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Posts Tagged ‘Gianfranco Manfredi’

1. Io guido e lei mi distrae dalla strada. Non è stata una buona idea. Non dovevamo nemmeno partire. Avevamo appena caricate le valigie e avrei voluto già essere arrivato. Una non può dirmi: mi ci porti al mare? E poi venire all’appuntamento così. E dopo il primo incontro. Con quella maglietta, così gonfia. E quei jeans che minacciano di scoppiare. Come sarà riuscita ad infilarli? Ad entrarci? Avesse la necessità di infilare in tasca un biglietto da cinque non ci riuscirebbe. Io non emetto fiato. Sono sette chilometri che guido questa bagnarola in apnea. Fuori il caldo è soffocante. L’aria condizionata non va; devo farla sistemare. Il finestrino aperto le da noia, e si spettina. E pare si sia portata dietro tutta la casa. Questa casa al mare a volte è una manna. Altre una disperazione. Cerco di fissare la mia attenzione sui cartelli stradali che indicano quanto manca. Inutile, mi distraggo. Cambio le marce con estrema prudenza, per non sfiorarla. Insomma faccio tutto per stare tranquillo. Perché questo sembri un viaggio normale. Chiede se per cortesia posso fermare. Accosto subito sul ciglio. In seconda fila. L’ha detto come fosse una urgenza. Cosa c’è adesso?
Mi verrebbe da dirti: il programma è sottotitolato alla pagina 771. Cosa fai? Cosa tiri gli occhi? Non credevo che sarebbe finita così. Insomma… cominciata così. Appena partiti. Prima ancora di partire. Almeno ferma questa dannata macchina. Che non andiamo anche in cerca di farci del male. Accosta. Ecco, bravo. Vuoi vedere? Allora guarda. Sembra che non ne hai mai viste. Bastava dirlo. Speriamo che non mi veda nessuno”.

Ragazza in automobile che mostra le tette (?)

La foto è stata censurata da Google+ (?)

