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Posts Tagged ‘gentilezza’

Quando faccio per sedermi è lui che mi sposta gentilmente la sedia. Mi guardo intorno per cercare mio marito. Si è attardato per sistemare i soprabiti. Mi si siede proprio davanti e mi porge la mano: “Piacere Giancarlo”.
Antonella”.
Luigi si siede al mio fianco: “Vi siete presentati”? Non faccio caso alla sua voce. Non sono insensibile ai gesti di cortesia; galanti. Il mio dirimpettaio, Giancarlo, ha un vestito elegantissimo che non è tradito dalla minima piega. Grigio antracite. Anzi, come si dice, gessato. Camicia oxford. Cravatta regimental dove il giallo brilla. Mi sono sempre piaciuti gli uomini che hanno cura di sé. Mi sono sempre piaciuti i nomi… composti. Ogni suo movimento sembra studiato. Mi mostra attenzione. Palesa di essersi accorto di me. “Luigi non era stato bugiardo sul tuo conto. Di cosa ti occupi”? La sua voce è suadente. Sembra un canto. E’ ben impostata. Mi ricorda quella di quell’attore. Ha i bassi morbidi e una tonalità lieve. Allunga la mano per versarmi il vino. Scopre il polso. Ha un orologio per nulla pacchiano. I suoi occhi sanno sorridere con garbo. Accenna di fermarsi mentre il rubino del vino è a metà del calice. Mi fa un cenno di assenso. Controlla che i capelli non gli scendano sulla fronte con un gesto morbido. Torna ad accomodarsi sulla sedia facendo attenzione alla piega dei pantaloni. Luigi mi dice qualcosa ma non lo sento. Sono distratta e un po’ confusa. Confusa dal nostro ospite che mi ruba tutta l’attenzione. Si sistema il tovagliolo sulle ginocchia. Ho voglia di sbirciare sotto il tavolo per controllare le sue scarpe. E che calzini porta. Sono lunghi o corti? Non possono che essere lunghi. Come si può non essere affascinate dalla gentilezza e dal garbo?
Certo è un progetto ambizioso, ma chi non rischia… Come si dice. Te ne ha parlato? Tu che ne pensi. Mi interessa molto il tuo parere”.
Forse lo fa per galanteria ma almeno lui lo fa. Forse lo chiede solo perché sono là. Perché sono una donna. Fa piacere comunque. Ogni donna è lusingata da simili attenzioni. Non che ci abbia capito molto. Una fusione non è certo argomento che pratico tutti i giorni. Ma non voglio far vedere le mie lacune né sottrarmi alla sua preghiera. Mostro di rifletterci un attimo. Mi azzardo a dargli del tu: “Come dici tu nella vita ci vuole il coraggio di osare, naturalmente dopo aver ben ponderato le cose. I pro e i contro. I rischi e i possibili profitti. Io insegno e non vorrei azzardare pareri dove non ho competenza ma credo che tu sappia bene quello che fai. Insomma… io ci investirei. Investirei tranquillamente su voi” –e mi sento soddisfatta di esserne uscita a così basso costo.
Da capo tavola qualcuno propone un brindisi. Ci sono delle risate. Luigi mi da di gomito, soddisfatto. Cominciano a servire gli antipasti. Io non riesco a togliergli gli occhi di dosso. Tutto il resto è rumore e contorno. Non mi era mai successo. Fortuna che sono seduta perché le gambe si son fatte molli. Sistemo la gonna sulle ginocchia. Torturo un attimo il mio tovagliolo. Sposto una ciocca dietro l’orecchio. Cerco di controllarmi sulla caraffa del vino. Freno la voglia di prendere la borsetta e dalla borsetta lo specchietto. Vorrei essere al meglio. Mi si è chiuso lo stomaco. Abbasso gli occhi nel piatto per non sembrare sfacciata. Ho paura che mi legga l’anima. Abbasso gli occhi per cercare rifugio dentro di me. Per un attimo gioco con l’orecchino. Mi scappa un sorriso che mostra impercettibilmente i denti. Umetto le labbra. Faccio dondolare il piede: “Certo che dev’essere affascinante il tuo lavoro. Peccato, mi sarebbe piaciuto che avessimo avuto l’occasione che me ne parlassi”.
