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Posts Tagged ‘guerra’

Foto da Vincitori e VintiNon avrei voluto essere nemmeno nei panni di quei poveri difensori. Nomi di tutto rispetto. Il meglio. Non doveva essere facile nemmeno per loro. A carico degli imputati c’erano montagne di accuse, di prove e di testimonianze. Non sussisteva il minimo dubbio. Colpevoli erano colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio. Non si trattava certo di questo. Né dell’entità delle colpe. Alcuni avevano ucciso anche con le proprie mani. Tutti avevano dato scientemente gli ordini. I nomi delle vittime erano in un elenco senza fine. Solitamente, per subirne meno il peso, ci si limita ai numeri.
Le cose non sono mai o bianche o nere. Nessuno poteva avere alcun dubbio: le pene sarebbero state pesanti per tutti. Per alcuni si parlava della vita. Per qualche altro sarebbe stata comunque una condanna a morte vista l’età avanzata. Ma la legge è fatta da uomini per gli uomini. Non si somministra la giustizia; anche quella è un concetto aleatorio o soggettivo. Si applicava quella legge formulata appositamente per quel caso, come per gli altri casi simili. La guerra è un’aberrazione della storia; ci si illude che sia una eccezione. Ogni morte è morte. E anche la morte di quei colpevoli rappresentava togliere loro la vita. Che diritto ne avevano uomini su altri uomini, più o meno come loro. Ma quello di cui si parlava in quell’aula severa e in quell’aria grave erano crimini di guerra. Certamente il delitto più grave che l’essere umano possa concepire. Un crimine che spinge agli estremi. Che richiama alla vendetta.
Eppure nessuna vendetta è giustizia. E quando si entra nella logica della guerra chi può definirsi innocente tranne quelle vittime? Forse noi giudicanti che non abbiamo partecipato in prima persona? Chi crede di aver dato la morte per la vita? La verità è che il giudizio è sempre impartito dai vincitori, non dai giusti. Ma chi giudicherà i crimini dei vincitori? E chi si potrà definire Giusto? Niente può essere definitivo tranne quelle morti. Non si può cancellare l’orrore. Ci saranno altre vendette, altre condanne. La coscienza del mondo rimarrà scossa. La memoria tornerà a visitare le notti di tutti i sopravvissuti. La storia non finisce con una condanna, anche se esemplare. Già sul banco degli imputati sbiadisce l’arroganza del potere. Ora il potere è in mano ai giudici; a uomini. Del tutto uguali agli uomini che dovevamo giudicare. Non ero stato a guardare. Mi ero indignato. Dentro di me avevo gridato. Non sapevo perché non mi sentivo l’unico innocente. Quei crimini hanno lordato anche me. Nelle notti ci pensavo e ancora ci penso. Termine complesso quello di giudice. Avrei voluto rinunciare a quel ruolo. Non mi sentivo libero di esprimere un verdetto. Che condannavamo l’orrore. E non riuscivo ad illudermi che potesse essere l’ultima guerra.
Indubbiamente l’orrore va condannato. La confusione che era in me derivava dal fatto che con l’orrore si condannavano gli uomini. Non ero certo che vi fosse un’alternativa, un altro modo di procedere. Non era questo il punto, il dubbio, la perplessità. Il malessere era dovuto nel dover decidere della vita di qualcuno. Un malessere che non si sarebbe comunque mai sopito. La domanda restava. Avevamo noi il diritto di trasformare i carnefici in vittime? Come avrei potuto spiegarlo a mio figlio? Quali braccia avevano imbracciato le armi giuste? Esistono? Avevano difeso la libertà, certo. Forse qualcosa che si sarebbe potuto chiamare civiltà, democrazia, in altri mille modi. Qualcosa che analizzata diventava impalpabile, quasi indefinibile. La guerra non ha vincitori. Allora chi giudica i vinti? Con quale diritto? L’unica via di uscita si nascondeva sul rifugio che il mio giudizio non era determinante. Che potevo liberare la mia coscienza allineandomi alle decisioni degli altri. Non mi era sufficiente, ma non mi restava altro. La condanna era scritta prima che ci si riunisse. Era la storia che la imponeva. Eppure anche quelli erano uomini.