Tira su la maglietta e le estrae dal reggiseno. Io resto di stucco. Senza parole. Carina è carina. Giovane e giovane. Forse sono io che sono un po’ più avanti. La serata. Il buon vino. La compagnia. Non mi ero reso conto… cioè… quasi… che… insomma. Che mi prende? mi balbettano anche i pensieri. E poi una non viene al mare in jeans. E vestita di tutto punto. Cioè solitamente una mette qualcosa sopra il costume. Sono curioso di vederlo, il costume. Sono curioso di tutto. E senza fiato. Lei non alza gli occhi. Mentre quelli di quei due enormi meloni guardano ognuno dalla parte opposta. Sembra anch’essa affascinata da quella meraviglia. Forse si sente in imbarazzo. Non ci avevo pensato. Non le avevo chiesto nulla. E’ solo… è solo che mi viaggiava a fianco. Non è facile guidare con una come lei vicino. Me ne rendo conto ora. Forse ho avuto troppa fretta quando sono arrivato. Nel farla salire.
Ti facevo uno… uno che si controllava di più. Così piacciono solo a voi uomini. E so che vi piacciono. Vorrei che qualche volta… insomma una parola carina. Un gesto. Non quello. Un gesto d’affetto. Una battuta spiritosa. Invece te ne stai lì senza emettere un fiato. Come tutti”.
E non c’è reggiseno che tenga. Che possa frenare quella loro aspirazione a dondolarti davanti. Definirla giunonica mi pare anacronistico. Curioso ne sono diventato curioso. Come ho fatto ad essere così distratto? A vederla salire senza valutare il volume, l’ingombro di quei due airbag naturali? Decisamente l’età rende stupidi. E pensare che avevo accettato solo perché mi sembrava una ragazza a posto, e simpatica. Mi aveva parlato di transavanguardia e non mi ricordo di cosa. Era nata una simpatia immediata e spontanea; tra noi. Era stata Enza a dire della mia casa al mare. Ho paura che me le sognerò di notte. Le ho fatto una foto. Lei se n’è infastidita. Credo che la terrò religiosamente tra i miei momenti più emozionanti.
Certo che… così… qui in macchina. Potevi almeno aspettare. A casa saremmo stati più comodi. E poi… mi potrebbero anche vedere. Sai cosa potrebbero pensare di me? Che sono una facile. Una di quelle. Che siamo qui… Mica mi piace così. Metterle al vento. Sono così…. Così… insomma. Non pensi che ne abbia troppe? E’ imbarazzante averle. Portarsele dietro. Tutti ti tengono gli occhi addosso. Solo che… potevi dirlo subito. E poi, al primo appuntamento. Forse non sarei dovuta nemmeno salire. Non sei certo un signore. E’ solo perché sei tu. Mi stai simpatico. Ma non lo dovrei fare. E’ tutto così… così… tutto. Non farti strane idee su di me; però. Sì! forse lo avrei fatto lo stesso, anche se me l’avessi chiesto subito. Ti ho detto che mi sei simpatico. Non so proprio. E con i se e i ma. Forse. Invece siamo qui”.
La sua voce è un ronzio anche piacevole che porta alla sonnolenza. Non fosse per l’adrenalina che ho in corpo, la fretta di arrivare, sarebbe pericolosa. Non mi viene proprio nulla da dire.
Spero che adesso non ti metti strane idee in testa. Ti vedevo così teso; cioè curioso. Mi son detta: «questo si distrae. Poi chissà come va a finire. Se ne sentono tante in macchina». Ora calmati. Spero che tu sia contento. Se vuoi, la sfilo. La maglietta. Ma poi ognuno al suo posto. Poi mi rimetto in ordine e andiamo. Altrimenti si arriva tardi. E a me non piace. E non vorrei che ti mettessi altre cose in testa. So come siete voi. Poi magari vuoi anche toccare. Forse era meglio se non lo facevo. Forse era meglio se non venivo. Che con questi jeans, sono così stretti. Mi chiedo cosa ci sto a fare qui. Con tutto al vento. Solo per un capriccio. Il tuo capriccio. Che poi… nemmeno me l’hai chiesto. Sembra quasi che abbia fatto tutto da sola. Non fossero i tuoi occhi a parlare. E te ne stai li zitto. Come se ti avessero rubato la parola. Respira. Devo essere proprio scema”.
E pensare che non mi ero prefissato niente. Per un attimo avevo pensato che se doveva succedere qualcosa sarebbe successo. Per un altro attimo ho pensato che più che carina aveva un sorriso fresco. Per un attimo ancora che era tanto giovane. Troppo. Forse. Poi mi ero imposto di frenare la fantasia. Non mi è frequente abbandonarmi. E’ solo che avevo bevuto un bicchiere in più. E volevo evitarmi delle stupidaggini. Da film. Mi sono spiegato che era solo una giornata al mare; come tante. Forse tutto è dovuto perché era seduta, di fronte. Avevo guardato parlare i suoi occhi; il suo sorriso. Avevo ascoltato il suono della voce. Ecco perché Giangi aveva chiesto: “Ma l’hai vista”? Non avevo capito. Non le vedevo nessun difetto. Ingrano e riparto. Sono naturalmente intralciato nei movimenti. Non vorrei che… è un attimo di comprensibile imbarazzo. Cerco di uscirne.
Che fai”?
E’ l’unica cosa che riesco a dire di questo viaggio: “Resta così. Ti prego. Almeno un po’. Non manca molto. Mi piace come mi guardano i tuoi occhi”.
Ma allora sei proprio vizioso. Ti facev”…
La macchina che sorpassiamo strombazza di clacson. Il guidatore lancia un grido a finestrino chiuso. Il suo entusiasmo resta imprigionato nella scatola di lamiera. Ci occhieggia con i fari. Lei brevemente ritrova la sfacciataggine della sua età. Si volge indispettita ad illustrargli tutta l’enorme vastità esibita dei suoi due promontori, ritta sulle ginocchia: “To’”! Gli indica il cielo con un dito; il medio. Dice ch’è uno zotico incivile. Anche di peggio. Si rimette comoda e chiede scusa indirizzandola verso la nostra destinazione. Lo vedo sbandare e frenare giusto in tempo ad un nanomillimetro dal guardrail. Credo lei si sia resa conto del mio stato. Le sfugge un impercettibile sorriso di approvazione. O almeno è questa la mia impressione. Forse di biasimo? Sembra disposta ad assecondarmi.
Sto leggendo “Quattro etti d’amore, grazie”. L’ultimo della Gamberale.[1] E’ appena uscito. Non so; conosci? Sono solo all’inizio. Non so se è un libro che può piacere ad un uomo. A me invece piace la sua scrittura. Trovo sia pieno di passaggi brillanti. Sottili e brillanti. Siamo proprio così, noi donne. Molte di noi, naturalmente. Ogni tutto è relativo. Scusa le licenze linguistiche; sono fatta così. Non esistono al mondo gli assoluti. Anche i termini debbono essere considerati nella loro relatività. Anche se crediamo solo nelle assolutità; soprattutto noi donne. Nell’amore assoluto, per esempio; anche se è un esempio banale. Ma siamo attente e riflessive. A nostro modo riflessive. Ogni uno è due. Potrei avere tutto, si parla per ipotesi, e paradossi, dicevo che avessi tutto invidierei chi ha l’amore. Per quello, quello vero, siamo pronte a rinunciare a tutto. Vorrei dirti cosa penso di te. Per vedere se ci ho azzeccato. Solitamente ho fiuto per le persone. Riesco a riconoscerle al primo sguardo”.