Apprezza. Si sente blandito. Non disdegna l’adulazione. La coglie. Anche questo sembra un pregio in lui perché l’afferra con finezza. Come fosse consapevole e allo stesso tempo disinteressato. Come fosse bagaglio naturale di un uomo di successo come lui che reputa volgare mostrarsi oltre le righe: “Perché no. Magari alla prima occasione. Oggi… si festeggia e tu sei una vera festa per gli occhi”. E allora comincio a sognare quell’occasione. A inseguirla nei miei pensieri. Lotto cercando di non farmi troppo distrarre. Si allunga per prendermi la mano e lasciarci un piccolo bacio sulla punta delle dita. Luigi manco se ne accorge. E’ distratto con gli altri. E poi non è mai stato troppo geloso. E perché dovrebbe? Non gliene ho mai dato motivo. Dovrebbe essere fiero di me. Un po’ più soddisfatto di me. Lui nello staccarsi mi sussurra: “Spero che quell’occasione possa essere presto”. Vorrei gridargli “Subito”! Cerco di ricompormi. Di controllarmi. Il vicino mi chiede cosa ne penso della zuppa. Mi guarda sfacciato le ginocchia. Le ricopro indispettita. Ci sono altre donne al tavolo. Nemmeno la cameriera è male. Ho bisogno di pensare. E di mettere ordine nei miei pensieri. Per togliermi dall’imbarazzo mi alzo per raggiungere i servizi. Così ho modo di controllare di essere ancora tutta in ordine. Dondolo sui tacchi alti e sento che il suo sguardo mi segue mentre mi allontano. Me lo sento addosso. Mi sento appagata. Forse ancheggio fin troppo? Non mi sembra. Ne sono fiera. So che gli occhi degli uomini apprezzano. Mi interessa solo l’attenzione dei suoi. Quando torno fa per alzarsi ma sono più lesta e mi siedo. Sembra aver capito che sarebbe sembrata eccessiva quella sua attenzione. Perché Luigi non si lascia nemmeno sfiorare da tali gentilezze? Perché crede di avere il diritto dei miei occhi? Forse per quell’attimo ho sperato che Giancarlo mi seguisse. Come sono stupida, a volte. Non è una cosa da lui. Avrebbe rovinato tutto. Lo sa. E io cosa avrei fatto? Mi sento una ragazzina. Ma sognare non fa male a nessuno. L’immaginazione non fa né feriti né prigionieri. E’ così che non so che limitarmi a pensare a lui che mi apre la porta. Non c’è nient’altro dietro quella porta. Non ora. Non sarebbe cambiato molto. Mi sarei limitata a controllare lo stesso il trucco e basta.
Chissà se mi avrebbe aspettata fuori? La mia fantasia non ha bisogno d’altro. E la sicurezza della sua premura mi è più che sufficiente. Anche il rispetto è una dote di cui non se ne ha mai troppa, che la donna sa valutare. Un uomo che rispetta una donna è un vero signore e la fa sentire una vera signora. E io mi sento lusingata di tutto. Credo di aver scelto il vestito più adatto. Anche Mirco dice che sono uno splendore. Io vorrei sentirmelo ridire da lui. Lui che sta parlando con un’altra. Con la vicina. Una donna piuttosto banale. Con un abito fin troppo evidente. Che cerca rubargli un minimo di interesse, di fargli vedere cosa nasconde a malapena nella scolatura. In realtà è un tipo un po’ volgare. Anche la sua voce e le sue risate sono volgari. E’ banale. Lui ne è interessato solo per educazione. Si vede da lontano che ne è anche leggermente spazientito. Lo salvo chiedendogli l’ora. Me la dice con fare preoccupato, ma purtroppo si sta facendo tardi. Non c’è spazio per andare troppo in là giocando con la fantasia. Torno in me. So perfettamente che è solo una cena di lavoro. E che lui è poco più che quel breve tempo. Che un incontro… occasionale. E poi anche se ne sono rimasta sorpresa resto sempre io.
