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Posts Tagged ‘Gino Paoli’

quadro di E.Lienz: Donne al lavoro
icona con mimosaUn post che ha per titolo la stessa data di pubblicazione. Perché le date sono, e sembrano diventare sempre più, importanti. Perché abbiamo bisogno di memoria. Ma in fondo niente di più inutile. Sono le donne a dare ragione di una scelta. Quando decidono di farlo lo fanno come in occasione della grande manifestazione “Se non ora quando?” Allora interrompono una sorta di silenzio a cui sono state soggette e sempre lo fanno in modo multiplo e rumoroso. Le loro voci diventano fragore. Allora eccola la Storia se ci fosse bisogno della storia, anche se solo attraverso due frammenti tratti da Wikipedia:
«San Pietroburgo, l’8 marzo 1917 le donne della capitale guidarono una grande manifestazione che rivendicava la fine della guerra: la fiacca reazione dei cosacchi inviati a reprimere la protesta, incoraggiò successive manifestazioni di protesta che portarono al crollo dello zarismo, ormai completamente screditato e privo anche dell’appoggio delle forze armate, così che l’8 marzo 1917 è rimasto nella storia a indicare l’inizio della «Rivoluzione russa di febbraio». Per questo motivo, e in modo da fissare un giorno comune a tutti i Paesi, il 14 giugno 1921 la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, tenuta a Mosca una settimana prima dell’apertura del III congresso dell’Internazionale comunista, fissò all’8 marzo la «Giornata internazionale dell’operaia».

Così, nel dopoguerra, cominciarono a circolare fantasiose versioni, secondo le quali l’8 marzo avrebbe ricordato la morte di centinaia di operaie nel rogo di una fabbrica di camicie Cotton o Cottons avvenuto nel 1908 a New York, facendo probabilmente confusione con una tragedia realmente verificatasi in quella città il 25 marzo 1911, l’incendio della fabbrica Triangle, nella quale morirono 146 lavoratori, in gran parte giovani donne immigrate dall’Europa. Altre versioni citavano la violenta repressione poliziesca di una presunta manifestazione sindacale di operaie tessili tenutasi a New York nel 1857, mentre altre ancora riferivano di scioperi o incidenti verificatesi a Chicago, a Boston o a New York.

Nonostante le ricerche effettuate da diverse femministe tra la fine degli anni ’70 e gli ’80 abbiano dimostrato l’erroneità di queste ricostruzioni, le stesse sono ancora diffuse sia tra i mass media che nella propaganda delle organizzazioni sindacali.»
Ma c’è qualcosa che mi manca. Io penso che chi non ama la donna non ama la vita e non ama il mondo. E non ci dovrebbe essere bisogno di una festa tutta loro. Bellissimo sarà il giorno che non ci sarà bisogno di una festa solo loro. Io voglio vivere il mio giorno, la parte che posso e che certamente sarà la più bella del giorno, vicino a Lei. Molto vicino nel senso più pieno del termine. La mia vita sarebbe un’altra vita senza averla vicina, e una ben misera vita. Non credo basti limitarsi a… lavare i piatti. Vorrei saper vestire di parole ciò che sento. Lei lo sa. Perché Lei è sempre stata vicino a me, e mi ha sempre fatto sentire quella presenza. Allora voglio dedicare almeno ancora una volta questa canzone a Lei: alla mia Compagna.

Certo che vorrei
e fin troppe cose vorrei
e dirti tutte le parole
e sussurrarti tutti i loro colori
e quegli odori, e quei sapori
tutto vorrei e tutto con te
e poi scartarti
proprio come si scarta il dono
col fiato ch’è sospeso d’attesa
trattenendo il silenzio della meraviglia
e cercare nel respiro il tuo respiro
e i tuoi occhi dentro i tuoi occhi
fino nel fondo più fondo
fino a ritrovarti la stessa
giovane e pronta ancora alla favola
ed eccolo il gioco
il nostro gioco
a guardare distante
il mare, il sole, l’orizzonte
a sperare ancora e a sperare per sempre
per non lasciare mai la tua mano
e poi sfioranti come fossi fragile
per sentir vibrare la tua pelle
e tornare ragazzi e
sfiorarti i capelli
anche solo i tuoi capelli
e ascoltare quel fremito sulla mia pelle
sulla tua pelle
e di baci soffocarti.
Cosa può dirti di più
del silenzio dei miei occhi meravigliosamente rapiti?

