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Posts Tagged ‘Guccini’

Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notte
Un post sulla notte. Ci sono notti e notti. Ci sono le notti del Liga. Ci sono le notti di Adamo. Ci sono una infinità di notti. Una per ogni bisogno. Certo c’è quello strano timore per il buio. A volte la paura. Che ti segue da quanto ancora non avevi la ragione. Da quando eri piccino. Accendevi la luce. Nascondevi gli occhi sotto le coperte. Trattenevi il respiro. Il buio è quello che non conosci. Che non puoi nè vedere nè controllare. Ma c’è qualcosa di più. E’ come se dietro l’ombra si nascondesse l’avventura. Sei attento. Tutti i sensi all’erta. E c’è quella cosa che credevi legata all’età. Solo all’età. Come una specie di impazienza. Di resistenza. E allora ti senti vivo. Più vivo che mai. Io ne ho vissuto tante di notti. A volte sono tentato di pensare troppe. Ne sono pieni i ricordi. Nessuno di quelli ricorda vivido il volto di Lei. Proprio Lei.
Lei non aveva quella libertà. Ma questo è argomento diverso. Quando sei giovane ti sembra di non capirli i grandi. Poi scopri che non c’era niente da capire. Che non si possono capire. Non avremmo voluto diventarlo mai, grandi. A raccontarlo oggi sembra incredibile quel nostro essere giovani. Lei non aveva quelle libertà che oggi si concedono anche ad un bambino. Io avrei potuto studiare ma era chiaro: a cosa serviva lo studio al figlio di un operaio. Operaio ero destinato a diventare. E nient’altro. Almeno questo non è andato così. Figuriamoci per una ragazza. Tanto la donna è destinata a sposarsi. Deve aiutare in casa. Ed è sempre un’altra donna a condannarti. Una mamma. Probabilmente solo per eseguire gli ordini di un padre-padrone. Ma quello non parlava, ordinava. E parlava anche troppo con le mani. Ed erano mani ruvide e pesanti, per lei. E c’era anche la cinghia, quasi non bastasse. E doveva essere a casa prima ancora che la notte avesse inizio.
Probabilmente, si dovrebbe chiederglielo, ci invidiava. Quando la sua giornata finiva per noi ragazzi era solo l’inizio. Sembrava che solo dopo cominciasse il divertimento. Non parliamo delle chiacchiere lasciate per le calli. Di quell’affannoso andare ad inseguire qualcosa che non si raggiungeva mai. Delle enormi bevute premessa di un’altra euforia indotta. A dirla tutta poteva finire male, cioè peggio. Ci vuole sempre un po’ di fortuna per essere ragazzi. Per poterla poi raccontare. Ed era vero che non c’era città migliore per vivere la notte della nostra città, Venezia. Con lei ricordo solo una notte dell’ultimo dell’anno. Finiva il sessantasette e poi aveva cominciato quello che avremmo scoperto diventare il sessantotto. Ma quella non vale. Poi c’erano le notti del sabato in cui doveva, ripeto doveva, andare a consegnare le schedine del totocalcio. Ne ricordo vagamente una. C’era Giovanni. Quello c’era sempre. Di quel periodo non ricordo una notte non finita ad aspettare il mattino con lui e la sua voce. C’eravamo io, Giovanni e Rossana, in quel sabato. Magari sono stati più di uno. Me ne resta solo un piccolissimo ricordo vago. Quasi solo una percezione, una sensazione. Una piazza San Marco con lei. Un’immagine che è rimasta solo proprio perché insolita. Sempre per quei strani giochi della memoria.
Che lei invidiasse un po’ la nostra libertà mi appare normale. Non ne fece mai cenno. Io ho sempre avuto molta libertà. Quando non mi è stata data me la sono presa. Anche troppa. Qualcuno non può più raccontarla per altrettanta libertà. Mi ha salvato una corsa improvvisa in ospedale. Pensavo che il mondo era lì, che aspettava di essere conquistato da me. E da quelli come me. Che dopo un’avventura me ne aspettava un’altra e un’altra ancora. Sì! sentivamo che stavamo cambiando il mondo. Certamente cambiavamo noi. O ci provavamo.
Ma poi lei è rimasta solo un ricordo. Come quello di quegli anni. Della mia giovinezza. Mi ha lasciato solo una canzone; sempre quella. Ma parlavamo della notte. Non so per gli altri ma per me è rimasto quasi tutto uguale. Col tempo quell’ansia se n’è a tratti andata. Oggi ho ritrovato Lei. Lei e una vita di ricordi. Venezia. Oggi che possiamo. E oggi ne abbiamo attraversato di notti. Assieme. Alcune anche prive di qualsiasi angoscia. Altre talmente piene di noi da lasciarci sorpresi, esterrefatti, senza fiato, distratti. Oggi che la sento lì vicina, dormirmi a fianco, mi scopro a sorriderle anche nel sonno. E quel sonno è certamente meno agitato. A tratti sento (o temo?) di esserne guarito. Poi all’improvviso quell’impossibilità di stare fermo, di dormire e abbandonarsi, di rinunciare mi riprende. Quella smania. Ma sono solo certe notti. Mi ritrova a girare la casa senza pace. A lottare con quella smania di vivere. E a rivivere ricordi e avventure. Non posso farci niente. Non posso ribellarmi. Parlo ai miei fantasmi. Abbraccio gli amici perduti. Cerco la strada. Perché la notte è la mia stanza ideale in cui vivere. E… c’è solo la strada su cui puoi contare. E c’è una band a suonare il nostro concerto. E un bicchiere di vino sempre pronto e sempre pieno.