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S’è subito sparsa la voce: “Pare che quelli di via dei Mille vogliano entrare nel nostro territorio”. Si è creato un gran trambusto ma il grido unanime è “Andiamo”. In un lampo siamo lì tutti radunati e si sono uniti a noi anche quelli più grandi. La loro presenza è invadente ma ci fa sentire più forti. Giovannino ha portato la nostra bandiera con la lepre che salta e la scritta: Resistenza o morte. Nella fretta qualcuno è arrivato così com’era e qualcuno si è presentato disarmato. Silvio addirittura ha il pallone della partita interrotta sotto il braccio. Gli dico che forse è meglio se lo lascia lì.
C’è il fervore dei preparativi e l’eccitazione che precede ogni evento importante. Mi allaccio la scarpa e mi sistemo alla bell’e meglio. Mi guardo intorno e ci siamo quasi tutti. Provo a dire la mia ma nessuno sembra sentirmi anche se cerco di alzare la voce. Ormai hanno deciso all’unanimità: “E’ guerra”. Cesare in bicicletta va in un lampo a fare di vedetta. Ho sempre pensato che le donne siano una palle al piede per queste cose, stanno bene a casa quando c’è pericolo, ma sono contento che sia tra di noi perché lei non è come le altre e sa rendersi utile. E’ con suo fratello e sa farsi rispettare e ha una lingua lunga. E poi a lei ci penso io, in fondo aspettavo questa occasione. Le gironzolo intorno deciso a non perderla di vista, ma l’anarchia è all’apice. Chi va da una parte, chi va da un’altra, ci vuole qualcuno in grado di organizzare quel concentramento spontaneo.
Nella foga Gilberto, tutto impolverato, s’è già strappato la maglietta che sembra un reduce. Qualcuno si spinge a gridare alla secessione, altri alla rivoluzione. Dalla bocca di Beppe, com’è ovvio, sgorgano fiumi di dubbi; è il solito cagasotto. Il momento è serio. Mi giro e Tania è ancora poco lontana da me, ma ha cominciato a fare la stupida con Stefano, gli gira intorno, ride per ogni nonnulla e civetta. Io ci ho perso la testa per lei e la cosa non mi va, ma con Stefano preferisco non mettermici contro. Lui è un pezzo di marcantonio e ha il rispetto di tutti. Non che ne abbia paura ma sarebbe stupido mettersi a discutere tra noi in un momento come questo. E suo padre è maggiore per davvero. Ma con lui non potremo mai essere amici, troppe cose ci dividono, oltre all’età. Poi li vedo allontanarsi e quando torna, dopo di lei, ha un’espressione stupida e soddisfatta e si sta sistemando i calzoni. Strizza d’occhio a tutti e gonfia il petto. Sembra aver deciso che dev’essere lui a prendere il comando e dice solo: “Cosa stiamo aspettando”?
Non me lo faccio ripetere due volte. Ci dividiamo in gruppi. Io capito nel gruppo con Tania. Alla fortuna va data anche l’occasione e un po’ di aiuto. Abbiamo il compito di vigilare al Ponte di Legno. Se li avvistiamo dobbiamo tenere la posizione ad ogni costo e far fracasso per far arrivare gli altri. Per dirla è una postazione tra le più rischiose. Non c’è un vero e proprio sentiero ma c’è il grano alto e i ciliegi. Ci acquattiamo sulla riva e si sparge un silenzio teso tra noi. Lei si piega per guardare oltre il margine. Sembra un’attrice. Ha una posizione affascinante col sedere che sembra un vero invito. I jeans sono tesi in una esse piena, non resisto e allungo la mano e le dò una pacca. In un lampo accecante che non mi lascia un secondo per accorgermene mi stampa una cinquina sulla guancia che mi turbina l’universo in testa. Non ho il tempo di protestare perché mi sputa addosso uno “Stupido!” rimbombante.
Si spargono le voci più varie ma non avvistiamo anima viva né sentiamo altro suono che il silenzio della campagna. Continuo a riflettere su quanto è successo pieno di domande prive di risposte senza distrarre la mia attenzione. La sbircio e pian piano il rancore si stempera, è troppo bella perché possa durare a lungo. Un passero centrato da Claudio cade al suolo. La tensione resta alta. Lei invece guarda fisso lontano sempre con quell’aria da offesa. Decisamente se l’è presa. Studio come farmi perdonare. Fiorenzo finisce coi piedi nell’acqua e se ne esce blaterando. Frugo in tasca e non trovo un fazzoletto. Sto sudando.
L’inquietudine è insostenibile. Mi preoccupo per lei. Le chiedo se per cortesia vuole andare dagli altri per dir loro che è tutto tranquillo. Nemmeno mi guarda e mi risponde: “Vacci tu. Io resto dove si combatte”. Non è il coraggio quello che le manca e, per quello, nemmeno il fascino. Finalmente si staglia una figura in lontananza. Sono il più pronto. Lo centro alla testa ma solo di striscio e distinguo come comincia subito a sanguinare. Ho il tempo di riconoscerlo dalla voce con cui in un attimo si allontana bestemmiando: è solo Erdet il barbone. Un personaggio inoffensivo, capitato per caso. Non fa nulla, mi sento un eroe e soprattutto lo sono soprattutto per gli altri. In più dovrebbero starsene a casa loro e non immischiarsi nelle nostre faccende. Cosa ci viene a fare nei campi, in territorio di guerra? Inoltre, nella fretta, ho appoggiato male il piede e mi son preso una storta alla caviglia; ora zoppicherò per un pochino. Il modo in cui Tania mi vede è cambiato, è tornata a guardarmi e ha ripreso a sorridermi, e mi sento grande. Come dice la canzone maggio è un bel mese per morire.
Le ombre della sera cominciano ad allungarsi e ancora non si è ingaggiata battaglia. La prima voce che si sente in lontananza è proprio quella della madre di quel cafone di Stefano che lo chiama per cena. Pian piano tutti si alzano e se ne vanno. Restiamo solo io e lei e lei mi fa un sorriso disarmante. Mi abbraccia con calore e mi stringe a sé. Mi dice che è fiera e di stare attento a me. Sento ansia nel suo respiro. Sento il suo corpo contro il mio e il contatto benevolo del suo seno che si sta sviluppando. Mi esorta fraternamente, ripetendomi quello “Stupido”, a non farlo più ché noi siamo veri amici. Sono al settimo cielo e anche un po’ deluso. La lascio lì e scappo a casa perché è tardi e non voglio che mi veda con i lucciconi agli occhi.

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Verona 25 aprile: Arena di Pace e Disarmo


Assopace Palestina aderisce all’Arena di Pace e Disarmo che il 25 aprile all’anfiteatro di Verona dalle 14.00 alle 19.00

Sarà un grande incontro di persone e associazioni che credono in un cambiamento oggi necessario e possibile, a livello personale e politico, accomunate dalla convinzione che di fronte alla crisi economica, sociale, ambientale sia razionalmente logico ed eticamente doverosa LA RIDUZIONE DELLE SPESE MILITARI E UNA POLITICA DI DISARMO.

Alle associazioni che ancora non l’avessero fatto, chiediamo di mettere ben in evidenza nella pagina Home del proprio sito il logo:
http://arenapacedisarmo.org/wp-content/uploads/logo_arena.jpg
e il link al sito dove si trovano tutti gli agggiornamenti:
http://arenapacedisarmo.org/
Ai singoli chiediamo di mettere il logo nel profilo della propria pagina Facebook

Abbiamo aperto anche un riferimento twitter da seguire:
https://twitter.com/@arenadipace
un apposito canale youtube:
https://www.youtube.com/user/nonviolentiorg
e la pagina FaceBook da rilanciare:
https://www.facebook.com/ArenadiPace2014

loc_ArenaPaceDisarmoE’ poi indispensabile il versamento di contributi da parte di associazioni grandi e piccole, ognuno secondo le proprie capacità.
Ciò che è arrivato fino ad oggi è ancora troppo poco e le spese da sostenere sono molte (a giorni un bilancio dettagliato):
http://arenapacedisarmo.org/e-io-pago/