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Sono un inguaribile romantico.
Gino Paoli: Ricordati [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/GinoPaoli-Ricordati.mp3”%5D
Questa è buona da quella sera a sempre.

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acrilico e tecnica mista su cartone telatoIo… Lei basta sdolcinature, basta rimpianti. Abbracciati avevamo bisogno di una nuova canzone. Non è mai stata la musica a mancare nella nostra vita. E allora… mi ripeto:
Gino Paoli: Averti addosso [Audio http://se.mario2.googlepages.com/Avertiaddosso.mp3%5D

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notte
Un post sulla notte. Ci sono notti e notti. Ci sono le notti del Liga. Ci sono le notti di Adamo. Ci sono una infinità di notti. Una per ogni bisogno. Certo c’è quello strano timore per il buio. A volte la paura. Che ti segue da quanto ancora non avevi la ragione. Da quando eri piccino. Accendevi la luce. Nascondevi gli occhi sotto le coperte. Trattenevi il respiro. Il buio è quello che non conosci. Che non puoi nè vedere nè controllare. Ma c’è qualcosa di più. E’ come se dietro l’ombra si nascondesse l’avventura. Sei attento. Tutti i sensi all’erta. E c’è quella cosa che credevi legata all’età. Solo all’età. Come una specie di impazienza. Di resistenza. E allora ti senti vivo. Più vivo che mai. Io ne ho vissuto tante di notti. A volte sono tentato di pensare troppe. Ne sono pieni i ricordi. Nessuno di quelli ricorda vivido il volto di Lei. Proprio Lei.
Lei non aveva quella libertà. Ma questo è argomento diverso. Quando sei giovane ti sembra di non capirli i grandi. Poi scopri che non c’era niente da capire. Che non si possono capire. Non avremmo voluto diventarlo mai, grandi. A raccontarlo oggi sembra incredibile quel nostro essere giovani. Lei non aveva quelle libertà che oggi si concedono anche ad un bambino. Io avrei potuto studiare ma era chiaro: a cosa serviva lo studio al figlio di un operaio. Operaio ero destinato a diventare. E nient’altro. Almeno questo non è andato così. Figuriamoci per una ragazza. Tanto la donna è destinata a sposarsi. Deve aiutare in casa. Ed è sempre un’altra donna a condannarti. Una mamma. Probabilmente solo per eseguire gli ordini di un padre-padrone. Ma quello non parlava, ordinava. E parlava anche troppo con le mani. Ed erano mani ruvide e pesanti, per lei. E c’era anche la cinghia, quasi non bastasse. E doveva essere a casa prima ancora che la notte avesse inizio.
Probabilmente, si dovrebbe chiederglielo, ci invidiava. Quando la sua giornata finiva per noi ragazzi era solo l’inizio. Sembrava che solo dopo cominciasse il divertimento. Non parliamo delle chiacchiere lasciate per le calli. Di quell’affannoso andare ad inseguire qualcosa che non si raggiungeva mai. Delle enormi bevute premessa di un’altra euforia indotta. A dirla tutta poteva finire male, cioè peggio. Ci vuole sempre un po’ di fortuna per essere ragazzi. Per poterla poi raccontare. Ed era vero che non c’era città migliore per vivere la notte della nostra città, Venezia. Con lei ricordo solo una notte dell’ultimo dell’anno. Finiva il sessantasette e poi aveva cominciato quello che avremmo scoperto diventare il sessantotto. Ma quella non vale. Poi c’erano le notti del sabato in cui doveva, ripeto doveva, andare a consegnare le schedine del totocalcio. Ne ricordo vagamente una. C’era Giovanni. Quello c’era sempre. Di quel periodo non ricordo una notte non finita ad aspettare il mattino con lui e la sua voce. C’eravamo io, Giovanni e Rossana, in quel sabato. Magari sono stati più di uno. Me ne resta solo un piccolissimo ricordo vago. Quasi solo una percezione, una sensazione. Una piazza San Marco con lei. Un’immagine che è rimasta solo proprio perché insolita. Sempre per quei strani giochi della memoria.
Che lei invidiasse un po’ la nostra libertà mi appare normale. Non ne fece mai cenno. Io ho sempre avuto molta libertà. Quando non mi è stata data me la sono presa. Anche troppa. Qualcuno non può più raccontarla per altrettanta libertà. Mi ha salvato una corsa improvvisa in ospedale. Pensavo che il mondo era lì, che aspettava di essere conquistato da me. E da quelli come me. Che dopo un’avventura me ne aspettava un’altra e un’altra ancora. Sì! sentivamo che stavamo cambiando il mondo. Certamente cambiavamo noi. O ci provavamo.
Ma poi lei è rimasta solo un ricordo. Come quello di quegli anni. Della mia giovinezza. Mi ha lasciato solo una canzone; sempre quella. Ma parlavamo della notte. Non so per gli altri ma per me è rimasto quasi tutto uguale. Col tempo quell’ansia se n’è a tratti andata. Oggi ho ritrovato Lei. Lei e una vita di ricordi. Venezia. Oggi che possiamo. E oggi ne abbiamo attraversato di notti. Assieme. Alcune anche prive di qualsiasi angoscia. Altre talmente piene di noi da lasciarci sorpresi, esterrefatti, senza fiato, distratti. Oggi che la sento lì vicina, dormirmi a fianco, mi scopro a sorriderle anche nel sonno. E quel sonno è certamente meno agitato. A tratti sento (o temo?) di esserne guarito. Poi all’improvviso quell’impossibilità di stare fermo, di dormire e abbandonarsi, di rinunciare mi riprende. Quella smania. Ma sono solo certe notti. Mi ritrova a girare la casa senza pace. A lottare con quella smania di vivere. E a rivivere ricordi e avventure. Non posso farci niente. Non posso ribellarmi. Parlo ai miei fantasmi. Abbraccio gli amici perduti. Cerco la strada. Perché la notte è la mia stanza ideale in cui vivere. E… c’è solo la strada su cui puoi contare. E c’è una band a suonare il nostro concerto. E un bicchiere di vino sempre pronto e sempre pieno.

