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Posts Tagged ‘gotico’

A volte le sere riservano sorprese che non ti sapresti immaginare. Ero entrato per bere un bicchiere, sul grande schermo davano un incontro di Rugby. Era un’osteria piena di fumo e di chiasso, tutte cose che preferisco evitare. Stavo per alzarmi quando sono stato distratto dalla sua voce baritonale e dalla sua grassa risata. Era già ubriaco e aveva perso un po’ di controllo. Io ero già con i miei libri sotto il braccio.
Poi ricordai dove era stato visto in precedenza: in una bettola di Praga, molto ma molto tempo fa. Infatti aveva l’aria e il vestire da migrante, anche se aveva smesso l’armatura. Di straniero lì non era l’unico. Non avevo dovuto fare una grande fatica di memoria: lui aveva allentato la sciarpa, aveva preso la testa e se l’era messa sotto il braccio. Aveva continuato a bere quel rosso ma il vino precipitava direttamente in una pozza a terra. Un gatto randagio, entrato chissà come, lo leccava e si dissetava. Incuriosito mi avvicinai e glielo chiesi: “Ma lei, per caso, non è il cava?”…
Giungendo da noi aveva imparato ad apprezzare il vino. Ora non lo avrebbe certamente barattato più per una birra. Non mi lasciò finire, mi prego di parlare piano. Nessuno pareva fare troppo caso a noi e lui mi aveva fatto un cenno di conferma. Quella parola era circolata anche troppo, quel titolo, e quasi mai in senso lusinghiero. Non voleva avere nulla a che fare con quelli che circolano in questi giorni tristi. Naturalmente la Nuova Zelanda stava vincendo.
Mi affibbiò una gran manata sulla spalla, eravamo diventati confidenti. Mi aveva precisato che così il vino gli restava nel palato e gli andava subito alla testa, ma non gli toglieva la voglia di bere. Si era però schizzato i pantaloni: “Perché mi guardi così? In fondo loro la testa ce l’hanno attaccata al collo, ma almeno io me la porto sempre dietro; con me. Non la lascio sul comodino”.
Ebbene sì! mi assumo tutta la colpa: sono amante della buona letteratura. Mi piacciono le storie. Come un bambino amo lasciarmi fantasticare. Tutto, ma questo superava il tutto. Mai mi sarei potuto immaginare che avremmo bevuto insieme. Stavo solo stancamente rientrando a casa. Nessuno mi aspettava e non aspettavo nessuno. Avevo perso persino le speranze di trovare avventura dentro quei libri.
Mi sembra che tutti si stiano dando appuntamento in questa città. Era ancora sorpreso che io sapessi chi era. Mi aveva sempre affascinato quella vicenda che ormai apparteneva a una memoria lontana. In fondo non ero forse anch’io un po’ alchimista? Gli avevo chiesto: “Mi parli della sua storia”. Mi aveva detto laconicamente accomiatandosi: “Magari un’altra volta”.

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img072BEra partito con passo deciso che appena cominciavano a dissiparsi le ombre della notte. In un chiarore smorto appena percettibile e privo di luce. Non aveva dormito molto ma si sentiva pieno di energie. Guardò verso la cima ma le nuvole non portavano nessuna minaccia. Sostò solo per stringere bene i lacci degli scarponi. La borraccia gli batteva sul fianco rassicurante. Avrebbe impiegato tutto il tempo che la caccia gli avrebbe richiesto. Solo di tanto in tanto rallentava per tagliare qualche fronda e segnare meglio il sentiero.
Vide dei porcini freschi appena sbocciati ma tirò diritto. Il bosco già diradava. Si asciugò il sudore dalla fronte col fazzoletto. Non avrebbe desistito per nulla al mondo. La sfida lo incitava. Superò un tronco abbattuto e uno stretto ruscello senza bagnarsi i piedi. Era un tipo metodico anche nelle piccole cose di tutti i giorni. Si grattò la barba e guardò avanti. Nemmeno il terreno reso scivoloso e morbido dall’umidità della notte poteva aiutarlo.
Quella preda sembrava conoscere anche lei quelle vie ed essere furba. Si muoveva senza rumore e camminando sui sassi. Ma a lui bastava un cuscinetto di muschio appena schiacciato, un piccolo e fragile rametto spezzato, il minimo indizio per ritrovare la strada; non gli sarebbe potuta sfuggire. Non ascoltava i rumori ma i silenzi. Dove lei passava gli altri animaletti tacevano. Lui sembrava annusare l’aria.