Prego a Luigi di andare a prendere la macchina. Direi una bugia se dicessi che non mi dispiace che si allontani. Di stare quell’attimo sola. Guardo la sala. Siamo i primi a congedarsi dalla compagnia, ma domani mi debbo alzare presto. Giancarlo mi raggiunge mostrandosi dispiaciuto. Giancarlo mi sussurra che spera proprio che ci possiamo rivedere. Giancarlo, mi piace ripetermi il nome in testa, suona bene, esprime la sua ammirazione per me e la stima per mio marito. Mi fa il baciamano. Non mi è mai successo. E poi due in una sera. Per un attimo ho l’impulso stupido di lanciargli le braccia al collo. Mi ha fatto sentire orgogliosa di me. Non so cos’è. Bello è bello ma di uomini belli capita di vederne altri. Non so cosa abbia di particolare, forse tutto. Dovessi esprimere un’opinione è che, forse sono io ma, mi sono lasciata affascinare. Affascinare da tante piccole cose. E lui trattiene la sua mano nella mia prima che usciamo. La stretta e tenera e sembra non finire. Sembra una promessa. Il suo sorriso è gentile e garbato. Sono solo io a vederlo ammiccante. Un po’ malizioso. Per un attimo sono un’altra persona. Non mi sono mai sentita così. Ho paura che le gambe non mi reggano mentre mi allontano e cerco di guardarlo senza voltarmi. Trattengo il suo ricordo nella mia testa e immagino il suo sguardo. Me lo sento fisso sul sedere. Magari lui è già tornato dentro. Torno a sentirmi stupida, ma sto bene con me. Metto fretta a mio marito e il ritorno lo facciamo in silenzio.
Quando Luigi viene a raggiungermi a letto mi sussurra qualcosa. Cerca di farsi vicino. Fingo di dormire. Pian piano il suo respiro si fa regolare. Finalmente sono sola. Finalmente posso immaginare tutto quello che voglio. Ripenso a come ho immaginato mi guardasse mentre lasciavo il ristorante. I suoi occhi sulle mie natiche si fanno presenza. E’ tutto una lusinga. Vagheggio il vino che mi cola dalle labbra. Lui che con gesto attento lo pulisce. Che cerca di sbirciare dentro di me. Lui affascinato da ogni cosa. Che mi parla con gli occhi mentre mi guarda negli occhi. Che mi sussurra frasi che non riesco a immaginare. Torno a quell’istante: quando mi sono allontanata per il bagno. Torno a fantasticare. Lui che mi segue. Lui che mi apre la porta. Di quello delle signore? Di quello degli uomini? Non ne sono certa. Non so cosa scegliere. Lui che non si ferma sulla porta. Che entra. Lui. Solo un bacio. Le sue labbra che sfiorano le mie. Le sue mani. La fede al dito mi acceca all’improvviso. La invidio tanto da odiarla per un po’. Posso indossare anche pensieri sconvenienti. Finalmente. O posso spogliarmi di tutto. Ogni altra piccola riflessione, ogni attimo che so immaginare è un attimo di piacere. All’improvviso mi accorgo che è un piacere ora morbido ora violento. Che può essere tutto. Ho voglia di toccarmi. Di farmi toccare. Ho voglia di tutto. Anche delle cose inconfessabili. Sarei la più grande delle stupide se scuotessi Luigi dal suo letargo. E non sarei nemmeno onesta, con lui. Sarebbe una cosa che mi lascerebbe sporca. Vorrei solo poter tornare Antonella; la solita Antonella. Mi accorgo che tutto è solo un piacere dopo il piacere.

