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Posts Tagged ‘gesto’

tazzina di caffèAlbeggiava. Il giorno chiaramente non nasceva ma cresceva da dietro quel bosco. Di là arrivavano rumori di un mattino che ancora non c’era. Un ululato fradicio e alcuni colpi secchi distanti che poi sparpagliavano pigramente i loro echi. La porta era aperta e tutto era stato fin troppo semplice. Sembrava assorta e assente quando la raggiunse. Lei guardava tutto con occhi spalancati colmi di meraviglia e di sorpresa. Era sempre come se vedesse ogni cosa per la prima volta. Lo sapeva anche se gli dava le spalle. Mise un ceppo a crepitare sulla fiamma. Fino ad allora era parso che lei non avesse minimamente sentito la sua presenza. Rimase dov’era ignorandolo. Forse nemmeno la interessava la curiosità di controllare chi fosse. Aveva una maglia bianca molto morbida col collo alto. Sapeva solo che il freddo dell’inverno si era insinuato sotto la lana. Lui sapeva che non doveva chiedersi troppo e non voleva interrompere quel silenzio. L’odore del caffè era ancora nella stanza. Le cinse le spalle e la sua mano scivolò sotto la maglia a cercarle il cuore. Non lo sentì, era probabile che Emilia non avesse un cuore, ma ne aveva due deliziose; non troppo esuberanti (come tutto di lei) ma di buona fattura. Si sfilò la maglia da sola e sospirò cercandolo. Erano quegli occhi, tondi e sgranati a mettere un po’ in soggezione: Aristide si chiese se erano di compiacimento o di delusione. Smise di porsi domande e di seguire il percorso dei propri pensieri. Ci sono di quei giorni in cui la cautela sarebbe un ottima compagna.

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Un fremito percorse la platea.

poesiaE per ultimo si presentò Lui
l’artista che fa e disfà le tele
tendendole al sole d’ocra
e spargendo le tibie
impolverate     (di terra di siena
bruciata     dal torrido errore del viandante).
E per la terza volta inventò un verso il gallo
e bussò al pianto della madre secca
con cimbali di cristallo
poi lasciò trapassare
l’operosità della notte riscritta
sul prolungamento dell’universo noto.
i trenta denari erano sparsi al suolo
e lo spazio in quel mentre diventò tempo
nel marsupio del flanellato in terza fila
così che il profumo si sparse intorno
irritando i gioielli delle signore
e la gola della galleria: odor di naftalina.
La paura si vestì di nero
soffocò le prime guance distratte
e con scientifico cinismo sbatté
per terra un colpo
e lo fece seguire dalla pioggia.
Trascinava con sé tutti i suoi oggetti
e il suo stesso carro colmo
e fra le rughe un pettine di tartaruga,
tessuto dagli insetti del vento acido
sulle spalle un mantello buio
dove celava il pallottoliere pazzo
che colorato la materia (poi) additava
con generosità d’esteta.

Il vecchio quaderno con i fogli sgualciti,
quella lametta non ancora rugginita,
la sua prima rima
le parole gridate e sussurrate – a sé stesso –
la lampada opaca della notte
(infinita stanza d’universo)
sbadigli confusi a sospiri
pentole, padelle, mestoli e pendolini
nulla mancava né aveva dimenticato
il crocefisso di madreperla dell’abate bianco.
Vestì la nudità di parole
parole,     parole,     parole,
ma per quanto si coprisse     altro non seppe
che restare nudo lì, come ubriaco chino
e trarre di tasca     – dalla pietra –
due occhi:     li indossò lentamente,
con la stessa lentezza aprì la bocca
ne apparve un solco bruno     poi
restò ad ascoltare     ed in quella bocca,
fra i denti gialli,
risuonò un colpo di tosse     poi
il fragore immenso d’un sorriso.

Avanzò
si chinò per ringraziare
ma non riapparve più.

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