Adesioni

E’ organizzata da: Associazione “Arena di Pace e Disarmo”

E’ promossa dalle organizzazioni nazionali:
RETI: Rete Italiana Disarmo, Tavolo interventi civili di pace, Conferenza nazionale Enti di Servizio Civile, Rete della Pace, Libera, Focsiv, Sbilanciamoci!, Forum del Terzo Settore, Conferenza istituti missionari italiani, Federazione stampa missionaria italiana, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Federazione Italiana Amici della Bicicletta, Rete corpi civili di pace, Rete cooperazione educativa, Beoc (ufficio europeo obiezione di coscienza) – Bruxelles

ORGANISMI: Missionari Comboniani, Movimento Nonviolento, Pax Christi, Acli, Arci, Cgil, Legambiente, Emergency, Greenpeace, Emmaus Italia, Movimento Laici America Latina, Arci Servizio Civile, Cgil-Fiom, Agesci, Amesci, Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII, Mir, Associazione nazionale per la pace, Beati costruttori di pace, Nessuno tocchi Caino, Movimento Decrescita Felice, Rete Radiè Resch, Banca Etica, AISeC, Auser, Un ponte per …, Bilanci di Giustizia, Chiama l’Africa, Rappresentanza nazionale volontari Servizio Civile, Comitato italiano per una cultura di pace e nonviolenza, Commercio Equo e Solidale, Centri informazione e maternità Il Melograno, Commissione giustizia, pace e creato della Famiglia Domenicana, Reorient, Slow Food, ANED, ANPPIA 

FONDAZIONI: Fondazione Nigrizia, Fondazione Exodus, Fondazione Langer, Fondazione Balducci, Fondazione Di Liegro, Fondazione Fontana, Fondazione Nesi 

STAMPA: Emi, Nigrizia, Mosaico di pace, Azione nonviolenta, Combonifem, Vita, Messaggero Cappuccino, Popoli, Missione Oggi, Missionarie dell’Immacolata, Missioni Consolata, Nostra Signora degli Apostoli, Il Missionario, Missioni OMI, Il Quaderno Montessori, In dialogo, Peacelink, Radio Articolo 1, Radio Popolare, La nuova ecologia, Unimondo, Pressenza, Gerico Web Tv, First Line Press, Altreconomia, Articolo 21, comune-info

CENTRI STUDI: Archivio Disarmo, Osservatorio permanente armi leggere, Osservatorio Balcani e Caucaso, Centro Studi Sereno Regis, Centro Nuovo modello di sviluppo, Centro studi difesa civile, Wuppertal Institut, Ecoistituto del Veneto “Alex Langer” 

Hanno aderito gli organismi locali: 
Centro Missionario Diocesano – Verona, Scuola “Penny Wirton”, Roma, Aquiloni – Verona, Associazione Civica – Vicenza, Comitato per Bilanci di Giustizia 20 – Venezia, Mondo senza Guerre e senza Violenza – Milano, Associazioni Gruppi “Insieme si può” socio Focsiv – Belluno, Gruppo di acquisto solidale Gaslein – Merano (Bz), Cortili di Pace- Pergine Valsugana (Tn), Comitato pace convivenza solidarietà Danilo Dolci – Trieste, Amici dei Popoli ONG – Bologna, Infinitiform Edizioni – Pavia, Cestim – Verona, Circolo culturale “Primomaggio” – Bastia Umbra (Pg), Il Mappamondo – Ledro (Tn), Circolo Laboratorio Sociale – Ancona, Coop. Le Rondini per un commercio equo e solidale – Verona, Watoto Ciao onlus – San Bonifacio (Vr), Comunità dell’Arca di Lanza del Vasto – Imola (Bo), Centro Amiche e Amici della Nonviolenza – Ferrara, Gruppo Missionario Cadidavid – Verona, L’Ecologico – Rocca San Casciano (Fc), Gruppo acquisto solidale della bassa Valpantena – Verona, A.L.T.A. – San Martino di Lupari (Pd), Comunità Cristiane di Base – Verona, Il Porcospino – Alessandria, TESC Tavolo Enti Servizio Civile Piemonte – Torino, Centro Mondialità Sviluppo Reciproco socio FOCSIV – Livorno, A.S.I. socio FOCSIV – Roma, Ass. per la Decrescita – Venezia, Associazione senza confini – Napoli, Celim Bergamo socio FOCSIV – Bergamo, Tavola della Pace Monza e Brianza – Monza, Good Samaritan Onlus – Ivrea, Welfareweb – Verona, Centro Psicopedagogico Per la Pace E La Gestione Dei Conflitti – Piacenza, Gruppo Sud Nord Araceli – Vicenza, Murga Saltinbranco – Vicenza, RTM Volontari nel Mondo socio FOCSIV – Reggio Emilia, Caritas – San Giovanni Lupatoto (Vr), Donne in Nero – Modena, Tavola della Pace e della Cooperazione – Pontedera (Pi), Piccoli progetti possibili onlus – Guspini (Vs), La mescolanza – Casoria (Na), Centro d’ascolto “Mons. S. Spettu” – Guspini (Vs), La Genovesa Cooperativa sociale – Verona, Coordinamento “Verso il 21 Marzo” – Verona, Rete Nuovi Stili di Vita – Padova, Casa della Pace e della Nonviolenza – Castellammare di Stabia, Amahoro –Onlus socio FOCSIV – Ugento (Le), Ass. Nazionale Domenicani per Giustizia e Pace – Napoli, Le Rondini – Verona, Missione Waibrahimu di Muhanga – Nord Kivu – RDC, Statunitensi per la pace e la giustizia – Roma, Associazione Monastero del Bene Comune – Sezano (Vr), Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania, Associazione Cultura della Pace – Sansepolcro (Ar), Centro Missionario di Pinerolo, Centropace Friedenszentrum Bolzano/Bozen, Comitato Piazza Carlo Giuliani – Genova, Coordinamento Comasco per la Pace – Como, Casa per la Pace – Milano, CSEV (coordinamento spontaneo enti e volontari servizio civile Veneto), CIPAX Centro interconfessionale per la pace, Centro di Ascolto per gli Uomini Maltrattanti – Ferrara, Premio Trabucchi alla Passione Civile – Illasi (Vr), Servizio Civile Nazionale Istituto don Calabria – Verona, Comunità Stimmatini di Sezano – Verona, Casa Per la Pace – Vicenza, Amici della Casa per la Pace di Vicenza, Famiglie per la Pace di Vicenza, Cristiani per la Pace di Vicenza, SìAmo Vicenza, Associazione APRIRSI – Vicenza, Gruppo CCP Vicenza, Pax Christi-Vicenza, Beati i Costruttori-Vicenza, MIR-Vicenza, La Gabbianella Coordinamento per il sostegno a distanza onlus – Roma, Comunità La Madonnina di S.Giovanni Lupatoto (Vr)