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Anello18 maggio 1951. Allora non potevo sapere. Non potevo sapere che oggi ti avrei dedicato, ancora una volta, la stessa vecchia nuova canzone. Oggi lo so.

Gino Paoli: Averti addosso

PS

da una pagina di diario (ricordi di un compleanno):

Mastico lacrime e saliva, vorrei urlare ma non essere sentita.

Non sarà una notte facile questa.

… Patty Pravo cantava, L…… sorrideva con D……, e io e lui a perderci e ritrovarci, INinterrottamente, ed io e la mia maledetta paura di arrivare a casa, e a pigliarci disperatamente sempre più, senza la speranza di un domani, e sapere che viene anche l’ultimo minuto e sapere che arriva anche l’ultimo giorno, un ultimo bacio che non si vuole ricordare e un Ciao maledetto che mi lega a lui più di un “ti amo” mai detto.

Un “ti amo” detto da lui può produrre uno scatto di incredibilità da parte mia. Quando ricomincerà il mio futuro? sto aspettando il dono di un sorriso, ho voglia di vivere, ho voglia di piangere, di amare, di dare felicità, di essere felice.

18 maggio 1968

PPS

Oggi so. Oggi sai. Oggi non è più tempo per il pudore: TI AMO.

Ti siano leggeri i giorni come le carezze.

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Ah! Prévert. Prévert.
Dei ragazzi che si amano tutti si curano
e nessuno lo fa, ma
i ragazzi che si amano non temono nulla
guardano il sole diritto negli occhi
e di sole se li riempiono, quegli occhi
e i ragazzi che si amano
non hanno bisogno di poesia
(certo non di questa povera poesia)
perché hanno la poesia nel cuore e
poesia è ogni loro gesto.
Corrono le strade del giorno
perché ogni strada è loro
e non hanno tempo per gli altri
né per l’invidia né per i commenti.
I ragazzi che si amano
cercano il loro portone e
temono solo la notte
perché non ha abbastanza ore per loro,
perché dura troppo poco,
perché non ha abbastanza pazienza.
Ma chi ama
resta sempre ragazzo.

