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Posts Tagged ‘gioventù’

Una faccia slavata. Con quel poco trucco approssimativo. Come tante ragazze della sua età. Non ha nessun fascino. Non lo avrebbe. Non fosse per quell’età. Per quel viso imbronciato. Per quell’aria di sfida. Per quella sua impudicizia negli occhi. Per quel suo essere bambina, e un attimo dopo atteggiarsi donna. Nel volerla esibire quella donna. Per la sua sfida al mondo. Per quella sua spudorata arroganza ostentata. I capelli in disordine. Il tatuaggio che le spunta dalla maglietta. Per quel fingersi vissuta. Che le cose le sa. Che la vita l’ha conosciuta. Che ne è stata sporcata. Per le sue unghie mangiate. Per i suoi occhi senza cuore. Per quella irriverenza. Per la sua insensibilità verso tutti. E poi, assieme, la sua passione per i gatti. Per la sua furba ignoranza. E le sue parole di gergo. Che solo tra loro capiscono. E la fanno una extra. Una sorta di puerile mistero. Perché per lei è uguale invocare un dio, la mamma o vociare una bestemmia. Per le sue labbra screpolate. Senza rossetto. Per il suo sguaiato dire le cose come le sapesse. Come le conoscesse. Possedendole attraverso le parole. Lo sbandierato linguaggio da trivio. E poi il rossore alla cosa più banale. Proprio quel suo naturale trasformismo. Come una corazza. Come in ogni essere in divenire. Quando vorresti essere e non sei. Quando insegui solo sogni. E vorresti afferrarli con le dita. Anche quei sogni che trovi in ogni scaffale di supermercato, a buon mercato. Fatti di minuzie. Di inutilità. Solo perché non sono ancora tuoi. Come rubare un rossetto che non puoi usare. Come le calze di seta che non metterai. Per poi fingersi di voler essere uomo. Maschio. Rinchiudersi od esplodere nella protesta. Incolpare di tutto tutti. E il mondo. E il destino. E quell’essere donna. E quell’essere non ancora donna. Le tette troppo minute. Quelle tette che nessuno ancora guarda. Che soffia fuori. La corta gonna. O i pantaloncini. Le mutandine a fiori.
E ancora, nuovamente, la sua impertinenza. La sua distrazione. La sua disattenzione. Quel suo essere dentro e allo stesso tempo fuori. Non farci caso e restarne infastidita. Cercare gli sguardi. Condannare chi la guarda. E disprezzare tutti quelli della sua età. E disperarsi di un amore ragazzino. Del vicino di banco. E disprezzare tutti quelli che non la hanno, la sua età. E dirlo proprio a me. Dire tutto quello che le viene in mente. Le cose più banali. Le cose più segrete. E non dire niente. E non trovare le parole. E non comunicare nemmeno nel silenzio. E allora invocare la notte. Non tornare a casa. Prenderle. E continuare. Disubbidire. Essere figlia. Rifiutarsi. E vendere i libri. E con i soldi perdersi in un pista. E vendersi. E comprarsi. E pietire per un po’ di roba. Supplicare un attimo di violenza. D’essere punita. E di vedersi brutta. E di spaccare lo specchio. E di scoprirsi meravigliosa. E di vendersi nuovamente per una parola. Non fosse perché tutto l’universo è solo un capriccio. Uno scherzo del destino. Un treno che non arriva mai. Di cui non ha il biglietto. Che non sa da dove parte. No! non fosse per quel piercing sulla lingua. E la sua eterna aria da innocente. Per i panni di cui non si sa liberare. E la sua improvvisa ricerca di sfida. Ai giardini come nei bagni delle scuole. Con tutti e con nessuno. Rifiutando il mondo e l’essere umano. Cercando di decidere. Credendo di decidere. Illudendosi d’essere lei, a decidere.
Lasciandosi rimandare per andare in piscina. Per sfidare l’autorità. Quella piccola e mediocre. Quella che s’è già scordata di sé. Il tutto in apnea. Senza il tempo di respirare. Correndo tutto d’un fiato. Ascoltando un pezzo stupido. Che proprio per quello ti fa ridere un solo minuto. E ancora per le sue ginocchia sbucciate. Per la sua goffaggine. Per quel vestitino di jeans sdrucito. Perché quando si siede si lascia guardare per dispetto. Per quando mette il broncio. Per come gioca con quel ciuffo di capelli. E per come lo fa col suo lobo destro, ascoltando. Per i suoi fermacapelli. Perché sembra non sapere. Per i suoi infantili rancori. Per gli scatti improvvisi e ingiustificati di allegria. Per come strizza gli occhi accartocciando tutta la faccia. Per come succhia dalla cannuccia il suo elisir di vita. Per come tutto per lei è semplice. E anche per come tutto per lei è complesso. Per come sembra aver bisogno di protezione. Perché sembra che tutto le sia dovuto. Che abbia ancora un futuro davanti. Che ne abbia paura. Che ne abbia terrore. Che lo rifiuti. E che sia curiosa. Curiosa di tutto. E di quel tutto annoiata.
