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Posts Tagged ‘giudizio’

Foto da Vincitori e VintiNon avrei voluto essere nemmeno nei panni di quei poveri difensori. Nomi di tutto rispetto. Il meglio. Non doveva essere facile nemmeno per loro. A carico degli imputati c’erano montagne di accuse, di prove e di testimonianze. Non sussisteva il minimo dubbio. Colpevoli erano colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio. Non si trattava certo di questo. Né dell’entità delle colpe. Alcuni avevano ucciso anche con le proprie mani. Tutti avevano dato scientemente gli ordini. I nomi delle vittime erano in un elenco senza fine. Solitamente, per subirne meno il peso, ci si limita ai numeri.
Le cose non sono mai o bianche o nere. Nessuno poteva avere alcun dubbio: le pene sarebbero state pesanti per tutti. Per alcuni si parlava della vita. Per qualche altro sarebbe stata comunque una condanna a morte vista l’età avanzata. Ma la legge è fatta da uomini per gli uomini. Non si somministra la giustizia; anche quella è un concetto aleatorio o soggettivo. Si applicava quella legge formulata appositamente per quel caso, come per gli altri casi simili. La guerra è un’aberrazione della storia; ci si illude che sia una eccezione. Ogni morte è morte. E anche la morte di quei colpevoli rappresentava togliere loro la vita. Che diritto ne avevano uomini su altri uomini, più o meno come loro. Ma quello di cui si parlava in quell’aula severa e in quell’aria grave erano crimini di guerra. Certamente il delitto più grave che l’essere umano possa concepire. Un crimine che spinge agli estremi. Che richiama alla vendetta.
Eppure nessuna vendetta è giustizia. E quando si entra nella logica della guerra chi può definirsi innocente tranne quelle vittime? Forse noi giudicanti che non abbiamo partecipato in prima persona? Chi crede di aver dato la morte per la vita? La verità è che il giudizio è sempre impartito dai vincitori, non dai giusti. Ma chi giudicherà i crimini dei vincitori? E chi si potrà definire Giusto? Niente può essere definitivo tranne quelle morti. Non si può cancellare l’orrore. Ci saranno altre vendette, altre condanne. La coscienza del mondo rimarrà scossa. La memoria tornerà a visitare le notti di tutti i sopravvissuti. La storia non finisce con una condanna, anche se esemplare. Già sul banco degli imputati sbiadisce l’arroganza del potere. Ora il potere è in mano ai giudici; a uomini. Del tutto uguali agli uomini che dovevamo giudicare. Non ero stato a guardare. Mi ero indignato. Dentro di me avevo gridato. Non sapevo perché non mi sentivo l’unico innocente. Quei crimini hanno lordato anche me. Nelle notti ci pensavo e ancora ci penso. Termine complesso quello di giudice. Avrei voluto rinunciare a quel ruolo. Non mi sentivo libero di esprimere un verdetto. Che condannavamo l’orrore. E non riuscivo ad illudermi che potesse essere l’ultima guerra.
Indubbiamente l’orrore va condannato. La confusione che era in me derivava dal fatto che con l’orrore si condannavano gli uomini. Non ero certo che vi fosse un’alternativa, un altro modo di procedere. Non era questo il punto, il dubbio, la perplessità. Il malessere era dovuto nel dover decidere della vita di qualcuno. Un malessere che non si sarebbe comunque mai sopito. La domanda restava. Avevamo noi il diritto di trasformare i carnefici in vittime? Come avrei potuto spiegarlo a mio figlio? Quali braccia avevano imbracciato le armi giuste? Esistono? Avevano difeso la libertà, certo. Forse qualcosa che si sarebbe potuto chiamare civiltà, democrazia, in altri mille modi. Qualcosa che analizzata diventava impalpabile, quasi indefinibile. La guerra non ha vincitori. Allora chi giudica i vinti? Con quale diritto? L’unica via di uscita si nascondeva sul rifugio che il mio giudizio non era determinante. Che potevo liberare la mia coscienza allineandomi alle decisioni degli altri. Non mi era sufficiente, ma non mi restava altro. La condanna era scritta prima che ci si riunisse. Era la storia che la imponeva. Eppure anche quelli erano uomini.

