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Qui il 24 novembre 217 si è tenuto il Nazra Palestine short film festival
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era il

Mesahal Cultural Center – Gaza City

e sembrava un posto normale dove potersi sentire normali.

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Questo è ciò che ne resta dopo i bombardamenti israeliani:

Mi mancano altre parole, semplicemente mi sanguina il cuore.
da Auschwitz di Francesco Guccini

…Ancora tuona il cannone, ancora non è contenta
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento
e ancora ci porta il vento…

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Gerusalemme

Dopo la notte. Perché la notte sporca tutto; di nero. Nulla è diverso. Solo un grande universo di ombre. E i colpi improvvisi fiondati delle luci. Come buchi; baluginanti. Come bugie. Come sussurri sfuggiti di mano. Frettolosi. Come un vuoto cavo; privo di emozioni. Come se non esistessero altri mondi. Senza eccitazioni. E’ stato tutto fin troppo facile. Non resta che l’incredulità. Ed essa si mescola alla fretta. E alla stanchezza. Guardarsi intorno è trovare solo un grande vuoto. Febbricitante. Mi sembra di non essere mai partito. Non fosse perché mi trascino il sonno di queste piccole ore. Non fosse perché so, perché mi hanno raccontato: pagine, voci, ricordi. Perché ho già una guida. E lei mi guida. Mi dice che questa non è la luna, che non sono entrato nel ballo. E non aspetto il mattino, lui viene da solo. Si fa spargendo sole in un paesaggio piatto. Ed è Palestina.
Diario di viaggio. Mi alzo pigro. Svuotato di forze. Forse è la febbre. Spero sia solo quella. Senza il coraggio della resa. Il fuori mi aspetta. Mi accorgo subito che il viaggio non è fuori ma dentro. In me. A mettermi ansie, e dubbi. A dirmi che non era vero. Non così. E’ un viaggio nella pancia, nel cuore. Banale dire: un viaggio nell’anima. Le emozioni tradiscono. Niente è uguale. Credi di sapere. Ti accorgi che non sai. Devi sentirle le cose. Devi vederle con i tuoi occhi; lì. Toccare quella terra che pare non essersi mai bagnata che di sudore. E mai abbastanza. Terra che si fa polvere. Che si fa pietra. E la carne è pergamena, sui volti scavati, sotto le schiene curve. Adesso sì, sono sulla luna. Su un altro mondo. Il paesaggio altro non è che paesaggio. La gente è gente. So che l’uomo è uomo da per tutto. Non cambia con le stagioni, né per una limite immaginario e immaginato. E la gente va di fretta come da noi. E’ mattino. Si comincia. L’inquietudine è solo nello stomaco, nel mio stomaco. Ho timore di aver sbagliato posto. Eppure le voci hanno suoni diversi. Che ricordo appena (senza dovere spiegazioni).
Dimmi che è vero? Siamo a Gerusalemme. Dove è cominciato tutto. Dove sono nate le storie (e anche chi le ha raccontate). Dove hanno scritto l’odio. Dove hanno ucciso l’uomo. E lo tornano ad uccidere ogni giorni. Ogni minuto. Ciò che mi colpirà è la testarda perseveranza. L’ostinazione di un rancore senza tregua; lì dietro torrette cieche. E la gente per strada, che sa ancora sorridere. Che sa ancora guardare a domani. Che inventa un motivo continuamente, e la voglia di vivere. Quella voglia frettolosa di frugare nel nulla per preparare almeno un tè. Per farti sentire a casa. Eccoli i terroristi. Certo che non ci avevo creduto. Certo che non può esserci un popolo che vive solo e tutto di terrore. Sono uomo tra gli uomini. In ogni paio d’occhi c’è un benvenuto. Voglio vedere l’altra faccia. Ho fretta.
Cos’è un’occupazione? E’ lì, dietro un muro. In quelle torrette da dove ti guardano e non li vedi. E’ nelle armi di un paese di guerra. Ma è questa la guerra? I bambini vanno a scuola. I negozi aprono. Tutti vanno di fretta. Una fretta scomposta. Passano vicini alla guerra e non la guardano. I soldati paiono anacronistici. Usciti da un altro raccolto. Scesi da un altro mondo. Da un mondo distante. Maschere. Finzione. E paiono anche loro a disagio. Fuori dal tempo. Imbarazzati. Appaiono all’improvviso e scompaiono lentamente. Cercano di non guardati, ma quando lo fanno ti sfidano. Credono che quello sia il loro compito: sfidare tutto e tutti. Sfidare il mondo. Forse è questo il mestiere del soldato. Raccontano in silenzio un’altra storia. Ancora un’altra. E tutte quelle storie si intrecciano. Senza una vera trama. Senza un ordine. Più alto delle case si leva il minareto. Più delle voci si alza l’adhān. Ora so di essere arrivato: sono a al-Quds.