La vide lontana, da una sella, per poi sparire dietro un mugo. Il segreto della caccia è nel non aver fretta. Chi scappa è spinto ad affrettare il passo. Questo costringe a soste, a sudare e crea più bisogno di abbeverarsi. E lui conosceva tutti i posti dove scorreva l’acqua. Quel bosco non aveva mai avuto segreti.
Girò torno ad una croda e lasciò lo zaino per essere più leggero e rapido. Lo avrebbe ripreso al ritorno. Prese solo la corda che si girò attorno alla cintola. Restò sorpreso perché non doveva ormai essere più molto lontana eppure non lasciava rumore nemmeno quando attraversava le pietraie. Sembrava agile e non avere peso. Scese quella specie di mulattiera ripida poggiando la mano sui massi ai lati per tenere l’equilibrio.
Sentì quasi distinto un frusciare di fronde; non poteva sbagliarsi. Sostò un attimo per riflettere nei pressi di un antico abete rosso piegato e annerito da un fulmine. Una leggera brezza tentava di confondere i rumori. Era certo di quello che aveva udito. La intuiva vicina, ormai a portata di mano. Fu colto di sorpresa e non fu abbastanza rapido. La preda lo prese alle spalle e lo colpì alla testa con un sasso.
Si risvegliò ed era legato con quella corda al tronco di quell’abete. Lei era là, davanti a lui, e lo fissava. E nei suoi occhi sembrava schernirlo. Era bionda e slanciata. Aveva caviglie sottili e seni sodi. Beveva dalla sua borraccia. Si tagliò una lista dalla sua carne secca. Gli spiegò trionfante: “Non è il tuo giorno fortunato. Scusa. Potrai sempre dire che ti sei legato da te per non soccombere al mio canto.” –e sparì senza far rumore.

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La valle era stretta e in ombra. S’insinuava tra due pareti diritte come muri. Nel mezzo s’insinuava a fatica un torrente brontolando di cui percepivamo la presenza dal rumore. Probabilmente avevamo sbagliato, dovevamo prendere quella prima a sinistra. Ci eravamo persi. Sembrava portare direttamente al nulla. Pioveva e ormai aveva fatto buio; un buio nero come la pece caduto all’improvviso. La carrozzabile era già scivolosa. Non mi sentivo tranquilla e nemmeno Sante lo era. Lo vedevo guidare teso nel tentativo di capire dove ci portava e cosa ci riservava quel varco. Cominciavamo anche ad avere un po’ di appetito quando vidi quelle luci. Lui era così attento che nemmeno doveva averle notate. Gliele indicai e lui sterzò subito sulla destra. Lì gli orsi non avrebbero potuto annusare nemmeno i tubi del petrolio. Non c’era molto spazio ma riuscì a parcheggiate in un modo abbastanza sicuro.
Il posto non sembrava molto invitante: «Baita al camoscio zoppo». Era una stamberga nera nel nero, alzai le spalle, non avevamo molta scelta. Sante mi tenne aperta la porta ed entrammo in una stanza dove nell’aria gravava una pesante coltre fumosa. Lui tossì per denunciare la nostra presenza alle poche persone che sedevano ai tavoli con una birra davanti. Sembravano uscite tutte da quei quadri dai colori opachi che ritraggono vecchi contadini intenti ad annegare le disgrazie nel vino. Gli occhi si alzarono e ci spiegarono subito che non eravamo ospiti graditi. Avevano l’espressione di chi veniva infastidito da una presenza molesta.
Prendemmo posto in un tavolo d’angolo, scostato dagli altri, e restammo in attesa. Gli altri presenti continuarono come se non ci fossimo tranne per quelle occhiate maligne. L’oste era robusto e panciuto, con una faccia tonda e rubizza, che si sarebbe detto un boscaiolo. Appariva e spariva dietro la porta delle cucina. Della cucina si occupava la moglie che era una donnetta secca e astiosa. Al bancone c’era una ragazza che tutti chiamavano Berta o Bertazza; con una carnagione che sembrava non aver mai visto il sole, occhi tristi di un grigio fango e le labbra sottili torno una bocca lunga che non si stancava di disegnare smorfie.