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E noi, davanti a questo mare
–fetida pozza d’acqua
sepolcro delle nostre vergogne,
ossario–
cerchiamo di dimenticare,
ma se sappiamo ascoltare
il silenzio in silenzio
allora potremmo sentirlo,
con onde solo placide all’apparenza,
ancora raccontare di storie lontane
e magari finanche di velieri e imprese
e dell’orribile pesca temiamo
le membra straziate
poiché non c’è pace se non è di tutti
e non c’è libertà se non per tutti
e non c’è giustizia nel sonno pasciuto
giacché non c’è futuro senza lotta,
e a riva porta il corpo del pesce,
questo mare,
e resti di vecchie parole
e persino gesti stanchi
rassegnati
e allora tutto è perduto
ma infuria tra le onde
di rabbia la sete di giustizia
e nuove grida si staccano dal silenzio
non c’è perdono per i carnefici,
non ci sarà,
sbarca a riva la miseria
e il mare si lascia alle spalle
per una nuova speranza
ché il mondo è stato creato senza frontiere.

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6436_ilcuoredelbriganti_1269441397La barca corre come se anche il vento avesse fretta e dai fianchi sputa, senza apparente sforzo, il bianco sudore del cavallo che mangia la piana come se fosse inseguito da tutti i tuoni del creato, ma non fuggo da ciò che so, cerco quello che ancora non ho mai visto, e di ritrovare quello che conosco già, ma che appartiene al mondo la fuori. Nemmeno il tempo di salutare mio padre, gli dico, ma il mio destino mi rincorre. Avessi potuto e avuto il tempo lo avrei raccontato ma anche le avventure devono trovare la loro fine e non ci resta più tempo. Fossi rimasto mi avrebbero salutato come si deve ad un eroe e poi, prima o dopo, sarei finito a pendere da una corda perché gli eroi sono sempre scomodi e io non faccio politica, cerco quello che è giusto per me al momento, ma la politica avrebbe chiesto la mia vita perché gli eroi son sempre scomodi alla politica, agli intrallazzatori, ai ruffiani, e mi avrebbero chiesto il conto. Non fosse per questa barca tu saresti già un topo per le loro galere in attesa del supplizio, lo hanno già scritto, e io nemmeno sono un brigante, non nel senso proprio, se non per i pochi giorni in cui sono, anzi sono stato, Spartaco, una leggenda che subito non sarà più, come tutte le leggende. Gli altri giorni, tutti, sono nato marchese e torno ad essere il marchese Aurelio Cabrè di Rosacroce; per il resto sono un’amante di una donna che non sa amare, di un’animale senza padrone, della sivigliana, mi fa impazzire il sapere, non ho altre parole, amico, e lo sai tu come io non faccio politica.
«Fabra, vuoi di nuovo parlarmi di politica?
Marchese, ascoltami: io gestisco una peschiera, pagando l’affitto ad un tale Carrasco, cavaliere di Spagna, che ne è proprietario ma la cui famiglia si è trasferita a Barcellona più di un secolo fa. Lui non ha mai messo piede in quest’isola, eppure riceve i miei soldi. Ci sono dieci pescatori che lavorano per me, e su dieci pesci che prendono, tre li danno a me, perché io ne dia due a questo catalano che probabilmente non ricorda nemmeno da dove gli giunge questa rendita. Dei sette pesci restanti, uno va al Re, e uno alla chiesa. I cinque che avanzano se li dividono in dieci. Mezzo pesce a testa. E devi contare che alle volte non si pesca per il brutto tempo, e altre ci sono dei furti, o una rete che si rompe e va aggiustata, o un uomo si ammala. Ma l’affitto che io devo a Carrasco, non cambia, e quello che i pescatori devono a me, al Re, e alla Chiesa, neppure. Ti sembra giusta, questa divisione del guadagno di un lavoro che viene compiuto da quegli uomini, e da essi soltanto»?[1]
Dimentica. Me ne vado anche per questo, perché l’isola[2] possa continuare ad essere libera di restare in catene schiava dei propri baroni e della loro ingordigia, e dei loro balzelli, e dei loro privilegi, e della loro avida stupidità e della Chiesa, delle credenze. E perché il Re possa tornare ad essere un essere inutile e sciocco, come si conviene ad un Re, ciò possa tornare ad essere solo Re. Ma libera non lo sarà per molto ancora, perché troppi hanno l’ambizione di essere servi. Guardo il mare davanti; lei è al mio fianco, ora più mia che mai, come non lo è mai stata, anche se so che non sarà mai mia. L’aria sa solo di salsedine, i miei occhi corrono lontani con un senso di riconquistata libertà, non sono fatto per gli spazi angusti, per le stanze chiuse, per le giornate che conosco già, e fin troppo, fin dal mattino; ho bisogno d’aria e di mondo; e il mondo mi aspetta:
«Ne sono addirittura certo, amico mio, ma me ne fotto. Per quanto si possa dare per scontato che ci sarà sempre un coglione vestito da teologo che cercherà di fermare il bisogno dell’uomo di sapere, allo stesso tempo sono fermamente convinto che questo bisogno romperà ogni argine, si farà beffa di ogni paramento sacro, scranno di Pietro e censura del Sant’Uffizio, e trascinerà qualche mente illuminata e coraggiosa verso una conquista, utile all’umanità. Non posso pensare che Dio ci voglia sofferenti, mai e in nessun caso, caro amico, e il resto sono solo idiozie di gente stolta indegnamente vestita con abiti sacri»[3].
Niente vale la mia libertà.


