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Posts Tagged ‘gioco’

Ancora una manoNon era stata una sorpresa. Certo che ne era rimasto amareggiato. Certo che poteva farlo anche in un altro momento, non a settembre. Certo che era anche una questione di solitudine, ma non solo. Ormai le cose tra loro due non andavano più bene come un tempo. Lui aveva trovato abbastanza facilmente una sistemazione. Quello che gli pesava di più, semplicemente, era che da quando si era lasciato con Fragranza si era trovato imbarazzato. Per gli amici. Loro erano tutti in coppia, lui era solo. Se non era per quello avrebbe affrontato la cosa quasi con serenità.
Sarebbe stato disposto a rinunciare anche alla loro partitina del sabato, solo pur di evitare quel disagio. Stava per chiamarli e disdire, anche se loro erano così cari e insistenti. Aveva già il cellulare in mano quando lei era entrata. Non era stata nemmeno un’idea. Si fermò un attimo e prima di pensarci veramente le vennero le parole direttamente in bocca: “Una cena e una partitina tra amici”? Amarena aveva cominciato a lavorare con loro da un paio di mesi. Non poteva dire di conoscerla. Forse si era spinto troppo oltre. Forse era stata una proposta indelicata. Avrebbe accettato qualsiasi risposta e lei sorrise in modo largo e spontaneo replicando: “Perché no? –poi aveva aggiunto– Amo il gioco”. La soppesò con attenzione, comunque fosse andata si poteva rivelare una seratina interessante. Le disse che sarebbe passato da lei alle sette e le chiese l’indirizzo.
Lui si presentò puntuale alle sette sotto casa sua, anzi con qualche minuto di anticipo. Non era più tanto sicuro che non avesse potuto ripensarci. Era stato tutto così strano, informale e veloce. Era pronto ad aspettare, e anche rassegnato ad una eventuale delusione. Lei scese immediatamente, pronta e elegante. Si accomodò con un sorriso benevolo cercando di non spiegazzare la gonna: “Come va”? “Possiamo andare”? “Certo”. Le spiegò per strada che loro giocavano con regole un po’ proprie. Una piccola somma iniziale e poi rilanci liberi: “Non si preoccupi. Niente di pesante. Se non se la sente… Può anche solo guardare”. “Non mi va… mai… solo guardare”. “Meglio… come vuole”. Lui mise in moto. Sembrava disinvolta. “Andiamo”. “Possiamo darci del tu”? “Vedrai che sono tutti molto gentili”.
La presentò come un’amica. Lei si trovò subito a proprio agio, soprattutto con Cerbero, che le si era seduto immediatamente appiccicato al fianco. Meno con la moglie Corniola, la padrona di casa. Consumò la cena brandendo le posate con eleganza. Chiedendo un po’ d’acqua e un goccio di vino bianco, che Cerbero le servì prontamente. Sorseggiando, con grazia, piccoli sorsi dal calice di cristallo. Rispondendo con gentilezza, e un sorriso incantevolmente spontaneo con cui metteva in mostra i suoi bianchissimi e ordinati denti, alle domande curiose degli altri. Raccontando che ormai si conoscevano da un po’, glissò sulla lunghezza di quell’amicizia. Parlandone in modo che nessuno si interrogasse sul genere di quella amicizia. Confessando i propri studi e un enorme amore per certo cinema e certa letteratura. Mentendo sul posto dove lavorava. Si dipinse come bibliotecaria.
Lui osservava i suoi gesti. Annuiva. Conveniva. Non aveva niente da pentirsi per averla invitata. Disse di averla incontrata in quella biblioteca. Una prima volta e poi delle altre. Aggiunse che un po’ era stato incantato dalle sue parole. Non si sbilanciò ad aggiungere altro. Tutti i maschi presenti sembravano apprezzare la nuova venuta. E comunque era una novità per i loro soliti incontri. Cenarono impazienti di cominciare il gioco. Alla fine, mentre prendevano il caffè, Cerbero preparò il tavolo e Corniola si preoccupò di fornire quel tavolo delle bibite. Lui si era ripromesso di fare attenzione a non esagerare col bere, non voleva finire alticcio. Voleva gustarsi lucido per bene la serata. Era tornato a sentirsi vicini e car i suoi amici. Nessuno gli chiese di Fragranza. Apprezzò quella delicatezza.
Le carte gli cominciarono a sorridere. Avrebbe detto che poteva rivelarsi una notte magica. Avrebbe detto che sarebbe stata una partita strana; non solo perché si presentava come la sua serata fortunata. La dea bendata sembrava voler amoreggiare con lui. Forse l’aveva portata con sé. Intorno c’era silenzio perché il gioco chiede silenzio e concentrazione. Parlavano solo i suoi sorrisi. Stava sfacciatamente vincendo fin da quando avevano distribuito la prima mano. Pian piano stava ripulendo il tavolo, e uno alla volta gli altri si ritiravano e andavano a leccarsi le ferite, cercando di distrarsi, mentre gli ultimi resistevano eroicamente ma passivamente.
Alla fine si servì l’ultimo sorso per alzarsi soddisfatto dal tavolo dopo aver letteralmente sbaragliato tutti e averli lasciati, come si dice, in mutande. La serata era scivolata via velocemente. Nessuno aveva più una fiche ormai, mentre lui aveva, davanti, un gran bel gruzzoletto. Qualcuno già cominciava a commentare quanto successo e la sua sfacciata sorte. L’ultima a cedere era stata la sua compagna Amarena. Gli aveva tenuto testa tenacemente. Con un gioco giudizioso. Rischiando sempre il minimo necessario. Vincendo un paio di piatti non troppo generosi. Ma lui doveva ancora scoprire che quella ragazza non era un tipo da arrendersi facilmente. Ancora non sapeva nulla di lei.
Pensò a Fragranza, ma subito non ci pensò più. In verità si era concluso tutto fin troppo presto. Qualcuno stava già versandosi il bicchierino della staffa. Corniola gli sussurrò che era stato sfacciato e gli rammentò che erano solo da poco passate le undici. Qualcuno propose una partitina di Scarabeo per pochi, tra quelli che non avevano fretta di tornare. Per chi aveva voglia, audacia e resistenza. Lei non era paga. Lei lo scrutò negli occhi pensierosa e poi nuovamente decisa lo immobilizzò, nella sua ostinazione, sulla sedia: “Non te ne puoi andare proprio adesso. Sul più bello. Merito una rivincita”. Si era già perse un paio di mesate.
Tra loro, mentre gli altri assistevano ritrovando una curiosità rinnovata, era scoppiata una velocissima diatriba, combattuta, più che altro, con gli occhi. Lui, in un certo senso, la ammirava. Le fece notare con soddisfazione: “Orami sei rimasta al verde”. Lei ribatté sfacciata: “Potresti farmi credito”. Lui si finse scandalizzato, con aveva ancora visto niente: “Il gioco non fa credito”. “Lo dici perché hai paura che giri”? “Lo dico perché è questa la legge delle carte”. Lei sapeva che lui aveva ragione, non sembrava sufficiente per farla desistere dal suo proposito: “Cosa ne dici se mi gioco… Della collana”? Era un semplice filo d’oro con un ciondolo, quella collanina. Una cosuccia probabilmente legata a qualche affetto. Decisamente lei non era un tipo da cedere facilmente senza lottare fino all’ultima stilla di energia.
Non fosse stato per la curiosità, e per lei, avrebbe respinto sconcertato quella richiesta; avrebbe detto di no. Però quella ragazza lo incuriosiva. Non aveva potuto sottrarsi a quella sfida impertinente. Volle essere generoso: “Diciamo un… Cento”? In fondo quelli non erano che spiccioli. Lei, nel silenzio dei propri pensieri, incitò le carte: “Forza belle”. Sempre lei, scosse la testa come a schiarirsi le idee, e accettò: “Vada per un centone”. Lui si sentiva già un ladro; aveva sbagliato. A quel punto aveva voluto tornare in gioco anche Corniola. Cerbero si ammutolì. Lei si accese una sigaretta, non sapeva che fumasse. Non lo aveva ancora fatto. Le carte però sembravano non voler cambiare.
Lui continuava inesorabilmente a vincere con una fortuna sfacciata. E Amarena a perdere con serena e imperturbabile noncuranza. Almeno apparente. Le aveva spillato altri centocinquanta per l’orologio, altri cento per gli orecchini. Corniola restava testardamente in partita ma con una presenza passiva. Più che altro assisteva, gettando poi, con rabbia, le carte che non le davano speranze. A quel punto lei aveva proposto quelle scarpe rosse lucidissime e appuntite con quei lunghissimi tacchi. Lui aveva proposto venticinque. Lei aveva provato a protestare ma sapeva di essere nelle sue mani: “Come venticinque? Sono un paio di”… Era stato irremovibile: “O venticinque o lasciamo”.
Ormai la serata continuava solo per loro e rischiava di diventare stucchevole. Cerbero si era allontanato con una bibita gassata stretta in mano a vedere, sul divano, il finale di qualcosa di cui avvertivano solo il fastidioso brusio di fondo. Ma era una sfida e nessuno tra i due voleva ritirarsi e cedere. Scoppio in una breve e stridula risata nervosa: “Chi si ritira dalla lotta non è figlio di una santa donna”. Gli aveva fatto un gesto rassegnato di accettazione: “Vada per venticinque, ma sappi che sei uno strozzino”. Persa quella mano avrebbe dovuto finalmente arrendersi; e la perse.
Non era ancora doma e la serata sembrò prendere una piega diversa. Si era giocata le calze per venti e se le era sfilate. Non le restava proprio più niente. Si sarebbe semplicemente offerto di riaccompagnarla a casa. Lei guardò tutti e sorrise a tutti e cercò il sostegno di tutti. C’era ancora la forza della sfida nei suoi occhi. Gli piaceva proprio quella donna. Certo le avrebbe restituito le sue cose. Cosa poteva farsene… di quel paio di scarpe? O di un paio di calze? Non aveva un cuore abbastanza duro per non farlo. Quello che sarebbe venuto dopo non gli importava, non ci pensava. Si fidava di quella fortuna che lo aveva accompagnato per tutta la serata. Invece lei era ancora piena di fantasia e di audacia.
Amarena lo colse di sorpresa. Aveva proprio il gusto di quel frutto. Dopo una rapida riflessione si decise: “Che mi dici se mi gioco la camicetta”. Era proprio piena di risorse. Era sconcertante. Cercò di mostrarsi spavalda. Lui cercò di simulare tranquillità e sicurezza. Cerbero tornò interessato intorno a quel tavolo. Lui valutò per un po’ la provocazione: “Vanno bene cinquanta? E sotto”? “Sotto?… il reggiseno”. “Allora cinquanta”. Lei tergiversò ma poi annuì: “Cinquanta”. Anche gli altri ripresero interesse e si avvicinarono incuriositi da quella nuova piega. Lui osservò: “Ma questo è strip”. Lei rise imbarazzata: “Vada per lo strip. Troppo sfacciato”? “Non per me”. Le donne presero a guardarla con sospetto, gli uomini con curiosità. Nessuno si oppose a quella svolta del gioco; non certo il padrone di casa.
Era proprio la sua serata sfortunata. Fu costretta a togliersi quella camicetta, tra l’entusiasmo silenzioso. Per altri settanta perse anche la gonna. Ancora non le bastava. Portava una biancheria non troppo audace e candidamente bianca. Forse sfiorava la sfrontatezza. Forse esagerava. Avrebbe voluto fermarla, ma non poteva farlo. Lei non sapeva proprio limitarsi. Gli altri sembrava avessero smesso di annoiarsi. A quel punto Corniola si ritirò indispettita e andò a fare i piatti. Si era arresa con ancora addosso il suo reggiseno, abbondante, robusto, bello gonfio, prima di perdere anche quello. Aveva messo su qualche chilo ultimamente. Lui pensava che l’amica avesse fatto il tifo augurandosi lui perdesse. A quel punto lui aspettò la mossa della sua avversaria. Le lasciò la prima parola e l’ultima decisione.
Lei chiese gentilmente se le potessero portare qualcosa da bere. Era palesemente in un angolo, alle strette. I suoi occhi cercavano inutilmente attorno che qualcuno o qualcosa le venisse in soccorso. Inutilmente. Lentamente sembrò decidersi, mentre lui le lasciava tutto il tempo di cui aveva bisogno. Sbirciava in mano la sua coppia di jack. Per cento lei propose di giocarsi il reggiseno. E perse. Lo tolse senza indugiare. Gli occhi di Corniola cercavano di fulminare l’attenzione di Cerbero. E per centocinquanta perse le mutandine, erano un piccolo ma grazioso tanga, e se ne liberò. Inesorabilmente lui aveva fatto sua la mano con i due jack accompagnati da due otto.