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Per lei, Luisa Centaro, Enrico Maria Giuseppe, Rico per gli amici, non era che un collega. Quello della scrivania accanto. Uomo un poco viscido. Di non grande affidamento. Distratto sul lavoro. Facile alle basse allusioni. In confidenza con le banalità e le volgarità. Aduso al pettegolezzo. Tutt’altro che ricercato nel vestire. Che si cambiava la camicia solo ogni tre giorni. Leggermente stempiato. Sposato. Infedele almeno a parole. Con la lingua sciolta e l’italiano incerto. Fumatore. Sette anni e solo colleghi. Un uomo che non avrebbe conosciuto se non avesse dovuto farlo per lavoro. E che preferiva conoscere il meno possibile.
Lei, Luisa Centaro, s’era sempre guardata bene dal concedergli troppa confidenza. Frenava quella che il collaboratore tendeva a prendersi. Lo stava controllando senza darsene a vedere. Era in realtà diffidente. Sulla difensiva. Sempre attenta. Non che gradisse questo essendo per di più un suo subalterno. Spesso preferiva tacere e ignorarlo. A volte persino fingere di non averlo sentito. Tanto non c’era molto da sentire. Non aveva mai grandi argomenti. Niente che lo interessasse. Niente tranne il calcio, naturalmente. Il calcio e anche per quello era della Juve. Eh no! troppo facile. Tipico di uno come lui. Sette anni e solo poco più che buongiorno. Lo aveva fatto penare per due prima di concedergli di darle del tu. Ed era sempre stata convinta di aver fatto bene.
E poi sempre pronto a accordare ragione. A contraddirsi pur di compiacere. In un mestiere non suo. Nemmeno capiva perché gli dovesse concedere quei pensieri. Avrebbe voluto chiedergli per cortesia di abbassare la radio. Aspettava che lui le passasse quelle fatture. Quanto tempo ci metteva? Si sentì osservata. Ebbe l’impressione, la netta sensazione, forse di avere una calza smagliata. Forse era solo un’idea. Poteva essere per quello. Cominciò in quel momento. Un semplice dubbio ma questo le si insinuò come un tarlo. Non riusciva più a stare ferma. Non era più lei. Era in ansia. A disagio sulla sedia. E’ sempre così. Solo chi lo prova più sapere. Cercava di pensare al lavoro ma tornava a pensare a quello. Si guardò le caviglie con noncuranza. Non era lì. Non potevano essere le scarpe. Le sentì persino quasi larghe. Quando una donna non si sente apposto poi è autorizzata a mettersi in testa qualsiasi cosa. Pronta a pensare al peggio.
Per lei, Luisa Centaro, essere sempre in ordine era una questione di principio. Ci metteva tutta la cura di cui era capace. Era importante quasi quanto il rispetto che aveva per sé. Era un tema etico. Faceva parte del suo profondo. Aveva un valore, perché no? molto vicino alla sua composta integrità di cui si faceva fiera. Presto, in quella stessa mattina, si sarebbe resa conto di quanto era vera questa ultima riflessione. Sulla sua pelle. Con la sua esperienza. Niente sarebbe stato ancora come prima. Nel momento non ci pensava. Sapeva solo che qualcosa non andava. Quella sensazione. E di poter essere guardata. E non sapeva come risolvere. Avrebbe dovuto essere adusa agli sguardi. Non certo a quelli. Non così… insistenti. Indagatori. Lui non era mai tenero. Non perdonava nulla. Godeva nel prendere gli altri in fallo. Se ne sentiva soddisfatto.