[1] Il cuore dei briganti di Flavio Soriga. Romanzo Bompiani – Narratori italiani; marzo 2010 pag. 259-260
[2] Hermosa, ndr
[3] Il cuore dei briganti pag. 163

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«Ascoltai più che altro.
Le foglie sugli alberi mormoravano spartiti provati per secoli dal vento».
«Credo che se non esistesse, ne inventerei la ricetta. Non mai sentirmi sazio senza di lui. Ne scoprirei gli ingredienti, le dosi, i tempi di cottura e me ne cucinerei uno tutto mio e per me soltanto. E se la ricetta di Dio cambiasse ogni giorno io la riscoprirei ogni volta… e ricomincerei da capo. Volete servirvi»?
«Siamo tutti colpevoli di tradimento nei confronti dell’umanità!!! Tutti complici dell’omicidio del nostro presente e del nostro futuro… questo sì, lo siamo tutti…

Gli eroi son quelli che non sono partiti. Gli eroi sono quelli catturati e incarcerati, quelli che scappano nei boschi. Gli eroi son quelli che i vincitori –perché loro si sentiranno comunque vincitori sia che vengano sconfitti o trionfino– chiameranno infami o codardi o traditori».
Da Domani non sarò più re di Luigi Pozza

Una guerra vecchia, nuova, improbabile; già in atto. Le nostre dolomiti. Con tutto l’amore per la vita e per quei posti. E nessun scivolamento consolatorio. Duro come la pietra. Affilato. Pieno di lucida disperazione. La guerra è guerra. E’ sangue e dolore. Che dire? L’ho letto lentamente come si conviene al suo ritmo avvolgente. Entrando in quella disperazione. E l’ho amato. E ne ho avuto paura. Perché non arriverà nessuno a salvarci. Solo noi stessi possiamo farlo.

001

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poesiaPoesia d’amore e labbra disperate
ti accoglie il mattino prima ancora che sapere
c’è un sordo ruggito nell’aria:
ascolta.
Ascolta quello che porta questo vento,
è solo scirocco,
mentre la marea sale quasi prudente,
ascolta bene
quando parla di te, di noi; degli altri
e del mondo fuori
e del mondo al buio
e del mondo dentro
silenzioso come non ci fosse.
Lui ricorda i nomi, questo vento,
tutti i nomi
e non quelli delle belve;
solo quelli delle vittime:
Hala Abou Sabikha avrà sempre tre anni
e non smetterà di guardarti
gli occhi fissi su un perché?
ma alcuni restano aggrappati alle cose
come quello di Dima morta di dolore
e quello di Zaher Rezai con un pugno di poesie
proprio davanti alla porta di questa casa
mentre sognava di Pace.
Morti diverse
come se si potesse morire diversamente che subendo morte;
ma sono troppi
e troppo è il dolore
anche se il vento sussurra soltanto
si riempiono di incubi le notti.
Vorrei un attimo di speranza:
è strano come le grida dei gabbiani
abbiano il suono del mio orrore
più strano è come riusciamo a liberarci dell’angoscia
e della colpa
mutuando il silenzio;
fin troppo strano,
e non ho che queste parole
e mani inutili
e inutili diventano persino le parole
mentre le lacrime suonano sulle corde del dolore
armonie che hanno il suono delle pietre;
e gli stessi duri accordi.
Non c’è nessun perdono
e noi siamo
anche senza consapevolezza.

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Sabra e ChatilaArrivati come un’orda dal mare. In un formicolio immane. Senza essere chiamati. Senza invito. Senza un suono di flauto. Come una torma di cani. Affamati. Come uno sciame di topi. In silenzio. Poi in un boato. Rumoroso. Come il temporale. Senza pioggia. Solo tuoni. Gridato in una lingua strana. Incomprensibile. Senza parole. Fatta solo di suoni. E strana è la loro carne. Hanno una pelle senza colore. Delicata. Nivea. Esangue. Senza sole. Si brucia fin dal mattino. E questo li fa ancora più rabbiosi. Come sciacalli. Animali senza religione. Senza padri. Senza cuore e senza pietà. Senza patria. Senza memoria. Figli di madri sempre incinta. Venuti da lontano. Destinati a tornare lontano. Da dove son venuti. Lasciando solo morte. E malattie. E pianto. A lasciarci guardare a quel mare come una speranza. E ci hanno tolto gli occhi ma noi continuiamo a vedere.
Hanno preso le nostre donne. E anche le ragazzine. E anche ragazzi e uomini. Prese e trascinate per i capelli. Prese a sbattute per terra. E ne hanno fatto scempio. E hanno strizzato il loro seno. E hanno inferto vergogna nel loro ventre. E niente gli è stato abbastanza. Hanno sporcato il nostro mondo col nostro sangue. Delle nostre donne e delle nostre ragazzine le hanno usate e gettate. Ridono e ghignano allo stesso modo. Con lo stesso suono. E la nostra carne e le nostre ossa son diventate terra. E sassi. E strane piante. E lugubri coreografie, di deserto. Con gli artigli che gridavano al sole. Solo teste mozzate. Solo bocche spalancate affollate di silenzi. Solo braccia. O gambe. Hanno sterminato i nostri animali. Lasciato pendere viscere nella foresta. Abbattuto alberi. Prosciugato fiumi. Sfidato l’ira del grande baobab.
E le poche le hanno tenute nelle loro tende. Le hanno usate e usate e usate ancora, ripetutamente e davanti a tutti. Sghignazzando come in preda ad un delirio. In uno. In due. In cento. Giovani e vecchie. E le hanno disonorate. Trasformate in relitti. E poi gettate a morire piangendosi addosso. Alle più fortunate hanno riservato il filo dei loro coltelli. Della loro rabbia. Della loro impotenza. Le hanno sventrate. Sgozzate. Ma i figli continuavano a nascere e morire uguali a noi. E i pochi li hanno incatenati a catene di metallo robusto. Duro. Pesante. E trascinati con la faccia a terra. E con le piaghe dei morsi della frusta sulla schiena. Curva. Intimandoci di vedere solo terra. E notte. Ma la vita della macchia continua anche lei a rinascere sfidandoli. E il verde ricopre la vergogna. E il fiume la bagna. E la lava. E annega che gli chiede soccorso per morire una volta sola. Perché non sa più guardare la sua faccia. Perché non capisce Dio.
I migliori cacciatori. I migliori guerrieri. Ridotti a cenci. Noi non possiamo capire Io stesso non posso capire. Il loro capo non porta più carne alla sua gente. E’ quello che tiene più cibo per se. Ha portato una donna strana. Sotto le strane vesti sembra una donna. Sulla testa ha capelli gialli come il grano. A volte come l’erba secca. E lisci come gli steli di quelle spighe. E nel viso ha due occhi scoloriti. Pieni d’acqua di mare. E un volto triste. Ma io ho cento e cento e cento anni. Ne vedrò morire ancora, di quelle scimmie albine quasi prive di pelo. Guardo il monte grande e prego. Li hanno fatti scavare. E scavare ancora fin alle viscere, al cuore, di questa nostra madre terra. Violando anche il suo corpo. Rubandone i segreti. Scavare fino all’ultima goccia di sudore. Fino all’ultimo fiato. Fino a morire. Fino a sfidare l’ira della stessa montagna. Infierendo sul buono per il male. Gettando i frutti per cercare le radici. E anche più sotto. Svellendo i corpi millenari degli alberi giganti. Resi sempre più cattivi. Con cappelli in testa per paura del sole. Con abiti sulla pelle per paura del sole. Con la mano a coprirsi gli occhi per paura del sole. Con reti per paura della notte. E degli insetti. Con fuoco per paura delle belve; belve loro stessi. Per paura della dignità del leone. Per paura dell’agilità della tigre e del giaguaro. Per paura del serpente subdolo. Per paura di tutto. Per paura anche della paura. Cercando un metallo che non sapevamo metallo. Che chiamano coltan e altri nomi assurdi nella loro lingua.
Non hanno cuore nel petto e nemmeno la loro carne è buona nemmeno da mangiare.