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L’essere gentile si muove con cautela; non ha mai fretta. Porta una rosa come portasse una colpa. L’ombra che lo segue è solo la sua ombra. No! non è cauto per paura. Intorno un mondo grida, vocifera, schiamazza. Le voci parlano sulle voci. Passa un auto e gira a destra. La precede e la segue un suono roboante. Saluta con un colpo di clacson. La signora bruna fa tintinnare il cucchiaino e le palpebre sugli occhi. Lei non né sa di queste cose perché è signora. Il vecchio che suona alla porta ha passi stanchi. L’ora che rintocca è la sua ora. Si accontenterebbe di poco ma anche quel niente è troppo. Respira a fatica. Intanto un ciarlatano vende la sua mercanzia. C’è sempre tempo e orecchie per una carezza miope. Ha la voce che ha il suono di un flauto. La buona donna lo porta con sé per dargli un tetto. Il topo scivola sotto la rete. Persino la città è stanca di starsi a sentire. E chi ha scalato il cielo ha rubato le stelle. Mariapia sgrana un rosario. Teresa guarda la zuppa bollire. Donne intente a gesti reali. Lui accende la televisione, il mondo gli precipita addosso. Stanco si alza ad aprire la finestra. E’ sera, il caldo si fa ancora sentire, da lontano si alza un coro di rane.

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Non riusciva a staccare gli occhi da lei. Era come una carezza di zefiro nella stanza; un soffio; un sospiro. Le dita farfalle chiacchierine dai voli rapidi di ali eccitate. Nei suoi occhi baluginavano lucciole, navigavano frammenti di stelle, un’intera galassia. Forse per quella luce. Nella zuppa navigavano filamenti vaghi; era certo pigra di sale. Le candele rilasciavano un fumo profumato. E la voce melodiava parole gentili e mai invadenti. Certo che il bianco non andrebbe servito a temperatura ambiente. Trovarsi lui e lei non era stato così imbarazzante come aveva creduto. Tutt’altro. Conoscerla all’interno delle sue abitudini, tra le sue cose, senza altra maschera, gli aveva mostrato anche pregi che gli erano sfuggiti e che non credeva di doverle tributare. Eppure la parte lo rendeva fin troppo attento, rischiando di fargli commettere l’errore. La sua gentilezza la rendeva anche più graziosa, ma l’arrosto aveva fatto una crosta fin troppo scura. Riconosceva come aveva cercato di dare il meglio. Aveva dato fuoco alla frutta e ai suoi occhi. “Lei è una persona squisita signora Amanda.” Anche se, ovviamente con altre parole, era anche quello che aveva pensato. Aveva mostrato che avrebbe gradito glielo ripetesse e non una volta, ma si era limitata a salutarlo sulla porta.

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Prima alcuni fatti. Ieri ero seduto al solito bar, al bar da Clara; tra amici. Si avvicina una ragazzetta carina, gentile, migrante. Vende rose. Il primo è uno spontaneo cenno di diniego. Poi mi guardo intorno. Agli altri tavoli sono sedute quattro donne. L’età della più giovane le consentirebbe di essermi quasi mamma. Non resisto alla tentazione di comperare dalla ragazzetta quattro rose. Non so tirare sul prezzo. Io sono fatto così: prendere e lasciare. Anche nei gesti estremi. Come quando a Martino è scappata una battuta volgarmente infelice. Gli ho spalmato in testa il mio bignè allo zabaione. Ed era l’ultimo bignè di quel tipo. Ho dovuto rinunciare, per quella sera, alla pastorella di cui sono più ghiotto.