Per come tira su col naso. Perché per lei una retta non è mai diritta. Per come ciuccia una caramella. Per come torna ad abbassare gli occhi. Per come storpia la canzone. Per la sua voce roca. Per le sue voci da gattina. Per quel gesto di smemoratezza. Per quel suo battersi la fronte. Per i suoi capelli nella spazzola. Per quando scappa perché è tardi. Perché lei non sa essere che compulsivamente e attentamente distratta. Per il disordine dove aleggia e dove trova il suo agio. Per come lo crea intorno. Per tutte le sue cose fuori posto. Per tutte le sue parole fuori luogo. Per come riesce a creare il disordine anche nelle idee. Tutto intorno a sé. In ogni cosa. Per come non si giustificava quand’è in ritardo; con un sorriso. Ed è eternamente in ritardo. Per come finge di esserne interessata. Per come sa essere eternamente indifferente. Per la linea del suo naso. Per le pieghe sotto gli occhi. Per quel suo fanculo. Per quando sbocca. Per tutte le domande che si ritrova. E anche per quelle che tace. Per la teoria che ha elaborato sul pressapochismo come filosofia di vita. Per come trova un bilico precario a tutte le cose. Per come va avanti e indietro cercando l’aria. Per come riempie le stanze. E per come le lascia vuote; gonfie di mutismo.
Per il suo odore con gli abiti bagnati. E quella faccia coi capelli fradici. E il suo amare quella pioggia. E il colore della pelle d’estate; come il miele. Per le sue infradito da spiaggia. Per i suoi costumi dozzinali; troppo grandi per lei. Per come si infila nella vita. Per come ne entra ed esce. Per come si fa ripetere le cose –persino qui. Anche quelle che ha detto lei. Per come stropiccia i libri. Per come piega gli angoli di quelle pagine. Per come li legge. Si assenta ed entra nel libro. Alza gli occhi e dice le cose più illogiche. Poi torna ad affondare nelle pagine dentro, la storia. E la storia è lei. Si cerca in quelle trame. Cambia. Si sostituisce a questo o quello; indifferentemente. Gioca a girare il mondo nei panni degli altri. Cioè – come detto– per come c’è e non c’è. Per come tutto è mistero. E per come li banalizza tutti. Fingendo di aver vissuto mille vite. Per come poi torna bambina. Per come si fa acida. Per tutto quello che si porta dietro. Cioè per il suo zainetto. E la sua smemoratezza. Per le attese. Per la sua meraviglia. Per come sa fingere di ascoltare. Per i suoi capricci da bambina. E le bolle che fa con la gomma. E le sue risate quanto scopiano. Per come crede di poterlo fare; tutto. Per come prova a fare le cose. Per come cucina un uovo. Per come chiede.
Non ci sarebbe nessuna ragione per accorgersi di lei. Non fosse come un segreto da violare.

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Non ne aveva mai fatta una; e la fretta non era stata certo buona consigliera. Aveva avuto solo il tempo di preparare le valigie, frettolosamente, e di rubare un taxi sotto il naso ad una coppia di turisti tedeschi. Ancora nella scaletta e già le gambe frenavano e si sentì perso al suono della sirena. Appena partito aveva telefonato per tranquillizzare a casa e Susanna l’aveva ringraziato e gli aveva spiegato di essere dalla parrucchiera e l’aveva invitato a divertirsi. Si era limitato a mettere la giacca a rinvenire all’aria e a controllare il bagno, poi era uscito a prendere possesso di quel nuovo piccolo mondo. Si chiedeva se non era stato un pazzo ad accettare quel viaggio premio con i colleghi delle assicurazioni; la crema della crema. Degli enormi rompiballe che si sarebbe dovuto sorbire a turno continuo per tutti i giorni della crociera ventiquattro su ventiquattro.
L’aveva già notata da subito durante la sua prima perlustrazione e se la trovò al tavolo quando raggiunse la sala ristorante per pranzare. Alberica, che voleva essere chiamata Alba, per quel viaggio era in compagnia di un industriale tessile o qualcosa di simile che ne pareva orgoglioso e cercava di non perderla mai di vista. Per l’occasione indossava un vestito rosso sgargiante, forse un po’ troppo impegnativo in una simile circostanza, con ampia scollatura e scarpe decolté di identica tinta, naturalmente, muovendosi disinvolta su quei tacchi altissimi. Tra i due doveva esserci qualcosa più che delle chiacchiere anche dal modo in cui lui era estremamente premuroso verso la compagna e da come l’aveva aiutata a prendere posto.
Lui cancellò quel pensiero che gli sembrò non fargli onore e cominciò a scorrere la carta dei vini. Quella vacanza non sarebbe passata indolore. Si trovò a parlarci senza accorgersene. Non era donna comunque da passare inosservata, sembrava conoscere tutto e tutti e avere molta dimestichezza con qualsiasi argomento, era cioè di piacevole conversazione. Di tanto in tanto si tormentava l’orecchio e l’orecchino e muoveva a destra e a sinistra il naso in un quasi tic. Come se il suo accompagnatore non ci fosse non faceva che parlare del marito che pare fosse nei preziosi, qualcuno diceva preziosi e burro ma lui ignorava il nesso tra le due cose, ed elogiarlo per dire quanto lo amava. E quando lo diceva una strana luce le brillava negli occhi come se solo allora vi si riflettessero i lampadari del salone. Strana donna quella donna, misurato e intrigante e perfetto equilibrio di fascino e di eleganza.
