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Posts Tagged ‘Gino Paoli’

tazzina di caffèCi siamo salutati dandoci appuntamento per la domenica. Ci ritroviamo casualmente una mattina al bar, vent’anni dopo. Naturalmente tutto è difficile, non lo vedo bene e non è solo per una questione di vista. Lo invito a prendere un caffè, il suo bicchierino è già vuoto, mi spiega che non può prendere il caffè per non ricordo più bene quale malattia che lo affligge. Mi scuso. Gli chiedo come va per pura cortesia, e con fatica mi dice laconicamente: “Va”. C’è un naturale attimo di silenzio. Prendo un cappuccino con brioche. Per la brioche si unisce a me, poi si ordina un amaro. Dimentico di aggiungere lo zucchero. Mi scappa una smorfia anche se cerco di dare a vedere che non fa nulla. Penso alla madre ma era già vecchia allora. Non ricordo se è un figlio o una figlia, perciò evito. Allora gli chiedo della moglie. Abbassa gli occhi. Deglutisce a fatica. Mostra disagio. Si fruga nelle tasche; forze cerca una sigaretta. Così vengo a sapere che lo ha lasciato per un altro poco dopo di allora, non so bene quale allora e non lo chiedo. Aggiunge che ! ha provato a rifarsi una vita, ma non è facile. Era una storia che era già iniziata prima, ma anche lei aveva due figli e piccoli. E poi –dice- sai come vanno le cose? ho perso il lavoro. Non potevo più stare in quella casa. Continua nell’esternare la sua vita di disavventure, ma, seppure me ne vergogno, avevo già smesso di ascoltarlo. Ho guardato l’ora, non potevo tardare all’appuntamento; e lui se n’è accorto. Pareva dispiaciuto. Ha cercato di trovare altre cose. Mi ha chiesto di amici comuni i cui nomi non mi dicono più nulla. Ha chiesto di me mostrando palesemente e senza imbarazzo di non essere interessato ad una vera risposta. Aveva bisogno di parole ma soprattutto di essere ascoltato. Gli faccio intendere che debbo proprio andare; poi sono costretto a dirlo. “Peccato”. Fa il verso poco convinto di prendere il portafoglio, lo arresto con un deciso “Faccio io.” a cui non riesce a opporre la minima resistenza. Ci salutiamo con un “Vediamoci, magari ti telefono.” ma sappiamo entrambi che non ci rivedremo più.

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Da Fiorenzo Fiorito senza la sua autorizzazione, e senza punteggiatura
Il sonno del mio respiro
si confonde con le voci della strada
certi incontri appiccicano
come resina d’albero giovane
raccontano di occhi e capelli
fra pensieri che migrano
da una vita a un altro ascoltatore
in questo parlare a volte discreto
a volte no
in questa fatica senza tempo
le perle di sudore
gelano al vento di promesse fuori tempo
fra il mio cuore e la strada
il futuro
teso
come corda d’arco
non mi lascia dormire
per l’impazienza di nuove conquiste
Ecco cosa succede quando dentro un amico brillante, gigione, simpatico, scopri poesia, e di cui ha taciuto; persino il titolo diventa arbitrario. Chiamo a testimonianza il bravo e generoso amico Stefano, proprio affinché troppo buono: l’attore dovrebbe essere un abito, e limitarsi a vestire la parole altrui. Magari declamare un grande poeta arabo e che so io? Ci vorrebbe un’immagine a suggellare il gusto e l’incontro, ma non l’ho. Ne scelgo una e non è nemmeno mia che dice quanto dobbiamo ancora imparare ad ascoltare. Ci vorrebbero parole altrettanto precise e lievi. E alla fine ripetere un abbraccio. Proprio per quella fatica senza tempo, per le ore che sono sempre troppo brevi, per inseguirlo ancora e ancora. So che ci aspetta ancora un piatto caldo e un buon bicchiere di vino.
e vi regalo una canzone:

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tazzina di caffèSenza una precisa ragione si trovò a pensare a quel ragazzo di ieri. O forse per quella lettura. O forse era solo per la crudele interferenza nella sua vita di quella miope burocrazia ricattatoria? Quella lettera gli recava confusione, come un turbinio in testa. Ci sono cosa da cui non ci si può difendere. Una era il nulla di quella spietata stupidità. Incomprensibile. Strano. Non c’era una ragione precisa. Forse semplicemente perché fuori si faceva sera. Pensò al Castello. Troppo peso nella sua coscienza. Nella sua misera cultura. Quel ricordo. Un Castello di carte. Cosa era rimasto? Di quel ragazzo, si intende. Cosa era cambiato. Lo trovava puerile. Puerile e anche un poco stupido. E lui lo conosceva bene quel ragazzo; per averne vestito i panni. E forse perché li vestiva ancora. Piccoli entusiasmi istantaneamente sbiaditi. Sogni, sempre di piccole dimensioni, e dosi. Ideali. Forse come tanti ragazzi. A vent’anni si è costretti ad avere vent’anni. E anche oltre. E lui era così; sì! lo sapeva bene. Era stato solo un ragazzo. Qualunque. Stupido e forse anche un poco vigliacco. Un ragazzo dal quale, per uno strano destino, per una assurda alchimia, perché veniva in un quartiere che era il centro del mondo e alla stesso tempo la sua stessa periferia? Un ragazzo dal quale tutti si aspettavano qualcosa. Ma cosa? Persino i suoi ricordi soffrivano di una leggera forma di balbuzie. Un ragazzo un po’ taciturno. Con la testa vuota e confusa. Un ragazzo che pensava a un futuro. Da cui tutti, come detto, parevano aspettarsi qualcosa. Un ragazzo che con pervicace testardaggine riusciva a deludere tutti; pienamente. A deludere ogni aspettativa. In una sorta di inseguimento all’annullamento. Un ragazzo che non era mai riuscito ad amare nemmeno se stesso. Con la paura di amare. E il suo doppio. E il suo contrario. E ora una tazza dove il caffè si era freddato.
Pronunciava con un certo pudore, e un po’ di vergona, quel pronome: io. Troppo rumoroso. Roboante. Fin troppo frequentato di questi tempi. Avrebbe semplicemente voluto non essere. Si accoccolò sulla poltrona e riprese a leggere; Ritorno a Haifa. Forse non era rilevante. L’Italia non stava cambiando. Semplicemente si aggravava quella sua malattia. E si sentiva come parte di quella metastasi. Dopo non si può far tesoro di quello che non si è fatto. Non si può menar vanto dei propri insuccessi. Degli appuntamenti mancati. Dei fallimenti. Di quell’estraniarsi. Cosa importa quello che si sarebbe potuto essere? Quando la vita è scappata… come sabbia tra le dita. E gli era scappata. Dissolta. Aveva solo fragili ricordi. Una catasta di non fatto. E non era certo nemmeno di quelli. Che fossero. Alla fine che cosa aveva realizzato? Si era limitato a registrare le nascite e le morti degli altri. Semplicemente un contabile scrivano all’anagrafe. E a pensarci bene tra quelle due date non c’era nessun segno di vita. Nei suoi libri. Nel programma informatico dell’ufficio. Solo nato e una data. Morto e una data. Forse questo e solo questo era il sintomo del suo fallimento. A ripetere nomi di sconosciuti e a elencarli. E quando trovava qualche nome che aveva incontrato non riusciva nemmeno più a sentire una qualche partecipazione. Sì! Luisa aveva avuto un bambino. E allora? Era importante quando il fatto che lui stava festeggiando da solo il suo cinquantesimo compleanno. O forse era il cinquantunesimo. Di un fallimento non con gli altri ma con sé. Di una vita sperperata tra un campari e il tifo per una squadra che inseguiva testardamente –anch’essa– l’insuccesso. Rimandando gli appuntamenti. Solo che ora sentiva che era ormai troppo tardi. Tardi persino per i rimpianti. Mica si può tornare indietro. La vita continuava a restare fuori. Dietro le tende che sarebbero state da lavare.
Si risvegliò con ancora il libro sulle ginocchia, in un equilibrio precario, e gli occhiali sulla punta del naso. Si risvegliò e nulla era cambiato. Solo alcune parole pendevano ancora sospese al soffitto con fili invisibili. Tra quelle c’era il suo nome. Si risvegliò uguale a quando s’era assopito. E con il ricordo di un sogno: quel telefonino nuovo era uno strano attrezzo nella sua mano. Un mezzo che non riusciva a usare. E lui aveva bisogno di comunicare. Si risvegliò con il sintomo di un grido in gola taciuto eppure impellente, con quel senso di angoscia nel petto. Guardandosi intorno come un estraneo, a tutto. Cercando di capire. Di raccapezzarsi. Dove non c’era più nulla da capire. Nell’impossibilità di sentire una voce. I piatti nel lavello. Un silenzio che faceva male. Una leggera tachicardia. La bocca secca. Il naso chiuso. La sua voce afona risuonava per le stanze vuote con un pronunciato eco. Pareva che tutto il mondo lo avesse lasciato. Come lo aveva lasciato lei. Nello stesso identico modo. Semplicemente girandogli le spalle, delusa. Prendendo la porta. E non aveva nessun diritto di protestare. Semplicemente si era negato qualsiasi diritto. Guardò l’ora e accese la televisione: era in ritardo anche per quell’appuntamento. Si ricordò di non avere appetito.