Fu la ragazza ad avvicinarsi al nostro tavolo. Sante le chiese se potevamo mangiare qualcosa. La ragazza rispose che avevano solo formaggio e affettato, ma, che se avevamo pazienza, poteva chiedere in cucina per una zuppa di orzo. Io per prima precisai dubbiosa che non avevamo fretta. Prima che la ragazza si allontanasse le chiesi dove portava quella strada. L’altra indecisa rispose che portava alla «pietraia di Malga Vecia» e si allontanò. Tornò per apparecchiare in modo alquanto sommario. Mise sopra la tavola una caraffa d’acqua e una di un rosso torbido e scuro, bicchieri e due coppie di posate avvolte nella carta da macellaio.
Regina, che aveva braccia e cosce grosse, bisbigliava nelle orecchie di quello che doveva chiamarsi Miglio e rideva. Poi lui le sussurrava qualcosa che doveva essere divertente e lei rideva. Poi lei accennava verso di noi e ridevano di una risata forzata e isterica. Davanti a loro era seduto quello con quel buffo cappello a cencio sulla nuca; De Cassan. Sulla sedia si dondolava un tipo con una lunga cicatrice sotto l’occhio sinistro e un ciuffo di peli solo sul cucuzzolo; un tale, anche lui, con un nome con De, forse De Stabio o De Stasser. Quel tipo portava scarpe di un numero esageratamente grande oppure aveva piedi enormi.
Dopo una lunga attesa fu la moglie dell’oste ad arrivare con due zuppiere fumanti con una zuppa densa e maleodorante che si sarebbe rivelata avere un leggero sapore di muffa. Quel Miglio diede di gomito a Regina e come per un accordo risero tutti in sincronia. L’olezzo che emanavano i piatti non invitava a infilare il cucchiaio in quella broda spessa. La ragazza del banco invece, dopo un’occhiataccia del padrone, portò un tagliere con alcuni pezzi di formaggio, fette solitarie di insaccati e due tozzi di pane nero. Ci guardammo e Sante ne profittò per chiedere se avevano una camera. La ragazza, che parve contrariata, disse che forse una camera ci poteva essere, che si sarebbe informata e scappò. Ci scambiavamo poche impressioni con gli occhi e il poco che avevamo da dirci lo bisbigliavamo. Gli altri continuavano a controllarli di sottecchi.
Alla fine della cena salimmo in camera per una scala di legno malferma e lamentosa. Gli occhi di quella piccola folla non si staccarono da noi finché non sparimmo alla vista. Avevamo tacitamente deciso di lasciare le valigie in macchina. La stanza aveva l’aspetto di una soffitta polverosa con un vecchio letto alto in ferro battuto. La piccola finestra fragile dava sulla parete di roccia che ad allungare la mano di sarebbe potuta toccare. L’unico oggetto superfluo era un calendario ma del millenovecento-tredici e nella serratura non c’era chiave. Il bagno era fuori e consisteva unicamente in un lavandino, un cesso e un cestino per la carta igienica usata, ma il rotolo era vuoto. Tutto sembrava di riciclo e aver notevolmente sofferto per l’imperversare del tempo.
Sotto la porta era stato fatto scivolare un biglietto che diceva, senza errori di grammatica: «I forestieri non sono ben visti. Ormai è tardi. Che Dio vi aiuti». Sante mise la sedia inclinata contro la maniglia della porta, così avrebbe fatto resistenza e poi rumore mettendoci sull’avviso. Quel letto era duro e naturalmente non c’era campo. Fece per spogliarsi, poi decise di sfilarsi solo le pedule. Non eravamo tranquilli e quella pareva presentarsi come una notte lunga e agitata. Ci stavamo chiedendo chi poteva aver scritto il biglietto per metterci sull’avviso, ma soprattutto di chi dovevamo diffidare. Ma, forse per la stanchezza del viaggio, o per quel vino, dal gusto così asprigno, le palpebre si serravano pesanti come saracinesche.

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Anche quando si crede di conoscere le persone non se le conoscono mai abbastanza. Nicodemo era dovuto partire da un momento all’altro. Era così venuto a sapere che i suoi non avevano un albergo ma solo un chiosco di gelati. Ora aveva un padre con l’ictus e doveva fare i coni. La madre di Filottero lo aveva chiamato perché aveva scoperto una siringa in bagno. Non aveva saputo come consolare la povera donna che piangeva. Non era proprio un bel periodo. Sistino era affranto dopo aver scoperto che lei era sposata e aveva anche due bambine. Non riusciva a darsene pace eppure era convinto che lei lo amava. Si era lasciato cadere nel vuoto, e senza paracadute. Turoldo aveva fallito quel colloquio. Per lui era questione di vita di morte, ora aveva solo quella morte e quel debito. L’idraulico non si era ancora presentato e Silena non la smetteva di scaricare le colpe su di lui. Era da tempo che avrebbero dovuto cambiare la caldaia. Guglielmina si era messa nei guai e non si sapeva dove di era cacciata. Non c’era amicizia che la potesse aiutare, doveva pensarci da sé.
