista o riferirsi ai valori del socialismo. Forse i luoghi della politica stanno cambiando o forse questa ipotesi è stata massacrata, assieme al suo futuro, con i giorni di Genova.
Che il consenso sia venuto meno per un distacco dalla gente è, direi, più che certo. Che esso dipenda dall’inadeguatezza di tutta la sinistra a dar risposte sui problemi reali anche. Mi sembra che prima ancora di una mancanza a tali risposte vi sia la mancanza del tentativo a capire i problemi posti. Veniamo ad alcuni di questi brevemente perché non possiamo negare che i problemi esistono.
La sicurezza. Chi non ha parlato in questi ultimi anni, forse decenni, di sicurezza? Tutti. Solo che la sicurezza, oltre che dipendere dalle percezione della paura, dipende anche dal presentarsi di fenomeni di criminalità e micro-criminalità nuovi e diffusi. Se non riusciamo a capire le novità impossibile formulare delle ricette; anche solo delle ipotesi. Se l’unica risposta, a parte le dichiarazioni di buonismo e principio, è la risposta demagogica delle destre, l’elettore conoscerà solo quelle risposte. Se pensiamo di cavalcare le politiche di destra risulteremo sempre sconfitti. Bisogna mettere in campo progetti di sinistra per affrontare le emergenze.
Emergenza migranti. Noi siamo un popolo di migranti, non dimentichiamo che 23.000.000 di italiani, nella nostra storia, sono stati costretti a cercare i mezzi per sopravvivere in altri paesi e in altri continenti, e pensiamo di difenderci dall’emigrazione con mezzi che nemmeno nell’ottocento avrebbero avuto dignità e possibilità di sortire risultati.
Gualtiero Bertelli: Emigrazione
[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/GualtieroBertelli-Emigrazione.mp3”%5D

Si dovrebbero studiare nuove forme per risolvere i problemi che noi stessi creiamo. La politica del biodiesel, per esempio, sta affamando intere aree del terzo mondo. Creiamo ogni giorno interi popoli alla fame. Non possiamo pensare di respingere gli immigrati a centinaia quando creiamo decine di migliaia di persone per le quali l’unica sopravvivenza è nell’emigrare. Non possiamo non porre allo studio nuove forme di accoglienza e di integrazione quando quelle fin qui adottate, in tutto il mondo, mostrano il loro tragico fallimento.
Un mercato senza regole è un mercato che porterà alla distruzione di questo sistema economico, e mentre noi guardiamo gli extracomunitari che prendono possesso delle nostre piazze non ci accorgiamo che c’è un immigrazione che pare morbida. I Cinesi sembrano oggi degli immigrati perfetti, lavorano duramente e non si fanno vedere. Non rompono le palle. Non percepiamo in modo violento la loro presenza. Siamo certi che non sia proprio questo il pericolo maggiore?
Senza scordarsi di guardare il quadro che ricordiamo con la riproduzione in testa al post. I socialisti non avrebbero mai potuto essere interventisti perché il pensiero socialista non dovrebbe pensare di accettare di mandare un esercito di straccioni contro altri eserciti di straccioni o sbaglio?
Il pensiero socialista è strettamente legato anche al concetto di internazionalismo e pertanto le frontiere non dovrebbero, in tale ottica, corrispondere ad un muro a difesa dei nostri privilegi per condannare la fame alla morte o sbaglio?
La stessa parola socialismo dovrebbe escludere tutte quelle persone che, negli atti e nei pensieri, sono portatrici di progetti diversi.

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