Non è che abbia una guida particolarmente nervosa. E’ che sono curioso di vedere la loro vita. Di vederle muoversi. Accelerare. Rallentare. Oscillare. Allargarsi. Riassestarsi. Posarsi. E poi, con impertinenza, fare un balzo avanti. Oppure indietro. E ondeggiare. Un sciabordio che prende direttamente allo stomaco. Con quei piccoli capezzoli che quasi scompaiono. Che quasi li devi cercare. Su quella carne bianca. Su quella massa. Microscopiche presenze. Quasi due punture di insetti. Nel mezzo approssimativo di quei due mappamondi. Al centro di quelle vastissime aureole. Che hanno la forma… la forma… che cazzo ne so? Di quelle aree. Non mi sembra il momento di cercare certe similitudini. Ho un enorme ronzio in testa. E la strada scivola fin troppo veloce. Il mio mostro divora vorace la pianura. Chissà se si abbronzano? Non so se è stata una bella idea.
Io leggo molto, come avrai capito, non solo romanzi, ma a volte anche nel racconto più stupido, banale, puoi trovar delle vere perle. Spunti di riflessione, Considerazioni illuminanti. Persino casuali. Chissà se l’autore ne è sempre consapevole. Tu che ne dici”?
Non so. Mi chiede di rallentare. Osserva il suo petto in movimento. All’improvviso cambia di umore. Non è una cosa rare nelle donne. Nella sua mimica silenziosa si addensano un’enorme quantità di nubi; si rabbuia. Non la conosco abbastanza per conoscere tutte le sue facce. Certo che all’improvviso la sua maschera si fa opaca. Non può essere un mistero che dietro quel suo volto, in una donna, non possano che presentarsi riflessioni. Ansie. Considerazioni. Dicono sempre le stesse cose, in certi momenti, gli occhi di una donna. Quel silenzio di un istante non può che nascondere la ricerca spasmodica di una decisione, magari una qualsiasi. Magari una delusione; seppure passeggera. Speriamo passeggera. Magari una rinuncia. Il dubbio di un fallimento. Di una sconfitta. La delusione. Più semplicemente la lista confusa delle cose che ha portato, alla ricerca di quelle che può aver dimenticato. La paura di non essere bella. Un beffardo pensiero di riscatto; magari licenzioso. A volte apertamente osceno. Nascosto. Negato. Perché contengono anche quello le cose non confidate delle donne. Quelle che non dicono che a sé. O tra loro. Non certo in presenza di un uomo. La scoperta di una macchina sulla maglietta. La rincorsa ad una testardaggine. Volitività. Ne può uscire qualsiasi cosa. E un uomo non può stare mai tranquillo quando una donna tace in quel modo.
Puoi rallentare, per favore”?
Fa uno sbadiglio che sospetto annoiato. Riporta quelle due montagne di delizia negli appositi contenitori. Si sistema la maglietta. Si controlla il trucco. Rimette la cintura. Mi studia per due minuti buoni. Legge la mia delusione. Si volta per prendere la borsa, credo, e scopre di aver messo anche quella nel bagagliaio. Districa i capelli che si sono aggrovigliati sugli orecchini. Li rassetta con le unghie. Guarda fisso davanti a noi: “Per cortesia, torniamo”. Intanto ora la vita delle gemelle è diventata più pacata. Non riescono a stare ferme nonostante il gran rifiuto della stoffa a fiori che traspare impercettibilmente sotto, ma hanno un moto più lento. Più lieve. Quasi controllato. Elastico. Anche contro improvvise accelerate e frenate, cambi di velocità e sorpassi all’ultimo, ondeggiano leggiadre, composte, rassicuranti, gentili, lievi, parche, sobrie, moderate, equilibrate, di una vita comune, quasi in un cenno.
Guarda che… non mi p… Non è più divertente”.
Come si può non fantasticare. Gli occhi azzurri come lapislazzuli. I capelli di quel morbido castano pieni di riflessi rossi. Il sorriso virginale da dea dell’amore. A guardare un po’ di pancetta ce l’ha. Chi non ha debolezze nascoste? La pelle… la pelle come… la pelle lisca e senza imperfezioni. Dev’essere soda e morbida allo stesso tempo. Della morbidezza della affettuosità. Devo convincerla a restare. La casa e libera. Che senso ha tornare la domenica dal mare? Inventerò. Se debbo insistere insisterò. Già m’immagino gli occhi in spiaggia che sbiadiscono quando passiamo. L’ammirazione di quei bagnati del dilettantismo. Tutti e tutte che invidiano lei, e me al suo fianco. Uomini e donne. Mi vedo: io e la mia regina. I miei pensieri debbono avermi fatto assentare per alcuni istanti. Superiamo un autogrill. Non mi ha chiesto di fermarmi. Non ne ho né voglia né bisogno. Probabilmente lei non è una di quelle che ci deve andare ogni cinque minuti. Non finirò mai di scoprire i suoi pregi.
Cosa dici? Ho pensato di chiedere un parere. Di consultare un chirurgo. A proposito di ridurle. Di farle stare massimo dentro una quarta. In fondo non è una decisione facile. Però questa non è vita. Sono un pericolo per gli altri e per me. Sono una fonte di incredibili imbarazzi. Se non ero con te… sono sicura che un altro ci avrebbe provato. Che rischiava di finire come va sempre a finire. Sono stanca. Stanca che qualsiasi cosa dica chi mi sta davanti guardi solo loro. Pazienza gli uomini, ma persino le donne. E con quella bava di invidia. Stanca di far fatica a trovare la mia taglia. Dei fischi per strada. Delle mani che mi frugano addosso, in qualsiasi occasione. Degli amici che diventano curiosi. Che mi chiedono come faccio. Se sono mie; persino loro. Com’è? E che anche loro, spinti da un neonato interesse, mi chiedono “Posso”? Non riesco a mantenermi un amico. E per quello nemmeno tanto un’amica. Di quelli che pensano che sarei una grande mamma, o una grande balia, perché tante tette tanto latte. Di quelli che tante tette vuol dire troia. E chissà il resto? Cretini”.
Sento un dolore al petto, una sorta di compressione. Un dolore che poi si estende al braccio sinistro. E una gran sete. Vede la smorfia sul mio viso; la transumanza. Glielo dico e lei mi ordina immediatamente: “Frena”! Scendendo rapida mi impone: “Spostati”! Scivolo nel sedile del passeggero. Lei prende in mano la situazione e il volante. Fa una pericolosissima inversione a U e accelera al massimo. Non fiata né mi dice quello che pensa, solo che: “Si va all’ospedale. Stai tranquillo!” –sembra veramente preoccupata. Comincio a preoccuparmi anch’io. Non ho bisogno di spiegazioni, mi sono imbattuto nel famoso sabato triste, anzi di merda. Credo che le sue parole cerchino di distrarmi. Continua come nulla fosse successo.
Pensare che qualcuna (delle mie amiche n.d.M. [n.d.M.: nota di Marisa]) invidia la mia fortuna. Perché sono bella, cioè carina, e così tanta bella. Invece è una disgrazia. Una vera disgrazia. E pensare non è solo l’inizio. Non hai ancora visto niente. Ho un costume nuovo che è uno schianto. Peccato. Se solo fossi stato un po’ più carino. Un po’ più paziente. Adesso proprio non so. Non so se fidarmi di te. Io non sono una ragazza come tante. Credo nei sentimenti. Credo che da cosa possa nascere cosa. Anche se doveva essere solo una giornata al mare. Forse un fine settimana. Dipendeva da te”.
So solo che mi ritrovo in una sala asettica. Piena di monitor che mi sembra d’essere precipitato in uno degli episodi di Alien. Uno stormo di medici si da un gran da fare intorno a me. L’ultimo commento che ricordo è quello dell’anestesista che mi spiega: “La sua signora la sta aspettando fuori”.