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da WWW.ASSOPACEPALESTINA.ORG
uno, due, mille Bab Al Shams, oggi è Al Manatir

Bab Al Shams

Centinaia di residenti di Burin, villaggio nei pressi di Nablus, in collaborazione con i comitati popolari e attivisti palestinesi, hanno costruito un nuovo villaggio sulle terre minacciate dalla confisca e sotto continuo attacco da parte di fanatici coloni ebrei israeliani dell’insediamento di Har Brakha
Gli hanno dato il nome di Al-Manatir, le capanne di pietra tradizionali costruite sui loro terreni agricoli, utilizzati come rifugio e ripostiglio.
Negli ultimi anni, il villaggio di Burin ha sofferto di frequenti attacchi dei coloni, sia da quelli di Har Brakha che da quelli di Yitzhar. Gli attivisti sottolineano che il loro obiettivo principale è quello di sostenere la presenza sul territorio, proteggere dalla confisca e affermare sul terreno i diritti dei residenti Burin alla loro terra.
Intanto gruppi di coloni di Har Brakha iniziato ad attaccare i palestinesi lanciandogli pietre. L’esercito, presente in grandi forze, ha sparato gas lacrimogeni e granate assordanti contro i palestinesi, ma fino ad ora, non è stato in grado allontanare i palestinesi.
“Questa attività mette in evidenza l’assoluta necessità di promuovere e rafforzare la cultura di base di auto-difesa della nostra terra”, ha detto uno degli organizzatori. “Inoltre, l’azione mira a rimuovere i coloni e gli insediamenti di terra palestinese”, ha aggiunto.
Burin è un villaggio palestinese situato a 7 chilometri a sud-ovest della città di Nablus. Il villaggio di 2.500 abitanti su un area di 1.300 dunams. Terra e risorse idriche di Burin sono stati gradualmente ridotti dopo l’occupazione israeliana del 1967 a causa dell’ espropriazione delle terre per far posto a insediamenti israeliani e basi militari.
Dal 1982 più di 2.000 dunum di terra Burin sono stati dichiarati “terra di stato” dall’Amministrazione Civile Israeliana, e poi consegnato ai coloni di Har Brakha. Il paese è continuamente posto sotto attacco dei coloni, compreso l’uso di munizioni vere contro i residenti e l’incendio e la distruzione di proprietà e ulivi.
Lunga vita Al Manatir, libertà per la palestina.
http://www.assopacepalestina