Non aveva proprio più nulla. La platea era divisa nel tifare per uno dei due. Per una cosa o per l’altra. Diversamente motivata. Restò lì nuda e silenziosa senza riuscire a nascondere completamente un senso di disagio e di imbarazzo. Cercava di sorridere ma erano sorrisi palesemente forzati. Qualcuno era già rassegnato ad accettare quella fine. Si fece tradire da un attimo di incertezza. Per lei non era ancora la fine. Sorprese tutti e fece ricredere tutti e li rianimò. Lo invitò a dare le carte. Lui chiese cosa avesse in mente; intenzione di giocarsi visto com’era ridotta. Lei cercò di fingere un sorriso malizioso che non riusciva a nascondere la stizza. Era determinata e testarda come un mulo.
Ognuno era preda delle proprie ipotesi e fantasie. Lo fissò negli occhi con fare interrogativo. Incredibile: “E se fossi… carina… Disponibile. Cerca di capire… Non farmelo dire. Insomma… Potrei essere carina, con te. Dopo”. Era esterrefatto. Non poteva crederci, e nemmeno era certo di aver capito. Lo aveva anche detto mentre ascoltavano tutti, anche se il tono della sua voce era all’improvviso crollato. Lui stava gonfiando il piatto di gettoni e lei di promesse. Promesse, quelle, che avrebbe anche potuto faticare a mantenere. E i suoi occhi sembravano altrettanto sorpresi e dire un’altra verità. Lui soppesò quell’offerta: “Dopo”? Ormai era curioso di scoprire fin dove era disposta a spingersi. E poi stava giocando i soldi degli altri. Lei alzò nuovamente le spalle. Lui osservò: “Dopo”? Lei confermò: “Dopo”. Lui le ricordò che il poker non ammetteva un dopo. Lei si limitò ad un’alzata di spalle.
Il suo era ormai il gioco del gatto con il tipo, ovvero con la topolina. Gli sembrava indifesa. Non era certo che lei sapesse cosa pattuiva. Si sentì una vera carogna: “Carina quanto”? Li valeva tutti, si disse. Non avrebbe comunque potuto riportarla a casa spogliata. Lei non fece quasi nemmeno una piega: “Carina… Tanto”. Fece nuovamente per alzarsi ed affermare che ora il gioco era proprio finito, ed era ora di andare. Si informò con non velata cattiveria, così per dire: “Tanto quanto”? Lei provò a farsi gattina e gli fece osservare che la notte era ancora giovane. Ormai lui non poteva certo più ritirarsi. Tornò a sedere. Ora era lui a sentirsi costretto in un angolo.
Lei non poteva più sottrarsi alla sfida: “Tutto quello che vuoi”. Lei si era spinta ormai fino al limite del baratro. Ormai era lanciato: “Potrei dire… mille”. Non voleva più vincere ma stravincere. Si era indispettito. Voleva, non solo piegarla, ma anche umiliarla. Era la sfida. Non ne sarebbe stato certamente capace. A parole si può essere tutti bravi. Comunque stava a lei scegliere: “Mille”. “Sicura”? “Sicura”. Era intrigante quel mercanteggiare: “Come”? “Con”. “Senza”. Era realmente incredibile. Parlavano solo loro, intorno c’era il massimo silenzio. Lei fece un muto cenno di assenso. Anche Corniola si era fatta più vicina per assistere. Ora faceva il tifo per lui e invidiava lei. “E?”… “E?”… “Altri cento”. Lei deglutì e fece un altro segno rassegnato di consenso.
Benché nuda manteneva una sua grande dignità. Ora era stanco. Veramente stanco. Qualsiasi gioco è bello finché dura poco. Chiese di assentarsi un attimo per rinfrescarsi la faccia. Lei non si mosse dal suo posto. Nessuno le distolse gli occhi da addosso, e nessuno si sentì di darle un consiglio. Quando lui tornò lei tornò a controllare attentamente le carte. Pareva sicura di sé, tanto sicura che lui si sentì in dovere di provocarla rilanciando: “Qui”? Lei si lasciò sorprendere: “Come qui”? Forse qualcuno si stava domandando chi si fosse portato dietro. “Siamo tra amici”. Forse qualcuno cominciava a faticare a controllare la propria curiosità e le proprie fantasie. “Mica è per l’amicizia”. “Non siamo a casa nostra”. “A tutti”? “A loro pochi”. “Tu sei impazzito”? Lui la conosceva veramente per la prima volta e avrebbe scoperto in seguito che non era così, che era il gioco e la sfida a corromperla.
Probabilmente ormai niente avrebbe potuto fermarla. Né lui era deciso a limitarsi. Per l’ennesima volta rilanciò. O la va o la spacca. Propose: “Altri mille”. Forse era riuscito finalmente ad avere completamente la sua attenzione e a metterla in difficoltà. Ad obbligarla a rendersi conto di tutto e delle sue conseguenze. Sembrava scandalizzata. Aver esaurito le energie e le parole. Ci impiegò un po’ per riflettere e decidersi: “Fammi pensare… Sei un vero seduttore. Un ingannatore. Allora sono duemila; anzi… duemila e cento. Solo per la precisione”. Accompagnò la frase con un ennesimo cenno di rassegnazione e di accordo. “Duemila e cento”.
Lui controllò le carte, aveva due sette, raccolse tre otto. Non avrebbe insistito, nel riaccompagnarla, se non avesse voluto pagare interamente quel debito. In fondo lui restava pur sempre un galantuomo. E comunque il giorno dopo avrebbe potuto restarsene a letto e riposare. Lei sfogliò lentamente le sue, aveva trovato un’inutile regina e il quarto jack, quello di cuori. Li enumerò sul tavolo con enfasi e immensa soddisfazione. Sul piatto c’erano settemila quattrocento dodici euro e cinquanta centesimi. Raccolse tutto e chiese un sacchetto dove metterli. Tutti, uomini e donne fecero un sospiro, i maschi di delusione, le femmine di sollievo.
Lei raccolse anche i suoi stracci e salutarono tutta la compagnia. Appena salita in automobile si scusò con lui: “Non li voglio quei soldi. Sono stata orribile. Lo so, non dovrei giocare. Quando comincio a giocare non mi so più fermare”. “Riprenditi almeno i tuoi”. “Giusto non sarebbe giusto. Perso ho perso. Ma se proprio insisti”. Per farsi perdonare gli promise che, se si accontentava, lei era disponibile a farsi per lui il suo premio di consolazione. Ma per accontentarsi si doveva proprio accontentare intanto di un piccolo bacetto. Poi ognuno per conto suo nella propria cameretta, perché lei, anche se lui poteva stentare a crederlo, era sempre stata una ragazza seria, e viveva ancora con i genitori. Lui nemmeno la stava ad ascoltare. La sua era sola una riflessione a voce alta: “E se avessi vinto”? Amarena ebbe bisogno di un lungo attimo per pensarci: “Non so proprio cosa avrei fatto. Non so come. Speravo che fossi gentile. Forse… forse… avrei dovuto pagare. Un debito di gioco è come una sentenza”.
Fermò la macchina. Pensò solo al sapore dell’amarena. Pensò che era proprio una ragazzina. Pensò che era troppo ingenua per essere abbastanza spudorata. Pensò che a volte le parole escono da sole e sono più veloci del senno. Pensò a quanto si dovesse, in quel momento, vergognare di quella insolenza. Pensò che nemmeno la sua malinconica cameretta non gli faceva più paura. Pensò a come era diventato un uomo ricco. Pensò che il giorno dopo avrebbe potuto provare a chiamare Corniola; come mai non ci aveva pensato prima? ora era già troppo tardi. Pensò che niente e nessuno avrebbe potuto dargli quanto quel bacio promesso di Amarena. E allora chiuse gli occhi e assaporò le sue labbra.

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Alessio e la chiromanteVedi: Scala reale alla regina
Aveva provato a passare in negozio, una due tre e altre volte, ma le due donne lo avevano allontanato fredde e insensibili al suo dramma. Aveva provato a chiamare la moglie. Si era spinto fino a pregarla. Le prime volte era stata sgradevolmente scortese. Poi si era limitata a smettere di rispondere alle sue telefonate. Eppure avevano diviso tutto per ventitré lunghissimi e felici anni.
Aveva provato a chiamare Micaela. Certo aveva notato presto quanto fosse carina e quanto fosse ben dotata lì. Non era mai stato cieco davanti a certe cose. Ora che le aveva viste bene le aveva spesso davanti agli occhi. Non le poteva scordare. Era stato ad un passo da approfondire quella conoscenza. Pensava che la sua ex commessa potesse essere anche un vero uragano, a letto. Aveva sperato che potesse essere la sua ultima ancora di salvezza. Ma anche lei lo aveva snobbato, e non gli aveva lasciato speranze. Era stato costretto a tornare dalla sua vecchia madre. Aveva perso tutto. Non gli era rimasto niente, tranne il suo amore per il gioco.
Era stato un caro amico di sua moglie a consigliargliela. Lui non credeva a quelle cose. Le riteneva tutte baggianate. Fumo sugli occhi. Buone per qualche allocco credulone. Poi aveva deciso di andarci perché aveva un paio di ore libere e si stava annoiando. Fu sorpreso di trovarsi davanti una ragazza, già donna ma ancora giovane, nonostante quell’espressione molto formale, e distaccata e seriosa. Se l’era aspettata del tutto diversa. Una sorta di matrona, con le verruche, i capelli ricci nerissimi coperti con un fazzolettone con disegni evidenti e colori sgargianti, e un corpo appesantito e cadente.
Invece… si poteva considerare anche carina. E aveva una di quelle voci che sanno farsi ascoltare. Lo aveva fatto gentilmente accomodare e poi, quella chiromante, lo aveva pregato di lasciarle vedere il palmo della mano. Aveva voluto averne conferma anche dalla sfera di cristallo, dalle carte e dai fondi del tè. Infine gli aveva detto che si stava avvicinando il suo giorno fortunato. Ne era sicura. Lui uscì da quell’appartamento soddisfatto, anche se più squattrinato di prima, anche se non aveva né voglia né tempo di aspettare.
Qualche volta riusciva a sottrarre qualche risparmio alla povera madre. I suoi giorni scorrevano uguali. Nulla era cambiato. Tranne il fatto che si sentiva desolatamente solo. Non gli restavano che quei pochi attimi che si poteva permettere sopra il panno verde. Rincasava sempre più affranto e con le tasche sempre più vuote. Doveva trascinarsi sulla spalla quel corvo nero. Continuava a perdere inesorabilmente. La sua vita era una cascata che tracimava oltre ogni barriera. Al lavoro c’era la crisi, anche lì ripetevano che le cose dovevano cambiare, che il peggio stava passando. Il concessionario gli chiese la restituzione della sua macchina. Si stava giocando tutta la pensione della povera mamma.
Tornò più volte dalla sua veggente. Lei cercava di rassicurarlo e gli ripeteva che doveva avere solo pazienza. Che al futuro non si può chiedere spiegazioni né si può dare scadenze. Non aveva più nemmeno i soldi per ritirare le giacche che aveva portato in lavanderia. Cercò in lei incoraggiamento, inutilmente conferme. Eppure sembrava sicura di sé. Lei lesse che avrebbe trovato non solo la fortuna ma anche il grande amore. Le chiese se c’era un modo di sapere, almeno approssimativamente, quando poteva succedere, che le cose cambiassero. Però lo deluse: non era in grado di prevedere quando. Alla quinta volta che la visitava si spinse a dirgli che però… credeva di vedere… che non mancava molto. Lo rincuorò, certo. Per qualche ora si sentì meglio. Non era proprio una scadenza precisa, ma, lui pensò, era già qualcosa.
Man mano prendeva familiarità e si lasciava andare, con la maga, a confidenze. Non si sentiva in imbarazzo a parlarne con quella giovane indovina che poteva avere quasi vent’anni meno di lui. Lei lo ricambiava qualche volta con un sorriso mesto. Doveva aver cominciato a provare simpatia per lui e verso la sua situazione disastrata. Dalla volta successiva rifiutò cortesemente i suoi soldi, con tatto gli disse che ormai si potevano definire amici e non voleva essere pagata. Si sentì mortificato, ma non volle insistere. Si confessò che aveva pensato varie volte al peggio, a farla finita. Era così deluso dalla vita e così… sconfitto. Lei lo sollecitava a farsi forza che ormai era vicino. Con un sorriso aperto gli disse che il cambiamento era prossimo, ne era sicura; lo aveva visto nei tarocchi. Poi fece per alzarsi con un’espressione indecifrabile, ma subito alzò le spalle e tornò a sedersi.
La volta seguente che si videro, sempre nello studio della chiaroveggente, non si erano mai visti che in quella stanza poco illuminata e con la pesante tenda alle spalle della ragazza, sembrava lei imbarazzata. Come se provasse fatica a parlare. Lui si preoccupò, forse aveva capito di aver sbagliato e che lui invece era destinato a perdere sempre nella vita. Pensò che non sarebbe stata certo colpa di quella povera giovane. Il destino è sempre bizzarro e dispettoso. Nella vita si vince e si perde. Nel suo caso si perdeva solo. Lei si allontanò un momento e finse di scordarsi due banconote da dieci sul tavolo. Lui capì e se le infilò in tasca. Per la prima volta lei lo accompagnò fino alla porta e lo salutò con una prolungata stretta di mano. Sembrava pensierosa. Sembrava indecisa e mesta. Sembrava condividere le sue pene. Mostrargli solidarietà.