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guernicaMi muovo circospetto. In silenzio. La testa china. Ormai è solo abitudine. Regole. Il mandato a memoria. Per quanto ci sia memoria. Dobbiamo temere tutto e niente. Lui è al mio fianco. Il sole è nascosto dalle nubi. Le nubi dal fumo. Guardo l’ora: dovrebbe essere l’imbrunire. La notte è ombre. E’ un’immensa ombra; buia. E’ l’unica cosa che si muove. Si avvicina. Toglie il respiro. Non ti consola. Ti rilancia i pensieri. E non ti fa da rifugio. Mette solo rimpianto. Allora ti riconosce solo la voce. Sono solo. Dietro un muro. Quello che ne resta. Guardo con rispetto questo vecchio combattente.
In certi momenti mi odio. Pare non avere dubbi. Tra tanta cianfrusaglia porta nello zaino quel vecchio libro. Ad ogni pausa, in ogni momento è lì a leggerlo. In silenzio. Fruga tra tutte le carabattole inutili e riprende da dove aveva lasciato. Non è mai stato di tante parole. Nemmeno ricordo il suono della sua voce. Poggia il fucile e il casco e sprofonda tra quelle pagine. Di tanto in tanto scoppia in risa amare. Dev’essere un testo o pieno di ironia o pieno di troppa antropica saggezza. Ormai è logoro come la disperazione. Per l’uso; ripetuto. Per il gesto di essere riposto scomodo nella sacca. Per esserne continuamente rintracciato.
Per chi non vive questa follia persino le voci diventano clienti. Sono scappate. Vanno interpretate. Spiegate. Ricostruite. Non è vita questa. E’ una condanna. Tra le mura sgretolate della città ormai vuota. Non un edificio è rimasto in piedi. Niente. Solo rovine e macerie. Calcinacci pisciano polvere. Resta il chiodo. Il quadro chissà dov’è finito. Seppellito. Raccattato. Bottino infimo e inutile. Poco distante c’è una scarpa. Misura da bambina. Ormai niente è niente. Nulla ha identità. Né età. Siamo tutti uguali: vittime. E’ una immensa follia. E scaccio il pensiero. Per una riflessione simile c’è solo la fucilazione alle spalle. Improbabile anche quella. Tacciamo e ci sentiamo dimenticati.
E allora… dicevo del vecchio combattente. Combattente è già una parola impropria. Belligerante? forse. Sopravvissuto? certamente. In questo preciso istante. Non bisogna affidarsi al tempo. Il tempo non c’è. E’ un inganno. Come tutto il resto. Siamo come i soldatini di un assurdo Risiko. Immobili e inutili come in una ricostruzione di una celebre battaglia. Tra brandelli di passato e presente. Tra calcinacci. Solo attori di una vuota attesa. Appiccicati al suolo. Esattamente come statuine in un presepe surreale. Immobili. Io con un ginocchio sulle pietre. Le orecchie tese. Gli occhi ciechi. Lui ha ripreso a leggere. Isolato. Da solo. Anche se avessi una domanda non avrebbe risposte. E inoltre non gliene importa più. Credo non abbiamo mai contato. Mi rendo conto di non sapere nulla di lui. Ed è l’unica persona che mi è rimasta. L’unica certezza.
Vecchio? Qui ormai l’età media si misura in mesi, quando non in settimane o ore. E’ l’età media di sopravvivenza. Può arrivare improvviso il tanfo putrido del gas che sale dal basso. E quando arriva è già tardi. O cade come un baleno improvviso la morte che decide a caso. Sotto forma di qualche nuovo lampo. Esattamente come bengala; silenziosi. Filanti. Traccianti. Senza alcun preavviso. L’industria militare è l’unica rimasta in piedi. Florida e pasciuta. E nemmeno sai il mittente. E’ indifferente. E forse non ha nemmeno la mia età. Solo che ognuno vede l’altro. Non c’è uno specchio per questi giorni. Mi passo le dita sulla barba. Non ho mai sopportato di averla lunga. Di sentirmi pungere le dita. E le guance.