Alcuni giorni fa prendo in mano il telefono e chiamo alcune persone che era un po’ che non sentivo. Una amica in Toscana, ora che ci penso non ho mai parlato di lei e ci sarebbe da raccontare. Ero leggermente preoccupato, per lei. Anche attraverso i suoi silenzi. Poi altri. Sono un poco pigro e così sembra che mi dimentichi delle persone. Alla fine ho chiamato una ex-moglie che non sentivo da tempo. Veramente è ancora moglie, in realtà la separazione non basta a renderla ex ma lo siamo, ex, a tutti gli effetti. Lei resta leggermente sorpresa; A cosa devo? Volevo solo sapere come andavano le cose. Abbiamo passato una vita assieme. Mescolato un po’ le famiglie, come sempre; avviene. Non ci siamo picchiati ne tirati i capelli. Insomma lo ha deciso lei e ho portato con me poche cose e nessun rancore. Questo era il tutto. Mi sembrava normale, a distanza di un po’, informarmi della sua salute; di quella dei suoi. In quel momento mi sembrava bello e poi, insomma, era un gesto, telefonare, che mi dava piacere. L’ho fatto per me. Sono certo di non aver disturbato; tutt’altro. Altri problemi restano non miei.
Ora sto aspettando degli amici che non vedo dall’anno scorso. Arriveranno per il week-end. L’insieme delle cose, o forse già da prima, mi ha fatto tornare su questi, ed alcuni altri, piccoli accadimenti che mi hanno leggermente colpito. Stare qui è anche incontrare delle persone. Persone che magari non incontrerai mai di persona. Persone che impari a conoscere per quanto si mostrano e si espongono qui, cioè in un loro blog, in un sito, attraverso il loro parlare scritto e inciso luminescentemente in un monitor. Magari solo attraverso le musiche o le immagini che scelgono di postare. Come te che mi stai leggendo in questo momento e magari lo fai perché non hai nulla di meglio da fare. Cazzo se sono culturalmente formative certe esternazioni retroilluminate.
E’ così che ho incontrato un’amica. Leggo un suo commento critico e rilancio, forse con un po’ di supponenza, scoprendo poi che collaboriamo entrambi ad un sito-rivista. Due semplici conoscenti, complici sconosciuti. Lei ha dei piccoli disagi per postare, se ricordo bene, mi sembra naturale farlo e lo faccio: mi offro in soccorso. Un gesto completamente disinteressato. Come tutto quello che faccio. Io conosco solo il suo nome da blogger. Forse mi ha detto anche il suo nome da donna ma non ha nessunissima importanza. Fisicamente sta, anche, in un luogo alquanto distante.
Poi incontro un’altra amica di rete, la storia è di poco diversa. Poco importa. Mi capita di darle un incoraggiamento che le suona cortese. Mi capita anche, ma in seguito, di vederla nelle sue fattezze su foto che lei stessa posta. Ma questo molto dopo. Non avrebbe cambiato di una virgola. La sento giù e cerco di tirarla su. Scrive per se poesie strappandosele da dentro, come molti. A differenza dei molti le sue sono poesie che è un piacere leggere ma che le pesano. Lei è in lotta. Temo di aver smesso di lottare.
Potrei anche aggiungere altri esempi a sostegno ma non aggiungerebbero altro. In entrambi i casi di questi gradevoli incontri mi viene mostrata sorpresa. Entrambe mostrano meraviglia per il gesto per me del tutto naturale e spontaneo. Io, che non riesco a fare una cosa per farne un’altra, mi chiedo se in questo mondo ci sia tanta parsimonia da rendere così rari i gesti di disponibilità e cortesia; gesti che non costano proprio niente. La qualcosa mi sconvolge e magari questa fosse solo prosa. Magari qualcuno si può fare di me un’idea non proprio lusinghiera ma mi chiedo: in che cazzo di mondo vivo?

Su uno dei temi trattati, il disinteresse, ecco cosa dice il solito Giorgio Gaber in Buttare lì qualcosa e andare via:

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/ButtareLQualcosa.mp3”%5D

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