Anticipò il suo ritorno da lei. Sua madre aveva scoperto il suo vizio e l’ammanco, e lo aveva pregato di cercare di trovarsi un altro posto dove andare a piangersi addosso. Disse che non voleva più vederlo così. In quello stato. Lui aveva bisogno di sfogarsi e pensò alla sua indovina. La stanza gli sembra più luminosa, e anche il suo sorriso. Lei non si poteva dire che frequentasse spesso l’allegria. Forse era la sua professione a imporle quella maschera di distacco e compostezza. Si soffermò a osservarla in un attimo di silenzio, era una ben strana ragazza e vestiva anche in modo strano. Non assomigliava a nessun’altra, questo era certo. Ma era comunque impaziente di sapere.
Le chiese se per caso le carte le avevano rivelato che quel giorno stava arrivando. Lei esplose in un sorriso di vera gioia e soddisfazione; come non l’aveva mai vista. Si alzò e alzò le sette sottane e con fare sfacciato gli annunciò che era arrivato il suo giorno fortunato: “Hai vinto tutto. Ti ho promesso che il giorno sarebbe arrivato. È questo. Hai vinto me”. Lui non se lo fece ripetere due volte, gli bastò una. Girò la chiave nella toppa. Espose il cartello: torno subito. Riscosse la vincita sul tavolinetto dove lei era solita leggere il futuro. Tutto era stato spontaneo e molto dolce, forse solo un po’ troppo rapido. Lei, inizialmente, era stata in silenzio, poi non era più riuscita e trattenersi e aveva dato in escandescenze. Lui aveva cercato di essere dolce, e si sentiva audace e soddisfatto. Pensava che forse doveva tutto quello al suo piccolo vizio. Che forse gli stava regalando finalmente la felicità.
Mentre lei si era allontanata momentaneamente, per risistemarsi le vesti, lui aveva frugato nel piccolo cassettino. Aveva preso pochi spiccioli, giusto per un paio di cartelle per la smorfia. Le aveva detto che l’avrebbe richiamata, forse il giorno stesso. Che doveva proprio scappare ma che la voleva rivedere. Che era stato magnifico. Poi era uscito ed era corso alla ricevitoria dal tabaccaio. Ancora una volta non aveva vinto nulla, ma uscì dalla rivendita come se avesse vinto alla lotteria. Tornò di corsa da lei e senza altre spiegazioni le chiese scusa. Poi la baciò, ancora sulla porta, con entusiasmo e passione. Lei scoppiò a ridere e lo fece entrare.
Notò subito che si era cambiata e ora vestiva come una vera ragazza. Aveva un’aria deliziosamente ingenua e una gonna corta e delle calzette bianche. Una camicia, anch’essa bianca, con qualche bottone slacciato. Il bocciolo di seno era libero da costrizioni. Aveva liberato i capelli e messo delle borchie al posto dei soliti ingombranti orecchini. Alle labbra aveva messo un leggero strato di rossetto e gli occhi erano leggermente truccati con attenzione.
Anche nella stanza era tutto cambiato. Aveva tolto la pesante tenda e fatto entrare tutto il sole di quella giornata di primavera. Nella sfera di cristallo nuotava tranquillo un pesce rosso. Aveva gettato il piattino nel secchiello dei rifiuti. E messo sul fuoco la caffettiera. Aveva tolto la tabella con i prezzi dal muro. Aveva sostituito i tarocchi con un mazzo di carte da poker: “Le carte ubbidiscono sempre alla loro padrona. Nessuno ha mai vinto una mano con me, a Texas hold’em, che non avessi voluto. Vieni, andiamo a riprenderci quello che è tuo”.

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Duello a DurangoCicca in bocca Chrystal si è messa a oliare, di buona lena, la carabina Winchester di papà. La scusa era che le sembrava di aver visto un ocelot. Ormai i gattopardi americani erano avvistamenti più rari dei babbi natale a ferragosto, o dei tacchini selvatici il Thanksgiving Day, o il quattro luglio, le vere vittime dell’Independence Day. Il buon signor Donovan aveva finto di crederle.
Qualche giornale locale cominciava a parlare di noi, chiamandoci “La banda dei tre” o, più spesso, “Delle due bellezze”. Nessuno ci dava ancora la caccia sul serio. Non eravamo stati così fessi di muoverci in un’area limitata, anzi avevamo anche cambiato stato. E poi, come detto, c’erano tutti quei terroristi da trovare. Solo che dal furgone da Las Vegas avevamo preso i soldi di qualcuno che non aveva interesse a mandarci dietro la polizia. Soldi che dovevano solo tornare dal casinò dopo una nuova innocenza. Di un certo Joe Quattrodita, e uno con nel cognome qualcosa come Giandino. Non erano morbidi come lo sceriffo e i suoi. Gente d’onore, quelli, uomini d’affari, maledetti italiani, topi con tana a Durango.
Il Messico non mi è mai piaciuto e l’avrei evitato molto volentieri. E in verità quel cazzo di posto si chiama Victoria de Durango. La patria di quel Pancho Villa. E il viaggio si presentava anche lungo e faticoso. Non mi andava proprio. E si respirava male, troppo in altura. Un nido per condor. Ma aveva ragione: era meglio che gli facessimo visita prima che ci trovassero loro. Cristi, sigaretta in bocca, non mi piace quel suo vizio, sembrava pronta ad andare alla guerra. Per tutto il viaggio l’ha tenuta sulle ginocchia come un bambino.
Lentamente ci ha attraversato la strada un armadillo, o come lo chiamano loro un quirquincho. Spero non sia un qualche segno del destino. Non credo molto a queste superstizioni da campagnoli. E non ho sentito parlarne come per i gatti neri. Se ne andava tranquillo incurante del pericolo. Sono stato tentato, incitato da Abigail, di metterlo sotto, per farne un charango. Mi è sembrata, in quell’attimo, una buona idea per un regalo per il suocero. Alla fine ho preferito evitarlo. Il sangue, anche se di un animaletto inutile come quello, non è mai di buon auspicio.
Dietro c’era la chitarra di papà Donovan. Sulla cassa la firma del grande Jorma Kaukonen, almeno così lo aveva definito lui, e questo tradiva i suoi passati amori. Ma c’era anche quella di Billy Gibbons.[1] Probabilmente un amore più recente. Verosimilmente il vecchio aveva intenzione di recarsi in città e provare a venderla. Per liberarsi di tutti quei ricordi. L’ho data naturalmente al figlio del fornaio, per una pizza e un fucile.
Sembrava un arnese della guerra di secessione, ma incuteva timore e poteva andar bene. Il tipo disse che aveva sparato nella battaglia di Manassas. Era solo per precauzione. Fosse stato solo per me ero deciso a restituire tutto. E comunque lo avrei reso al ritorno, e avrei ripreso lo strumento. Avrei voluto saperlo suonare. Per lei e per tutte e due. Non avevo mai imparato bene a farlo. Quelle corde non collaboravano. Restavano per me quasi un mistero. Sapevo fare poco più di un giro di do. E non ero nemmeno troppo intonato.
Anche il Messico era in fiamme. Il paesaggio non era cambiato di una virgola. Sembrava di essere ancora in Texas. Ma come fanno a ingollarsi di cose così piccanti? Dovevamo fermarci a El Paso per toglierci la polvere di dosso, per mangiare, un paio di balli, e passare la notte. Così abbiamo fatto. Solo che ho preferito quella pizza, anche se era terribile. Vera colla gommosa. Da fuori venivano le note di un fandango. Non sono bravo a ballare, ma non volevo deludere le mie due compagne. Ero deciso: ci avrei almeno provato. Ma solo dopo essere arrivati.
Ne avevo fin sopra le palle di deserto. Volevo solo uscirne e che tutto finisse, e tornarmene. Invece le cose cominciarono ad andar male già da quella sera. C’era una sorta di tensione nell’aria. Il posto era pieno di sombreri e di brutti ceffi messicani con i baffi. Tutti volevano divertirsi, anche troppo. E due bellezze bionde erano una sorta di apparizione, inconsueta. Mi ero alzato dal tavolo per cercare Abigail. L’avevo vista fare smorfie e flirtare con un tizio alto come un campanile e largo più d’una quercia. Poi era sparita e non l’avevamo vista più. Eravamo rimasti a fissare intorno con gli occhi per un po’. Alla fine mi ero deciso di andare a cercarla. Era da un po’, cominciavo a preoccuparmi. Avevo detto a Chrystal di aspettarmi lì e finire con calma il suo mezcal.
Mi sembrava che anche la tranquillità di Cristi fosse interpretata ad arte. Unicamente a mio beneficio. Non riuscivo a vederla. Fuori intorno c’era buio, silenzio, sulle fatiscenti e agonizzanti polverose rovine del loro passato del cazzo, e le risate lontane e sghignazzanti della loro miseria attuale. L’avevo trovata dietro al locale, in una pozza d’ombra che per poco non la vedevo. Nella destra aveva un barattolo aperto di birra e la camicetta aperta fino alla pancia. Il mandriano le stava sopra e glielo aveva infilato in bocca. Lei sembrava ubriaca e a prima vista non pareva disdegnare la cosa. Tutt’altro, si sarebbe detta impegnata ed entusiasta. Appena mi aveva visto mi aveva gridato: Che aspetti sparagli? È uno di loro. È un mangia-spaghetti. Ce l’hanno mandato incontro.
Probabilmente Dio stava guardando dall’altra parte in quella sera dannata. Forse aveva cercato refrigerio infilando i piedi nel Rio Grande. Mi sembrava di vedere me da fuori di me. È stata una reazione istintiva: ho estratto il revolver e ho fatto fuoco, prima ancora di pensarci. Scosso dalla rabbia disperata nella sua voce. Quando l’ho girato mi sono accorto che era solo Ramon, quel figlio di una grandissima mignotta del figlio del panettiere. L’unica persona che avevo conosciuto in quel dannatissimo posto. Un cane si era messo ad abbaiare e per un attimo mi sono sentito circondare da un silenzio irreale. Poi le musiche erano ricominciate. Sono andato a cercare la chitarra e Chrystal. Le ho detto che venire che le avrei spiegato dopo.
Ci siamo rimessi in sella e ce la siamo filata, lasciandoci dietro il campanile e tutta El Paso. L’avevo preso al collo; sputava rosso e versi rantolanti privi di senso. Dovevamo mettere un po’ di distanza tra noi e quel corpo pieno di sangue. Avremmo dormito sotto le stelle del Rio Grande. Abigail aveva detto che sì! forse si era sbagliata. Che no! non lo voleva, ma poi forse solo un poco. Che forse era stata la confusione e quel ballo. Che era stato stronzo e aveva insistito. Che non voleva che andasse a dirlo in giro. Che forse era stata anche colpa sua, ma era un poco ubriaca. Non potevamo lasciarla da sola un solo attimo.
Ormai quello che era stato fatto era fatto. E non potevo dare tutta la colpa a lei. Dovevo stare più attento. Pensarci un attimo. In fondo ero stato io a premere il grilletto. Il fatto è che quando ammazzi una persona, per la prima volta, quella poi torna insistentemente e te la ritrovi sempre davanti agli occhi. La faccenda non cominciava nel migliore dei modi. Le rogne dovevano aspettarci a Durando. Invece ci erano venute incontro con anticipo. Meglio arrivare in città verso sera. Cercando di passare il più possibile inosservati. Non era una cosa facile, lo sapevo. Con due bionde e un paio di calzoncini cortissimi in Messico.
Ci siamo fermati ad una missione. Sentivo il bisogno di confessarmi, come se andassi incontro al destino. Non sono mai stato troppo religioso, ma ci sono situazioni e situazioni. Non potevo dirlo a nessuno, ma dovevo dirlo a quel frate. Avevo bisogno del suo perdono. Ne sentivo proprio il bisogno. E Chrystal Aveva fatto la comunione. Sembrava tesa anche lei. Abbi era rimasta in macchina. All’emporio Cristi mi aveva preso un paio di stivali nuovi un orecchino d’oro, dicendo che ormai ero un vero fuorilegge. Aveva una risata amara. Poi ci siamo rimessi in viaggio, volevamo arrivare puntuali per il ballo.
Siamo passati diretti alla corrida con della tequila ghiacciata. Non avevo mai visto niente di simile, né un rodeo. Il toreador era il re dell’arena e sembrava vedesse ancora Villa là sugli spalti. Lo spettacolo non mi è piaciuto affatto. L’ho trovato troppo violento. Non sopportavo di vedere tutto quel sangue e la sofferenza del povero toro. La folla invece incitava e sghignazzava in preda ad un vero delirio. Credo di averlo visto Dio, con due occhi smeraldini di ramarro. Probabilmente era solo la tensione. O una delle tante maschere con cui quei miserabili contadini amano agghindarsi. Alla fine siamo andati al maledetto ballo. Cercando di ridere e non pensarci. Per quanto avessimo potuto fare ci avevano visti tutti, e la voce della nostra presenza doveva essere circolata.