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melaPerché? Ci sono persone che hanno sempre bisogno di sapere. Perché chiedersi troppi perché? Quella sera in via Mihail Bravu. Lungo quelle scale. Blocco… non ricordava il blocco. Era solo una ragazzina. Non era certo di capire. Quando era stato portato alla polizia non sapeva se sarebbe tornato. Aveva cercato di scherzare. Non aveva calze di seta con sé. Avevano frugato nella tasca sbagliata. Quante altre volte si era perso? Come su quel letto: “ferita da coltello”. Non serviva dottore. Lo sapeva da sé. E forse su quel letto d’ospedale era veramente morto. A Frederikshavn sotto un cielo senza nemmeno una stella. Possibile che nessuno, nemmeno lui, se ne fosse accorto? Era possibile? Allora chi era l’uomo che camminava nelle sue scarpe? E anche l’ultima volta che il cuore era impazzito. E quella volta non era stato per una donna. E su quel letto non aveva avuto più la forza di pensare ad una donna. Ma non aveva smesso di sfidare la sorte. Non aveva nulla da perdere. Camminando nel mondo si vive e si muore. Si gioca e si perde. E’ vero che se si muore da giovani non si invecchia mai? Strani pensieri può portare la sera. E ti portano via. Non aveva mai imparato ad amare. Non aveva più voluto amare. Come si chiamava? Aveva occhi enormi e un seno generoso. L’aveva spinta contro quel portone. Non si ricordava più il nome. Era ancora quel ragazzino. Ancora più ragazzino. Le luci alle finestre sembravano bugiarde e spiarli, curiose. Vorrei un letto che profumi di lillà – le diceva. E già pensava a tradirla. Eppure a tradire non aveva imparato mai. Era sempre stato l’unico interprete della sua vita. Ora era tornato. A che serviva un perché. Ma lei gli chiedeva un perché. Non capiva. Se erano ancora là. Lei non poteva capire quel suo bisogno di ricordare. Eppure era tornato. Lei lo aveva aspettato. Era tornato per lei. Sapeva che non lo aveva aspettato. Anche lui aveva vissuto. Sussurrato al buio e ferito. Avevano vissuto perché la vita aveva preteso il suo prezzo. Non si può aspettare sempre l’ombra di un rimorso. Di un ricordo. Semplicemente non si può aspettare. Ma nemmeno si può vivere senza passato. Era questo a condannarlo. Era quel vuoto che gli rodeva dentro. Non aveva mai trovato il coraggio di separarsi da quella lettera. Maledetti ragazzi che non vogliono diventare grandi mai.

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Restiamo in Italia. Cercherò ancora una volta di spiegare quello che fatico a dire (“…è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già…Francesco Guccini: Vedi cara). A volte la storia di un emozione, il suo orizzonte, il suo improvviso abbagliante espandersi si nasconde per velarsi inaspettatamente tra poche note e un titolo o una semplice frase che si fa storia, universo di un momento. Magari per accompagnarti per mano a tornare su qualcosa su cui avevi sorvolato e non è obbligo che l’autore ne sia stato completamente consapevole nel momento in cui ha partorito i suoi versi. Cerco di spiegarlo con dei piccoli e forse banali esempi che mi vengono velocemente alla mente tratti da alcuni dei più celebri scrittori di parole in musica.