Pessima persona una persona come lui. Guardata. Fissata. Scrutata. E non guardata per essere ammirata. Non da una collega. Non con invidia. Possibile che Giulio (Giulio era suo marito), quella mattina, non si fosse reso conto di nulla? Lui sempre così attento alle sue cose. A lei. Se l’avesse notato certamente glielo avrebbe detto. Anche lui ci teneva. E voleva essere fiero di lei. Lo era. Non poteva altrimenti. Era reciproco. Forse non la guardava più come una volta. Si era lisciata la gonna davanti allo specchio. Come ogni mattina. Un gesto che ripeteva. Mandato a memoria. Studiato. Infondo un gesto di lusinga. A dire il vero una vera, piccola, provocazione. Le piaceva stuzzicarlo.
Si era controllata; non si era accorta di nulla. Probabilmente nemmeno lui; Giulio. Aveva sempre tanti pensieri, povero tesoro. Non che la trascurasse. E poi lei era troppo distratta dal nuovo colore dei capelli. Ci aveva pensato tanto. Tanto prima di decidersi. Quella mattina ne era proprio soddisfatta. Forse questo l’aveva distratta. Forse era successo in macchina. Guidando. O salendo. Doveva essere così. Erano nuove. Quando si ripeteva il suo nome in testa c’era ancora la magia dei primi giorni. Non era cambiato niente. Era ancora gentile e premuroso come da fidanzati. Se la coccolava anche con gl’occhi allo stesso modo. Anche lei se lo coccolava; anche in quel momento. In quel momento si accorse che avrebbe voluto averlo là. Che avrebbe desiderato la sua presenza. Si accorse, in quell’istante, di desiderarlo e inghiottì la saliva.
Pensando di sé giungeva alla conclusione che il suo unico desiderio non poteva che essere legato a Giulio. Era tutto per lei. Non c’era nient’altro. E ne era fiera. Era vanitosa il giusto. Civetta allo stesso modo. Si sentiva invidiata. Gradiva, come ogni donna, i complimenti e le lusinghe. Avrebbe ammesso d’essere bella. Ma quando si trattava di quello non c’era che il suo uomo. Come diceva il cantautore non c’era sesso senza amore. E lei lo amava di una passione che la bruciava in ogni momento. Con tutta la tenerezza di cui era capace. Di ogni istinto. Con nessuno avrebbe potuto dire quello che diceva a lui. Era anche per questo che erano marito e moglie. Una coppia affiatata.
Lentamente e con noncuranza si lisciò la calza. Poi anche la sinistra. Un gesto lento come quello che aveva fatto quel mattino con la gonna. Come quello che faceva ogni mattina davanti allo specchio mentre Giulio la guardava. A volte, lui, non poteva resistere al desiderio di lasciar scorrere la sua mano con un sorriso e un complimento. Lei aveva accompagnato il nailon fin dover finiva la calza; facendolo aderire perfettamente. Dalla caviglia in su. Lo aveva fatto con noncuranza. Distrattamente. Senza pensarci. Impulsivamente. Senza alcuna malizia. Senza trovare la benché minima traccia di smagliatura. Con il piacere che le restituiva sempre il contatto in quel gesto. Quel sottile brivido.
Poi, solo dopo, si era ricordata della presenza di Enrico Maria Giuseppe. Che lui l’aveva vista e la guardava. Che Rico non aveva che occhi su di lei. E doveva averla veduta per bene. E con comodo. Stupida. Nemmeno respirava tanta era la sua attenzione. E in quegl’occhi aveva nuova e più precisa ammirazione e un Però! E aveva quell’espressione lasciva e impudica che gli aveva a volte visto sottolineare nei confronti anche di altre e che lei odiava in quell’uomo. Capì anche che seppure lei non aveva messo malizia lui era capace di metterla di suo. Che stava fantasticando. Che i pensieri che le avrebbe dedicato sarebbero stati tutt’altro che rispettosi. Così come capì che ormai lo sbaglio l’aveva fatto. E poi se doveva guardare che guardasse pure. Non ci poteva fare nulla e non le importava di più; infondo aveva belle gambe che non si potevano che ammirare.