Avrebbe avuto il tempo per conoscerla? e nel chiederselo progettava le proprie curiosità. Alba era anche in una certa confidenza con il direttore generale immaginifico. Su quel “certa” aleggiava nelle voci un tono poco chiaro e leggermente allusivo. La cosa poteva rivelarsi di una qualche utilità e, distratto dalla luce dei suoi gioielli, non poteva credere a tutte quelle chiacchiere, era una di quelle donne maritate ed innamorate, e poi quel brusio di sussurri non poteva soffermarsi su una persona sola; nemmeno fosse stata una folla.
Aveva appena cominciato a frequentarla e già ne imparava tante storie che avrebbero potuto riempire una intera saga, anche se non poteva negare che emanasse un notevole fascino. Era più portato a credere nell’esagerazione presumibilmente mossa anche da frustrazioni e rifiuti consapevole che l’uomo non ha mai imparato a ingoiare nessun insuccesso. Lei non faceva che immaginificare i luoghi in cui erano diretti, doveva averli già visti, sapeva proprio tutto. Gli spiegò che non poteva proprio perdere di scendere a terra con lei a Lindos di cui nessuno parla e che sarebbe stata invece un’ottima occasione per recarsi assieme in un magnifico mare. E poi di tutto il resto e di tanto altro. Simulò indifferenza, non era disposto ad ammettere apertamente e davanti a tutti di non averne nemmeno mai sentito parlare. Decise che forse avrebbe potuto aiutarlo a sconfiggere la noia.
Eppure ebbe la sensazione di aver suscitato nella donna dell’interesse. La cosa non mancò di lusingarlo anche se trovava il tutto banale. In fondo anche quell’uomo era stato gentile con lui e non cercava di complicarsi la vita, avrebbe voluto che finisse quanto prima. Si perse più volte, il senso di orientamento non era la sua maggiore virtù, alla fine riuscì a trovare il distributore delle sigarette e a tornare alla cabina. Si fece la barba e annegò di dopobarba la pelle del viso e poi preferì rilassarsi in cuccetta aspettando l’ora per avviarsi. La sera, per merito di Alba, cenarono tutti al tavolo del comandante e forse profittò fin troppo del vino gradevole e fresco. In effetti un poco la testa cominciò a girargli e si sentiva leggero di una euforia sottile e strisciante che aiutava la voce a liberarsi. Cercava invano di stare attento a quelle parole e ai suoi gesti che gli parevano comunque goffi.
Alba continuava a parlargli del più e del meno, ma molto più del primo. Il vestito era ancora rosso ma non era lo stesso, attorno alla scolatura, ancora più profonda, correva una passamaneria dorata. Parlava e si muoveva senza preoccuparsi della scollatura e sotto si sarebbe detto che non portasse nient’altro che, come s’usa dire, chanel. Gli orecchini dondolavano lampeggiando mettendo a prova gli occhi e gli stomaci dei presenti. Tra tante cose gli aveva comunicato, eccentricamente mortificata, che al primo scalo sarebbe stata raggiunta dalla figlia, ma lui non aveva prestato molta attenzione alla cosa. Insomma dopo un po’ lui aveva smesso di ascoltarla e s’era immerso nelle dovute riflessioni. Temette di essersi mostrato sgarbato anche con il comandante.
Lei stava dicendo che sarebbe stata contenta se gli avesse potuto dedicare qualche minuto solo per lei per spiegarle dei dubbi che aveva su una polizza vita stipulata dal marito. Aveva pensato di essersi sottratto precisando che si occupava di mutui, ma lei lo aveva rintuzzato subito dicendo “meglio!” e aveva aggiunto sottovoce che era preferibile che si incontrassero da lui. Si era giustificata spiegando che era una donna libera, almeno per il tempo della traversata, a parte la presenza della figlia, ma che era una questione di convenienza, che sarebbero stati più tranquilli, che ci teneva al proprio onore e non voleva pettegolezzi e che non sarebbero stati disturbati. Erano stati interrotti dal ritorno dell’amico della donna. Si scusò, non aveva dato alcun peso alle ultime osservazioni, aveva solo voglia di rifugiarsi nella cuccetta anche se avrebbe preferito un vero letto. Lei, sotto il tavolo, aveva allungato la mano e l’aveva sfiorato.
Le spiegò che non era particolarmente affascinato dal progetto di andare a annegarsi di sudore in una palestra. Era intrigato e stava valutando se era più conveniente abbandonarsi all’istinto e seguire il proprio desiderio accettando la sfida e ingaggiando quella lotta di provocazioni e malizie e sottintesi, o se non fosse meglio sottrarsi per la presenza di tutte quelle attenzioni che quella donna naturalmente provocava e di cui si nutriva e perché qualcosa in lui si trasformava in avvisaglia. In più c’era la presenza del suo accompagnatore, una presenza un po’ troppo invadente. Aveva preferito andarsi a lavare le mani e rinfrescarsi il viso cercando di riordinare le idee che gli tumultuavano in testa con il sospetto infondato di soffrire improvvisamente di mal di mare. Dovette accomiatarsi con gentilezza ma anche con una certa fretta.