2. «Scusate se da qui la storia la continuo io. Niero non è più in grado di farlo o non ne sente la necessità. Il dottore ci ha detto che deve evitare gli sforzi e le emozioni. Non credevo che quel sabato avrebbe cambiato così la mia vita. Ma dopo tutto quello che c’era stato tra noi non potevo proprio abbandonarlo da solo. E mi suonano ancora nelle orecchie con immensa delizia e gratitudine le ultime parole che gli ha rivolto l’anestesista. Mi hanno fatto e mi fanno sentire importante. Ma la convalescenza è lenta e non si vedono grandi segni di ripresa. Tra l’altro era anche carina, e ho resistito all’impulso di strapparle gli occhi. I dottori sembrano rassegnati e fatalisti. Non me ne preoccupo: è un ottimo compagno anche così. Forse è anche meglio. E’ un uomo che sa ascoltare.
Poveretto: è rimasto completamente immobilizzato com’era; anche, incredibile, nel suo entusiasmo. Ma ora ha me. Anche il minimo movimento gli costa sforzi precari. Ma io provvedo a tutto. E cerco di anticipare i suoi desideri. Credo di riuscirci. Ha perso quasi completamente l’uso della parola. Per il poco che so non è mai stato troppo ciarliero. E fatica immensamente anche per i pochi vocaboli che riesce ad articolare. Li sputa inzuppati di saliva. Me li spruzza addosso. Usa praticamente solo quei pochi epiteti, spesso riferimenti a femmine di animali, così frequenti nella bocca di tanti uomini, come “vacca” o “maiala”. Ma in lui sono carinerie. Sono quasi, ma anche senza il quasi, nel nostro gergo segreto, segnali di gradimento. E i suoi occhi, che spesso lacrimano senza ragione, sono prodighi di muti elogi. E io gli asciugo delicatamente quegli occhi. E i contorni delle labbra. Marisa invece lo dice ormai quasi perfettamente e senza fatica. Si capisce che chiama me.
E’ tutto nuovo per me. Lo curo di tutto e gli metto in bocca tutte le medicine che deve prendere, che sono veramente tante. Se serve ho imparato anche a fargli le punture. E ho imparato a cucinare. Inizialmente cose semplici, ma sto diventando bravina. Qualcuno dice che son diventata veramente una bella signora. Non lo so, lascio agli altri giudicare. Io ci credo veramente che l’amore ti fa bella. Sono sempre io persino a radergli la barba. Con la massima precauzione perché ho sempre paura di tagliarlo. Me lo pettino e me lo vizio. Ieri sono andata a prendergli un pigiama veramente figo. Anche se non ne fa grande uso mi piace curare il suo abbigliamento nei minimi dettagli. Mi piace vederlo elegante e curato. Con i pantaloni in perfetta piega. E poi lui sta bene con la giacca. Ma anche con una bella polo dal colore vivace. Mi piace sceglierle con tonalità che si adattino ai suoi occhi. Una l’ho acquistata del colore dei suoi pochi momenti di tristezza. Perché quelli mi sanno strappare il cuore.
Deve soffrire, povero caro, in quei brevi attimi, la consapevolezza delle sue menomazioni. Io cerco di cancellargli qualsiasi nostalgia. Anche di quel nostro primo vero incontro, non ha perso granché. Solo un sabato al mare. Perché poi già nella notte il tempo è cambiato e s’è messo pure a piovere. Avremmo comunque dovuto starcene chiusi soli in casa. Perché oggi sono certa che mi avrebbe convinta. Magari ci saremmo anche annoiati. Questo non voglio che succeda mai. Con tutte le mie forze. Anche il due pezzi che avevo scelto per l’occasione poi gliel’ho fatto vedere. L’ho indossato in casa e solo per lui. L’ho indossato e poi l’ho anche tolto davanti a lui. E gli ho confessato come mi piace prendere il sole, integralmente. Ovviamente quando non ho altri occhi addosso. Non che abbia potuto stendermi in riva al mare; non c’è nessuno ma proprio per questo la stagione, cioè la temperatura, non lo permetterebbe. E con la carrozzina farei comunque fatica sulla sabbia. Mi sono stesa sul divano con la luce della finestra alle spalle. Una luce un po’ opaca. Credo ne possa aver ricavato un’idea, e nemmeno tanto approssimativa.
Anche nella mia vita privata è cambiato molto se non tutto. Oggi sono più sicura di me. Posso dire che sono una donna soddisfatta. Al suo fianco il mio mondo, più che un mondo felice, è diventato un vero sogno. Finalmente ho conosciuto il vero grande amore e lo vivo giorno per giorno, minuto per minuto, senza lasciarne nemmeno una briciola. In fondo devo tutto a lui e, nonostante i pericoli che comporta, mi capita di non riuscire a non dirglielo. A volte mi sento persino colpevole nei confronti di chi ha meno di me. Il lavoro? quello no. Ho dovuto lasciarlo. E ho dovuto lasciare anche tanti progetti nei quali pensavo di realizzarmi. Ora mi sembrano fantasticherie infantili; lontane. In realtà non è stato nemmeno un grande sacrificio. Lui è più importante di tutto.
Le tette? La storia che non può far fatica e deve evitare le emozioni non mi convince pienamente. Io credo nella scienza, ma ci vorrebbe un miracolo. Ma io credo anche nei miracoli. Comunque io ho ogni cautela del caso. Forse troppe. Forse quelle giuste. Sforzi? Che fatiche può fare uno nelle sue condizioni, tra la poltrona e il letto? Che quando usciamo se ne sta comodo sulla carrozzina? Sono io, doverosamente e con gioia, a spingere. Ma non mi costa alcuna fatica. La carrozzina poi è leggera e maneggevole. Per quanto riguarda le emozioni, povero piccolo, mon petit, ormai quelle, le mie tette, le ha viste e viste bene e riviste. E non solo; perché io non me lo trascuro. Voglio non gli manchi niente. E ormai niente di me può certo rappresentare più chissà quale turbamento. Ho messo la foto che mi ha scattato allora in una cornice sopra il canterano.
I soldi? Quelli non ci mancano. Per fortuna lui ne ha per tutt’è due. Anche se mi sento un po’ limitata nella mia indipendenza. Cioè mi sento un po’ come se sfruttassi lui o la situazione. Lo so che è un pensiero sciocco: cosa farebbe senza di me? Dipende da me in tutto e per tutto; almeno per ora. Lui ha ogni istante della mia vita. E mi succhia ogni energia. Lo cambio sopra e sotto, lo lavo (nel far questo a volte non gli so proprio resistere), lo vesto, lo accomodo nella stanza dove sono, me lo bacio ogni volta che passo, gli parlo, lo imbocco, lo coccolo, gli accendo la televisione, lo spoglio, lo metto a letto, e tutto il resto. E poi, alla fine, per dirla tutta e senza riguardi, la sua famiglia ha mostrato fin dal primo istante di volersene lavare le mani. Che per loro, di lui, importavano solo i soldi. Per me non è nemmeno fatica. Non ci manca niente, assolutamente niente. Nemmeno quello, anzi.
Come ho avuto modo di accennare: nell’incidente, perché preferisco continuare a pensarci in questi termini, è stato anche fortunato. Sì! anch’io, e arrossisco nell’ammetterlo. Lui è rimasto immobile com’era. Voglio dire che è come se mi volesse tutto il giorno, e la notte. Lui è lì ed è come se aspettasse sempre me. Non so se mi spiego. Mi sento desiderata in ogni istante della giornata. Ogni volta che ne ho voglia, e non è quella che manca, lui è immediatamente disponibile. E se per caso non mi dovesse andare, lui è pronto per quando mi torna. Sembra non stancarsi mai. Certo che al mio piccolo amore, al mio little boy, il suo zuccherino non gli fa mancare nulla, e cerca di evitargli ogni fatica. Lui ha solo il dovere di essere felice. E soddisfatto. E di aspettare me. Non fatemi dire cose che non mi piace dire. Sono particolari intimi.
Ma mi prendo cura anche del nostro spirito, per quanto posso. Per esempio al momento gli sto leggendo “Mille piccoli soli[2]. Non è certo fresco di stampa. Lo faccio proprio per lui. Io l’avevo già letto appena uscito. E’ un po’ duro ma è giusto che cominci a capire. Che diventi consapevole. E un paio di sere fa, abbracciati, comodamente accoccolati sul divano, abbiamo guardato assieme, e assieme ne abbiamo pianto, “Restiamo umani; the reading movie[3] di un mio caro amico. Gran bella testimonianza. Che ti tocca diritta nel più profondo. E ti lascia dentro quella sorta di ansiosa angoscia e di rabbia. Quando la nostra attenzione è tutta presa da cose simili ci dimentichiamo anche di noi. Nulla ci può distrarre. Abbiamo attenzione solo per quelle immagini o sulle pagine di quelle storie. Ogni altra cosa è rimandata a dopo. Alla fine mi piacerebbe sapere che ne pensa. Mi accontento di vederlo attento e di liberarmi l’anima di tutte le emozioni che la bellezza e l’intelligenza suscitano in me. Dopo lui le cose che amo di più sono la cultura e l’arte.
Quando mi va di uscire lo faccio e basta. Col suo consenso in un cenno finale degli occhi. Lui sa che sono una ragazza ancora giovane e piena di energie. Di quelle, di energie, in verità, la vita con lui me ne lascia ben poche. Ma abbastanza perché, come tutti, certe sere mi venga voglia di evasione. Come tutte mi vien voglia di indossare questo o quell’abito. Di farmi bella. Di sentirmi gli occhi degli altri addosso. Allora mi metto in ghingheri. Proprio in tiro. Curo ogni dettaglio. Biancheria compresa. Mi faccio ammirare da lui, sopra e sotto, meticolosamente, e lo saluto sulla porta. Questa vita non mi costa nessun sacrificio, ma faccio attenzione e non faccio mancare nulla nemmeno a me. Voglio evitare assolutamente di correre il rischio che questo nostro meraviglioso amore si possa un giorno sporcare di rimpianti. Mentre esco lui solitamente mi dice qualcosa che suona come “coccola” o “zoccola”. E lo dice con occhi imploranti e pieni di quella sua dolcezza.
Ma quando sono fuori non sto mai completamente tranquilla; un po’ dei miei pensieri resta con lui; è naturale. I primi tempi non lo facevo, non lo lasciavo mai solo, non potevo farlo. E mi bastava. Mi tranquillizza solo il fatto che se dovesse aver bisogno, anche se non è ancora successo, io correrei subito da lui. Le dita quelle le sa muovere e anche bene. Ormai si gira i canali da solo. Allora gli metto il cellulare vicino. Non dovrebbe fare altro che comporre il numero breve: il primo, il mio. Sa fare perfettamente il segno del medio e spesso congiunge l’indice col pollice in un messaggio che non ho ancora imparato a decifrare. Infatti gli piace, e piace anche a me, quando gli prendo le mani e me le porto al seno. La sue dita allora sanno cosa fare. Riescono a suonare nelle mie corde più intime delle armonie incredibili. Letteralmente sanno farmi impazzire. Piccoli segni di miglioramento mi sembra di vederli. Si deve aver pazienza, ma io di quella ne ho a pacchi, a pacchi, a pacchi».