Avevo cercato di controllarmi, non potevo farmi trovare confuso e ubriaco. Io e Chrystal siamo usciti in strada e ci siamo allontanati dalla folla e dai rumori. Non avevo nemmeno più paura. Ero sospeso come in equilibrio sul filo. Prima si è fatto un completo silenzio e poi è arrivata una macchina nera che ha frenato. Ne sono scesi in quattro, tutti alti e robusti, e tutti con un’arma in mano. Eravamo arrivati finalmente alla resa dei conti. Ho capito subito che non avrei mai avuto il tempo di parlare. Eppure era vero che non sapevamo che i soldi fossero loro. Li avevamo in due borse nel sedile dietro. Ma sono ancora convinto che Abigail non avesse nessuna intenzione di restituirli, E che Chrystal fosse abbastanza d’accordo più con la sorella che con me. Comunque erano pensieri inutili. Non erano tipi da ascoltare spiegazioni o accettare scuse.
I pochi passanti se l’erano dati a gambe lestamente. Ho visto un lampo, ne è seguito un tuono e nella schiena ho sentito un dolore caldo. Chrystal ha risposto subito al fuoco. Una vera cannonata. Ne ha centrato uno alla testa, e quella praticamente è esplosa e volata via, poi ha sparato al serbatoio. La macchina è diventata in un attimo un falò che di un paio di metri d’altezza. Ora la strada era bene illuminata. I tre scagnozzi si erano allargati verso le case. Lei mi aveva trascinato via ed eravamo finiti nel cortile posteriore di una stalla abbandonata. Mi aveva controllato preoccupata, poi aveva tirato un sospiro di sollievo. Mi aveva invitato a non fare il bambino, la checca, perché era solo un graffio, un colpo di striscio.
Quell’attimo di tranquillità era durato poco. L’aveva vista lei l’ombra gigantesca di uno dei mafiosi, con sigaro in bocca, che incombeva su di noi pronta a fare fuoco. Eravamo persi; entrambi. Ma l’ombra non sapeva che a guardarci le spalle c’era Abigail. Silenziosa gli era arrivata dietro e gli aveva infilato la smith & wesson 686 tra le chiappe. E senza dire altro, né chiedere permesso, aveva fatto fuoco. Schizzi di sangue e del malavitoso erano esplosi intorno. Cristi si era già ripresa dallo spavento, io un poco meno. In quel momento le cose si erano messe leggermente meglio, noi eravamo in tre e di loro ne restavano solo due. Siamo andati a dargli la caccia.
Quelli son prede alla fine facili, perché sono troppo sicuri e presuntuosi. Al buzzurro con quattro dita il winchester aveva fatto sul petto un buco grosso come un oblò. Io ero lì, ma il mio catenaccio s’era inceppato e aveva fatto cilecca. Comunque lei era stata più svelta. Gli aveva rovinato il suo doppio petto gessato. Sicuramente di dubbio gusto, in un posto come una strada fuori dal centro, a Durango. Lo stronzo girava ancora intorno alla macchina. E aveva gli occhiali da sole, anche se era quasi mezzanotte. L’altro lo aveva sistemato naturalmente Abigail, senza fatica. Lui ci cercava e lei lo aveva trovato, dentro una bettola chiusa. Lei amava il pericolo. Lui aveva creduto di potersi togliere un ultimo sfizio, dietro il bancone. Lei gli aveva tagliato la gola da un lato all’altro; gli aveva quasi staccato la testa. Avrebbe dovuto cambiarsi. Era tutta inzozzata dal sangue del coglione.
Ora quei soldi erano proprio solo nostri. Perché non avevano più altri padroni. Tutto era finito e nulla ci tratteneva più a Durango. Anche questa è fatta. Udimmo lo sferragliare di un treno. Qualche sirena, ma niente di preoccupante. Più probabilmente un incendio dovuto alla troppa euforia. La macchina tossì, ma si mise in moto. Potevamo tornarcene tranquilli alla nostra casetta. Ci restavano solo circa novecento-ventiquattro miglia d’inferno infuocato dal sole. Una vera gita davanti a quello che avevamo passato. Mondo maya, mi sentivo disposto ad affrontare un puma a mani nude. Abigail taceva e ricontava quei soldi soddisfatta.
Papà Donovan non ci avrebbe più prestato il suo suv. Glielo avremmo riportato con qualche presa d’aria in più. Buchi inequivocabilmente di spari. Era già tanto se avevamo riportato le palle. Quando ci vide non fece domande. Ne aveva viste di cose a sufficienza. Certo sembrava preoccupato. Ma più preoccupato era per la sua chitarra. Se la coccolò con cura. Di notte, dalle nostre parti, un uomo ascolta i coyote ululare. Cosa farebbe senza la sua chitarra? Cosa canterebbe alla luna? Di noi le raccontano in molti. Ma nessuno conosce la vera vita di frontiera.

[1] Chitarristi rispettivamente con i Jefferson Airplane e i ZZ Top.

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Scala reale alla reginaSuccede che una vendita non lasci traccia. Che non venga rilasciato lo scontrino di cassa. Anche nella confusione. Anche per un poca di fretta. Senza malizia. I clienti normalmente non ci fanno caso. Mai successo che lo richiedessero. Non da noi. Ed eravamo in piena stagione di vendite.
È stato solo per un puro caso che me ne sono accorta. Seguivo una cliente quando, appena finito, mi ha detto: “Lascia. Faccio io”. Lui cercava sempre di risparmiare il più possibile sul lavoro e lei era anche carina. Un tipo evidente, di quelle che si fanno guardare; un poco anche smorfiosa, non so se mi spiego. Forse leggermente volgare, e civetta. Non si era fatta molto scrupolo a lasciarsi spiare. Lui era stato particolarmente cortese. Come ogni uomo non si era tirato indietro e non si era rifiutato di lustrarsi gli occhi. Lei aveva provato un’infinità di abiti, camicette e gonne. Se l’era ammirata con dovizia di attenzioni. Sotto portava della biancheria microscopica nera gonfia di merletti e di sé. Alla fine aveva preso un paio di stivali, una borsetta e un giaccone con l’interno di pelliccia. Insomma una buona vendita.
Non sono gelosa e più che lui seguivo lei. Per quanto ci si possa fidare di un uomo io di lui mi fidavo. Di quella cliente un poco meno. Dovevo ammettere che aveva mostrato anche del buon gusto. Senza intenzione mi è caduto l’occhio. Forse perché lui aveva un’aria strana, guardinga. Non è mai stato bravo a raccontare bugie. I suoi occhi non hanno segreti. Aveva aperto la casa e l’aveva richiusa senza mettere dentro il becco di un quattrino. Con aria furtiva, si era fatto scivolare in tasca tutto il malloppo. Poi aveva accompagnato la svenevole fino alla macchina per aiutarla con i pacchetti. Era tornato dopo un po’ con un’aria soddisfatta. Raccontando che si era fermato anche a prendere un caffè. Io penso fosse un vermuttino. Non ci volevo credere, ma quando, a sera, ho fatto i miei conti l’incasso mancava. Lui era uscito come suo solito. Ho lavato i piatti, riordinato casa, stirato un po’ di cose, comprese le sue camicie per il giorno seguente, poi mi sono messa a verificare i contanti. Mi ricordavo bene perché dopo averlo scoperto avevo memorizzato le vendite. Mancavano tutti, tutto il valore dei tre capi.
Non sono gelosa ma un uomo è sempre un uomo. Era da quel momento del mattino che ci pensavo indispettita; ora ne avevo avuto conferma. Davanti al maltolto avevo deciso di affrontarlo appena a casa. Certa che avrebbe negato, sostenuto che mi sbagliavo, che lui… Altrettanto certa che poi, messo alle strette, avrebbe cercato di accampare qualche scusa. Poi avevo pensato che era inutile aspettare. Ero proprio fuori di me. Poi mi ero detta che non potevo fare uno scandalo in negozio. Poi avevo pensato che non avevo alcuna prova tranne la mia stessa testimonianza. Poi mi ero ricordata che eravamo in separazione di beni e che, maledizione, la licenza era intestata a lui. Poi avevo pensato che avrei fatto meglio a fare tutto con calma e raccogliere altre prove. Magari non era nemmeno la prima volta che cercava di raggirarmi. Magari si era trovato qualche amichetta. Aveva ritrovato il gusto dell’avventura. Non che fosse un gran mandrillo, ma la gente cambia. E in fondo, tra noi, con gli anni, la passione si era certo un poco assopita. Come per tutti; o no?
Non sono mai stata gelosa, ma da un uomo non puoi aspettarti che sia sempre un santo. Il martedì era stato irrequieto tutto il giorno, avevamo fatto solo incassi con carta di credito o bancomat. Fino a quel momento non avuto modo di pensarci: quel suo giochino, naturalmente, poteva farlo solo con i clienti che pagavano in contanti. La sera per un po’ se ne stette a casa bofonchiando annoiato e smanioso. Alla fine se n’era uscito; o sarebbe stato costretto a passare allo sportello, infatti mancava la mia tessera magnetica, o fidava che qualche amico gli prestasse qualcosa. Forse gli servivano per qualche squallido motel. Quale donna poteva valere tanta fatica? Nemmeno la cliente del giorno prima. Non almeno fino a quel punto. E poi… o era molto bravo o ero molto stupida perché pareva non conoscerla bene. Forse era la prima volta, o lo seconda, che si serviva da noi.
Il mercoledì Micaela aveva chiesto di assentarsi per il pomeriggio, non ricordo per cosa. Lui si doveva sentire le mani libere. Subito dopo l’apertura aveva servito una signora ricoprendola di mille moine e mille complimenti immeritati. Non era nemmeno granché e aveva il marito a guinzaglio, o almeno l’uomo che le pagava i capricci. Era una cliente abbastanza fissa. Praticamente aveva indossato tutto quello che c’era in negozio. Lo faceva ogni volta che passava a trovarci. A un certo punto erano rimasti a lungo chiusi in camerino prove, mentre l’uomo che la accompagnava sprecava tesori di pazienza. Non vedevo quell’uomo per la prima volta, ma lei l’avevo vista accompagnata anche da altri partner. Non ci potevo credere, non era nemmeno molto giovane. Solo molto truccata. Poteva avere almeno quindici anni più di me, dieci più di lui, e trenta più dell’uomo che era con lei. Povera stupida, avrei dovuto ricordare che la volpe perde il pelo, ma non il vizio.
Comunque era stata una gran bella vendita. L’accompagnatore della sgualdrina aveva estratto un portafoglio gonfio e senza batter ciglio aveva saldato tutto con banconote di grosso calibro che aveva estratto con svogliata noncuranza. Avremmo incassato dei bei soldini se non se lì fosse repentinamente intascati lui. Eppure… ero certa che non ci fosse una storia tra loro. Non potevano essere per lei. Lei aveva regolarmente pagato, o meglio aveva invitato il suo ganzo a farlo. E poi… non c’era quell’affiatamento. Lui era stato gentile ma non eccessivamente gentile. Non sopra le righe. Non era scivolato in qualche complimento troppo audace. Niente di troppo palesemente sfacciato. Non l’aveva mai chiamata per nome per non sbagliarsi; sempre e solo: signora. Certo non potevo sapere perché si fossero trattenuti tanto in camerino. Poteva anche essere stata solo un’occasione malandrina: non è forse l’occasione che fa l’uomo ladro? Tutto non giustificava i prelievi precedenti. Ero piena di rabbia dentro e con un sorriso falso incollato al viso.
Ricordo quella del mercoledì della settimana successiva perché era rossa di capelli di un rosso sfacciato e puttanesco. Lo tenevo sottocchio anche se ero distratta perché dovevo intrattenere un rappresentante e valutare il campionario per la nuova stagione. Lei aveva una gonna fin troppo corta, il culo fin troppo abbondante e basso, e un cattivo gusto pacchiano fin troppo evidente, un trucco fin troppo pesante e delle zeppe altissime da farla fin troppo alta. E poi, in bocca, aveva quella risata sguaiata. Micaela stava seguendo la giovane figlia del gioielliere e, della rossa, se ne occupò lui. Quando quella, voglio dire quella sfacciata della rossa, uscì dal camerino lo fece sistemandosi il seno, palesemente rifatto, spingendolo a forza dentro il reggipetto. Non avevo notato prima quanto fossero sode. Avrei voluto chiedere il parere da quell’eunuco del mio maritino, preferii non farlo. Un poco per non scendere al suo stesso livello, un poco per mostrarmi superiore e un poco per non tradirmi. Mi limitai a scambiare un sogghigno d’intesa con Micaela. Ormai non lo perdevo più di vista. La rossa gli fece l’occhiolino e gli chiese uno sconticino. Lui l’accompagnò alla cassa, le fece il solito sconto e, la serpe, si intascò il bottino.