Gli avevano detto che era una pazzo perché quella donna era una strega e ne aveva rovinati molti, di uomini, per poi buttarli metaforicamente (è l’occasione per precisarlo) a mare. Gli avevano detto che era una pazzo perché quella donna era una strega e ne aveva fatti impazzire molti, di uomini, trascinandoli in un vortice di piacere impossibile da descrivere. In verità lui solo non era stato niente; niente di tutto quello e pertanto smise di chiedersi le cose. Faticò a lavarsi i denti e prepararsi per la notte vinto dalla stanchezza. Lesse tre volte la stessa riga per capire che non c’era verso e così accettò e spense la luce per rifugiarsi in un sonno che lo sballottò come nel mezzo di un uragano. Rinunciò all’invito di andare a visitare i resti di Olimpia, non era la giornata adatta e decise che poi in fondo non erano che pietre. Restò in nave a smaltire gli eccessi, non ne aveva mai fatta una e probabilmente non ne avrebbe mai più fatta un’altra.
Lui se n’era completamente scordato, quel mattino gli era difficile ogni pensiero, ma la nave era ancora in porto e Faustina, come gli era stato anticipato dalla madre, doveva essere salita prima che lui uscisse per la colazione. Lo fece con un ritardo colpevole e non gli riuscì di mandar giù che alcuni sorsi di caffè amaro mentre resisteva al panico; il mare era minaccioso e indifferente, laggiù, in basso, una presenza quasi estranea, se non una non presenza priva di alcun fascino. Per quanto gli riguardava Katakolon avrebbe potuto restarsene lì per sempre, non vedeva l’ora di poterla guardare dalla poppa, non avrebbe avuto nemmeno la forza di muovere un passo. Si prese una sdraio e cercò la sopravvivenza maledicendo a minuti alterni la propria stupidità, nel tempo che gli rimaneva cercava di annegarla nell’alka-seltzer.
Il pomeriggio andava già meglio, una buona pennichella era stata un ottimo toccasana. Le incontrò che uscivano dal corridoio che portava alla loro cabina e si rigirò a guardarle di spalle mentre salivano la scala, Alba aveva un culo impegnativo che sussurrava ad ogni gradino aneddoti sfiziosi ma forse troppo lascivi e ormai fuori tempo, probabilmente avvertiva lo sguardo dell’uomo su di sé. Quella ragazza invece era la primavera. Vederle vicine, una accanto all’altra, forse, a parte l’età, sarebbero state uguali, come a volte avviene tra madre e figlia, non fosse che la madre era troppo preoccupata a nascondere gli anni. Aveva capelli di inaridita paglia e un mimica che snaturava i sorrisi in rattrappite smorfie. Il rossetto non riusciva a coprire l’avviluppato nido di rughe e il seno era esagerato ed esageratamente soddisfatto. La figlia era coperta da un abitino corto in cotonina che si appoggiava pigro alla pelle. Aveva solo un’avvisaglia di seni e gli occhi sgranati nella curiosità, ancora colmi di quella petulanza da bambina; quasi inutili nella mancanza di trucco e di vera malizia. In un attimo capì che l’eccessiva e arrogante innocenza di quella ragazza erano già un’ossessione.
Aveva visto troppi film di mare e di pirati oppure troppo pochi, non era come se l’era immaginato: tutto era immobile e l’unico assente era il mare. Si sentiva ingabbiato in una cabina che sembrava una prigione, non avvertiva nemmeno la presenza nell’aria della salsedine, solo gusto di chiuso e di uno strano vuoto senza gusto tranne che per quel po’ di sapore metallico, più che altro rugginoso. Le ritrovò mentre gironzolava, un po’ per caso e molto poco no, e gli venne chiesto se era così cortese di farle una foto con la figlia. Si erano appoggiate al parapetto con il paesaggio che si allontanava alle spalle, si vedeva solo un cenno della scia bianca tra le onde e più in fondo la meraviglia del canale di Corinto.
Un leggero vento fece sventolare la bandiera e le loro gonne e mise a nudo le gambe e lei lo lasciò guardare abbondantemente ridendo prima di coprirle goffamente con un gesto pieno di malizia e gli occhi pieni di promesse fingendo che fossero infastiditi dal sole. Si strinse la figlia al seno quasi volesse soffocarla e per dirgli che avrebbe voluto stringere lui. Lui continuò a scattare: la ragazza era un vero amore, un bocciolo; lo zoom le scivolò dosso fino a un ritratto in primo piano. Alla fine Alba si rivolse alla ragazza e riuscì a farsi fotografare con lui passandogli una mano alla vita e profittando di sfiorarlo dietro, sembrava continuare a divertirsi molto. Non s’era arrischiato di chiederne una con la ragazza e si mordeva la lingua. La nave naturalmente batteva una bandiera che non conosceva.