La vita da sempre strani appuntamenti. Era seduto a un tavolo con Chiaramai, un boccale di birra in pugno a ciascuno. Voleva solo distrarsi. Per lei non doveva essere il primo e nemmeno il secondo, e si era fatta prendere dalla tristezza. Le mancava sempre quell’esame di Pedagogia. Si era accomodato per divertirsi senza troppa fatica. Ne aveva sentito dire tante sul suo conto, e nessuna di edificante. Non era né meglio né peggio, era giusto per spassarsela. Una studentessa di tanto in tanto senza andare troppo per il sottile. Anche quello era un modo; senza pensarci troppo. Quelle, le studentesse, erano sempre sicure, o quasi, e scatenate. Invece si stava rivelando proprio una serata di merda.
Lei aveva gli occhi gonfi di lacrime che non riusciva a liberare. Era stanca dell’Africa e dell’India, della fame nel mondo e di bambini abbandonati, per poi discorrere solo di spinelli, di birra e di quello. Per poi cercare di annegare tutto in un maledetto mare di birra. Si sentiva inutile; impotente. Aveva voglia di parlare. Solo di togliersi quel peso dentro. I suoi non la potevano mantenere e lei, in qualche modo, si doveva arrangiare. Lui le passò una banconota sotto il tavolo e le aveva preso la mano. Forse quello era stato il suo ultimo errore. Alla fine gli aveva chiesto se voleva salire da lei o se aveva un posto dove andare. Lo aveva pregato di essere carino e assicurato che avrebbe fatto la brava. A lui non era sembrato il caso e gli era passata la voglia; aveva salutato Chiaramai.
Quasi gli aveva sbattuto contro sulla porta restando inebetito. Non poteva essere lui eppure era là e ce l’aveva di fronte. Si stavano guardando senza sapere che dire né l’uno né l’altro. Era impossibile ma era proprio Romeo Giorgio, eppure aveva visto con i suoi occhi avvitare il coperchio della bara sopra la sua faccia inespressiva. Eppure era rimasto un lungo attimo a pensare lasciando che il vento freddo gli muovesse contro. Eppure era andato fino a Bergamo per non fargli mancare l’ultimo saluto. Cosa ci faceva là? L’altro allora l’aveva spinto verso un angolo meno frequentato confermando l’intuizione del vecchio amico. Pregandolo di abbassare il tono della voce, di non palesare troppo quella sua curiosità e di trattenere tutte quelle domande. Non c’era fretta e forse si sarebbe potuto spiegare: “Si sono proprio io e non so se ho tutte le risposte che immagino dovresti avere”.
Chiaramai era rimasta a quel tavolo e li stava guardando probabilmente senza vederli. Aveva ordinato un’altra birra e si stava accanendo anche sopra di quella ed era giunta quasi alla fine. Lui di curiosità ne aveva quante e di più di tutte quelle che aveva fino ad allora pensato che potessero esistere. La prima cosa che gli venne in mente era di chiedergli cosa si prova: “Per quello che ho provato è un buco nero. Un po’ di niente. Ricordo prima e ora, dopo il… ritorno. Non ti so dire molto. Quello che so è che non c’è un dopo né un ritorno. Non se ne può parlare a voce alta per non illudere qualcuno che ci sia un’altra vita. Solo pochi… Sai cosa penso? Che son potuto tornare ma non per molto. Forse perché avevo lasciato qualcosa da finire. Qualcosa di importante, che ancora non ho capito, non come una bolletta da pagare”.