Non sono gelosa, ma da un uomo puoi sempre aspettarti di tutto. Nei giorni seguenti ripeté lo scherzetto sempre credendo che fossi cieca, e io continuai a far buon viso a cattivo gioco. A fingere di non vedere. Di esser ingenua. Non erano mai piccole somme, e il sommare di quelle somme faceva un grosso importo. Ecco perché il negozio non dava mai i risultati che mi sarei aspettata. Ecco perché avevo, ancora una volta, dovuto rimandare l’aumento per Micaela. Quella ragazza se lo sarebbe meritato proprio. E poi lavorava con noi da quando avevamo aperto. Non potevo certo confidarle di chi era la colpa. Che non avrebbe ancora potuto cambiar macchina a causa dei piccoli furti di un marito fedifrago. Era capace di strappargli gli occhi, così, su due piedi, davanti alle clienti. Invece io volevo sapere. Volevo capire. Volevo vedere dove e con chi sperperasse i nostri guadagni. Ero ormai sicura che dietro, come in ogni situazione simile, ci fosse una donna. Mi chiedevo chi potesse essere quella puttana. Magari me le faceva con una che conoscevo. Oppure andava a donne. Ad essere del tutto onesta non mi sembrava nemmeno il tipo.
Non sono gelosa, ma sotto i panni dell’uomo c’è pur sempre un maschio. Questo l’ho sempre saputo. Magari si era scoperto qualche strano vizietto. Così una sera mi vestii indossando tutto sotto un grembiule. Lui se ne accorse e mi giustificai ricorrendo alla scusa che ero stanca e mi sarei coricata presto; invece appena uscì lo seguii. Lui se la doveva essere bevuta; comunque non chiese altre spiegazioni. Lui prese la macchina e io un taxi. Parcheggiò in centro davanti ad un noto locale ed entrò. Entrai dietro di lui. Lo vidi al tavolo. Lui non si accorse di me. Intorno giravano ragazze molto evidenti e tutte giovani e tutte poco vestite. Non era a loro che lui prestava tutta la sua attenzione. Forse restai anche un po’ delusa, scoprendo, che non c’era nessuna donna, che aveva perso la testa solo per il vizio del rischio. Si giocava i nostri incassi con le carte in mano. Fece un paio di giri anche alla roulette, con la stessa maledetta sfortuna e un paio di bestemmie. Come tutti era convinto che prima o poi quella, la fortuna, si sarebbe girata smettendo di dargli le spalle.
Prima di uscire mi presi un amaro e poi un calice di prosecco ben ghiacciato. Da qualche confidenza appresi con forse aveva anche sommato un discreto debito. Tornata a casa feci un’immane fatica a trattenermi dalla tentazione di aspettare il suo ritorno e affrontarlo subito. Mi ricordai che la vendetta va servita fredda. Sciolsi in un bicchiere d’acqua un paio di pastiglie contro l’acidità di stomaco. Presi il libro che avevo lasciato sul divano e me ne andai a letto. Mi addormentai poco dopo senza sentire quando era rincasato. Doveva aver fatto molto piano o io stavo dormendo molto profondamente. Feci sogni un poco agitati e un poco libertini. Mi vegliai, strettamente abbracciata al cuscino, mentre lui si stava già facendo la barba. Uscì profumato come una battona, ma aveva gli occhi cerchiati di rosso; due impronte evidenti di una nottataccia vissuta faticosamente. Vigliacco.
L’avesse fatto per qualcuna certo me la sarei presa, ma forse alla fine nemmeno tanto. Certo non quanto scoprire che mi tradiva con il gioco. Quella sera, alla televisione, era una completa noia; c’era solo il festival di Sanremo. Avevo invitato Micaela a cena. Era giusto il momento adatto, e, prima che si preparasse ad uscire, gli chiesi perché non restare a casa? avremmo potuto divertirci ugualmente. E prima che avesse il tempo di obiettare proposi, alla sua meraviglia, che avrei avuto giusto il gusto e la voglia, e una gran porca di voglia –proprio così gliela presentai–, di una bella partitina a carte. Avevo già in mano il mazzo e la faccia può spudoratamente allusiva che avessi mai frequentato. Era dai tempi del liceo che mi studiavo quella espressione senza trovare l’occasione di interpretarla: “Un pokerino tra amici. Solo un paio di mani. Perché no? Anzi… uno strip poker in casa”.
Non sono gelosa ma un uomo è pur sempre un’animale stupido. Lui non poteva saperlo, ma fin da allora ero conosciuta come una perfida ed esperta bara. Ero sicura della mia trappola. Ed era per sicurezza che avevo invitato per quella partita anche Micaela. Lei era al corrente dell’inganno e entusiasta di aiutarmi. “Noi tre da soli. Io te e anche Micaela. Vero che ti va, cara”? Lei annuì rapidamente divertita. Lui aveva sempre mostrato un debole per quelle abbondanti della nostra amica. E poi quale uomo potrebbe dire di no ad una proposta simile? Non so come mi sarei comportata se non avessi vinto. E comunque non poteva andare peggio di così, anzi, poteva essere anche una bella esperienza. E poi non poteva essere così scortese di abbandonarmi da sola con la nostra ospite senza un buon pretesto. Se non avessi potuto vederlo umiliato avrei forse almeno rischiato di rinfocolare la passione.
Inizialmente lo lasciai vincere in modo che si gonfiasse di arroganza e pensasse che finalmente era arrivata la sua serata fortunata. Fu più facile del previsto. Lasciavo con delle buone mani, rilanciavo con degli evidenti bluff e con niente in mano. Lasciavo che lui interpretasse le mie espressioni dandogli a credere di essere un libro aperto. Per quanto grossi gli orecchini non potevano essere considerati come un capo di abbigliamento. Ero ormai rimasta solo con la mia biancheria intima e una calza. Con un reggiseno dalle coppie talmente piccole da distrarre gli occhi più avvezzi. Micaela non aveva nemmeno più quello. Dopo un attimo, rapidamente passato, di imbarazzo in cui aveva cercato di coprirsi con le mani, esibiva con disinvoltura e orgoglio due bocce da far paura. Lui non staccava più gli occhi da quelle, e forse aveva perso interesse anche per il gioco. Sicuramente aveva scoperto curiosità. Ero vogliosa di vendetta. Lui non mi aveva mai vista così vogliosa di correre in camera come mostravo di essere. E c’era anche la novità che poteva sognare, il povero illuso, di potersi portare a letto entrambe e farlo con due. Anche Micaela si fingeva smaniosa.
Lui si pavoneggiava in camicia e mutande e gli restava ancora la cravatta al collo. Era il momento giusto: “Ora alziamo la posta. Che ne dici? Ci giochiamo tutto. Si sta facendo tardi. Non vorrei annoiare o deludere la nostra ospite. Saltiamo i preamboli, sei d’accordo? Perché non ci mostri quanto sei audace”? Mi guardò con aria di sfida: “Cosa intendi per tutto”? Era fin troppo sicuro di sé. Era cotto a puntino. Michi mi strizzò l’occhiolino. Non avrei creduto mai neanch’io a quello che stavo per dire. Ammiccai: “Tutto vuol dire tutto. Micaela ha promesso di voler essere carina. E mi sembra proprio un bel bocconcino. Mi sembra che apprezzi e sbavi. Cosa fai, ti ritiri? Ti tiri indietro sul più bello? Sai che non sono gelosa. E poi ci sono io. Non avevo mai pensato… davanti a un’altra… e potrei spingermi anche oltre. Vedremo. Potrei… vediamo… potrei prometterti quello che hai sempre bramato, che mi hai sempre implorato, che ti ho sempre negato. Sì! potrei farlo”.
Lui mi guardò attentamente come si guarda una povera illusa e una preda facile. S’interruppe solo una frazione di secondo: “E se, per caso, vinci tu”? Esattamente era arrivato dove l’avevo aspettato: “Se vinco… –finsi di doverci riflettere– la licenza è mia”. Lui mi guardò con aria di sufficienza, forse convinto che volessi solo camuffare una golosità, magari per un rigurgito di decenza, e che non avrei mai preteso di riscuotere la vincita. Micaela mi corse in aiuto: “Mi sembra un’offerta generosa. E poi sai una cosa?… hai visto cosa ti perderesti. Lei… è tal e qual a quell’attrice. Una magnifica preda, ma questo lo sai già. Questo gioco spoglia i desideri più intimi delle persone”. E si fece scivolare gli occhi addosso e sull’abbondante seno, sorridendo in modo puttanesco e aggiungendo: “Decidi presto che non sto più nelle… dentro… dai che lo sai, nelle mutandine. Ad ogni mano mi è cresciuta la… curiosità. Il gioco mi ha eccitata. Ho spesso pensato a te. Scusa tesoro. Non te la prendere. Sai che io dico quello che penso”. Era una magnifica bugiarda.
Micaela era più che una commessa per noi, ed era una vera amica. E quando lo voleva, per quanto ne sapessi, sapeva essere una gran porcona. E ormai, oltre al minuscolo tanga, non indossava che le scarpe coi i tacchi alti e i suoi orecchini. E naturalmente quei due occhi panoramici al mascara che sembravano aver iniziato a proiettare il sogno più sfacciato che si potesse immaginare. Lei aveva accavallato le gambe; si era depilata per l’occasione. Era un vero spettacolo. Uno schianto. Lui aveva cominciato già a pregustare tutto e a sudare. Per rendere più convincente la sua promessa gli passò, lentamente, con carineria, le dita dal polso lungo tutto il braccio facendogli rizzare ogni pelo. Era confuso, incredulo, e io, approfittando del momento, gli feci scivolare davanti agli occhi il contratto da firmare. In quel momento avrebbe firmato qualsiasi cosa, anche in bianco. Già si pregustava la vittoria, l’ingenuo. Aveva fatto uno scatto con la testa come a scacciare qualsivoglia timore: “O la va o la spacca”.
Amava il gioco oltre ogni altra cosa e quella era una scommessa a cui non poteva rinunciare. E poteva avere questo e quello. Era così certo di aver già vinto il piatto, e con esso me e l’altra, che stavo perdendo il gusto. Era così distratto che forse non avrei avuto bisogno nemmeno tanta maestria. Gli servii quattro splendidi assi e un sette. Sorrise come un sole a Ferragosto. A Micaela tre re e due nove. E lei sorrise estasiata come se avesse visto la madonna. Quando lui, pensando di deludere la mia amica, con aria trionfante, scandì la sua mano sul tavolo lo bloccai, con le dita a ventaglio sul petto, e gli elencai, con perfida lentezza, la mia scala reale alla regina. Ammutolì, per un attimo sicuro di non capire, scuotendo la testa per schiarirsi le idee. Non c’era bisogno di molto: Micaela, che non è mai stata molto indulgente, stava già riponendo le tanto agognate incredibili bocce nel reggiseno. Io me la ridevo non solo dentro di me.
Gli strappai i miei panni da sotto le grinfie e cominciai rimettendomi la gonna. Cosa avevano le mie tette che non andavano? Certo non erano così tante. Ma nemmeno lui poteva vantare molta abbondanza. Cercai di non essere eccessivamente dura, almeno nel tono della voce; il resto era ormai nel destino: “Peccato, ti saresti divertito. Ci saremmo potute, forse, divertire. Insieme. Avrebbe potuto essere divertente. Non temere, non sono così crudele: hai tempo fino a domani per raccogliere le tue cose. Per stanotte puoi dormire in salotto, sul divano. Credo che noi usciremo a finire la serata da qualche parte. Ahm!!!… dimenticavo, credo che anche il negozio non abbia più bisogno della tua presenza. Io e lei, io e Micaela, ci bastiamo”. Quella sera ci divertimmo molto, tanto che mi sembrò doveroso nominare Micaela mia nuova socia. Le carte sono ingannatrici, e sono sempre loro a decidere della fortuna di un uomo.

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Urrà a Las Vegas.jpgNon era così che doveva andare, ma con lei le sorprese non mancano mai. È scesa, si è tolta il reggiseno, e ha messo fuori il pollice. Con tutte le sue cosettine bene in mostra. Davanti a quel miraggio il furgone non aveva potuto far altro che fermarsi, con grande stridore. Anche perché era proprio nel bel mezzo della strada. Però è meglio cominciare sempre dall’inizio.
Io non potrei più vivere senza di loro. Piuttosto mi sparo un colpo in bocca. Dopo aver sparato a tutt’e due. Ma è inutile farsi pensieri tristi, finché le cose vanno a meraviglia. Certo che non avevamo scelto un lavoro semplice. Anche se era un lavoro di antiche tradizioni. Comportava i suoi rischi. Non ci volevo pensare, ma a volte mi trovavo a farlo. Restava vero quello che avevo accettato fin dal primo momento: Le ragazze di campagna sono più spicce e sono differenti.