Da quel momento non aveva avuto altro pensiero che restare solo con Faustina. Quella lussuria dell’innocenza, così diversa da quella della madre, così piena di sensualità e di ignara impudicizia; ma altrettanto licenziosa, ancora più perversa, lo faceva impazzire. Nella ragazza tutto era ancora naturale e lui non pensava ad altro che sporcare quel sorriso che sfidava ogni cosa e qualsiasi pericolo e patto. Si inventò frasi coraggiose e allusive e persino romantiche da dire alla giovane e poi ripeterle in privato. Si annotò il numero della cabina e scoprì che era troppo prossimo a quello della madre e dell’amico della donna. Provò una gelosia rancorosa e altrettanto stupida per quell’uomo che non aveva nessun diritto. Studiò i percorsi per aumentare le probabilità di incrociarla e le possibilità di parlarle in modo appartato.
Gli avevano detto che madre e figlia erano rientrate presto e poi s’erano dirette in piscina. Lui aveva chiesto tutti i particolari giacché s’era attardato per prendere un ricordo per Susanna e uno per la sua piccola e per la curiosità di vedere Licabetto. Niente di ché e non capiva gli elogi sperticati che la donna gli aveva dedicato per poi non andarci. Le aveva raggiunte, ch’era quasi ora di andarsi a cambiare, ancora vestito com’era tornato a bordo. S’era pentito d’essere sceso a terra con tanto ritardo da non poter godere della loro compagnia e s’era scusato. Aveva proposto una bibita e aveva provato giustamente ad insistere ma entrambe avevano rifiutato con la ragione dell’ora e per rispetto di chi le stava aspettando. Il tessile se ne stava lì di controllo nascondendo la faccia quasi completamente dietro le quotazione della borsa enfatizzate nel quotidiano, gli fece appena un cenno e ripiegò il giornale per richiamare le due donne. La ragazza ebbe un solo attimo di incertezza, attorno alla testa aveva un foulard a fiori con trasparenze quasi impalpabili da cui pendevano alcuni cuoricini dorati e un costume minuscolo con molto blu e molto verde. Aveva un corpo flessuoso e si muoveva come una sirena. Era un miraggio; scappò dietro la madre che la chiamava e quell’uomo orribile. Lui decise che l’indomani sarebbe sceso a Rodi con loro.
Fino ad allora era riuscito bellamente ad evitare di farsi coinvolgere dal cameratismo appiccicoso dei colleghi nonostante i reiterati tentativi. Aveva saputo solo che c’era stato qualcosa tra Lorenza e Giuliano, pareva una notte di fuoco, e tutti ne parlavano. Non volle sapere atri particolari. Aveva sbagliato il suo giudizio sulla donna e anche sul compagno di lavoro, gli era sempre sembrata una sempre sulle sue, senza grilli tra i riccioli, solo dedita al lavoro e alle pratiche e poi era anche al di là della più indomita e bieca tentazione. Pensò che era stata quasi un’opera pietevole di volontariato simbolo di altruismo, di coraggio e di abnegazione e sorrise dentro di sé, ma al tavolo trovò la sorpresa, era stato messo distante sia dalla madre che da Faustina. La cena fu di una noia mortale mentre tendeva le orecchie per sentire i discorsi lontani e non vedeva l’ora che finisse e anche i piatti gli sembrarono preparati con meno perizia. Fece però molta attenzione alle bevande che con quel caldo facevano presto a tagliare le gambe e a tradire l’uomo notando su di sé come il dopobarba fosse una pratica distintiva degli assicuratori. Fu una liberazione quando si spostarono tutti di là per avvicinarsi alla pista da ballo, si ricordò solo allora di aver ricevuto da Alba un largo sorriso e che poi la donna aveva alzato il calice e fatto un cenno con il capo come a dargli un appuntamento per quel dopo.
Aveva pensato che avrebbe dovuto guardarsi dal medico di bordo ma l’uomo era stato interpellato d’urgenza e aveva dovuto lasciare la compagnia e, seppure con evidente malincuore, il braccio della ragazza. Non gli restava che guardarsi dalla mamma guardinga, impicciona e gelosa. Non che amasse particolarmente quel tipo di mondanità ed il ballo, ma in quel momento era costretto ad essere grato a questo e a quello e al camiciaio, la coppia ballava parlottando e bisticciando. Rubata ad un secondo lungo e dinoccolato Faustina si lasciava trasportare e trascinare sbadata e non aveva molto da dire mentre i suoi occhi gironzolavano disattenti ubriachi di novità. Al momento opportuno aveva potuto così approfittare della distrazione di Alba per lasciare le danze e allontanarsi con Faustina dal salone fin troppo abbagliante prendendola sottobraccio e non lasciandole nemmeno il tempo per prendere la borsa. Lei era un incredibile animaletto mansueto, lui aveva trovato la scusa di soffermarsi a vedere la luna riflettersi su quella tavola buia di mare e poi lei l’aveva seguito docile e rassegnata nella sua cabina.
Appena il tempo di cominciare a rubarle un primo bacio guardingo ma curioso e per saggiare quelle carni sode che stavano sbocciando, quando era tornata la luce nell’abitacolo ed era entrata indispettita la madre. La ragazza non portava reggiseno e non ne aveva bisogno tanto erano ancora acerbi e appena abbozzati quei seni. Si maledì per avere avuto appena la possibilità di cominciare a forzare la resistenza di quella esile mano e pensò a come lei avesse l’incantevole indiscrezione di chi non sa e vorrebbe tutto scoprire e come mantenesse ancora la meraviglia innocente ed incosciente per ogni cosa come una bambina. Se avesse trovato il modo di pensarci avrebbe concluso che quel fugace bacio aveva il meraviglioso fascino dell’inconsistenza; che era bello proprio perché così incerto e impacciato e improbabile. Quando ormai era nella sua mano s’era sentito svuotare dalla delusione e maledì quella madre con tutte le sue forze. Restò da solo, desolato guardando Alba dargli le spalle e, senza un fiato, trascinarsi dietro sua figlia.