Lui era allibito e temeva di poterlo diventare ancora di più. Gli chiese come si sentiva e si sentì rispondere che l’amico si sentiva solo stanco. Che non sapeva dire se era contento. Era tutto così strano. Gli amici di un tempo non lo vedevano. Non doveva essere passato molto ma tutto sembrava già così cambiato. Il tempo aveva smesso di essere una cosa precisa. Romeo Giorgio si informò da quanto conosceva la ragazza. Gli disse che non erano più di un paio di giorni. L’altro fece cenno di aver capito. Poi tentennò non poco prima di dirgli quelle ultime cose: “Vedo che anche tu non ti ricordi. Quindici giorni prima ero stato io a dover fare le condoglianze a tua moglie. Non farci caso, guarda loro: sono tutti morti e nemmeno lo sanno. Che differenza fa? Sono morti giovani e non hanno ancora una lapide. Morti a piede libero in attesa del caso, di una disgrazia, di una distrazione, del tempo o di un prete”.

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Mi lascio cadere sulla sedia sfatto. Ho deciso: prendo un caffè e poi me ne torno a casa e mi infilo sotto le coperte. Cosa le racconto? Ho accettato questo lavoro perché non ho trovato altro: cacciatore di vampiri. Non che ci credessi molto. Non volevo farle vedere che me ne stavo semplicemente a ciondolare in casa senza cercare di reagire. Come uno scansafatiche qualsiasi. Ho girato tutta la notte. Naturalmente senza risultato. Niente che assomigliasse minimamente a quello che cercavo. Mi sono infilato in feste, in balere e discoteche, nei locali più sordidi, per le vie più buie. Mi sono spinto fimo al cimitero. Ne ho viste molte e ne avrei di storie da raccontare. In tasca non ho una lira. Non è con le storie che si mangia e ho accettato di farlo a cottimo: un tot, che non ho capito come si quantifica, ad ogni cattura. Potevo trovarmi un lavoro più assurdo? Rigiro fra le dita il mio cuneo di frassino. Lo infilo in tasca. Puzzo anche di fumo, alcool e un po’ di vomito. Ho bisogno di una doccia. Gli occhi mi bruciano. Una notte insonne per nulla.
Sono bravo a lasciarmi tutto dietro le spalle. Mi si avvicina un tizio, dice “Posso?” e s’è già seduto. “Sono Giuseppe”. Lo guardo senza attenzione: “Anch’io”. Ho scelto questa strategia per non dare confidenza ai perdigiorno. Non si lascia nemmeno sfiorare dalla sorpresa. Aspetto che arrivi il cameriere. Lui mi confida come fosse un segreto: “E’ il tuo giorno fortunato. Se cerchi lavoro hai trovato la persona giusta”. Viene il cameriere. Lui, Giuseppe, per sé lo ordina macchiato con poca schiuma. Aspetto. Arriva l’ordinazione. Esagera con lo zucchero e sembra volerlo mescolare per tutta la mattina. Cerca di destare il mio interesse. “Si tratta di raccogliere patate. La paga è buona”. Gli spiego che sono ingegnere e che non è quasi l’alba. Di rimando mi precisa che lui è uno onesto, si prende solo non venti percento; non come quelli. “Guarda, –gli dico senza degnarlo di uno sguardo– non ho chiuso occhio e questo film non so se vorrò vederlo nemmeno in seconda serata”. Resta deluso. Mi borbotta che non so cosa mi perdo e se ne va senza pagare. Abbandono al vento un sospiro di sopportazione. Si allontana verso un camion parcheggiato sopra il marciapiede. Dev’essere la mancanza di sonno e devo avere un aspetto orribile, da extra. La città non ha ancora cominciato a riprendere vita. In verità comincio ad avere il sospetto di non essere tagliato per il lavoro.
Il giorno non è ancora molto popolato. Solo i primi rumori. Uno si avvicina. Mi guarda bene. Scuote la testa e se ne va verso un altro camion. Dev’essere la camicia. Mai saputo dei giorni delle raccolte. Mi rendo conto di come la notte sia fatta di tante ore. Quel tizio mi ha versato addosso del merlot rosso. Speravo che si notasse appena. Forse questa gente ha occhi da gatto. Il caffè s’è freddato. Richiamo il cameriere per farmene portare un altro. Mi conto i soldi in tasca. Non sono così disperato. Laura mi ha lasciato quelli per passare in lavanderia. I pantaloni possono aspettare. Avrei voglia di prendere anche un cornetto. Ho lo stomaco sottosopra. E mi accorgo che un altro tizio ha sostituito al mio tavolo quello delle patate. Mi fa: “Se hai cinquecento euro in ventotto minuti li raddoppiamo”. Se li avessi non sarei seduto a questo tavolo. Gli rispondo in silenzio osservandolo in viso attentamente. “Si può fare anche con duecento ma allora ci vuole più tempo”. Gli domando se vuole vedere il tesserino. Si alza immediatamente spiegandomi che si trattava solo di uno scherzo.
