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Posts Tagged ‘Gomorra’

fulmineQuesta è la storia di uno di noi, anche lui nato per caso… Come il lettore attento e chi ci ha seguito  saprà –impresa pressoché impossibile– che questa non è una storia qualunque ma è la Storia. La Storia di come Dio creò il cielo e la terra. E poi creò l’uomo e lo chiamò uomo, e creo la donna e la chiamò donna –non ci voleva una gran fantasia– e creò il lacchè e lo chiamò Carogna –no! questo è un errore di ricostruzione. Poi popolò la terra degli animali e chiamò cane il cane, e porco il maiale –su questa squallida battuta ci si è soffermati fin troppo– dicevamo: e chiamò porco il maiale ma anche lo stesso lacchè e chiamò moffetta la moffetta –si da il caso oggi sia il giorno della moffetta– poi chiamò Eva ma quella fece la gnorri. Da quel fatto nacque l’Ira divina ma anche il peccato e il prete, per ora solo l’idea del prete, come confessore. Di come poi Dio scatenò sull’uomo la sua Ira, al fine di farne un uomo provo, con gli episodi ricordati di Babele, del diluvio, di Sodoma e Gomorra e tutti gli altri. Nell’istante in cui siamo arrivati il povero Abramo, ormai vecchio e solo, decide che è ora e tempo che il figlio, Isacco, prenda moglie. Ma è anche la storia di come Dio creò altre creature sue simili come gli angeli e i giganti, ancora più simili, e li chiamò angeli e giganti. E di come avesse creato dei suoi simili proprio uguali a Lui per lenire la propria solitudine e quelli si chiamarono ognuno Dio. Ma anche di come tra loro ne creò uno al femminile che si chiamò sbaglio… [scusate l’errore dovuto a certi bisbiglii] cioè si chiamò Lei. Proprio a questo proposito non solo a chi riferisce oggi e qui gli avvenimenti non sembra giusto che tutta questa Storia sia raccontata solo da voce maschile. E allora si torna a dare voce anche a Lei.
Abramo da vecchio non era certo migliorato, e sempre un po’ fissato era. Lui non aveva simpatia per i Cananei, anche se ci viveva assieme e si mescolava a loro. Forse avevano poca cura di sé stessi. Forse puzzavano, forse no. Non si poteva dire un uomo di ampie vedute e anzi era di quelli che: donne e buoi dei paesi tuoi. Passi per le donne, ma anche no. E il gusto dell’esotico? A Lui restava da capire quella cosa dei buoi. A parte piccole differenze soprattutto di corna, ma per quello anche tra gli uomini, a Lui i buoi sembravano pressappoco tutti uguali. Ed era un animale completamente mansueto. Se ne stava lì a sgobbare e a guardare anche mentre il toro faceva le cose in vece sua. E di vacche ne pascolavano per i prati, e anche per le strade, che a essere toro era una gran fortuna. Ma pure una gran fatica. E pure una gran libidine. Meglio esser toro che agnello; ma forse stava facendo confusione e stava equivocando con gli animali. Perché il toro e l’agnello non avevano nessuna parentela; o no? Lei gli spiegava sempre: c’è chi nasce toro e chi nasce agnello. E lui era Dio. E poi Lui mica era nato. C’era sempre stato. Esattamente come la sfortuna. Le lotterie, no!
Ma Lei ormai ci ha trovato gusto a raccontare le cose come le vedeva Lei. Continuerebbe a rilasciare interviste se avessero già inventato i tabloid: “Io denuncio che non sempre ho avuto la calma necessaria, ed è per ciò che tra tanta confusione capita di sovente di dover ricapitolare e magari tornare ad accadimenti già passati. Il tema è troppo importante per tralasciare o sorvolare qualcosa. Sono certa se ne parlerà ancora per anni. Senza alcuna acrimonia ma è palese che io e Dio siamo una persona diversa e con idee e sentimenti diversi, ma siamo altrettanto Dio. Guardate anche quella storia di Sodoma; scusate se mi ripeto. Io glielo avevo detto, vecchio s… Non esiste una guerra gentile. Che distingua gli empi dagli altri, dai goduriosi. Credete che mi abbia dato retta? Questa è la sua Storia, non la mia. Io avrei fatto tutto differentemente, con più amore e meno autorità e rabbia, persino violenza. Ho più e più volte provato a parlarci, niente. Nel mondo ci vuole pazienza”.
Perché è sempre la memoria che va a ritroso, mentre il mondo va avanti, perciò: RICAPITOLANDO: E’ stato ben Lui a dire, parola Dio, proprio Lui a dire:28 «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra.» –non si può dare colpa a nessun altro perché quel nessuno ancora non c’era. E l’uomo per andare non è andato molto lontano, ma per procreare ha procreato, e tanto; forse più di quanto s’era immaginato. L’uomo ha dedicato all’opera di Dio, al suo comandamento, tutte le sue energie. Forse anche più che a farsi la guerra. Almeno inizialmente. Nessuno ne ebbe a ridire, anzi. Forse solo gli animali da striscio, ma per breve. Si pensò che pensasse ai servi e per quelli… E anche ci tenne, sempre Lui, a ribadirlo, perché ha sempre avuto quel pregio, la capacità di sintesi:29 «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo.30 A tutti gli animali selvatici, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde.» E ridaiela con gli striscianti. E poi c’è la storia dell’abbondanza di erba. Meglio non dirlo. E’ sempre stato meglio tenere la storia dell’erba tra quattro mura; per sé. Diciamo che era per uso terapeutico o per consumo personale. Qualche furbo sostiene ancor oggi che né volesse fare un popolo vegetariano se non anche vegano. Ma questi non vanno d’accordo con nessuno tranne che con sé stessi. E a guardare tutto quel… Creato, sempre Lui, era stato affaticato ma soddisfatto. Tanto che fece dire che 31«era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno» E infatti dopo ciò smise di lavorare; non era ancora stata creata la settimana breve e il cosiddetto sabato fascista”.[1] Né ancora alcuna crisi aveva spinto tutti ad accettare di lavorare in nero e a condizioni capestro.

 

[1] Genesi 1
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Le parole che dico non han forma né accento, si confondono spesso all’odore del vento.
Così il mondo conobbe ancora l’Ira divina e furono distrutte Sodoma e Gomorra, e le altre tre città che non si ricordava perché. Rimaste anonime. Ma tutto quanto detto è solo la pura Verità.

fulmineEccomi qua”.