[1] Quattro etti d’amore, grazie di Chiara Gamberale. Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Milano, 2013

[2] Mille piccoli soli di Hosseini Khaled. Edizioni Piemme, 2007
[3] Restiamo umani; the reading movie (Stay Human, the reading movie) progetto di Fulvio Renzi, Luca Incorvaia. edizioni dal basso, 2013

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GialliMa chi ha detto che il delitto perfetto non esiste? Potremmo definire perfetti tutti i crimini insoluti. Sarebbe banale. Qui ci proponiamo di escludere tutti i reati che non appartengono agli omicidi e tutte quelle uccisioni, naturalmente di esseri umani, che comportano colpa e che non hanno trovato colpevole solo per la pura incapacità degli organi inquirenti. Più semplicemente mostreremo come possa esistere il delitto perfetto presentando un unico caso a dimostrazione. Se vogliamo un caso nella sua semplicità banale. Siamo consapevoli che la fantasia dell’uomo può trovare, e lo ha ampiamente dimostrato, un’infinita varietà di soluzioni alla impunibilità del crimine. E’ anche una questione di intelligenza, e di pazienza, e di razionalità. Inversamente l’imperfezione del male, la sua corruttibilità e la sua condanna, è spesso solo dovuta a casualità, a quella che volgarmente viene etichettata sotto la definizione di sfiga.
1. La storia è una storia di provincia; di bassa padania. Potrebbe essere una storia come tante. Sarà il lettore a dividersi sulla sua originalità o sulla sua banalità. Ci affidiamo alla sua indulgenza. Un’ultima osservazione preliminare: Scusate se qui non verranno fatti nomi cioè se Giovanna[i], coniugata in Bragana detta anche Cora, verrà chiamata lei o la donna, se il povero e ignaro Giuseppe, che essendo greco di cognome farebbe Pappadakis, viene nominato come lui o il marito, e se infine Gino, Costa per completezza d’informazione, che si fa chiamare anche Franco, e per vezzo americanofilo, pure Frank verrà nominato come lui o l’altro. Se si è deciso di mantenere l’anonimato dei protagonisti è solo ed unicamente per ragioni di riservatezza, anche evidenti data la delicatezza delle confessioni che sono state raccolte.
Per essere esaustivi sulla vicenda dobbiamo dire che lei e lui abitavano in un appartamento in un appartamento al quarto piano di un grosso condominio. Che, per essere previdenti per il loro futuro, avevano acquistato da tre anni l’appartamento dirimpetto al loro che, debitamente restaurato, fittavano a studenti. Che lui era un personaggio incapace di tutto, noioso cioè inutile, e destinato eternamente al bicchiere; un vero ubriacone. Insomma di quelli che nemmeno al mattino gli puoi affidare nemmeno di sostituire una lampadina; credi ci siamo capiti. Con questo non vogliamo certo dare nessun giudizio morale né ridurre l’importanza dei fatti.
E infine che lei era una donna da non passare facilmente inosservata tranne che per i troppo distratti e quegli altri. Basta vedere la foto. Non che lei accogliesse sempre così i suoi ospiti, tutt’altro. In quell’occasione, quando era stata scattata l’istantanea, aveva voluto avere il parere da lui, cioè dall’altro, dal marito non aveva mai la minima soddisfazione, di come le stava il coordinato nuovo che aveva appena preso. E poi lui era anche un ottimo fotografo, e le chiacchiere sul suo conto erano solo chiacchiere prive di fondamento. Spesso frutto solo di spudorata invidia delle vicine. E poi chi ci vede la malizia è malizioso lui. Ma andiamo con ordine.
Il puro caso volle che quando arrivò avessero un posto letto che si era appena liberato. Si notava subito che non era uno studente seppure fuori corso. Lei ne aveva visti bene tanti e tanti studenti passare di lì e fermarsi anche solo per una notte. Gli studenti si distinguono subito e poi solitamente sono un po’ trasandati, almeno nel vestire, nel senso che non badano troppo all’eleganza. Gli studenti sono così giovani e anche inaffidabili. E poi non sono proprio capaci di mantenere un segreto. Lui era diverso e seppure fosse ancora giovane, lei gli diede una stima di una decina d’anni in meno di sé, era già un uomo. E per dirla tutta non lo trovava nemmeno del tutto male. Aveva una sua eleganza e una sua sicurezza, anche quest’ultima dote che solitamente gli studenti non portano con sé, almeno nei primi giorni. Era di passaggio. Una emergenza. E pioveva a dirotto. Era tutto fradicio. Il fiume era straripato e per la strada non era possibile passare.
Era un commesso viaggiatore: vendeva calze e mutande; sia uomo che donna. Naturalmente lei era più interessata alla donna ma non era ancora sua cliente. E poi lui non vendeva al dettaglio. Non era di quelli che vanno a suonare alle porte o, come certi irregolari, che fermano per strada. Lui vendeva direttamente ai negozi. In zona aveva parecchi clienti: Sotto chic, La mutanda assassina, Il desiderio della notte, ed altri di cui lei nemmeno aveva sentito parlare; ma era distante da casa. Tutte queste cose all’inizio naturalmente lei non le sapeva, sapeva solo che cercava un posto per dormire. Non portava la fede al dito anche se vuol dire poco e lei ne aveva esperienza. Gli disse: “Se si adatta”? Pensò che era meglio se pagava in anticipo. Per macchina aveva una vecchia automobile comoda e ancora in buono stato. Lui, cioè l’altro di cui stiamo parlando, in quel momento solo uno sconosciuto, si mostrò disponibile ad adattarsi: Cameretta, poco più di un letto, con uso bagno e cucina; ma alla cucina non era proprio interessato.
Lei si accorse immediatamente di come il nuovo affittuario, se così si poteva definire, le guardava il culo. Le donne sono abituate da sempre a scorgere certe attenzioni senza darsene a vedere; anche se questa è una osservazione poco rilevante ai fini della vicenda. Benché fosse gelosa del suo culo la cosa la trovò lusingata e un po’ curiosa. Per un attimo la sfiorò una strana idea in testa; ma fu solo un attimo di frivolezza. Naturalmente quell’inutile nullità del marito non si accorse di nulla; e quando mai. Era già ubriaco e come sempre quando c’era qualcosa da fare doveva vedersela tutta lei. Così accompagnò il nuovo pensionante, se così si poteva definire, nell’altro appartamento per fargli vedere la sistemazione per la notte. Forse fu tradita dal suo stesso sorriso che ma altrettanto di poca importanza è che, aveva appena infilato i soldi nel reggiseno, e si era appena piegata per sistemare il letto, che si sentì le mani di lui, cioè dell’altro, addosso. Ma nemmeno addosso con un gesto riguardoso e garbato; proprio addosso. Forse quel sorriso, a sua stessa insaputa, era un sorriso assassino. La cosa le diede del fastidio perché pensava che poteva avere anche un po’ più di garbo e di educazione, che perdio la porta era rimasta spalancata, e poi lei era una signora, ma portò pazienza perché non voleva essere scortese con il nuovo venuto. Poi si sa come vanno a finire queste cose. Non serve certo dirlo.