La sedia non resta vuota per molto. Viene a accomodarsi una donna, anzi anche lei vi si lascia cadere. Sputa un sospiro di liberazione dalla fatica. “Notte dura… eh”? “”! “Ne offri uno anche a me”? Le avvicino la mia tazzina. “E’ stata lunga e inutile. E per te”? Ho il sospetto che mi abbia scambiato per un lavoratore della notte. Per uno che fa il suo stesso mestiere. Non mi interessa di deluderla: “Anche per me”. Cerca le parole e poi infine le trova: “Bel ragazzo, andiamo a divertirci”. Rifaccio i conti in tasca. Il risultato non cambia. “Temo di doverti dire di no”. Mi invento che sono uno studente. Mi guarda con gli occhi stanchi e arrossati, palesando un po’ di delusione. “Peccato. Credimi, mi dispiace. Fosse per me… ma lui non me lo permetterebbe”. Ha voglia di parlare. Comincia a raccontarmi la sua storia. Del figlio. Di lui, il protettore, che la picchia, ma solo qualche volta. “Ma poi è gentile”. Dei genitori anziani: “Naturalmente non sanno”. Loro, i genitori, se ne stanno in campagna. Lei non era tagliata per quella vita. Che lei lo fa proprio per bisogno. Che le piacerei molto. Prova un’ultima volta a tentarmi spiegandomi che è brava. Mi ripete che le spiace perché le piaccio veramente, ma che proprio non può. Vorrebbe continuare. Forse si accorge che l’interesse che le riservo non è il massimo. All’improvviso si interrompe. Mi ringrazia del caffè e si allontana lasciandomi un vago appuntamento: “Ci vediamo”. La sua figura è appesantita. Il passo un po’ trascinato, ma gli occhi non erano brutti. Temo che avendoli avrei rischiato di spendere i miei soldi per nulla, per deluderla. Non so se quelle signore possono provare delusione. Forse la mia è stata anche carina, non saprei valutare quanto tempo fa.
Non resto per molto da solo. Viene al mio tavolo un quarantino in cravatta. Profuma di dopobarba cosparso da poco. Anch’esso invadente. Dopo un po’ si presenta con un “Buongiorno!” e mi spiega che è la mia “Giornata fortunata”. La fortuna sembra accanirmisi contro. “Offriamo un’assicurazione che copre tutto, ma proprio tutto, al venticinque per cento meno della più economica della concorrenza. Sarebbe criminale non approfittarne”. Lo guardo e mi chiedo che idea si possa essere fatto di me. Controllo le mie scarpe e vi è rimasto del fango. Trattengo l’istinto di pulirle contro la gamba dei pantaloni. Forse ha ragione lui: sono criminale. L’istinto cerca di sopraffarmi. Avessi raggiunto subito casa non mi troverei tanta plebe tra i piedi. Possibile che non esista più un angolo di intimità? Vorrei pensare solo ai mei pensieri. Gli rispondo annoiato: “Non ho la macchina”. Dico sempre così per togliermi dai piedi questo tipo di guaritori e santoni. La città è sempre più una giungla piena di trattole. Devo avere l’aspetto della facile preda. “E’ l’occasione perfetta per farsela”. Per istinto mi verrebbe da spiegargli chi mi farei. Soprassiedo.
Mi si avvicina un barbone mentre sto ancora mentalmente lasciando i miei saluti alla signora. Forse si chiede se pietire almeno il solito caffè. Non lo devo aver convinto. Inizia la sua preghiera ma si ferma subito. S’accomiata immediatamente con un: “Buona fortuna, amico” –e si allontana senza girarsi. Non ho ancora trovato la forza di alzarmi. Il letto può attendere. E’ il tragitto a spaventarmi. Non mi sento le forze. Credo di essermi anche appisolato, ma solo per poco. Sono sospeso tra il bisogno di riposo e un fanculo. Incapace di decidermi. Inoltre ho lasciato la macchina a mia moglie. Dovrei comunque farla a piedi. Non è molto ma quanto basta. Intanto i negozi si sono aperti. Una donna esce per le spese. Cerco di immaginare l’occupazione di quei passanti. Verso quale tipo di ufficio si stanno incamminando. Guardo se in qualche tavolo c’è un giornale. La stanchezza ormai è diventata torpore. Credo che faticherei a prendere sonno. Mi faccio portare il terzo caffè per me. Sferraglia il tram. Uno corre per non perderlo. C’è un senso di già visto e di quotidianità in tutto. Non so com’è andata a finire la formula uno.