Non riuscivo a farle stare buone che qualche ora. Poi si lasciavano riprendere dall’eccitazione dell’avventura. Certo che la vita in campagna non offre molti svaghi; per due giovani donne come loro. E il caldo era ubriacante. La piscina poteva essere di ristoro solo per qualche ora. Uscivi ed eri già tutto sudato. Passava la voglia di fare qualsiasi altra cosa. Ma il rombo del motore e l’aria che entra dal finestrino danno quella certa carica. E soprattutto l’azione era come una brezza che ridava vita. Molto più di una buona birra.
Una cosa l’aveva capita bene lei, la candida e perfida Abigail, farlo di nascosto mette più pepe. Non le dispiaceva farmi divertire a guardarla con la sorella. Non le dispiaceva guardarci e partecipare. Non le dispiaceva nulla e tutto le garbava, solo che in segreto aggiunge quella sensazione strana. Quello stesso friccicore che ci lasciavano dentro le nostre piccole avventure. Quella cosa che chiamano adrenalina. Non ero del tutto d’accordo con lei. A volte esprimevo i miei dubbi con la sorella. Chrystal sosteneva che era una cosa legata all’età. Che si sarebbe sistemata anche lei.
Era un giorno come tanti. Era strano, non era mai capitato che potessimo starcene lì tranquilli a parlare, io e papà Donovan. Lui era sempre indaffarato. Forse era troppo caldo anche per lui. Aveva preso due birre e si era seduto davanti a me. Le tre donne erano indaffarate a preparare barattoli di confetture. Prese in mano stancamente la sua chitarra, sembrava saperci fare. Sulle note di cristallo mugugnò brevemente Treetop Flyer[1], solo un accenno. Poi la lasciò in un angolo. Io ti capisco, figliolo. A volte penso che fai bene. Allora ci credevo veramente. Qualcuno diceva che le mie interpretazioni erano interessanti. Non lo so. A vent’anni si può anche sognare. Avevo avuto anche un paio di proposte importanti. Poi l’erba e tutto il resto. Poi ho incontrato lei, non che me ne sia mai pentito. Solo che… Puf! Tutto è andato a farsi fottere. I concerti erano un ricordo. Ho capito di amare più le canne della musica. Sette mesi dopo aspettava già Chrystal.
Aveva un’aria rassegnata che non gli conoscevo: Era bella come lo sono le sue figliole. Non lo nascondo. E ad accalappiare il maschio ci sapeva fare. Così… Dylan non lo suono più. È uno sporco ebreo comunista. Allora… si è sempre un po’ stupidi da giovani. Come dicevo… poi il matrimonio. Poi la paternità. Ma non sono queste a invecchiarti. Non sono i grandi fatti ma le piccole cose di ogni giorno. Ogni una ti aggiunge una ruga e ti cambia. Perdi quella voglia. Ti ingobbisci sulle cose e sulle tue idee. Le soffochi dentro. Il tempo passa senza che te ne accorgi. Ti ritrovi inutile e ti sembra nemmeno di aver vissuto.
Andò a prendere un altro paio di birre: Spero di non annoiarti. E un po’ che ti volevo parlare. Un padre dovrebbe sempre farlo. A volte mi chiedo perché me ne sto qui a darmi tanto da fare. Per accumulare soldi che nemmeno mi godo. Forse avrei fatto meglio a inseguire quei sogni. Solo che… questo posto era di mio padre. Non ho avuto il coraggio di lasciarla da sola con una bambina in arrivo. Credi che abbia fatto bene? Sono convinto che sia stato uno sporco negro. Non l’hanno mai scovato. E mi son trovato troppo presto con troppe cose sulle spalle. Ma Chrystal è stata una gioia. È sempre stata brava. Tienila stretta. Con la sorella è stato diverso.
Ci pensò a lungo, in silenzio, prima di riprendere. Poi parlò tutto di un fiato, come se si dovesse togliere un peso dallo stomaco, troppo a lungo soffocato: Posso darti un consiglio, figliolo. Liberatevi di Abigail. Prima che potete. Lo so che è mia figlia anche lei, ma quella ragazza porta male. Lei è cattiva. Non lo so perché. Sono cresciute assieme. Dentro sono diverse. Da piccola voleva essere un ragazzo, e un poco lo è. È quel visetto d’angelo… Lei ama e odia allo stesso modo. Non ve ne verrà mai niente di buono. Dove abiti tu abitava una famiglia. Se ne sono andati. Avevano un cane. La madre non ne sa niente. Anche Abbi voleva un cane.
Ormai ero convinto che sapesse più di quello che dava a vedere: Un giorno il cane dei vicini fu trovato morto vicino al fosso. La gola recisa con un solo colpo. E aveva appeso il cadavere della povera bestia a un ramo. Capisci? Penzolava da quel maledetto ramo. Ucciso e poi impiccato. Nessuno ha mai saputo chi era stato, ma io sapevo che era stata lei. Mi ha detto che non era giusto, che se lei non poteva avere un cane, allora nemmeno loro dovevano avere un cane. Lei non aveva mai detto di volerne uno. Il cane l’abbiamo preso la settimana dopo. Ma io non dimenticherò mai quel cadavere e la pozza di sangue che si allungava sull’acqua stagnante.
Mi confidò che ci aveva fatto una canzone. Alla fine mi fece la sua proposta. Disse che potevo lavorare per lui, cioè con lui. Che quello che aveva era per la famiglia, ed io ormai ero della famiglia. Che mi avrebbe mostrato tutto. In fondo poteva anche non esserci troppo da fare. E non mi sarebbe mancato certo un aiuto. Bastava tenere gli occhi aperti. L’offerta non sarebbe stata nemmeno tanto male. Non so se ne sarei stato capace. Ci pensai un lungo attimo, o almeno mi diedi l’aria di farlo, la sua proposta arrivava tardi; gli risposi che preferivo fare da solo. A provvedere con le mie sole forze, per me e Chrystal. M’invitò a pensarci. Si alzò e mi lasciò lì per tornare a occuparsi delle sue cose. Credo che un puledro si fosse rotto una zampa.
Avevo visto più cose in quel mese e mezzo che in tutta la mia vita. Loro non prendevano nessuna precauzione. Non avevo voglia di trovarmi con un marmocchio tra i piedi. Almeno non ancora. Per fortuna non succedeva. Eppure, qualche volta, in quei giorni, mi son trovato a chiedermi se non ero io che sparavo a salve. Invece ci rimasero contemporaneamente, e le chiacchiere dei paesani s’irrobustirono. Stavo per diventare padre due volte, ma ancora contemporaneamente abortirono naturalmente, almeno così dissero. Era una soluzione che in quel momento andava a fagiolo anche a me. Non era un buon momento. L’estate pareva non finire mai.
Vegas è in mezzo al nulla, ero certo che non ci sarebbe stato traffico, nemmeno un’anima in giro, tranne forse qualche coyote che si era perso. Abigail aveva insistito tanto e alla fine non avevamo potuto dirle di no. Stavolta voleva essere lei la protagonista della nuova avventura. Avevo lasciato a Chrystal il compito di convincerla che era importante che si attenesse al piano. Di dirle dieci volte di stare tranquilla. Si era messa in testa che voleva non sentirmi più brontolare, che dimenticassi i casini e che fossi fiero anche di lei. Il portavalori passava di là tutte le mattine verso le tredici e un quarto p.m. Doveva solo farlo fermare. Ci fosse stato qualche intoppo, avrei bloccato io la strada, mettendomi di traverso alla carreggiata.
Io lo sapevo già ancora prima di partire che quelli disarmati non vanno nemmeno a letto. Forse li fanno già in culla così, col pistolone in fondina e con poca testa. Certo che non potevano immaginare di imbattersi in un rapinatore del genere. Come dicevo si è sfilata il reggiseno e ha steso il pollice. Con quel paio di armi spianate. I capezzoli vigili, tesi minacciosamente, pieni di rabbia e di passione. Con quel viso innocente pieno di fredda determinazione. E, nel frattempo, si era fatta notare Chrystal col suo Winchester spianato. Quello più sveglio, che non guidava, non sapeva se guardare quelle piccole tette, il fucile o le grazie di quella che lo imbracciava.
Lui, quello al volante, aveva provato a fare lo spiritoso: Serve un passaggio, bella? Poi l’altro gli aveva dato di gomito e anche lui aveva visto il cannone di Cristi. Whussy! Io mi godevo la scena, pronto ad intervenire. Intanto il motore respirava. Invece erano tipi molto ragionevoli e educati. Invitati a scendere lo avevano fatto subito, e con le mani alzate. Le armi erano rimaste al loro posto, alla cintola. Se avessi dovuto dare un parere li avrei licenziati subito. D’accordo che i soldi non erano loro, ma li avevano pagati per vigilarli, non per fare beneficenza. Ci hanno aperto immediatamente. Quasi quasi ci avrebbero anche dato una mano a scaricarli. Invece li avevamo fatti sedere a terra.
Ero tranquillo anche perché non avevano tempo per bazzecole come le nostre. C’erano in giro tutti quei terroristi mussulmani. Dopo l’undici settembre l’America tutta non pensava che a loro. Credo che avremmo dovuto chiudere tutte quelle maledette moschee. Era lì dentro che le carogne arabe si addestravano al terrore, contro tutti i nostri valori. In certi casi le chiacchiere servono a ben poco. Li avevamo lasciati legati come salami. Sotto quel sole impietoso. Forse sarebbero morti disidratati. Forse li avrebbero cercati non vedendoli arrivare.
Forse, se Abbi non avesse voluto togliersi lo sfizio di lasciargli quel ricordo rosso sulle mascelle. Aveva detto che li aveva tagliuzzati solo un po’. Perché l’avevano guardata malevolmente. Cazzo! di solito quelli sono tipi vendicativi. I soldi li avevamo già ed era stato un bel raccolto. Cosa serviva lasciargli uno sgarbo a imperitura memoria? Ma lei sostiene che un fuorilegge serio deve fare le cose come si deve. Valle a capire le donne? Forse è per quello che dovrebbero stare a casa.

[1] Stephen Stills, Treetop Flyer: https://www.youtube.com/watch?v=opBe5z0qwRE

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Una banca a NashvilleQuando Chrystal le mostra è come se apparisse la Madonna. Tutti lì zitti in preghiera. Non è tutta lì, ma già quello è molto. È sufficiente. Più che una vera grazia. Avrei preferito essere avvertito. Le avevo detto solo di aspettare e poi mettergli il ferro bene in vista sotto il naso, e di mostrarsi decisa. Io avrei controllato dalla porta dentro e fuori.
Nel nostro nido d’amore andava tutto a meraviglia. Almeno finché ce ne stavamo fra le pareti domestiche. Chrystal e Abigail proseguivano a non farmi mancare le loro attenzioni. Erano sempre allegre e continuavano a scambiarsi scherzi. Piccoli dispetti. Piccole cose. A volte si mangiava salato perché una aggiungeva sale nella pietanza dopo che l’aveva già messo l’altra. Si nascondevano le cose. Si rubavano i vestiti, questo le faceva spensieratamente infuriare. Mi piaceva vedere la più piccola con i panni dell’altra che le andavano abbondanti. Con quei pantaloncini. Si stuzzicavamo al solo scopo di provocarmi. Poche volte si apriva una scatoletta di zuppa Campbell.
Spesso me ne stavo fuori tranquillo a scrutare l’orizzonte. Non avevo mai visto niente di simile. Mi ricordavo di quel nostro primo incontro in veranda, e anche della limonata. Quando ancora non ci conoscevamo. Abbi allora aveva invitato la sorella a coprirsi che le si vedeva tutto. Sei scandalosa; svergognata! Cristi irritata l’aveva invitata a farsi quelli suoi. Si era controllata e aveva alzato le spalle. Aveva aggiunto: Cosa vuoi che sia? Chissà quante ne avrà viste lì in città. Anche meglio di me. Aveva aspettato conferma da me e anch’io avevo alzato le spalle. Poi mi aveva invitato a non ascoltarla e non farmi troppi fastidi. Alla fine Abbi aveva detto indispettita: Così non vale.
Quella loro svergognata voglia di rivaleggiare non era cambiata per nulla. Spesso Abigail imbrogliava o mi prendeva alle spalle. Non si poteva certo definire contegnosa. Era quasi sempre lei ad accendere la miccia. E Chrystal doveva munirsi di sana e orgogliosa pazienza. A volte la piccola minacciava di andare fino in paese e trovarsi un uomo tutto per sé. Erano semplici provocazioni, sicuramente non l’avrebbe mai fatto. Io, come capo branco, mi sentivo in poco fuori ruolo. A fare da guardiano non ci sapevo fare. E nemmeno a dirimere le loro flebili controversie, che finivano sempre nelle solite risate, e sovente a letto.