Caro amico: elaborazione fotografica di Mario DG

Caro amico: elaborazione fotografica di Mario DG

sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore «Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore? »” (Fabrizio De Andrè: Dormono sulla collina).
E poi la cena a casa sua, la mia nuova cortesia, stoviglie color nostalgia…” oppure “noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa…” (Francesco Guccini: Incontro).
I matti non hanno il cuore o se ce l’hanno è sprecato” (Francesco De Gregori: I matti).
Senti che fuori piove, senti che bel rumore…” (Varco Rossi: Sally).
Chi non si è fermato dietro i vetri malinconici a guardare una volta la pioggia pensando senza pensare al suo strano bel rumore? O aprendo la finestra si è riempito del suo gradevole odore di erba infradiciata o sotto la pioggia del proprio olezzo di cane bagnato? “Come si cambia per non morire“.
Gianfranco Manfredi è un cantautore che non c’è più anzi è un non cantautore. Dopo aver fatto anche l’attore, se si cercano notizie su di lui nella rete sai incontra un Gianfranco Manfredi scrittore. Personalmente penso sia più difficile scrivere un buon testo di canzone, stretto nello spazio e condizionato dalla musica, che un libro decente. Manfredi scrittore è potabile, almeno non incespica nella lingua. Ma qui lo vediamo come cantautore e mi preme premettere altresì che non faccio un credo della canzone militante ma se non ricordiamo quegli anni, non contestualizziamo, è impossibile capire i suoi dischi e questo pezzo.
E’ l’epoca de “la musica ribelle che… ti urla di cambiare / di mollare le menate / e di metterti a lottare” (Eugenio Finardi: Musica ribelle). Dove è ancora vivo il ricordo di Piazza Fontana (1969) e ci si va per esserci e “ci passai con la barba lunga / per coprire le mie vergogne, / ci passai con i pugni in tasca / senza sassi per le carogne.” (Claudio Lolli: Piazza, bella piazza. In Ho visto anche degli zingari felici – 1976).
E’ l’Italia del movimento, dell’autonomia e della P38, dei bulloni a Lama, de “la cultura è di tutti”; dove ancora chi non canta solo “bandiera rossa” è ben, che vada, un traditore. E’ l’Italia della fantasia al potere e degli anni di piombo. E’ l’Italia di una generazione tradita. Quella che cerca nella cenere della rivoluzione mancata una nuova prassi e trova i dubbi.
E’ Ricky Gianco a spiegarci: “ci si trova meno uguali / torna l’ordine e il decoro / non si può più stare in piazza / «Tutti al posto di lavoro».” (Rock della ricostruzione – 1974). Il verso finale virgolettato, come quello di ogni strofa, è proprio di Luciano Lama.
E’ tutto qui perfettamente riconoscibile o sintetizzato in brevi immagini o come nella canzone che da il tiolo all’album (Zombie di tutto il mondo unitevi del 1977) che è un poco una sorta di “Manifesto” rivisto o in questi versi: “La Giunta ci ha concesso il prato e l’acqua no / la Giunta è di sinistra lo sporco non lo so” (Un tranquillo festival pop di paura). E inoltre c’è tutta la lotta di quegli anni tra politico e privato. Poi verrà il riflusso; solo un anno dopo il delitto Moro, con il quale si concluderà la grande ubriacatura rivoluzionaria di quel sessantotto. Paolo Pietrangeli aveva già cantato (1969): “Manifesto, manifesto, meglio dir manifestavo / or son diventato bravo e non manifesto più“. E forse è proprio Manfredi l’inizio della fine; la fine delle illusioni. E’ lui stesso a spiegare che “così mentre da un lato facevo come mai prima il cantante militante iperincazzato, dall’altro lavoravo come autore a testi di canzonette“. E’ la solita questione del rapporto tra intellettuale e potere che torna.
Gianfranco Manfredi: Dagli Appennini alle bande

DAGLI APPENNINI ALLE BANDE

Lui cercava per il mondo la famiglia
e di notte lavorava alla candela
difendeva sempre il nome dell’Italia
e la nonna dai briganti proteggeva
e saliva sopra gli alberi più alti
per pigliare al volo i colpi dei nemici
ragazzini come lui ce n’eran molti
scalzi e laceri eppure eran felici.

E parlavano di lui, scrivevano di lui
lo facevano più bamba che bambino
e parlavano di lui, scrivevano di lui
si ma lui rimane sempre clandestino.

Ora pare che il suo nome sia teppista
fricchettone criminal – provocatore
pare che ami travestirsi da sinistra
ma sia un docile strumento del terrore
e lo beccano ogni tanto che si buca
o maneggia un po’ nervoso una pistola
o che lancia da una moto sempre in fuga
una molotov sull’uscio della scuola.