In casi come quello della storia, se storia è, si trova sempre il primo fanfarone a ricordare che si sarebbero mangiati anche i piatti. Quello che crede che così si sono inventati la pizza. E poi anche la birra, per digerirla. Era proprio fame; altro che bazzecole. D’altronde se procreavano invece di seminare dopo non potevano dire che si trattava di siccità. Magari non tutti gli anni sono uguali, ma bisogna saper provvedere anche al futuro. E quelli veramente per procreare mica lo facevano. E questo diceva questo e quello diceva quello. Che mondo stava diventando quel mondo. Nessuno che si facesse i fatti proprio. Lui li aveva creati, quegli amici, perché gli facessero della compagnia, magari per un consiglio, o due chiacchiere. Mica per tutta quella confusione. Pazienza Lei. Ma adesso tutti pensavano di sapere tutto. Col fatto che se li era fatti come voleva, e uguali, cioè simili. Certo eccola. L’aveva vista arrivare. Sapeva che sarebbero state ancora rogne. Mica faceva il guardiano di pecore. Mica stava lì a controllare quello che gli altri facevano. Che poi aveva il dubbio che quelli li avessero creati proprio loro, begli amici. Che ora si lavavano la bocca. Si toglievano dalle spese. Gli scaricavano tutto addosso.
E poi c’è un tempo per ogni cosa. Lui c’era da sempre e ci sarebbe stato sempre, ma sai l’affollamento. Finiva che nella città non si sarebbe proprio più potuto girare. Insomma se una cosa inizia deve anche, prima o dopo, finire. Come ogni storia che si rispetti. Certo che a invecchiare non fa piacere a nessuno. Ma nemmeno a essere giovani è uno status che non ha controindicazioni. Uno da giovane, c’è poco da dire, gli manca quella, l’esperienza. Bisogna pure scottarsi per saper stare alla larga dal fuoco. Intanto le fiamme di quelle città dannate ardevano ancora contro il cielo. Che splendida immagine da film. Solo un rammarico: peccato che nessuno, nemmeno Lui, avesse ancora pensato ad inventare il cinema.
Sarebbe stata un’inquadratura epocale. Bastava un piano sequenza, al limite un fermo immagine. Non servivano nemmeno le parole. Altro che la caccia alle streghe. Altro che il medio evo. Certo che se l’erano cercata. Un poco di pudore. Un po’ di intimità. Sempre a fare e dire. Un bel silenzio è pur sempre la migliore delle soluzioni. Si può sempre chiudere un occhio. Perché per vedere Lui vedeva. E ci vedeva ancora bene. E vedeva proprio tutti. Anche certe cose che avrebbe preferito… E poi erano angeli; mica… Insomma chi vuole intende. Un po’ era stata Lei a istigarlo. Cos’hanno loro che io… in fondo non aveva tutti i torni. E Lei… come donna gli era proprio anche riuscita bene. Bene era dire poco. Non fosse stato per il carattere. Solo che l’aveva fatta per fargli compagnia. Non in quel senso. Semplicemente compagnia. No! decisamente non aveva un carattere facile. Quale donna lo ha. Anzi aveva un brutto carattere. Ma di te… cioè davanti era messa meglio. Certo che qualsiasi cosa Lui facesse era subito sulla bocca di tutti. Va bene che Lui era Lui. Va bene che Lei era solo un’amica e immaginaria, ma le cose che immaginava avevano una loro presenza, carne vera. E non c’era niente di più vero delle sue forme, per di più sode. Non s’era ancora mai vista una donna come Lei. E lasciamo andare i discorsi sulle coppie di fatto. Erano solo amici. Certo che anche come amica era invadente non poco. Col suo sano realismo, come lo chiamava Lei; il suo pragmatismo. Ma cosa vuol dire pragmatismo?
Vivi e lascia vivere. Ma Lui era dio, mica poteva far finta di niente. Che poi c’erano quelli che già andavano a strombazzare ai quattro venti ogni suo sospiro. Cosa avrebbero detto? In fondo aveva Lui la responsabilità degli angeli. E della loro incolumità. Poteva anche essere vero che era meglio un poca di sana tolleranza di tutto quel disastro, ma era certo che avrebbero detto che si stava rammollendo perché era vecchio. Ci mancherebbe che uno è uomo e fa la donna quando gli salta a lui. O meglio ancora che pretenda che altri uomini facciano le donne. Anche quando magari non gli va. Meglio era che non si mettesse strane idee in testa, quella. Né quella né altre. Anche l’estetica ha bisogno della sua etica. E in tutto quel bailamme un po’ di ordine non poteva che fare bene. E poi cosa sono cinque città davanti a tutto l’universo? Sì! perché cinque erano, mica due sole. Cosa vuol dire?
Non faceva comunque bello tutto quel fumo. E quel disastro di rovine. Quel disordine. Si poteva comunque distrarsi, dire quello che si voleva. Se invece c’era Lei neanche a pensarci. Bisognava stare attenti ad ogni parola. Poi non l’avesse fatto li avrebbe sentiti. Era certo. Subito a dire che non aveva più autorità. Che si stava rammollendo. Ora che l’aveva fatto tutti a criticare. Figurarsi. Che Lui non ne era del tutto convinto. E quelli a dire che aveva esagerato. Che in fondo. In fondo un corno. Così era stato. Come in un incubo. Ecco! C’era da immaginarselo. Sul più bello arriva Lei. Con Lei tutto tornava difficile. Anche se stava solo a parlare. Eppure doveva essere proprio Lei, proprio Lei a saperlo. In fondo non né era stata forse, anche se indirettamente, e senza volerlo, Lei la causa? E’ troppo facile dopo dar la colpa agli altri.
Mi sembra impossibile eppure sembra possibile. Non lo avrei mai creduto ma lo vedo. E proprio con questi miei occhi. E anche bene. Tanto da non crederlo. E sembra anche che… ma a me… a me no… preferisco parlarci. Non è quella città la mia città. Credo che le vacanze andrò a farle altrove. Ora scusami”.
Cos’era tutta quella frenesia? Tutti come quelli che dicevano “famolo strano”. Quello avrebbero dovuto proiettarlo in seconda serata. Quando i bambini sono a letto. E’ normale che poi ci sia quello curioso. E quello con spirito di emulazione. E quell’altro. Tanta era la meraviglia di Lei che la voce s’era fatta un sussurro. Lo volesse il cielo (naturalmente si fa per dire). Così non era né un no né un sì. Non sembrava né carne né pesce. Ma anche Lui era rimasto meravigliato. Non poteva dire di no; negarlo. Non se l’era immaginato. Certo che gli uomini eppure li aveva fatti Lui. Ma non gli erano usciti proprio come li aveva pensati. E non aveva ancora deciso, qualunque cosa dicessero. Questo mica lo dicono quelli che dicono anche troppo. Che ora lo fanno sembrare fin troppo buono. E talora troppo cattivo. Che poi nessuno deve essere sempre uguale. E obbligato a esserlo. Anzi Lui era il meno uguale. Non aveva forse creato Lui il creato? E tutto. Allora doveva essere stato sempre Lui a creare l’amore, cioè loro. Se ne stava dimenticando. La colpa non era solo sua ma di tutti loro. Non è forse l’amore l’inizio della vita? Era confuso.