qui sotto comunicato dei comitati popolari

Saturday, 2 February 2013
Palestinians Build Tents and Huts in Burin Village to Ward off Settlement Expansion Hundreds built the Manatir Neighborhood on the lands of the village, south-west of Nablus, which is routinely the target of settler attacks.
Activists establishing the neighborhood of al-Manatir in Burin Hundreds of Burin’s residents, together with Palestinian activists from across Palestine, established a new makeshift neighborhood of huts and tents in the village today, on lands threatened by confiscation by the adjacent Jewish-only settlement of Har Brakha.
The new neighborhood is named Al-Manatir, after the traditional stone huts Palstinians built in their agricultural lands, which were used as shelter for the watchmen of the fields.
In recent years, the village of Buring has suffered from frequent Settler attacks, launched from both the Har Brakha and the Yitzhar settlements. Activists stress that their main goal is to sustain presence on the land, as means of protecting it from confiscation and establishing the rights of Burin’s residents to their land.
Shortly after the structures were established, groups of settlers from Har Brakha started to convene in the area and attack the Palestinians by throwing stones at them. The army, present in large forces, shot tear-gas and stun grenades at the Palestinians, but as of yet, was not able to drive the residents away.
Media Contact: 0592400300
“This activity highlights the crucial need of enhancing and strengthening the culture of grassroots self-defense of our land”, said one of the organizers. “Furthermore, the action aims at removing settlers and settlements from Palestinian land”, she added.
Israeli settlements and land-grab in the Occupied Territory has recently been highlighted by a report submitted to the UN’s Human Rights Council’s by an independent Fact-Finding Mission on Israeli Settlements in the Occupied Palestinian Territory. The report called has called on Israel to halt all settlement activity and to ensure accountability for the violations of Palestinians’ human rights, resulting from the settlements. The report also called on all relevant international actors, private or state-connected, to take “all necessary steps” to ensure that they were respecting human rights, “including by terminating their business interests in the settlements”.
Burin is a Palestinian village in the Nablus District, located 7 kilometers south-west of the city of Nablus.  The village’s 2500 residents reside on approximately1300 dunams (320 acres, 130 hectares). Land and water resources of Burin have gradually been reduced since the 1967 Israeli occupation due to expropriation for Israeli settlements and military bases. Since 1982 more than 2,000 dunams of Burin’s land have been declared “state land” by the Israeli Civil Administration, and then handed over to the settlers of Har Brakha. The village suffers from ongoing settler attacks, including the use of live ammunition against residents and the burning and destruction of property and olive trees.

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Il cavallo di Jeninda Il campo rifugiati di Jenin, tra ricordi tragici e (apparente) normalità (12 dicembre 2011)
Entriamo insieme per una breve visita a piedi del campo di rifugiati di Jenin. Niente a che vedere con altri campi rifugiati visti in Africa: qui non ci sono né baracche né tendoni, e la gente vive in palazzine d’appartamenti a più piani, di cemento e mattoni, abbastanza solide, anche se costruite alla bell’e meglio, una accanto all’altra, senza molto spazio per respirare o per ammirare il cielo, e senza molta intimità.
Dal punto di vista urbanistico, questo è in realtà un quartiere della città come tanti altri, soltanto più denso e più povero. Tutti i campi di rifugiati in Palestina sono costituiti da strutture permanenti e sono a volte difficilmente distinguibili dai quartieri normali. Politicamente parlando però vengono sempre definiti come campi di rifugiati, perché i loro abitanti sono i palestinesi e i discendenti dei palestinesi scappati o scacciati dalle loro terre, ora parte di Israele, durante la guerra del 1948.
Entriamo nel campo e subito noto qualcosa di strano. Le vie sono tutte abbastanza larghe, almeno tre o quattro metri, quanto basta per farci passare comodamente una macchina. In altri campi quasi tutte le vie sono vicoli stretti e oscuri, schiacciati tra le case, dove a malapena due persone riescono a incrociarsi senza sbattere l’una sull’altra. Il campo di Jenin non doveva essere il più terribile di tutti? A primo impatto, con queste vie abbastanza spaziose, ha l’aria d’essere un quartiere quasi normale.
Un ragazzo palestinese me ne spiega il motivo. Una volta pure nel campo di Jenin c’erano quasi solo vicoli stretti e bui. Durante la seconda Intifada, nel 2002, il campo venne invaso dall’esercito israeliano venuto a snidare i vari gruppi di militanti palestinesi basati al suo interno. Per non esporre i soldati a piedi al fuoco nemico, gli israeliani usarono una batteria di bulldozer corazzati per aprirsi dei varchi e allargare dei passaggi per i loro carroarmati. E nei dieci giorni di battaglia, centinaia di case furono rase al suolo.
Negli anni successivi alla battaglia gli abitanti poco a poco si sono ricostruiti le loro case grazie a vari aiuti internazionali, e delle demolizioni non resta traccia. Questa volta però tra una fila di case e l’altra, hanno lasciato più spazio e le vie sono abbastanza larghe per lasciar passare una macchina. Oppure un carroarmato. Così se in futuro l’esercito israeliano dovesse invadere di nuovo il campo, per lo meno non avrà scuse per distruggere un’altra volta le loro case.
All’ingresso del campo c’è una rotonda con una grande statua di un cavallo, giusto in centro. A prima vista mi fa pensare al cavallo di Troia. Pure qui c’è dietro una storia. Questo cavallo è in realtà un’ambulanza palestinese bombardata e distrutta dagli israeliani durante la battaglia. Con le lamiere strappate e contorte un’artista tedesco ha poi creato questa scultura. Ed eccola lì, all’ingresso del campo, a ricordarci che questo non è un luogo qualsiasi, a rammentarci della sua tragica storia.
Verso la fine della visita entriamo in una casa qualunque del campo, e siamo invitati a pranzo da una famiglia palestinese. Siamo un gruppo misto di stranieri e di palestinesi, almeno una dozzina. Ci sediamo sopra un largo tappeto e dei piccoli cuscini stesi al suolo, ci servono dei vassoi di riso e pollo, dei piattini d’insalata, e pranziamo tutti assieme. Non conoscono quasi nessuno tra di noi, ma sanno che siamo venuti per visitare il campo, per scoprirne la storia, e per ascoltare dei racconti sulla loro vita e sui loro problemi; e solo questo ci basta per meritare la loro ospitalità. Sono spesso le persone nelle condizioni più povere e più dure ad essere le più generose.
Quattro appunti