Se l’era sentita quando si era alzata. Lei se le sentiva le cose. Era nervosa. Un niente. Le succedeva spesso. Quel nervosismo. Sempre poi la giornata si dipanava malamente. Non se lo toglieva più. Era un segnale. Anche se lei non sempre lo riusciva a cogliere. A decifrare. Una sensazione. Un sintomo. Persino Giulio, a volte, faceva fatica a distoglierla. A restituirla al sorriso. Eppure lui era così brava. Se non era nulla riusciva a rimetterla facilmente di buon’umore. Cercò di tornare sul lavoro. Con determinazione. Lo voleva. Fermamente. Con tutte le sue forze. Lo sguardo che le pesava dosso. Aprì la pratica della Oregli S.p.A. e vi ci concentrò. Per meglio dire cercò di concentrarvisi sopra. Nulla da fare. Non c’era verso. Aveva la consapevolezza che qualcosa non andava. Ne aveva raggiunto la certezza. Di non essere in ordine. Ma cosa?
Se lo ripeté in testa, senza afferrarne il motivo: Luisa Centaro in Vestivi. Le piaceva dirselo. Le era di conforto. Le aggiungeva sicurezza quando le veniva a mancare. Giunse a quella che non poteva che essere la conclusione: erano quelle calze. Forse solo una questione di riflessione. Forse erano state tessute diversamente. O forse proprio di filo cioè si trattava di un errore. Era possibile che appartenessero a due paia differenti. Erano nuove. Le aveva pagate per belle. Anche qualcosa di più. Com’era possibile? Eppure… la destra aveva una sfumatura, un niente, ma era più scura della sinistra. E un po’ più tendente al giallo. Fugato ogni residuo dubbio. Non poteva essere che quella la causa. Poco importava com’era successo.
Anche la notte non la aveva trascorsa al meglio. Forse un sogno non proprio bello. Non riusciva però a ricordarlo. Ripose la cucitrice nel cassetto. Inserì l’aliquota nella cella e ne riscontrò sul monitor la rispondenza. Non restava nient’altro da fare che andare a toglierle. A sistemarsi in bagno. Avrebbe dovuto attraversare la stanza. Passargli davanti. Sottoporsi al suo giudizio. Al giudizio dei suoi occhi. In quel silenzio. Pensò di usare la scusa del caffè. Era fin troppo presto. Decise che non avrebbe proferito parola. Non poteva arrendersi per così poco. E poi… non ci sarebbe riuscita. Forse la gonna che aveva messo era fin troppo stretta. Amava quella gonna. Ne aveva molte così. Attillate. Con quel leggero spacco. Pensava che una donna deve comunque apparire donna. Avrebbe pagato qualcosa per non doverlo fare; in quel momento. Si decise e lo fece.
Afferrò la decisione con tutta sé stessa. Si alzò. Si equilibrò sui tacchi. Sistemò la gonna e si avviò scodinzolando. A volte i tacchi, e le gonne strette, non sono la cosa più comoda. Non ti aiutano ad essere disinvolta. Si rese conto che lo stava facendo mentre lo stava facendo. Non di proposito ma si sentiva rigida. Forse leggermente tesa. Imbarazzata. Forse era quello ma ancheggiava in un modo un po’ più evidente. E sentiva i suoi occhi e li soffriva. Se lo era aspettata e questo non cambiava nulla. Pensò che lui avrebbe pensato guardandoglielo in altri termini. Che la stava ammirando nel mentre pensava che era veramente affascinante quel suo modo di sculettare. Ma lei non lo faceva di proposito. Non lo faceva per lui. Seppure cercasse di controllarsi. Di controllare ogni passo. Ogni suo gesto. Ma forse era solo nella sua testa.