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Lettera a Lei: a tutte le Lei e a nessuna (per un solo momento di impazienza o di impazzimento).
Come in una canzone:
A Lei che ha mille storie negli occhi e a Lei che ha occhi che non parlano; grandi ed enormi occhi o piccoli occhi da volpe o fessure. A lei che ha spogliato per me tutto il suo corpo e a Lei che solo involontariamente mi ha concesso la vista del suo seno. A Lei che ho tenuto tra le braccia e a Lei che non ho mai sentito mia e a Lei che il rossore ha sempre imporporato il viso.
A Lei che tutta una vita non gli è bastata e a Lei che un solo momento gli è stato anche troppo e a Lei con non ha saputo mai andare oltre al primo perché. A Lei che mi ha mandato una cartolina e a Lei che ha scordato il mio indirizzo e a Lei che mi ha cercato ieri sera e per una sola sera. A Lei che ha vissuto troppo, a Lei che ha vissuto troppo poco e a Lei con cui ho vissuto una vita intera e ancora non sarebbe bastata.
A lei dal seno stretto e a Lei dal sorriso largo e a Lei che non si da pena di coprire le sue lunge gambe, fossi solo io il sogno nel tuo sogno. A Lei a cui ho lasciato un fiore, a Lei a cui ho donato una parola, ho allungato una mano, semplicemente, e a Lei a cui ho lasciato tutto di me tranne ogni mia tristezza. A Lei che è tanto vicina che potrei allungare una mano, correndo in rischio che si infranga in mille briciole di cristallo, e Lei che è andata troppo lontano e senza nemmeno una valigia e a Lei che era solo distratta o troppo attenta a sé. A Lei che era carina solo per me e a Lei che lo era per tutti e poi nessuno tornava e a Lei che era amata per quello che era e a Lei che lo era per quello che pensava e anche a Lei che era sfacciata solo perché era nata senza un vestito addosso.
A Lei con cui ho girato il mondo e a Lei che mi guardava attonita sempre seduta sulla stessa seggiola e a Lei che mi ha costretto a partire per ritrovarla e anche a Lei che era la meta di quei viaggi. Lei che è il quello che dice ma molto di più in quello che tace. Lei che dice bene ed in modo raffinato (e non mi dilungo in complimenti che Le sarebbero dovuti ma sarebbero troppi per uno spazio limitato). Lei che ne sa una più del diavolo, come succede in alcune, ma il diavolo sa tutte le altre; e fa pure i coperchi. E deve essere pur vero se a me sono rimaste le pentole.
A Lei per la quale ho corso il rischio di un , ma non avevo saputo valutare la drammaticità di un no. A Lei per ridere e a Lei per piangere. A tutte le Lei troppo orgogliose per dire un mi spiace a alle poche altre e a quelle che hanno pagato e pianto (quelle lacrime sono diventate le collane di perle di ogni vergogna). A Lei che non sa tacere anche quando quel parlare la fa morire. A Lei a cui non ho mai dedicato ne una poesia ne una canzone e ancora a Lei a cui ho scritto mille lettere di parole piccole come formiche immobili.
A Lei che ho incontrato o non ho mai conosciuto; il conto è semplice e Le potrei quasi ricordare tutte, per nome; e a quelLe passate e a quelLe che (forse) verranno.
A chi lo ha scritto, a chi lo ha sempre pensato e a chi non s’è data pena. A tutte le Lei in ogni Lei. A Te che leggi.
E poi ancora e ancora a tutte le altre di Lei celiando.
(per quell’amore che si brucia in un attimo ma anche per quell’amore che viene col tempo o nel tempo si trova o nel tempo si rinnova)