Non si erano certo divise equamente i compiti di casa. Una passava lo straccio dopo che l’aveva passato l’altra. Una finiva il caffè, fatto dalla sorella, senza rimettere un nuovo bricco sul fuoco. Ognuna andava anarchicamente per conto suo. Cose del genere. Non contava l’età o il maggior carisma. Anche se c’erano un paio d’anni di differenza la più giovane non si sentiva da meno. Secondo lei erano solo un paio d’anni e quelli non contano niente. Gettava lontano il cappello di paglia e assumeva un’aria di sfida. Oppure sbatteva la porta e per una decina di minuti andava a rifugiarsi a casa dei genitori. In quel caso erano più le occasioni in cui toccava a me andarla a raccattare.
Papà Donovan mi guardava con quegli occhi che m’invitavano a portare pazienza. Si tergeva il sudore e continuava a lavorare. Mamma Donovan spesso alleggeriva le tensioni con un buon dolce. Anche quel giorno era indaffarata in cucina. Mio suocero doveva passare in banca. È stato così, credo, che a Chrystal è venuta l’idea. Se n’è parlato prima, tra noi tre, come sempre. Ho cercato di dissuaderle, forse era ancora troppo presto. Non mi hanno voluto dare assolutamente retta. Ho mugugnato dentro la tazza di caffè e ho cominciato a elaborare un minimo di piano. Era un azzardo bello e buono. Cercavo di convincermi che si poteva fare.
Dopo Nashville avevamo visitato un altro paio di posti. Sempre cosette piccole, mordi e fuggi. Mai vicine tra loro. Era più il consumo di benzina che altro. E a passare tanto tempo in macchina cominciava a indolenzirmi le chiappe. Ma le mie due puledre erano impazienti, ed erano stanche di spiccioli. Houston sembrava in stato di guerra. Non so cosa stesse succedendo. Le strade erano piene di divise. Pigs! Persino Abigail aveva ammesso che erano anche troppi. Dickheads! Ci siamo dovuti accontentare di svuotare la misera cassa di un banco dei pegni. Un ebreo testa di cazzo. Shit face! Avevamo la rabbia addosso che ci dava anche quel minimo di rischio. Una rabbia che bisogna avere per fare; non ci si può inventare.
A Monterrey era andata un po’ meglio. Certo che Abigail era distaccata, ma fremeva con l’arma in mano. Non sarei rimasto sorpreso se si fosse messa a fare fuoco. Non c’erano con lei raccomandazione che tenessero. Siamo entrati in quel vecchio saloon da Old Wild West con il toro meccanico da cavalcare e le pareti piene di jukebox. Due teste di alce e una enorme di bisonte. Credevo di essere entrato in un set. Poteva andare tutto liscio. Non era ancora orario di apertura, ma doveva esserci tutto l’incasso della sera prima. Quando siamo entrati a viso coperto, l’uomo stava spazzando per terra vestito da Wild Bill Hickok.
Il Texas non è più lo stesso. Nessuno razzia più. Nessuno sembra aver voglia di nascondersi dietro un fazzoletto. Preferiscono fare i farabutti in casa o avventurarsi in imprese per andare in prima pagina sui giornali. Sembra sparita la dinastia dei banditi seri. Lui aveva alzato subito le mani, non voleva fare l’eroe, e nessuno si era provato a fare un fiato. Chrystal aveva vuotato la cassa e io tenevo sotto tiro i tavoli. Abigail doveva badare alla porta. Una cosa facile facile. Avevamo già il gruzzolo in tasca. Con la sua smith & wesson 686 aveva fracassato la testa del barman prima di uscire. Sono rischi del mestiere, ma dovrebbe stare più attenta. La gente, alla fine, si potrebbe anche incazzare di brutto.
Così siamo partiti per la nostra grande impresa. Nel suv di papà Donovan. Nel viaggio di andata, erano molto eccitate; soprattutto Abigail. Avevamo dovuto farcelo prestare perché quella di mia madre non era abbastanza comoda e le serviva per lavoro. Mi ero messo al volante e lei non riusciva a trovare pace. Chrystal l’aveva invitata a lasciarmi tranquillo. Le sue esortazioni non erano servite a molto. Abbi era fuori di sé per l’emozione, non riusciva a trattenere l’euforia, ero già il suo eroe. Mi aveva gratificato prima stuzzicandomi a lungo con la mano, e poi passando alle vie di fatto, scendendomi in grembo e usando le labbra. Cristi aveva sbuffato e poi l’aveva premiata come al solito: Wench!
Intono c’era solo deserto. Non serviva nemmeno una cicca perché tutto se ne andasse a fuoco. Secondo me non volevano ammetterlo, ma erano un poco gelose una dell’altra. Chrystal non avrebbe nemmeno tutti i torti, dovrei essere il suo uomo. Abigail aveva le sue ragioni, non ero stato imparziale nel giudizio. Avevo già deciso fin dall’inizio. Fin dal primo sguardo, e mi sono lasciato influenzare. A dirla tutta quella lustratina mi calmava la tensione. Per me non era una passeggiata. Sembravo l’unico nell’abitacolo a porsi qualche preoccupazione.
A quell’ora la banca era quasi vuota. Chrystal aveva saltato la fila mentendo un affanno; l’urgenza di fare un prelievo. Qualcuno si era provato a protestare, naturalmente, ma si era già chinata alla cassa. Aveva scordato di tirare su il fazzoletto, ma anche così il cassiere si era distratto. Poi se n’era ricordata e aveva sollevata la bandana sul naso, in tutta fretta. Altrettanto rapidamente aveva infilato la colt sotto il vetro. Non se n’era accorto nemmeno quello dopo di lei, in coda.
Il bancario era ancora distratto. Lei aveva improvvisato allungando anche il sacchetto e, china, gli aveva sputato le parole direttamente in faccia: Sono certa che quello che vedi ti fa bene agli occhi, zietto, ma so per certo che potrebbe fare anche tanto male a tanti. Devo fare una piccola riscossione rapidissima. Andiamo tutti di fretta. Fai il bravo. Metti tutto quello che c’è qui dentro; nella busta.
Prima che qualcuno reagisca dobbiamo essere fuori. Non importa se ci lasciamo dietro troppe briciole. Abbi doveva occuparsi solo delle telecamere e dei clienti. Fargli svuotare celermente le tasche anche dei telefonini. Mi sono accorto di quanto Abigail sia affascinata dalle banconote verdi fruscianti, lei avrebbe voluto svuotare tutto, anche l’ultima goccia, ma il segreto del successo in questo mestiere è nella velocità. Sulla porta all’improvviso lei si è girata e ha sparato. Uno grande e grosso si è portato le mani alla pancia e si è accasciato a terra. Dopo ci dirà che si era lasciato sfuggire un’offesa. I’ll kick your ass! Chrystal è dubbiosa e nemmeno io le credo troppo.
Avevo ammirato il sangue freddo della mia Cristi. Come sapeva governare le situazioni. Invece lei, Abbi, con quella sua faccina innocente da angelo distratto, rischiava di metterci nei casini. Era troppo impulsiva e capricciosa. Amava l’odore e il rumore dello sparo. Si doveva tenerla sempre sott’occhio. Stupidamente speravo che il tizio non si fosse fatto troppo male. Dalla pozza di sangue, che si era allargata per terra, non doveva stare nemmeno troppo bene. È per queste cose che poi la legge si incazza. E si mettono a cercare. È sempre meglio non fare troppi danni e non lasciarsi vittime alle spalle. È sempre stato un rischio frequentare troppo le banche.
Era stato fin troppo facile. Qualche sirena che mugugnava da lontano. Un po’ di sana polvere dietro le spalle, ed eravamo già seduti con davanti degli ottimi buffalo chicken wings, non troppo lontani dalla frontiera. Ed io cominciavo ad avere anche qualche dubbio anche su me stesso. Mi stavo facendo prendere la mano. Cominciavo a sentirmi un po’ troppo sicuro per i miei gusti. Il grande entusiasmo e un’amante infedele. Già c’era Abigail di cui trattenere le eccitazioni. Dovevo stare calmo, perché cominciavo a sentirmi come Bonnie and Clyde and Bonnie. La sanno tutti ormai la storia di Bonnie Elizabeth Parker e Clyde Chestnut Barrow, soprattutto da queste parti. Non serve essere insegnante di storia, come sono io; e si sa anche com’è andata a finire. Quella era, come si dice, la vera prova del fuoco. I colpi prima non erano stati che semplici bazzecole.
In macchina, nel viaggio di ritorno, era già scesa l’adrenalina. Non c’era più molta voglia di ridere e scherzare; nemmeno di parlare. Abigail contava il bottino e le sembrava, ancora una volta, poco. Era andato tutto liscio, questo è importante, e di trentamila dollari, e un morto, ci si può anche accontentare. Di quel morto gratuito ne avrei volentieri fatto senza. Sono in tanti, sempre di più, a sbattersi per molto meno. Ma non c’è modo di farle capire quando non vuole capire. Però… ma… Là dentro ci sarà rimasto almeno dieci volte tanto.
Questa volta siamo passati in televisione, con tanto di immagini. Non avevamo fatto abbastanza in fretta. Per fortuna solo in una rete locale, di Murfreesboro, che ci aveva dipinto come degli indomiti eroi. Per fortuna di Chrystal si vedevano solo le tette, beh! quasi. E di Abigail lo stacco delle lunghe gambe infilate negli stivali. Io ero in primo piano, ma avevo messo subito la bandana con la bandiera confederale. Forse il mio fazzoletto aveva fatto pensare loro a un’azione politica. Me ne frego della politica. Mi interessa solo di tonarmene a casa, anche se con un bottino magro. Ci sono i tempi delle vacche grasse e gli altri. E poi c’è sempre papà Donovan.

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Nobiltà e potereErano le quindici e venti di un martedì e la contessa Giuliana Teresa Graziosa Molesta del Roveto ardente si era ritirata adducendo un leggero mal di capo. Ma la nobildonna più che vittima del fugace mancamento sembrava oppressa da un profondo stato di avvilimento. Le faceva compagnia il suo palafreniere Arturo. Il conte Ulderico Ferruccio Saverio Astuto de Spiga corta era occupato a visitare le sue proprietà.
Per la sua vanita e per comodità l’aristocratica donna veniva chiamata, persino dal marito, contessa Ponpon. Qualcuno, dietro le spalle, storpiava quel epiteto in modo volgare, ma mai in presenza di Arturo, non lo avrebbe permesso. Lui era al servizio della sua padrona da quando era ancora un bambino, e l’adorava. Aveva cominciato dalle stalle e, in un certo senso, nelle stalle era tornato. Prima era stato un semplice ragazzo spalatore di letame. Poi era passato ad aiutare in cucina; da lavapiatti ad aiuto cuoca. Poi, via via, aveva fatto carriera. Il palazzo era sempre stato il suo piccolo mondo e nel palazzo aveva avuto la fortuna di conoscere Elvira, la donna che in seguito sarebbe diventata sua moglie, che era già la dama di compagnia preferita dalla contessa.
Lui, Arturo, era un po’ geloso ed invidioso delle confidenze che bisbigliando si raccontavano quelle due donne. Sembravano conoscere tutti i segreti del mondo. Lui, Arturo, non riusciva a capire come quella donna così elegante e aristocratica potesse ancora sopportare la presenza di quello zotico del conte Mezza taglia. La contessa Ponpon aveva dieci anni più di Arturo, ma era ancora una bella signora, anche se ormai aveva addosso un bel po’ di chili in più. Probabilmente i suoi occhi l’avrebbero vista sempre bella e sempre contessa. Non che non ne vedesse i difetti come donna, per vederli li vedeva, e qualche volta si scordava di chi era e vederli gli costava fatica, ma si era sempre trattato solo di attimi. Il conte Mezza taglia invece era un uomo decisamente grassoccio e grossolano. Non capiva come avesse potuto sposarlo, probabilmente era stato un matrimonio combinato dai genitori, oltretutto la famiglia de Spiga corta allora era praticamente sul lastrico. La dote l’aveva portata la contessa.
Quel giorno il cielo prometteva una pioggerellina che non si decideva a scendere. La luce nella camera era opaca. Cosa insolita per PonponArturo si penti subito di averla nominata nella sua testa senza il titolo che le spettava– aveva un gran bisogno di parlare e lo fece, dapprima svogliatamente: «Ti vedo stanco e… indolente, Arturo, qualcosa non va»? Arturo era orgoglioso che la gentildonna ricordasse così bene il suo nome: “Nulla, signora contessa. Mi scusi”. «E la famiglia… tua moglie? Floriana, vero? Tutto bene»? Arturo non ebbe cuore di correggerla: “Certo. Bene, mia signora”. «Antonietta sedicesima ha già partorito»? “Non ancora, signora contessa”. Poi, nella stanza, scese un breve silenzio. Sembrava che si fosse assopita con gli occhi spalancati al soffitto. O che si fosse avventurata nel labirinto di qualche pensiero e Arturo temette che si stancasse e potesse ricadere preda del mal di capo.