Pastty Pravo in una diversa versione con diverso testo (forse migliore) della stessa canzone:

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Mamma, povera mamma era rimasta sola, sola con me. Il babbo se n’era andato. Lei non ne vuole parlare. Non le piace farlo. Eppure tutto andava bene. Almeno fino a quando non è sparito, all’improvviso. Continuò a non sapere né dove né perché. E lei si sta smagrendo, povera mamma. Forse sono io a non essere fatto come tutti gli altri. E io non sono uno che crede alle chiacchiere. Ma ci sono cose che ti segnano dentro; per sempre. O almeno a me succede così. E così è successo. E’ da allora che non prendo più caffè. Al massimo un orzo. E che il pensiero mi torna. Mi tormenta. E mi mette in imbarazzo.
Noi si abitava ancora in quella casa al 23. Di soldi non ce n’erano molti. Cominciavamo a dover fare qualche piccolo sacrificio. Soprattutto mamma. Io a scuola cercavo di andare meglio che potevo. Insomma quelle cose di una famiglia normale. Che in questo caso non hanno nemmeno tanta importanza. Perché volevo parlare di quella mattina. Di quella precisa mattina. Di quel maledetto giorno. La signora Luciana era appena uscita. Per fare le spese. Non mi ricordò perché non fossi a scuola; maledetta quella volta. L’avevo sentita io uscire. Avevo sentito chiudersi la porta. Non ricordo nemmeno perché ci avessi fatto caso. Forse perché cominciavo a provare certe curiosità. E la signora Luciana era così diversa da mia madre che era, poveretta, così magra. E perciò il signor Ludovico doveva essere solo in casa. Forse era un sabato.
La signora Luciana e il marito stavano sullo stesso nostro pianerottolo. Se non lo spiego è difficile capire. Ecco perché sapevo tutte quelle cose. E il perché di quei rumori. E della mia attenzione per i rumori. Quei condomini, come tutti quelli di oggi, erano come alveari. E con i muri sottili come un foglio di quaderno. Si sente tutto e a volte anche troppo. Certamente in quel momento avevo lo stereo spento; altrimenti non si spiega. Dicevo che avevo sentito la signora Luciana uscire e subito dopo ho sentito uscire la mamma. Anche lei doveva aver sentito quello che avevo sentito io. Non erano passati che pochi minuti. Pensai che volesse raggiungere la signora Luciana. Che le volesse chiedere di prenderle qualcosa al mercato. Pensai a cose così. Sì! se mamma era a casa doveva essere sabato. Comunque non era di turno. E aveva suonato al campanello dei vicini. I campanelli sembrano tutti uguali. E poi quello lo sentivo bene perché la porta era proprio di fronte alla nostra: “Perché non viene a prendere un caffè”?
Lei è sempre stata gentile. E lui doveva avere accettato. E io forse ero ancora un ragazzino. Troppo ragazzino. In quell’età in cui alle cose ci devi sbattere il muso. Ricordo ancora perfettamente le sue parole. Il suo invito. Così cortese. Garbato. A bassa voce per non disturbare. Forse pensando stessi studiando. Forse perché mamma chiacchierava spesso e a lungo con la signora Luciana, ma non l’avevo mai vista parlare con lui più di qualche parola. Invece ho smesso il gioco per seguire i rumori dei passi. Ma i rumori di quei passi non portavano in cucina. Io la cucina ce l’avevo di là dal muro. Avevano percorso tutto il corridoio. Infatti la cucina era vuota. Come prevedevo. Andai fino in salotto e non ci trovai nessuno. E non avevo sentito borbottare la moka. Buttai un occhio anche in bagno anche se era una cosa stupida. Stavo per tornare nella mia cameretta. Avrei fatto meglio. Qualcosa non mi convinceva. In quella calma.
Non che sia solitamente un impiccione. Non so cosa avessi quella mattina. Non trovavo pace nel non trovare quelle risposte. Pensai che doveva essere uscita così com’era. Vestita da casa. In disordine. Vorrei saper prendermi più cura di mamma. Poi tornai a seguire silenzioso i rumori. Erano diversi e anche con una specie di risatina. La porta era chiusa. Per un attimo non riuscii a capire perché il caffè lo dovessero prendere in camera da letto. Allora avrei voluto gridarlo: “Mamma, perché”? e forse ho sbagliato a non farlo. Il fatto è anche che la curiosità mi ha spinto a sbirciare. Quel tarlo m’è rimasto in testa. Non prendo più caffè, solo qualche orzo. Bere caffè mi sembra volgare. E poi mi da ansia.