Le due donne avrebbero avuto bisogno di una spiegazione, non ci voleva pensare. Non sapeva quale e non gli riuscì di ridere soddisfatto né di essere lusingato della contesa e decise, com’è ragionevole, che non voleva arrendersi e cercò di calmare l’emozione. Poi, una buona doccia riesce a cancellare molte cose, fece tutto senza fretta pensando che ne aveva avuto abbastanza di confusione, per quel giorno, ma che la notte era giovane. Rimise il pigiama sull’ometto appeso nell’armadio, si riguardò allo specchio e prima di coricarsi ascoltò le notizie alla televisione senza degnarla di un solo sguardo; controllò l’orologio e mise sotto carica il telefonino. Avrebbe voluto raggiungere il ponte per un’ultima sigaretta ma vi rinunciò, si sentì d’improvviso pigro e poi non voleva sfidare la sorte, anche se era certo di una sola cosa: che se doveva succedere avrebbe dovuto aspettare ancora un po’. Non aveva nessuna certezza tranne una percezione così, come aveva detto alla ragazza sfiorandola sul ponte, aveva lasciato la porta della cabina aperta ma probabilmente si era addormentato. Fu richiamato in sé da quella breve luce che era balenata e scivolata nella stanza angusta, ma era stato meno che un attimo, e poi aveva udito prima il fruscio di qualcuno che bisbigliava passi silenziosi sulla moquette e poi quello di un corpo che si liberava degli abiti in un’attesa snervante e febbrile. Era venuta, il suo udito frugava quel silenzio aspettandola, ancora un poco sopito e bagnato in preda del sogno recente aveva provato subito desiderio per la visitatrice e lei gli era già accanto scostando le coperte. Quando le unghie della donna scivolarono sul suo petto non riuscì a trattenere il gemito; non avrebbe voluto mai deluderla.
Aveva allora cercato di allungare la mano per raggiungere l’interruttore ma lei l’aveva trattenuto. Si abbandonò alle sapienti attenzioni della femmina. Quel corpo nudo scivolò con la delicatezza della piuma sul suo e quella pelle divenne un’unica carezza. Riconobbe la donna attraverso ogni attimo della pelle; ne rintracciò ogni più piccolo indizio mentre lei continuava a trattenergli la mano. Avrebbe gradito vederla invece lei lo convinse e lo spinse a girarsi come se non fosse lui l’uomo o se lei volesse possederlo come possiede un uomo e la sentì alle spalle come una presenza insolita, un po’ allarmante e via via più intrigante. Poi si accorse di non avere più rimedio a quelle mille lusinghe e lasciò fare. Adottò la scusa di essersi lasciato prendere di sorpresa, quando non era ancora completamente sveglio. Non riusciva ad immaginarsela la ragazza che gli scivolava addosso nuda. Così padrona della situazione e di lui, consapevole che la curiosità a volte supplisce a molte cose e si sa mascherare da esperienza.
Il fatto è che l’uomo sa bene come farsi distrarre e lui s’era smarrito quasi subito, troppo preso ad ascoltare le voci del proprio intimo universo. In fondo è la natura e l’istinto che aiutano la vita. Una dona nasce con la consapevolezza segreta di essere donna. O più semplicemente non voleva accettare la possibilità di essere ingannato, e poi sarebbe stato troppo anche per la più fervida immaginazione. Invece avrebbe dovuto capirlo subito: troppo vorace ed esperta era la sua bocca, troppo presuntuoso e falso era quel seno; troppo sfrontato era tutto. Ne ebbe più chiaro e presente il sospetto quando quegli ansiti di godimento proruppero in un grido roboante di liberatorio piacere e in una supplica sconveniente e ne ebbe conferma quando ottenne la certezza che non era ragazza.
Fu distratto perché gli sembrò di udire un sottile rumore alla porta ma decise di smettere di far caso a qualsiasi cosa mentre l’amante scoppiava in una fragorosa e agghiacciante risata. Tornò ad allungare la mano per dar luce alla stanza ma ancora la donna lo trattenne per il polso. Ora sapeva ma, nonostante lo stratagemma, non aveva più tempo per tirarsi indietro, non sarebbe stato gentile nei confronti di quella donna come di nessuna, e poi era ormai tardi anche per lui.
Non aveva bisogno di fare nulla e non avrebbe mai avuto modo di rammaricarsi, lei sembrava avvertire tutti i suoi desideri, prima ancora che li potesse esprimere, anche quelli che non aveva mai confessato nemmeno a se stesso, e conoscere anche il più piccolo angolo del suo corpo per farlo fremere. Ormai non c’era altro mondo fuori di quella stanza, avrebbe potuto crollare il tetto e l’intera volta celeste. Lei era una fornace incandescente ed era un fiume in piena; si scusò, lo insultò, gli disse che era bello, lo minacciò, lo implorò, lo maledì, lo pregò e gli piantò le unghie sulla schiena e i denti sulla spalla. Si sentì frugare dentro e questo non gli era mai successo, il sole doveva essere ormai alto e lei non era ancora sazia quando fu costretta e lasciarlo salutandolo con un bacio profondo e disperato. Mai avrebbe potuto scordare quella notte per il resto della vita.