Cosa ancora più insolita per lei aveva espresso una sorta di rossore, gli aveva cercato gli occhi e gli aveva chiesto permesso, dandogli una confidenza che non gli spettava, e con una voce morbida e mesta che appena si riusciva ad udire, e che sembrava una preghiera, lo interrogò: «Posso chiederti una cosa»? “Certo, tutto quello che vuole, signora”… «Forse non dovrei». Si sentiva emozionato e onorato: “Sono completamente a sua disposizione”. «Meglio di no! Sì! So che mi sei fedele. Non riesco più a tenermelo dentro. Magari te ne sei accorto, ma non ne hai fatto parola. Ti capisco. Sei un vero gentiluomo. È Solo che… Solo che… non lo sopporto più quello zotico. Va con tutte. Senza ritegno. Senza pudore. Senza prudenza. Me la fa sotto il naso. E sotto gli occhi. È uno scandalo. Tutti ridono di me. È vero? Santa pazienza. Si è fatto tutte le mie dame di compagnia. Dovrebbero farla a me, non a lui. In fondo son tutte… quelle… Lasciamo stare. Oh! Scusa. –lui ascoltava in silenzio; non si sarebbe mai permesso di intervenire proprio in quel momento di confessioni– Pazienza. Ma adesso… anche le serve e le sguattere. Tutti le donne sembrano andare bene al signor conte Mezza… taglia. Tutte le occasioni giuste. Credi sia vero che sta andando a campi e a riscuotere tributi? Mi crede una sciocca. Secondo me sta ruminando sotto qualche lenzuolo. O in qualche fienile. Lui è capace di tutto».
Non sapeva che dire. Era veramente addolorato e mortificato, i vizi del conte erano risaputi da tutti, anche se nessuno ne avrebbe mai fatto parola, almeno in pubblico: “Sono ai suoi ordini”. «Non so proprio che fare, ma so che qualcosa dovrei fare». “Mi dica, signora contessa. Posso rendermi utile? Qualsiasi cosa”. «Sei gentile, mio fido Arturo. Forse sì, forse no. Forse è meglio me la sbrighi da me. Non ti posso chiedere anche questo». “Cosa”? Lei nascose le labbra dietro le dita per celare una leggera risata maliziosa: «Ora è meglio che vai. Non vorrei che qualcuno si sentisse autorizzato a spettegolare». “Certo, padrona. Servo suo. Sempre come desidera”. Il fedele Arturo, nei giorni seguenti, si riempì la testa di una tempesta di pensieri confusi. Elvira si chiedeva cosa avesse di tanto grave da essere così assente. Lui continuava a ripeterle che non era niente.
Il signor conte Mezza taglia pativa di una salute di ferro. Si mormorava che la pancia pronunciata gli creasse qualche ingombro a letto, ma la cosa sembrava non limitare i suoi ardori, né tanto meno quelli delle servette, e che fosse un gran produttore di peti. Nemmeno questo pareva minare le sue virtù. Girava per il palazzo baldanzoso e soddisfatto. Nulla sembrava potergli annebbiare l’umore o attentare alla sua vitalità. Quando ad Arturo era scivolata la presa sulla scala, e il nobile era caduto dal melo, aveva bestemmiato e punito lo sventato, ma non s’era fatto che una slogatura. Quando lo stesso Arturo aveva corretto distrattamente il caffè con un po’ di topicida, invece della grappa, non trovando cicuta in dispensa, non aveva provato che un leggero mal di pancia durato un paio d’ore. Andato in bagno si era liberato anche di quello. Aveva avuto, il signor conte, anche altri piccoli incidenti, ma tutti si erano risolti con ben misere conseguenze.
***
Erano le quindici e diciassette di un mercoledì, ma della settimana successiva, e la contessa Giuliana Teresa eccetera si era ritirata adducendo un leggero affaticamento da ricamo. La nobildonna però pareva più vittima di uno stato di sconforto. Le faceva compagnia il suo palafreniere e, ormai, confidente Arturo. Il signor marito era lontano per recarsi ad un’udienza con lo scrivano del segretario del Santo Padre per cercare un accomodamento per delle terre attorno alla piccola pieve. Quelle terre erano sempre state motivo di contesa tra la chiesa e il palazzo. Il conte era disposto a lasciare ancora formalmente e nominalmente quelle campagne, che fin dall’inizio del mondo erano appartenute alla nobile famiglia della signora contessa, al clero purché gli fosse permesso di coltivarle e beneficiare dei loro prodotti. Il suo sogno era farne un vigneto da cui ricavare dell’ottimo vino.
Cosa insolita per lei quel giorno la contessa aveva una gran voglia di sfogarsi. Gli aveva chiesto notizie della moglie e dalla cucina; nel frattempo Antonietta sedicesima aveva partorito un bellissimo puledro sano. Fuori il cielo era grigio e opaco. Nella stanza si era dovuta accendere la lampada. Cosa ancora più insolita per lei lo aveva fissato e gli aveva chiesto scusa, per poi liberarsi dal peso che aveva in cuore e non sopportava più: «Posso chiederti una cosa»? “Certo che può. Tutto quello che lei vuole, contessa. Lo sa”… «Forse non dovrei». Si sentiva eccitato e commosso: “Farei qualsiasi cosa per lei”. «Forse è meglio di no! Sì! So che mi sei fedele e caro. Siamo arrivati al limite. Non credi? Non è possibile che una nobildonna come me possa sopportare certe cose. Va bene anche una breve passione, ma… Quello che è troppo è troppo. Credo abbia una grande simpatia, per quella servetta. Credo si chiami Ersilia. Mica ne sono sicura. –lui non voleva interrompere quelle confidenze e gli sarebbe parso indelicato– A quella sciacquetta smorfiosa e senza pudore ho regalato un vestito. Su consiglio di Ulderico. Lo so che non lo dovrei mai ascoltare. Sono stata fin troppo generosa. Forse non era così vecchio. Forse era ancora buono. E lei si è presentata a servire alla festa con quello. Era più elegante di me. Una cosa inammissibile. E lui a farle i complimenti. Davanti a tutti. A dire quanto sei bella ed elegante Ersilia; o come diavolo si chiama la sgualdrinetta. E a palpeggiarle il… il… deretano. Davanti a tutti. Tutti sembravano avere occhi solo per lei. Io, il mio vestito, l’avevo preso per l’occasione. Questa storia deve proprio finire».
Era veramente rattristato e rammaricato, consapevole però anche che con i suoi vent’anni Emilia era proprio un bel bocconcino; anche se certo non aveva la raffinatezza della sua padrona. Quella non avrebbe mai potuto averla. Gli scapparono le parole prima ancora di poterle pensare: “Scusi se mi permetto, ma solo un… dissennato –forse si era spinto fin troppo oltre incoraggiato dalla famigliarità che gli veniva concessa; la contessa non parve farvi caso– potrebbe preferire una serva ad una contessa”. «Dici bene, caro Arturo. Parole sante. So che lo faresti… Che almeno ci proveresti, povero caro. Mi stavo chiedendo se ne saresti capace. Credo di no. Ho apprezzato tutti i tuoi sforzi. Ho capito che non sei adatto. E poi… per un nobile ci vuole un nobile. Lascia stare». “Mi spiace, signora contessa. Comunque, resto a sua disposizione. Per qualsiasi cosa”. «Lo so, Arturo, lo so. So che mi sei fedele. E anche che sai mantenere un segreto. Uomini così se ne trovano sempre meno. Purtroppo. Ma non ti posso chiedere questo». “Cosa”? Lo pregò di lasciarla sola e di mandarle sua moglie, aggiungendo laconicamente: «Chi fa da sé fa bene e fa per tre».
Arturo era rammaricato. Non che non avesse provato, pover’uomo, ma, con tutto il suo impegno e dedizione, non era stato capace di aiutare la sua amata padrona. Ed era vero che quella Emilia cominciava a darsi proprio delle gran arie. Mostrava sempre meno vergogna. Sembrava una gran dama e ostentava paura di potersi sporcare i polpastrelli. E ostentava anche sempre più di sé. Spariva continuamente e al focolare non c’era mai. Trattava gli altri dall’alto. La sua amata contessa sospettava anche che lei stesse cercando di farsi ingravidare. Questo era un pensiero che aveva sfiorato inutilmente anche lo stesso palafreniere e confidente, sospetto che lui aveva cercato subito di cacciare via. Di pensiero in pensiero, e di riflessione in riflessione, era giunto all’amara conclusione che Emilia era comunque graziosa, e che non era in ogni modo tutta colpa sua, e che far del male a lei, a una ragazza, forse sarebbe stato più semplice, ma non sarebbe servito a molto. Una sguattera si sostituisce molto più velocemente di un papa, e di donzelle generose, solerti e intraprendenti, è colmo l’universo.
Arturo non credeva in Dio né nella divina provvidenza. Credeva solo in quello che credeva lei, la sua amatissima contessa. Una cosa è certa: il conte maiale, l’indomani verso le quindici e quindici, minuto più minuto meno, schiattò d’improvviso come un comune mortale; con la bocca spalancata e gli occhi strabuzzati. Nel bel mezzo del letto della di lui consorte. Il referto fu breve e laconico: infarto. La servetta Emilia, prima di lasciare la casa cacciata, gridò disperata che non poteva essere vero, che il suo Ulderichetto Ferruccio Saverio Astuto de Spiga corta godeva di ottima salute, ed era pure un gran montone, e un gran puttaniere. Sulla porta obiettò affranta e indispettita che la lunghezza non è tutto. E finalmente se ne uscì alzando le spalle e minacciano inutilmente: “Non finisce certo qui”. Qualche malalingua maliziosa e malvagia già bisbigliava che aveva sentito con le proprie orecchie il povero conte invocare disperato: «No! Basta. Non ce la faccio. Ancora? Vuoi vedermi morto». Si sussurrava che fosse morto sotto la di lui consorte perché la dolce moglie contessa aveva reclamato e preteso anche tutti gli arretrati. Una pretesa eccessiva anche per lui e per qualsiasi uomo. E che forse stavano facendo anche qualche giochino strano, visto il segno rosso che segnava il nobile collo.
Arturo non era aduso a badare alle dicerie e alle malevolenze. Era preoccupato per la terribile perdita della sua padrona e confortato solo pensando che presto forse avrebbe superato il triste momento, comprendendo che a volte il fato toglie, ma sa essere generoso. Che era destino. Che da una disgrazia può nascere una fortuna. Che chiusa una porta si apre un portone. Che in fondo non era un grande esempio di conte; e così via. Andò in soccorso della sua adorabile padrona con tutta la saggezza popolare che conosceva e mille altri proverbi; usando tutto il tatto che possedeva, ma lei era una donna forte e decisa. Affrontò subito sicura la situazione: «Arturo, ti prego, portalo via di qua. Non voglio vederlo più. E non voglio che la gente chiacchieri e spettegoli. Non voglio che lo trovino nel letto di sua moglie. Chissà cosa possono pensare. Nel mio letto. Sono disgustata delle dicerie». “Ma cosa posso fare”? «Uhnnn… Buttalo nel letamaio. Farà godere anche i maiali». Ne fu sorpreso e cercò di interpretare quelle frasi: “Ma come facciamo per le regali esequie”? Lei pareva aver preparato la risposta già da prima: «Regali un benedetto cacchio. Maiale era e maiale rimane, anche se conte. Ieri e morto il ciabattino e la famiglia non ha un soldo. Se ne vorranno disfare con piacere. Nella cassa ci mettiamo lui con i suoi poveri stracci. Quando è inchiodata uno vale l’altro, nessuno va a sofisticare, e un pezzente vale un principe, o un conte. Anche se il pezzente muore senza farsi la barba, e quell’odore lo aveva già addosso».
Il venerdì successivo, a pasto, le venne servito un arrosto di maiale, cotto in una salsa di mele verdi con cannella e chiodi di garofano, che sua signoria la contessa gradì molto divorandone una enorme porzione con avidità. Sembrava soddisfatta, sollevata; come se il lutto e le gramaglie le si addicessero. Gli occhi le scintillavano di ingordigia. Arturo conosceva quello sguardo. Finito di pranzare, e licenziata la servitù, la nobildonna Giuliana Teresa Graziosa Molesta del Roveto ardente si fece una grassa risata: «Vieni qui, mio caro Arturo. Avvicinati». Commentò: «Sai… mi ha dato uno strano compiacimento mangiare la carne del porco che ha mangiato quel porco? Ora sai cosa ci vorrebbe»?
Detto fatto, senza aspettare la sua risposta, senza aspettare che altro tempo interrompesse quelle parole, si alzò, gli diede le spalle, si chinò sul tavolo, sollevò tutti gli strati delle sottane e mise a nudo il suo regale dorso. E con i generosi seni e il capo affondati nelle braccia, e la voce affogata dentro l’ampia scollatura, pronunciò la frase che avrebbe potuto farla passare alla storia, ma che rimase chiusa tra quelle quattro mura poiché, tra le sue doti, Arturo frequentava anche la discrezione: «Potere al popolo».

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