Era del tutto probabile, stando a ciò, che avesse creato anche il piacere. Cioè tutti i piaceri. Che anche la passione fosse piacere era un ben strano piacere. Ma non poteva negare, con assoluta certezza, lo fosse. Quando c’era Lei anche Lui sentiva un qualcosa. Non certo paragonabile a quello degli umani. Lui era pur sempre Lui. Ma pur sempre un qualcosa. Ma tutto ha un limite. E non sopportava quel suo sorriso. Cioè quelle sue risatine. Cioè da parte di Lei. Che poi era meglio così perché a Lui non piaceva, davanti alla sua autorità, che Gli fossero date le spalle. Che poi aveva fatto tutto Lei. Non Le aveva chiesto nulla. Figurarsi. Mica per mancanza di coraggio. Figurarsi. Non ci aveva pensato. E poi non li aveva fatti così per quello. Fosse stato uomo, cioè con tutto quello che ci vuole a essere umani, l’amore l’avrebbe fatto come si fa all’amore. Cosa c’entrava Lei? Cioè in ogni modo. In ogni caso. Anche senza pensare a Lei. Per lui l’amore andava fatto come si fa all’amore. Comunque.
La scoprì anche accendersi una sigaretta. Quella stava creando proprio tutti i vizi. Si fosse limitata a guardare altrove. Sempre così impicciona. Aveva il dubbio, dopo, di averle fatte tutte, le donne, come Lei, impiccione. Magari erano state proprio loro; le donne. A incitare tutti. A creare quel gran putiferio. Se l’erano inventata loro l’Ira di dio? O forse erano solo delle gran gelose. Non ci capiva niente. Che poi Lui si sentiva male. Certo era solo un momento. Ogni volta. Arrabbiarsi lo faceva sentire male. Gli prendeva un coccolone. Ma figurarsi se Lui ci pensava. Se non lo avesse detto Lei non ci avrebbe nemmeno pensato. E ora tutta la colpa la davano a Lui, ovvero a Loro. Perché ormai nessuno poteva chiamarsi fuori. Guardassero loro stessi che a raccontarlo avevano fatto diventare la Bibbia come il Kamasutra. Un libro da non dare in mano a quel bambino. Un libro poco educativo. A luci rosse. E sospettava persino che ancora non ci sarebbe stata pace per Lot.

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Come diceva quel saggio: “Posso spiegarti ma non posso capire per te”, allo stesso modo è difficile credere per chi non crede. Di creduloni ce ne son fin troppi e poi prestano credito alle cose più banali e infime. Qui stiamo parlando della grande Storia. Della vera Storia. Gli eventi sono quelli da cui tutti noi veniamo. Parola di un signore.

fulmineRiprendiamo la narrazione. Lui era andato perché doveva andare. C’era quella storia con Abimelek. Abramo non aveva detto una bugia, ma nemmeno la verità. E Sara era Sara. Temeva che potesse combinare un immane casino. Come quella Elena. Ma quella era un’altra storia. La loro storia. E a raccontare quella se l’era sbrigata velocemente. Se la sbrigassero tra loro. Era stata solo una stupida disputa. Su chi era più dio. Loro altro non erano che dei. Un po’ presuntuosi ma sempre dei. Pieni di vizi e poveri di virtù. Più simili agli uomini. E a uomini d’arme. D’arme e d’avventura. Sempre preda dei loro istinti. Solo un poeta cieco poteva perdere tanto a raccontare così povere gesta.
Una guerra. Un viaggio. Aveva già raccontato tutto lui, il poeta, l’aedo, il lirico. Lui, cioè loro, non aveva avuto bisogno del caos. Né di cori. Lui il mondo l’aveva creato per davvero. E dal niente. Senza indovini e oracoli e altri illusionismi. Tutta fatica del suo sacco. Lui non aveva bisogno di guerra. Se la vedeva da solo; era o non era un pacifista? Il primo. Bastava e avanzava l’ira divina per sistemarli. Un richiamo con voce tonante. Magari anche una cacciata. Un’onda un po’ più alta. Un’ordalia. Insomma quelle cose lì. E niente giochi. Niente finti cavalli. Niente maghe dagli occhi affascinanti. Gli sembrava tutto un gran bel romanzo. Con un linguaggio un po’ superato, passatista. Nient’altro che un romanzo. Quasi di cappa e spada. E che assurdità di quella città non lasciare traccia. Quasi a provocare chi ha il gusto dell’antico. Dal suo punto di vista era solo preistoria. Intanto tanto per essere precisi si sta parlando del 1850 a.C., ma ancora non si sapeva, per via di quel prima, o circa.
Avrebbe voluto tanto lasciare che se la sbrigassero. Ma non poteva certo fingere di non vedere. Così era andato suo malgrado. E fortuna che quello l’aveva presa bene. Ora non avrebbe accettato nessuna malalingua. «Non temere, Abramo. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». Era vero che Abramo era ormai vecchio. Che erano sposati da tanto di quel tempo che non facevano più ormai caso uno all’altra. Si passavano accanto, si sfioravano, e nemmeno si vedevano. Nemmeno ne faceva mistero. Esattamente non facevano più caso uno all’altra. Ma quell’altra avrebbe anche voluto, voluto e sperato, forse, che facesse ancora caso. O forse no. Forse solo voluto. Il povero vecchio non era del tutto arzillo. Almeno in quei giorni. E tanti viaggi non gli giovavano. Gli mettevano fiacchezza. Era sempre a lagnarsi. Sempre in compagnia di qualche dolorino. Tutto ciò era vero, parola di dio. Ed era altrettanto vero che Lui, come promesso, era andato a visitarla, cioè a visitarli. E Lei, quella donna, cioè Sara, non aveva nulla da ridere. Insomma loro niente, poi, dopo la sua visita, Sara aveva scoperto di aspettarlo. Quel benedetto figlio. Non c’era nessuna attinenza. Solo un caso. Il frutto della sua promessa. Niente di più. Lui non c’entrava, non almeno direttamente, con quella nascita. Che dicessero quello che volevano. Un miracolo è solo un miracolo. I soliti scettici. Anzi che si imparassero a tacerselo.
Ché Abramo non era uno che ci pensava due volte. Gli dicevi una cosa e lui già l’aveva fatta. Non un cuor di leone, ma anche un fifone può trovare il suo attimo di coraggio. E Lui aveva grandi progetti su quel vecchio. E in quel momento doveva preoccuparsi di tenerlo vivo. E magari con un po’ di dignità. Che se ne sarebbe stato di uno così con un sospetto. Che poi se Sara non era certo un esempio nemmeno era peggio di tante altre. Le fosse mancata la virtù si sarebbe confusa con i più. Così aveva deciso. Che continuassero a ridere. E raccontare dei tre pellegrini. Che era stato solo lui ad essere imprevidente. Quando si ha moglie meglio tenerla da conto.