Avvertì un grande tramestio fuori e fu costretto a uscire da quel tepido sopore per prepararsi e raggiungere gli altri con curiosità sistemandosi ancora la camicia dentro i calzoni imprecando. Aveva visto che sua moglie l’aveva cercato, ci avrebbe pensato più tardi. Non si sentiva stanco, solo vuoto e assente. Avevano trovato Faustina annegata nella piscina. Apparve subito stupido in mezzo a tanto mare annegare in un piscina. Sembra una cosa possibile solo in un romanzo di cattiva grana. E senza nemmeno lasciare una parola a spiegare il gesto. Erano tutti allibiti, bocche spalancate e piene solo di silenzio; un silenzio che sapeva di piombo. Si avvicinò a Alba per darle il suo conforto. Avrebbe creduto che il mattino fosse più crudele con lei. Stava bene in nero, era ancora più affascinate. Lei gli porse, con un sorriso rigido e di circostanza, un biglietto da visita del marito dove sotto aveva siglato a penna il numero del proprio cellulare: “Mi chiami. Si ricordi di farlo. Dobbiamo finire quel nostro discorso. Sono veramente… interessata a… a… quei fondi d’investimento. Ora mi voglia scusare”. Certo che si vede la vera signora.

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Foto di Rossaura a PonzaAvrebbe potuto parlare di Stefano o di Cesio, o di Albertino o di Giovanni, o di Michele o di Carrara, nemmeno si ricordava il nome, come per tanti, o di Miki o di Sandro, o di Samuele o dell’altro Sandro, oppure di Raffaele come di Mauri, o di quelli che l’avevano sfiorata anche se per un solo istante, che magari nemmeno si erano voltati, di cui persino le era sconosciuta la voce, o di qualsiasi altro che poteva anche solo ricordare, ma a cosa sarebbe servito? Non portava rancore; se era era per qualcuno di loro. Qualcuno tra loro. Di ciascuno in fondo aveva un ricordo. E sempre lo aveva creduto anche se sempre poi aveva capito che s’era sbagliata. Che poi non è la cosa più facile. Albertino, per esempio, trovava sempre le parole giuste. Certo era tenero ma poi aveva capito che non bastano le parole da sole. Che era solo un ragazzino, con gli occhi bagnati di fragili sogni. Certo che c’era cascata ma era stato il primo ed era ancora poco più che una bambina. Sandro invece, non quell’altro Sandro, era tutto fatti ma qualche volta te lo vuoi anche sentir dire. A volte hai bisogno anche solo di parole; un enorme e doloroso bisogno. A Cesio invece non mancavano certo le parole ma poi era sempre… così lui. Era soprattutto parole. Da uscirne ubriaca. E da perdersi senza sapere dove restava la verità. Parole che non pagavano e alla fine nemmeno appagavano. Quando si ha tutto tutto rischia di perdere valore. Magari hai bisogno di cose semplici. Gaetano aveva sì proprio una bella macchina e spaziosa e silenziosa ed erano andati in tanti posti ma non riusciva a starsene fermo. E poi la sua macchina era il suo mondo. Avrebbe voluto vivere dentro la sua macchina e fare tutte le sue cose. Quell’estate lei aveva voglia di mare. E il bisogno di fermarsi. Anche Pierferdinando aveva sempre le mani in movimento ma dopo un poco ci si stanca di trovarsele sempre dove non te le aspetti. O dove te le aspetti ma in quel momento non le vorresti. Diventano moleste. Vorresti almeno un attimo di pace; di tranquillità. E poi è bello ma il troppo… ma forse era uno di quei istanti in cui semplicemente aveva bisogno di nuovo. E poi tutto quel suo daffare per poi al momento di fare non riusciva a fare. E Carlo era più o meno come Luciano cioè… In un certo senso era sempre stata fortunata ma in qualche momento si sta bene anche sole. Magari è proprio così che si cresce.

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Non lo credeva ancora di essere stato lui. Aveva trovato quelle parole che aveva detto ai suoi occhi. Parole che gli erano parse belle e di suoni belli quanto trovate da un altro e in fine aveva trovato anche quel coraggio. Ogni cosa dopo sembra semplice, ma lui sapeva che per lui non era stata semplice; e non lo era mai stata. Molto spesso le cose erano successe perché dovevano succedere. O era stato solo l’oggetto delle storie. Fino ad allora non se ne era dato pena. Ma Elena aveva un sorriso che lo metteva a disagio, molto a disagio. Un sorriso che gli sussurrava sottili favole che lo rivoltavano dentro. Lo faceva… sentiva un calore come fosse stato rinchiuso in una stanza col riscaldamento a mille. Non gli era facile da spiegare. Gli sembrava bella, bella come non ne aveva mai visto una più bella. Bella da fargli scordare tutto il resto. Lo vedeva che non era proprio come la vedeva, ma la vedeva, eppure, così: bella. E la sua voce aveva suoni che lo distraevano trascinandolo distante. (“Lascia che ti tenga la mano”) Qualcosa di gentile prima o qualcosa di malinconico dopo. Si sarebbe accontentato che gli dicesse anche solo “Tienimi ancora stretta.” ma lei era solo curiosa di farlo con uno con la barba. Con uno con la barba non lo aveva ancora mai fatto. Era solo una ragazzetta viziata.