Lui, nel senso del marito, quella notte, se ricordava bene, aveva dormito il sonno rumoroso e profondo del ciucco. Il mattino, lui, cioè l’altro, si era levato presto ed era partito che il tempo si era messo al meglio. Lei l’aveva visto andare dalla porta con un cenno della mano che ancora non aveva avuto il tempo di mettersi in ordine. Così com’era, mezza vestita e mezza da vestire. I capelli spettinati e addosso aveva infilato approssimativamente la prima cosa che le era venuta in mano. Nemmeno il tempo di truccarsi ché il trucco era andato a quel paese. Nemmeno un istante per coprirsi le vergogne, cioè di provare la biancheria che lui, l’altro, le aveva gentilmente regalato. Aveva paura che qualcuno, quelle pettegole malelingue potesse vederla in che modo era stata costretta a uscire per quel fugate e candido saluto. Di storie di venditori d’intimo ce ne son tante e tutti le conoscono. Questa può apparire superficialmente una di quelle. Lei pensò che si era trattato di un… incontro fugace. Di quelle amicizie che durano poco, il tempo che faccia un nuovo mattino. Forse se ne sarebbe scordata anche il nome perché certo erano destinati, come quelle conoscenze, a non incontrarsi più. Due destini che vanno ognuno per la propria strada; ignari. E poi aveva anche altro per la testa: doveva prepararsi per uscire per la spesa, non poteva stare tutto il giorno così; e a pensarci.
Forse sì, forse no, non si sa se già allora lei fosse alla ricerca di un piano, di un alibi, di un idea. Forse aveva pensato a qualche studente restandone delusa giacché sono così giovani ed inaffidabili, nessuno lo può dire con esatta certezza. Non si può incatenare un idea, e forse era stata meno che un’idea ed era durata un attimo. E comunque intorno tutto tornò come prima, le solite faccende, le solite ore noiose, i soliti obblighi e le solite pettegole. E lei se ne sarebbe anche dimenticata così presa dal tutto dei suoi giorni, tra il far da cena e tutto il resto per lui, ovvero il marito, e star dietro alle spesso assurde richieste di tutti gli inquilini, cioè gli studenti. Tra lavare, stirare e sistemare. E’ sempre una vita grama per una donna. Si diceva che se ne sarebbe scordata se lui, cioè l’altro, non fosse tornato. Era estate e gli studenti erano via, chi in vacanza, chi dopo aver disdetto il contratto, uno s’era anche laureato, e i negozi non facevano acquisti, qualcuno era pure già chiuso. In paese non c’era ormai più quasi anima viva; pareva un cimitero, come odiava quel posto ai confini della civiltà. Si accorse subito che lui, l’altro, non era cambiato. Poteva scegliere e lei gli diede la stanza migliore; naturalmente non gli fece firmare nessun contratto, cosa servono tante carte per una cosa così stupida? Stavolta si sentì più tranquilla e decise che avrebbe potuto fargli credito e aspettare la fine del mese. Poi si sa come vanno a finire queste cose. Non serve certo dirlo.
La povera donna, come capita, la donna è un essere debole e delicato, succede, a poco a poco, con la frequentazione, si invaghì del suo inquilino. Lui aveva nei suoi confronti delle attenzioni che lui, il marito, non aveva più da tempo, se mai le aveva avute. Ed era tanto soddisfatto di vederle indossare tutto il suo campionario, naturalmente quello donna, che non volle un centesimo e anzi le promise che appena pronto le avrebbe fatto vedere anche il prossimo. C’erano un paio di cose che a lei erano subito piaciute. A dirla tutta anche qualche capo un po’ spinto, ma sotto nessuno vede, e quelli che possono vedere non potrebbero che essere soddisfatti. Ne volle indossare subito uno anche se doveva prima andare fin dal verduraio che le zucchine e le cipolle erano finite. E così i giorni seguivano ai giorni senza che nulla cambiasse né che quell’incapace del lui marito si accorgesse di nulla. Quasi quasi le faceva rabbia che fosse tanto babbeo anche perché era ancora un’altra dimostrazione che non la guardava punto; dell’attenzione che le prestava. Certo avrebbe avuto molte novità da raccontare ma non lo poteva fare, non le poteva raccontare e non c’era nessuna a cui confidarle. E poi ormai anche quelle novità stavano diventando abitudine. Per essere gentile qualche volta invitava anche lui, l’altro, a cena. A lui, al marito, potevano farglielo tranquillamente sotto il baso che non si sarebbe accorto di nulla. Lui beveva e beveva, mangiava, sbadigliava e alla fine ruttava.
La storia sta scappando di mano e da sola si sta dilungando. Per farla breve la sera della festa del patrono, anzi più che la sera la notte, lo pregò, il marito, di non mettere gli addobbi luminosi in poggiolo. Lei gliel’aveva detto anche al parroco che quest’anno non avrebbero messo le decorazioni, ma lui no! testardo. Viveva per dispetto. Soprattutto quand’era ubriaco; cioè sempre. Non volle darsi ragione. E così lei gli prese le luminarie e dovette portargli anche la scala. Lo pregò: “Più in alto, più in alto, così non si vede.” –e lui salì fin l’ultimo gradino della scala. Guardò intorno e la notte era nera come la notte. Non c’era anima viva. Quelli che non se n’erano andati dormivano della grossa, e si sentiva. Si offri di chiedere aiuto per quell’incapace del marito all’inquilino e andò a chiamarlo. Lui, l’inquilino, aveva in tasca il biglietto per Sottomarina, ma mica era partito. Maledetta quella volta: era tutto a nome del marito. Mentre lui, l’altro, teneva ferma la scala a le scivolò spontaneo di bocca quel sorriso che a lui, l’altro, piaceva tanto, che sembrava dirgli un sacco di cose che lei nemmeno aveva mai pensato. Cosa gli avrà mai detto quel sorriso lei non lo avrebbe mai saputo. A volte le cose è bene chiederle. Involontariamente gli si appoggiò addosso, a l’altro, e fece aderire tutto il proprio corpo a quello dell’uomo. Non è che fosse molto vestita, era un gran caldo, e quel poco era leggero come un soffio e gli soffiò nell’orecchio e le bastò ordinargli come una confidenza sussurrata “spingi!” che quello, l’altro, spinse.
Lui, il marito, cadde, cioè precipitò da quel quarto piano, perché è bene ricordare che abitavano al quarto piano, e prima ancora che avesse il tempo di un lamento era spiaccicato al suolo. Tra la porta del loro garage e quella di quell’antipatico del sesto piano. Lei si guardò torno ma nessuno, era naturale, si era lamentato nemmeno del sordo tonfo che aveva fatto quel corpo inanimato che sembrava uno straccio. Lui uscì e stavolta lo prese il pullman per Sottomarina, anche se in ritardo. Lei andò a dormire. Si sarebbe accorta il mattino dopo di quanto era successo a lui, al marito, e avrebbe chiamato la polizia sul luogo dell’incidente. Non dormì certo tranquilla perché a lei non piaceva dormire sola nemmeno d’estate. Non la infastidiva il caldo anche perché mandava l’aria condizionata. Per lei l’estate era come tutte le altre stagioni. Tutti i mesi erano uguali, come i giorni della settimana. Il mattino dopo non fu la prima perché fu svegliata dalle grida. Chiamò la polizia e l’ambulanza ché nessuno ci aveva pensato, anche se non ce n’era bisogno; della seconda telefonata.
Si mise qualcosa addosso. Si sistemò, Si controllò allo specchio, e forse questa non fu la cosa più furba di quel mattino. E andò ad aprire la porta ai tutori dell’ordine che giunsero per primi. Fece un ampio sbadiglio con gli occhi ancora assonnati. Vicino al corpo c’erano le lampadine, nella caduta non se n’erano salvate più che un paio. E c’era una gran macchia di sangue, ma lei avrebbe pensato di più, anche con tutto quel vino che dal corpo mandava un puzzo di botti marcite. Probabilmente a causa di tutte quelle domande avrebbe dovuto saltare il pranzo, ma lei non se ne diede pena: a mezzodì le era sempre bastato poco, soprattutto quando fuori era quel gran caldo. E poi doveva cominciare a stare attenta al peso; la spiaggia non permette distrazioni. Forse non tutto era stato perfetto ma poteva contare anche sulla complicità dell’incapacità della nostra polizia. Che pare che il r.i.s. lo chiamino solo quando c’è da andare in prima serata alla televisione.