La verità forse era diversa. Gli aveva detto, lo aveva detto a lui, di prendere di tutto da tre. una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione. Non era sceso nei particolari dei tre pellegrini. Lui li aveva accolti davanti alla sua tenda. Lui era stato ospitale come si doveva. Anche troppo. E aveva sacrificato il vitello migliore. Nemmeno quando gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie»? si domandò perché chiedessero subito di lei. Lui lo aveva pure in qualche modo avvertito e quello si era addormentato. Valli a capire i vecchi, a volte troppo sospettosi, altre troppo fiduciosi. Mentre quelli contemplavano Sodoma lui, vecchio, dormiva della grande. Sarebbe potuto finire il mondo. Forse quello era il segno di Dio ma Lui stesso non ne era certo. E dopo quei tre partirono per andare verso la città. Insomma questi erano i fatti. E Lui voleva essere certo di cosa succedeva in quelle città. Aveva chiesto loro di essere i suoi stessi occhi. Nient’altro. Ne era certo. E il vecchio avrebbe dovuto solo essere contento. E soddisfatto, e orgoglioso. Uscito di quel sonno profondo. Ma il vecchio non lo era completamente. Almeno non lo fu quando seppe che sarebbe diventato padre e popolo quando aveva l’età per essere nonno. Ma Lei sogghignava sotto i baffi pur non avendoli. E Sara, con la acca o no finale poco importa, pareva aver ritrovato il buonumore. Eppure aveva la sensazione che la calma fosse solo apparente. Abramo se ne stava buono e in disparte privo delle forze che da tempo non aveva. E Lui era preoccupato di quello che gli avrebbero raccontato da quelle città. Se ne dicevano tante e le più diverse. Nessuna di buona. Nel bene e nel male si sarebbero ricordati tutti di quelle due città. Sebbene Lui fosse clemente non ne poteva più di tanto clamore. Cercava certezza di quello che già sapeva, perché il Signore è onnisciente.
Comunque inviò anche due angeli per avere ancora altre certezze. Lui sapeva che Lot era un giusto, lui e pochi altri. Troppo pochi. Ma in fondo era fiero dell’ardire di quel vecchio Isacco. E Lot cercò anche di difendere i suoi ospiti. Offrì in cambio il bene che aveva più prezioso: «Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto». Ma gli angeli con viso d’angelo e quel loro sorriso angelico avevano invaghito gli uomini. O forse a quegli uomini erano più graditi gli uomini; proprio non se ne capacitava, non lo capiva. E così ebbero modo di conoscere l’ira divina. Sulla città si alzarono alte le fiamme. Salvò Lot per essere clemente con la supplica di Abramo ma lo stesso Lot si ritrovò con una moglie di sale. Mai che le donne riescano a dar retta a qualcuno. Non ci aveva potuto fare niente. Anche se era Dio. Un patto è un patto. E Abramo vide le città andare verso la loro distruzione. E poi solo rovine. E Lui si sentì stanco di quel fare e disfare. Certo sperava di essersi spiegato bene.
Voleva ripensare a quella storia. Niente era stato facile. E non voleva diventare lo zimbello di nessuno. Né di Lei né di sé stesso né di tutti gli altri Lui. Per ora Gli interessava il destino di Sara. Rimettere ordine. Scordarsi tutto quello che era successo. Fosse solo stato possibile. Teneva che ne avrebbero parlato e parlato per anni. Lui poteva fare quello che voleva ma distruggere due città era una cosa che non poteva passare inosservata. Sì! aveva salvato Lot, e le figlie, i generi no perché non avevano voluto credere, e quella moglie ormai solo un gran mucchio di sale. E nella confusione di città ne furono distrutte cinque, delle altre tre nemmeno si ricorda il nome. Di più non aveva potuto fare. Bastava che Lot fosse solo un poco più… venditore. Insomma convincente. Quelli erano un branco scatenato di anarchici senza Dio. Nemmeno nessun rispetto nemmeno per l’autorità. Avrebbero riservato lo stesso trattamento allo stesso Lot. Eppure era padre e aveva due figlie e perciò gli dovevano piacere le donne; a Lot. In che strana storia si era invischiato. Ma almeno di quelli si era liberato. Non avrebbe più dovuto vedere uomini che facevano occhi languidi ad altri uomini. O uomini a usare le donne come fossero uomini. Lei diceva che era un bieco moralista, solo un conformista; vecchio. Di quella modernità non sapeva che farsene. Meglio vecchio che così. Era quando vedeva Lei che si sentiva confuso.

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Dopo aver diviso gli uni dagli altri, e aver fatto crollare fragorosamente quella Torre, niente era stato come prima. Se mai prima era meglio. Così quel Dio si ritrovò a ricapitolare e a riflettere. C’era bisogno di un intervento energico. Cominciavano a mancargli le forze. Aveva perso l’entusiasmo. Tutto era stato inutile. Era stata tutta colpa dell’uomo. Magari non solo, ma anche dell’uomo. Ma forse anche di un tratto di rimmel. Di una strizzatina d’occhi. Non riusciva a togliersi dalla testa che c’entrasse Lei.

fulmineVa bene che era dio ma c’è un limite a tutto. Quel fatto che era, cioè erano, puro spirito. Ogni volta che Lei gli gironzolava intorno si sentiva agitato, sentiva quel languorino, quel pizzicorino. Non era stata una buona idea. Non era stata proprio una buona idea. Non sapeva cos’era quello che provava, quella sorta di confusione. In fondo lui era solo Dio. Onnisciente e perfettissimo ma solo Dio. Delle cose degli uomini non ne capiva. Era stato fin dall’inizio, si ricordava. Quella Eva; a proposito: niente male. Aveva fatto quegl’occhi enormi. E quello sguardo. Gliel’aveva visto indosso anche a Lei. E di più era tutta nuda: nel senso di Eva. Non poteva, cioè potevano, inventare prima l’abito e poi il monaco. Insomma era proprio nuda. A pensarci bene forse Adamo aveva le sue ragioni e poche colpe. Se fosse stato uomo… Non aveva mai creduto a quella favoletta della mela. E forse aveva ragione Lei quando sosteneva che non si può portare tanto rancore per tanti secoli per una mela. Ma perdinci! è l’ira divina. Se Dio s’adira s’adira; mica mette il muso e basta. Non era solo una mela. E poi non gli andava di essere contraddetto. A nessuno di Loro. Figuriamoci ad essere disobbedito. Era stato chiaro, chiaro e tondo. Ed era una questione di principio. E loro, loro, quei bellimbusti di Michele, Gabriele, Raffaele e Uriele che ci stavano a fare. Va bene che anche loro erano puri spiriti… anche su questo qualcosa non gli quadrava. Chi li aveva fatti, non si riusciva più a trovare un chi, da qualche parte si doveva esser preso delle libertà. Non lo convincevano del tutto. Non lo lasciavano tranquillo. Non gli garbavano. Con quelle ali. Quei boccoli. E quel sorriso angelico. Insomma… non proprio guardiani. L’idea non era quella. Se ne parla anche poco. L’idea era: visto l’uomo, e soprattutto la donna, meglio mettergli vicino qualcuno. Che riferisse. Che mediasse. Magari con un po’ di senno. Di quello se ne trova sempre poco. Che poi Michele avrebbe dovuto occuparsi di quelli, di quelli che dicevano di essere il suo popolo. Ma Lui aveva bisogno di un popolo? Mica era un politico. E nemmeno Michele era semplicemente un angelo, era un arcangelo, perdio! Se ne dava tutte le arie e poi le storie finivano così. Per questo lo aveva fatto arcangelo, perché fosse il suo angelo personale. Raffaele invece… non sapeva nemmeno da dove se ne fosse uscito. Ma chi gli aveva dato il titolo? Un po’ zotico era un po’ zotico. Non poteva fare tutto Lui. Ma tutta questa è un’altra storia. Divagava. Michele sarà stato anche il più bello ma quando c’era da azzuffarsi era il primo, e s’azzuffava. Tendeva ad essere litigioso. Qualche volta non era proprio un male, ma solo qualche volta. Non voleva proprio tornare a pensare a quella volta del drago. Era una storia infinita. Era stato da allora che s’era fatto dei nemici. Eppure Lui non aveva né colpa né pena. Aveva fatto tutto Michele. Che se era per Lui a quelli li avrebbe sistemati subito. Invece si trovava con i nemici vicini. Mandati a casa gli dei… di male in peggio. Proprio come il giorno e la notte. Che in fondo Lui era un pacifista; il primo pacifista.