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Hotel CapitolHotel Capitol. E’ tutto dietro il vetro, almeno per me. Tutto resta dietro quel vetro. Ancora. Una sigaretta e torno dietro il vetro. Nascosto nel male. Cauto. Tutto resterà dietro quel vetro. E mi nascondo da quel male. Dall’odio.
Gerusalemme è una città mediterranea. Rumorosa. Solare. Con quel chiacchiericcio. Una città come tante del nostro meridione. Ma con tante donne col capo coperto. Eppure la mia indignazione ha bisogno di quel vetro. Per difendersi. Per prendere le distanze. Per lenire la grande rabbia. Ma gli occhi troppo spesso non sanno trattenere le lacrime. “Restiamo umani”.
Credevo di essermi insegnato tutto. Preparato. No! quello sdegno e troppo grande. Troppo pesante per un uomo solo. Giro la guida tra le mani. Non la sfoglio. Ho occhi curiosi. Vorrei gridare. E dire tutto. E sentire tutto. Nessuna lingua può tacitare quegli occhi. Eppure la gente ride. Cerca di vivere. Cerca la normalità. Insegue la vita. E i bambini non lesinano un sorriso. Ce lo regalano senza parsimonia. Ci corrono incontro. Ci corrono intorno. Ci chiedono i nomi. Ci dicono i loro nomi. E se niente fosse vero? Mi chiedono e mi danno un cinque.
Questa è Palestina. Ancora mi pare inverosimile che un popolo viva costruendo la propria prigione. Dove sono gli ebrei palestinesi? Dietro muri? Dietro quelle torrette? Dietro quelle isole armate di orrore e di vergogna dalle quali ragazzi soldato ci scrutano con disprezzo? Paiono dirci: “benvenuti in un mondo a parte”. “Nel paese ai confini della realtà”. Paiono suggerirci: “dovevate stare a casa vostra, Qui non vi vogliamo”. Io non sono qui. Non ci sono ancora. Io credo in un mondo. Le mie armi sono diverse. Le mie armi sono le parole. Loro hanno solo la guerra. Sono in guerra con il mondo. Conoscono solo la guerra. Vivono l’odio. Il disprezzo. Li respirano. Hanno solo nemici. I nemici della grande bugia: lo stato di israele. Uno stato senza popolo. Uno stato senza pace. Uno stato di epigrafe. Era questo che cercava l’ebreo errante? La vendetta? Ma contro chi? Saranno quei sorrisi a seppellirli.
E’ mattina a Gerusalemme. E’ mattina come in ogni città. Col sole che si fa largo tra le strade, sgomitando tra quelle più strette. I ragazzini vanno a scuola. I negozi aprono le serrande. Un vecchio con la kefiah in testa sgrana le sue preghiere, muovendo solo le labbra. Cade un’arancia. Scivola e corre. Si diffondono gli odori. La vita impone le proprie esigenze. Tutto fa sembrare tutto parte di un paese normale. Non sono ancora arrivato. Non mi sento ancora in Palestina. Qualcosa non torna. Non si può vivere così serenamente della propria prigionia. O sono pazzi o sono grandi. Avrei saputo pazientare per tutta la mia vita? Non gridare per le mie ferite?
Eppure la loro guerra è lì: palese. E dietro gli angoli. La guerra degli occupanti. Di questo popolo-esercito. Di questa massa informe di aguzzini. Di questa armata di babele. Si mostra sfrontata; sfacciata. Nasconde la propria vergogna. Si nasconde dietro il disprezzo. E’ lei stessa stato: lo stato di israele. E la pazienza palestinese gli sputa in faccia la sua risposta: “puoi togliermi tutto tranne la voglia di vivere, tranne il futuro”. Ecco cosa dice il sorriso di quei bambini. Le loro grida. E stanno provando a togliergli tutto. Ma sono solo bambini. Un paese di bambini. E sono bambini. Sono futuro. E guardano le pietre. Paiono pronti a prenderle ancora in mano, perché i loro occhi non mostrano rassegnazione. I loro occhi non conoscono quella parola. 30 gennaio 2012.