Guardo la foto di Greta. E’ solo un momento. Mi riprendo subito. E’ sgualcita come il suo libro. Sciupati entrambi dall’uso. Non prendo la lettera. Quando la rileggo mi intenerisco. Non è il caso. E la potrei interpretare come una preghiera. Non ho più sue notizie da quella. E’ l’unica. Ero ancora in viaggio. Nell’epoca delle comunicazioni. Del mondo breve. Delle troppe notizie. Da troppo non abbiamo più notizie. I satelliti, tutto è oscurato. Non siamo sicuri che siano al sicuro. Non sappiamo nulla del mondo fuori. Forse si è salvata. Forse ha preferito vivere. Sono partito che mia madre stava facendo i tortelli. Le valigie già pronte. Le loro poche cose. Ma era venerdì. Per lei, in quei momenti tutto restava fuori. Le era estraneo. Si isolava. Nemmeno sentiva i boati. E tutto si stava velocemente approssimando. “Non puoi proprio?” –mi da chiesto. Lei ha la sua logica. Le sue regole. Il suo mondo è a sua misura. Non ho avuto nemmeno il tempo per lasciarla finire. Carlo era giù. Mi aspettava. Il motore caldo. Mi chiedo ancora dove aveva trovato la macchina. Via dall’inferno per l’inferno.
Ha ragione Marco quando dice che siamo gli utili idioti. Non noi, tutti. Dice che l’ha sentito dire. E mi chiedo utili a chi? A Cosa? Non ne sono certo. In verità non mi sento utile nemmeno per la speranza. Per l’illusione. Mi sento solo un pezzo di carne. Come tutti. Noi di Libertà & Pace. Tutti contro tutti. Ormai nessuno ricorda il perché. Soprattutto contro quelli di Pace & Libertà. Proprio perché così prossimi e distanti. Perché hanno capovolto ciò un cui credevamo. O siamo stati noi? Non è importante. Tanto siamo qui. Ci possiamo riconoscere solo nella brigata. Persino le divise, se così si possono chiamare, sono simili. Quando non uguali. Tanto non usciamo quasi mai. Ci muoviamo poco e circospetti. Non ci fidiamo nemmeno di noi stessi. Una parola sola ti può condannare. Il nemico è da per tutto. Davanti, ma anche al fianco e, peggio, dietro. E’ il loro senso del dovere. La dignità. L’orgoglio. La mamma. Tutti nemici di tutti. Sono anche quelli di Democrazia & mercato. E quelli di Fede & progresso. E tutti gli altri. Me compreso?
Spariamo a tutto quello che si muove. Qualche volta ne esce una cena. Qualcosa da addentare. Sempre più raramente. Il più delle volte un lutto. Continuiamo a pregare che non sia il nostro. O quello di un amico. Magari provocato da noi. Non è assolutamente raro. Ripeto: si spara a tutto quello che si muove. O si viene sparati. Alla fine fa poca differenza. Ormai vige la noia. E non si riesce più a stare all’erta più di qualche minuto. I nervi si logorano immediatamente. Sono anzi già logorati. Prima dell’inizio della prima missione. Difficilmente c’è una seconda. Mai un momento per pentirsi. E’ tardi. Tutto è scritto quando esce il tuo nome. Come in una lotteria. Hai vinto il primo premio. E parti. Niente ti lascia una alternativa. Sarebbe inutile. Hanno riempito il niente di niente. E certi dio non cadere nel sonno. Per paura. Paura di non svegliarti. Pausa soprattutto degli incubi.
Scaramucce. La chiamano così questa falcidia. Tanto è impossibile sparare alla morte. Viene quando vuole. Giochiamo solo a fare i guerrieri. Come detto. I combattenti. Noi della commissione aziendale. Contro tutti. Come detto. E contro quelli della delegazione di agenzia. Come detto. Ma la percentuale più alta per morire è data dai suicidi. Seguiti a distanza dalle esecuzioni. Il peggio è che siamo i delatori di noi stessi. Ma ciò che mi rincuora è che non conto nulla. Sono una cimice. Che nemmeno punge. Un niente. Sono i giudici a dover temere. Loro. Gli onnipotenti. Ad aver qualcosa da perdere. E quelli che decidono. Anche per gli altri. E’ un attimo. Trovarsi da giudici a giudicati. E il giudizio è sempre quello: esecuzione. Basta un attimo. Una parola. Una passata discordia. Una nuova antipatia. Un nulla. Il caso. Vecchie regole di una vecchia comare: la guerra.
Il vecchio saggio torna a tirare fuori il testo di filosofia pragmatica: la bibbia. E sento la sua voce; mi commuove. Gliene sono grato. Sono le ultime parole che dice. Mi spiega che gli ha spiegato che c’è solo la morale della convenienza. Soggettiva. Assolutamente. Quella del piacere e del dovere. Nessun rispetto. E soprattutto che vivere è sopravvivere. E’ un atto di forza. L’arroganza della violenza. La ragione è di chi spara per primo. Di chi spara. Di chi può ancora farlo. Dei superstiti. La vita è questa lotteria. Si basa su una selezione naturale: lo sterminio dell’altro. Non ho capito chi è, l’altro. E mi sento io, quell’altro. Lo guardo storto e ho già sparato.