Insomma angeli sì, angeli no, alla fine erano sempre in mezzo. Chiamò Lei ma il gesto gli restò tra le labbra. Si rese conto che non gli aveva mai dato un nome. E un fischio non era il massimo dell’educazione. Mica poteva chiamarla Dio. Si rifiutava. Era tutta una gran confusione. Intanto Lei era sempre davanti a quello specchio. Cercò di ricordarsi che qualità Le aveva imposto. Non ne ricordò una. Certo non la modestia. Non la discrezione. Bella era bella. Forse l’essere che gli era riuscito meglio. Anche fin troppo, bella. Distolse gli occhi che stavano scivolando indiscreti. Lui era Dio, non poteva lasciarsi andare a quei… a quelle… a certi pensieri. Non era da Lui. Cosa aveva voluto dirGli ricordandoGli la solita storia, sempre quella, con quel “ma allora non vuoi proprio capirlo”. Come se solo Lei potesse capire. Conoscesse le cose della vita. Sospettava che fosse un po’ gelosa di quella Eva. Eppure nemmeno a Lei mancava nulla. Ma forse aveva ragione. Almeno un po’. Ma forse era così. Lui era Dio, non poteva impicciarsi di tutti i problemi degli umani. Gli umani si creavano tra loro. Sospettò che questo facesse sì che non ci fosse più bisogno di Lui. Non era possibile. Un essere umano non è un animale, si disse, avrà sempre bisogno di qualcosa in cui credere; parola del Signore. Ma nemmeno questo lo mise tranquillo. Certo che a raccontare la storia diventa più lungo della storia stessa. Decisamente gli ci sarebbe voluto uno storico, un cortese narratore, un comico, un bizzarro, un profeta. Qualcuno insomma che lo togliesse almeno da quell’impiccio. Non gli andava di raccontarsi. Con tutto quello che aveva da fare gli sembrava a Lui un po’ tempo perso. E un po’ megalomane. Il mondo andava come voleva e a raccontarlo sembrava che fosse solo colpa sua, cioè loro; di tanto in tanto dimenticava di quanti fossero lì a darsi tutto quel daffare. Aveva fatto del suo meglio. Dai il libero arbitrio. Ecco cosa se n’erano fatti. Troppa libertà. Doveva essere stata Lei a creare il costume. E quelli non perdevano l’occasione di mettersi nudi. E’ normale che poi una cosa tira l’altra. Che poi a Lui non piaceva, cioè non è che gli garbasse vederli nudi, almeno gli uomini. Per le donne ancora poteva andare. Avevano una loro grazia. Non era un brutto vedere. Ma gli uomini… con quel coso che… lasciamo andare. Che poi anche gli impicciava. Se devi correre, se devi lottare, tirare di giavellotto, non era proprio comodo. Prendiamo quei tre pellegrini. No! questa storia magari la prossima volta. Era già fin troppo confuso. Però doveva annotarselo che bastava una Sara per rovinare la reputazione di un intero popolo. Le donne parlano troppo e quando tacciono rischia che è anche peggio.
Il diluvio era servito a poco che a niente. Come una goccia d’acqua. Il problema era sempre quello. Dopo il diluvio erano rimasti Noè: Sem, Cam e Iafet, ma a loro nacquero figli dopo il diluvio. E così i figli di Iafet: Gomer, Magog, Madai, Iavan, Tubal, Mesech e Tiras. E quelli di Gomer: Askenaz, Rifat e Togarma. E i figli di Iavan: Elisa, Tarsis; quelli di Cipro e quelli di Rodi. E avanti di questo passo. E anche di questo esempio. Il problema era stato che quelli andavano in giro e figliavano in ogni dove. Che i figli bisogna anche mantenerli. E secondo Lui lo facevano anche per qualche altro motivo. Sembrava che facesse loro piacere. La terra si stava trasformando in un formicaio. Ma non dormivano mai? Doveva ricordarsi di creare l’inappetenza. E la stanchezza. Perché proprio Lui? Che se le creasse Lei, se era tanto brava. Aveva fatto il malanno. Se lo risolvesse. Nemmeno quella storia di “Domenica chiuso” era andata a buon fine. Non erano mai contenti. Uno a dire: “Io la voglio al sabato”. L’altro a dire: “E allora Io al venerdì”. Che se la facessero quando volevano la loro benedetta festa. Bastava lo lasciassero in pace. A ogn’uno il suo giorno. Forse era anche giusto, tanti e tante feste. E Lei che pareva fare festa tutti i giorni. Già! sosteneva di lavorare in casa. Ma è un lavoro quello? E poi gli restava fin troppo tempo libero. Per far malanni. Stava diventando scorbutico. Ma quello che è troppo è troppo. Ed era tutta una Babele. E proprio lì in Israele, cioè in Palestina, era peggio che peggio. C’era posto per tutti ma ognuno voleva quello dell’altro. Non potevi uscire di casa che ti ci trovavi qualcuno dentro. Era possibile? Avrebbe dovuto fare qualcosa, ma quando l’uomo non vuole ragionare non c’è verso di farlo ragionare. Lui non era un agente immobiliare. Non aveva detto nulla di simile. Tutto era cominciato dalla notte dei tempi. C’era chi partiva, chi restava e chi tornava. Ma non dessero la colpa a Lui. Lui li aveva provati a dividere. Aveva creato le lingue e le razze. E forse non era stato un bene. Ma l’uomo vuole sempre quello che non ha. Si fa una famiglia e poi va in certa della donna dell’altro. Cosa ci troverà, poi? Prima o poi avrebbe dovuto dar loro delle regole. Almeno provarci.