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Gerusalemme al risveglioIl volo atterra al BenGurion (infatti si legge נמל התעופה בן גוריון), Tel Aviv. E noi veniamo precipitati nel mezzo del buio. In realtà la sua figura, quella del “fondatore di Israele”, mi ricorda il vampiro del Dracula di Bram Stoker. Un sogno lungo un anno o tutta una vita. Inseguito, con testarda caparbietà. Finalmente è qui, dietro i vetri. Sono tranquillo, intorno c’è un po’ di tensione, e di attesa. E’ stato fin troppo facile entrare, trovarci immersi in questo incubo sottile. Una ragazza incapace di un sorriso: “perché?”, “siete una coppia?”, “da dove venite?”, “dove andate?”, “siete un gruppo?”. Domande quasi banali.
Sorry, I speak only Italian”. E la mia voce mi infastidisce, suona come di scuse, riverente. Nelle valigie abbiamo poche cose per far spazio ai regali e ad un salame da portare ad At tuwani. Ci guardiamo. Siamo finalmente dentro “il problema”. So che qualcosa non potrò capirlo. Qui, dove dio ha fatto congresso, dove pare tutto sia iniziato, non sento la sua voce, le sue voci. Non mi ha mai parlato, non posso pretendere lo faccia proprio ora. Forse nascosto nella propria vergogna. Scappiamo come ladri a Gerusalemme, nella parte araba di Gerusalemme, o in ciò che ne rimane. Vedo solo alzarsi profili aguzzi di ombre. Guglie, ma soprattutto lame di pietra, a conficcarsi verso il cielo. Il male sottile è ancora fuori, subdolo, quasi non volesse farsi avvertire. La città dorme, dorme con un occhio aperto. Soldati ci lasciano passare e ci regalano solo un’occhiata distratta e diffidente. Veniamo da un altro mondo. Attraversiamo rancori atavici che ancora non ci sporcano. Abbiamo solo parole di brusio, come si potesse restare ancora increduli. Ho lasciato a casa, a malincuore, Handala, Arafat, il portachiavi con la bandiera palestinese, le felpe che ricordano Vik, cioè un bel po’ di quel che sono. Pare che anche la mia faccia sia una maschera che può essere provocazione. E non c’è sfida. Vengo per capire. Con una sola domanda: “com’è possibile”?
Io e la Palestina siamo in qualche modo coetanei. La “Catastrofe” porta la mia stessa data di nascita. Una resistenza lunga come tutta la mia vita. In verità anche di più. Particolari. Nella mia infanzia, nella mia formazione, conoscevo un’altra Palestina. La storia corrode. Molti nomi sono rimasti solo scritti sulla pietra. Sono campi profughi. Sono resistenti. Sono dolore, e sconfitta. Sono fierezza, e un ultimo grido. Ho tanto dolore dentro, e sconfitta. Cerco di caricare le mie armi e le mie armi debbono essere fatte di pazienza. Guardo i volti con me. Quanti conoscono un dio che giustifica tutto questo? Non so, non sembriamo pellegrini. Non abbiamo parole per i lupi. In realtà siamo solo stanchi, e desiderosi di un letto, di cercarci nel riposo. Tutti inseguiamo risposte. Forse non è nemmeno il posto adatto. La memoria mi fa brutti scherzi: mi accorgo di aver lasciato a casa anche le mie canzoni. Eppure il cielo è lo stesso. E siamo uomini fatti quasi della stessa carne. I posti di blocco ci scivolano al fianco. Non c’è una parola che possa leggere, di questa lingua inventata. Qui dove non c’è un popolo di israele e un altro popolo viene in silenzio massacrato. Ed è un silenzio assordante.
Credo di avere la febbre. Certamente ho un grande malessere dentro. Ma forse non è fisico. Ormai credevo che Gaza fosse Palestina e Palestina fosse solo Gaza. Non mi manca più molto per capire. Sono in Palestina, o in ciò che ne rimane, o in ciò che si vuole negare. Gaza è solo la misura colma della vergogna. No! non vedremo Gaza. Vedremo fin troppa Palestina per le nostre tolleranze. Lo so già. E sassi aridi che non dobbiamo raccogliere. La pace si costruisce… come? dove? Insegnami ancora la speranza Palestina. 30 gennaio 2012.