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Bella macchina questa macchina. E’ sua”?
In un certo senso lo era cioè era di Giordano. Alla fine poco importava. La sua era dal carrozziere. Un incidente banale. Stava fumando una sigaretta prima di entrare. Gli disse ciao. Le disse ciao. Gli disse di chiamarsi Elena. Aveva un sorriso pieno di sole. Le spiegò di chiamarsi Giovanni dove tutti lo chiamavano Vanni. Lei si appoggiò sul cofano come se aspettasse di sentirgli dire ancora qualcosa. Era graziosa e molto giovane. Non particolarmente presuntuosa di sé, nemmeno nel vestire. Forse troppo giovane. Anche la voce era acerba. Forse era andata velocemente al tu per procurare agio; o solo per procurarlo a sé. Forse sapeva usare solo quello. Sospettò che in quel mentre, all’uopo, cercasse di ricordarsi del suo profilo migliore. Le chiese se studiava. S’accorse di aver sbagliato domanda.
Posso offrirti un caffè”?
Già! Credo di sì. Ma solo un caffè”.
Quel giorno aveva vent’anni di nuovo. Cosa c’è di meglio di un giorno al mare. Le labbra salate. Il suo piccolo costume. Doveva averlo sempre con sé. Quel suo ridere acido e frequente. Benedetta gioventù. Lo stavano aspettando in ufficio e lui stava lì. Come se potesse liberarsi da ogni cosa. Lei che si stendeva sulla sabbia. E anche dopo ogni bacio rideva di quella sua risata. E sembravano metterle allegria. Rideva e poi rintracciava una canzone che accennava a mezza, voce. Con quella sua sfacciataggine da vent’anni. E quel senso d’esserne lusingata che le riempiva gli occhi.

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Mara. Camminava contro il vento e contro tutti senza esitazione e quel vento le gonfiava i capelli. I suoi occhi erano specchi del sole. Non aveva rimproveri né paure perché aveva diciott’anni. Non aveva imbarazzi né timori nonostante i suoi diciott’anni. Inseguiva sicura il suo sguardo e lui si innamorò. Chiuse gli occhi per non smettere mai di guardarla. Aveva vent’anni e gesti incerti e cento e gesti stanchi, ed era certo di non averla mai incontrata.

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Ciottolato fumoso

Giuseppe partì,
raccolta la sua roba
maledetto ordine. Quale
illusione fuggire da sé
dai propri panni
dai propri drammi:
e partì
sorretto ad un bastone
il cielo di cartone
sopra e sotto
un ciottolato nero,
fra sterpi secchi, nero
come il carbone      nero
quel cielo era          un grido enorme
silenzio e senso di morte
le pietre                    presaghe compagnie
dove i passi risuonavano
strusciate odi echi infranti
sogni taciuti, traditi
quel grido di bimbo
(leggero pigolare) una speranza?
una vergogna?
una menzogna?
quale fragoroso silenzio cela la notte.

Lo sorpresero sotto la volta della grotta celeste
(se c’era un senso nelle cose
egli lo ignorava)
e ancora le cianfrusaglie gli ricadevano
qua e là
tintinnando      sgraziatamente
(suono discordato
stonato) lo sorprese un grido
fra quelle grida della notte
e così subì
e poi migrò      tacito
con la testa china; pensoso forse?
con pagine messianiche in tasca
mai lette, mai dette
giammai tradite, ma mai tradotte
ma notte – pianse e pregò –
in te continuò ramingo
lasciandosi dietro spesso
cose affascinanti       e fuggevoli,
la fortuna,
calori e gesti, le
vele candide di gabbiani gonfie in volo,
la schiuma amara sull’onde,
le corde madide e tese
ma tese come un arco appena palpabile
percepibile il sussurro tenue e leggero
delle frasche appena sporche di
primavera
– si fermò alla ferrovia di Kalda –
(non aveva biglietto né destinazione)
ma vi raccolse solo malinconia amara
mentre il silenzio s’era fatto denso
soffocante      quanto la parola
prima di riandava gravido di umori
raccolti qua e là      anch’essi
come a Pisa      un’estate secca
in case buie e soffocate
redasse un manifesto
(quale estate?) che minacciò –
ostentò per tutta Nuova Delhi.
Tutto era terribilmente inutile,
la stanza sempre affollata
e pur sempre vuota
così restò teso un attimo      impotente
e mentre provò a rintracciare il senso
tutto tornò alla mente;
si sentì annegare,
un grido gli assalì la gola,
quel grido, quale dolore
ma si chinò a pregare
e tacque.¹


1] Qui è proprio finita questa raccolta poetica del ricordo. A chi mi ha amato e a chi ho amato… ora come allora…

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