Ma com’era possibile che Lei avesse sempre caldo? E fosse sempre allegra? Certo aveva uno splendido sorriso. E… come dire… ammiccante. E gli ronzavano in testa quelle parole: “dammi un po’ di tempo, noi due soli, e vedrai come te lo creo l’uomo nuovo”. Preferiva starsene in disparte. Aveva altre faccende a cui affaccendarsi. Si mescolava con gli altri. E ogn’uno si mescolava agli altri. Tutti uguali come fotocopie. L’idea del dio multiplo non era poi da buttare. E tutti nelle loro tuniche. Solo Lei con una tunica diversa ogni giorno. Che senso aveva? E poi anche quelle sempre più corte. Per mostrare le gambe? Anche adesso le mini. Come non fosse abbastanza nuda. Che era più nuda che senza vestiti. Certo le gambe erano un gran bel paio di gambe. E quando si sedeva veniva la tentazione di guardarci sotto. Senza farsi vedere; naturalmente. Era ormai certo. Era Lei che aveva creato il pudore ma anche il suo contrario. La civetteria, la tentazione, la provocazione, sicuramente persino la nudità. Che se ne facevano loro vecchi saggi creatori di tutte quelle cose? Pareva invecchiare solo lui, cioè loro. E Lei pareva restare giovane. Ormai pareva loro figlia. Tutta baldanzosa; di sé. Accidenti. Doveva avere anche un certo ascendente. Le donne sulla terra sembravano aver assunto tutto da Lei. Tutti i suoi difetti. Tutte le sue diavolerie. Era assatanata; nel senso che pareva più una seguace di Satana. Anche quello: contestazione globale. Rivolta continua. Ecco com’era finito. A ubriacarsi di notte. E Lei rischiava una sorte simile. Aveva provato a parlarci. Lei aveva riso e l’aveva chiamato Alfredo. Certo era stata ancora Lei a creare anche l’amore, non quello… quello fisico. Insomma… quello. Quella cosa che Lui non riusciva a capire. Sarebbe tanto più facile vietarlo. Meglio era non crearlo. Che poi ti trovi che ognuno lo coniuga come pare meglio a Lui. E allora trovi subito qualcuno che dice che bisogna farlo solo per fare figli. E così riempiono il mondo di piccoli mostri. Non trovi un posto libero nemmeno al bar. E allora trovi il furbo che dice che bisogna farlo solo per il proprio piacere. Piacere? E assisti a quelle scene non certo edificanti. Mai in due a dire la stessa cosa. Che almeno lo facessero solo in privato. E senza tanta pubblicità. Forse era stata creata anche la pornografia. Doveva essersi distratto un attimo. E quella di chi era la colpa? Mi sa che non finisce bene. A volte i pensieri di Dio sono come tuoni. Così chiamò, cioè chiamarono gli angeli a sé. Andate e moltipli… cioè… insomma… fate qualcosa. E state alla larga da quelle città; da Sodoma e Gomorra, che di guai ne abbiamo fin troppi.. Nel frattempo vediamo di vedere. Voglio proprio vedere come va a finire sotto quel tetto -pensò. Tra quel vecchio e quella… Sara. Voglio farci una… capatina.
Come Lui aveva detto «Terach aveva preso Abramo, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè di suo figlio, e Sara sua nuora, moglie di Abramo suo figlio, ed era uscito con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan. Arrivati a Carran vi si erano stabiliti». Sara assomigliava in modo impressionante a Lei. E anche lei pareva avere delle idee tutte sue sul da farsi e su come andava il mondo. In fondo era stato Lui a dirgli di andare là. Pensava fosse per il meglio. Anche se la donna era sembrata dispiaciuta. I vicini erano diventati veloci di lingua. E tutti a guardarla. Le voci dicevano che aveva il ventre come un deserto. I beneinformati ridevano perché un deserto resta arido se non gli si da l’acqua. Non gli era chiaro ma non gli sembrava che fossero dei commenti benevoli. Così aveva pensato di torgliergliela, Sara, da sotto gli occhi. E da sotto qualunque altra cosa. Sapeva che la storia della sorella sarebbe durata neanche un battito di ciglia. Ma non si può mettere dentro il coraggio a chi non ha coraggio. Lui aveva semplicemente detto «Farò di te un grande popolo». Solo allora si rese conto di essersi assunto un gravoso impegno. E cosa potevano implicare quello parole. Le aveva dette a lui, mica a lei. Adesso lei era ricoperta di occhi. Nessuno riusciva a togliergleli di dosso. Nemmeno Lui. Non era stato proprio del tutto male. Si volse all’istante pensando “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Ma si trovò banale. E tornò ad ammirare quella splendida creazione.

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Di confusione ce n’era già abbastanza. E diventa naturale che si perda il filo del narrato. Questa è la storia della creazione. La storia delle storie. Dio, o il suo interprete principale, cominciava ancora una volta a guardarsi intorno stranito. Non era certo che tutto quello fosse opera sua. Ovvero non si capacitava di essere stato così imprevidente. Tutto era cominciato dalla notte dei tempi, meglio dire: dal primo mattino. Non c’era inizio prima di quell’inizio. Non c’era niente. Prima c’era solo buio. Solo si era sentito solo e nemmeno era un pensiero del tutto suo. Mai fare le cose di getto, dettate dall’istinto. Cercava compagnia? Forse sarebbe stato meglio un buon libro. Poi tutto era come precipitato. Purtroppo il risultato ce l’aveva sotto gli occhi. E il tutto sembrava perdere i pezzi.

Rfulmineiprendendo. Non era il tempo a mancargli. Solo gli era sfuggito, il tempo. Beh! la memoria non era la suo maggiore qualità. Prima c’era solo il bene, cioè il male, insomma quello: il pensiero unico. Anzi non c’era nemmeno nessun prima. Poi gli amici. I sosia. Gli altri. Per essere dio era dio, non per questo poteva ricordarsi di tutto. E non è nemmeno facile fare il dio. Tutti lì pronti a giudicare. Tutti si aspettavano tutto da lui, come fosse un padreterno. Certo che era infallibile. Che la fallibilità è umana. Era solo che ci sono giorni che non tutto va per il verso giusto. E quella cosa lì ora era il creato.