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Gerusalemme capitale della PalestinaCaro amico (ma anche ma?), perché la parola PACE ti fa tanta paura? Eppure non è una parola fragorosa, non grida, non tuona. Non porta rabbie, non coltiva rancori. E ha dei magnifici colori. E una lunga storia. E forse appartiene di diritto ai territori dei giusti.
Quello che volevo dire inizialmente volevo scriverlo in forma di domande, un po’ retoriche e un po’ carognose, per ricacciare in gola, più nel dubbio che nei fatti, le verità mentite, nascoste, taciute, tradite. Ma poi perché? La storia ha scritto questi giorni come affermazioni. Perché menare il can per l’aia? Prenderci gioco di noi e delle cose? Qui si compongono solo verità che nulla né il tempo potrà mai smentire:
E’ vero che i sionisti non hanno chiesto una terra per gli ebrei ma solo una terra per i sionisti e hanno fatto della religione un pretesto.
E’ vero che, per falso rimorso e per i soldi, è stata data una terra ai sionisti per farne la loro terra, il 60% della Palestina.
E’ vero che è stato detto e scritto che quella era “una terra senza popolo per un popolo senza terra” ed è allo stesso tempo vero che quella terra aveva un nome, Palestina, una storia e un popolo ora occupato.
E’ vero che la politica israeliana negli anni s’è presa più dell’80% di quel territorio, la Palestina, e ancora non basta.
E’ vero che Israele, con chi gli s’è asservito, ha negato la possibilità a quel popolo di veder riconosciuta la loro patria almeno in quel pezzo della loro terra; meno del 20%.
E’ vero che Israele nella terra dei palestinesi ha creato muri (col falso mito della sicurezza), l’ha attraversata di strade solo per israeliani e seminata di morte e di posti di blocco (i cosiddetti checkpoint).
E’ vero che Israele ne limita l’accesso per qualsiasi via, che è stato bombardato l’unico aeroporto e continuamente bombarda le scuole e gli istituti pubblici.
E’ vero che ai bambini palestinesi è pressoché proibito, nei fatti, raggiungere la scuola e che per farlo rischiano la loro incolumità. Che si continua a tentare di abbattere anche la scuola di gomme.
E’ vero che sono state sottratte ai palestinesi quasi tutte le fonti d’acqua lasciando loro solo poche risorse inquinate.
E’ vero che ai pastori vengono ammazzate le pecore.
E’ vero che i contadini non possono raggiungere tranquillamente i loro campi e che se non li raggiungono vengono loro confiscati.
E’ vero che, sempre, con le armi viene impedita ai pescatori la pesca non oltre le venti (20) miglia ma entro le tre (3) miglia.
ETCETERA (si potrebbe continuare all’infinito).
Se Israele vuole cominciare ad essere, come dice di essere, una democrazia deve imparare a parlare di PACE e (soprattutto) di DIRITTI UMANI. Deve porre fine all’apartheid. Deve cominciare ad accettare almeno le risoluzioni Onu. Deve smetterla di massacrare i civili (compresi vecchi, donne e bambini) e di coprirne i massacri. Deve smetterla di educare i propri figli nel terrore e nell’odio verso tutto e tutti cioè deve smettere di essere Israele.

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