[i] Per i nomi sono stati utilizzati impropriamente e liberamente e indebitamente quelli de “Il postino suona sempre due volte” e della versione cinematografica liberamente ispirata al romanzo: “Ossessione”. Tranne per la presenza alla fine tramite youtube dell’intero film di Luchino Visconti il racconto nulla ha a che vedere né con il romanzo né con lo stesso film. Tranne forse l’esile ricerca di un delitto perfetto che alla fine non si realizza.

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Chi ha troppa fretta. Chi è figlio di un’epoca che corre. Dove va, mica si sa? Chi ha lasciato sull’attaccapanni la pazienza. Per tutti questi è altri… allora, andate subito alla fine. Io resto qua. Io che posseggo tutto il tempo. Che non ho altri appuntamenti. Che di lavoro faccio il fare niente. Io. Non fosse per Lei sarei rimasto a riminarlo in testa. O ancora lì a sognare. Ma la sua è una provocazione, e io alle provocazioni non so resistere. Le amo e ne vengo ricambiato. Come una bella donna. Come la mia donna. Lei sempre al mio fianco. Ma cosa ci è successo dentro? Tra i tanti; come sopravvissuti. Sopravvissuti spaventati guerrieri. Reduci da Piazza Grande. Noi, colpevoli solo di essere contemporanei a quella storia. A quelle storie. Di averla vissuta, patita, pagata; o solo di esserne stati sfiorati. Contaminati. Di non esserci spostati. A ritrovarci lì, ma anche no, in un posto mai visto prima: Monterotondo. Provincia ai confini di tutto. E di un passato ormai remoto. Quarant’anni dopo. E quarant’anni sono una vita intera. Non siamo più gli stessi. Siamo rimasti uguali.
Tutto è come un concerto. Il palco le luci, l’attesa. Il bisbiglio della gente. I primi Flash. Il pubblico ancora distratto. Siamo in tanti. Siamo da soli. Inizia un giovane amico. Le prime note e si fa silenzio. Musica buona. Piena di rabbia e di amore. Ci sa fare; anzi ci sanno fare. Si sta bene. Si sta bene e si aspetta. La verità è che lo aspettiamo, Godot. Ancora. Mai come oggi. Molto più di allora. E queste canzoni di rabbia e di anarchia sono le nostre; e non sono le nostre. Il tempo è una macchina che non entra mai in riserva. Che non si ferma a rifare il pieno. Che macina chilometri e ti macina l’anima. Ma quel viaggio in fondo l’abbiamo fatto sempre da soli. E noi che non ci abbiamo mai veramente creduto. Creduto che una poesia potesse cambiare il mondo. O forse sì? Noi che balbettiamo sillabe cancellate. Noi che nei versi mettevamo il cuore: «Oh Baudelaire, vecchio pazzo ubriacone. Quale dei tuoi vermi, mi ha sbranato il cuore?» Noi. Noi che per un attimo ci siamo sentiti tutti poeti. E l’attimo dopo li abbiamo maledetti. Ci siamo dannati. Come facciamo a dire quello che è stato? E come facciamo a raccontare ciò che non è stato? Frenate la vostra giovane curiosità: cuccioli dell’oggi. Figli di una madre mai ingravidata. Frenate la domanda incauta. Non abbiamo risposte. Abbiamo solo occhi. La voglia di scordare. La condanna a ricordare. Il desiderio di tornare ragazzi. Di riprovarci ancora. E il deserto di Piazza Grande.
Il sax si scalda la gola. In un angolo. Ma quando sale sul palco, a fatica, già il suo silenzio è magia. Prima ancora della prima parola. Della prima nota. Lui si appoggia ad un amplificatore. Tutto pare costargli fatica. E prende il libro per trovare le parole. Quelle per noi. Quelle da scegliere. Quelle per il viaggio. Ed è un uomo vecchio, Claudio. Siamo uomini vecchi. O vecchi uomini? Magari non invecchiati allo stesso modo. Non nello stesso tempo. Non davanti allo stesso specchio. Sicuramente per le stesse canzoni. E Lui parla più che cantare. Canta per non morire. La stessa rabbia; sembra mescolarsi alla rassegnazione. Siamo quegli “Zombie di tutto il mondo uniti”. Ancora portatori di un sogno. Un vecchio sogno in disuso. Siamo nel grido e nella rabbia. Siamo in una pagina di diario. E Lui ci attraversa dolorosamente il cuore. Parlando di sé; e parlando di noi. Ma chi sono quei noi? Nell’afa di un agosto che è rimasto ogni agosto. Attraversati da quel sordo boato. Mentre cadiamo da quel quarto piano. Esistiamo ancora? O respiriamo solo in quei ricordi? Di quel vino? Di quelle notti? Di quelle botti? Di sogni agitati? Di ansie? In un Italia che non c’è. In un’Italia che non è diventata.
Io, vecchio sessantottino. Quarant’anni son troppi. Vorrei non ricordare. E allora perché quei nuovi “Perché”? Ho due anni di più E persino quei due anni sono troppi. Sono un’eternità. Claudio, potrei farti da padre. Strana e crudele è la vita. E noi credevamo. Il sogno era là. La città degli uomini. Il mondo degli uomini. Ma il nemico non è mai un vecchio cretino. Non si ubriaca inneggiando alla luna. E lo stato ha messo in campo il suo apparato militare. Bombe e tritolo. La grande inquisizione. La menzogna contro l’illusione. Bombe e tritolo e noi eravamo solo zingari e felici. Tutti uguali e tutti diversi. La grande illusione. Il mondo là. Quel mondo da divenire. In divenire. A portata di mano. Bastava allungarla, quella mano. Quale illusione. E allora abbiamo gridato, come il cucciolo bastardo lasciato alla porta. Quanto abbiamo gridato. Noi, cavalieri senza armatura. Noi cadaveri in decomposizione. Noi assassinati dalla nostra stessa follia. Noi alle porte dell’illusione. Lì a bussare. A bussare ancora; sempre più forte. Eppure ancora si muore di bombe, si muore di stragi; più o meno di stato. E allora. E allora i bulloni a Lama. E quell’immensa delusione. Per un’altra storia. Dopo quella storia. Per un’altra storia che sarebbe morta nel baule di una macchina. Dopo tanto, troppo; perché? E tu, Claudio, a ricordarmi tutto. A farlo rivivere. A ridarmi quel grido che debbo soffocare. A riempirmi di lacrime gli occhi e il cuore. No! non ho nessuna risposta. Nemmeno per Lei. Oppure ho troppe risposte perché almeno una sia quella giusta. Quella vera. Perché non siano solo confusione.
Io che amo. Io che lotto; ancora. Io che sogno, e lo faccio con sempre più fatica. Io che cammino il mondo, col fiato corto. E dolori alle ginocchia. Io che mi riempio troppo di io per essere ancora noi. E questo nuovo noi. Frutto di una vecchia storia d’amore. Che sembrava persa. Una fragile storia d’amore. Una grande storia d’amore durata una sola breve stagione. E poi ancora Noi. Noi che frughiamo tra la spazzatura del passato. E che ci lasciamo da quel passato ferire. Noi che non vogliamo ancora morire. Noi e i nostri sogni. Noi e le nostre rabbie. Noi, anacronistici testimoni, a cui la memoria fa strani scherzi. Noi lì. Lì nel cortile di un palazzo. Nel cortile di palazzo Orsini. A Monterotondo (Rm). Non in piazza Maggiore. Ma a Monterotondo. Lontani mille chilometri e quarant’anni da Piazza Maggiore. Così, per chi c’era e chi non c’era. Per tutti e per nessuno. E quest’estate non chi incontreremo a Rimini. O perché no? Una pazza idea la portavo in tasca, da tempo. E io a chiedermi come finirà il concerto. Con un brano di rabbia: Piazza, bella piazza. O con un pezzo di speranza: Albana per Togliatti. Ma i poeti seguono solo l’ordine dei loro pensieri, non me ne voglia Claudio. Non me ne voglia Claudio per quel poeta. Niente di tutto questo. Anzi le aspetto e loro si fanno ancora aspettare. Né rabbia né speranza. Nemmeno amore. Finisce tutto davanti a un buon piatto e a un bicchiere di vino. Lui, il cantastorie, il colpevole, l’assassino, sbocconcella il niente. Ma ancora si sente quell’odore di brace. Scrivimi Claudio la storia di oggi e di domani. Di quella, di quella di quegli anni, dei nostri vent’anni o poco più, abbiamo versato tutte le lacrime che avevamo. Sì! forse a vent’anni si è stupidi davvero. Eppure lo gridiamo ancora, anche se con voce sempre più roca, ma ancora più forte: che un mondo, quel mondo, un altro mondo è ancora possibile. Anche dopo Genova. Eccola l’unica risposta: abbiate pazienza e ascoltate. E lasciatevi andare a sognare. Anche se ora pare un incubo.

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Tecnica mista su cartone telato: informale su variazioni di rossoIn un certo senso la storia delle baracche e la storia di Spinola sono una stessa storia. Almeno negli ultimi trentanni e qualcosa di più. Ma il Forte c’era da prima. C’era dalla prima guerra. Quella che poi hanno chiamato grande. Mai servito a niente perché lo stavano finendo quando l’uso dei mortai l’hanno reso inutile. Insomma sto creando confusione a chi legge ed è meglio rimandare ogni spiegazione. Perché qui il tema è un altro. E poi il Forte è venuto dopo. Dopo una serie di altre avventure. Certo prima di una serie di altre ancora. Ma prima? Beh! C’è un inizio che viene prima delle Baracche. Qualcuno potrebbe dire che non c’entra un fico con loro. L’hanno detto. Forse è vero. Non per me.
Non cercate Spinola in nessuna mappa perché Spinola non c’è. Questo forse l’ho già detto. D’altra parte nemmeno io sono una persona reale. Nemmeno i fatti che racconto. Tutto questo appartiene solo ad un mondo che vorrei o ad un mondo che non è stato. In qualche caso per stupidità. Sempre perché divorato dal passato. Non esiste proprio nella misura in cui ognuno quel passato lo scrive come vuole. E nella vita non c’è mai un vero inizio. Ma io credo valga la pena cercare di dare un ordine alle cose. E credo che a volte ci sia anche bisogno di ricordare. Qualsiasi ragione adducessi sarebbe una di molte, o improbabile, o quella che mi viene al momento. Quella sera ero solo, come mi succede spesso, inquieto. Forse un po’ nevrotico. E’ quello che mi ha spinto ad uscire dalla quiete domestica. Margherita mi aveva chiesto dove stavo andando; Margherita è, cioè era allora, mia moglie. Se ricordo non mi ero dato pena di risponderle se non bofonchiando. Non avevo niente in mente.
Era una sera qualunque di un giorno qualunque di un anno qualunque. Ad essere pignoli possono essere passati una quindicina d’anni; mese più, mese meno. Se questo corrisponde al vero ne dovevo avere allora circa quarantasette; anche omettendo la mia età. Ora mi sembrano pochi ma allora erano molti per un’ impresa come quella. Insomma in culo alla notte mi fermo a parlare con alcuni ragazzi del quartiere. I loro vent’anni creavano un abisso tra noi. Diffidavano come si diffida a vent’anni di qualsiasi futuro. Delle regole che vengono imposte. Un po’ di tutto perché, come sostiene qualcuno, è quella un’età grama. Ma quasi tutti avevano negli occhi una opacità persa. La verità è che si nascondevano nella notte. Uno gettò lo spino appena feci cenno di avvicinarmi. Li chiamano ragazzi a disagio. Spesso è solo il disagio di quell’età. Spesso sono comunque i soldati di questa parte della guerra delle generazioni. Hanno la valigia pronta e nessuna destinazione. Non so perché ma mi sembrava che qualcosa non andasse in loro. Che si stessero distruggendo inutilmente. Non che sia solito intromettermi nei cazzi degli altri. Era quell’ inutilmente che mi infastidiva.
A pensarci bene anche questo può aver influito in quella fine, cioè nell’altra fine, quella del mio rapporto con Margherita. Solo che a pensarci oggi mi viene da dire che è stupido faticare tanto per trasformarsi in un ex quando si può, con più facilità, tornare allo stadio di amici. Ma ancora una volta mi perdo in altre storia, nei rivoli. Parlando con loro mi ero distratto. Mi trovai ad avere la loro stessa età, mi ritrovai ventenne. E loro principiarono a vedermi come se quell’età ce l’avessi veramente. Ne rimasi sorpreso e quasi incredulo. Parlavamo la stessa lingua. Avrei dovuto forse morderla, quella lingua. Invece mi uscì d’impeto e senza ragione: “Perché invece di farci del male non consumiamo le nostre ore a costruire qualcosa”? Spesso era Matteo il primo a rispondere: “E cosa”? Al momento mica ci avevo pensato: “Un posto per noi. Una specie di centro sociale. Anzi, non per noi ma per tutti”. Bocca taci. Di cose del genere ne sapevo quasi nulla. E quel nulla solo per averlo letto o per sentito dire. Ma me lo immaginai a modo mio. Non un centro sociale come quelli che ci sono; anche nei dintorni della stessa Spinola. Non amo le riserve. Amo ragionare con la mia di testa e a fare cazzate basto io. “Credi ce lo lasceranno fare”?
Avrei preferito la domanda di riserva. Stavo lasciando andare le parole. Mica ci avevo pensato bene a quello che stavo facendo. Non ci avevo pensato per niente. Non ero sceso con un programma. Non avevo dietro un progettino. Ero solo uscito perché mi sentivo soffocare. O solo per cercarli e dirgli di smetterla. Sarei un antiproibizionista, ma quelle che chiamano pesanti non mi piacciono e mi fanno un po’ di paura. Trovo stupido farsi del male così. Come diceva quella scritta: “La droga uccide lentamente ma io non ho fretta”. Che poi qualche volta invece ha persino fretta a presentarti il conto. Ed è sempre un conto salato. Insomma sono fatto così. Faccio prima di pensarci. Mi presento in un modo e mi scopro un altro. E dire che sarei taciturno. Almeno lo ero. Un ragazzetto chiuso; ma prima. E non ho mai voluto fare il condottiero. Né il leader. Non si annoverano eroi nella mia famiglia. Forse qualche caso sporadico di diserzione. Ho sempre cercato di nascondermi nella folla. Di fare solo il militante di base. Mica per paura. E’ che non so fare la prima donna. Non la voglio fare. Nemmeno la donna. Non avevo altra risposta: “Insomma… non resta che provarci”.
E’ così che sarebbe nato quello che poi avremmo chiamato, non a caso, Marcos.