Se all’inizio tutto era cominciato perché si sentiva solo, ora cominciava a sentirsi anche troppo in compagnia. Anzi era tutto un gran casino. Tutti che vogliono mettere la parola. Non come quella volta. E forse quella volta era stato anche un po’ troppo precipitoso. Così lo era diventato anche di più. Sopra e sotto. Un gran Casino. Certo la parola non era proprio carina, in quel momento non riusciva a trovare un termine più adatto. Confusione gli sembrava realmente poco. Certo che era dio ma il vocabolario era quello che era. E poi si doveva ancora stampare. Insomma delle lingue che si preoccupassero gli uomini. Lui era puro pensiero. Non che non volesse prendersi le sue responsabilità, ma quel che era troppo era troppo. E poi ormai tutti si sentivano dio. Certo li aveva creati a sua immagine e somiglianza. Loro. Non quelli giù. Quelli giù… beh! avrebbero avuto bisogno di una ritoccatina, anche più di una, ma ormai era tardi. Troppa approssimazione. E dire approssimazione era dire una bazzecola. Si guardò intorno. Erano proprio tutti uguali. Tutti con barba bianca. E quel triangolo. E l’abito lungo bianco fino ai piedi; che anche intralcia. Nemmeno lui sarebbe riuscito a distinguerli. Beh! non proprio tutti. Lei era Lei. Non ci si poteva confondere (Lei è un dio femmina, nota dell’autore per futura memoria). E poi con quelle cose, con quelle tette. E sempre a ostentarle. Così fiera di sé. Nemmeno fosse dio. Eppure non si ricordava proprio di aver fatto quell’uomo. “Certo quello l’ho fatto Io” – si sentì dire- “qualcosa che non va”? Per farla breve: tutto. Si chiese a voce alta “Perché”? E ricevette subito risposta: “Perché sono Dio”. Non ci vide più: “No! Sono Io Dio. E poi non lo voglio sentire più; dio c’è. Anzi ce ne sono fin troppi”. Ma prima una voce: “E no! Io sono Dio”. E poi un’altra: “Io sono Dio”. E un’altra ancora: “Io sono Dio”. E le voci si fecero coro: “Io sono Dio”. Qualcuno azzardò: “Io sono il vero Dio”. Un contestatore c’è sempre; un rompiballe. Era fuori di sé. Solo Lei taceva, chissà cosa aveva combinato questa volta? Ma di quello si sarebbe potuto occupare dopo. Ora aveva cose più urgenti. Una sorta di ribellione? Una rivolta bell’e buona? Erano veramente tutti uguali. Persino lui… ma come aveva potuto? Sono questi gli amici? Tutti pronti a prendere il tuo posto. A infilarsi nel tuo letto,. con la tua donna. Su quest’ultima osservazione meglio sorvolare. Se la tenne per sé. Così la cancellò dai suo pensieri. Ma quella tornava. Se di loro si fidava poco, di Lei punto. Si rese conto che il pasticcio era fatto. Irreparabile. Ormai non si poteva più tornare indietro. Lì, come dire, nella volta celeste, non c’era più un dio ma ce n’erano parecchi, anzi c’era un dio multiplo. E ognuno uguale e ogn’uno diverso. E tutti creatori. E tutti infallibili. E un po’ supponenti. Per ogn’uno: “Io sono dio”. La frittata era stata fatta, anzi Creato. Come avrebbe voluto lui, cioè lui, cioè lui, non ci capiva più niente, come avrebbe voluto potersene lavare le mani.
E quello cosa sarebbe?” –chiese guardando il figlio di colore di una coppia assolutamente ariana e sterile; che nemmeno sarebbe stata l’unica volta– “Cosa mi rappresenterebbe”?
Non sono stato Io”. “Non sono stato Io”. “Nemmeno Io”. “Figuriamoci se Io potevo fare una cosa simile”. “Non ne so niente”. Non c’era più religione. Nemmeno pudore. Non un briciolo di buon senso. Anche per la gente che vede. Era uno scandalo. Cosa avrebbero pensato gli altri. Come sempre quando qualcosa non andava non si trovava mai il colpevole. Mai nessuno che si prendesse le proprie responsabilità. Lei sorrise sotto i baffi: “Quello s’è fatto da solo, cioè”… e lasciò quei puntini di sospensione come se la sapesse lunga. Ora la preferiva com’era prima, quando se n’era stata zitta. S’indispettì, e cercò di non farlo vedere. “E quello con tutto quel naso”?
Ancora Lei: “Certo non è la cosa che mi è riuscita meglio, ma era una prova. Come dire? Un prototipo”. Ne aveva abbastanza, non ci mancava che Lei, e le sue tette che non si curava mai di nascondere, ma non era ancora abbastanza. E poi chi le aveva detto che anche Lei poteva creare? In fondo era solo una donna. Cioè purtroppo era proprio una donna. Indubbiamente una donna. Non ci aveva mai pensato. Già era fin troppo che Lei riordinasse le sue cose. Mettesse ordine (come per la volta celeste). Mettesse becco e lingua. Avesse delle idee autonome. Che anche si mettesse pure Lei a creare. Era il massimo. Il massimo dei massimi. “Ho provveduto subito” –continuò Lei femmina come nulla fosse, anzi orgogliosa– “Ne ho fatta una con la lingua lunga e sembra proprio funzionare. Allora ho fatto uno che non ha solo la lingua lunga, ma dubito che tu, cioè voi, possiate capire. Credete ancora di fare tutto voi. L’uomo è uomo”.
Quella donna era una vera maledizione. E si prendeva fin troppe libertà; fin dall’inizio. Finirà che qualcuno se né uscirà dicendo che dio è donna –pensò; anzi pensarono. E non stava mai a sentire. Testarda. Avrebbe voluto non ricordarsi che era stato proprio lui a crearla. Ma questa cosa di essere stato lui lo inorridì. Ma stavolta non poteva lavarsene le mani. Questa cosa delle mani lo fece riflettere. Gli sarebbe potuta servire. Magari in un altro momento. In un altro contesto. Cercava sempre di ricordarsi delle cose buone, di quello che poteva tornare favorevole. Gli restò una di quelle sue risposte giuste in gola. Non voleva essere volgare. Si morse la lingua. Con Lei era una guerra persa. Finì rassegnato: “Fate quello che volete ma ricordatevi che essere dio non è la cosa più facile di questo mondo. E fate almeno un po’ di attenzione. Non voglio più vedere cose come quella che non si capisce se è uomo, donna, un gobbo, un nano o un intellettuale. Che poi l’intellettuale non lo abbiamo ancora creato. Almeno non Io”.
Lei non lo stava già più ascoltando. Gli aveva rivolto le spalle e si stava allontanando. Stava andando a preparare la tavola. E aveva messo su anche qualche chiletto. Concluse che quella storia che era tutto spirito forse non era stata una genialata. Erano gli uomini a sua, cioè loro, immagine e somiglianza. Mica l’inverso. Soprattutto Quella era tutt’altro che solo tutto spirito. E pareva anche ad alta gradazione alcolica. Pensò che forse era il caso di indire un’assemblea. Di darsi un ordine. Solo la parola assemblea lo spaventava. Sapeva come poteva andare a finire. In fondo lui era dio. Che importanza aveva se anche lui era dio? E anche lui? Così tutti avrebbero potuto avere il proprio. Pensò alla torre di Babele. Aveva il sospetto che ormai fosse tutta una Babele, da per tutto, in cielo, in terra e in ogni luogo.