E ancora questa perché è una splendida versione:

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The New Black by The Mavrix

The New Black by The Mavrix
words and music composed by Ayub Mayet and Jeremy Karodia
copyright 2012

Chorus:
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Non devi perdonare la mia insolenza, dato che vengo descritto rozzo e persino sfrontato
Puoi pensare che io sia una persona inutile, spacciatore di falsità, disilluso.
Sono l’interruzione alle tue conversazioni a tavola, una costante irritazione e sbigottimento
al contrario di una certa nazione sovrana che ha una storia vecchia di quaranta generazioni
un’incomprensibile mano umana ha approvato violenza, brutalità e la cacciata dalla terra di appartenenza
Verso una terra senza gente per un popolo senza terra
In modo ancora più inatteso, un maledetto incontro, una lista nera di superpoteri…
Non sono una vittima, sono un terrorista!!!
Per cui non perdonare la mia insolenza, limitati a rispondere alle mie domande
perché sto perdendo la pazienza ed è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza.
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Non perdonare la mia frustrazione, il mio risentimento e la mia rabbia
perché l’umiliazione dell’occupazione è aggravata dal pericolo.
E’ un tipico giorno soleggiato e tranquillo a Gaza oppure un massacro a bordo di una flotilla di aiuti.
I ricordi di Sabra e Chatila e di un ragazzino chiamato Mohammed al Durrah sbiadiscono.
Una nazione, oppressa nella lotta, bombardata e catapultata in un’irreale età della pietra, è immersa nel dolore,
in modo ancora più inatteso, l’oppressore si atteggia a vittima ed è accettato, lodato ed applaudito,
con una tempesta di propaganda e odio!!!
Per cui non perdonare la mia insolenza, limitati a rispondere alle mie domande
perché sto perdendo la pazienza ed è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza.
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Hai detto qualcosa? Hai sentito l’urlo dei bambini?
Quando le armi al fosforo bianco incenerivano i cieli e dissanguavano una nazione,
dov’era Obama, quando il diavolo giunse a Gaza?
Hai per caso implorato? Dateci misericordia, misericordia, vi prego.
Non perdonare il mio sarcasmo, la mia irriverenza o cinismo
perché qualsiasi antagonismo o critica al prescelto da Dio è proibita.
Visioni ed allucinazioni di pace vengono sputate dalla pancia di un M16.
Blackhawks & bulldozer, mortali ed osceni, fanno a pezzi e tradiscono la ragione.
Complotti fatti di massacri, convenzionali e chimici, convogliano un semplice messaggio:
la resistenza in azione sarà raggiunta dalla gloria della civiltà occidentale.
senza discorsi o ovazioni, io chiedo, qual è il prezzo del mio perdono, Jack?
Al diavolo, sopravviverò ad un altro attacco perché non mi fate alcuna concessione,
non c’è ritorno, sono sulla rotta della mia libertà
Perché I PALESTINESI SONO I NUOVI NERI!!!
I PALESTINESI SONO I NUOVI NERI!!!
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Come noi anche i palestinesi hanno intrapreso, per la giustizia sociale, quel percorso di resistenza attraverso il movimento di boicottaggio internazionale (BDS) che per primo portò a mettere in ginocchio e porre fine all’Apartheid. E’ toccante e stimolante provare la solidarietà dei nostri fratelli e sorelle del Sudafrica. Il New Black è un appassionato e potente riflesso di ciò che significa mostrare solidarietà umana. E ‘un riflesso di che cosa vuol dire “mai più”.
Nella mia vita ho visto la sconfitta dell’apartheid Sud Africa e nessuno può cancellare in me la speranza che l’apartheid israeliano e il dominio coloniale veda la finire.
Questa collaborazione musicale tra Sudafrica e Palestina è una manifestazione creativa di resistenza culturale all’oppressione israeliana, una parte indispensabile della nostra lotta globale nel movimento BDS per la libertà, giustizia e uguaglianza.
Mi conforta che oggi palestinesi e sudafricani stanno lavorando insieme per creare bella musica che risveglia i nostri spiriti e aiuterà a risvegliare la coscienza del mondo.
Al Sudafrica è stata necessaria la solidarietà del mondo per guadagnare la sua libertà, e oggi la Palestina ha bisogno del Sudafrica.
C’è una urgenza immediata, in questo momento storico, dopo la guerra del 2009 di Israele a Gaza (piombo fuso),
per una campagna di solidarietà internazionale nella volontà evidenziare le somiglianze tra apartheid e il sionismo.
Questa collaborazione tra musicisti palestinesi e sudafricani e attivisti, il primo nel suo genere, è un passo importante nella giusta direzione.

I Mavrix nascono da una collaborazione musicale nel 1984 come una band di protesta. Questa band è cresciuta fino ad accogliere 6 musicisti: con violini, chitarre, tabla africani, santoor e vocalisti. Le canzoni loro parlano di diritti umani, di razzismo, povertà, abusi di droga e oppressione.
Nel 2004 i Mavrix realizzarono il loro primo album “Guantanamo Bay” e stanno, attualmente, incidendo il loro secondo album “Pura Vida” che sarà completato in giugno 2012, da questo album è stato stralciato la canzone “The new black”, che è nata dalla collaborazione tra il Sud Africa a la Palestina.
Il video musicale e la canzone sono nati dall’incontro della band sudafricana e il musicista palestinese Mohammed Omar, che assieme hanno realizzato questo video musicale chiamato The New Black, che sarà inserito nel nuovo album “Pura Vida” di prossima uscita.
Il testo composto da Jeremy Karodia e Ayub Mayet è stato scritto come reazione all’orrore del massacro di Gaza “Piombo Fuso” del 2008-2009 e successivamente ispirato al libro “Ogni mattina a Jenin” dell’autrice Susan Abulhawa. La canzone scritta nel 2009 da Mayet è stata ripresa e riscritta dopo la lettura del libro della Abulhawa e oggi ci appare nella versione nuova.
Haidar Eid, esponente del BDS di Gaza e amico della band ha ascoltato la canzone nel 2011 e ha proposto immediatamente la collaborazione con il suonatore di Oud palestinese Mohammed Omar suggerendo una collaborazione con la band per creare un video in collaborazione sulle condizioni che accomunano il popolo sudafricano con quello palestinese.
La canzone è stata registrata dai Mavrix in Sud Africa e successivamente sovrapposta la registrazione di Mohammed Omar a Gaza, senza che le due parti si siano mai incontrate. Il risultato del brano mostra l’empatia che la solidarietà tra musicisti riesce a rendere.

Prodotto dal Palestinian Solidarity Alliance (Sud Africa) e dalla Palestinian Campain for the Accademic and Cultural Boycott of Israel (PACBI) accompagnati con scritti di Aldar Eid di PACBI, Barghouti del Movimento BDS, Ali Abunimah di Electronic Intifada e Susa Abulhawa, autrice di Mornings in Jenin” la canzone rappresenta un messaggio di supporto dei sudafricani che hanno vissuto in precedenza pure loro l’oppressione e l’apartheid. In solidarietà con i palestinesi che vivono ancora sotto l’oppressione dell’apartheid di Israele.

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