Ora parlano di lui e scrivono di lui
lo psicologo, il sociologo, il cretino
e parlano di lui, e scrivono di lui
si ma lui rimane sempre clandestino.

E si dice: se ci fosse più lavoro
se il quartiere somigliasse meno a un lager
non farebbe certo il cercatore d’oro
assalendo il fattorino delle paghe
ma è la merce che c’è entrata nei polmoni
e ci dà il suo ritmo di respirazione
il lavoro non ci rende mica buoni
ci fa cose che poi chiamano “persone”.

E se parlano di lui, se scrivono di lui
è che il nostro sogno è ancora piccolino
se parlano di lui e scrivono di lui
è che il nostro io ci resta clandestino.

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Parlare ancora di caldo? fa solo caldo. Attacco l’aria condizionata a manetta così la smetto di lagnarmi. Naturalmente sembra una situazione di intervallo, quasi di tregua. Nessuno l’ha dichiarata ma è una necessità. Soprattutto per l’impossibilità ad opporsi a questo mese che ci vede, in città, in pochi intimi. Puoi attraversare le strade senza danno, e non è una cosa da poco vista la nostra viabilità. Anche a voler trattare non sai con chi farlo. Anche dal governo notizie sudate. Tirate al limite. Ultimi scampoli. Nemmeno i soldati fanno più notizia. Siamo arrivati a usare i soldatini a difendere la marmellata. Anche a sedersi in un bar il rischio è di non poter far altro che leggere la Gazzetta dello sport. Cerchi almeno un dialogo con la barista. E’ carina anche, ma ormai sono quasi tutte cinesi e fatichi a capirti. Hai l’impressione di metterle in difficoltà. E poi di che parli? Loro sono sempre amici di tutti. Sorriso e inchino, e quella loro pronuncia da vignetta. Ieri volevo un caffèlatte, mi son dovuto prendere un cappuccino. Capiva solo le parole cappuccino, caffè e latte, ma queste ultime due solo se staccate; e sapeva contare i soldi e dare il resto. Niente contro i cinesi, certo. Quella di oggi poi è proprio più che carina. Ed è giovane. Fa tenerezza. E ha un sorriso luminoso che regala senza avarizia. Anzi sembrano anche meglio delle nostre. Così c’è tutto il tempo di riflettere. Per avere un sogno io non me lo faccio mancare mai. Vorrei poter migliorare questa città. Invertire il senso di dormitorio. Tornare a renderla solidale. Rompere quell’impressione di gestione omertosa. Toglierle il primato di città con la gestione più “mafiosa” del settentrione che ne fa un esempio (e non sono parole mie). Darle un governo che governi l’interesse pubblico e non poche tasche private. Rimetterla a cavallo del buonsenso. Comincio a demoralizzarmi. Mi assalgono i dubbi. Non so se possono cambiare i musicisti, l’impressione è nell’impossibilità di cambiare la musica. Pian piano vi presenterò i protagonisti di questa storia. Io ne sono solo poco più che un semplice relatore. Forse il gobbo. Non posso e non voglio essere di più e poi l’ho scelto quattro decenni fa: idee e ideali possono far senza di alcuna ricompensa. Incontro Mirco. L’occasione è la presentazione del grande piccolo personaggio che l’ha raggiunto dalla Bielorussia. Con l’ospite parla in russo (il bimbo è vivace e lui felice), con noi non resta che l’italiano. Sarebbe il momento di festeggiare ma devo chiamarmi fuori, non sono dell’umore adatto. Anche se non è l’attimo più adatto ne parliamo. Non mi nasconde le difficoltà. Dice che però vale la pena provare. Pare disponibile ad una sua collaborazione. Ripeto: ho dei dubbi (anche se in sua presenza non li esprimo). Forse io stesso sto puntando sul cavallo sbagliato. Difficilmente, nel caso del cavallo, se non esce di stalla, e non smette di riempirsi di biada, può pensare almeno di piazzarsi. E lui è un amico. E mi leggerà. E non lo farà con piacere. Non ho mai mandato a dire le cose attraverso altre persone. E’ la mia condanna. Nonostante tutti il sogno è lì a portata di mano, anche se un po’ evanescente:

Non abbiamo ancora un nome ma abbiamo già un volto

ma dovrà metterci anche del suo

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Avremo altre occasioni per ascoltare Francesco Guccini ma qui lo sentiamo in Don Chisciotte [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/DonChisciotte.mp3”%5D

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