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musicaQuesto è l’altro pezzo che mi è tornato alla mente, strana-mente, in questi giorni. Lo vorrei dedicare a Lei. E’ un pezzo molto contiguo. Ed è ancora dubbio e malinconia. Un mondo che cambia ed è cambiato con la sensazione che forse preferivo “quando era peggio”. Mi sto trasformando in un “nostalgico”? E’ solo che era più facile. Poi trovi un diario. Pareva di sapere dove stavi e dove stavano gli altri. Domani sembrava più vicino, solo alla fine di una semplice notte. Ma la notte sembra non finire.
Questo pezzo invece lo credevo successivo. Prima di “Zombie di tutto il mondo unitevi”. Strani scherzi fa quella memoria. Invece è stato pubblicato, come LP e 45 per i tipi di Ultima Spiaggia, nel 1976 e contenuto nell’LP “Ma non è una malattia”. Intanto gli anni di piombo. Intanto il movimento. Dal ’68 intendo. La nostra rabbia farsi impotenza. Trasformarsi da progetto in chimera.
Compagno sempre.

Gianfranco Manfredi: AGENDA ’68

C’è finalmente un’ora in cui non ho da fare
ma la bottiglia è vuota e son stanco di pensare
vorrei leggere un libro, un Tex, un Topolino…
ma la mia mano cade su un vecchio taccuino.
È una vecchia agenda dell’anno ‘68
adesso mi rileggo tutto quello che ho fatto
vediamo se ritrovo la prima occupazione
non mi ricordo il giorno e non ricordo come.
Telefonare a Paola… ma chi sarà costei?
Mi sembrano lontani persino i fatti miei
Ah! Questo lo so bene che cosa vuole dire:
SPETTACOLO-ASSEMBLEA… e sempre meno lire.
E quante sigle strane e quanti appuntamenti
promesse andate a rane idee finite in niente
la fonte del potere sta sempre nel fucile
ma tra le ragnatele io non voglio più finire
Agenda un po’ invecchiata dell’anno ‘68
i poster di Guevara son finiti nel salotto
e Mao sulle magliette e la falce e il martello
assieme al crocefisso qualcuno ha messo al collo.
L’agenda di quest’anno sarà meno serena
però d’appuntamenti sarà altrettanto piena
eppure certe volte io me ne vorrei andare
a correre da solo in macchina sul mare.
Viaggiare senza orari e senza taccuini
portarsi in un cartoccio la birra coi panini
non serve più la radio per sentirsi cantare
così non serve strada in macchina sul mare.
Ma è già finita l’ora suona il campanello
già squilla il mio telefono c’è questo poi c’è quello
continuo a inseguire cose che non so fare
mentre potrei partire in macchina sul mare.

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Rossana cara
bustaNonostante le tue preghiere queste parole non mi hanno mai trovato. Forse non sarebbe cambiato molto, forse nulla. C’erano state altre parole. Parole che non dicevano. E parole che non sapevano. E parole non parole mai arrivate. Una sorta di rifiuto del silenzio. Poi a poco a poco nulla o troppo poco per essere qualcosa. Poi queste non del tutto comprensibili. Ma forse semplicemente era il tempo dell’odio, non dell’amore. Cosa potrei mai dire oggi?
In piazza c’era una lepre. O forse mi confondo. E forse era solo un sogno suicida.
Non c’è un posto da cui non si può tornare tranne che per i viaggi nel tempo, quelli non consentono mai ritorno. Così avevo scordato la valigia a Civitavecchia. Avevo cercato di scordare quelle lettere. Le risposte che non ebbi mai. Quel qualcosa che non mi apparteneva più ed era la tua vita. Perdere è parte di essa, anche se poi manca la voglia di sorridere. Ma i miei auguri erano sinceri, e il ricordo era tenerezza. Ma credo che conti poco. Cosa importa sapere oggi ciò che ignorammo allora? A cosa può servire?
Mi preme dirti che ho avuto sempre in animo di tornare, per tornare da te. Se poi non lo feci fu per quello. Fu perché per tornare ci vuole un posto dove tornare. Fu perché non lo chiedesti.
E non è tanto la data a spaventare. Solo la domanda: a che serve? In quei giorni forse ero al mare di Costanza, forse a Râmnicu Vâlcea (Rîmnicu Vîlcea) a fare il contrabbandiere di icone o forse a Istanbul ad acquistare montoni e tappeti; troppo tempo è passato. Poco importa. Persino dirti che mi piangeva il cuore ormai non ha più alcun senso, e lo sai. Persino ammettere che eri parte della mia incoscienza.
Il tuo nome era rimasto sempre un dolce ricordo
Michele

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musicaOggi voglio postare una canzone “strana”. Una canzone che forse pochi ricordano. So che chi deve capirà.

Gianfranco Manfredi: I modelli.

I MODELLI

Per le strade del mio sogno / o per quelle del tuo sguardo / so che il nostro filo regge / so che non lo perdo / la tua immagine è una nota / il tuo volto non si plasma ti conosco e mi sei ignota / amo forse il tuo fantasma.

Non c’è due senza tre, ma non sono solo tre / sono tanti e sono belli, sono dei modelli

Sono sempre un pò stupito / se ti togli la maglietta / e col peso del tuo seno / mi stai addosso tutta / sento un senso di ridicolo e prevedo il nostro dramma / non combineremo molto / sento amore per la mamma.

Non c’è due senza tre…

Se tenendoti la nuca / tocco i tuoi capelli corti / e se tu raggiungi il prato / coi ginocchi sporchi / i tuoi occhi sono grandi / il tuo seno è piccolino / t’amo come una ragazza / o anche come un ragazzino.

Non c’è due senza tre…

Se ti amo come uomo / come donna, o come me / se ti amo come santa / o come scimpanzè / non lo so, ma son convinto / sono sulla strada buona / se ti amo come ama / la persona una persona.

Non c’è due senza tre…

Ama la tua diversità, ama la mia diversità / non conteremo i santi, i martiri tra noi / vivi come ti senti e crepa come puoi / vivi nella diversità, vivi la tua diversità / diversi dal presente, ma non un’utopia / diversi e senza storia, verso una storia “mia”

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