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Foto ravvivinata di un bacioEra ormai rassegnata che non accadesse. Per tutta la sera non era successo niente. Non che ne fosse rimasta delusa. Forse solo un po’. Si era convinta di non mettersi ansia. Un poco ci aveva sperato. Poi finalmente alla fine: le aveva preso la mano e l’aveva baciata. Poi la fatica di salutarsi davanti al portone. Non era il primo eppure era stato diverso. Non che… invece sì! Le era piaciuto di più. Certo anche gli altri erano stati belli. Ognuno a modo suo. Baciare è bello. Solo era diverso. Era come se… non cercasse sensazioni; ascoltasse quello che le diceva il bacio. Era con lui che era stato diverso. Aveva stretto forte gli occhi e vinto la tentazione di guardarlo. Di accertarsi che anche i suoi fossero chiusi. E poi si era trovata avvolta in un silenzio che la cullava. Non avrebbe mai creduto che fosse così. Che fosse quello. Non si chiedeva perché. Era e questo le bastava. Prima di lasciarlo restò lunghi attimi senza sapere. S’era fatto tardi. Perché non ci aveva pensato prima? Quanto sono stupide le cose. Pensò che gli innamorati hanno mille piccoli segreti che vorrebbero gridare al mondo. Aveva già voglia di parlargli. Di dirglielo. Aveva quella strana euforia dentro che non la faceva stare ferma. Eugenia non sapeva se per tutti era così ma per lei lo era. Era stato goffo. Quando aveva avvicinato le sue labbra. L’aveva quasi implorata. Aveva sbagliato il momento. Il tempo. A lei non era importato. Era stato meravigliosamente goffo. Pensò che gli innamorati scrivono bollette spropositate del telefono. Si ricordò di non avergli chiesto niente, nemmeno quello.

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Foto di una scollatura generosaSe parliamo di donne allora parliamo di Donne. Cioè di tette e culi. Senza andar tanto per il sottile. Irene chiese se volevo limone o latte. Non l’ho mai preso con il latte. Si chinò per servirmi. Qualsiasi donna dovrebbe fare attenzione prima di sbatterti le tette sotto gli occhi o di strusciartele sulla spalla. Forse c’era un significato recondito nelle sue parole che non riuscivo a cogliere. E forse ad un altro poteva anche darla a bere, ma una donna è sempre consapevole di sé; concede per quello che vuole. Il suo gesto era eloquente. Non sono io; è la realtà ad essere irritante e non è poi che il tè mi faccia impazzire. Affondai la mano ed erano di carni molli. Lei finse sorpresa ma non si inquietò se un po’ si versava sul tavolinetto di palissandro. Rise di quel riso che solo le donne, in certe occasioni, conoscono. Cercò di abbassare gli occhi e di guardare alla finestra. Cercò di dire molti suoni di no. Ne trovai le labbra e fu sullo stesso divano. La luce del giorno non è momento adatto ai miracoli. Quella luce infieriva sulle sue rughe e sul suo passato. Priva della minima menzogna; nemmeno di indulgenza. Non c’era sentimento. Non c’era trasporto. Non c’era nemmeno vera passione. C’era solo carne e sesso; muscoli e sangue. Davanti c’era solo lei in tutta la sua vanità disarmante e disarmata. Quella sua decenza, la sua ipocrisia, la sua insolenza e il suo garbo spogliati. Anche se continuava ad inanellare quei no e lo nominò più volte e voleva fingere di dover essere convinta, alle cinque del pomeriggio, in agosto, non poteva essere che sudata e puttana.

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Ti chiedo scusa, scusa con tutto il cuore, per questo omaggio frettoloso. Questi sono giorni pieni di cose, cose vissute intensamente, insieme, e pieni di Te. Ma tutto questo lo sai. Mi senti canticchiare canzoni che tornano da quel passato. Sono lo stesso. In tutto questo tempo non sono mai stato da solo. Sei il mio amore da sempre e per sempre. Solo che a volte ci rubiamo anche il tempo degli altri, per le altre cose. E mi riduco all’ultimo minuto. Ma tutto è bello quando mi sei vicina. E questi non sono che piccoli omaggi. Non riescono a dire quello che provo, né quello che mi dai. So solo che TI AMO. E allora come ogni domenica cerco di dirtelo. Così oggi. Così sempre. E questa è solo una canzone, per TE e per tutti quelli che sanno ancora amare. E anche per chi, come noi, ha ancora voglia di sognare.

Quando ti ho vista arrivare
bella così come sei
non mi sembrava possibile che
tra tanta gente che tu ti accorgessi di me.
È stato come volare
qui dentro camera mia
come nel sonno più dentro di te
io ti conosco da sempre e ti amo da mai.
Fai finta di non lasciarmi mai anche se dovrà finire prima o poi
questa lunga storia d’amore
ora è già tardi ma è presto se tu te ne vai.
Fai finta che solo per noi due passerà il tempo ma non passerà
questa lunga storia d’amore

Ora è già tardi ma è presto se tu te ne vai
È troppo tardi ma è presto se tu te ne vai.

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