Non era nella sua testa la cupidigia che leggeva velargli lo sguardo. In quel momento lui era, in un attimo unico, tutto insieme, quello che lei odiava in quell’uomo; in certi uomini. E quegli occhi la seguirono attenti finché non fu uscita. Ebbe la sensazione di sentirseli dietro anche dopo; per le scale. Non riusciva a toglierseli di torno. Ne era ossessionata. Rischiò di cadere. Aspirò profondamente. Se ne gonfiò il petto. Incontrò il ragioniere Palmieri. Cortese come sempre. Un poco untuoso. Si sistemò una ciocca. Rilassò in respiro. Non ne aveva bisogno. Non le mancava certo nemmeno quello. Non per pavoneggiarsene. E non l’avrebbe certo fatto con lui. Con quell’omettino.
Lo salutò nervosamente. Sempre in giro quello. Invece di starsene in ufficio. Poi si fermava a fare straordinari. La verità era che, anche per quella moglie, non gli bastavano mai. Era tipo che non si stancava mai di compiangersi. Poteva rinunciare a prendersi quella macchina. Poi si lagnava che non trovava parcheggio. Le camicie si potevano prendere anche in un negozio diverso da Lord Cluny. Tanto su lui erano tempo sprecato. Erano lo stesso che straccetti. Lei ne aveva viste di belle anche da Margara. Ci sono molti modi per farli bastare. E poi che colpa ne avevano gli altri? E poi, in quel momento, non aveva voglia di incontrare nessuno; di vedere nessuno. Avesse potuto avrebbe finto di non vederlo. Tirò diritta alzando il naso. Proseguì. Come se avvertisse un odore sgradevole. Anche se quel comportarsi non le era certo frequente. Non si dava arie. Era il momento.
Si tirò la porta dietro le spalle. Sola cercò di ritrovare un po’ di calma. Allo specchio si vide persino in disordine il viso. Non era così. Poteva ben dirlo Enrico Maria Giuseppe, e lo diceva, che Giulio era stato fortunato. Fortunato ad incontrare una come lei. Sfilò quelle maledette calze. Autoreggenti. Soldi proprio buttati. Uno spreco. Un brutto spreco. Non tanto per i soldi, quelli non sono tutto, a quelli si trova sempre rimedio, ma per quelle ore. Per quell’angoscia. Chi l’avrebbe ripagata? Ma si sarebbe fatta sentire. Prese le calze con rabbia e le arrotolò. Con dispetto le gettò nel cestino. Gettò così l’occasione di andare a protestare. Era fuori di sé. Era troppo arrabbiata.
Al diavolo anche quella commessa. Con quel biondo così volgare. E quella bocca larga. Sembrava rattrappita in una smorfia. Doveva aspettarselo. Una donna così non può che portare accidenti. Non dovrebbe lavorare in un negozio. Ci sono talmente tanti lavori che si possono fare senza il contatto con il pubblico. Doveva avere una storia con il padrone. Nessuno poteva toglierlo dalla testa. Non ci si mette in casa una così se non c’è qualcosa sotto. Se le fosse capitata sotto le unghie… Non le capiva le donne come quella; ma era certo che ce n’erano. Non era l’unica e ce n’erano molte. Molte che non ci pensano due volte. Che si fanno strada in quel modo. Senza curarsi delle chiacchiere. Di ferire. Dei sentimenti. Delle mogli che sono a casa. Ne di qualt’altro. E magari anche ne sparlano. Le trovava… disgustose. Era certamente così. Ma anche lui, mettere una con quella faccia al reparto lingerie.