Decise che dovevano avere almeno delle regole. Dei punti fermi. Delle certezze. Appese fuori il cartello: «Domenica chiuso».
Adriano Celentano: Il ragazzo della via Gluck

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Certe mattine come quella si sentiva proprio onnipotente, ma lui era onnipotente. Evitava di chiederselo perché che senso ha essere onnipotente se poi ciascuno fa quello che vuole?
fulmineIl più era fatto e a dirla tutta un poco si annoiava. Certo che era tutto da ridere. Quelli, ovvero quelli dell’attico “ad Olympia” (avevano storpiato il nome per darsi un tono) avevano continuato a sfornare eroi. I suoi erano tutt’altro, si sarebbero detti rincoglioniti precoci. Non ne azzeccavano una. E’ un bel dire di cambiare la realtà descrivendola. Penna in mano sarebbe stata tutta da riscrivere. Avrebbe fatto bene a prender spunto da loro. Tanta originalità per distinguersi e poi fare la figura del bamboccione, del casinista; di quello che non sa fare e se fa fa confusione; fa un pastrocchio. In fondo aveva fatto un sacco di cose meravigliose; prendiamo per esempio… al momento non gli veniva niente, ma bastava guardarsi attorno. Certo che a volte giravano anche a lui. Però forse sarebbe stato meglio che avesse cambiato, che si fosse trovato un vero addetto stampa come si deve. Uno che sa come presentare le notizie, o un intero staff. Non poteva continuare così. Per fare un figura così… che se tacevano era meglio. S’era rimasti a Abramo; quel gran curiosatore. Avrebbe dovuto ridurre di sale pure lui. Intanto c’aveva avuto da fare.
Sapeva già cosa gli avrebbe risposto quel vecchio scimunito. Rimbambito. Andava a dire che le cose lui le sapeva anche prima di Lui. Che per alcune sarebbe bastato anche solo un po’ di buon senso. Certo che se le cercava. Così imparava a non farsi solo quelli propri. Persino ai serpenti era andato a romperle. La sapeva già la risposta: la donna. Nessuno meglio di lui che la donna l’aveva creata. Che poi aveva fatto oltre la donna anche quella Donna. E lei mica ne faceva mistero. Delle sue risate era rimbombata tutta la volta celeste. Ma se qualcuno avesse raccontato anche quella lo avrebbe fulminato. Lo aveva giurato: acqua in bocca. A quello invece gli era toccato fare la donna per sette anni; così avrebbe imparato. Se la rideva. Forse era anche una pena mite. E poi a chiamarla pena faceva pena. A sentir lui doveva essersi bene divertito. Ma Lui non ci voleva proprio parlare con quelli.
A pensarci ci aveva pensato. Gli avessero almeno mostrato le bozze quella biografia non sarebbe mai uscita; questo era certo. Era il minimo. Ogn’uno invece faceva a modo suo. Volavano le notizie più impensate, assurde. Non poteva occuparsi proprio di tutto. Qualsiasi cosa decidesse era sempre troppo tardi. Nessuno tocchi Caino. Lui l’aveva detto. Come avesse parlato al vento. Che senso aveva se poi continuavano ad ammazzarsi tra loro? Anche Lui l’aveva il suo carattere, ma così appariva solo un vecchio iroso. Quasi stesse sfogando una frustrazione. Certo non si poteva dire soddisfatto, ma le cose erano meno peggio di quel che sembravano. Erano gli uomini ad incasinarle. Valli a capire. Mica li costringeva. Avessero usato la testa. Che lui la testa gliel’aveva data. Beh, testa! Col cavolo a sua immagine e somiglianza. Invece usavano sempre quell’altra parte. Prendi quello. Nemmeno gli era riuscito tra i meno peggio. Poco meno di uno sputo. Una vera mezza… si insomma… e si credeva un dio. Di quelli ce n’erano fin troppi. Come poteva starci tanta boria in una cosa tanto piccola, e… insomma… sgradevole. Non l’aveva coniata lui la parola merda, ma non poteva non pensare a quella. Sì, insomma. S’era svegliato non tanto di buon’umore. Com’è possibile diversamente? Se quello era un supereroe allora Lui era SuperDio. Ovvero SuperDi. A facile dire ch’è stato solo un sogno. I suoi sogni diventavano realtà. E quand’erano incubi… E quelli giù a raccontare; per di più aggiungendo del loro. Figurarsi. Scrivevano tutto, quelli, e Lui non si ricordava di averla ancora creata; la scrittura.
Non che Lui… ma insomma… Certo che gli uomini erano ben strani. Torniamo alla nostra storia. Pazienza tutte le escort: «Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace [Genesi 19.7]». Sapeva che chiedere un consiglio a Lei era mettersi nei guai. Non chiedeva altro che prendere un aperitivo in pace. Con gli amici. Sembrava uno di quei films. Non ci capiva più nulla. Cosa aveva fatto a fare le donne se quelli si preferivano fra loro? Dei gusti degli altri avrebbe preferito lavarsene le mani. Non che Lui… però stupidi erano stupidi. Certo che anche quel padre. Per due stranieri; in fondo. Gli aveva detto “Fai tu che fai bene”. Lui aveva il suo da fare. E poi un attimo di tregua lo si concede a tutti. In fondo era stato Lui a fare tutto quello. Certo che per quelli, i cugini, andava bene tutto. Uomini con uomini. Donne con donne. Non avrebbe saputo che dire. La verità è che quello che avrebbe dovuto dire glielo mettevano in bocca gli altri. Era vero o no che aveva dato loro capacità di decidere? Mica puoi dire a uno di decidere come gli garbava e poi alla prima che fa fargli tutto quel putiferio. Zolfo e fuoco. A parte tutto anche la puzza. Certo che con il diluvio non poteva dire che era andata un granché meglio. S’era ritrovato i pesci sulle cime delle montagne. S’era ritrovato tutto sottosopra. Più che diluvio si sarebbe potuto chiamare “il grande ammollo”. Ma non bastava lasciarle semplicemente scivolare nel mar morto? Non c’era comunque di che stare allegri. Cosa ci poteva fare? Protestare su una stampa che denunciava solo falsità? Si sa come sono quelli. Pare si divertano. Tutti contro. E magari poi trovava qualche paladino a parlare di bavagli.

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Se ha una qualche utilità dirlo, oltre a farmi sentire meglio con me stesso, questo blog da, NATURALMENTE, la sua completa solidarietà a Roberto Saviano.

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