Gino Paoli: Sassi.mp3 [Audio http://se.mario2.googlepages.com/Sassi.mp3%5D

Sì! parlo a te. No! non a te.
L’unico vero rischio in amore è amare. Incapace ho cercato in ogni preghiera di dirlo al mondo: non dite a Lei che l’amo. Anche se questo sentimento non ha mai sporcato ali a nessuna farfalla. Perché non so il colore della parola, e cerco ancora un termine più preciso ed adatto. Vago, nella realtà, in me e intorno e in questo silenzio. E tenendoLe la mano ho creduto di sognare insieme. O forse lo facevo da solo. O forse lo facevamo in mondi differenti. Lontano dagli occhi. Che importa? Sognare rende questa attesa meno insopportabile. Ed è difficile scrivere quello che non so spiegare nemmeno a me. La vita non è una linea perfetta; tutt’altro. Nulla può essere definitivamente definito.
In ogni rapporto che finisce mi sono trovato a lasciare qualcosa di me. Anche con Lei è stato lo stesso. Credo che non rivedrò più quei dischi. Non ho il gusto della rivincita; nemmeno quello del “l’avevo detto“. Dovrei godere come un maiale e non mi riesce. E’ una gran balla. Non mi sento meglio se stanno male anche gli altri.
Io non ci sto a un mondo in cui la donna è sempre vittima e l’uomo carnefice o viceversa. Siamo tutti schiavi delle nostre debolezze, delle nostre paure, delle nostre arroganze e di mille altre nostre cose. Ma se qualcuno ti guarda le spalle non vuole sempre dire che ti sta guardando il culo.
Non avendo la cognizione precisa del tempo che è richiesto, perché scorra e finisca un per sempre, mi siedo tranquillo e mi preparo ad aspettare, a ricordare le cose belle e un momento magico, il più magico. Ma in realtà non aspetta e non ho mai aspettato. Il domani non appartiene più a quel noi.
Spero che questo non suoni, a Te, come delusione. Non porto con me nessun rimpianto. La porta si è chiusa sulle cose e su tutto. Il tempo è destinato a non tornare più. L’amore ha tanto volti e anche questo.
(Lettera firmata)
P.S. E infine a te:
Ma si è mai amati, si chiedeva mademoiselle de Lespinasse, da chi amiamo“?
Se è una risposta quella che cerchi a questa ultima domanda allora la mia risposta è: credo di sì. Non può succedere spesso, ma credo di aver avuto la fortuna di viverlo anche se per brevi attimi. E parlo di un amore pieno e intenso. Persino consapevolmente in entrambi. Infondo non chiedo di più, la fortuna è già stata generosa.

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Ancora si tratta del grande Gino Paoli. Stavolta la dedica è a tutti coloro che si possono riconoscere. A quelli che stanno per iniziare un nuovo viaggio. A quelli che si sono persi e si stanno cercando. A chi ha lasciato il biglietto nella tasca degli altri pantaloni. Anche a quelli che stringono tra le dita solo una cartolina o un saluto che pare un addio. A quelli che non sanno le parole. A quelli che non sanno ascoltare nemmeno sé stessi. Soprattutto a quelli che vogliono regalare una delle cose più preziose che io conosco: una canzone. A quelli che vorrebbero poterlo fare. A chi ha una storia, a chi ha avuto una storia e a chi vorrebbe averla avuta. A chi scambia una rosa per un amore. A chi cede un sorriso in cambio di una vita. A chi crede che niente potrà mai mutare. A chi ha avuto la fortuna e a chi vorrebbe aver potuto conoscerla/o. E non parlo di storie ma della storia, non parlo di favole ma della favola. Se vi è capitato d’incontrarla potete capire. Gli altri possono solo immaginare¹.

Gino Paolo: Ti lascio una canzone
[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Tilascio.mp3”%5D

 


 1] A tutti quelli che sono arrivati qui spero un domani di poter dedicare un’altra canzone: Dedicato di Loredana Bertè


Un’ultima cosa:

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Solo una canzone. Senza nemmeno una dedica. Ogn’uno l’ascolti come vuole. Per quello che è o per l’uso che ne può fare; con le orecchie, col cuore o con la memoria.

Gino Paoli: Averti addosso

Gino Paoli: Averti addosso

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