Se la fosse tenuta in casa nessuno avrebbe potuto ridirci niente. Si rimise nelle scarpe; risollevata. Paga della sua decisione. Finalmente tranquillizzata. Dato che era là… è l’occasione che fa l’uomo ladro (nel caso specifico la donna). Sempre la tensione tendeva a stimolarla. Stava già quasi uscendo quando ne provò il bisogno impellente e tornò indietro. Si sedette nella tazza e la fece. Pensò tra sé a cosa avrebbe potuto preparare per cena. Alla prima cosa. Distrattamente. Avrebbe fatto una pazzia. Pur di non pensarci…
Gl’occhi, la gonna sollevata al bisogno, le caddero inavvertitamente sulle ginocchia. Ne restò stupefatta. Scorsero lungo tutta la pelle. Non era cambiato molto. Aveva messo quelle? L’unica cosa era l’assenza delle calze. Di quelle calze velate, leggermente scure e con la riga dietro. Le sue gambe lisce e nude. La pelle lucida. Ma… la destra aveva ancora una sfumatura, un niente, ma era più chiara della sinistra. Non dipendeva dalle calze. Non dipendeva che da lei. Era tutto così ridicolo e inverosimile. Forse non contava ma aveva fatto trentasei anni a giugno. Si! forse non centrava con il suo umore. Con il resto. Forse sarebbe stato lo stesso. Non si è obbligati a cambiare con l’età. E poi, un po’ vanitosa lo era. Lo era sempre stata. Niente di più. Niente di troppo.
Glielo diceva sempre il suo Giulio. Povero piccolo, lui, Giulio, era sempre così premuroso; così attento. Non faceva che ripeterglielo. Con quella sua mania per l’abbronzatura. Lui la sorvegliava. Si preoccupava che non si scottasse. Era caro. Carinissimo. Lei aveva una pelle che tendeva ad ombrarsi ma difficilmente si scottava. Lui non lo ricordava mai. E poi lei aveva cura di sé. Però avrebbe fatto bene ad ascoltarlo. O se non proprio ad ascoltarlo, perché a lungo andare rischiava di diventare noioso, a mettere un po’ più di attenzione.
Forse era facile a distrarsi. Il dramma doveva essere che, con tutta probabilità, era stata un po’ troppo esposta girata per la sua parte. E il sole non perdona. Ma l’aveva fatto per parlare con lui. E poi… questione di minuti. Doveva essere stato proprio in quei momenti. Certo che poteva dipendere anche dalla crema. Forse ne aveva messa un po’ di più sull’altra gamba. Forse lui, Giulio, non vi aveva messo abbastanza attenzione. Gliela poteva aver spalmata male. Ora, se possibile, era anche più evidente. Le calze un po’ confondevano. Senza era anche peggio. Avrebbe voluto restare lì seduta per sempre. Pigramente. Nascondersi dal resto del mondo.
Forse era stato mentre leggeva. Non si dovrebbe mai leggere mentre si prende il sole. Si rischia di addormentarsi. Si sollevò per guardarsi tutte le gambe. Si risistemò le mutandine. Già! aveva messo quelle? Teneva sollevata completamente la gonna. Certo che aveva veramente un bel paio di gambe. Non era quello il momento; accidenti. Non le restò nessun residuo di dubbio. Era così. Una era più abbronzata dell’altra. Si sarebbe anche non potuto notare. Uno distratto avrebbe potuto non accorgersene. Una donna no. Le colleghe certamente no. Quelle arpie. Invidiose. Sempre pronte. Nemmeno Lui, Enrico, che non gli toglieva mai gl’occhi di dosso. Con quel modo in cui la fissava. Peggio di una donna. Se ne sarebbe avveduto subito; se già non l’aveva fatto. Non si poteva presentare in quel modo. Pensò di chiamare Giulio al cellulare. Di chiedere aiuto a lui. E se non lo avesse trovato? Se l’avesse scordato, capitava anche spesso, a casa?
Cosa avrebbe potuto dire o fargli il suo tesorino? Pensò che avrebbe potuto chiedergli la cortesia di allungarle un paio di pantaloni. Magari quelli di seta verde. Stavano bene con i suoi occhi. No! non andavano con la maglia. Meglio quelli grigi. Decisamente meglio i grigi. Non poteva certo aspettarlo lì. Riceverlo in bagno. Comunque sarebbe dovuta uscire. Almeno il tempo perché lui facesse la strada. Era un uomo sempre senza fretta. Così maledettamente calmo e paziente. Non sempre è un pregio. A volte ci si deve sbrigare al momento; su due piedi. Non c’è tempo per riflettere. Poi, forse, non l’avrebbe trovata una ragione sufficiente perché lei lo disturbasse. Chissà se la capiva.