Vengo distratto dal tavolino all’angolo. Indubbiamente è un bel vedere. Mi osserva per un lungo attimo poi prende il suo amaro e viene a sedersi al mio tavolo. Sembra che tutto il mondo stamattina sia curioso di me. E con me voglia scambiare due chiacchiere. Ho un gesto di disgusto: mi rendo conto di non averlo zuccherato. Le chiedo scusa. La guardo senza prestarle troppa attenzione. E’ una vera signora. Bella è bella. Elegante è dir poco. Il trucco: perfetto. Solo gli occhi leggermente arrossati ma subito li nasconde dietro un enorme paio di occhiali scuri. Ha l’aria di una attrice del cinema e ne assume anche la posa. Rigiro la tazzina. “Divertito”? “No”! “Nemmeno io, per quello… E poi… un vera noia”.
Quando accavalla le gambe lo fa con la consapevolezza che quel gesto può fare impazzire il mondo. Ha preso i miei occhi. Cerco senza riuscirci di mettermi comodo. La stanchezza ha smesso di blandirmi. Insiste: “Nemmeno tu sembri uno che s’è divertito molto”. Temo che il suo tempo non sia dedicato a me. Per un attimo fa scorrere il suo sguardo intorno: “Bella giornata”… Sembra avere altro da dire, ma non lo dice. Allunga un attimo di silenzio. Mi chiedo molti perché. Eppure c’è. Eppure è al mio tavolo. Seduta davanti a me. Attenta ancora a studiarmi. Caldo o meno bevo il caffè com’è. Mi richiama alla realtà: “Cerchi un lavoro”? “Non so”. “Sai guidare”? “Naturalmente”. Pare che oggi abbiano tutti un lavoro da offrire. Ha un sorriso complice: “Cerco giusto un autista. E’ una cosa semplice. Il mio s’è… licenziato, diciamo così, pochi minuti fa”. Desta in me un po’ di interesse ulteriore. Sicura di sé. Sembra poco interessata a qualsiasi mia risposta. Decisa. Mi dice che “Posso provare”. Il “se voglio.” che aggiunge alla fine mi sembra avere il gusto della presa in giro. Persino il tono con cui lo dice sembra porre fine al nostro dialogo. Si alza e va verso la sua lunghissima macchina argentata.
Certamente non ha la preoccupazione di passare inosservata. Io la guardo brevemente allontanarsi e poi pago le consumazioni e velocemente la seguo non distogliendo il mio interessa da lei. Mi scodinzola davanti ch’è una meraviglia. Mi sento molti altri sguardi addosso. Mi metto al posto di guida. Sistemo il sedile e lo specchietto. E’ lei ad indicarmi dove andare. Cerco di guardare solo la strada e di seguire le sue indicazioni sufficientemente precise. Imbocchiamo il corso e poi a destra. Poi rincorro solo la sua voce. Cerco di darmi un atteggiamento disinvolto, se non professionale. Penso che forse è la mia occasione. L’ho cercata tanto e poi è stata lei a trovare me: “Non che non mi spetterebbe il titolo di contessa. Non bado a queste cose. Tu puoi chiamarmi signora Elisabetta”. Un po’ mi distraggo nei miei pensieri. Cerco di respirare il suo profumo garbato. Sembra quasi non fare caso a me: “Credo tu abbia il bisogno di… darti una ripulita”. Annuso l’aria in ansia. L’aria di quell’abitacolo che sa di fumo. Per fortuna non impieghiamo molto ad arrivare.
Mi fa entrare nel suo regno magico aspettando davanti ad ogni porta perché io gliela apra. E’ tutto luce e spazio. Tutto toglie il fiato. Non ho visto nulla di simile nemmeno al cinema. Non riesco a distrarre gli occhi da lei e ho modo di ammirarla tutta con attenzione. Stanza dopo stanza mi perdo seguendola in un alveare di stanze finché raggiungiamo la nostra meta. Come entriamo una musica si diffonde nell’ambiente da sola. La camera da letto è enorme ed enorme è anche il letto che sta al centro sormontato da un soffitto di specchi: “Questa è la mia”. Mi sorride garbatamente mentre le dita affusolate scorrono ad invitare lo sguardo del visitatore, poi ridacchia di pancia. I suoi gesti sono lenti ma sicuri. Intanto è scesa dai sottilissimi tacchi sfilandosi le scarpe. Mi indica il bagno: “Fai pure”.
