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Posts Tagged ‘Giardini Napoleonici’

Frettolosamente. A parte le zanzare della cultura. Non parlo dell’altra umanità. Parlo proprio degli insetti. Si accanivano con ferocia. Solo ai giardini napoleonici. Avvicinandosi con fare indifferente. Strano: zanzare che hanno l’ambizione di mordere solo in ambiente colto, raffinato; dove a piene mani si spargono i semi dell’arte e dell’intelletto. Dicevo all’inizio: a parte quel diversivo fastidioso, il grande contenitore è come sempre favoloso. Ma Venezia, si sa, è di se una grande opera d’arte da lasciare sempre stupiti e fascinati. Viverci e come vivere nell’arte. Il contenuto invece lascia, come sempre, invero in un immersione di perplessità. Dove va l’arte o le arti visive, o le arti figurative, o l’accidente che si vuole? Questa credo sia la domanda che si dovrebbe porre una vetrina prestigiosa come quella. Quella che, non senza un leggero senso di pomposità, è stata titolata «Esposizione Internazionale d’Arte Fare Mondi».
Insomma ci vado con tutta la mia buona volontà. La compagnia è buona. Non so perché Lei non né ha già parlato. E poi c’è anche Lei. Insomma dovrei essere contento a prescindere, di default, comunque. Invece ho un senso di “ansia da prestazione”. Non so cosa aspettarmi e non tutto quello che mi aspetto mi promette sensazioni gradevoli. Ne ho sentito parlare; è argomento che non si lascia ignorare. La città se ne mostra fiera. O forse viceversa. E poi da veramente un tono, parlarne. Eppure come avanzo ho come la percezione di confusione. E che anche la disposizione dei padiglioni vi contribuisca. Come se quella “confusione” fosse cercata; in qualche modo voluta e/o perseguita. Una confusione d’artista, insomma. O l’arte della confusione. Indubbiamente “l’offerta” è esuberante e questo porta ad un logorio percettivo. Ad una veloce stanchezza. Ed a una altrettanto veloce rimozione del già visitato. Ovvero tendo a confondere le sale e gli artisti visitati e a ridurli velocemente all’oblio.
Non che non vi trovi stimoli, ma sono quasi tutti presto accompagnati da perplessità e domande. In alcune sezioni non so comprendere, faccio venia della mia ignoranza, quale sia l’offerta dell’autore. Non è per una questione di mercato, ma per una di sopravvivenza. Un artista, per campare da artista, dovrebbe “guadagnare” dalla sua arte, mi intestardisco a ripetermi. Parlare di mercato fa volgare. Parlare di mangiare forse. Credo di sapere quale può essere lo spazio che si può ricavare un quadro. Mi sfugge come si possa offrire, ad esempio, ma solo come esempio, quei suoni e quei rumori. Fatico a farmi capire. Vado oltre. Mi distraggo da questa perplessità. Infondo l’arte è solo arte. Può, e deve, parlare con se stessa, e di se stessa. E nemmeno mi credo troppo conservatore in fatto d’arti. Per chiarezza, e a prescindere, il mio atteggiamento a riguardo e tutt’altro che di disdegno per le avanguardie del 900. Credevo di essere aperto, invece probabilmente non lo sono. Mi sorge il sospetto che l’«arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica» possa contenere elementi truffaldini. E che a quel punto l’arte possa essere, al massimo, artigianato. E’ questa una osservazione però su cui mi va di sorvolare. Ché abbisognerebbe di troppo spazio per essere qui trattata.
L’arte, nel senso di pittura (ma ormai pochi pittori dipingono), si è interrogata allungo sugli spazi all’interno dell’opera. I contemporanei si interrogano sugli spazi in cui interviene l’opera. Sempre spazio è, ma non riesco a cogliere spesso interesse per l’intervento dell’opera. Né sul significante né sul significato. Colgo delle citazioni. Colgo però anche delle riproposizioni, e numerose. Se n’è parlato in molte sedi ma con circospezione. A nessuno è dato interesse di mostrare la propria ignoranza. Io mi posso permettere di non avere di quei pudori. Sono solo uno che guarda. Uno che vede. L’uso dello spazio mi sembra un quesito affascinante. Non altrettanto la puntigliosa riproposizione dello stesso quesito e del suo modo di risolverlo. Infondo un paio di saloni dell’Ikea (scusate l’involontaria pubblicità) restano, per me, spazi che l’Ikea avrebbe potuto utilizzare al meglio. A parte il fatto, stupido da parte mio, di chiedersi come nessuno di essi rappresenti la Svezia. Ci sono, è vero, le sedie di Hugo Alvar Henrik Aalto, sempre primo nelle enciclopedie, ma sono al bar.
C’è gente che mostra vero e profondo interesse. Molti fotografano nonostante i numerosi cartelli. Qualcuno prende persino appunti. Cerco di interpretare, a bocca aperta, un perfetto trasporto davanti ad un vero estintore; ovvero davanti ad una coppia che interpreta se stessa nella quotidianità approfittando di un divano davanti ad una televisione che trasmette cartoni. Sono talmente realistici da sembrare vivi. Credo, sempre come esempio, di cogliere in alcune opere una riflessione sull’Art Nouveau (Liberty), cioè sulla cosiddetta secessione viennese, proprio quella di Klimt e Schiele, ma stanno dentro il padiglione Egiziano. L’impressione non è solo mia eppure non abbiamo frequentato gli stessi studi. Io manco ho studiato. E’ vero però che abbiamo molte affinità e sensibilità in comune. E dire che è un padiglione che ho apprezzato, soprattutto per quelle sculture che a me ricordano quella storia di quel paese. Poi non trovo grecità nella proposta greca. La pittura in paesi di grande tradizione come la Francia o Belgio pare bandita. E c’è dell’altro: alcuni “autori”, infatti, seppur distanti fra loro per storia e provenienza, propongono esattamente lo stesso prodotto. Sospetto che il pericolo sia quello del «pensiero nell’epoca della sua riproducibilità tecnica». Di un pensiero unico, omologato; si potrebbe dire stereotipato. Solo che questa non è la proposta di un artista ma una riflessione che può nascere solo dal pubblico. Non so cosa ne pensate voi ma io voglio tornarci.

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