Per lui niente era abbastanza importante per il lavoro. Odiava esserne disturbato. Ma una emergenza è sempre una emergenza. Avrebbe brontolato, forse, ma bene o male, presto o tardi, sarebbe certamente arrivato. Lo amava dal profondo del cuore. Credeva di meritarselo. Naturalmente il cellulare era rimasto con la borsetta in ufficio. Comunque doveva andarlo a prendere. Era una mattina cominciata male e difficilmente sarebbe proseguita meglio. Ormai il danno era fatto. Quando le prendeva l’inquietudine poi faticava a non portarsela fino a letto. Possibile che fosse stata così sciocca. Così sventata. Proprio lei. Eppure…
Tirò l’acqua e tossì. Qualcuno stava arrivando. Non era più scura solo davanti. E poi nemmeno in modo uniforme. Si girò su sé stessa per controllarsi con la massima cura. Lentamente. Attentamente. Erano veramente perfette. Avrebbe finito per stropicciarla tutta quella povera gonna. Chiusa un quello spazio angusto del bagno. Accese incredula la luce. Stupida. Proprio stupida. Unicamente e immensamente stupida. Come aveva potuto… come… non pensarci. Era la luce. Il riflesso della luce. Da quella finestra. Ora che s’era girata era l’altra. Tutto quel baccano per niente. Tanta paura per una cosa così… così… priva di importanza. Aveva pensato a tutto. Meno la cosa più ovvia. Quella luce di sole rannuvolato che arrivava di striscio; anche sotto la scrivania. L’avrebbe spostata. Ormai era decisa. Non voleva ammettere di fare una figura del genere. La cosa non si sarebbe comunque ripetuta. Passane per stupida non le aggradava. Chissà se se lo sarebbe mai perdonato. Ne avrebbe riso con Giulio. Certo ne avrebbero riso; assieme. Forse non avrebbe trovato il coraggio di confessarglielo.
Tornò a girarsi e rise di sé. Ora le sembrava tutto come un esile capriccio di bambina. Una bolla di sapone. A pensarci era niente ma dopo è sempre semplice.
Fu proprio in quel preciso momento che la porta si aprì e se lo trovò davanti. Enrico. Nel bagno delle donne. Deciso a rimanere. L’aveva seguita. Aveva lasciato un po’ di tempo e l’aveva seguita. Con tutta la sua insolenza. Armato di tutta la sua faccia tosta. Restò stupefatta. Senza fiato; per la sorpresa. Senza fiato e con la gonna ancora completamente sollevata. Trattenuta tra le dita. Come se volesse mostrare a lui il senso di tutta la sua stupidità. Allo stesso modo che volesse semplicemente farsi ammirare. O chiedergli attenzione. Inebetita. Confusa. Paralizzata. In quel gesto. Come se volesse invitarlo a restare.
Fu proprio in quel momento che si rese conto che nella fretta della confusione s’era scordata di chiudere con la chiave. E ora era lui. Con quel sorriso ineffabile e senza chiedere alcun permesso. Lì, di persona. Ritto davanti a lei. Orgoglioso di sé. Soddisfatto. Impudico in ogni sguardo. Col suo silenzio pesante e cialtrone. Inatteso e indesiderato ma lì. Sicuro di sé. Equivocando. Pronto ad approfittare della situazione. Probabilmente convinto d’essere atteso. Probabilmente sicuro d’essere stato oggetto di provocazione; invitato. Cosa poteva pensare in quel momento la sua testa bacata solo lui lo poteva sapere. Il suo fiato sapeva di sigaretta. La sua pelle di tabacco e sudore. A lei non era rimasto che un sorriso fisso e disarmato. Negl’occhi una supplica inascoltata. Un buco allo stomaco. La voglia di fuggire. Un senso di rassegnazione.