Non sono riuscito a trovare il suo invito offensivo, mi è anzi parso gentile. Solitamente sono tra quelli che preferiscono infilarsi nella vasca. Magari restando a poltrire immerso di schiuma. Non che abbia fretta ma cerco di fare presto. Dopo mi controllo allo specchio e mi sistemo i capelli. Annuso uno tra i tanti deodoranti che fanno bella mostra di sé sulla mensola e lo rimetto dov’era. Mi passo senza sapere perché i denti con un dito. La stanchezza si fa sentire in sottofondo. I miei pensieri sono un’unica confusione. Non so cosa sta succedendo intorno. Ho solo voglia di annullare ogni domanda. Mi concedo un attimo di tregua; una pausa. Torno dentro ad un accappatoio completamente imbarazzato. Convinto che fuori mi aspetti con una divisa. Invece è rimasta in piedi davanti alla porta e mi guarda ridendo: “Dovresti cambiarti. Dopo guardo se ho qualcosa che ti può andare bene”. Mi sento un verme. In realtà avevo solo bisogno di una ripulita. Magari ne avrebbero bisogno anche i miei abiti; Lungi da me negarlo. Anche solo di una rinfrescata. E di lavarmi i denti.
Mi dice di fare come se fossi a casa mia. Mi guardo torno cercando qualcosa che assomigli a casa mia senza trovarlo. La presenza del letto mi imbarazza. E le impalpabili mutandine di pizzo sulla poltrona. L’aria di intimità che pervade la stanza. La stessa di ogni camera da letto; penso. La musica. Tutto è una ruffianeria. Un’alcova da fiaba in una bolla di sapone. A lei non mancano gli argomenti. “Faccio anch’io una doccia. Mettiti comodo”. Fatico ad immaginarmi comodo.
Mi siedo ad aspettare sul bordo di una sedia fissando la stessa porta dietro la quale è sparita. Sento lo scrosciare nell’acqua. Mi ricordo di aver lasciato la mia biancheria per terra. Non vorrei fare nessun gesto che possa deluderla. Fatico a non immaginare lei sotto il getto. Guardo quel letto. Ho la tentazione di avvicinarmi e accostare l’occhio a quella serratura. Resisto e resisto al tempo che scorre lento. Credo che in circostanze simili molti sarebbero felici di pagare per questo lavoro. Non mi arrendo ad un attimo di panico. Sono certo che presto mi sveglierò dal sogno. La musica è una carezza. Conto mentalmente gli spiccioli che ho in tasca. Non penso sia il caso di andarmene. Torna mentre sono ancora immerso tra le mie stupidità. E’ fasciata da un velo impalpabile: “In certi momenti… capiscimi… di confidenza… va bene anche Elisabetta”.
Avrei dovuto ricordarmi di quello che si dice dei Bátorai quando ho letto quel nome alla targhetta della porta dell’immensa villa? E poi sono proprio io a spiegare a mia figlia perché non ci si dovrebbe mai fidare degli sconosciuti. Cerco di distrarmi un attimo di lei. Gli chiedo titubante delle origini di quel nome. Mi sembra non le vada molto di parlarne. E mi risponde anche leggermente infastidita. Mi conferma che lontanamente, ma molto lontanamente, affondano in Ungheria. “Sai… preferisco che sia tu a togliermelo”. Non avrei bisogno di quell’invito. Sono disposto a perdermi in quell’universo. Non accosta nemmeno le tende: “Magari dopo ti faccio vedere la piscina”. In pieno giorno mi butta sul letto. Le parole le sospira: “Ora non c’è tempo per queste cose”. Capisco che non uscirò più dalle sue braccia. I suoi occhi luccicano di una luce sinistra; colma di lussuria. Ingoia un prolungato sospiro osceno: “Sei proprio un diavolo”. Ha unghie iridescenti lunghe e affilate, e le affonda nella mia carne con voluttà. Mi squarciano la pelle facendola sanguinare. Le sue labbra rosse raggiungono subito quelle ferite e prendono a succhiare avidamente il sangue che cola.

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