Le sue mani cercarono lei e non si diedero nemmeno la pena di girare la chiave nella toppa. Ne la briga di null’altro che lei. E se fosse arrivato qualcuno? Qualcun altro? Sarebbe stata lei. Lei sulla bocca. Piena di vergogna. Al solo pensiero. Come spiegarlo? Quasi da nascondersi per sempre. Non sarebbe mai riuscita a pensarlo. Non fosse che stava capitando proprio a lei. Aveva dovuto provvedere da sé. Nella difficoltà. Nell’impaccio del momento. Piena comunque di quella vergogna. Cercando di farla girare piano, quella chiave. Quasi se il minimo rumore suonasse troppo e fosse di insulto. Li rendesse peggiori. Ne facessi più rei. Suonasse maggiormente a condanna. C’era di peggio?
In quel momento stava ripetendosi le uniche parole che erano uscite dalla sua bocca; le sue volgarità: “L’ho sempre saputo. Bella porcona.” Con quel tono sfacciato. Cercandone gl’occhi con gli occhi. Inchiodandole lo sguardo dentro gl’occhi. Cafone. Emancipato. Risoluto e determinato. In quel posto squallido. Scomodo. Il più scomodo. L’ultimo a cui verrebbe da pensare. Il meno adatto. Senza poesia. Senza nemmeno l’illusione di un sogno. Afferrando con le narici quell’odore. E quello del disinfettante. Il senso dell’inevitabile. Il senso di sporco. Le piastrelle fredde. Sudice.
La sua foga le era costata anche il prezzo delle mutandine. Come per le calze. Ora si sentiva a disagio senza. Non era stato come avrebbe potuto credere. Nemmeno dopo era come si sarebbe aspettata. Aveva sperato che almeno finisse presto. Certo che lo aveva sperato. Naturalmente. Anche per quell’ultimo rispetto per sé. Per lui. E’ normale. Così era stato. Aveva fatto in fretta. Fin troppo. In un baleno. Si! era durato tutto solo un attimo. Poco più. Senza delicatezza. Renza riguardi. Senza curarsi per lei. Senza preoccuparsi di lei. Aveva badato solo al proprio piacere. Come se lei fosse una cosa. Come se lei fosse uno straccio. Come gli fosse dovuto. Come gli fosse permesso. Senza nessun’altra parola.
E non era nemmeno granché. Ne ci sapeva particolarmente fare. Oltre le parole era poca cosa. Boria, vanto e poco più. Poca cosa e di poca consistenza; in aggiunta. Niente che potesse tornare a spingerla verso di lui. Proprio niente. Ma nel preciso istante era entrato nel suo destino. Era diventato la sua condanna. Per quanto ancora avrebbe dovuto pagare il suo sbaglio? Di questo non avrebbe potuto riderne con Giulio.
Tutto per un semplice paio di calze anche se autoreggenti. Anzi tutto per il suo piccolo vezzo di avere sempre la pelle curata e mai pallida. Più precisamente per uno strano riflesso del sole in una strana giornata. C’era da andarne pazza.¹


1] scritto l’ 11.11.1994

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Lei, Ross, la mia compagna (già! sono partigiano), scrive un bel post. Tra il serio e il faceto ma non è una eccezione. Le capita non raramente. Allora cosa ci faccio io qui se non una piccola osservazione. Ci veniamo tutti a divertirci, per soddisfare un bisogno, una piccola libidine, etc. Nel mondo blog si incontrano persone che credono sempre di dire banalità, altre che si limitano a sentirsi soddisfatte dell’aver soddisfatto, appunto, un loro piccolo bisogno, altre ancora che ritengono di dire solo ed esclusivamente cose fondamentali e sublimi, e alcune lo fanno anche bene; cioè si entra in una pagina web allo stesso modo e se ne esce con spirito diverso. Tra le ultime qualcuno anche si ritiene in qualche modo defraudato perché la sua opera non ha il riconoscimento voluto e non va a far parte di un personale e ambizioso curricola. Nessuno mi ha invitato come nessuno ha invitato nessuno e questo è solo un blog.

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